Conferimento della Laurea ad honorem in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica al Prof. Massimo Cacciari



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Conferimento

della Laurea ad honorem in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica

al Prof. Massimo Cacciari

24 maggio 2014
Laudatio

Prof. Ivano Dionigi

Magnifico Rettore
«Filologia», ovvero «pietas per la tradizione viva»
Oggi l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna saluta nel Prof. Massimo Cacciari non solo un maestro degli studi filosofici, ma un “filologo” nel senso pieno e perentorio della parola; un pensatore che cerca il logos in tutta la sua profondità e che sa vedere nella “filologia” – così lui ha scritto – «la pietas per la tradizione viva», l’«amore per il classico come cardine delle nostre inquietudini».

Nessuna, fra le numerose opere di Massimo Cacciari, prescinde dal rapporto antico / moderno; molte affrontano in maniera tanto diretta quanto feconda il pensiero dei principali filosofi antichi; tutte costituiscono una riflessione sulla concreta temporalità e storicità del pensare, entro la quale temi e idee classici trovano la loro coerente collocazione quali elementi di un orizzonte imprescindibile.

Un orizzonte che è insieme temporale e spaziale, perché l’antichità di Massimo Cacciari è innanzitutto fatta di topoi, di “luoghi” che è impossibile non attraversare e riattraversare di continuo; uno spazio dove, secondo le sue più recenti parole: «le vie […] sono palintrope, riavvolgentesi su se stesse, e spesso per avanzare ritornano sui propri passi. Vie che ogni camminante produce col suo stesso andare, e tuttavia esse costituiscono un luogo: tutte scaturite da quella originaria energia che dal “centro” proviene, e tutte aliene dal disporsi secondo ordini cronologici; tutte in qualche modo contemporanee».

Mai, nella sua opera, l’antichità è eredità inerte o passivamente ricevuta; essa è sempre, con Goethe, “eredità da conquistare”, nella convinzione che «“Classico” […] non esprime alcun rimando al passato, tantomeno al morto passato, bensì il più fiero contrasto al modo, all’ora. “Classico” è ciò che attualmente non è “moda”, non è il ritornello dell’ora; esso porta in sé un timbro di battaglia, un’esigenza di contra-dizione. I classici dovrebbero armarci per affrontare l’ora, questa ora, en parrhesia. L’opposto, dunque, di un invito al ritiro, alla fuga, o al disprezzo dell’ora. Ciò che è classico comprende l’ora in tutta la sua potenza e nei suoi limiti. Comprende l’ora non per adattarvisi, ma per resisterle e sopravviverle»1.

Tale concezione perennemente e fermamente “antagonistica” della classicità, intesa come testimonianza stessa di un pensare sempre “in situazione” e sempre conscio del proprio divenire («l’ora in tutta la sua potenza e nei suoi limiti»), ha consentito a Massimo Cacciari non solo di offrire letture originalissime e illuminanti di singole opere antiche, non solo di indagare, per via etimologica, i termini fondanti del lessico intellettuale europeo, ma anche di riconoscere i percorsi meno visibili di un perpetuo Fortleben classico che diviene misura e paragone inevitabile della modernità e contemporaneità.

È significativo che anche in un’opera d’esordio come Krisis (1975), dedicata alla tradizione del “pensiero negativo” tra Nietzsche e Wittgenstein e apparentemente aliena da ogni confronto diretto con la classicità, l’eredità antica emerga continuamente in filigrana attraverso figure quali Hölderlin, George o Rilke, o attraverso l’indagine della “filosofia della musica” tra Wagner e Mahler, secondo una prospettiva che interesserà poi tutti gli «uomini postumi» della cultura viennese analizzati in Dallo Steinhof (1980, 20052) o tutte le riflessioni sulla nozione di “Legge” affidate a Icone della Legge (1985, 20022).

Nelle opere successive, il confronto con i classici diviene costante e sempre più vitale. E la stessa classicità appare, attraverso le letture di Massimo Cacciari, una realtà nient’affatto “monumentale”, nient’affatto coesa, omogenea o normativa: la classicità, insegna Cacciari, reca in sé il proprio laborioso perdurare ed esibisce le proprie intime fratture; il suo sviluppo è tutt’altro che lineare o teleologicamente orientato, e sempre in essa prevalgono dialettica e conflitto su continuità e lunga durata, si tratti di analizzare la tradizione platonica, la novitas cristiana o la teologia agostiniana. Perché «il classico non rappresenta la “norma”, la condizione normale, il continuum, ma ciò che lo interrompe. Lo “stato di eccezione”, l’attimo in cui occorre decidere»2.

Tre, in sintesi, le linee di forza lungo le quali si è sviluppata l’incessante riflessione di Cacciari sul classico e sulla sua permanenza: la tradizione metafisica di origine platonica, analizzata nei suoi intimi legami con politica e praxis storica; la tradizione teologica cristiana fra Paolo e Agostino, fino alle sue riletture medioevali e moderne; la tragedia intesa sia come fenomeno storico-letterario concreto, sia come incessante provocazione lanciata al pensiero metafisico e politologico. Grossolano e fuorviante sarebbe discernere troppo rigidamente le tre linee, perché proprio la loro intima connessione fa il carattere originale e magistrale di molte letture da lui proposte, sempre caratterizzate da un’attenzione al logos inteso come ratio et oratio, come esercizio del pensiero e come concreta realizzazione di quel pensiero nelle parole dei testi.

È doveroso ricordare, per quanto concerne il primo punto, il contributo fornito in Dell’inizio (1990, 20012): dialogo serrato e frontale con le questioni poste da Platone (in special modo il Platone “parricida” del Parmenide) e con tutta la tradizione neoplatonica tardo-antica e medioevale, da Plotino, Proclo e Damascio fino a Scoto Eriugena, Eckart e Cusano; centrale, in questo dialogo, il nodo del rapporto fra theoria e praxis, intesi non come un astratto contrasto di «fare» e «non fare», ma come solidale «drama» che fonda l’esserci stesso dell’uomo; donde una lettura assolutamente originale, e affrancata da ogni scolastico cliché, dello stesso pensiero politico antico, dei suoi contrasti apparenti e inapparenti, che nei successivi Geofilosofia dell’Europa (1994, 20032) e L’arcipelago (1997) condurrà Cacciari a misurarsi con la tradizione politologica che muove da La Repubblica platonica e conduce fino a Carl Schmitt.

Strettamente connesso al confronto perpetuo con gli interrogativi fondanti del platonismo è il dialogo con la tradizione teologica dell’antichità cristiana, della patristica, del misticismo medioevale, i cui motivi sono còlti anche in sorprendenti riemersioni novecentesche tra Florenskij, Rosenzweig e Kafka (Icone della Legge, 1985, 20022). È in Della cosa ultima (2004), in particolare, che tradizione platonica e tradizione paolina, contemplazione plotiniana e imitatio Dei pagana e cristiana costituiscono i solidali motivi ispiratori di un’indagine che dall’antichità ci guida fino al Novecento inoltrato, senza mai distinguere fra teologica, metafisica e filosofia della prassi. Anche nel commento dedicato alla prima ingiunzione del Decalogo (I comandamenti. Io sono il Signore Dio tuo, 2010), Cacciari indaga il legame fra la nozione di monoteismo e il fondamento dell’agire-pensare umano. È l’idea paolina di Katechon, poi, a ispirare la ricerca, insieme teologica e politologica, del recente Il potere che frena (2013): saggio d’esegesi dedicato alla Seconda lettera ai Tessalonicesi e alla storia illuminante della sua interpretazione, da Agostino, attraverso Dante e Calvino, fino a Dostoevskij.

Infine, misurarsi con la metafisica e la teologia della classicità significa, per la tradizione di pensiero europeo cui Cacciari orgogliosamente si richiama, misurarsi con le sfide poste dalla tragedia a ogni filosofia e a ogni fede: una tragedia mai fossilizzata in un’astratta nozione di “tragico” o “pensiero tragico”, ma sempre indagata nelle sue concrete realtà testuali. Oltre ai numerosissimi e fertili spunti interpretativi che attraversano l’intera opera di Cacciari, giova ricordare almeno il confronto diretto, da traduttore, con l’Antigone (Einaudi, Torino 2007); la sua precoce collaborazione drammaturgica al Prometeo di Luigi Nono (1984); la sua recente rilettura dell’Ecuba euripidea (Il dolore dell’altro. Una lettura dell’Ecuba di Euripide e del libro di Giobbe, Saletta dell’uva, Caserta 2010).

Filosofo e insieme filologo, in ciascuna delle letture qui evocate Massimo Cacciari ha saputo rivitalizzare in maniera inedita il patrimonio della filosofia, della poesia e della teologia antiche, scoprendo nessi e delineando rapporti che inscindibilmente legano – oltre ai grandi campi del sapere occidentale ‒ l’antico, il moderno e il contemporaneo.

“Filologia”, per Massimo Cacciari, non è pretesa di «estrarre la verità dal pozzo a forza di anà e katà» (Nietzsche); “filologia” non è “filologismo”, quel vizio che – ci ha ricordato proprio due giorni fa, allo Stabat Mater dell’Archiginnasio – «se non è ancora morto, va fatto morire presto». La sua peculiare “filologia” è davvero amore del logos in tutte le sue forme: il pensiero e la parola, la parola della filosofia e la parola della poesia, la ricerca strenua dell’etymon come verità dinamica che si deposita nei termini-chiave della riflessione occidentale e attende, al variare degli orizzonti storici e culturali, una reinterpretazione sempre nuova.

Difficile dire se ci sia riuscito, ma certo Massimo Cacciari non hai mai desistito dal tentativo di rispondere alla domanda del Salmo: Sapientia vero ubi invenitur?




1 M. Cacciari, Brevi inattuali sullo studio dei classici, in Aa.Vv., Di fronte ai Classici, a c. di I. Dionigi, Bur-Rizzoli, Milano 2002, pp. 21-29: p. 23.

2 M. Cacciari, Brevi inattuali, cit., p. 24.




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