Conferenza episcopale italiana



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Conferenza Episcopale Italiana
Commissione Ecclesiale

per la pastorale del tempo libero, turismo e sport



SPORT
E VITA CRISTIANA

NOTA PASTORALE



PRESENTAZIONE

Dire il Vangelo al mondo dello sport e raccogliere la sfida educativa che da esso proviene sono i due motivi di fondo che spiegano e giustificano l'interesse con cui la Chiesa si rivolge a questo "nuovo areopago" dell'evangelizzazione. In questo orizzonte di impegno pastorale, la Commissione Ecclesiale della CEI per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport, ha ritenuto opportuno rivolgersi anzitutto a quanti hanno specifiche responsabilità pastorali in questo settore e al tempo stesso a tutte le comunità ecclesiali con una Nota pastorale, che vuole essere anche strumento di dialogo con quanti, credenti e non credenti, operano nel mondo dello sport.


Con sempre maggiore chiarezza, andiamo avvertendo come non ci si possa limitare a considerare lo sport come un semplice esercizio fisico-motorio, un apprendimento rigoroso e meticoloso di tecniche e di regolamenti, la messa in scena di uno spettacolo atletico e professionale. C'è attorno ad esso uno straordinario confluire di interessi e di coinvolgimenti, che lo rendono un evento di proporzioni inusitate per milioni di cittadini, di ogni ceto sociale.
Il numero delle strutture - sono circa 12 mila gli impianti sportivi di "pertinenza ecclesiale" - e quello dei ragazzi e giovani - 2 o 3 milioni - che vi si esercitano in vario modo, con gare spontaneistiche o di campionato, nelle diverse discipline sportive, evidenzia immediatamente un dato di fatto: il divario tra l'ampiezza del fenomeno sportivo nei nostri ambienti e la scarsa e a volte irrilevante attenzione che ad esso viene dedicata nella progettazione pastorale. Nelle nostre comunità ecclesiali, infatti, l'attenzione verso il mondo dello sport per lo più si configura come istanza pratica, lasciando soprattutto alla iniziativa delle parrocchie e delle associazioni collaterali il compito di organizzare il tempo di gioco dei ragazzi e dei giovani. Di fatto bisogna riconoscere che la riflessione pastorale sulla realtà sportiva non è mai emersa in forma oggettiva e impegnativa nelle Chiese in Italia.
La Nota che presentiamo vuol essere un contributo alla ripresa e all'orientamento dell'iniziativa pastorale in questo campo. E' un dono alle nostre Chiese e nel contempo un sostegno alle nostre associazioni sportive, che manifestano un'autentica disponibilità a garantire, con slancio creativo e di alto segno etico, la funzione umanizzante dello sport mediante la forza del Vangelo e la tensione che da esso promana verso la perfezione dell'uomo. Vuole essere anche un attestato di cordiale vicinanza a tutto il mondo dello sport del nostro Paese, nella certezza di poter condividere con esso valori e progetti, attenzioni e preoccupazioni per uno sport sempre più al servizio dell'uomo e della sua crescita integrale.
Osservando il mondo dello sport più da vicino, soprattutto nel suo impatto con la realtà ecclesiale, la Nota vuole dare voce alle richieste culturali ed educative degli operatori e animatori dello sport, e quindi poi offrire percorsi possibili alle comunità cristiane per una presenza più significativa e più mirata nelle attività sportive di base.
La Nota è anche a suo modo una sintesi di una storia ecclesiale ricca di impegno educativo e di volontariato, e si ripromette di dischiudere inediti orizzonti alla nuova evangelizzazione e di promuovere una più elevata qualità umana per la persona e per la società.
Confidiamo che la novità e insieme i contenuti e gli orientamenti pastorali qui offerti possano incrementare l'impegno assiduo delle nostre Chiese in un ambito di vita genuinamente aperto al messaggio cristiano e ad un rinnovato umanesimo.

+ Salvatore Boccaccio

Vescovo di Sabina-Poggio Mirteto

Presidente della Commissione Ecclesiale per la pastorale

del tempo libero, turismo e sport

Roma, 1 maggio 1995


INTRODUZIONE

1. L'attenzione pastorale della Chiesa al fenomeno sportivo appare relativamente recente e non del tutto consolidata. Infatti, l'ormai riconosciuta incidenza del fenomeno sportivo nel tempo moderno, con una sua diffusa presenza anche nella vita delle comunità ecclesiali, non sembra aver generato pari attenzione nella riflessione pastorale.

Lasciato per lo più a
lla considerazione degli addetti di settore, lo sport rischia di essere colto come fenomeno non rilevante per la vita e la missione della Chiesa, dal momento che, secondo alcuni, non costituirebbe una dimensione essenziale né della vita umana, né della vita ecclesiale.

Ma una simile visione risponde a una concezione riduttiva dell'azione pastorale della Chiesa e della riflessione teologica che ad essa si riferisce. L'azione ecclesiale, in realtà, come sottolinea con forza Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica, è rivolta all'uomo «in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione. Non si tratta dell'uomo "astratto", ma reale, dell'uomo "concreto", "storico"»1. Inoltre, l'azione ecclesiale non può essere definita esclusivamente e descritta in modo esaustivo da ciò che appartiene soltanto all'essenza della fede. Pastorale centrata sull'essenziale non significa, peraltro, pastorale ridotta ai minimi termini; significa, piuttosto, capacità di far vivere la parola del Vangelo e di inserire la vita nuova dello Spirito in ogni manifestazione dell'umano, secondo la legge dell'incarnazione: anche nel campo dello sport.


Parte prima
UN SECOLO DI ATTENZIONE

E DI ESPERIENZA PASTORALE

Lo sport, un fenomeno tipico del nostro tempo
2. Lo sport: una passione straordinaria e affascinante per la carica di umanità che contiene e per la sua essenziale gratuità. Ma, anche, una realtà continuamente attraversata da dinamiche che la insidiano. La luce della fede però indica possibilità reali di superamento delle soglie di rischio e apre cammini di sviluppo crescente delle potenzialità positive.
Sviluppo di quella variabile permanente della storia degli uomini che è il gioco, lo sport appare oggi come fenomeno a presenza diffusa nella società. Nel nostro secolo, con una sensibile accelerazione negli ultimi decenni, esso registra una crescita estensiva e, soprattutto, intensiva: non solo per la massiccia partecipazione quantitativa, ma ancor più per la risonanza sociale e culturale. Insieme con il caleidoscopio dell'universo musicale, lo sport costituisce un "mondo-di-vita" specifico e caratterizzante delle giovani generazioni2. Occupa tempi e spazi di assoluto primato nei mezzi di comunicazione sociale: si pensi non solo alla presenza dilatata nei palinsesti radiotelevisivi, ma anche alla diffusione larghissima dei quotidiani sportivi, numericamente vincente rispetto a quelli di opinione. Stabilisce processi di identificazione, fino alla degenerazione di certe tifoserie intemperanti, in un mondo dalle appartenenze indebolite. Attrae e coagula interessi economici vastissimi, soprattutto nelle forme esasperate di professionismo, fino alla competizione-duello, alla mistificazione da doping.
3. La "tipicità" del fatto sportivo del nostro tempo non riposa soltanto sul dato numerico3; piuttosto - e propriamente - sulla capacità di lasciar trasparire, e a volte di far esplodere, linee di tendenza e campi di tensione presenti nella storia contemporanea, anche se spesso allo stato latente. Tipico, dunque, in quanto capace di catalizzare gli interessi e di significare le aspirazioni della società occidentale industrializzata. Sembra anzi che, attenuata l'efficacia terapeutica, catartica, resti alla pratica sportiva una lucida capacità diagnostica: essere specchio del nostro tempo. Nello sport si profilano molti tratti caratteristici della modernità: l'esaltazione della corporeità, il valore dell'immagine, il carico della disciplina come rigida ascesi laica, un nuovo rapporto tra lavoro e tempo libero, la convinzione di una illimitata possibilità di progresso, il predominio del soggetto, la logica di mercato, il gioco di squadra come piattaforma per l'esaltazione delle doti individuali (il campione) e specchio del modello aziendalistico.

Se lo sport registra disagi, se sale in prima pagina non solo per le conquiste dei primati ma anche per l'esplodere della violenza, è perché in esso si rispecchiano le tensioni irrisolte e le contraddizioni della società contemporanea. E' vero anche, reciprocamente, che i metodi e le tecniche sportive attivano nell'individuo processi di sviluppo e modelli di comportamento che influiscono in maniera rilevante sul tessuto sociale. Suggestivo, al riguardo, il rilievo di Mc Luhan: «Vedete come gioca una generazione oggi e forse vi troverete il codice della sua cultura».

Alle dinamiche proprie della modernità e della società industriale si vanno aggiungendo, negli ultimi decenni, gli esiti della parabola declinante della modernità. Il disagio psico-sociale che essa registra, il senso crescente di disillusione, di smarrimento e di angoscia, e il suo rimbalzo distruttivo e violento, trovano nel mondo dello sport, e specialmente nelle discipline più popolari e simbolicamente marcate, un luogo elettivo di manifestazione e di sfogo. Così anche nel mondo dello sport si insinua il demone della autodistruzione, sotto la cui influenza negativa il nichilismo annienta ogni valore e genera negazione e morte.

D'altro canto, se viene interpretato secondo l'intera verità sull'uomo, quale la fede cristiana dischiude alla sua intelligenza, chiamandolo al rispetto e all'amore dell'altro, alla collaborazione, alla solidarietà, lo sport contribuisce efficacemente a contrastare e combattere le tendenze involutive ed egoistiche che emergono nella società contemporanea.



Una realtà multiforme e complessa
4. Lo sport costituisce un evento simbolico variegato. Lo è nella sua realtà articolata: non esiste lo sport, ma esistono gli sport, e più precisamente secondo i diversi profili, contesti, esperienze personali e sociali. Lo è per la diffusa difficoltà a determinare i valori umani e i riferimenti etici che vi sono implicati. Lo è per l'obiettiva complessità di elaborare una concezione, anzi una teoria dello sport quale fatto di cultura, che ne rilevi lo spessore di razionalità, senza consegnarlo alle esplosioni di un vitalismo incontrollato.

Non è nostro compito esaminare compiutamente le diverse tipologie della pratica sportiva. Ci basta rilevare l'insufficienza di una presentazione dello sport che abbia solo un carattere descrittivo e classificatorio4. Individuare invece con più puntuale e informata esattezza le diverse modalità e forme di sport nei loro risvolti non solo fisici e motori, ma anche psicologici, sociali, ambientali, etici, è una condizione importante e un'acquisizione preziosa per un discernimento atletico e pedagogico, capace di favorire lo sviluppo della persona, senza ledere la sua integrità psicofisica5.

Prendere coscienza di questa ricca complessità sarà senz'altro di grande utilità alle società sportive che vogliano operare con intento di bene morale, alle famiglie, a chiunque desideri intraprendere una attività sportiva.


Il vissuto ecclesiale
5. Lo sport é di casa nelle nostre realtà ecclesiali, a cominciare dalla parrocchia e da quella istituzione così preziosa che é l'oratorio. La rilevanza pastorale e sociale di questo dato non può essere sbrigativamente sottostimata come attività di second'ordine, come una parentesi dagli impegni importanti della vita, quali lo studio o il lavoro, come un semplice riempitivo del tempo libero, o addirittura come una forma di concorrenza ad altre proposte formative o caritative.

Spesso, si è trattato di germinazioni spontanee, di coinvolgimento nella vitalità dei mondi giovanili, di adesione a domande e opportunità concrete. A volte, forse, è mancata una riflessione adeguata sotto il profilo della pedagogia della fede: ora non si è avvertita la problematicità e l'ambiguità della pratica sportiva; ora la valenza educativa è stata colta più come occasione di salvaguardia ("dai pericoli della strada, dalle cattive compagnie"...) e di contatto ("si gioca insieme, e poi si prega anche insieme"...) che non come aiuto alla crescita integrale della persona.

Ma quale impegno, quale dedizione, quale passione educativa in tanti giovani preti, in tanti operatori pastorali! Quanto bene ricreativo ed educativo concreto nelle associazioni sportive operanti nelle nostre realtà ecclesiali! Un fatto, questo, che non può essere superficialmente misconosciuto, né facilmente svalutato.

Non si vuole negare l'insorgere, a volte, di una qualche tentazione strumentale, come se lo sport fosse solo un mezzo di attrazione dei ragazzi e dei giovani a partecipare alla vita della Chiesa; ma se ne respinge decisamente ogni generalizzazione ed enfatizzazione. In realtà si deve riconoscere che con il gioco e lo sport la Chiesa si è inserita tra i ragazzi e i giovani in modo semplice ed efficace, nel rispetto della loro crescita e nella valorizzazione del loro gioioso incontrarsi.



L'attenzione magisteriale
6. Alla cordiale spontaneità della pratica pastorale e ad una certa debolezza della riflessione teologica fa riscontro l'attenzione notevole e significativa, distesa nel tempo e sempre più approfondita nella dottrina, del Magistero della Chiesa.

Il messaggio cristiano, infatti, tocca la vita dell'uomo in tutte le sue espressioni significative: in particolare, è attento ai fenomeni culturalmente rilevanti della persona e della società. L'azione ecclesiale perciò - ferma nei suoi riferimenti di principio, e tuttavia mai del tutto predeterminabile nelle sue applicazioni e forme concrete - si fa attenta a tutto ciò che acquista valore e incidenza nella cultura e nel vissuto di un'epoca. Lo rileva il Concilio Vaticano II nella "Dichiarazione sull'educazione cristiana", non senza un esplicito riferimento al fenomeno sportivo: «La Chiesa valorizza e tende a penetrare del suo spirito e a elevare gli altri mezzi, che appartengono al patrimonio comune degli uomini e che sono particolarmente adatti al perfezionamento morale e alla formazione umana, quali gli strumenti della comunicazione sociale, le molteplici società a carattere culturale e sportivo, le associazioni giovanili e in primo luogo le scuole»6.

E' quindi da respingere, come storicamente infondata e dottrinalmente falsa, l'opinione secondo cui la Chiesa non si sarebbe mai curata di sport, né debba in alcun modo curarsene. Come diceva Pio XII: «Lontano dal vero è tanto chi rimprovera alla Chiesa di non curarsi dei corpi e della cultura fisica, quanto chi vorrebbe restringere la sua competenza e la sua azione alle cose "puramente religiose", "esclusivamente spirituali". Come se il corpo, creatura di Dio al pari dell'anima, alla quale è unito, non dovesse avere la sua parte nell'omaggio da rendere al Creatore! "Sia che mangiate - scriveva l'Apostolo delle genti ai Corinti - sia che beviate, sia che facciate altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio"»7.
Se la Chiesa si interessa di sport, lo fa in forza della sua missione specifica: quella di annunciare all'uomo il Vangelo che libera e salva (cf. Marco 16,15). Il Vangelo, infatti, é purificazione e compimento di ogni autentica esperienza umana; é prospettiva di senso oltre l'immediato, fonte di interpretazione e realizzazione dell'esistenza; nuovo modo di giudicare e di scegliere, di operare nella vita e di rapportarsi a Dio e agli altri8. Il Vangelo è dono di vita nuova, forza critica, responsabilità di dire e fare - con tono libero e franco - la verità.

E' ancora Pio XII a ribadire che «esistono delle virtù naturali e cristiane senza le quali lo sport non potrebbe svilupparsi, ma decadrebbe inevitabilmente in un materialismo chiuso, fine a se stesso; che i principi e le norme cristiane applicate allo sport gli schiudono più elevati orizzonti, illuminati perfino di raggi di mistica luce»9.

A sua volta Paolo VI conferma: «La Chiesa, che ha la missione di accogliere ed elevare tutto ciò che nella natura umana vi è di bello, armonioso, equilibrato e forte, non può che approvare lo sport, tanto più se l'impegno delle forze fisiche si accompagna all'impiego delle energie morali, che possono fare di esso una magnifica forza spirituale...»10.

Giovanni Paolo II afferma: «La Chiesa stima e rispetta lo sport che è realmente degno della persona umana. Esso è tale quando favorisce lo sviluppo ordinato e armonioso del corpo al servizio dello spirito, quando costituisce una competizione intelligente e formativa che stimoli l'interesse e l'entusiasmo, e quando resta sorgente di piacevole distensione»11.



L'interesse pastorale
7. Sono molteplici e diverse le motivazioni che richiedono e spiegano l`attenzione pastorale della Chiesa al fenomeno sportivo. Ne ricordiamo alcune, in riferimento ai valori umani, sociali e culturali.

Anzitutto il gioco e lo sport sono attività profondamente umane, che rivelano quella dimensione ludica e quella cultura umanizzante che riscattano la persona da una impostazione consumistica e utilitaristica della vita. Inoltre hanno un valore pedagogico e costituiscono una via immediata di educazione integrale della persona. In questa prospettiva, appaiono rilevanti sia l'apporto positivo che la pratica sportiva è in grado di dare, sia i danni che una sua erronea impostazione può causare. In tal senso la comunità cristiana, soggetto globale della maturazione dell'uomo nella fede, viene direttamente interpellata nella sua responsabilità pastorale.

Oggi, inoltre, è notevolmente aumentato l'impatto sociale dei fenomeni sportivi, con ampi riflessi economici, di mentalità e di costume. A questo riguardo, acquistano immediato rilievo le strutture sportive, i mezzi di comunicazione che ne danno risonanza, gli interessi commerciali che vi si coagulano, gli stili e i modelli di vita e, quindi, i percorsi pedagogici che vi predominano. Urge allora entrare in questo complesso ambito sociale: certamente senza pregiudizi, ma con il discernimento evangelico, ossia con la sapienza che sa giudicare e denunciare e con la forza che sa proporre valori e prospettive cristiane.

Lo sport, infine, costituisce una delle matrici particolarmente significative della mentalità e del costume del nostro tempo. La risonanza assicurata dagli strumenti della comunicazione sociale fa sì che il mondo dello sport non sia affatto un settore marginale: né dal punto di vista numerico, né dal punto di vista qualitativo, cioè della proposta dei modelli di comportamento, dei valori o disvalori in gioco, delle figure di riferimento. E' senza dubbio notevole l'incidenza culturale che il fenomeno sportivo esercita, ad esempio, sulla concezione del corpo e dell'agonismo, del divertimento e della festa, della vittoria o della sconfitta. Si può comprendere l'invito rivolto di Giovanni Paolo II agli atleti: «Voi atleti siete spesso negli occhi del pubblico. Perciò avete una responsabilità soprattutto nei confronti dei giovani e dei bambini che vi guardano come modelli»12.


8. La complessa realtà dello sport può essere pastoralmente considerata, per analogia, uno degli "areopaghi moderni" che, sullo scorcio del secondo millennio, il Papa addita alla Chiesa e al suo insopprimibile slancio per la nuova evangelizzazione13. Siamo dunque nella prospettiva di una Chiesa missionaria, che vuole essere sempre più coraggiosamente impegnata a far risuonare la parola del Vangelo in tutti i luoghi significativi e quotidiani del vissuto degli uomini.

Questi approfondimenti della attenzione pastorale della Chiesa aiutano a superare le difficoltà sopra ricordate. In particolare, il pericolo che si tenda a una presenza acritica della Chiesa, una presenza cioè che si limiti a giustapporre momenti di "cura spirituale", senza cogliere l'incidenza profonda del fenomeno sportivo nei singoli e nel costume della società. Non si tratta, infatti, di "battezzare" o di catturare lo sport, ma di condurre alla sua piena verità la pratica sportiva e di aiutare gli uomini che la vivono nel loro cammino di salvezza.

Appare in tal modo la connessione nativa e originale tra la realtà dello sport e il compito di educazione, di evangelizzazione e di costruzione della società, che è proprio dell'azione della Chiesa.

L'umanesimo cristiano non può che guardare con grande favore a quanto di positivo emerge nello sport: soprattutto una singolare attenzione alla persona, ai suoi valori di libertà, intelligenza, volontà, corporeità, e alla sua essenziale apertura agli altri e alla società. Lo stesso umanesimo cristiano é vigile e coraggioso nel denunciare e rifiutare quanto di ambiguo e di negativo può contagiare il mondo dello sport.


Parte seconda
PER UNA VISIONE CRISTIANA DELLO SPORT

9. Alcuni idealizzano lo sport, facendone quasi una sorta di religione laica universale, basata sugli ideali di pace, fratellanza, lealtà, incontro tra i popoli. Altri lo demonizzano, per le deviazioni divistiche, le violenze, gli asservimenti economici, le possibili, e storicamente realissime, strumentalizzazioni socio-politiche.

Un atteggiamento ingenuamente irenico dello sport non porterebbe che a coprire interessi di parte, indegni dell'uomo e della sua verità integrale. D'altra parte la presunzione di chi lo volesse giudicare solo dall'interno non aiuterebbe la comprensione del fenomeno sportivo.

Per una corretta interpretazione umana e cristiana dell'attività sportiva è necessario il discernimento evangelico, che si avvale insieme dell'apporto specifico della fede e del contributo delle conoscenze umane. E' questo il criterio di valutazione riproposto dal Concilio Vaticano II: interpretare ogni cosa "alla luce del Vangelo e dell'esperienza umana"14.



La prospettiva teologico-pastorale
10. La visione conciliare del rapporto Chiesa-mondo spinge a chiedersi non solo cosa ha da dire la Chiesa allo sport, ma anche cosa ha da dire lo sport alla Chiesa. E' proprio questo cordiale e franco dialogo che può avviare un nuovo approccio pastorale allo sport e individuarne alcuni criteri orientativi. Come diceva Paolo VI: «La Chiesa invita a discernere quei criteri che si preoccupano di assumere tutti i valori veri e con i quali ci si impegna a fondo per dialogare con il mondo d'oggi, tenendo conto delle diverse espressioni che di fatto investono la vita personale e sociale dell'uomo»15.

Per una considerazione teologica dello sport
11. Come ogni altra realtà umana, lo sport non è il "tutto", non è un assoluto: esso rientra nell'orizzonte della creazione, ed è quindi caratterizzato insieme da potenzialità positive e da limiti. L'attività sportiva non è autonoma dal progetto salvifico di Dio, né separabile dal primato dell'uomo, e quindi non è esente dal riferimento ai valori morali.

Se è sterile e fuorviante isolare lo sport dall'evento della creazione e della redenzione, è altrettanto riduttivo pensare che la prospettiva cristiana possa essere semplicemente giustapposta allo sport. La fede infatti non si aggiunge dall'esterno, ma coinvolge e viene coinvolta in profondità nella elaborazione di progetti e programmi capaci di consentire allo sport di svolgere pienamente la sua funzione umanizzante.

La prospettiva cristiana non si limita ad inserire qualche atto religioso quasi ad integrazione della pratica sportiva. E' piuttosto la proposta di uno stile di vita, che evita lo spiritualismo evasivo ed insieme va oltre l'orizzonte puramente terreno.
Non si tratta anzitutto di richiamare alcuni principi etici da applicare allo sport come ad un settore a sé stante, ma di ritrovare e vivere la verità cristiana sull'uomo e sulla società, che illumina e valorizza anche l'esperienza del gioco, del divertimento e dello sport. Riferendosi all'apostolo Paolo, che scrive: «Ogni atleta è temperante in tutto», Giovanni Paolo II rileva il significato interiore e spirituale dello sport e fa un'importante precisazione: «Troviamo in queste parole gli elementi per delineare non solo un'antropologia, ma un'etica dello sport ed anche una teologia che ne metta in risalto tutto il valore»16.

E' da questa visione unitaria e integrale dell'uomo che possono poi scaturire criteri e norme di valutazione e di progettazione, nonchè validi modelli di esistenza cristiana anche nell'ambito della pratica sportiva. La fede offre un'ispirazione ed una forza tali da permettere all'attività sportiva di vivere e di esprimere in pienezza la propria verità umana17.

L'esperienza conferma che il limitarsi a tracciare e ad applicare le "regole del gioco" senza riferirsi ai valori spirituali e all'etica, in nome di una pretesa "autonomia" dello sport, impoverisce grandemente la pratica sportiva, snervandone la forte potenzialità formativa e sociale.

Senza in alcun modo pregiudicare e invadere la specificità propria dello sport, il patrimonio della fede cristiana libera questa attività da ambiguità e deviazioni, favorendone una piena realizzazione.

Non basta, perciò, riconoscere in astratto la congenialità delle virtù umane proprie dello sport con le virtù cristiane; si tratta piuttosto di riconoscere e di riaffermare che la stessa adesione alle virtù umane riesce difficile e quasi impossibile al di fuori di un contesto di valori e di una visione della vita capace di motivare, orientare, sorreggere scelte non sempre spontanee e immediatamente praticabili. Si tratta inoltre di riconoscere che la tradizione cristiana, che ha fecondato il terreno della civiltà occidentale, ha diffuso nelle dichiarazioni di principio e di intenti una serie di comportamenti, che sono risultati determinanti sia nello sport che nel resto della convivenza sociale: si pensi al rispetto del regolamento, alla stima per il concorrente, all'accettazione della sconfitta, alla non esasperazione dell'agonismo.

La rivelazione di Dio creatore
12. Il Concilio Vaticano II ha inserito il tema dello sport nell'ambito della cultura18, cioè là dove si evidenzia la capacità interpretativa della vita, della persona, delle relazioni.

In quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Genesi 1,27), l'uomo sta in relazione speciale col Creatore e possiede una dignità personale incommensurabile, per la quale - scrive Sant'Ambrogio - egli «esercita il dominio su tutti gli esseri viventi ed è come il culmine dell'universo e la suprema bellezza di ogni essere creato»19.

L'uomo partecipa della signoria stessa di Dio: «Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate..."» (Genesi 1,28). Sta qui il fondamento della "creatività" umana, segno e frutto della libertà. E questa rimane nella verità quando viene vissuta attraverso il dono sincero di sé, nonostante i molteplici condizionamenti di cui è segnata la vita dell'uomo.

Così nel progetto originario di Dio la persona umana non è creata per il lavoro e la fatica, il conflitto e la morte, ma per la vita e la gioia, l'incontro e il bene. Il mondo, e l'uomo nel mondo, portano l'impronta della bontà divina: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Genesi 1,31). Per questo l'azione dell'uomo nel mondo corrisponde al progetto divino quando è rispetto e promozione di tutto ciò che è buono e bello. Tanto la schiavitù dalle cose quanto il dominio sul fratello sono allora esclusi dal progetto della creazione.

Ma pur essendo costitutivamente orientato a ciò che è buono e bello, l'uomo, insidiato dal Maligno e dalle forze del male (cf. Genesi 3,1 ss), ha anche la tremenda possibilità di rifiutare il dono del Creatore, di non rispettare ma rovinare tutta l'opera di Dio. Così ogni realtà umana, in seguito al peccato, si presenta come ambivalente e contraddittoria; così il tempo libero può essere insieme una stupenda opportunità di creatività o un'occasione di alienazione, di sottomissione alla caducità (cf. Romani 8,20). Anche lo sport è soggetto a rischi ed ambiguità: dev'essere allora orientato, sostenuto e guidato perchè sia per l'uomo20.

Lo sport, luogo di valori
13. La Chiesa si interessa di sport perché si interessa dell'uomo, perché è profondamente coinvolta nella sua vicenda e impegnata, per vocazione e missione, nella sua salvezza. Nella sua prima enciclica Giovanni Paolo II ha scritto che l'uomo è «la prima e fondamentale via della Chiesa»21. Ed è con questa convinzione che si apre la Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore»22.
Per quanto non essenziale alla vita dell'uomo e della società, lo sport tocca senz'altro aspetti che sono fondamentali per la formazione della persona, nelle sue modalità di espressione e di relazione con gli altri e con il mondo creato.

Lo sport non può essere considerato come una realtà totalizzante: non è tutto, ma va correttamente rapportato a una scala di valori quali il primato di Dio, il rispetto della persona e della vita, l'osservanza delle esigenze familiari, la promozione della solidarietà. In questo senso, lo sport non è un fine. Ma esso non è nemmeno un semplice mezzo; piuttosto, è un valore dell'uomo e della cultura, un "luogo" di umanità e civiltà, che tuttavia può risolversi in luogo di degenerazione personale e sociale.

Dal punto di vista etico, lo sport ha come sua finalità oggettiva di essere "al servizio di tutto l'uomo"23, di rispettare e favorire "la dignità, la libertà, lo sviluppo integrale dell'uomo"24. Tale principio di finalità non riduce la rilevanza, altrettanto fondamentale, della corretta intenzione del soggetto coinvolto nella pratica sportiva25; ne costituisce piuttosto la guida e la regola per la sua autentica bontà.

L'affermazione della presunta "neutralità" dello sport, come esperienza sganciata da riferimenti etici, generalmente non è disinteressata, ma al servizio di una concezione mercificante della vita.

Eppure, lungo i secoli la diffusione di una concezione fortemente ideale dello sport ha prevalso sugli interessi di parte, a conferma dell'orientamento dello spirito umano al vero, al buono e al bello, nonostante il decadimento del peccato. Infatti, la sapienza di Dio si fa presente nell'intimo della coscienza come luce e guida verso il bene e la felicità mediante quella "legge naturale" che è scritta nel cuore di ogni uomo (cf. Romani 2,15) e può essere conosciuta dalla retta ragione. Le diverse leggi particolari che ne derivano - e che trovano il loro più autorevole fondamento nel Decalogo - toccano ogni ambito della vita e dell'attività dell'uomo: anche il campo dello sport. Dai comandamenti di Dio, dice Pio XII, «traggono forza anche quelle leggi, già note agli atleti del paganesimo, che i genuini sportivi mantengono giustamente come leggi inviolabili nel giuoco e nelle gare, e sono altrettanti punti di onore»26.
Quindi, se è certamente improprio parlare di sport "cristiano", o "cristianizzato", è senz'altro corretto riconoscere una specifica ispirazione cristiana dello sport, che genera un discernimento critico ed apre ad una nuova prospettiva, con notevoli effetti positivi sia per chi pratica attività sportive sia per l'intero contesto socio-culturale. L'inculturazione della fede, come inserimento e fermento della fede nelle culture, non può non coinvolgere l'ambito sportivo.

E' da respingere, perciò, l'opinione secondo cui lo sport avrebbe solo un carattere strumentale, o riceverebbe senso e convalida solo dall'esterno; al contrario, esso è in se stesso luogo di valore. Questo è il pensiero, secondo Giovanni Paolo II, dello stesso san Paolo, che «ha riconosciuto la fondamentale validità dello sport, considerato non soltanto come termine di paragone per illustrare un ideale etico ed ascetico, ma anche nella sua intrinseca realtà di coefficiente per la formazione dell'uomo e di componente della sua cultura e della sua civiltà»27.



I fattori costitutivi
14. Una lettura attenta del fenomeno sportivo come realtà profondamente umana permette di individuarne alcune componenti che, in misura diversa e secondo realizzazioni molteplici, si rivelano costanti e caratterizzanti. Non si tratta di tracciare la "figura ideale" dello sport, ma di mettere in luce come, proprio nelle sue componenti costitutive, la pratica sportiva racchiuda una vasta gamma di valori umani, personali e sociali. E' un'ulteriore conferma dell'insostenibilità dello sport come realtà "neutrale", come realtà che possa prescindere dai valori morali. Fermiamo la nostra attenzione, in particolare, sul gioco, la festa, il corpo, l'agonismo.

Il gioco
15. Lo sport è storicamente, strutturalmente e, per così dire, geneticamente connesso alla dinamica del gioco. Se ne differenzia, sia pure non adeguatamente, per una maggiore dipendenza dalla organizzazione sociale, presente anche nell'antichità, dove però i giochi organizzati mantenevano una più forte analogia con il gioco "spontaneo" di singoli e gruppi. Se ne differenzia, inoltre, per una determinazione più vincolante delle forme e per una più accentuata dimensione di spettacolarità. Differenziarli non significa tuttavia contrapporre tra loro gioco e sport, perchè l'anima dello sport è pur sempre il gioco.

La dimensione ludica appare perciò come fattore decisivo e quindi istanza critica per una corretta interpretazione e attuazione del fenomeno sportivo. Questo vale anche se è tutt'altro che facile, nel concreto, determinare in forma riconosciuta e accettata il significato e il "segno" della dimensione ludica nello sport. Anche perché quella del gioco è nozione di non univoca interpretazione.

Se definire il gioco è molto complesso, se ne possono tuttavia individuare alcuni aspetti caratterizzanti, particolarmente sensibili ai riferimenti di valore, quali sono la gratuità e la simbolicità.
16. Un aspetto rilevante, che distingue il gioco dallo sport professionistico e che pone a quest'ultimo interrogativi non eludibili, è senz'altro la gratuità.

Il gioco - almeno nella sua accezione ideale e nella sua struttura psicosociale originaria - non ha carattere produttivo, non "serve" a nulla, ma è bello e gradito per se stesso. Per questo esso appare, all'occhio della fede, come un anticipo della realtà escatologica, dove l'agire umano non é stretto dalla "necessità", e come un'espressione della dimensione di festa. Il gioco e il divertimento liberano dalla costrizione del tempo e del bisogno. Oggi, nell'era della modernità opulenta, non sono soltanto le necessità materiali a soffocare la libertà dello spirito; anzi, l'insidia che mina in radice il "tempo libero" proviene dal cuore dell'uomo, da dove scaturisce il male che ostacola il vivere "la libertà con cui Cristo ci ha liberato" (Galati 5,1). Così, nell'atto stesso della pratica sportiva, a volte anche del gioco, torna a dominare quella costrizione che ci rende schiavi.

Nel gioco non ci si aspetta un riscontro o un tornaconto dall'esterno: si è paghi della soddisfazione di essersi espressi al meglio, di aver raggiunto un traguardo ambìto; anche di aver riportato vittoria. Ma questo non è sempre spontaneo e scontato. Se perde la propria originaria funzione e si lascia condizionare da altri interessi, anche il gioco assume carattere di dura competizione e tende inesorabilmente a strutturarsi in forme soggiogate dalla cultura della prestazione, che strumentalizza al risultato ed estenua la gratuità. Così accade diffusamente, di fatto, nella pratica sportiva agonistica.
17. Il gioco ha un grande valore simbolico, in quanto richiama che la persona umana non è riducibile a forza di produzione e di consumo, perchè sperimenta un innato bisogno di gioia e di festa, di creatività e di fantasia, di ricarica interiore e di pacificante incontro con gli altri. Tutto questo patrimonio di umanità è racchiuso nel concetto biblico di "riposo" (cf. Genesi 2,2; Salmo 23,2), che testimonia l'orientamento dell'esistenza ad andare oltre l'immediato e il contingente.

L'esperienza conferma che l'uomo, chiudendosi nel proprio egoismo, resta vittima della logica del predominio e, riducendosi a puro strumento di economia e/o di potere, mortifica la propria comunicatività. Il gioco e lo sport, se vissuti correttamente, hanno in sé la capacità simbolica di restituire l'uomo al senso profondo del vivere, di prefigurare e in qualche modo anticipare il mondo ideale, il mondo nuovo, liberato dalla schiavitù del male e della morte.

La libertà, che il gioco e lo sport, mantenuto nella sua nativa dimensione ludica, evidenziano e propongono, non equivale affatto all'arbitrio spontaneistico, che si traduce nel disimpegno sterile o nell'autoaffermazione prepotente. Anche il gioco si struttura necessariamente in regole che vanno rispettate con rigorosità e lealtà, ma che si differenziano radicalmente dalle leggi dell'efficientismo, vero nemico della libertà di essere e di manifestare positivamente se stessi.

Il gioco stimola a mettere seriamente in discussione i criteri che guidano la nostra società. L'era della scienza e della tecnica ha arricchito le nostre conoscenze e riempito i nostri magazzini di utili e a volte terribili strumenti, ma ha impoverito la nostra capacità di esperienza e di sapienza. Nonostante l'ampliarsi della disponibilità di tempo libero, l'homo faber ingloba sempre di più e quasi soffoca l'homo ludens. Un'umanità privata della fantasia e della gioia, della festosità e del gioco si immiserisce e tende inesorabilmente all'autodistruzione. Purtroppo questo sembra avvenire, come in una parabola inquietante, proprio nel mondo dello sport, spesso esacerbato dalla estremizzazione e dalla violenza, così che i terreni di gioco tendono a trasformarsi in campi di battaglia.

Più che non la denuncia e la condanna, è utile l'individuazione delle dinamiche perverse che i meccanismi di profitto e di violazione della dignità della persona mettono in atto. Solo incidendo su di essi e proponendo la pratica sportiva secondo gli ideali di un autentico umanesimo e, ancor più, di una convinta adesione ai valori del Vangelo, è possibile colpire alla radice questo virus insidiosissimo, che distrugge lo sport dall'interno.

Si rende inoltre necessario vagliare se e come la dimensione ludica - garanzia non unica, ma importante e rivelatrice, della qualità umana dello sport - permanga e possa permanere nello sport professionistico, invaso dagli interessi economici e asservito alla spettacolarità. Se esso, cioè, sia ancora capace di gioia e di festa. Se non sia indispensabile rivedere, con autentica profezia, il quadro di valori cui esso fa riferimento e si ispira.



La festa
18. «Lo sport - diceva Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo Internazionale degli Sportivi - è gioia di vivere, gioco, festa, e come tale va valorizzato e forse riscattato, oggi, dagli eccessi del tecnicismo e del professionismo mediante il recupero della sua gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l'apertura gli uni verso gli altri, come espressione della ricchezza dell'essere ben più valida ed apprezzabile dell'avere, e quindi ben al di sopra delle dure leggi della produzione e del consumo, e di ogni altra considerazione puramente utilitaristica ed edonistica della vita»28.
Fin dall'antichità, la pratica del gioco e dello sport è stata abbinata alla festa: lo sport produce atmosfera festosa e la festa trova nello sport un'espressione gioiosa di partecipazione e di coinvolgimento. Il divertimento, la celebrazione di un evento di interesse collettivo, il ritrovarsi insieme, il partecipare o il parteggiare in modo corretto e amichevole favoriscono le relazioni sociali ed aiutano a superare le barriere campanilistiche, locali, nazionali e razziali. Proprio il mantenere il gioco e lo sport in stretto collegamento con la vita quotidiana, evitando di isolarli o di idolatrarli, consente di stemperare le rivalità e le aggressività, come pure di incontrarsi al di là di antiche ruggini e differenze socio-culturali. Ma quando l'atmosfera di festa è rovinata o distrutta dalla pressione del "mercato", quando si creano le condizioni di una spersonalizzazione e di una massificazione anonime, allora l'incontro sportivo diventa occasione per rafforzare, diffondere e far esplodere linee di violenza che hanno nel cuore dell'uomo e nella società la loro radice malata.

Il corpo
19. Presentando lo sport in dialogo con la Chiesa, Paolo VI diceva: «La Chiesa considera il corpo umano come il capolavoro della creazione nell'ordine materiale. Ma al di là dell'esame fisico e delle meraviglie che si nascondono in esso, ritorna il corpo alla sua origine, e si volge a Colui che l'animò di un "soffio di vita", come dicono le Scritture, e ne fece la dimora e lo strumento di un'anima immortale. A questa prima dignità che il corpo trae dalla sua origine, si aggiunge agli occhi del credente quella che gli conferisce l'essere redento da Cristo e che consente a San Paolo di esclamare: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?... O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" (1 Corinti 5,15). C'è ancora di più agli occhi del cristiano: questo corpo fisico e votato alla morte, noi sappiamo che un giorno risusciterà per non morire più. "Io credo nella risurrezione dei morti" professa la Chiesa nella sua professione di fede. E' il Cristo che l'ha promesso: "Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Giovanni 11,26). "E' venuto il momento, ed è questo, in cui i morti in Cristo udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata vivranno" (Giovanni 5,25). Ecco alcuni brani, attraverso i quali la Rivelazione ci insegna la grandezza e la dignità del corpo umano, creato da Dio, da Lui riscattato, e destinato a vivere eternamente con Lui»29.
La Rivelazione biblica e la fede cristiana presentano una visione positiva del corpo umano, ponendo le basi per una sua piena valorizzazione. Nella corporeità, infatti, si riflette e si dice la sapienza creatrice di Dio; di essa, nel grembo verginale di Maria, arca dell'alleanza e nuova Eva, si riveste il Verbo della vita, ponendo la sua tenda tra gli uomini; in essa risplende la Risurrezione del Signore, vittoria definitiva sulla morte, e la fede canta la propria speranza, come professiamo nel Credo: «Aspetto la risurrezione della carne e la vita del mondo che verrà».
L'attenzione alla corporeità manifesta in modo concreto il grande rispetto che si deve avere per il valore della vita. Non mancano, tuttavia, anche a questo proposito rischi e deviazioni. Si deve registrare, purtroppo, il crescente ricorso a una medicalizzazione sospetta o inquinata. La corporeità, sganciata dall'unità propria dell'uomo e ridotta a cosa o strumento, è calpestata nella inestimabile dignità che le è propria, in quanto essa è costitutiva della persona umana. La sua stupenda armonia non esalta l'immagine originaria del Creatore, ma viene deformata e asservita alla schiavitù del risultato. E' compromessa o negata la virtù della lealtà, che fa della competizione sportiva un campo di espressione dei talenti di ciascuno e di lode a Colui che li ha donati. La luminosa capacità educativa e promotrice della persona propria dello sport, si rovescia allora nella tenebra di una controtestimonianza diseducativa. Anche questa, a suo modo, è una forma di impudicizia (cf 1 Corinti 6,13).

L'attenzione al corpo, alla sua efficienza e al suo aspetto caratterizza la mentalità d'oggi. Ma tra la motivazione igienica e quella estetica - di per sé legittime e giuste - si insinua, non poche volte, una forma ambigua e decadente di narcisismo, che stoltamente rimuove il senso del limite e insegue il mito dell'eterna giovinezza.

Il corpo, luogo della relazione con se stessi, con l'altro e con il mondo - nonché con Dio stesso -, è esposto alla perdita del suo autentico significato. Per questo lo sport può diventare esso stesso fattore di alienazione e di schiavitù della persona; ma, all'opposto, può anche costituire un'occasione privilegiata di riscatto e promozione dell'uomo, fino a iscriversi in quel "culto spirituale" di cui parla l'apostolo Paolo: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Romani 12,1).

L'agonismo
20. «L'agone fisico - diceva Pio XII - diventa quasi un'ascesi di virtù umane e cristiane; tale anzi deve diventare ed essere, per quanto sia lo sforzo richiesto, affinché l'esercizio dello sport superi se stesso, consegua uno dei suoi obiettivi morali»30.
L'agonismo è una componente insopprimibile della pratica sportiva. I fattori di problematicità, che esso pone alla finalità educativa e in particolare alla sensibilità cristiana, non possono essere superati con soluzioni di comodo. Così la frase spesso ripetuta “l'importante non è vincere, ma partecipare” fa torto alla verità. Il desiderio di vincere, di ottenere un risultato soddisfacente appartiene come elemento intrinseco e irrinunciabile alla pratica sportiva. E' fattore di stimolo, di miglioramento e di emulazione. Ciò che deve essere escluso è che la competitività, l'agonismo e lo sforzo siano vissuti "contro" l'altro. Si deve educare a vincere non sull'altro, ma al gioco e alla prova che esso propone. Si gioca insieme, non contro, in una competizione leale e serena.

Ciò esige un cammino formativo di grande impegno morale. Nel cuore dell'uomo insorgono di continuo la spinta alla prevaricazione, la tensione negativa, mai del tutto vinta, del peccato: solo se questa lotta interiore è combattuta e superata, l'agonismo sportivo - come ogni altra competizione umana - trasforma la rivalità in confronto aperto, in apprezzamento dell'altro e delle sue capacità. Ancora una volta, la ricerca del risultato e della supremazia ad ogni costo conducono dalla competizione alla rivalità, dal confronto al contrasto.

Si deve perciò attivare uno sforzo educativo in profondità. E si deve senz'altro chiarire, contro tutte le teorie della "bontà" del conflitto, riconosciuto addirittura come forza propulsiva della storia, che se l'agonismo è positivo, l'aggressività è nefasta; se l'emulazione è traente, la rivalità è deleteria; se lo sforzo è costruttivo, la violenza è distruttiva31. L'esasperazione dell'agonismo e l'abdicazione alla dimensione ludica conducono lo sport ad essere immagine non più della vita, ma della guerra.

Inoltre, l'agonismo non ben controllato e orientato può diventare attentato alla vita: il rischio cui la prestazione sportiva espone, nei confronti non solo dell' "avversario" ma anche di se stessi, non può essere spinto oltre ogni limite in nome del successo; e la sua determinazione non può essere lasciata alla esasperazione della volontà di potenza. Ne può derivare un incremento delle soglie di rischio, in nome del risultato o di una più avvincente spettacolarità. E' così disattesa l'istanza morale, che mette al primo posto la persona e la salvaguardia del valore della vita32.

Di fatto, la cattura dell'agonismo da parte delle forze economiche e ideologiche rende assai problematica la già difficile conservazione dell'aspetto di gioco e di divertimento, attraverso il quale lo sport si mantiene tra le espressioni significative della libertà e della creatività. Esso rischia così di essere ridotto, ancora una volta, a strumento di profitto alienante.

E' di grande utilità, in questo contesto, orientare educativamente agli sport di gruppo, al gioco di squadra: educare cioè alla vittoria corale, non frutto di protagonismo individuale, ma di altruismo solidale.



La dimensione socio-culturale
21. Le considerazioni precedenti hanno mostrato l'ambivalenza della pratica sportiva. Non è scontato e automatico che lo sport riesca a realizzare, quasi per capacità propria, i valori e le potenzialità positive che racchiude in sé. Alle difficoltà e debolezze, che la pratica registra, si aggiunge poi la notevole pressione dei fattori sociali ed economici. Insomma, lo sport non è l'isola felice in cui ancora vigono regole di cavalleria, trasparenza, confronto leale e aperto.
«Lo sport è certamente una delle attività umane più popolari che molto può influire sui comportamenti della gente, soprattutto dei giovani; tuttavia, anch'esso è soggetto a rischi ed ambiguità; deve, pertanto, essere orientato, sostenuto e guidato perché esprima in positivo le sue potenzialità»33.
Questa ambivalenza riappare con forza sul piano socio-culturale, in cui lo sport è inserito e con cui interagisce significativamente: basta anche solo registrare le conseguenze che sullo sport determina l'invadenza della logica efficientista, industriale, spettacolare. Nei suoi interventi magisteriali, la Chiesa non manca di richiamare l'attenzione di tutti su questi aspetti di problematicità: «Non possiamo nascondere - dice Giovanni Paolo II - come non manchino purtroppo, anche in questo tempo, aspetti negativi o per lo meno discutibili, che oggi vengono giustamente analizzati e denunciati da persone specializzate nell'osservazione del costume e del comportamento»34.

La diffusione massificante
22. Già la crescente diffusione dell'interesse e della pratica sportiva fa problema. Non si tratta certo di rimpiangere l'epoca in cui lo sport era appannaggio di pochi, dunque selettivo ed elitario. La larga partecipazione ad esso, da sostenere e perseguire, ha tuttavia favorito, di fatto, anche alcune conseguenze negative, come la manipolazione, l'incompetenza e, paradossalmente, la passività.
Si deve lamentare, anzitutto, la facile manipolazione a fini prettamente speculativi sia dell'atleta che del pubblico. Lo sportivo vede così la sua professionalità piegata agli interessi di immagine e di incasso; la ricerca dei talenti scade a raccolta di "strumenti", attratti con il miraggio della gloria e offerti sul mercato al miglior offerente. Ma anche il cittadino comune non va esente da manipolazioni. E' sollecitato, sul versante della pratica attiva (palestre, corsi...), da promesse di efficienza fisica e di successo nella vita di relazione lavorativa e personale; come spettatore, poi, è raggiunto e colpito da raffinate tecniche di cattura con frequenti spot pubblicitari, sponsorizzati ad arte; il coinvolgimento emozionale e la partecipazione agonistica creano, infatti, un'atmosfera psicologicamente molto propizia alla forza di penetrazione dei messaggi, fino a quelli subliminali, disseminati nei contorni (e non solo) dell'arena.

Non si deve dimenticare, poi, il rischio del condizionamento ideologico: a differenza del gioco spontaneo anche se i confini non sono rigidamente determinabili, lo sport è profondamente segnato dai modelli di società che lo esprimono e dagli interessi che in essa dominano, tanto da risultare potenzialmente ideologico in senso economico-politico. L'antico motto "panem et circenses" lo esprime con efficacia. Questo rischio non è solo dell'epoca moderna, ma largamente presente fin dall'antichità: come ogni altra forma di decadimento etico, non è riconducibile semplicisticamente alle strutture della società, che pure hanno il loro marcato influsso, ma trova radice anzitutto nella ferita che si annida nel cuore di ogni discendente di Adamo.


23. Lo sport praticato registra inoltre, salvo che in ambito professionistico, fenomeni di livellamento qualitativo e di incompetenza, con inevitabili riflessi negativi sulla formazione della personalità e su alcuni aspetti della salute.

Il rilievo di incompetenza tocca da vicino anche la realtà pastorale. E' ancora diffusa, purtroppo, la convinzione, del tutto superficiale e infondata, che qualunque persona, anche se non specificamente qualificata, possa comunque promuovere e organizzare attività sportive. In un tempo complesso come il nostro, dove gli equilibri non sono garantiti dal contesto ambientale, le dinamiche di carattere psicologico, sociologico, antropologico, pedagogico e culturale, che l'attività sportiva comporta, devono essere oggetto di una seria attenzione. Considerarla come "campo neutro" è imperdonabile errore. Non ci si avvede, così, che vengono acriticamente recepiti - e magari coltivati e sottolineati nelle stesse realtà associative e parrocchiali - i modelli diffusi nella pratica corrente. E spesso sono modelli non coerenti, se non addirittura in contrasto, con i riferimenti e i contenuti specifici dell'educazione cristiana. Come si vede l'istanza pedagogica e pastorale di una riflessione seria e rigorosa manifesta tutta la sua importanza anche in ambiti comunemente ritenuti marginali o di scarsa rilevanza educativa. Questo mostra inoltre l'urgenza di dotare di un apposito bagaglio formativo e tecnico gli animatori dello sport, specie quelli che operano, spesso come volontari, tra i ragazzi.


24. Molto spesso la sportivizzazione diffusa della società non produce lo sportivo, ma la figura del tutto moderna del consumatore di sport. Paradossalmente, ma non innocentemente. La crescente diffusione dello sport "parlato" più che "praticato" dipende da una occulta manipolazione, guidata da interessi di parte. Domina, ancora una volta, la legge del mercato. Assumono sempre maggior rilevanza prospettive in cui sono al primo posto obiettivi esterni allo sport in quanto tale. Esterni, anche, alla formazione della persona, ma funzionali alla sua sopravvivenza e affermazione nel contesto della società: lo sport agisce da valvola di scarico, da ammortizzatore psicosociale, e consente di riequilibrare quelle tensioni che la frammentazione dei sistemi sociali e la spersonalizzazione dei rapporti produttivi vengono sempre più generando. Ciò spiega perché sia troppo spesso tollerata la violenza negli stadi e sopportato il costo, tutt'altro che irrilevante, del danneggiamento degli impianti e del dispiegamento di Forze dell'Ordine Pubblico che ormai ogni manifestazione sportiva comporta.

La cattura dello spettacolo
25. Il carattere di rappresentazione scenica appartiene alla tradizione sportiva fin dall'antichità. Oggi, però, è conclamato e condizionato dalle esigenze imperiose dei mezzi di comunicazione nella civiltà dell'immagine. Orari, strumenti e regolamenti subiscono modificazioni non marginali in funzione, non tanto della migliore esplicazione e fruizione sportiva, quanto della migliore ripresa e riuscita televisiva. Aumenta la pressione divistica sui campioni, sottoposti a stress innaturali dai livelli di attesa creati dai media, con l'inevitabile rimbalzo divistico e l'altrettanto inevitabile contraccolpo della disillusione e della frustrazione, quando il campione attraversa un periodo di non-forma o si esaurisce l'arco, spesso non lungo, delle prestazioni ottimali. E' la logica perversa dei circenses dilatata a dimensione planetaria. Lo sport diventa così schiavo della sua messinscena.

Non che l'aspetto spettacolare sia in se stesso negativo. Le dimensioni di gioco e di festa, strettamente collegate al fatto sportivo, conducono linearmente alla spettacolarità. Ma la sua esasperazione, prodotta da motivazioni di potere, economico o di immagine, che si sovrappongono e prevaricano, sovverte l'ordinata gerarchia dei valori: il mezzo diventa fine, il fine mezzo. Insorgono così esigenze negative ed improprie; in primo luogo, la professionalizzazione precoce ed esasperata, che riduce la persona a strumento di produzione.

La comunità cristiana non può rimanere indifferente di fronte ad una cultura diffusa che dello sport sottolinea solo gli aspetti emotivi, consumistici e spettacolari. Neppure può accontentarsi di unirsi a quanti, spesso solo a parole, condannano tali deviazioni. Ma, ben sapendo dalla Parola di Dio e dall'esperienza amara di ciascuno che l'uomo è un essere fragile e incline al male, sicché ogni sua espressione storica può essere negativamente contagiata, la Chiesa richiama la responsabilità di tutti alla vigilanza. Inoltre, con coraggio profetico, denuncia le cause personali, sociali e culturali della spettacolarità alienante e si adopera con sollecitudine pastorale per salvaguardare i più indifesi, come i bambini e gli adolescenti.
26. L'incidenza degli strumenti di comunicazione sul fatto sportivo merita qualche ulteriore considerazione. Lo sport sembra essere diventato una realtà che si svolge soprattutto fuori dal campo: discussioni, schermaglie, notizie ghiotte... Si viene così a istituire una circolarità viziosa: gli sport esistono solo se i media parlano di loro; ma i media sopravvivono solo se parlano di sport. Con conseguenze non piccole sul piano dell'attenzione e dell'informazione rispetto ai problemi fondamentali e pressanti della persona e della società.

Si genera una sorta di ingigantimento dell'apparato informativo, economico e promozionale, rispetto al quale lo sport come tale finisce per diventare accessorio e strumentale. La spettacolarizzazione, poi, non viene giustificata da motivazioni estetiche - che mantengono una loro dignità, benché esposta a molteplici rischi -, ma economiche: lo sport soggiace alle leggi della produzione, del mercato, del profitto. Il tempo libero diventa tempo consumato solo a pagamento, da parte sia degli spettatori sia dei protagonisti. In questo senso, lo scadimento è ancora maggiore rispetto alle deviazioni dell'agonismo: si gioca non per vincere, ma per guadagnare.

Questo aspetto non è senza riflessi negativi anche sul piano pedagogico: la commistione tra spettacolarismo e incompetenza incrementa l'attrattiva del mondo magico dei ‘campioni' e può generare, insieme, la convinzione-illusione di una certa facilità dello sport professionistico e dei suoi successi. Si favorisce in tal modo la propensione diffusa a conseguire obiettivi prestigiosi senza fatica. Sta qui una delle radici di quelle deviazioni gravissime che sono il doping e la corruzione.

In questo quadro acquista rilievo la tendenza dei canali informativi a privilegiare quasi in esclusiva lo sport spettacolare di rilevanza economica. A ciò fa spesso riscontro, purtroppo, una informazione giornalistica attenta allo scandalo e allo scoop, piuttosto che preoccupata della comunicazione e del commento dei fatti sportivi, e non da ultimo dell'educazione di un pubblico chiamato ad essere serenamente partecipe e criticamente competente. Di ben poca attenzione gode, al contrario, lo sport semplice e schietto praticato da tante realtà associative che, fatte meglio conoscere e apprezzare, potrebbero ampliare il loro prezioso servizio, sanamente ricreativo e formativo. Dovrebbe essere preoccupazione e vanto del giornalismo sportivo informare anche di queste realtà, invitare lo spettatore alla loro considerazione, inserire tali manifestazioni nelle trasmissioni radiotelevisive, perché siano godute e fruite da un sempre maggior numero di persone.

La critica dello sport spettacolo non è certo in ordine a un suo rifiuto globale: se lo spettacolo è bello, è anche elevante e godibile. Essa mira al discernimento dei processi imitativi che vi sono insiti, con delicatissimi riflessi sul piano della formazione della persona. Tale critica è soprattutto in ordine alla valorizzazione dello stesso sport spettacolo, per aiutarlo a riscoprire la sua autentica capacità di festa nella grigia e anonima dispersione del mondo urbanizzato, ravvivando in tal modo la gioia del vivere insieme, in serenità e fiducia reciproca.

La pressione economica e la formazione della persona
27. Lo sport rappresenta un settore trainante, tra i più consistenti, dell'economia italiana. Sotto questo profilo, si rivela come fonte anche di occupazione e di benessere. Ma anche sotto questo aspetto non va esente da ambiguità: infatti, l'ingente indotto economico derivante dallo sport, se da un lato produce beni finanziari non secondari, dall'altro nasconde rischi e deviazioni dovuti a un processo di reificazione dello sport, sfruttato ai fini esclusivi di profitto e guadagno.

In realtà, gli sponsor e i loro condizionamenti, l'esigenza di spettacolarità, gli orari e l'intensificazione delle manifestazioni sportive, l'esasperazione degli aspetti competitivi hanno trasformato molte attività sportive da svaghi ludici a pratiche di professionisti a beneficio di una platea di spettatori.

Non si vuole certo censurare drasticamente ogni collegamento degli aspetti di interesse economico al fatto sportivo, né idealizzare, in modo retorico e quindi falso, il dilettantismo puro. Si vuole, piuttosto, reagire a una impostazione in cui tutto, dalla programmazione alla selezione, obbedisce alla suprema legge del profitto. A questa prospettiva non interessa lo sport popolare praticato, ma quello consumato da masse sempre crescenti.

Vi sono soggetti che, in vista della pratica sportiva professionistica, vengono reclutati fin dalla fanciullezza e accolti in convitti e collegi delle società sportive, con esiti preoccupanti di sradicamento, di difficoltà di inserimento sociale, di artificiosità formativa e scolastica, di allontanamento dalla pratica religiosa e dalla vita ecclesiale. Non sembra esagerato affermare che si tratta di persone a rischio per quanto riguarda il loro processo di identificazione soggettiva.

Si diffonde il fenomeno del precocismo, fino a vere e proprie forme di abuso dell'infanzia. Un "bisogno" inconscio dei genitori si incontra qui con un interesse, ben conscio e pilotato, delle agenzie economiche e "sportive", generando una forma di reclutamento e una prassi agonistica non conformi alla dignità personale e ai tempi di crescita dei ragazzi. D'altro canto, le esigenze della competizione sportiva, sempre più esasperata, premono con forza. Difficile sfuggire a queste esigenze, senza uno stacco coraggioso di mentalità, senza un progetto culturale significativo.

Questa impostazione produce conseguenze negative anche nello sport "passivo". L'appartenenza alle diverse tifoserie delle società tende a degradarsi nella esasperazione della fruizione indiretta: anche attraverso i mass-media, lo sport produce quelle forme ambigue o addirittura deviate di aggregazione, di esaltazione collettiva, di aggressività, a volte oltre la capacità di autocontrollo, che purtroppo sembrano diventate cronaca settimanale, nell'atmosfera surriscaldata degli stadi, con esiti deleteri per le persone e per lo stesso sport35.

In realtà la questione della violenza nello sport si manifesta di natura complessa, ma è certo che purtroppo l'evento sportivo fa da detonatore e da catalizzatore rispetto a disagi diffusi, sia a livello personale che sociale, di cui sono vittima soprattutto giovani e giovanissimi che vivono nelle periferie urbane e suburbane.



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