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CONSECUTIO TEMPORUM


Rivista critica della postmodernità

Numero 11, Luglio 2017



L’animale che parla e la (im)possibilità d’immanenza

Pasquale Amato




Si leva un canto, ora si avvicina ara si allontana. La stessa cosa accade sul piano di immanenza: molteplicità lo popolano, singolarità entrano in connessione, processi o divenire si sviluppano, intensità salgono o discendono.

(Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Macerata 2014, p. 195)




1. Con Deleuze

1.0. Gli Storytelling su Deleuze

Leggere Deleuze è faticoso. Fatica protratta e, a volte, poco ricompensata. In sottofondo, le articolate connessioni tra teorie filosofiche classiche, rivisitate ed emendate a comporre tesi originali, con una scrittura “compressa”, difficile, mai accomodante, provocatoria, colta e strafottente. In più, intuibili tra le righe, nozioni matematiche, leggi della fisica e altri complementi, che dimostrano un’attenzione aperta e interessi allargati, e pretendono una competenza del lettore a ben vedere non ovvia. L’impulso a desistere mi accompagna anche ora.

Il testo di Deleuze si presenta come un labirinto di premesse inespresse, parole inattese, movimenti poco assecondabili, i quali potrebbero indurre all’abbandono del tentativo di dare un’intelligibilità al testo deleuziano usando come alibi la sua mancanza di chiarezza, la complessità gratuita e l’oscurità delle fonti direttamente o indirettamente citate.1

Ho chiesto aiuto, com’è giusto, e le letture si sono moltiplicate, ma con soddisfazione. Ringrazio innanzitutto (ci tengo molto) Antonello Giuliano, che con generosità ha risposto (se ne pentirà?) a un mio messaggio (posta elettronica da uno sconosciuto), fornendomi una ricca raccolta di suoi testi – materiale pregiatissimo, altrimenti irreperibile – da cui ho imparato (tantissime cose, ma soprattutto) a orientarmi nella trama complessa dei riferimenti storico-filosofici impliciti nel pensiero di Deleuze, a riconoscere le voci, a cogliere i raccordi e le torsioni che Deleuze opera in essi. Ho anche approfittato, con grande giovamento, del profilo deleuziano tratteggiato anni fa da Chiara Di Marco, su Informazione Filosofica: una sintesi chiarissima e completa, che ho apprezzato molto come supporto all’organizzazione del mio schema mentale sull’autore.

Sui testi di Deleuze, ho passato ore e giorni, e continuerò a farlo, ma i tanti testi su Deleuze mi intrigano. Sono ormai convinto di poter catalogare gli interpeti in tre gruppi: quelli che, esperti, analizzano il percorso riflessivo e approfondiscono gli aspetti storico-filosofici più significativi; quelli più audaci che, cogliendo spunti concettuali e nessi con altri pensatori, traggono da Deleuze un impulso propulsivo verso nuove filosofie; quelli tout court entusiasti, infine, che impegnati a emularne la complessità espositiva, propongono appassionate apologie del deleuzismo, spesso criptiche per il mio livello di comprensione (e che hanno un po’ il sapore di occasioni perse). Tre forme di storytelling, direbbe Baricco, tre diverse strategie di narrazione. Ognuna rispettivamente tesa a trasmettere una diversa istanza: per i primi, gli esperti, si tratta di inquadrare il pensiero di Deleuze in una classificazione storico-filosofica che consenta una lettura comparativa con altri filosofi e a cui la riflessione degli studiosi possa appoggiarsi; per gli entusiasti, il sottotesto è “Ci ho lavorato tanto, ora mica vorrai che ti passo gratis il risultato: devi studiare, e poi rassegnarti, perché non sei bravo come me”. Ma è degli audaci che più mi interessa: in loro, la passione – la stessa che muove gli esperti e anche, confido, gli entusiasti – evolve a voglia di vivere secondo filosofia, e Deleuze offre spunti fecondi per una tale visione. Simpatizzo per loro, mi identifico, persino, ma l’empatia che provo, alla fine, si rivela affinità disgiuntiva.

In una lezione su Leibniz2, Deleuze illustra la teoria matematica dei punti di inflessione. Attraverso il registro filosofico, allude all’ipotetico scenario in cui infiniti mondi sussistono e si mescolano, ognuno composto da imponderabili connessioni di linee curve irregolari risultanti dal moto di punti singolari (singolativi, a dirla tutta) i cui accadimenti convergono, si intersecano o divergono in un continuo divenire di eventi compossibili. Esaminando una delle curve così concepite e individuando, per più concavità attigue, il centro di curvatura (punto di incontro dei vettori di concavità, cioè delle perpendicolari alle tangenti lungo la curva), mostra che tale centro si sposta definendo una regione, che dunque tale centro «ha un sito». In sintesi: nell’inflessione, a ogni lato concavo della curva è attribuibile un centro, determinabile – dice Leibniz – come punto di vista; tale centro percorre una regione, dunque si può parlare di «sito del punto di vista». Conseguentemente, qualsiasi punto dello spazio – in quanto punto in cui convergono infinite rette – è un possibile punto di vista su un’inflessione a curvatura irregolare.

«Che strano mondo,» considera tra sé Deleuze, «questo di Leibniz! È chiamato mondo barocco». In questo mondo leibniziano, ognuno di noi è un punto di vista «a distanza finita», in cui infinite rette si intersecano a definire una prospettiva conica, e la cui particolarità è di essere in reciproca immanenza con il punto di vista di Dio, centro «a distanza infinita» della prospettiva cilindrica che include tutte le infinite prospettive coniche: «Dio e le creature sono punti di vista reciprocamente immanenti […]. Non c’è espressione migliore di: “noi siamo prospettive coniche immanenti alla prospettiva cilindrica di Dio”».

Ora, molte delle rette “filosofiche” che in me concorrono riguardano il linguaggio, e su questa base mi confronterò con tre opere i cui autori seguo con interesse e stima: Gilles Deleuze di Rocco Ronchi, Filosofia dell’animalità di Felice Cimatti, Il sintomo di Lacan di Alex Pagliardini. Tre testi che hanno in comune un riferimento più o meno forte a Deleuze, e in particolare alla concezione deleuziana dell’orizzonte di pura immanenza in cui l’esistenza si esprime, in cui «stanno tutti i corpi, tutte le anime, tutti gli individui»3. I tre autori condividono, tra l’altro, lo studio attento di Lacan che, in diversa misura, suggestiona e arricchisce le rispettive analisi. Tenterò, allora, di mettere a fuoco alcune loro riflessioni che, ognuna a suo modo allacciandosi al pensiero lacaniano, convergono su una particolare lettura dell’opera di Deleuze.

Ricordo, per avviare il discorso, che Lacan concepisce la realtà come risultante dell’interazione tra i tre registri dell’Immaginario, del Simbolico e del Reale, interazione le cui modalità determinano il nostro senso di realtà. Quando il nodo che lega i tre registri si allenta, il Reale – irrappresentabile e indicibile, dissimulato nell’immaginario e solo avvertibile per mediazione del simbolico – affiora in noi con effetti (il sintomo) nevrotici o, peggio, psicotici.

Con l’intento di dispiegare un ampio sfondo deleuziano entro cui collocare le argomentazioni, farò preliminarmente perno sul testo di Ronchi, per poi arricchirlo con le particolari angolature del punto di vista di Davide Tarizzo. So che il risultato comporta due criticità apparentemente discordanti: da una parte, fatalmente, il quadro del pensiero di Gilles Deleuze mancherà di molte delle sue rizomatiche espansioni; dall’altro, il piacere della scoperta dei suoi movimenti riflessivi mi porterà a perlustrare aree più spaziose di quanto strettamente necessario ai fini del presente scritto. Parlo, in ogni caso, di una ricerca per me appagante: spero che si avverta lo slancio, e che contagi.




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