Coniugi (Rapporti patrimoniali tra)



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ollettino mensile d’informazione dei notai del Collegio di Campobasso, Isernia e Larino a cura del notaio Riccardo Ricciardi–Anno VII–N.76-77–12 settembre 2001


















ISPEZIONE DEGLI ATTI


Quando è da ritenersi conferito in una procura il potere di compiere un atto?

Dall’art. 1708 cod. civ. Contenuto del mandato.

[I]. Il mandato comprende non solo gli atti per i quali è stato conferito, ma anche quelli che sono necessari al loro compimento.

[II]. Il mandato generale non comprende gli atti che eccedono l’ordinaria amministrazione, se non sono indicati espressamente.

si desume che la distinzione tra procura speciale e procura generale è ad un tempo affermata e smentita dalla stesse disposizioni normative.

Vi può essere infatti una procura speciale afferente ad un solo affare (es.: procura a vendere grande complesso azienda-le) ma legittimante una complessa attività da parte del procuratore.

Il procuratore speciale, inoltre, può compiere tutti i negozi aventi connessione o dipendenza rispetto all’atto specificato: il conferimento della procura a vendere un bene è comprensivo del potere di stipulare anche il contratto preliminare (Cassazione civile, sez. II, 23 aprile 1980 n. 2680); la stessa giurisprudenza ha ritenuto una procura a vendere un bene determinato, quindi relativa ad un affare singolo, con l’autorizzazione ad inserire nel contratto di vendita tutte le condizioni ritenute dal mandatario necessarie nel-l’interesse del mandante, come procura generale comprensiva di qualsiasi potere, anche quello di costituire servitù per agevolare la vendita (Cass., 27 aprile 1968, n. 1313, in Giur. it. Mass., 1968, 464).

D’altra parte, la procura generale non comprende gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione se non espressamente enunciati e, inoltre, la stessa procura ad amministrare potrebbe non essere generale se il mandante ha specificato gli atti di amministrazione attraverso un’elenca-zione rigorosa e tassativa.

In altri termini, la procura speciale potrebbe essere per l’oggetto generale (assumerebbe così una coloritura giuridica quella nota formula, che altrimenti sarebbe contraddittoria in termini, adoperata nel lessico notarile “conferisce procura speciale, e per quanto infra generale,” ) e la procura generale per investire anche gli atti di straordinaria amministrazione deve essere contestualmente speciale.

Sembra dunque preferibile parlare di procura a contenuto determinato o indeterminato per stabilire la discrezionalità rimessa al rappresentante.

Quanto alla procura generale che per gli atti

di straordinaria amministrazione deve essere speciale, la formula notarile adoperata “possa compiere qualsiasi atto di amministrazione ordinaria e straordinaria e di disposizione relativamente a tutti i beni, mobili ed immobili, di proprietà di esso mandante e così in via esemplificativa, abbia a:” perderebbe il suo valore contraddittorio se si ritenesse che ai fini della "indicazione espressa" degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione sia sufficiente la menzione del tipo astratto di negozio senza necessità di ulteriori specificazioni.

Sulla relatività della contrapposizione fra procura generale e speciale già sottolineata dalla dottrina correlativamente all’altra fra amministrazione e disposizione si è d’altronde pronunciata la giurisprudenza, la quale ha determinato l’estensione dei poteri rappresentativi anche sulla base di elementi estrinseci alla procura, quali la veste nella quale il conferente diede la procura e la natura dell’attività da lui svolta.

Secondo la giurisprudenza (Cass. 2860/80, Cass. 461/64; Cass. 1985/62) la menzione espressa può anche "prescindere dal richiamo ad una professata ipotesi speciale di fatto".

Se dunque non è sufficiente una formula che autorizzi a compiere "qualunque atto eccedente l’ordinaria amministrazione”, perché la norma contenuta nell’art. 1708 c.c. ha anche la funzione di richiamare l’attenzione del mandante sulla gravità e sull’importanza degli atti, non occorre, d’altro canto, una elencazione tassativa di tutte le categorie di affari per cui il mandato è consentito.

In conclusione è sufficiente una indicazione anche esemplificativa, suscettibile di interpretazione estensiva.

A tali conclusioni si giunge anche tenendo presente l’art. 12, 1. camb.,

“La facoltà generale di obbligarsi in nome e per conto altrui non fa presumere, salvo prova contraria, la facoltà di obbligarsi cambiariamente.

La facoltà generale di obbligarsi in nome e per conto di un commerciante comprende anche quella di obbligarsi cambiariamente..”

SOCIETÀ


Nelle società in accomandita semplice il socio accomandante può essere socio d’opera?

Secondo una parte della dottrina i soci accomandanti sono soci di capitale e non possono essere soci d’opera.

A sostegno di tale assunto si sottolinea che:
- l’accomandante è un socio di capitale ed i suoi conferimenti devono avere ad oggetto beni idonei alla garanzia dei creditori (cfr. F. Galgano, Società in genere, Società di persone in Cicu-Messineo Trattato di diritto civile e commerciale, Giuffrè, Milano 1982; G. Cottino, Diritto Commerciale vol. I tomo II Cedam Padova, 1994)
- conferendo opera il socio accomandante sarebbe sottrat­to ad ogni rischio di perdita (cfr. SIMONETTO) e non si giustificherebbe la previsione (art. 2322 c.c.) della libera tra­smissibilità della partecipazione dell’ac-comandante per causa di morte, libera trasmissibilità che è sembrata presupporre «la fungibilità del conferimento, carattere riscontrabile solo nel conferimento di capitale» (così GALGANO).
Contra si afferma che è ammissibile il mero conferimento d’opera da parte dell’acco-mandante in quanto la funzione del conferimento non è quella di dotare la società di beni idonei alla garanzia dei creditori ma quello di procurarsi beni strumentali per l’esercizio dell’impresa (cfr. in tal senso F. Corsi, Società in accomandita, Enc. Giur. Treccani; F. Di Sabato Manuale delle società Utet, Torino 1984).

In tal senso è anche la giurisprudenza (Cass. 4 febbraio 1987, n. 1099; cass. 18 ottobre 1985, n. 5126) per la quale è ammissibile la deroga pattizia al disposto del primo comma dell’art. 2322 che dispone la trasmissibilità mortis causa della quota di partecipazione del socio accomandante, anche se non contiene l’inciso "salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo", che figura invece nel secondo comma a proposito della trasmissione inter vivos.

“Non è certo vero, in linea generale, che sol perché una norma non contempli espressamente una simile possibilità di deroga essa sia da ritenere inderogabile; ed il fatto che la deroga sia stata prevista dal secondo comma del medesimo articolo, in tema di trasferimento inter vivos, si spiega, presumibilmente, solo con la maggiore frequenza di quest’ultima fattispecie. Per poter davvero affermare che la regola legale della trasmissibilità per causa di morte della quota del socio accomandante non è disponibile da parte dei privati interessati occorrerebbe riuscire ad identificare una ragione logica e giuridica che vi osti.

Ma non sembra assolutamente che una tale ragione sussista, non essendo qui in gioco interessi che trascendano quelli dei privati contraenti, né potendosi seriamente affermare che la previsione statutaria dell’intrasmissibilità della quota urterebbe contro uno dei connotati essenziali del tipo di società in esame. Nella quale è bensì vero che la posizione del socio accomandante risulta connotata da scarsa rilevanza personale (il che spiega, appunto, la previsione dettata, in linea generale, dal citato primo comma dell’art. 2322 ), ma non fino al punto da vietare alle parti di riconoscere, invece, anche alla partecipazione di detto socio un certo grado di specificità e di infungibilità, quando le esigenze del caso concreto lo suggeriscono. Non occorre dimenticare che si tratta pur sempre, dopo tutto, di una società alla quale la legge non riconosce neppure una vera e propria personalità giuridica e che, perciò, rientra anch’essa nel novero delle società personali; e neppure può essere trascurato, sul piano sistematico, che persino nella disciplina della società a responsabilità limitata, che invece è a tutti gli effetti una società di capitali, sussiste la possibilità di prevedere statutariamente l’intrasmissibilità mortis causa della quota di partecipazione del socio (art. 2479, primo comma, cc ), onde sarebbe davvero paradossale negare, invece, un’analoga possibilità negli statuti della società in accomandita semplice.”

D’altra parte, se così fosse, il divieto di effettuare conferimenti d’opera dovrebbe estendersi a tutti i soci nel caso in cui fosse pattuita la libera cedibilità delle quote.

Quanto all’argomento tratto dall’assenza di rischio, la possibilità di perdere l’attività lavorativa, prestata senza averne ricavato i frutti sperati, unita alla considerazione per cui i creditori sono comunque garanti­ti dalla responsabilità dell’accomandatario (DI SABATO, F.), dovrebbero consentire di superare tutte le perplessità di ordine patrimoniale circa l’ammissibilità di conferimenti non di capitale da parte degli accomandanti.





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