Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice


Sintesi dei nuovi principi giurisprudenziali in tema di interpretazione del contratto



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Sintesi dei nuovi principi giurisprudenziali in tema di interpretazione del contratto
L’intuizione della improrogabile necessità di un cambiamento e la ricerca di una diversa prospettiva è il merito attribuibile ai tre giuristi che hanno, con la loro lungimiranza, ispirato le decisioni della House of Lords considerate leading cases nell’ambito della problematica della interpretazione del contratto e della ricerca della comune volontà delle parti. Si tratta precisamente di due casi: Prenn v. Simmonds e Reardon v. Hansen-Tangen emessa negli anni Settanta e Mannai Investment Co. Ltd. v. Eagle Star Life Assurance e Investor Compensation Scheme Ltd v. West Bromwich Building Society della fine dei Novanta.
In particolare, il merito di aver indicato la corretta direzione al cambiamento è di Lord Wilberforce, il quale, con le due pronunce degli anni 1970, ha evidenziato in primis l’inadeguatezza di una interpretazione «in vacuo»287, vale a dire una spiegazione del contratto esclusivamente letterale e avulsa dal contesto in cui esso trova origine.

In secondo luogo, ha dato risalto, tra le circostanze giuridicamente rilevanti, alla ragione economica.

In sostanza non ha fatto altro che ribadire che, stando anche alla lettera del contratto ed alla comune volontà dei contraenti da essa desumibile, non può interpretarsi ignorando il peso del risultato perseguito.
In questa scia si innestarono poi a distanza di un ventennio, le idee di Lord Hoffmann e Lord Steyn, i quali dimostrarono che l’ermeneutica contrattuale deve essere governata e regolata da principi di senso comune in tutto e per tutto assimilabili a quelli che regolano, nella vita quotidiana, l’interpretazione di qualsiasi dichiarazione rilasciata seriamente.

Per fare ciò è necessario che l’interprete si «metta nei panni» dei contraenti, libero di considerare tutte le circostanze che caratterizzano il caso concreto288.


Va osservato che il nuovo metodo interpretativo non si serve di rigidi ed articolati principi di interpretazione, come quelli conosciuti principalmente attraverso famose massime latine, come, a titolo esemplificativo, quella che va sotto il nome di ejusdem generis rule289.
Piuttosto l’approccio moderno utilizza cinque principi generali, valevoli per tutti gli atti di autonomia privata, non sono ordinati tra di loro attraverso una scala gerarchica ma chiamati ad intervenire sempre e comunque e, quindi, destinati a sovrapporsi.
Schematicamente, possono così individuarsi: 1) l’ approccio oggettivo; 2) l’importanza dell’elemento testuale che rappresenta comunque il mezzo ermeneutico principale; 3) il «metodo olistico»290, cioè la necessità di estendere l’indagine a tutto il testo unitariamente considerato nel tentativo di individuare la ratio sottesa all’intera operazione contrattuale (si parla anche di contesto esplicito)291; 4) l’adozione della regola della context rule (che apre la strada alla considerazione del contesto implicito);(5) il cosiddetto purposive o commercial approach, e cioè il fatto che la Corte deve interrogarsi sul motivo di una singola clausola o dell’intera operazione economica posta in essere dalle parti per verificare che il senso letterale non strida con quanto perseguito dalle parti.
Operata la saldatura tra i principi di interpretazione del contratto e i principi della comunicazione intesa come processo sociale, gli autori si caricano del compito di dimostrare che l’approccio oggettivo non è smentito dall’uso dei principi interpretativi di senso comune né è con essi incompatibile.
Lord Hoffmann nel caso Mannai292esplica tale presa di posizione affermando che chiamare l’interprete a scoprire l’intenzione del dichiarante non mina l’oggettività del metodo, anzi, al contrario, è più arduo, se non impossibile, sostenere la nozione di interpretazione conforme agli intendimenti soggettivi dei contraenti. Egli, infatti, osserva293, che «for the purposes of interpreting what other people say, we have no direct access to their subjective mental states, no window into their minds».
Dunque, ciò che ogni giudice nell’esercizio dei suoi poteri può, e deve, fare è innestare la dichiarazione testuale in un terreno fatto da tutto il contesto, comprese le stesse notizie che egli abbia su chi ha materialmente scritto il contratto.

Ma questo può valere per un interprete qualunque, non per un giurista che deve giocoforza effettuare una cernita dei fattori esogeni all’accordo per evitare di collegare conseguenze giuridiche a fatti del tutto irrilevanti nell’economia del contratto. E si è già detto di quanto il parametro della ragionevolezza costituisca già uno schermo e di come altre tipologie di filtri siano da rinvenire nell’escludere la rilevanza di alcuni fatti.

Il parametro dell’uomo ragionevole deriva come corollario dell’approccio squisitamente oggettivo che caratterizza l’ermeneutica contrattuale di common law e con esso in sostanza non si fa che palesare il fatto che a svolgere tale ruolo sia un soggetto terzo, cioè il giudice.

Sul finire del XIX secolo Oliver Wendell Holmes, evidenziò la doverosità per l’interprete di domandarsi «not what this man meant, but what those words would mean in the mouth of a normal speaker of English294», a chiedersi, dunque, non che cosa intenda dire un determinato soggetto, bensì che cosa significhino le parole proferite dal «normal speaker of English» o ascoltate dall’«our old friend the prudent man»295.

Il metodo di valutazione, secondo questa impostazione, consiste nell’adozione di una figura ideale, vale a dire quella dell’uomo medio, pensato come un soggetto dotato di raziocinio e buon senso, cioè di assennatezza296. E ciò non viene contraddetto dalla esigenza dell’operatore del diritto costretto a calare la propria esegesi in un contesto il più oggettivo ed impersonale possibile poiché il ricorso al parametro oggettivo di valutazione ha la funzione di delimitare il materiale extratestuale a disposizione dell’esegeta.
È la stessa House of Lords a chiarire il principio: si legge, infatti, nell’opinione di Lord Macmillan, nel caso Glasgow Corporation v. Muir297, che «The standard of foresight of the reasonable man is, in one sense, an impersonal test. It eliminates the personal equation and is independent of the idiosyncrasies of the particular person whose conduct is in question».

A monte di tale scelta di utilizzare come punto di riferimento l’uomo-tipo sta certamente l’esigenza di depersonalizzare e, al tempo stesso, nel responsabilizzare maggiormente il soggetto interpretante, ossia il giudice. Questi, infatti, è chiamato a mettere da parte il suo soggettivo punto di vista e a considerare il problema dalla prospettiva critica di un «modulo a misura d’uomo298».


Il salto in avanti compiuto dall’ordinamento giuridico inglese, in tema di ermeneutica, investe l’interprete di un compito molto importante: quello di dotarsi di maggiore penetrazione per rappresentare il reasonable man, non come già esistente e preconcetto, ma, al contrario, come un soggetto da costruire induttivamente intorno alle vicende che hanno dato causa al sorgere della controversia interpretativa. E ciò evidentemente gli conferisce maggiore autorità poiché lo chiama a vagliare l’attendibilità delle soluzioni prospettabili, dando ingresso ad una considerazione complessiva del dato letterale e alle circostanze esterne ad esso.

In altri casi, il termine di valutazione dell’uomo ragionevole, circostanziato e immerso nel contesto pratico di riferimento, viene adoperato per selezionare il significato del contratto tra due o più concorrenti interpretazioni, lasciando da parte un dato letterale, apparentemente inequivocabile.


In base al parametro della ragionevolezza, si potrà affermare che, nel caso in cui l’interpretazione letterale conduca ad un risultato apparentemente irragionevole, e sempre che sia configurabile una diversa spiegazione, andrà prescelta la soluzione in armonia con l’operazione economica sottesa al contratto.
Ulteriori parametri di riferimento ai fini della ricostruzione degli atti di autonomia privata sono le finalità che i contraenti si proposero di conseguire299 ed il particolare contesto economico in cui essi operarono.

Se la nuova stagione dell’ermeneutica inglese si contraddistingue perché consente in ogni caso il ricorso alla contestualizzazione e se la prospettiva di valutazione è quella di un uomo dotato di raziocinio, è facile comprendere come il passo successivo di questa operazione consista nel concretizzare il reasonable man in un reasonable commercial person, vale a dire come un soggetto razionale mira al raggiungimento di un certo risultato.


Come la giurisprudenza300, anche la dottrina suggerisce che un ruolo preponderante nell’attività interpretativa debba essere assegnato allo scopo perseguito dalle parti301 ed avverte, che, sebbene possa sembrare contraddittorio che lo scopo contrattuale venga considerato al tempo stesso mezzo e fine, esso rappresenta un’utile indicazione affinché il giudice formuli possibili alternativi scenari sul significato dell’atto e verifichi la loro attendibilità alla luce degli elementi estrinseci al testo.
Nei casi, poi, in cui il fine perseguito dalle parti traspaia immediatamente dal contratto, malgrado la vaghezza o la mediocre formulazione delle sue clausole, il criterio della purposive costruction serve a ricordare all’interprete di respingere spiegazioni che possano trovare appigli nell’elemento testuale ma che abbiano l’effetto di vanificare il fine perseguito302.
Questo canone ermeneutico, dunque, partendo dal presupposto che ogni esercizio di autonomia privata può essere compreso solo se concepito come attività che tende al raggiungimento di una meta, consente all’uomo ragionevole la scelta tra possibili alternativi significati del contratto.

La ratifica dei nuovi principi di ermeneutica contrattuale: il caso Investor Compensation Scheme Ltd v. West Bromwich Building Society e la dissenting opinion di Lord Hoffmann
Relativamente al nostro ambito di ricerca la disamina finora effettuata sull’ermeneutica contrattuale non è, ovviamente, casuale. Ultimamente, infatti, molte delle dispute dottrinali ruotano intorno al significato attribuito dai giudici ai documenti che incorporano contratti.

Dopo avere esaminato la gamma di poteri di cui i giudicanti dispongono in diritto italiano è quindi, in uno studio comparatistico, doveroso svolgere specularmente la medesima indagine.


Dirimente a tal proposito è una pronuncia del 1998 della House of Lords. In quella occasione la Corte investita nuovamente di una questione interpretativa, colse l’occasione per collaudare gli effetti delle regole ermeneutiche e per sancirne la loro definitiva legittimazione in seno al common law.

Si tratta del caso Investor Compensation Scheme Ltd v. West Bromwich Building Society303.

La fattispecie oggetto del giudizio riguardava una serie di contratti intercorrenti tra alcuni investitori - delusi dai rovinosi investimenti suggeriti loro da diversi solicitors e gestiti da un istituto di credito immobiliare, la WBBS – e la Investor Compensation Scheme Ltd. Questa era stata creata, ai sensi dell’art. 54 del Financial Services Act del 1986, per assicurare una tutela minima a quegli investitori rimasti vittime di fallimentari operazioni di investimento, poste in essere da soggetti autorizzati ai sensi del medesimo testo di legge.

Al fine di indennizzare gli investitori, la ICS era solita far sottoscrivere un contratto con cui gli stessi accettavano una somma di denaro (normalmente inferiore al danno sofferto) e, contestualmente, cedevano alla società ogni diritto verso chiunque, direttamente o indirettamente, avesse causato la perdita.

Nel 1992, la ICS ricevette i reclami di diversi pensionati contro i consulenti finanziari, l’istituto di credito immobiliare ed i solicitors che avevano proposto l’affare.

La ICS provvide a redigere un testo per le richieste di indennizzo che venne ritualmente sottoscritto dagli investitori. Questo constava di una nota esplicativa e di un modulo in cui erano specificate dettagliatamente le condizioni di contratto e prevedeva, ancora una volta, la corresponsione di un indennizzo a fronte della cessione di ogni diritto, tranne alcune limitate pretese che l’investitore avrebbe potuto esercitare direttamente nei confronti dell’istituto di credito immobiliare.


Furono proprio quest’ultime eccezioni a far sorgere alla controversia tra gli investitori e la ICS.

Se il tenore letterale della nota esplicativa infatti era chiaro, non altrettanto si poteva dire di alcune parti del modulo ed, in particolare, della clausola che riservava alcuni dei diritti agli investitori. La clausola prevedeva testualmente che «Any claim (whether sounding in rescission for undue influence or otherwise) that you [l’investitore] have or may have against the [WBBS] …)».

Il contenzioso tra gli investitori e la ICS riguardava la questione di chi fosse autorizzato, alla luce della clausola citata, a procedere legalmente contro la WBBS per il risarcimento dei danni.

Non era chiaro, in particolare, se la locuzione “sounding in rescission” si riferisse, a dispetto delle sua collocazione all’interno delle parentesi, a quella precedente “Any claim…”.


In primo grado, Evans-Lombe J. risolse la questione a favore della ICS, alla luce di un procedimento interpretativo basandosi sulla ricerca del significato economico dell’operazione. Egli, in particolare, procedette focalizzando l’attenzione sul fatto che, se ci si fosse arrestati all’indagine letterale, il risultato ermeneutico avrebbe dovuto essere quello di ritenere che qualsiasi rivendicazione nei confronti della WBBS fosse riservata agli investitori. Questo esito, però, appariva poco attendibile da un punto di vista economico.

Il giudice, infatti, ravvisò numerose anormalità, che risaltavano sia dal contesto finanziario in cui il contratto tra gli investitori e la ICS era stato stipulato, sia dal contesto di diritto, vale a dire dai rimedi esperibili in base alla legge.

In primo luogo, infatti, la WBBS era, accanto ai solicitors, l’unico soggetto solvibile cui la ICS si sarebbe potuta rivolgere per recuperare quanto anticipato agli investitori. Inoltre, l’indicazione dei rimedi esperibili autonomamente, contenuta nel periodo posto tra le parentesi, contraddiceva l’ampiezza della formulazione del resto della clausola. Il giudice si chiese, infatti, come mai, se la clausola era già esaustiva, il suo redattore si fosse preoccupato di precisare e selezionare solo alcuni dei rimedi esperibili estromettendo, per esclusione, altre ipotesi di rescissione fondate su altre basi diverse dall’undue influence?304

Queste considerazioni lo condussero a ritenere che la formulazione della clausola fosse evidentemente frutto di un errore e che, se si fosse seguito il metodo letterale, si sarebbe pervenuti ad un ridiculous commercial result.


Quello che in questa sede urge rilevare è che il giudice di primo grado avvertì che un risultato antieconomico, come quello di specie, difficilmente sarebbe stato imputabile all’intenzione ed agli scopi dei contraenti in quanto non avrebbe consentito al fondo di garanzia di recuperare le somme anticipate e questo argomento, nella pronuncia di primo grado, fu decisivo, benché residuassero ampi dubbi sulla possibilità dell’interprete di far «violenza al significato naturale delle parole e di alterare la formulazione della clausola»305, per via di un procedimento meramente ermeneutico.

In secondo grado, invece, la Corte d’Appello rimase insensibile all’osservazione dell’antieconomicità («commercial nonsense») del significato letterale della clausola. La decisione fu, dunque, favorevole agli investitori, sulla base di una maggiore aderenza alla lettera dell’accordo e del rilievo che «Any claim (whether sounding in rescission for undue influence or otherwise)» non potesse significare affatto «Any claim sounding in rescission (whether for undue influence or otherwise)».


La ICS ricorse alla House of Lords che riformò la decisione in suo favore e la nostra attenzione va focalizzata su un passaggio chiave.

La Suprema Corte inglese, infatti, pose l’accento sui leading cases Prenn v. Simmonds306 e Reardon Smith Line Ltd. v. Hansen-Tangen307, sottolineando che il loro merito era quello di aver ampliato il materiale ermeneutico utilizzabile e di aver indirizzato l’interprete verso la ricerca dello spirito dell’accordo.


Da questa premessa si doveva ricavare il postulato che il contratto e, più in generale, qualsiasi dichiarazione con effetti giuridici, debba essere interpretato alla stregua di principi di senso comune cioè in modo non dissimile rispetto a quanto avverrebbe nella vita quotidiana in relazione alla spiegazione di qualunque dichiarazione.

In questa prospettiva, Lord Hoffmann coraggiosamente sottolineò che «Almost all the old intellectual baggage of 'legal' interpretation has been discarded».


Se il presupposto da cui l’interprete deve muovere sono i principi di senso comune, allora, egli avrebbe dovuto leggere la clausola controversa alla luce di altri elementi, oltre alla lettera, che dovevano reputarsi noti alle parti.

Innanzitutto, si sarebbe dovuto considerare che il contratto era composto da due sezioni: una nota esplicativa, destinata a fornire un prontuario sul grado e sull’estensione dei rispettivi obblighi dei contraenti ed il modulo vero e proprio, pregno di tecnicismi. Alla stregua di questa bipartizione soltanto la postilla esplicativa era destinata alla lettura degli investitori, mentre il modulo era destinato a occhi più esperti.

Dalla lettura della nota esplicativa, secondo la House of Lords, l’investitore avrebbe avuto la certezza che, con la sottoscrizione del modulo, ogni diritto sarebbe stato ceduto alla ICS, dato che ciò era spiegato in un apposito paragrafo: benché, infatti, a titolo chiarificatore, fosse indicata soltanto la cessione dei diritti nei confronti dei solicitors vi era, poi, una chiara locuzione che si riferiva alle azioni o ai diritti vantati nei confronti di «qualunque altra persona».

L’investitore ragionevole non avrebbe avuto nessun dubbio sulla cessione dei suoi diritti e, nel caso in cui ne fossero residuati, avrebbe dovuto interpellare un esperto per la spiegazione del modulo.

Qualunque giurista interpellato avrebbe, dunque, trovato irrazionale il fatto che la ICS si riservava ogni azione contro i solicitors, mentre lasciava agli investitori la proponibilità dell’azione per il risarcimento degli stessi danni nei confronti della WBBS.

La perdita subita, infatti, non poteva essere recuperata contemporaneamente da due soggetti diversi.


Inoltre, andava considerato lo scopo economico dell’operazione, ed in particolare il fatto che il fondo di garanzia, da cui la società creata per legge attingeva il denaro per indennizzare gli investitori, avrebbe dovuto essere rimpinguato. Tuttavia, se si fosse adottata la tesi sostenuta dagli investitori, la ICS avrebbe indennizzato a fondo perduto.
Un’ultima importante osservazione riguarda, invece, la critica alla decisione della Corte d’Appello, la quale aveva ritenuto che non fossero prospettabili interpretazioni alternative a quella fatta palese dalla lettera della clausola.

La House of Lords si rivelò, infatti, molto scettica sul significato dell’espressione plain and ordinary meaning e ritenne piuttosto che gli interpreti debbano essere costretti a scegliere tra «competing unnatural meanings» e che la chiarezza della clausola possa derivare soltanto dall’esito del procedimento interpretativo, vale a dire dopo che, tanto il contesto intra-linguistico quanto il particolare quadro extralinguistico, siano stati esaminati.


Considerando insieme la lettera, lo scopo ed il quadro di diritto, la House of Lords accolse il ricorso della ICS, statuendo che, se è vero che deve trovare applicazione la presunzione (di senso comune) che le parti hanno utilizzato le parole nel loro senso naturale ed ordinario, è altrettanto vero che, qualora dal contesto risulti evidente che le stesse hanno commesso degli errori nella scelta delle parole o nelle regole di sintassi e di grammatica, la Corte non è obbligata ad attribuire alle parti un’intenzione che esse chiaramente non avevano308.
Questa la decisione, presa a maggioranza, dalla Corte. Ma ciò che pare ancora più interessante esaminare sono le osservazioni critiche mosse da Lord Hoffmann nella sua dissenting opinion.

In particolar modo è opportuno focalizzare l’attenzione sull’adeguatezza dell’atto linguistico e sulla rilevanza ermeneutica dei precedenti.

Quanto al primo punto, la House of Lords non avrebbe tenuto adeguato conto dell’elemento letterale, trascurando il punto di partenza di ogni indagine interpretativa, poiché il linguaggio adoperato era ampio e traspariva da esso la preoccupazione di non lasciare aree scoperte309.

Questa osservazione non equivaleva a riaffermare il primato di un’interpretazione letterale acritica, in quanto nel passo immediatamente successivo del procedimento, si ribadiva la necessarietà della contestualizzazione della dichiarazione.


Nel caso ICS Ltd v. WBBS, come si ricorderà, la House of Lords aveva enfatizzato il ruolo da attribuire al contesto, mettendo in evidenza che non vi era alcun limite astratto alla individuazione degli strumenti ermeneutici rilevanti. Era stato affermato, infatti, che il contesto ammissibile avrebbe dovuto includere «absolutely anything which would have affected the way in which the language of the document would have been understood by a reasonable man».

Con questa affermazione di principio, la Suprema Corte non aveva inteso smentire il fatto che lo stadio primario e fondamentale del procedimento interpretativo sia, in ogni caso, l’elemento letterale.

Ciò cui si tendeva era una diversa relazione tra il linguaggio scritto, non più impermeabile all’esperienza, ed il contesto, in modo tale che i due termini si completassero e si chiarissero a vicenda attraverso un rapporto di osmosi.

Il prerequisito di questa commistione di metodi era un diverso fondamento del rilievo ermeneutico dell’elemento letterale che non derivava più da un principio di diritto ma dalla massima d’esperienza secondo cui, di regola, gli appartenenti ad una data comunità linguistica sono soliti far buon uso delle regole del linguaggio, e dall’aspettativa di una maggiore precisione e di una più alta aderenza a quelle regole, nel compimento di attività giuridica.

Il successivo passaggio di questa costruzione consisteva nella selezione del background rilevante: per compiere questa operazione, l’interprete ha a disposizione due strumenti, chiamati ad operare simultaneamente: quello dell’uomo ragionevole e quello del significato economico dell’atto.
Tornando al caso di specie, ai fini della delimitazione delle conseguenze giuridiche della rinuncia, era importante sottolineare la mancanza di una preesistente controversia tra la banca ed il suo ex-dipendente. In caso contrario, infatti, la dichiarazione sarebbe stata riferibile, per quanto potesse essere ampio il suo tenore letterale, esclusivamente agli oggetti che erano stati oggetto di transazione.

Il punto è semplice da chiarire e, a tal fine, si può fare ricorso al caso London and South Western Rly Co v. Blackmore310, in cui si controverteva su una rinuncia che aveva tratto origine da una controversia di vicinato. Nel 1861, la compagnia ferroviaria London and South Western espropriò una parte dei terreni del signor Blackmore. Nel 1864, sorse lite sui confini e le parti si accordarono per la costruzione di un muro, con onere di mantenimento a carico della compagnia ferroviaria. In cambio, il signor Blackmore sottoscrisse una rinuncia a future azioni. Qualche anno dopo, la London and South Western Rly Co. vendette ad un terzo la terra espropriata. Il signor Blackmore convenne, allora, in giudizio la compagnia, perché, ai sensi del Land Clauses Consolidation Act del 1845, aveva un diritto di prelazione sui terreni espropriati. La compagnia ferroviaria oppose la rinuncia sottoscritta nel 1864, ma la circostanza che quel documento, benché redatto in termini generali, fosse stato occasionato da una precedente lite, fu fatale alla sua tesi interpretativa, in quanto, secondo la Corte, la rinuncia andava spiegata restrittivamente alla luce della sola precedente controversia.


Come si può comprendere, la fattispecie, affrontata nel 2001 dalla House of Lords, era radicalmente diversa. In questa prospettiva, data la estrema latitudine delle locuzioni adoperate, la rinuncia andava riferita alle contestazioni derivanti dal rapporto di lavoro nel suo complesso e non esclusivamente a quelle riferibili alla sua cessazione. A favore di questa tesi, inoltre, deponeva un ulteriore indice: quello economico. La banca aveva pagato una cifra importante: tremila sterline a più di 900 lavoratori. Il parametro della ragionevolezza, secondo questa impostazione, avrebbe richiesto che l’uomo medio si sarebbe dovuto interrogare sui motivi dell’investimento e dall’insieme dei dati considerati avrebbe dovuto concludere che la banca mirava a comporre definitivamente ogni potenziale lite, inerente al rapporto di lavoro e che, se fossero stati esclusi i diritti, di cui le parti non avevano la esatta rappresentazione mentale, si sarebbe reso l’accordo privo di significato economico311.

Quanto al secondo punto, e cioè all’irrilevanza dei precedenti nell’attività interpretativa, si deve considerare che il termine di valutazione adoperato, il criterio dell’uomo ragionevole, non coincide con quello di «judges or lawyers versed in the semantic technicalities of statutory draftsmanship312» e quindi è naturale concludere che i precedenti, ed, in particolare, il modo in cui determinati termini o determinate locuzioni siano state interpretate, non potranno rivestire alcun interesse nella spiegazione del contratto.

La sua interpretazione, infatti, potrebbe essere influenzata dalle precedenti decisioni, se ci si trovasse in un sistema basato su rigidi canoni ermeneutici o in presenza di parole con una precisa accezione tecnica o giuridica. Ad esempio, potrebbe ricorrere questa situazione nel caso in cui le parti avessero adoperato la parola “condition” per indicare gli effetti dell’inadempimento. Anche in simili circostanze, però, come si è già avuto modo di ricordare, la Corte sarà libera di valutare, alla stregua di un opportuno distinguishing delle circostanze del caso concreto, l’incidenza della clausola sull’assetto di interessi, sotteso al contratto313.
In tutti gli altri casi, i precedenti non potranno avere alcun rilievo, considerato che la soluzione del problema interpretativo è demandata alla sensibilità dell’uomo medio, in base a principi di senso comune314.

Chiudendo sul punto, il giudice dissenziente ritenne che la decisione della Corte poggiasse, sia pur velatamente, su alcune rules of construction, elaborate nel XX secolo, in relazione all’interpretazione delle clausole di esonero da responsabilità. Nella pronuncia si parla, infatti, in più occasioni, di «rules of equitable construction» e di fair construction.




Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice
Il contratto preliminare unilaterale e bilaterale: distinzione da altre tipologie negoziali
Rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo
Problemi in tema di inadempimento
Capitolo secondo
Gerarchia delle norme interpretative e limiti della sentenza ex art. 2932 c.c.
Capitolo terzo
Rischio contrattuale e rapporti di durata: obbligo di rinegoziazione
Parte seconda
La fase delle trattative
Il caso walford v. miles
La formazione della volontà negoziale e le cause di invalidità del contratto



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