Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice


Conclusioni sull’esame comparatistico del problema della interpretazione del contratto e sui poteri correttivi del giudice in common law



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Conclusioni sull’esame comparatistico del problema della interpretazione del contratto e sui poteri correttivi del giudice in common law
Solo adesso, dopo aver tentato di esaminare anche gli attuali canoni dell’ermeneutica contrattuale, come emergenti dai precedenti giurisprudenziali e come sviluppati dai più autorevoli Autori, può altresì azzardarsi un confronto sugli elementi maggiormente significativi affiorati dall’osservazione delle esperienze giuridiche considerate.

Senza dubbio in entrambi i sistemi giuridici si riscontra oggi la tendenza a non chiudersi entro il recinto delle parole e a non costringere il giudice-interprete all’asfissia del senso letterale. E tale trend è evidentemente sulla medesima lunghezza d’onda dello spirito transfrontaliero, ed in particolare europeistico.


Relativamente all’ordinamento giuridico italiano, si è avuto modo di argomentare che tuttora i principi che sembrano condizionare il procedimento interpretativo (come quello dell’in claris non fit interpretatio o il principio ordinatore delle norme interpretative) sono frutto di un orientamento teso a circoscrivere il potere creativo dell’interprete.

L’esame della pratica, tuttavia, ha mostrato anzitutto che il “principio della sola lettura” riveste un peso decisivo soltanto apparente nell’esegesi contrattuale. Infatti ad una più attenta analisi, sono emersi dati di segno opposto, che dimostrano come in realtà tale principio si riveli nulla più che uno stereotipo che semplifica eccessivamente una realtà giurisprudenziale molto più complessa.

Solo in poche sentenze, infatti, esso viene posto alla base della decisione e, in questi casi, opera come mero espediente per sottrarsi alla intrinseca complessità del procedimento interpretativo.
In secondo luogo, la casistica esaminata ha dimostrato che l’adesione delle Corti al principio di gerarchia sembra più uniforme. La regola, costantemente ripetuta, secondo cui il ricorso ai canoni di interpretazione oggettiva sarà consentito solo quando la comune intenzione non è conoscibile in base alle regole di interpretazione soggettiva, è posta, infatti, a fondamento di molte pronunce.
Anche in questo caso, però, la netta divaricazione tra i due momenti perde di intensità e diviene meno vistosa, non appena si rifletta sul fatto che gli elementi, che aprono la via al ricorso ai canoni di interpretazione sussidiaria, sono ampiamente affidati al prudente apprezzamento del giudice.

Il codice, infatti, subordina l’allargamento dell’indagine interpretativa, con il ricorso alle norme di cui agli artt. 1366 e ss., alla sussistenza di un dubbio, di un’ambiguità o di una polisemia. Ciò nonostante, l’arbitro della comprensibilità del senso sotteso al contratto è pur sempre il singolo interprete, che potrà avvalersi di ogni mezzo capace di far luce sul testo.

Se il testo, infatti, non appare all’interprete di chiaro significato, esso meriterà maggiori sforzi conoscitivi; sarà, dunque, consentito il ricorso ai criteri di interpretazione suppletivi.

Questo assunto, tuttavia, contiene in sé anche il rischio che l’interprete, appagandosi della sola analisi del testo, chiuda l’indagine ermeneutica a questo primo stadio.

Il pericolo di siffatta opzione, come più volte posto in risalto nel corso dell’indagine, risiede nel fatto che la valutazione del solo elemento letterale, apprezzato a prescindere dalle caratteristiche peculiari della singola fattispecie, potrebbe portare il giudice a perdere di vista l’operazione contrattuale posta in essere dalle parti.

Paradossalmente la scelta che porta le Corti a circoscrivere il materiale adoperabile nell’indagine interpretativa è animata dall’intento di evitare che un’interpretazione giudiziale troppo invasiva pregiudichi le scelte di autonomia privata.

L’analisi del dato normativo e dei contributi dottrinali ha messo in luce, al contrario l’infondatezza di questa tesi.

Si è avuto modo di constatare che non vi è alcuna norma che preveda come cogente l’elemento letterale. L’impianto codicistico conferma, infatti, fin dalla prima disposizione dedicata alla materia, una continua tensione tra testo e contesto.

La dottrina, dal canto suo, ha messo in evidenza il fatto che la comprensione dell’atto, soprattutto se si desidera mantenere un punto di vista soggettivo, necessita di indagini ben più approfondite rispetto a quella intra-testuale.

In questa direzione, al di là della ripetitività delle massime tradizionalmente riproposte, sembra muoversi anche la prassi delle Corti.

Dalla ricognizione giurisprudenziale effettuata, infatti, dovrebbe trasparire l’idea di un filo conduttore, anche se sotterraneo, che pone in evidenza un uso combinatorio dei canoni ermeneutici allo scopo di estendere l’indagine interpretativa e di accrescere le conoscenze del contesto.

La maggior parte dei casi in cui le Corti adottano le formule tralatizie dell’in claris non fit interpretatio e della gerarchia dei criteri interpretativi, è giustificabile, infatti, dalla semplicità del compito interpretativo concretamente affrontato.


Si tratta, però, di una scelta che presenta rischi e possibili svantaggi.

Infatti la soluzione ermeneutica ricavata dall’elemento testuale meriterebbe in ogni caso la verifica della sua tenuta di fronte al contesto per poter stabilire fino a che punto possa considerarsi effettiva cartina tornasole della volontà delle parti.


Il common law ha, invece, con molta secchezza, messo a nudo i risultati irragionevoli, che, in casi limite, possono derivare dalla sola indagine letterale del contratto, priva di ulteriori approfondimenti.

Lo sviluppo normativo è andato ben oltre la pur interessante enunciazione dei principi di interpretazione di senso comune nell’ermeneutica giuridica poiché si è visto quanto il manifesto dei nuovi principi interpretativi alluda ad una complementarità tra l’interpretazione di qualsiasi manifestazione sociale del linguaggio e l’interpretazione giuridica.

Ma le Corti inglesi, nella pratica quotidiana, sono andate oltre ed hanno mostrato grande sensibilità verso le scelte di autonomia privata procedendo a contestualizzare ogni dichiarazione con effetti giuridici per accertarne l’essenza e la funzione, secondo le ragionevoli aspettative di ipotetici contraenti medi, della stessa qualità e nelle stesse condizioni delle parti.
Le nuove idee messe a punto dalla giurisprudenza anglosassone nella spiegazione del contratto calzano perfettamente con i principi del diritto contrattuale e, soprattutto, con quello della freedom of contract.
L’occasione per la rivisitazione della materia è stata offerta, conformemente allo spiccato senso pragmatico del giurista di common law, da casi sintomatici in cui la pedissequa aderenza alla volontà contrattuale delle parti aveva condotto a risultati rigorosamente formali, anacronistici e frustranti, nei risultati, la loro reale intenzione.
Calando la questione nel più ampio contesto europeo, come si è già tentato di fare nella prima parte di questa trattazione, emerge la comunicazione tra le scelte normative dei singoli diritti nazionali e quelle compiute dall’ordinamento comunitario.

Basti citare la Direttiva 93/13 il cui recepimento negli ordinamenti statali ha condotto verso la scomparsa di regole artificiose di interpretazione contrattuale e l’affermazione di principi di senso comune rappresentano l’altra faccia della medaglia di un’istanza europea, che esige maggiore chiarezza nel drafting contrattuale.


E per completamento, seppur già sommariamente citati, non possono citarsi le inclinazioni del diritto europeo dei contratti nel quale si rinvengono utili indicazioni nei progetti di armonizzazione del diritto frutto delle numerose iniziative dottrinali fiorite negli ultimi decenni.

Infatti, i Principi di Diritto Europeo dei Contratti315 si occupano del tema dell’interpretazione contrattuale, agli articoli 5:101 e ss.

Dall’art. 5:101 emerge la dialettica tra un metodo interpretativo testuale ed uno extratestuale. Il primo comma prevede, infatti, che «Il contratto deve essere interpretato secondo la comune intenzione delle parti anche quando questa non è conforme al significato letterale delle parole»; il secondo comma statuisce, invece, che «Quando una intenzione […] non può essere accertata, il contratto deve essere interpretato secondo il significato che persone ragionevoli e con le stesse caratteristiche delle parti darebbero ad esso nelle stesse circostanze».

Nel Commento, poi, si legge che «Seguendo la maggioranza degli ordinamenti giuridici degli Stati membri dell’Unione europea, le norme generali sull’interpretazione combinano il metodo soggettivo […] con il metodo oggettivo che muove da una prospettiva esterna facendo riferimento ai criteri oggettivi come la ragionevolezza, la buona fede, ecc.».

Le circostanze, che possono influenzare la decisione del giudice, sono indicate nella disposizione successiva, l’art. 5:102.

Tra esse, figurano le circostanze nelle quali il contratto è stato concluso, compresi il comportamento delle parti, le trattative, la natura e l’oggetto del contratto, l’interpretazione che le parti abbiano già dato a clausole simili, le pratiche che hanno adottato nei loro rapporti, gli usi, la buona fede e la ragionevolezza.


Della norma, ai nostri fini, sono significativi due aspetti: innanzitutto, il fatto che, come precisato nel Commento, non si tratta di una lista esaustiva, ma, al contrario, di un elenco comprensivo delle circostanze più comuni; ed in secondo luogo, il fatto che tra le circostanze rilevanti vengono annoverate la buona fede e la ragionevolezza, che, come studiato, rappresentano le strade, rispettivamente praticate dal diritto italiano e da quello inglese, per dare ingresso alla cornice circostanziata dei fatti che si accompagnano alla conclusione del singolo contratto.

Nella stessa orbita si collocano i canoni interpretativi posti nei Principi Unidroit. La materia, in questo strumento normativo di “soft law”, è regolata agli artt. 4.1 e ss. Anche in tal caso, si fa riferimento sia ad un elenco non esaustivo di circostanze rilevanti nell’interpretazione sia all’esigenza di spiegare il contratto secondo la prospettiva di una persona ragionevole della stessa qualità delle parti e posta nelle medesime circostanze in cui il contratto è stato concluso.


Semplificando, dallo studio svolto si nota nettamente il nuovo respiro che soffia sulla attività del giudice e sui suoi poteri. Se per un verso emerge la necessità di un suo intervento correttivo che miri al mantenimento del contratto, dall’altro gli si impone la rigida aderenza alla volontà contrattuale. Tuttavia questa rigidità oggi appare dotata di maggiore elasticità giacché si forniscono gli interpreti canoni ermeneutici di maglia talmente larga da consentirgli un intervento riequilibratore che gli consente di plasmare la volontà delle parti , rispettandola, alle circostanze concrete e contingenti in cui essa si trova ad operare.

CAPITOLO SECONDO

PRELIMINARY AGREEMENTS E PRECONTRACTUAL LIABILITY

Premessa

Nel diritto privato comparato il law of contract ha da sempre costituito uno degli argomenti centrali. Tutti gli altri studi comparatistici, infatti, non hanno vissuto analoga età dell’oro e non sono stati oggetto di ricerche altrettanto approfondite e consistenti.

Indicativamente basti pensare che The International Encyclopedia of Comparative Law316 dedica due volumi all’argomento e che nell’opera più classica e tradizionale del panorama dottrinale, quella di Konrad Zweigert e Hein Kotz317, lo spazio dedicato a contratti e obbligazioni è pari alla metà.

A parte sporadiche ricerche sul background storico del moderno diritto contrattuale ciò che va messo in risalto è l’approccio mirato alla ricerca di punti di contatto tra i vari sistemi giuridici. L’intuizione fu di Rudolf Schlesinger che, negli anni Sessanta, alla Cornell Law School organizzò uno studio su ampia scala che nella sua intuizione doveva avere la pretesa di indentificare un ‘common core of rules on contract formation’ che fosse condiviso dai più raffinati ordinamenti del mondo.

Con gli sviluppi dell’odierno diritto comparato quei lontani studi pioneristici chiaramente risultano scarsamente rilevanti ma ebbero l’enorme merito di aprire la strada a simili iniziative, accomunate dal medesimo scopo, di cui più importante, e a noi vicina, fu quella della Scuola di Trento da cui prese vita la tavola rotonda continentale relativa al ‘Common core of European Private law’. Mentre il cosiddetto ‘Trento project’ spaziò su altre aree del diritto privato comunque diede adito allo sviluppo di ulteriori lavori interamente dedicati alla ricerca di un common core in seno a specifici contesti318.

Su scala mondiale gli Unidroit Principles of International Commercial contracts, risalenti al 1994 ma riemendati dieci anni dopo319, abbozzarono presso l’Istituto Internazionale per l’unificazione del diritto privato a Roma un corpo di regole applicabile alle transazioni commerciali internazionali.

Un ultimo cenno non può mancare di farsi ai PECL (Principles of European Contract Law), elaborati dalla Commissione presieduta da Ole Lando320 i quali, nello scenario europeo, hanno risvegliato la curiosità degli studiosi e dato nuova linfa alla ricerca.

I confini del contract law e i requisiti dell’accordo

Per quanto strettamente attiene la nostra ricerca è necessario delimitare i confini del contract law poiché nell’esame della responsabilità contrattuale il primo, ed ovvio, passo da compiere è relativo alla identificazione sul significato, nel common law, dell’espressione ‘precontractual liability’ che può configurarsi nel periodo precedente la formazione del contratto definitivo (main o final).

La stipula di quest’ultimo, infatti, segna il passaggio dalla fase precontrattuale a quella contrattuale in senso stretto con conseguente inizio del regime della responsabilità per inadempimento.

Il problema è quindi capire, attraverso l’interpretazione della volontà delle parti, quando un accordo possa definirsi determinato nel suo contenuto essenziale. Il common law inglese infatti tenta sempre di comprendere la reale intenzione dei contraenti desumibile dall’accordo e qualora quest’ultimo sia formato nel suo minimo contenuto è da esso che gli interpreti fanno derivare gli effetti giuridici. In primo luogo è diffusa la tecnica degli implied terms321 sulla base della quale si intende prevista ogni prestazione derivante dal contratto anche se non esplicitata. In secondo luogo il contract law322 fornisce alle parti regole e rimedi che consentono ai giudici di intervenire per proteggere il contratto, per esempio, da fattori che viziano il loro consenso.

Per quanto strettamente concerne i requisiti di un’intesa che poi vincoli le parti all’obbligo della prestazione ivi contenuta, va preliminarmente detto che l’accordo tra le parti costituisce la base del contratto e che tutti gli ordinamenti impongono almeno due requisiti: la manifestazione del consenso e la determinatezza del contenuto.

Il diritto inglese solitamente ingloba il processo di formazione della volontà delle parti nell’incontro tra la proposta e l’accettazione323.

Tuttavia il tradizionale punto di vista anglosassone ritiene che le parti non intendano dar luogo ad un contratto qualora questo sia vago o incompleto. Pertanto, nella logica inglese, ciò che deve essere immediatamente manifesto è l’animus contrahendi324.

Ora, va detto che il timbro individualista del common law caratterizza anche, e forse soprattutto, la fase precontrattuale, poiché, se il contratto è concepito esclusivamente come un affare posto in essere per il raggiungimento interessi unicamente egoistici, l’individualismo delle parti governa anche la fase delle negoziazioni poiché è solo alla fine di tale periodo che esse possono liberamente decidere se volere vincolarsi o no.

La freedom of contract e l’individualismo continuano dunque a influenzare le regole a presidio della formazione del contratto poiché nella prospettiva classica il contratto rappresenta la conclusione di successo del lungo braccio di ferro sostenuto durante le trattative in base alla quale i contraenti scelgono di acconsentire che il loro accordo diventi esecutivo.


Il requisito della certainty

Il common law pone molta enfasi sulla necessità di certezza dovuta alla cultura e alla mentalità prettamente commerciale che fa percepire l’estremo bisogno della sicurezza delle transazioni in un’economia di mercato. Ciò ha condotto le corti a presumere che le parti intendano abbandonare il ‘periodo di rischio’ solo nel momento in cui esprimono con sufficiente certezza e determinatezza la volontà che il loro contratto possa essere reso esecutivo dai giudici325.

Alla stregua di detta esigenza i tribunali inglesi hanno elaborato numerose tecniche giudiziarie per neutralizzare eventuali incertezza e vaghezza nel contenuto dell’accordo basandosi, ad esempio, su consolidate prassi di affari o su precedenti dichiarazioni delle parti o, ancora, a determinazioni esterne e successive nel tempo, come accade spesso nei long-terms contracts.

In ausilio dei giudici, soccorrono, inoltre, la possibilità di sottoporre l’accordo ad un test di ragionevolezza e l’assistenza delle legge (‘statutory assistance’) che, soprattutto in ambito commerciale, consente dei margini di flessibilità laddove la determinazione del prezzo non sia prevista nel contratto326.

Concludendo questa breve disamina sulla individuazione del momento in cui un accordo privato debba ritenersi esecutivo e vincolante, va detto che le corti godono oggi di un considerevole spazio di discrezionalità nel decidere e nell’interpretare la volontà delle parti. Ed in genere due sono i fattori che influenzano le loro determinazioni: la natura commerciale del rapporto tra le parti e il fatto che l’accordo sia stato in tutto o in parte eseguito.

Preliminary contracts e precontractual liability

Il tradizionale approccio del contract law inglese è di tracciare una chiara linea di demarcazione tra la fase il ‘negotiation stage’ ed il ‘final contract’. Infatti, fino a che il contratto ‘definitivo’ non venga stipulato ed il requisito della certezza soddisfatto, qualunque accordo tra le parti non è soggetto alla disciplina del contratto. Nonostante il tradizionale punto di vista del diritto anglosassone, che considera immediatamente concluso un accordo nel momento dell’incontro delle due volontà, deve precisarsi che nel settore del commercio le negoziazioni richiedono lunghi periodi di trattative, spesso coinvolgenti un grosso numero di avvocati ed esperti oltre ad un considerevole investimento di tempo e denaro.

Un criterio tutto anglosassone è quello c.d. ‘all or nothing approach’ il quale non ammette l’esistenza di zone d’ombra (‘no grey areas’) che diano cittadinanza a consensi manifestati in maniera incompleta o parziale assolutamente insufficienti.

Anche se le negoziazioni sono giunte oltre lo stadio preliminare e potenzialmente l’accordo sia a portata di mano, la doctrine of freedom of contract ritiene che il performer debba essere considerato come un risk-taker non ritenuto meritevole di protezione dall’ordinamento che, infatti, non gli accorda tutela alcuna.

Questo atteggiamento è particolarmente evidente quando i termini essenziali del contratto rimangono oscuri a garanzia che ‘the law may not incur the reproach of being the destroyer of bargains’327. Infatti le corti, se si tratti di indeterminatezza relativa a termini secondari del contratto intervengono suppletivamente per salvarlo ma non qualora si tratti di elementi essenziali.

Leading case in tale ambito può considerarsi May and Butcher Ltd v. R. in cui le parti avevano convenuto che il pagamento del prezzo sarebbe stato determinato volta per volta, trattandosi di una somministrazione. La Camera dei Lords in quell’occasione si rifiutò di riconoscere la validità di quello che i contraenti avevano definito ‘agreement to agree’ e Lord Buckmaster disse chiaramente che ‘it has long been a well recognised principle of contract law than an agreement between two parties to enter into an agreement in which some critical part of the contract matter s left undetermined is no contract at all’328.

La decisione fu confermata in una pronuncia della Court of Appeal in cui si rigettò la richiesta di ritenere valido un accordo in cui si conveniva di negoziare in futuro i termini essenziali del contratto329.

L’avallo più autorevole di questi capisaldi fu dato dalla celebre Walford v. Miles (cu cui si tornerà infra) in cui Lord Ackner non concesse l’esecuzione dell’obbligo di negoziare secondo buona fede poiché ritenuto troppo incerto confermando il proprio estremo scetticismo nei confronti degli ‘agreements to negotiate’ con la seguente considerazione: “Such an agreement was inherently repugnant to the adversarial position of the parties when involved in negotiations”.

Questa granitica, ed in apparenza irremovibile, impostazione ha tuttavia subito, nel corso del tempo, temperamenti ad opera di successive pronunce che hanno consentito che uno spiraglio di luce potesse entrare nel riconoscimento dei preliminary agreements (o collateral). Le corti hanno infatti dimostrato elasticità nei casi in cui si fossero rinvenuti elementi sicuri tali da far desumere con certezza l’intenzione di voler concludere un contratto. La clausola del ‘to be agreed’ quindi non costituisce sempre un ostacolo qualora sotto la costruzione dell’intero documento vi sia il chiaro proponimento di vincolarsi giuridicamente330.

In Walford v. Miles, ancora, si riconosce la possibilità di un ‘lock out agreement’ (purché confinato entro ragionevoli limiti temporali e quindi non a tempo indeterminato) sulla base del quale le parti si impegnano a bloccare le trattative precludendosi la possibilità di contrattare con terzi e ciò anche sulla base delle contingenze dell’affare. È questo il periodo in cui, infatti, inizia a prendere piede la tecnica degli ‘implied terms’ dai quali desumere l’effettiva volontà delle parti.

Ovviamente il riconoscimento del carattere vincolante o meno dei preliminary contracts incide sull’ambito di operatività della responsabilità precontrattuale. Il problema si pone più che altro quando alle trattative non faccia poi seguito la stipula del main contract ed è noto che gli ordinamenti di common law si discostino notevolmente da quelli di civil law nella soluzione del problema che riveste ormai crescente importanza.

Tradizionalmente le corti di common law hanno accordato ai privati un’assoluta libertà di negoziare (freedom of negotiation) senza rischio alcuno di incorrere in responsabilità precontrattuale. In base alla regola dell’incontro di proposta ed accettazione non c’è inadempimento fintantoché un contratto non sorga sulla base di esse. L’unico ristoro eventualmente riconosciuto è quello del risarcimento per le perdite subite dall’altro contraente a causa delle spese sostenute durante le trattative. Tuttavia non di rado si assiste a dei restringimenti di tale ampia libertà e, a parte il già citato risarcimento dei danni, numerose altre eccezioni sono presenti nella casistica giurisprudenziale. Infatti, anche negli Stati Uniti si ammette ormai pacificamente la possibilità di compensare la perdita della parte insoddisfatta qualora, ad esempio, sia stata vittima di misrepresentation o abbia fatto incolpevole affidamento sul fruttuoso esito dell’affare.

I tribunali continentali hanno invece sviluppato il concetto della culpa in contrahendo coniata in territorio tedesco da Rudolf von Jhering durante la metà del diciannovesimo secolo e adesso codificata sia nel BGB (§311 II) che nel nostro codice civile all’art. 1337331. Si risponde pertanto di responsabilità precontrattuale quando una parte non osservi la necessaria diligenza durante le negoziazioni diventando responsabile per le perdite subite da controparte. Va precisato quindi che la mera interruzione delle trattative non dà luogo a responsabilità che semmai sorge solo quando sia nata legittima aspettativa sulla conclusione di un contratto al loro termine.

Il common law inglese ed americano differiscono nel tipo di reazione circa la esecutività del patto con cui i contraenti si obbligano a negoziare in buona fede (nei sistemi di civil law nulla quaestio, men ne che mai da noi dove è prevista l’azione ex art. 2932 su cui ci siamo già soffermati).

Le corti inglesi sono state sempre categoriche nel rifiutare di rendere esecutivi tali tipi di accordi e ciò per due ordini di ragioni: in primis perché l’oggetto e lo scopo sono troppo indefiniti per essere suscettivi di coercizione ed, in secondo luogo, perché è altrettanto impossibile calcolare i danni subiti a causa dell’aspettativa frustrata poiché i termini del contratto sono eccessivamente vaghi. Molti giudici americani hanno però rifiutato tale aprioristica impostazione e hanno reso esecutivi molto accordi nei quali le parti si erano accordate sui termini maggiormente significativi. In risposta al secondo rilievo i giudici d’oltreoceano hanno osservato che il danno non va calcolato su un’empirica base di aspettativa delusa bensì sulla base dell’affidamento che talvolta include la perdita di altre occasioni contrattuali nel corso delle negoziazioni. Essi rigettano anche l’efficacia tranchant dell’argomento della ‘indefiniteness’ stabilendo che talvolta sia possibile rinvenire dalla volontà contrattuale elementi utili per meglio precisare il contenuto dell’accordo332.



Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice
Il contratto preliminare unilaterale e bilaterale: distinzione da altre tipologie negoziali
Rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo
Problemi in tema di inadempimento
Capitolo secondo
Gerarchia delle norme interpretative e limiti della sentenza ex art. 2932 c.c.
Capitolo terzo
Rischio contrattuale e rapporti di durata: obbligo di rinegoziazione
Parte seconda
Sintesi dei nuovi principi giurisprudenziali in tema di interpretazione del contratto
La fase delle trattative
Il caso walford v. miles
La formazione della volontà negoziale e le cause di invalidità del contratto



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