Convegno internazionale uninomade



Scaricare 269.3 Kb.
Pagina1/13
22.12.2017
Dimensione del file269.3 Kb.
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   13

http://uninomade.org/wp/wp-content/uploads/2010/10/logo-uninomade-2.png

Oltre il welfare, verso il commonfare: riappropriazione della ri/produzione sociale, riappropriazione della rendita sociale


  24 / 11 / 2011

CONVEGNO INTERNAZIONALE UNINOMADE

Milano, 3-4 dicembre 2011.

→ Programma e archivio audio


→ Materiali

 

 



Tra proteste e occupazioni di piazza che mettono esplicitamente in scena il diritto a un nuovo modo di stare nel mondo, il potere imperiale diffonde su tutto il globo il mantra dell’austerità. Mentre vengono immaginate e proposte ulteriori restrizioni economiche che rischiano di allargare ulteriormente la povertà e il rancore sociale, noi siano convinti di avere una responsabilità. Non vogliamo l’assegnazione di un posto tra i cosiddetti “saggi”, la casta dei tecnocrati che vengono proclamati salvatori del Paese e dell’Europa. Noi vogliamo saggiamente ragionare, dentro una dimensione transnazionale, di problematiche inerenti il nostro futuro di uomini e donne.

Rivendichiamo un posto (il nostro posto) per ribadire quali sono gli scenari aperti dalla dinamica di accumulazione in atto nel presente. Vogliamo provare a tracciare i suoi sconfinati contorni: essi si basano su una sempre più visibile diseguaglianza a partire da uno sfruttamento che raggiunge vette inedite perché è sfruttamento della vita intera. Abbiamo un’idea diversa del nostro destino e un’idea più potente delle nostre possibilità, intese come possibilità del genere umano, a partire dalle nostre analisi e dalle nostre proposte. A partire dalla nostra idea del “comune” che è ciò che oggi ci viene sottratto dentro le dinamiche di precarizzazione e di espropriazione del tempo, dell’esistenza. Che cosa è, dunque, ”comune”? Come si dà, dove si dà, come si fa? Esso è nostro e in noi, sulla terra che percorriamo, nelle relazioni che tessiamo, negli amori e nelle passioni che proviamo, nell’aria che respiriamo e nell’acqua che beviamo. Tutto questo ci viene sottratto dai mercati finanziari con l’avvallo di una solerte e stordita ancella, la politica delle istituzioni nazionali e sovranazionali, disposta ad abdicare al suo ruolo nel nome di prestabilite “compatibilità economiche”. Pensiamo perciò sia necessario articolare concretamente una proposta politica alternativa di commonfare, inteso come welfare del comune, ovvero come ambito di istituzione del comune e di riappropriazione della ricchezza che noi stessi generiamo cooperando, in maniera esponenziale. Lo pensiamo come unico piano politico adeguato a quelle che sono oggi le esigenze della condizione precaria, nuova condizione soggettiva e collettiva del lavoro e della vita.

A partire da questi presupposti, il seminario Oltre il  welfare verso il commonfare: riappropriazione della ri/produzione sociale, riappropriazione della rendita sociale, che si terrà il 3 e 4  dicembre a Milano, intende approfondire tre tematiche principali.

La prima ha a che fare principalmente con una più precisa definizione del concetto di commmonfare (o “welfare del comune”), neologismo teso a presentare un’idea di welfare che vada oltre e sia distinta dalle attuali proposizioni di welfare: da un lato l’idea di workfare anglosassone, e dall’altro, l’idea di welfare “pubblico”. In Italia viviamo una situazione ibrida, nella quale elementi di workfare si coniugano con una tradizione di welfare familistico -  dove il ruolo delle donne viene invisibilizzato dietro la figura del capofamiglia – che assume sempre più spesso i connotati di una “sussidiarietà” nella quale si introduce l’attore “privato”. I pilastri fondanti del commonfare possono essere ravvisati, al contrario, nell’esistenza di un reddito di base incondizionato (il cui livello, oltre il minimo, è possibile oggetto di rivendicazioni e conflitto) e nel libero e tendenzialmente gratuito accesso ai beni comuni, materiali e immateriali.

Non s’intende, in questo seminario, analizzare i motivi della necessità di introdurre un reddito di base (idea sulla quale conveniamo interamente), perché ciò fa già parte di un ampio dibattito teorico precedente. Ciò che invece si intende affrontare in modo innovativo è il tema della remunerazione del “comune”, ovvero di quella cooperazione sociale (riproduzione sociale) che sta alla base del processo di valorizzazione capitalistica contemporaneo. Due sono gli aspetti che ci interessa approfondire: il rapporto tra comune, moneta e reddito di base e il rapporto tra cooperazione sociale (intesa come attività produttiva), precarietà e reddito di base.  Sul primo argomento interverrà Carlo Vercellone, sul secondo Guy Standing. Tali questioni richiamo necessariamente altre tematiche, quali il tema dell’accesso al credito e della moneta come bene comune (C. Marazzi), e, nel contesto di crisi attuale, il tema dell’insolvenza non solo come possibile contropotere finanziario, ma come forma di riappropriazione di reddito, ovvero contropotere monetario (M. Silvestri). Infine, occorre affrontare gli aspetti empirici relativi all’analisi dei costi, della sostenibilità economica, del livello di erogazione come luogo del conflitto e strumento di vertenza sociale territoriale (sciopero precario) (vedi sessione III). In questa sessione, interverranno Carlo Vercellone, Guy Standing, Christian Marazzi e Marco Silvestri.

La seconda tematica punta a discutere invece del secondo pilastro del commonfare: l’accesso ai beni comuni naturali (acqua, aria, energia, ambiente, territorio) e immateriali (salute, formazione, cultura, conoscenza, socialità, riproduzione) costituisce quella forma di reddito indiretto e di possibilità, senza le quali il processo di emancipazione individuale e sociale non potrebbe avere luogo. La gestione e l’accesso di tali bene pone problemi di governance nuovi all’interno di un modello antropogenetico di accumulazione che pone sempre più in risalto la produzione dell’uomo attraverso l’uomo. Servizi come la sanità, l’istruzione, la gestione delle esternalità positive del territorio, il lavoro di cura sono oggi fonte diretta di valorizzazione così come lo sono i mercati finanziari. E’ evidente come il rapporto pubblico-comune sia qui nevralgico. Si tratta però di un tema che, da un punto di vista teorico, necessita di ulteriori approfondimenti. In questa sessione, intendiamo affrontare tale problematica, anche alla luce di esperienze importanti in questo campo, a partire dai processi autogestione dell’attività formativa e universitaria, dalle pratiche di organizzazione del comune all’interno del movimento No-Tav, di forme nuove di gestione sanitaria che costituiscono un’alternativa al dilagante processo di aziendalizzazione e privatizzazione dei servizi sociali.

Centrale, nella nostra idea, è la questione della riproduzione sociale. Essa è significativa, sopra ogni altra, della dinamica di espropriazione decisiva che il capitale contemporaneo ha generalmente avviato, ne costituisce il cuore, il modello. Il rapporto tra comune e pubblico diventa allora, in questa sessione, analisi del rapporto tra comune e famiglia intesa come microcosmo che riverbera in sé tutte le tensioni in atto a livello macro. La famiglia, nel privato, corrompe le nostre aspirazioni comunitarie così come fa lo Stato, con il suo “pubblico”, su un piano più generale. Famiglia e stato sono istituzioni funzionali all’imposizione di modelli dominanti eterodeterminati. La riproduzione sociale diventa elemento manipolabile, dentro una logica economica che esige di accordare la vita affettiva e di relazione solo con ciò che è funzionale al profitto, mentre la persona e la sua interiorità diventano bersagli di una produzione che vede nell’individuo una merce, la sua merce principale. Ma la frantumazione di indiscutibili “certezze” economiche, nella dinamica della crisi finanziaria globale, ci aiuta anche a ripensare le forme di organizzazione della vita e di “comportamento” supposte naturali. La famiglia nucleare eterosessuale è anch’essa un paradigma che non funziona eppure determina ruoli e produce gerarchie e con ciò tentativi di ribellioni e violenze. La sua funzione va ulteriormente svelata e decostruita dentro l’orizzonte dell’istituzione del comune.

Su questi aspetti relativi al rapporto “comune” – pubblico e “comune” – famiglia/individuo interverranno rispettivamente Michael Hardt e Montserrat Galceran. Sono state invitate alcune realtà e reti sociali, ricercatori e studiosi, per interventi su esempi di sperimentazione nei vari campi del “comune” (dal trasporto alla Sanità, dal riproduzione alla formazione e all’apprendimento, dalle comunità migranti al problema abitativo).

La terza tematica ha come tema la governance del commonfare,  ovvero la governance dei beni comuni. Il tema della governance dei beni comuni pone la questione della definizione istituzionale del commonfare come istituzione del comune. Si tratta di individuare quel confine “mobile” tra diritto privato e diritto pubblico che consenta il traghettamento verso un diritto del comune, esattamente come la nozione di commonfare prelude al superamento in avanti della dicotomia tra welfare privato (workfare) e welfare pubblico (welfare keynesiano).

La governance del commonfare è una governance  “autorganizzata” oppure si rende necessario un intermediario istituzionale? E se l’intermediario istituzionale svolge comunque un ruolo, a quale governance territoriale (municipalità regione, stato, Europa) si fa riferimento?  Ad esempio, nel caso di implementazione di una politica di reddito di base, quale “istituzione” è preposta ad attuare tale politica?

Occorre quindi definire una sorta di schema (flessibile, non rigido) di rapporto con le istituzione pubbliche: come creare contropotere per aprire vertenze e  definire gli obiettivi in tema di beni comuni (in termini di accessi e di libera fruibilità). Tali questioni saranno al centro delle riflessioni contenute di Ugo Mattei e Toni Negri, con l’introduzione di Sandro Mezzadra.

URL: http://www.uninomade.org/oltre-il-welfare-verso-il-commonfare-riappropriazione-della-riproduzione-sociale-riappropriazione-della-rendita-sociale-2/

Oltre il welfare verso il commonfare: dalla ri/produzione sociale alla rendita sociale – Programma e Audio
15 / 11 / 2011

Al  seminario internazionale  di UniNomade del 3 e 4 dicembre a Milano sono interventi, tra gli altri, di Guy Standing,Carlo Vercellone, Christian Marazzi, Marco Silvestri, Montcerrat Galceran, Michael Hardt, Ugo Mattei, Giso Amendola e Costanza Margiotta. Numerosi sono stati i temi trattati e vasta e qualificata è stata la partecipazione ai due giorni di discussione.

In particolare, nella prima sessione, si è discusso il tema della possibile riappropriazione del credito e della moneta come forma di riappropriazione della rendita sociale. In un contesto in cui i mercati finanziari definiscono il potere economico e sociale del capitalismo contemporaneo, qualunque opzione alternativa non può esimersi dal porsi questo tema. Ma cosa significa “riappropriarsi del credito e della moneta”? Significa sia accedere alla moneta in modo incondizionato e continuo (basic income) che la possibilità di sperimentare forme di autogestione nell’accesso al credito:  da un lato tramite pratiche di insolvenza (grazie alla proposta di estendere la possibilità di fallimento anche alle persone fisiche, e non solo alle persone giuridiche, come avviene oggi), dall’altro tramite pratiche di gestione della moneta come possibile bene comune. In tale tematica, aleggia come uno spettro la questione dell’incompiutezza dell’Europa e il rischio di una sua implosione, come possibile fuoriuscita dittatoriale e “dall’alto” dell’attuale stato di instabilità e incapacità di governance. Il piano europeo è quindi l’unico spazio comune d’azione possibile.

Un secondo tema di fondamentale importanza (trattato nella II sessione) ha riguardato l’analisi del processo di transizione dal privato al comune, con particolare riferimento ai servizi sociali di welfare. Una volta chiarito che la proprietà privata e la proprietà pubblica (intesa come proprietà statuale) sono oggi due facce della stessa medaglia e seppur, in modo diseguale, sono entrambe elementi costitutivi del processo di valorizzazione economica attuale, la transizione al “comune” non può essere intesa come la transizione ad un terzo tipo di “proprietà”. “Comune” e “proprietà” costituiscono, insieme, un ossimoro. Tuttavia, soprattutto quando si parla di servizi sociali di base – quali sanità, istruzione, casa, mobilità/trasporto -, la tendenza dominante per opporsi alla loro privatizzazione è quella di richiederne la “proprietà pubblica”. E’ proprio necessario passare dal “pubblico” per arrivare in un secondo tempo al “comune”? Se proprietà pubblica e proprietà privata sono comunque due ambiti di sfruttamento della cooperazione sociale oggi alla base dell’accumulazione capitalistica, il “comune” si presenta immediatamente come “non proprietà” e come tale deve essere perseguito. La pratica femminista ci insegna che il lavoro improduttivo (riproduzione), un tempo dimenticato da tutti, si trasforma improvvisamente in lavoro produttivo. Le categorie, anche di genere, che su tali distinzioni si erano basate e sviluppate, necessitano oggi di una profonda rivisitazione. Fuori dalla logica produttivista, il tema della cura (la cura del mondo) ritorna allora come caratteristica fondante della produzione della vita sociale (comune). Va inoltre argomentare la necessità collettiva (politica) di un recupero della centralità del concetto della cura fuori dalla logica della produttività o della sovranità – che va, viceversa, smantellata.

In tal senso, sono stati discussi alcuni esempi di forme di riappropriazione della “ri/produzione sociale” e della “rendita sociale”, ovvero il frutto del “comune”. Questa tematica porta inevitabilmente alla discussione – sviluppatesi nella III sessione – tra “comune”, “beni comuni” e “istituzioni del comune”. Qui, il diritto moderno entra in crisi, se per diritto si intende, in questa prospettiva, la regolazione della proprietà. La distinzione tra “comune”, come idea di governance e di nuova istituzione, e i “beni comuni”, come quei beni e servizi di cui si chiede il libero e gratuito accesso, diventa fondamentale. Le questioni poste sono cruciali. Non vi sono risposte preconfezionate. Come sempre, sarà la “praxis” ad indicarci il percorso più corretto. Per il momento, diventa comunque necessario discutere, approfondire e “cercare ancora”.

Su questi tre assi si è sviluppata la discussione che ora è ascoltabile nei materiali audio qui presentati e i cui atti verranno pubblicati, quanto prima, in un testo della Collana UniNomade, Ombre Corte Editore. Si ringraziano Czkat e San Precario per la registrazione del seminario.

 

Prima sessione



Analisi del rapporto comune, moneta, ricchezza:

- Introduce: Andrea Fumagalli

- Relazioni di Guy Standing (1) (2)Carlo Vercellone (1) (2).

- Intervento di Christian Marazzi (Moneta e finanza)

- Intervento di Marco Silvestri (1) (2) (Il diritto all’insolvenza)

 

Seconda sessione



Analisi del rapporto comune /pubblico, comune/famiglia

- Introduce: Cristina Morini

- Relazioni di Michael Hardt e Montserrat Galceran (1) (2)

 

Workshop



Accesso e pratiche del comune

- Lavoro di cura e riproduzione: rapporto comune – famiglia (Graziella Durante)

- Riproduzione e lavoro di cura (Paolo VignolaSimona Paravagna)

- Comunità migranti: nuovi modelli possibili di mutuo soccorso? (Sandro Chignola)

- La rete come bene comune (Benedetto Vecchi)

- Sanità: esperienze di gestione e relazione con i degenti (Carlo Romagnoli 1 e 2)

- Territorio: esperienza No-Tav (Raffaele Sciortino 1 e 2)

- Territorio: esperienza No-Expo Milano (Luca Trada)

- Trasporti:  battaglie sui treni nell’hinterland milanese (Sos Fornace)

- Trasporti: ticket crossing a Genova (Paolo Vignola)

- Casa: esperienze di lotta per la casa e nuove pratiche dell’abitare (Comitato Casa)

- Sapere: autogestione dei corsi universitari  (Leonardo Zannini 1 e 2)

 

Terza sessione



Analisi del rapporto comune/istituzioni

- Introduce: Sandro Mezzadra

- Relazione di Ugo Mattei (1) (2)

- Interventi di Giso Amendola e Costanza Margiotta

- La risposta di Ugo Mattei

- Conclusioni finali: Andrea Fumagalli

Trasformazione del lavoro e trasformazioni del welfare: precarietà e welfare del comune (commonfare) in Europa
  15 / 11 / 2011

di ANDREA FUMAGALLI



1.     Introduzione.

 

Le trasformazioni del mercato del lavoro negli ultimi due decenni hanno reso sempre più impellente una ridefinizione complessiva e una riarticolazione delle politiche di welfare. Non sempre, tale argomento ha suscitato un interesse adeguato nel pensiero economico di sinistra e alternativo e, quando si è verificato, esso ha interessato argomenti specifici, quali la critica alla privatizzazione dei servizi pubblici o la necessità di introdurre un reddito minimo e/o un reddito di esistenza. La causa principale di tale carenza credo sia ravvisabile in una lettura analitica delle attuali trasformazioni strutturali non ancora sufficientemente adeguata ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze che sono sorti dopo la crisi del paradigma fordista.



Faccio riferimento, in particolare, all’analisi degli aspetti qualitativi e non solo quantitativi che oggi costituiscono e definiscono la prestazione lavorativa. Una poca approfondita analisi di tali aspetti non consente infatti di cogliere gli elementi di novità insiti nella condizione di precarietà, condizione che troppo spesso a sinistra viene letta come il semplice smantellamento della forma del lavoro subordinato a tempo indeterminato in seguito al mutamento sfavorevole dei rapporti di forza contrattuali nello stesso mondo del lavoro.

Parallelamente, anche la crisi del welfare nazionale, laddove si è effettivamente implementato, risulta l’esito del venir meno del ruolo dello Stato a favore del mercato, frutto del trionfo delle teorie neo-liberiste.

Scopo di questo intervento è cercare di argomentare come nel nuovo millennio siano venute a maturare delle “novità” nel processo di accumulazione e valorizzazione capitalistica che pongono domande alle quali la risposta consolatoria dei rapporti di forza sfavorevoli non è più sufficiente.

Si procederà articolando il ragionamento in tre punti.

Il primo presenta in modo semplicistico alcune tesi sul capitalismo cognitivo, come nuova modalità di accumulazione che segna la tendenza in atto del capitale nelle economie a capitalismo maturo (Europa e Usa). Si tratta di una tendenza non di una fotografia del presente.

Il secondo punto analizza l’evoluzione delle forme di welfare all’epoca del capitalismo cognitivo, con riferimento ai modelli sociali europei.

Il terzo discute l’opzione del commonfare come obiettivo di politica economica e sociale, possibile esito del conflitto sociale.

Last but not least,  nelle conclusioni si discute dell’impossibilità di un “new deal” adeguato alle nuove forme di accumulazione del capitalismo cognitivo.

 

2.  Capitalismo cognitivo e lavoro cognitivo.

 

Nel capitalismo cognitivo la produzione di valore non è più fondata solo ed esclusivamente sulla produzione materiale ma si basa sempre più su elementi immateriali, vale a dire su “materie prime” intangibili, difficilmente misurabili e quantificabili, che discendono direttamente dall’utilizzo delle facoltà relazionali, emozionali e cerebrali degli esseri umani.



Nel capitalismo cognitivo la produzione di valore non è più fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro, a prescindere dal tipo di bene prodotto. L’attività di produzione si attua con diverse modalità organizzative, caratterizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione linguistica e di trasporto. Ne consegue uno scompagimento della tradizionale forma gerarchica unilaterale interna alla fabbrica che viene sostituita da strutture gerarchiche che prendono forma sul territorio, lungo filiere produttive di subfornitura qualificate da relazioni di cooperazione e/o di comando.

Ne consegue che la divisione del lavoro assume anche caratteri cognitivi, ovvero si basa sull’utilizzo e sull’accesso differenziato a forme diverse di conoscenza mentre la condizione della forza lavoro è accompagnata da mobilità e dalla predominanza della contrattazione individuale. Ciò deriva dal fatto che sono le individualità nomadi a essere messe al lavoro e il primato del diritto privato sul diritto del lavoro induce a trasformare l’apporto delle individualità, soprattutto se caratterizzate da attività cognitive, relazionali e affettive, in individualismo contrattuale. Il rapporto di lavoro basato sulla condizione di precarietà (limite temporale più mobilità spaziale della prestazione lavorativa) è il paradigma di base della forma del rapporto capitale-lavoro.

E’ sulla base di queste considerazioni che approfondiamo la nozione di lavoro cognitivo.

Il concetto di “lavoro cognitivo” – come ogni concetto recente – è a tutt’oggi definito in modo vario e differenziato, il che, inevitabilmente, favorisce l’insorgenza di equivoci e contraddizioni. La letteratura, sempre più numerosa[1], ha cercato finora di chiarire più ciò che il lavoro cognitivo non è, piuttosto che circoscriverne i parametri costituenti. Non può stupire, quindi, che non ci sia chiarezza nell’uso di termini quali “lavoro intellettuale”, “lavoro immateriale”[2]oppure “lavoro digitale”[3].

Non è questa la sede più opportuna per un’analisi esaustiva del concetto di “lavoro cognitivo”[4]. Qui è sufficiente individuare alcune variabili che possono essere utili a definirne il contenuto[5]:

 

a. Riflessività. Per “lavoro cognitivo” si deve intendere il lavoro che viene investito della riflessività: esso trasforma la struttura organizzativa e procedurale con cui si esplica e ciò facendo genera nuova conoscenza.



 

b. Relazionalità. Il lavoro cognitivo necessità di attività relazionale, come strumento per la trasmissione e la decodificazione della propria attività e dei saperi accumulati. Ne consegue che è, per sua natura, poco omogeneizzabile, in quanto bioeconomico, vale a dire dipendente dalla biologia individuale del soggetto. Capacità cognitive e attività di relazione sono inscindibili una dall’altra.

 

c. Spazialità e reticolarità. Perché il lavoro cognitivo diventi produttivo ha bisogno di “spazio”, ovvero di sviluppare una rete di relazioni, altrimenti, se resta incorporato nel singolo, diventa fine a sé stesso, magari processo di valorizzazione individuale ma non valore di scambio per l’accumulazione della ricchezza, cioè “merce”. Il capitalismo cognitivo è, per forza, reticolare, è, cioè, non lineare e le gerarchie che sviluppa sono interne ai singoli nodi tra i diversi nodi della rete. Si tratta di gerarchie complesse e spesso legate a fattori di controllo sociale dello spazio all’interno del quale si sviluppa[6].



 

  1. Formazione e apprendimento. Il lavoro cognitivo richiede un processo di apprendimento e di formazione. Tale apprendimento sempre più richiede il possesso di informazioni e cognizioni che derivano dallo sviluppo delle forme di comunicazione relazionale  e dall’accumulo di competenze. In quest’ottica, formazione e apprendimento non sono sinonimi. La formazione descrive quel processo in base al quale il soggetto entra in possesso delle informazioni di base che definiscono la “cassetta degli attrezzi”, ovvero il “know where”, dove attingere le conoscenze indispensabili per svolgere la prestazione lavorativa. L’apprendimento, viceversa, si sviluppa con l’attività esperienziale, necessaria per sviluppare le competenze del “know-how” in modo specialistico. La formazione può essere esterna al processo lavorativo, l’apprendimento deriva invece dalla partecipazione diretta allo stesso processo lavorativo.

 

  1. e.              Coordinamento. Il lavoro cognitivo necessita, come detto, dell’inserimento in una struttura reticolare (virtuale o reale), dove la comunicazione tra i vari nodi è eminentemente comunicazione linguistica e simbolica. Ciò implica che, a differenza del sistema tayloristico, le forme della coordinazione non sono incorporate nel mezzo meccanico (e quindi esterne all’azione umana) ma dipendono dal tipo di interazioni e di rapporti  umani esistenti e, di conseguenza, possono dar adito allo stesso modo sia a forme di gerarchia che a forme di cooperazione.

 

* * * * *

 

In un contesto di capitalismo cognitivo, l’organizzazione del lavoro è studiata al fine di spingere al massimo la comunicazione e la cooperazione che le tecnologie digitali richiedono. Al riguardo, la triade dialettica del lavoro cognitivo è:comunicazionecooperazioneautocontrollo (o controllo sociale).



L’attività di comunicazione è legata all’utilizzo del linguaggio (umano e/o artificiale), mentre l’attività di cooperazione è implicita nel rapporto bilaterale che sta alla base della comunicazione linguistica (non si parla da soli). In essa, intesa come antitesi, si coagula l’essenza dell’attività linguistica. In questo caso, si tratta di cooperazione intesa non come successione disgiunta di singole operazioni, ma come insieme di comportamenti multilaterali, caratterizzati da diversi gradi di gerarchia, il cui esito non è assimilabile alla semplice somma delle singolarità. Più nello specifico, dal momento che l’attività di cooperazione è l’esito di forme di comunicazione, essa si caratterizza per essere cooperazione direttamente immateriale, anche se ha per oggetto una produzione materiale. L’attività di cooperazione è l’elemento costituente della struttura reticolare (network) della filiera produttiva.

L’autocontrollo diventa anche forma di controllo sociale nel momento stesso in cui è attivato dall’imitazione di comportamenti collettivi dettati da immaginari comuni e dominanti. In ogni caso, è il singolo individuo che adegua, tramite forme di auto-controllo o auto-repressione, il proprio comportamento in modo che sia consono alle esigenze dell’organizzazione produttiva.

I cinque parametri che abbiamo posto alla base della definizione di lavoro cognitivo implicano che siamo contemporaneamente in presenza di cooperazione sociale e di gerarchie. La cooperazione sociale deriva dalla necessità di coordinamento, reticolarità, relazionalità. La gerarchia nasce dalle diverse forme di apprendimento e formazione che danno vita a una divisione cognitiva del lavoro, dalla quale nascono e si sviluppano fattori di segmentazione del lavoro cognitivo, agevolati anche dal fatto che la riflessività dello stesso lavoro cognitivo favorisce il diffondersi di percorsi cumulativi di conoscenza di tipo individuale.

Cooperazione sociale e individualità della prestazione lavorativa cognitiva: sono questi i due lati che sanciscono il paradosso del lavoro cognitivo moderno; la necessità di sviluppare un general inellect come frutto della cooperazione sociale che allo stesso tempo definisce strutture gerarchiche che trovano la loro fonte di diffusione nell’individualizzazione del rapporto di lavoro.

Ne consegue che, nel capitalismo cognitivo, la prestazione lavorativa rifugge ogni forma di definizione univoca e omogenea. Se dovessimo usare un’espressione sintetica, potremmo affermare che il lavoro, nelle forme materiali che assume, è caratterizzato oggi dall’attributo delle differenze. Con questo termine intendiamo indicare che oggi il concetto di prestazione lavorativa si fonda sull’unicità singolare di ogni erogazione di forza-lavoro, non assimilabile a una forma tipologica, contrattuale, qualitativa unica o dominante. Non si può parlare di differenza al singolare, ovvero di rapporto binario (uomo-donna, manuale-intellettuale, operaio-impiegato, ecc.), bensì di una pluralità di differenze, ovvero di una moltitudine[7]: una moltitudine apparentemente caotica di forme-lavoro. Sono le differenze a costituire la forza lavoro cognitiva dell’attuale fase capitalistica. Ed è proprio lo sfruttamento di tali differenze, e la loro declinazione materiale, a determinare le nuove forme del rapporto capitale/lavoro e a rendere necessaria una nuova articolazione delle politiche di welfare.

 

 





Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   13


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale