Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice



Scaricare 1.2 Mb.
Pagina7/21
14.11.2018
Dimensione del file1.2 Mb.
1   2   3   4   5   6   7   8   9   10   ...   21

CAPITOLO TERZO

Adeguamento e rinegoziazione del contratto: intervento correttivo del giudice
Adeguamento del contratto e poteri del giudice

Principi di proporzionalità e di buona fede nell’esecuzione del contratto
La trattazione del problema oggetto di questa ricerca impone un taglio trasversale nell’affrontare le difficoltà sottese alla questione dell’intervento dell’interprete qualora si trovi di fronte a due volontà contrattuali divergenti e debba interpretarle tentando la salvaguardia del sinallagma.

Come vedremo più approfonditamente nel sistema di common law il problema infatti è prettamente di interpretazione e integrazione della autonomia contrattuale concessa alle parti nel determinare le statuizioni dei loro accordi.

Pertanto, se l’estensione dei poteri del giudice quale via obbligata per realizzare l’assetto sostanziale degli interessi è stato oggetto di approfondita analisi a seguito dell’esegesi della casistica giurisprudenziale in tema di garanzia per vizi (perché è quella la sedes materiae in cui si è rivelata e maggiormente esplicata), non può adesso mancare un esame dei margini di movimento di cui l’interprete gode (o non gode) nell’intervenire, per integrare, interpretare o modificare il contratto.
È opinione ancora dominante nella nostra cultura giuridica civilistica quella che nega al giudice, neppure per ragioni equitative, di correggere il contratto, temperandone gli effetti, essendo esclusivamente rimessa alla autonomia contrattuale delle parti qualsivoglia valutazione relativa all’equilibrio delle prestazioni ed alla giustizia interna allo scambio.

A tale stregua sarebbe precluso ogni sindacato in ordine al rapporto tra le prestazioni non essendo consentito, in forza di un controllo ex post che sarebbe letto come eversivo del sistema, giungere alla disapplicazione del contenuto del contratto, ritenuto intangibile ed avente forza di legge tra le parti.

Ne deriva che nel diritto moderno ancora si predilige non sacrificare la certezza dei rapporti giuridici, la cui unica garante della equità del sinallagma rimane l’autonomia dei privati, in forza di un rimedio giudiziale contro gli squilibri contrattuali.

È infatti con queste parole che si esprime uno dei più autorevoli autori nel difendere la intangibilità del contenuto negoziale140: “Nessuna delle regole concernenti il controllo di funzionalità del contratto è diretta a controllare istituzionalmente l’adeguatezza del rapporto tra le prestazioni, a valutare se ciò che una parte ha dato o promesso è adeguatamente remunerato da ciò che dall’altra parte a lei s’è dato o promesso; a garantire insomma l’equità dello scambio, il rispetto dei principi di giustizia commutativa. Le parti sono libere, in linea di principio, di fissare come meglio credono le ragioni di scambio dei loro contratti: ciascuna parte è libera di dare 10 in cambio di 1; l’ordinamento giuridico non interviene a correggere questa iniqua proporzione ma rispetta le autonome scelte degli operatori nella stessa misura in cui rispetta la libertà delle decisioni del mercato”. E ciò – si prosegue – sembra confermato dai più recenti interventi legislativi, come l’art. 1469 ter, comma secondo, c.c. in tema di clausole abusive, il quale disponendo che “la valutazione delle clausole vessatorie non attiene alla adeguatezza del corrispettivo dei beni e servizi, purché tali elementi siano indicati in modo chiaro e comprensibile”, tutelerebbe solo la trasparenza e non la giustizia dello scambio.

Anche in giurisprudenza prevale l’idea che debba essere assicurato il rispetto puntuale della volontà delle parti pur in presenza di obiettivi fattori di squilibrio non essendo al giudice consentito di modificare l’assetto negoziale da esse liberamente statuito. L’economia di mercato, a tale stregua, esigerebbe che la distribuzione dei rischi non avvenisse in modo differente da quello convenuto dalle parti; comporterebbe il libero gioco della corrispettività che non potrebbe essere alterata dall’intervento modificatore del giudice, se non in presenza di circostanze eccezionali e abnormi.

Qui dit contractuel dit juste.

In tal senso emblematica si è rivelata una pronuncia del Tribunale di Milano141che ha giudicato su una domanda di riduzione ad equità del prezzo di riacquisto relativamente ad una fattispecie di vendita di partecipazioni societarie con patto di retrovendita.

Nel caso di specie il corrispettivo era stato fissato all’atto della stipula del primo trasferimento ed era stato utilizzato quale parametro per il prezzo di vendita rivelandosi congruo e rispondente ai correnti valori di mercato.

Tuttavia, nel periodo intercorrente tra il primo trasferimento e l’esercizio del diritto di riacquisto, alcune vicende societarie sopravvenute avevano inciso sul criterio fissato, rendendolo iniquo, cosicché il soggetto obbligato a rivendere, costretto a privarsi della quota ad un prezzo notevolmente inferiore a quello corrisposto all’atto dell’acquisto della stessa, si era rivolto ad un collegio arbitrale perché questo individuasse un parametro sostitutivo di stima delle partecipazioni col quale si potesse pervenire ad una soluzione più equilibrata in termini di corrispettività e più attenta ai valori di mercato.

Avendo gli arbitri declinato la domanda sul presupposto della intangibilità del contenuto pattizio, il socio alienante riproponeva la questione innanzi al Tribunale il quale in tal modo si esprimeva: “In un sistema ispirato al generale principio della libertà ed autonomia contrattuale rispetto al quale la sostituzione della disciplina negoziale è possibile soltanto in presenza di norme imperative e solo nei casi e nei modi da queste previste, la funzione dell’equità non può essere quella di contrapporsi all’assetto di interessi concordato dalle parti (…) Diritto ed equità non costituiscono ordinamenti separati ed il principio pacta sunt servanda costituisce esso stesso uno dei fondamenti su cui poggia la concezione equitativa del diritto”.

Ovviamente da sempre questa impostazione, soprattutto in dottrina, ha suscitato sentimenti di insoddisfazione: già venti anni or sono Bianca avvertiva infatti “una crescente esigenza di controllo del contratto secondo parametri di giustizia quando l’iniquità non è episodica ma risponde ad una disparità socio-economica dei contraenti per divenire, quindi, iniquità sociale”.142

Ora, sebbene a prima vista dette considerazioni appaiano poco pertinenti con l’oggetto della nostra ricerca tesa alla verifica delle modalità di gestione del rischio e delle sopravvenute ragioni di squilibrio nei contratti di durata o comunque nelle fattispecie temporalmente differite, come la sequenza preliminare-definitivo, che in questa sede particolarmente rileva, non può comunque prescindersi da una analisi in ordine ala configurabilità nel nostro ordinamento di un principio di adeguatezza o proporzionalità delle prestazioni ed agli eventuali confini di esso.

Nei tempi più recenti segnali normativi e decisioni giurisprudenziali rivelano un superamento del dogma della intangibilità del contenuto contrattuale poiché espressione del volere delle parti sul rilievo che l’oltranzista difesa dello stesso si tradurrebbe in una posizione di retroguardia ormai anche rispetto al diritto positivo.143

Tuttavia non sempre tale istanze di giustizia contrattuale e di insofferenza verso la pedissequa e asfittica attinenza al disposto contrattuale hanno condotto gli studi verso giusti canali risolutivi. Le questioni che si pongono, infatti, non si esauriscono sul piano dei controlli sul procedimento di formazione del contratto ma dovrebbero anche battere la strada della individuazione di regole che consentano di reprimere gli abusi o gli approfittamenti di qualsiasi processo formativo falsato della volontà contrattuale, di penalizzare la creazione di distorsioni e l’induzione a contrarre sotto gli stimoli delle distorsioni stesse, di distinguere l’interlocutore che induce crea la stortura da quello che sa ma avrebbe potuto sapere e da quello che non avrebbe potuto non sapere.144

In una parola si ritiene che la strada più giusta da percorrere sia quella della trasparenza e della accessibilità del regolamento in contrapposizione al meccanismo del controllo formale previsto dall’art. 1341 c.c.

Ebbene, se è innegabile che la trasparenza ed il consenso liberamente manifestato rappresentino un passo avanti verso la tutela di posizioni di subalternità socio-economica, è altresì indubbio che tale passo in avanti non sia sufficiente rimanendo comunque ancorato al solco di tradizionali concezioni consensualistiche non sempre idonee a spiegare le dinamiche capitalistiche dei nostri tempi.

La trasparenza può vivere come valore solo qualora la si consideri un mezzo per pervenire ad una regolamentazione adeguata. Cessa di esserlo nel momento in cui la si consideri un fine in sé e tutte le volte (non poche) in cui non è in grado di garantire tutela ad ampio raggio ad un regolamento meritevole di protezione.

Inoltre la valorizzazione del controllo sul procedimento di formazione della volontà ha attitudine a ripercuotersi anche sul piano dei rimedi contro le sproporzioni originarie e le sopravvenienze che alterino l’equilibrio iniziale, quindi sul piano della individuazione dei ventilati poteri del giudice dinanzi alla sperequazioni.

I sostenitori del controllo sul procedimento di formazione della volontà convengono sulla possibilità di esperire il solo rimedio risarcitorio, dividendosi in ordine alla questione relativa l’invalidità dell’atto (taluni utilizzando l’art. 1337 c.c.145, altri riferendosi al paragrafo 138 del BGB146, altri ancora, infine, affermando che in nessun caso la violazione del dovere di buona fede possa essere causa di invalidità del contratto.147

Non si ipotizza l’esistenza di un potere del giudice di sindacare e correggere il contratto secondo canoni equitativi né si evocano le regole di integrazione del contratto secondo equità e buona fede nell’esecuzione. Semmai ci si preoccupa maggiormente di rinvenire meccanismi che consentano all’interprete di intervenire sulla base della stessa autonomia privata concepita quale esclusiva manifestazione del consenso e quale unico parametro interpretativo.148

Tuttavia nel tentativo di rinvenire rimedi che assicurino la realizzazione di assetti oggettivamente proporzionati ed eventualmente riequilibrati, acquista oggi sempre maggior linfa, sia pure esulando dalla normativa interna in questo momento relegata ad un ruolo marginale, la teoria dell’integrazione della disciplina degli atti di autonomia che trova origine in primo luogo nelle fonti comunitarie e nei principi ad esse sovrastanti.

D’altronde è lo stesso art. 1374 c.c. che, richiamandosi alla fonte legale ed avendo autonomo valore normativo, rende senza dubbio operanti anche fonti non richiamate o esterne alla legislazione statale e ciò costituisce soluzione del problema relativo al rinvio a fonti normative esterne, soprattutto sovranazionali.

Particolarmente rilevanti appaiono oggi la formazione ed i principi comunitari al fine della interpretazione – integrazione di quelle formule elastiche, che siano o meno clausole generali, che abbiano un contenuto variabile ed indeterminato e di conseguenza attribuiscono all’interprete il ruolo di realizzarne e precisarne il contenuto alla luce dei criteri desumibili dal sistema normativo nelle sue varie articolazioni ed ai suoi vari livelli. Ne deriva che una clausola generale o qualsiasi altra determinazione contrattuale posta dalle parti va comunque armonizzata coi principi comunitari che sono, e saranno sempre più, portatori nel nostro ordinamento nazionale di importanti evoluzioni a livello interpretativo giungendo a dare effettiva concretezza ai principi di equità e buona fede nel contratto.

Sicuramente uno dei principi comunitari che più ha inciso sul sistema del contratto e sulla concretizzazione dei riferimenti ai principi appena richiamati è il principio di proporzionalità. 149

Quest’ultimo nasce nel diritto tedesco come parametro di valutazione delle norme statali e sovrastatali in fattispecie relative a rapporti di tipo verticale, cioè tra istituzioni e privati, imponendo una relazione di adeguatezza tra gli strumenti adottati ed i fini perseguiti, vale a dire quindi tra posizioni soggettive tutelate e le sanzioni.

Esso è stato fatto proprio dalla Corte di Giustizia150 che in diverse pronunce lo ha utilizzato come strumento di valutazione di congruità tra fini e mezzi e ciò ha consentito di estendere la sua applicazione anche all’ambito dei rapporti privatistici. In particolare la proporzionalità è venuta in rilievo sul piano della relazione tra autonomia privata e ordinamento per determinare la congruità degli interventi nei confronti della prima e degli interessi che con quel determinato intervento si vogliono tutelare.

L’utilizzo della proporzionalità come strumento per valutare, interpretare ed eventualmente costruire anche la regola privata è stata quindi introdotto da tali precedenti applicazioni: la regola contrattuale non può che essere congrua rispetto agli interessi che vengono in rilievo nel contratto.

Il principio di proporzionalità assurge quindi a criterio di valutazione non soltanto relativamente all’abuso del potere privato conseguenza di diversi rapporti di forza nel mercato in cui si fronteggiano poli con differenti poteri, ma anche in relazione a situazioni non caratterizzate da tali asimmetrie.

Emblematica in tal senso è la recente interpretazione data all’art. 1384 c.c. grazie alla quale ormai è pacificamente ammessa la reductio ad aequitatem della penale contrattuale qualora risulti manifestamente eccessiva. Chiaramente deputato a tale intervento adeguatore non può che essere il giudice al quale viene attribuito un potere di riduzione d’ufficio anche a prescindere da una istanza di parte.

La giurisprudenza più sensibile d’altronde si era già da tempo attivata in questa direzione seppur costretta a ricorrere ad un espediente formale che riteneva la domanda di riduzione della penale implicitamente contenuta nella richiesta di rigetto della domanda di pagamento della penale.

La Corte di Cassazione ha di recente compiuto il passo definitivo attribuendo al giudice il potere di ufficio in sede di valutazione della congruenza tra interessi dedotti e sanzioni predeterminate. Nella sentenza infatti i giudici di legittimità così si esprimono: “Il controllo che l’ordinamento si è riservato sugli atti di autonomia privata, nel richiamato contesto di avvenuta costituzionalizzazione dei rapporti di diritto privato, non può ora non implicare anche un bilanciamento di valori di pari rilevanza costituzionale, stante la riconosciuta influenza, nel rapporto negoziale – accanto al valore costituzionale dell’iniziativa economica privata (sub art. 41 Cost.), che appunto si esprime nello strumento negoziale, di un concorrente dovere di solidarietà nei rapporti intersoggettivi (art. 2 Cost.). Tale dovere, entrando in sinergia con il canone generale di buona fede oggettiva e di correttezza, all’un tempo gli attribuisce una vis normativa e lo arricchisce di contenuti positivi, inglobanti obblighi, anche strumentali, di protezione della persona e delle cose della controparte, funzionalizzando così il rapporto obbligatorio alla tutela anche dell’interesse del partner negoziale”.151

Nonostante la Corte si riferisca esclusivamente alla buona fede ed alla solidarietà le argomentazioni riportate consentono di sottolineare il riferimento al principio di proporzionalità venendo in rilievo nella vicenda proprio il rapporto tra entità della sanzione posta dalla autonomia privata e l’interesse contrattualmente rilevante.

Altri esempi di tale influenza possono essere sia l’art. 1455 c.c.152 laddove si rimette al giudice la valutazione della gravità dell’inadempimento per risolvere il contratto sia l’art. 1525 c.c.153 laddove è vietata la risoluzione della vendita con riserva di proprietà qualora il mancato pagamento riguardi una sola rata.

Molti altri riferimenti possono essere ancora rinvenuti in disposizioni nelle quali emerge la non indifferenza dell’ordinamento verso il principio di proporzionalità. Basti pensare al sistema delle garanzie reali e personali, al principio di simmetria tra debito e garanzia ed alla recenti riletture delle regole su patto commissorio e marciano. Il quadro si completa con disposizioni di derivazione comunitaria quali, in particolare, quelle dalla L. 30 luglio 1998, n. 281, n.192 relativa alla disciplina sui diritti dei consumatori nonché della L. 18 giugno 1998, n. 192 disciplinante i rapporti di subfornitura.

Sono tutte norme a vocazione allargata, vuoi per la loro attitudine ad introdurre nel sistema un nuovo profilo di valutazione degli interessi protetti, vuoi per la tendenza a superare la variabile soggettiva realizzando meccanismi riequilibratori anche in fattispecie esulanti il rapporto professionista – consumatore.

Paradigmatica ipotesi è costituita dall’art. 3 della legge sulla sub-fornitura che, nel disciplinare l’abuso della dipendenza economica, perviene ad una opportuna integrazione dei valori del mercato e della concorrenza con quelli della giustizia contrattuale e risolve problemi di asimmetria del potere ricorrendo a strumenti desumibili dalla stessa prassi mercantile.

In tal modo i criteri di normalità economica e la proporzionalità che concreta le clausole di equità e buona fede, giustificano soluzioni in termini di riequilibrio e bilanciamento degli interessi rimesse anche al potere del giudice.

Ulteriore indice della diffusione del parametro della proporzionalità è costituito dai principi per i contratti internazionali dell’Unidroit, tra cui l’art. 3.10.1 rubricato “eccessivo squilibrio” nel quale si prevede l’annullamento del contratto qualora al momento della conclusione l’intero contenuto o solo alcune clausole di esso attribuivano ad una delle parti un ingiustificato vantaggio. La norma in esame conclude attribuendo a ciascuna parte la facoltà di chiedere al giudice di adattare il contratto e le sue clausole in modo da renderlo conforme agli ordinari criteri di correttezza abituali nel commercio.

È indubbio pertanto che il principio di proporzionalità attribuisca al giudice un ruolo attivo nella individuazione della regola comunque munendolo di un parametro quantitativo che previene qualsivoglia arbitrio.

Ed è proprio il necessario appiglio a tale parametro a scongiurare il timore che il principio di proporzionalità faccia rivivere una impostazione dirigistica degli organi giudiziari che mortifichino l’autonomia privata oltre il paventato rischio di introdurre un fattore di incertezza in una fase storica già segnata da istanze individualistiche e corporative e da una profonda crisi di valori.

Come è stato autorevolmente affermato, infatti, si tratta di un momento nel processo di trasformazione del principio di legalità che tenta di conformare il diritto quale espressione di assetto generale dell’ordinamento fondato sulla costante ricerca di mediazione tra esigenze di certezza e di giustizia sostanziale.154 Si intende pertanto dire che l’ordinamento si adatta ad un sistema di garanzie nel quale è più accentuata la parte coperta dal diritto piuttosto che quella coperta dalla legge.

Ovviamente l’applicazione in sede di interpretazione del principio di proporzionalità concorre anche a connotare le modalità attuative del principio di conservazione del contratto e del sistema delle invalidità. Va da sé, infatti, che alla luce di quanto detto, i rimedi della azione di nullità o della risoluzione risultano eccessivi laddove ormai si consenta di rispondere con strumenti tecnici maggiormente adeguati sia alle patologie genetiche del sinallagma che, a fortiori, a quelle sopravvenute idonee ad alterare l’originario assetto determinato dai contraenti. E già si sono menzionati gli artt. 1339 e 1374 c.c. che rappresentano certo soluzioni maggiormente adeguate e meno radicali per effettuare un bilanciamento tra autonomia ed eteronomia, tra libertà e regole del mercato, attribuendo prevalenza all’interesse da tutelare ed adeguando la scelta del rimedio al valore ritenuto preminente.

E se la regola di conservazione e di adeguamento del contenuto risponde ad un’istanza generale riferibile all’autonomia privata nel suo complesso, a maggior ragione essa deve operare in tutti quei casi in cui lo svolgimento del rapporto è funzionalmente connesso all’interesse delle parti alla continuità dell’esecuzione laddove circostanze sopravvenute alterino nel tempo l’equilibrio di assetti programmato ab origine dall’autonomia privata.155

Per quanto concerne i contratti a lungo termine, quindi, la strada non può ricercarsi nella piana applicazione della clausola rebus sic stantibus ovvero ricorrendo alla disciplina della presupposizione, ma deve tracciarsi rinvenendo un principio che miri alla salvaguardia dell’interesse dei contraenti all’esecuzione, modificando, qualora sia necessario a tale scopo, il regolamento che incide sull’adempimento delle obbligazioni assunte.

Ciò comporta che la regola applicabile non deve nascere in relazione a quanto voluto ma che è necessario ricostruire la volontà contrattuale anche in relazione di ciò che è possibile volere: in altri termini, l’adeguamento del contratto non tende ad imporre alle parti ciò che esse tendevano ad evitare in quanto non incluso nel contenuto del contratto quanto piuttosto mira ad integrare e modificare l’assetto programmato con ciò che più coerente appare per la realizzazione del programma economico secondo criteri sì propri del mercato ma che allo stesso tempo assicurano la congruenza con le finalità dell’ordinamento. D’altronde la buona fede nell’esecuzione non può giungere fino al punto di creare essa stessa, ed in via autonoma, un nuovo fine ma ha piuttosto il compito di modellare il mezzo in funzione del fine concreto cui l’operazione contrattuale è diretta.

Pertanto ogniqualvolta vi sia divergenza tra quanto programmato dal contratto e la effettiva realizzazione del concreto interesse delle parti si crea lo spazio entro cui l’interprete può esercitare il margine di intervento ad esso consentito operando un giudizio di congruenza. Al giudice in definitiva compete la concretizzazione della regola astratta di comportamento secondo un giudizio di congruenza: esercitando questa sua funzione egli diviene filtro di valori che il singolo programma obbligatorio è destinato a realizzare e che comunque deve recepire.

Una recente dottrina afferma, con riferimento alla clausola di buona fede nella esecuzione del contratto contenuta nell’art. 1375 c.c., che relativamente al momento dell’esecuzione la buona fede diviene il referente valutativo della esigibilità ed inesigibilità in concreto di “tratti di attività idonee a rendere la prestazione maggiormente utile per il creditore compatibilmente con l’esigenza di non aggravare la posizione debitoria colmando quindi la distanza tra il neutro obbligo debitorio ed il concreto interesse creditorio”.156

In sostanza, il potere-dovere del giudice di correggere il contratto in chiave equitativa non può essere contestato poiché mira a riflettere quanto le parti avrebbero dovuto o potuto prevedere.

All’autonomia privata in altri termini è essenziale non già la riconducibilità dell’obbligo alla previsione volontaristica sebbene la preventiva conoscibilità della regola di condotta richiesta in relazione alle peculiarità soggettive ed oggettive del complessivo assetto di interessi divisato dalle parti. Sicché il comportamento che prevedibilmente è da ritenere confacente alla piena realizzazione degli interessi sottesi al regolamento negoziale assume i caratteri della doverosità anche al di fuori di un’espressa previsione contrattuale.

Si tratta di uno dei possibili percorsi che consentono di coordinare compiutamente lo spettro delle sopravvenienze rientranti nell’alea normale del contratto nonché di definire il terreno e la natura dell’intervento dell’interprete; intervento che viene definito come solidale e non antagonista con l’autonomia contrattuale.157

Una sentenza tra tutte viene in rilievo per l’attenzione mostrata nei confronti dei margini di intervento giudiziale sul contenuto del contratto. In essa infatti si dice espressamente che “il principio di buona fede nell’esecuzione, quale norma fondamentale nella fase di esecuzione di tutti i rapporti giuridici, consentirebbe l’integrazione del contratto attraverso la riduzione di tassi pattuiti secondo principi di equità”.158

Le osservazioni sin qui svolte conducono ad avvalorare l’idea di quanti affermano che il contratto sia sotto esame insieme al ruolo attribuito all’autonomia contrattuale e allo stesso diritto civile.

La conclusione quindi non può che essere nel senso che se l’intangibilità del contratto si giustifica alla stregua della disponibilità dell’effetto e del consenso liberamente prestato da parte dei soggetti nella sfera giuridica dei quali l’effetto stesso è destinato a prodursi, il moderno sistema capitalistico propone modelli di regole di matrice privata che difettano di tale requisito.

Da qui l’esigenza di rinvenire, anche attingendo alle fonti sovraordinate di matrice comunitaria, dei meccanismi integrativi e correttivi dei rapporti sì da realizzare la riduzione degli squilibri e la tutela degli interessi più meritevoli tutte le volte in cui le regole di matrice privata si mostrino ad essi indifferenti.



Contratto preliminare e modifica delle condizioni contrattuali: intervento correttivo del giudice
Il contratto preliminare unilaterale e bilaterale: distinzione da altre tipologie negoziali
Rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo
Problemi in tema di inadempimento
Capitolo secondo
Gerarchia delle norme interpretative e limiti della sentenza ex art. 2932 c.c.
Rischio contrattuale e rapporti di durata: obbligo di rinegoziazione
Parte seconda
Sintesi dei nuovi principi giurisprudenziali in tema di interpretazione del contratto
La fase delle trattative
Il caso walford v. miles
La formazione della volontà negoziale e le cause di invalidità del contratto



1   2   3   4   5   6   7   8   9   10   ...   21


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale