Convegno in preparazione al Giubileo Straordinario della Misericordia



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Arcidiocesi di Sassari

Convegno in preparazione

al Giubileo Straordinario della Misericordia

GIOVEDÌ 17 SETTEMBRE 2015

Sassari, Auditorium del Seminario Arcivescovile

“Giovanni Paolo II”


Relatore: don Mario Santoro

(membro del Pont. Cons. per la Promozione della Nuova Evangelizzazione)

Il Santo Padre, aprendo la Porta Santa la mattina dell’8 dicembre, intende richiamare quello stesso giorno di 50 anni fa, quando si chiuse il Concilio Vaticano II. In questo modo Papa Francesco intende richiamare a tutti che la Chiesa si apre – come la Porta Santa – per andare incontro a tutti senza distinzioni, come segno concreto della vicinanza e della tenerezza di Dio.

Il pensiero fondante il ministero di Papa Francesco è che la misericordia non è un pio sentimento, o un’idea astratta, ma un’esperienza concreta che si incarna in uno specifico volto umano: quello di Gesù Cristo. E’ nel volto di Cristo che possiamo conoscere il volto del Padre. Dove “volto” significa identità personale, con tutto ciò che in un’esperienza personale possiamo cogliere e vivere di quell’altro che è di fronte a me. Il “volto” diventa così la sintesi di quanto possiamo sperimentare, comprendere, vivere e visualizzare nell’incontro e nella relazione con una persona.

Fin dall’inizio la Scrittura ci dice che l’uomo è creato ad immagine di Dio e che questa immagine è destinata ad essergli conforme nella somiglianza (Gn 1,26-27). Certamente nella Bibbia troviamo tante altre rappresentazioni del volto di Dio, che riguardano soprattutto il suo ”essere-per” l’uomo, frutto di una Rivelazione che si è manifestata “in molti modi” attraverso “i tempi”, nelle diverse circostanze della storia (del popolo di Dio), e quella più efficace a riassumerle, permettendoci di penetrare più a fondo nel suo “mistero”, ci viene dall’autore della 1Gv: “Dio è amore”. (Come ci ha già invitati a considerare Benedetto XVI e come ci ricorda oggi papa Francesco). Al di là di ogni sentimentalismo, essa ci pone dinanzi alla concretezza di una relazione interpersonale, che ha, nella Trinità e nel suo eterno “movimento”, origine e riferimento. L’uguaglianza delle persone in comunione eterna d’amore, in-forma lo spirito evangelico del Regno di Dio inaugurato da Gesù di Nazareth, il Cristo, che c’invita a considerare ogni altro come noi stessi, perché immagine dell’unico Dio. Comprendiamo così come il nucleo del vangelo paolino che ha come punto di arrivo la “cristificazione” dell’uomo, diventi radice dell’esperienza di comunione ecclesiale di cui ognuno è parte integrante e responsabile, di fronte ad ogni persona e a tutto il “corpo”, insieme a ciascun altro.

Il Papa, prima di passare ad enumerare le cose da fare, vuole esprimere una preoccupazione di fondo: far comprendere che la misericordia è l’essenza, il cuore, della rivelazione e che da questa otteniamo il perdono delle colpe (Es 34,7).

Nella tradizione dell’AT è fondamentale questa esperienza che ogni volta ha bisogno di essere richiamata, per rinnovarsi nella “memoria” delle azioni salvifiche di Dio che, nonostante le tante fragilità e i ripetuti tradimenti del suo popolo, è sempre pronto a mostrarsi benevolo e misericordioso. L’esperienza del peccato mette l’uomo di fronte alla sua naturale condizione di debolezza, nella quale egli riconosce finalmente di essere bisognoso del divino e misericordioso soccorso del Padre.

L’intelaiatura della Bolla Misericoricordiae Vultus, si snoda in chiave trinitaria: perché, dice Papa Francesco, ”la Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS.ma Trinità” (N°2). Dunque il mistero stesso di Dio, di quel Dio che è relazione in cui vuol coinvolgere e innestare l’umanità, svelato nella storia della salvezza, lo “conosciamo” non in modo concettuale, astratto, ma come esperienza storica, incarnata, vivendo l’esperienza della misericordia.

Mosè, colui che parlava con Dio “bocca a bocca”, espresse un desiderio: “mostrami il tuo volto!”. Egli è colui che aveva trovato grazia presso Dio, “salvato dalle acque”, adottato dalla figlia del Faraone; ma anche colui che aveva cercato di farsi giustizia da sé, e per questo costretto a fuggire. Ma da esule incontrò il Dio dei Padri. Conosciamo la storia del balbuziente che fu scelto come mediatore di Colui che “ode il grido, ascolta, scende a liberare” i poveri che gridano nella prova. Mosè rende presente al popolo Colui che non si può restringere in una visione, ma di cui siamo invitati a fare esperienza del progetto di salvezza preparato fin dall’eternità. Questo Mosè non poté vedere il volto di Colui che passava, ne vide solo “le spalle”, vede passare la Gloria, ma ascoltò la rivelazione del nome: Colui che “è per essere” aggiunge “il Misericordioso e il Paziente, Colui che conserva il suo amore per mille generazioni, e che perdona le colpe” (Es 34,7). Nessuno può vedere il volto di Dio e rimanere in vita, ma si può toccare con mano il Suo Volto, facendo esperienza di misericordia.

Al desiderio dell’uomo di sempre, che cerca, invocando “mostraci il tuo volto, e noi saremo salvi”, Dio risponde con l’offerta della misericordia. Non un’immagine, non un selfie – caso mai da postare su facebook – ma un’esperienza offerta alla profondità dell’uomo, un’esperienza su cui tornare, su cui riflettere come fanno i ruminanti che ritornano continuamente a ruminare il bolo, o come i monaci nella lectio divina, perché li sostenga nella libertà dell’essere.

La preghiera dello “Shemà ” (Dt 6), che il pio ebreo da sempre recita due volte al giorno, raccomanda che le parole della Legge, segno di una relazione d’amore storicamente rivelatasi come storia di salvezza, siano ben visibili dinanzi agli occhi, per essere coscientemente presenti, e legate al braccio per ispirare ogni azione del credente, ma soprattutto che siano “appoggiate” sul cuore, perché possano lentamente, “come la pioggia e la neve” penetrare e fecondare l’intima vita dell’uomo (Is 55,10-11).

La proibizione antica di farsi raffigurazioni del volto di Dio, si spezza con Gesù di Nazareth. E questo è mirabilmente rappresentato dall’evangelista Matteo, attento a presentare la novità di Gesù in continuità con la tradizione dell’antica alleanza, nello “squarciarsi” del velo del Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme, al momento della morte di Gesù. L’edificio non è più in grado di contenere la maestà della presenza divina che, da questo momento in poi, risiede e risplende nel cuore squarciato del Figlio e, realizzazione della promessa della “nuova alleanza” (Ger 31,31), nel cuore di ogni figlio aperto dall’amore del Padre, il Dio con noi.

Dice il Papa al n° 8: “ la sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione”.

Non si tratta, allora, di un atteggiamento o di un gesto occasionale, ma si tratta di uno “stile” di vita del credente, che aderisce finalmente e pienamente alla volontà di Dio per rendere credibile il vangelo ai nostri contemporanei.

Il logo del giubileo vuole richiamare proprio questo: Gesù, il pastore quello buono, che va in cerca della pecora perduta, incappata nei briganti che la derubano, la feriscono e la lasciano mezza morta, perde tempo per andare a cercarla, e, trovatala se la mette sulle spalle per riportarla a “casa”. In questo portarla sulle spalle (nel senso più fisico del farsi carico dell’altro), l’occhio della pecora ritrovata diventa una cosa sola con l’occhio del pastore: vedono nella stessa ottica, quella della tenerezza che ridona dignità, relazioni e vita.

Dalla fondazione biblica il papa continua a sottolineare come, anche nella Tradizione viva della Chiesa, continua a farsi conoscere il Volto del Misericordioso e Fedele. Nella Bolla papale si sottolinea come la rivelazione trova un suo naturale eco nella citazione di S. Tommaso “E’ proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza”(S.T. II. II q. 30). Il Papa ribadisce che la misericordia divina non è segno di debolezza, ma piuttosto esprime la qualità dell’onnipotenza. E ancora, nella tradizione liturgica, nelle parole della colletta della XXVI dom. per ann. ,tra le più antiche della liturgia (VIII sec.) si sottolinea come la Chiesa prega: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono ….”. Citando l’Aquinate come in questa colletta, il Papa sottolinea questa dimensione qualitativa dell’onnipotenza divina.

Quello che emerge fin dai primi numeri della Bolla, è che la misericordia trova riscontro nel permanente agire di Dio in tutta la storia della salvezza. Essa si trasforma in “intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano” (n°9). E che permettono di identificare Dio come Colui che è responsabile nei nostri confronti. Questa responsabilità di Dio nei confronti dell’uomo, chiede a noi credenti, di assumere la misericordia come criterio di responsabilità nei confronti di tutti, ma soprattutto dei più poveri ed emarginati e di quanti vivono nelle periferie esistenziali, per rendere credibile il Vangelo ai nostri contemporanei.

Misericordes Vultus (10) definisce la misericordia come l “architrave che sorregge la vita della chiesa”. Questa forza, che è rifulsa dal volto di Cristo, solidale con l’uomo sofferente fino alla morte, ma anche risorto e glorioso, continua ad accompagnare e a sostenere il cammino della comunità dei discepoli (cfr n°4) e diventa la guida e il sostegno di tutti i pellegrini che passeranno per la Porta Santa, per diventare a loro volta, testimoni della misericordia.

Tutto nella sua pastorale dovrebbe far trasparire la misericordia e nulla dovrebbe essere tralasciato perché tutto diventi occasione per far trasparire il volto concreto dell’amore di Dio per ogni uomo. La Chiesa, divenuta primo oggetto della misericordia divina - la Sposa dell’Agnello, resa bella e pronta per le nozze - ha la missione e il compito da cui nulla e nessuno può esimerla: di essere strumento – anzi: segno e strumento (sacramento!!!) – di misericordia per tutti, nessuno escluso. Il volto della Chiesa è rischiarato dalla luce che proviene dalla Parola del Suo Signore; questa la invita ad andare incontro a ciascuno, perché a tutti possa giungere la gioia del perdono e della tenerezza paterna e materna di Dio.

Papa Francesco lamenta che la cultura dei nostri giorni abbia dimenticato le forme del perdono che invece sono alla base del vivere personale e sociale (riferimento alla famiglia!).

Senza la testimonianza del perdono, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato” (n°10). La grande ferita dell’autoreferenzialità …. Gesù guarisce il sordo-muto….

Nel Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Papa Francesco ribadisce il compito della Chiesa in uscita: “la carità e la misericordia esigono che la stessa Chiesa come madre si renda vicina ai figli che si considerano separati”.








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