Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice


Rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo



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Rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo

Le ricostruzioni teoriche non tradizionali
Varie opinioni, pur accogliendo l’insegnamento maggioritario sulla pari importanza del preliminare e del definitivo, ne tentano una diversa qualificazione teorica.

Alcuni hanno persino tentato una ricostruzione fondata sulla nozione di procedimento44. Da altri si è assegnata al contratto definitivo una funzione novativa dell’obbligazione sorta dal preliminare considerato sempre fonte di un obbligo di facere ma già realizzante l’assetto di interessi che viene fatto proprio dal definitivo.45 Per altri ancora il definitivo opererebbe una sorta di trasformazione della fattispecie fissata nel preliminare.46 Secondo altri ancora il preliminare sarebbe un contratto incompleto (dottrina la cui eco si ritrova nella analisi economica del diritto, soprattutto sul terreno del common law d’oltre oceano) di cui il definitivo ne costituisce integrazione pattizia alternativa a quella giudiziale prevista dall’art. 2932 c.c.47


Altre teoriche, più spregiudicate ed innovative, sviluppando analisi diverse le une dalle altre, convergono nell’attribuire al contratto preliminare il ruolo di fonte degli effetti contrattuali finali, ridimensionando in vario modo la funzione del contratto definitivo e rifiutando la tradizionale qualificazione del preliminare come fonte della obbligazione di contrarre.
Sul piano processualistico Satta ha sostenuto con fermezza l’incoercibilità dell’obbligazione di prestare il consenso per il contratto definitivo. Egli ha pertanto affermato che l’introduzione del rimedio previsto all’art. 2932 c.c. imporrebbe una ridefinizione del contratto preliminare: non è un pactum de contrahendo, non ha per oggetto una prestazione di volontà: da esso invece scaturisce il titolo per la costituzione, anche giudiziale, di una situazione giuridica finale.48
Ad analogo risultato conduce il pensiero di Montesano, mosso dalla intenzione di appianare la pretesa incoerenza di un negozio, il definitivo, che sia contemporaneamente esercizio di un potere ed adempimento di un’obbligazione49. Ad avviso dell’Autore il preliminare è fonte degli effetti ultimi che l’opinione maggioritaria riconduce invece al definitivo. Quest’ultimo pertanto avrebbe funzione di documentazione probatoria, operando al contempo come condizione per il prodursi degli effetti del preliminare, e la sentenza ex art. 2932 c.c. risolverebbe tale condizione di efficacia.50

Va tuttavia precisato che la pretesa incompatibilità delle categorie di negozio e di adempimento non è però andata esente da critiche: simili impostazioni “classificano in base a preoccupazioni dogmatiche rivolgendosi ad una loro propria nozione di negozio più che alla nozione positiva di contratto”).51

Senza ricorrere ad una rigida elaborazione dogmatica anche Giorgianni giunge a simili conclusioni: egli ritiene infatti che il preliminare obblighi ad una prestazione a contenuto negoziale ma è pure convinto che con la sentenza ex art. 2932 c.c. si renda definitivo lo stesso preliminare che quindi deve essere ab initio adatto a fungere da definitivo e possederne tutti gli elementi52 (condizione che, come vedremo, è stata superata nella interpretazione ormai evolutiva del principio di immodificabilità).
Analogamente anche chi sostiene la critica dell’esistenza di un contratto preliminare come concetto autonomo finisce col ritenerlo fonte degli effetti contrattuali di cui il definitivo si limita a differirne nel tempo la decorrenza.53
Ammettere o meno l’autonomia tra le due figure contrattuali in esame influisce sul rapporto che i due accordi instaurano tra loro.

Problemi molto rilevanti potrebbero sorgere soprattutto in relazione ai possibili vizi e sopravvenienze suscettibili di provocare la reazione di rimedi contrattuali nel regime delle impugnazioni.

Si tratta in sostanza di valutare in che modo l’operatività delle risposte dell’ordinamento possa condizionarsi dal fatto che vizi e sopravvenienze colpiscono non un singolo contratto bensì un atto inserito in una complessa sequenza che ne coinvolge due.
Appare metodologicamente opportuno distinguere l’ipotesi in cui ad essere colpito da vizi sia il preliminare da quella in cui ciò si verifichi in seno al definitivo.


Patologia ed inefficacia di preliminare e definitivo: reciproche interferenze
Il collegamento negoziale tra preliminare e definitivo ha storicamente posto il problema della relazione tra i due negozi ai fini del regime delle invalidità, della rescissione e della risoluzione.

Il tema della invalidità del contratto preliminare e definitivo e la questione delle loro interferenze è stato affrontato quasi esclusivamente in sede dottrinale e risulta collegato alle varie teorie sviluppatesi in merito alla natura giuridica dei due negozi.




Vizi del preliminare e conseguenze sul contratto definitivo
È tuttora dubbio quali siano le conseguenze sulla validità del definitivo in caso di invalidità del preliminare.

La giurisprudenza, fino ad epoca relativamente recente, non ha infatti avuto occasione di occuparsi approfonditamente del problema, né, quindi, di trovarne soluzione.

Ovviamente qualora si attribuisse maggiore importanza alla causa propria del definitivo rispetto alla causa solvendi dovrà ritenersi che i vizi del preliminare non si riverberano sulla validità del definitivo il quale, in tal caso, sebbene preceduto da un contratto preliminare nullo rimarrebbe comunque valido.54

Se invece si aderisse alla tesi della doppia causa, dando quindi rilievo alla causa solutoria ed evitando di considerare la disciplina del definitivo avulsa dall’obbligazione di contrarre, si riterrà in qualche modo influente sul definitivo il vizio del preliminare. In generale, come vedremo più avanti, sembra potersi escludere l’extrema ratio della nullità del definitivo a seguito di nullità del preliminare pena l’eccessivo scolorimento delle causa e funzione proprie del definitivo.


Essendo emersa la complessità della questione è bene procedere ad una disamina maggiormente organica.
Relativamente ai vizi che possono colpire il contratto preliminare e sulla comunicabilità di essi al contratto definitivo occorre distinguere tra due ipotesi.

Qualora il contratto preliminare sia inficiato da un proprio vizio originario (si pensi alla illiceità dell’oggetto) che venga poi trasferito sul definitivo non pare sorgano dubbi poiché si ammette pacificamente l’autonoma impugnazione del contratto definitivo e, conseguentemente, viene esclusa, dopo l’accoglimento dell’impugnativa, una nuova stipulazione ex art. 2932 c.c. stante l’originaria invalidità del preliminare.

Ciò è corollario della negozialità del definitivo e comporta l’autonoma deducibilità dei vizi che si trasmettono ad esso.55
Nel caso invece si tratti di un vizio del preliminare inidoneo a trasmettersi sul definitivo, per esempio qualora manchi la forma essenziale richiesta per legge, taluno ritiene che il definitivo stipulato in adempimento di un contratto invalido possa essere impugnato per errore di diritto fondato sull’erronea convinzione di un valido obbligo a contrarre allorché le parti siano pervenute alla conclusione di esso solo perché ritenevano erroneamente di esservi tenute.56

In tali casi la dottrina ha escluso la nullità anche del definitivo poiché in tal modo si svuoterebbe di significato la teoria della sua causa propria e ha preferito sostenere l’inattaccabilità del contratto, salva la valutazione dell’applicabilità della disciplina sull’errore di diritto ai sensi dell’art. 1429, n. 4 c.c.57


Appare chiaro quanto sia arduo individuare quale delle due cause sia essenziale secondo i contraenti: può di regola ritenersi che la spontanea stipulazione del definitivo, non inequivocabilmente attribuibile all’erronea convinzione della esistenza di un obbligo a contrarre, provochi un “vero superamento della causa propria del contratto definitivo”.58
Non mancano tuttavia opinioni discordanti sulla scia di quanti ammettono sì la natura negoziale del definitivo, ma allo stesso tempo ne riconoscono un’imprescindibile peculiarità. Quest’ultima, infatti, impedisce di considerarlo come isolato momento di formazione della volontà contrattuale e lo collega indissolubilmente al momento preliminare. Da ciò, pertanto, deriverebbe un’inevitabile ripercussione dell’invalidità del primo sul secondo.59

Nonostante la peculiarità causale del definitivo, che nessuno pone in dubbio, tale carattere di dipendenza tra le due figure non pare convincere: si obietta infatti che, formatasi la definitiva volontà negoziale, quella preliminare sarebbe da ritenersi mero antefatto storico la cui rilevanza potrebbe semmai rilevare sul piano dei motivi individuali.


Ulteriori e maggiori difficoltà ha dato l’ipotesi di vizi sopravvenuti tra la stipula del preliminare e quella del definitivo, soprattutto in caso di eccessiva onerosità sopravvenuta che riveste notevole importanza pratica.

In tal caso è generalmente ammessa la possibilità di impugnare il preliminare, nonostante il vizio incida soltanto sul regolamento contrattuale definitivo.

Il problema semmai si pone qualora la parte, lungi dall’impugnare il preliminare, esegua il definitivo e se quindi quest’ultimo sia egualmente risolubile, stante l’eccessiva onerosità sopravvenuta. A dare occasione a tali riflessioni, nella pratica, sono stati i casi di vincoli unilaterali attinenti l’introduzione di un futuro contratto (si pensi all’opzione, al preliminare unilaterale o alla proposta irrevocabile).

Parte della dottrina ha rilevato l’impossibilità di attribuire rilievo ad uno squilibrio che, rispetto all’effettiva efficacia del regolamento contrattuale, non può definirsi sopravvenuto né imprevedibile e, pertanto, ha escluso la risoluzione del definitivo ex artt. 1467-1468 c.c.60

Si è obiettato però che in tal modo si considererebbe la possibilità di impugnare il negozio preparatorio quale onere incombente sulla parte obbligata e non come una facoltà. Impostazione tanto più errata quanto si consideri che nelle ipotesi considerate il contraente pregiudicato dallo squilibrio sopravvenuto delle prestazioni non è chiamato all’esplicazione di alcuna attività negoziale.

In conclusione si è quindi ritenuto equo considerare l’eccessiva onerosità sopravvenuta rispetto al momento in cui l’equilibrio contrattuale era stato già fissato nella fase preliminare e da ciò desumere la autonoma impugnabilità anche del definitivo.61


Per approfondire il problema della risoluzione si veda infra la disamina della casistica delle impugnazioni.

Vizi del definitivo e conseguenze sul contratto preliminare
Simmetrica all’ipotesi appena esaminata è quella di un definitivo viziato che segua ad un contratto preliminare completamente immune da vizi.

La dottrina più recente ha sgomberato il campo dalle considerazioni di quanti ritenevano che tutte le cause di invalidità del definitivo si sarebbero proiettate retroattivamente sul preliminare, estinguendone gli effetti, inficiandolo e precludendone l’adempimento coattivo tramite sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c.62

Ovviamente non si tratta del caso in cui il vizio sopraggiunga dopo la stipulazione del definitivo. In quest’ipotesi, infatti, il rapporto derivato dal preliminare è estinto poiché nella stipulazione definitiva ha ricevuto adempimento e non perché la patologia si ripercuota su di esso.
È quindi apparso preferibile sposare l’impostazione ermeneutica in base alla quale l’invalidità e l’inefficacia del contratto definitivo non sono idonee a contagiare il vincolo preliminare: ne deriverebbe l’obbligo a stipulare un nuovo definitivo esente da vizi ed entro l’ordinario termine decennale di prescrizione a meno che le parti non abbiano previsto un più breve termine per l’adempimento.

Nell’ambito di questa seconda impostazione si distingue ulteriormente a seconda del tipo di vicenda.


Se, infatti, dovesse venire in rilievo una causa di inefficacia sopravvenuta alla stipula del definitivo non può porsi in dubbio che si sia già data piena esecuzione al vincolo delineato nel preliminare ed esaurito il rapporto obbligatorio da esso generato.
Se invece il vizio fosse originario del definitivo si dovrebbe ulteriormente distinguere: da un lato, l’ipotesi in cui l’invalidità dipende dalla mancata osservanza di stipulare un contratto valido ed efficace (da cui conseguirebbe la legittima pretesa della parte delusa ad una nuova stipulazione esente da vizi); dall’altro, l’ipotesi in cui non è tale inadempienza a dare origine al vizio del definitivo. In quest’ultimo caso il contratto preliminare avrebbe già esaurito, per effetto della stipula del definitivo, la sua funzione ed efficacia.63

Ciò però non esclude la possibilità di esercitare la pretesa di una nuova stipulazione, esente da vizi, poiché si tratterebbe comunque di un inesatto adempimento del preliminare in quanto conseguenza di un consenso definitivo viziato.

Con l’ulteriore, ovvia, precisazione, del limite della prescrizione64, per cui nel momento in cui il definitivo venga dichiarato nullo - e la relativa azione, com’è noto, è imprescrittibile – potrebbero essere estinti i diritti derivanti dal preliminare.

Vizi e sopravvenienze: rimedi di annientamento e di adeguamento

L’equilibrio del contratto nelle impugnazioni
Il problema della rescissione per lesione
Lo squilibrio delle prestazioni costituisce sicuro ed esplicito fondamento, sebbene non esclusivo, della risoluzione del contratto nel senso che esso è posto fra le condizioni inderogabilmente richieste dalla norma per l’esperimento dell’azione. 65
Inserita nel dibattito riguardante il mantenimento dell’equilibrio delle prestazioni compromesso da sopravvenute circostanze la rescissione impone una riflessione preliminare.

Essa, infatti, non sembra possa propriamente considerarsi strumento idoneo per riequilibrare il contratto. Infatti se questa fosse stata l’intenzione del legislatore sarebbe stato illogico consentire alla controparte la possibilità di operare una reductio ad aequitaem della prestazione.

Si è osservato, infatti, che il contraente vittima e quindi in stato di bisogno, avrebbe tratto maggior vantaggio dal mantenimento del vincolo contrattuale seppur adeguato, e in tono minore, rispetto alla distruzione dello scambio che invece con la risoluzione si realizza.

Per tali ragioni si è tradizionalmente esclusa la relativa azione tra quei rimedi volti al ripristino dell’equilibrio tra le prestazioni e tale argomento ha condotto a considerare l’istituto come sintomatica dimostrazione della costante inammissibilità nel nostro ordinamento di un sindacato giudiziale sull’equilibrio del sinallagma.

Autorevole dottrina66ha dunque acutamente osservato che, nel caso di specie, si discuta non tanto di riequilibrio delle prestazioni quanto di sindacato del contratto e pertanto sia poco proficuo, relativamente ai nostri studi, occuparsene poiché la rescissione non dà linfa alla problematica della revisione del contratto, non offre tutela alla parte lesa né, soprattutto, ripristina in alcun modo l’originaria ragione di scambio.
Per quanto si aderisca pienamente a quanto appena detto, per completezza di trattazione non può non trattarsi della questione da sempre controversa sull’esperimento dell’azione di rescissione per lesione prevista dagli artt. 1447 ss. c.c.

In particolare è discusso se detta azione debba riguardare il preliminare o il definitivo oppure entrambi i contratti: il problema assume speciale vigore soprattutto ai fini della decorrenza della prescrizione breve di un anno (art. 1449 c.c.) che riguarda sia l’azione che la relativa eccezione


La dottrina che sostiene la rescindibilità del solo preliminare fa propria la considerazione del contratto definitivo caratterizzato da una causa solutionis. Si osserva che è solo nella fase preliminare che si realizza lo sfruttamento dello stato di bisogno o si verifica la lesione, mentre nel definitivo il contraente si limita ad adempiere un’obbligazione.

La tesi diametralmente contraria a quella appena esposta, considerando il definitivo sorretto da una causa autonoma ed il preliminare come contratto che predispone la prestazione di meri consensi, ribatte che la lesione nel contratto preliminare è puramente potenziale e diventa reale qualora suggellata nel definitivo.67


A mediare tra queste estreme posizioni è intervenuta la giurisprudenza di legittimità che ha preferito sostenere una tesi intermedia secondo la quale entrambi i contratti potrebbero essere rescindibili poiché col definitivo si perpetra e cristallizza il medesimo sfruttamento della situazione della controparte già iniziato col preliminare con la conseguenza del riconoscimento di un nuovo termine annuale.

È agevole notare come le corti, nel sostenere omogeneamente questo orientamento, siano state animate da ragioni di equità per evitare che il contraente profittatore dello stato di bisogno possa fissare un termine di adempimento che superi l’anno per privare intenzionalmente la vittima di ogni tutela.6869


Per completezza va precisato che non è possibile esperire l’azione di rescissione contro la sentenza costitutiva emessa ex art. 2932 c.c.: questa infatti non è un contratto né la volontà del giudice può dirsi sostitutiva di quella delle parti.

Ne deriva che la parte convenuta che, nel giudizio di condanna alla esecuzione specifica, non abbia eccepito la causa di rescissione implicitamente rinuncia ad ogni contestazione.


La risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta
Si ritiene che le disposizioni relative alla risoluzione siano particolarmente istruttive poiché tutti e tre i casi edittali previsti dal codice riconoscono come causa giustificatrice la sopravvenuta alterazione del rapporto e come loro fondamento lo squilibrio tra le prestazioni.
La risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta è un tipico caso di divergenza di contenuto tra il contratto preliminare ed il definitivo e solleva problematiche differenti da quelle della rescissione.

In questo caso infatti l’equilibrio fra le prestazioni delineato dalle parti viene alterato da fatti sopraggiunti dopo la conclusione del contratto preliminare e si tende unanimemente ad ammettere che lo stesso sia suscettibile di essere risolto per eccessiva onerosità ex art. 1467 c.c.70

Per sostenere l’ammissibilità del rimedio relativamente al contratto preliminare si è rilevato come in esso risultino già determinati i termini del sinallagma: della loro sopraggiunta alterazione (che produce l’eccessiva onerosità) non può non tenersi conto versandosi in un’ipotesi che tipicamente si presta a rientrare nello schema dell’azione de qua per il differimento temporale della esecuzione della prestazione.

Consentire l’esperimento della risoluzione costituisce naturale ed ovvia conseguenza della rivalutazione che la figura del preliminare sta vivendo negli ultimi anni.

La mutata visione dell’istituto che viene ormai considerato, se non già un contratto definitivo obbligatorio, un accordo con cui le parti non si obbligano alla mera prestazione di un consenso ma altresì ne programmano gli effetti finali promettendosi le relative prestazioni certamente richiede maggiore interesse verso l’azione di risoluzione.

La posizione obbligatoria nascente dal contratto preliminare infatti non può limitarsi all’obbligo di prestare il consenso: è ormai pacifico che con esso le parti si impegnano a porre in essere tutte le attività necessarie a garantire il trasferimento al promissario acquirente del bene oggetto della contrattazione programmatica.


Il promittente alienante, in altri termini, è tenuto ad approntare ogni mezzo necessario per garantire l’identità della prestazione preparatoria e della prestazione finale.

Tali principi, sorti dalla riconsiderazione che la figura del contratto preliminare sta avendo, possono ovviamente estendersi a tutti i casi di sopravvenienze.


La giurisprudenza ha tuttavia escluso la possibilità che possa domandare la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta la parte che, in dipendenza di una esecuzione anticipata, abbia effettuato la prestazione dovuta prim’ancora che eventi futuri e imprevedibili rendessero eccessivamente onerosa la controprestazione.

Tale soluzione si inserisce ancora nel solco della valorizzazione degli impegni che discendono dal preliminare e rappresenta l’orientamento dominante che esclude l’applicabilità del rimedio quando una delle parti, nel caso di un’esecuzione anticipata, abbia interamente adempiuto la prestazione dovuta a meno che a venire in rilievo non sia un caso di eccessiva onerosità diretta (come, ad esempio, il costo sostenuto per effettuare la prestazione) ma sia invece indiretta (la inadeguatezza della controprestazione al fine di remunerare quella eseguita.71


Ovviamente la risoluzione è radicalmente esclusa se entrambe le prestazioni siano state eseguite in via anticipata ed integrale.

La risoluzione per impossibilità sopravvenuta
Ulteriore ipotesi di divergenza tra preliminare e definitivo è quella in cui la prestazione dedotta nel definitivo sia divenuta impossibile, dopo la conclusione del preliminare, per un fatto storico successivo a quest’ultimo.
Sembra pacificamente ammessa la tesi positiva in base alla quale l’impossibilità sopravvenuta della prestazione possa farsi valere già nei confronti del preliminare.

Tale assunto riceve avallo dalla stessa lettura dell’art. 2932 c.c. il quale fa riferimento all’inadempimento del soggetto obbligato, qualora, beninteso, tale adempimento sia possibile.

Il dato letterale della norma, pertanto, esclude la pronuncia della sentenza qualora il contratto definitivo sia impossibile da eseguire. E tale è il contratto definitivo non solo quando non sia più possibile prestare il consenso, come nel caso di sopravvenuta incapacità del soggetto, ma anche qualora l’impossibilità riguardi l’esecuzione delle prestazioni derivanti dal contratto preliminare.

Ne deriva che anche in tali ipotesi il contratto definitivo possa risolversi per sopravvenuta impossibilità delle prestazioni e, conseguentemente, sia impossibile agire ex art. 2932 per ottenere l’esecuzione in forma specifica del contratto.


In questo ambito particolari problemi ha sollevato l’ipotesi dell’impossibilità parziale e quindi l’applicabilità della disciplina prevista dall’art. 1464 c.c.

In particolare la questione si è posta circa la possibilità per il promissario acquirente di chiedere, per la parte di prestazione rimasta eseguibile, l’esecuzione in forma specifica del contratto e, per la parte rimanente, invocare invece il rimedio della risoluzione per impossibilità parziale.

Ciò, è evidente, comporterebbe una riduzione della prestazione dedotta nel preliminare e, per quanto in questa sede rileva, un intervento adeguatore del giudice teso al mantenimento del rapporto contrattuale.
Anche su questo terreno hanno giocato rilevanti influenze le concezioni tradizionali che lungamente hanno avvolto il problema dei rapporti tra contratto preliminare e definitivo.
In particolare, i dubbi sollevati a livello dottrinale e giurisprudenziale trovavano origine dalla classica impostazione che ritiene il definitivo un contratto dai contenuti necessariamente identici al preliminare.

Se ne deduceva, pertanto, la negazione per il giudice di effettuare un intervento di verifica della autonomia negoziale e, quindi, un lavoro integrativo con la diminuzione del prezzo che ripristino l’equilibrio della operazione economica.


Lo stesso problema, come vedremo più approfonditamente, si è posto a proposito della disciplina della garanzia per vizi e della possibilità di esperire l’actio quanti minoris.
Nel caso in esame, di impossibilità parziale della prestazione, il mito della intangibilità del contratto preliminare e quindi della autonomia negoziale in sede di pronuncia ex art. 2932 c.c. hanno reso a lungo impossibile l’utilizzo del rimedio.

L’impossibilità parziale del contratto preliminare fa sì che i beni oggetto della prestazione abbiano un valore diverso e cambino il senso dell’assetto di interessi in origine divisato dai contraenti. In tali casi, se le parti non si accordano su una rinegoziazione in sede di definitivo questa, si è sostenuto, non può essere opera del giudice.


La recente posizione della giurisprudenza ha tentato di emanciparsi da questa visione costrittiva e limitante ed ha iniziato a riconoscere una dimensione maggiormente elastica ai rapporti tra preliminare e definitivo.

Le pronunce soprattutto si sono mosse nel senso di un bilanciamento tra due principi: quello dell’intangibilità del preliminare e quello della conservazione del contratto reputando quest’ultimo in un certo senso prevalente sul primo.


Pertanto si è concesso al giudice, laddove il preliminare sia in una considerevole parte ancora eseguibile e laddove l’operazione negoziale non sia necessariamente unitaria bensì scindibile, verificare l’incidenza dell’impossibilità parziale sul prezzo inizialmente pattuito dalle parti.

Sostanzialmente, in omaggio a questa interpretazione evolutiva dei principi in materia, si è riconosciuta al giudice interprete della volontà negoziale la possibilità di pronunciare una sentenza “mista” che accerti l’impossibilità sopravvenuta parziale del contratto preliminare e che pronunci l’esecuzione in forma specifica della rimanente parte della prestazione attraverso una statuizione integrativa che riduca il valore di scambio in origine deciso adeguandolo alle nuove circostanze.



Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice
Il contratto preliminare unilaterale e bilaterale: distinzione da altre tipologie negoziali
Problemi in tema di inadempimento
Capitolo secondo
Gerarchia delle norme interpretative e limiti della sentenza ex art. 2932 c.c.
Capitolo terzo
Rischio contrattuale e rapporti di durata: obbligo di rinegoziazione
Parte seconda
Sintesi dei nuovi principi giurisprudenziali in tema di interpretazione del contratto
La fase delle trattative
Il caso walford v. miles
La formazione della volontà negoziale e le cause di invalidità del contratto



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