Convegno provincia di prato



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CONVEGNO PROVINCIA DI PRATO

24 NOVEMBRE 2005
MODERATORE – Stefano Cingolani

Buongiorno a tutti e benvenuti. Cominciamo i nostri lavori anche se siamo meno del previsto. Essendo questa la fase conclusiva del workshop farei un giro da dibattito, da tavola rotonda. Dico io due o tre questioni, o domande, che mi sono venute in mente da giornalista. Sono un giornalista che si occupa anche di cose economiche pur non essendo un tecnico, un esperto ma vorrei esporre delle curiosità, o quelli che perlomeno per me sono misteri, sui fattori di competitività e sul perché l'Italia ha perduto in questi dieci o quindici anni il terreno, tanto terreno come abbiamo visto. Chiederò ai nostri relatori di dare le loro risposte e di esprimere il loro punto di vista. I misteri quali sono? Il primo riguarda la reazione allo shock più grosso che ha avuto l'industria italiana e naturalmente tutta l'Italia, compresi i consumatori ed i cittadini, riguardo il cambiamento della politica monetaria. Siamo passati da una moneta debole che si svalutava abbastanza regolarmente con cicli spesso molto stretti ad una moneta stabile e addirittura forte perlomeno negli ultimi due anni. Nessuno di noi è riuscito ad adattarsi a tale cambiamento fondamentale dell'ambiente economico e quindi anche dei comportamenti di tutti i soggetti, dal singolo consumatore al produttore. Perché non siamo riusciti ad adattarci? Perché l'industria italiana non si è ristrutturata adeguatamente per reagire a questo shock, a questo cambiamento strutturale che ha riguardato molti altri Paesi, tutti quelli dell'Eurolandia e non solo. Perché, attenzione, anche Gran Bretagna o Svezia, due grandi Paesi industriali, hanno tenuto le loro monete stabili pur non avendo aderito all'Euro e hanno anche loro cambiato politica monetaria per cui non ci sono state più svalutazioni competitive dal 1992, dalla grande crisi valutaria del '92 in poi. Eppure alcuni Paesi quali Francia e Germania hanno pagato dei prezzi a questo mutamento strutturale. Abbiamo visto che la Germania e la Francia hanno saputo reagire meglio, la Germania in particolare ha il paradosso di avere una domanda interna debole ed una forte capacità competitiva diventando il più grande esportatore mondiale. Che cosa è successo? Perché noi no? Questo è un mistero per cui naturalmente ci sono tantissime spiegazioni ma onestamente confesso di non avere ancora trovato una risposta convincente anche se forse ce ne è più di una. La seconda riguarda altri fattori di competitività che concernono la combinazione dei fattori di produzione, come si diceva un tempo. La moneta stabile significa anche che c'è stata in questi anni una riduzione dei tassi di interesse, del costo del denaro e più disponibilità di denaro. Si è ora riaperta la discussione se la banca centrale europea fa bene o male ad aumentare di poco i tassi, fatto sta che se guardiamo i dati c'è una grandissima liquidità in tutta Europa e anche in Italia, molta moneta liquida che però non viene spesa né per consumi, né investita dagli industriali in nuove macchine e in nuovi processi produttivi. Perché? Anche questo è un mistero che non ha, perlomeno io non l'ho trovata, alcuna spiegazione. Altri due elementi. In questi anni c'è stato un contenimento dei salari come quota dei salari sul prodotto nazionale sul valore aggiunto e quindi c'è stato un certo trasferimento, se guardiamo ai grandi aggregati macro economici, dai salari ai profitti. Perché questo non si è accompagnato, come dice la teoria economica, ad un balzo negli investimenti? Anche questo non mi è chiaro. La flessibilità sul mercato del lavoro; personalmente ritengo che non siamo ancora arrivati ad una sistemazione moderna abbastanza flessibile sul mercato del lavoro e ritengo che bisogna portare avanti le riforme, completarle, migliorarle, eccetera. Quindi detto francamente sono tra quelli che non pensa che va abolita la Legge Biagi ma che semmai va resa ancora più adeguata ai mutamenti competitivi. La flessibilità è aumentata in questi anni in modo consistente con l'uso di lavori diversi, part-time, eccetera, con l'ingresso di manodopera straniera, di immigrati, eccetera, avrebbe dovuto portare un miglioramento sensibile, invece gli effetti non si sono visti. Altro elemento è l'innovazione; anche qui si dice l'Italia spende poco per ricerche e sviluppo, il che è vero, ma soprattutto spendono poco le imprese private. Se disaggreghiamo i dati la quota pubblica di ricerca e sviluppo è grosso modo in linea, anche se leggermente inferiore, con la media europea e quella dei privati è nettamente inferiore. Anche qui diamo tutte le colpe alle politiche economiche, ai Governi, allo Stato, eccetera, eccetera, ma perché le imprese sono così nettamente al di sotto della media europea nella ricerca e nel sviluppo? Altro mistero che non mi spiego. Chiudo con queste domande e vorrei chiedere al professor Nicola Bellini se ci dà qualche risposta in tal merito.
PROF. NICOLA BELLINI

Buongiorno. Volere delle risposte è pretendere troppo perché l'accademico in realtà complica le domande e non ha l'obbligo di avere le risposte. Quindi cercherò di complicare le osservazioni che fa Stefano Cingolani cogliendone un aspetto molto importante e cioè che al di là del piangersi addosso, in questo finora siamo stati tutti bravi sia nella dimensione territoriale di questo settore, quindi nella dimensione italiana e distrettuale, sia nella dimensione semplicemente settoriale, non dobbiamo dimenticare che le vicende degli ultimi anni hanno sicuramente messo in evidenza dei fattori di competitività che industrie come quella italiana e pratese non hanno più e quindi ci possiamo tranquillamente dimenticare. Ovviamente questo riguarda tutte le produzioni e tutte le fasi della filiera che sono in qualche modo labour intensive, dimentichiamocele, mentre invece ha messo in luce dei fattori di competitività che esistono ancora - il che non vuol dir che debbano e possano esistere per sempre - che hanno a che fare con l'innovazione, per meglio dire con l'innovatività, cioè con la capacità comunque di reinventare e di dare contenuti nuovi ai prodotti, sia per quanto riguarda lo stile e la moda, come ci siamo detti molte volte, ma anche per quanto riguarda le tecnologie, non solo quelle di processo ma anche dei materiali utilizzati e le loro modalità di utilizzo. La competitività continua ad esistere sul lato dei valori aggiunti che si creano attorno al prodotto; come dire, la competitività dei servizi della immaterialità che attacchiamo al prodotto manifatturiero in ragione dei contenuti tecnici che ci sono ma anche in ragione della capacità di specificare con grande flessibilità il prodotto sulla base delle esigenze di specifici segmenti di mercato di specifici clienti e competitività ancora - la terza competitività che non abbiamo perso che ancora è lì - è nell'affidabilità della produzione soprattutto dei tempi della produzione. La chiamerei più in generale "affidabilità logistica" che permette anche in funzione della nostra vicinanza ai grandi mercati di essere capaci di rispondere ad esigenze del mercato in maniera rapida, puntuale e affidabile. Questi fattori di competitività ci sono, sono sopravvissuti alle vicende valutarie, sono sopravvissuti alle nostre debolezze, alle debolezze strutturali del Paese e non sono destinati a rimanere lì per sempre se non si continua a lavorare sia a livello d'impresa che a livello di sistema in questa direzione. A livello di sistema - a livello delle politiche se volete torniamo dopo - vorrei fare solo un'osservazione per quanto riguarda i comportamenti delle imprese e le loro strategie che oggi molto spesso vengono definite, per le imprese cosiddette "vincenti", come strategie di nicchia, la ricerca delle nicchie ad alto valore aggiunto, la ricerca delle nicchie dei segmenti alti del mercato. Questo probabilmente è un punto sul quale sarebbe bene riflettere con attenzione. I vantaggi competitivi non sono mai assoluti ma sono sempre relativi al mercato verso il quale ci si dirige e non c'è dubbio che le imprese italiane, le imprese del tessile italiane e anche di questo distretto hanno avuto la capacità di identificare nicchie nelle quali il loro posizionamento è molto forte. Questo ci pone delle domande. La nicchia è, scusate il gioco di parole, nicchia; la nicchia è piccola per definizione se non riesce a diventare una grande nicchia, una nicchia globale e capace di essere, sì, definita in termini di segmento, ma capace di operare geograficamente realmente in una dimensione globale e la nicchia non è quasi per definizione, altrimenti non è più tale e diventa trappola, un qualcosa di statico ma deve essere dinamica e deve essere reinventata continuamente. Se mettiamo assieme le due caratteristiche delle nicchie che devono essere dinamiche e globali attenzione che la strategia di nicchia che qualcuno forse presenta in maniera un po’ "salvifica" dicendo "abbiamo il nostro porticciolo sicuro nel quale ci rifugiamo" è, sì, possibile ma è difficile perché richiede continui grandi di impegni sia in termini di investimento che di investimento in ricerca, in innovazione, in conoscenza, presenza e controllo del mercato. Alla fine la strategia di nicchia ci porta all'altro tema grosso sul quale si giocano i fattori di competitività che è la compattezza delle filiere, parola che sta tornando di moda, che ci serve a dire chiaramente che il sistema che va dalla materia prima, al tessuto, alla confezione, alla distribuzione assomiglia a certi acquedotti del Meridione dove si mette dentro un litro d'acqua e ne esce fuori una gocciolina per cui ci sono delle dispersioni non più tollerabili. È chiaro che le politiche di filiera le possono fare le grandi imprese che controllano più o meno tutte le filiere. Oggi tutti siamo più o meno innamorati del modello "Zara" che sta diventando il paradigma di chiunque voglia parlare del tessile. Non penso che il modello Zara sia un modello d'impresa al quale realisticamente possiamo e dobbiamo andare ad avvicinarci, almeno in questo Paese e soprattutto in questo distretto, ma il modello Zara ci fa la domanda giusta, ci pone un problema giusto: "se anche non abbiamo Zara a quei problemi dobbiamo poter dare una risposta, dobbiamo dare una risposta ai problemi della compattezza, della organicità, della robustezza della filiera dal tessuto sino alla distribuzione". Qui si impone e si apre il problema delle politiche che una qualche risposta in questa direzione la possono dare e anche, se vogliamo, il problema dei distretti industriali che sicuramente non possono contenere più di tutta la filiera; ma sono capaci di essere uno snodo strategico intelligente di governo della filiera o sono semplicemente un punto di passaggio più o meno casuale? Questa è la domanda complicata alla quale non ho la risposta.
MODERATORE

Questo è un punto chiave della discussione e della riflessione teorica e politica. Altra curiosità che mi ha fatto venire in mente il suo intervento è il modello Zara; c'era il modello Benetton una quindicina di anni fa, poi c'era il modello Gap negli Stati Uniti, poi c'è anche il modello "Levi’s" che fa jeans che nessun altro fa. Fa tutti fanno in jeans ma i 501 non li fa nessuno e li producono solo negli Stati Uniti e non nel sud est asiatico; costano un po’ di più ma il Levi’s ha puntato sul prodotto piuttosto che sulla filiera, come dice Lei. Magari ne riparliamo nel secondo giro ma sono curioso di capire se c'è un modello vincente o se entrambi i modelli possono convivere e vincere a certe condizioni. Vorrei passare all'altro fattore di competitività che ho introdotto anch'io, al tema della ricerca, altro "mistero" tanto per seguire le mie similitudini. Vorrei dare la parola al dottor Fulvio Obici, direttore comunicazione programma operativo nazionale e ricerca del Ministero dell'Istruzione Università e Ricerca, come si chiama adesso. Prego, dottore.


DOTT. FULVIO OBICI

Buongiorno a tutti. Grazie per avermi invitato a questa tavola rotonda che chiude questi due giorni sulla situazione della realtà territoriale di Prato. Sollecitato dai punti del nostro giornalista penso subito di dire che forse la semplificazione per punti dei problemi complessi richiede il contributo di chi li inserisce in una vista più sistemica. Quindi quello che apparentemente può sembrare una battuta fatta dal nostro professore che ha detto "l'accademico non dà le risposte ma complica le domande" probabilmente è già un punto importante di contributo da non perdere nel momento in cui si affrontano problemi complessi e complicati in una visione generale. Questo lo dico perché noi dell'amministrazione Istruzione Università e Ricerca ci rendiamo conto che se da una parte è importante la filiera della conoscenza dell'istruzione e della ricerca per quanto riguarda i problemi dello sviluppo del nostro Paese e dei nostri territori ci rendiamo conto che non solo abbiamo bisogno di integrare la nostra politica con le altre politiche ma abbiamo bisogno di un confronto e di un dialogo continuo con il territorio e con i soggetti protagonisti del territorio. Faccio questa premessa perché sono sempre preoccupato quando si parla di modelli vincenti. Guardate che la modellistica è una bellissima cosa ma quando la si fa dopo che abbiamo vinto e andiamo a parlare di un modello che rappresenta un fenomeno riproducibile o aspetti di un fenomeno riproducibile. Penso che sia necessario mettere insieme gli attori dell'azienda territorio e andare alla ricerca di un modello vincente e di successo facendo leva sui punti di forza di questa azienda territorio e a nostro avviso, senza volere fare operazione auto referenziale, la ricerca è importante, eccetera, finisco dicendo proprio questo. Prima avviamo in maniera non episodica un dialogo continuo e serrato dove tutti i soggetti, socio economici, gli agenti dello sviluppo, le parti economiche, le parti sociali, eccetera, eccetera, i cittadini residenti, condividendo la missione di creare la leader sheap e la competitività a medio e lungo periodo del territorio e prima possiamo sperare insieme di arrivare con qualche probabilità a un successo. Scusate se l'ho fatta troppo lunga come prologo ma le esperienze che faccio e che ho fatto in questi anni come responsabile della comunicazione del programma operativo nazionale ricerca scientifica, sviluppo tecnologico, alta formazione per le Regioni dell'obiettivo 1 che sono la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Basilicata, la Puglia e la Campania, oggi vengo a proporVi questo programma come un programma esemplare proprio è vero che è stato immaginato e negoziato con l'Unione Europea a beneficio delle Regioni meridionali ma ha consentito al nostro Ministero di individuare aspetti assolutamente riproducibili e che possono riguardare interventi sistemici organici in materia di ricerca, di sviluppo tecnologico e di alta formazione. Questo non basta. Sono qui anche per sottolineare che ormai sono due legislature che abbiamo questo strumento importante che è il programma nazionale della ricerca e quello vincente 2005-2007, il programma nazionale per la ricerca nazionale, ha al proprio interno il programma nazionale per il Mezzogiorno che si correla fortemente e addirittura nell'individuazione dei settori strategici anticipa le scelte che nell'ambito dello spazio europeo della ricerca stiamo facendo con la Commissione, con l'Unione Europea. Mi riferisco al settimo programma quadro. Oggi c'è una cosa in più che voglio dire sulla cosa della coincidenza del periodo di programmazione delle politiche di coesione europea 2007-2013 con il settimo programma quadro europeo, per lo spazio europeo della ricerca, e per il programma di intervento europeo sulla competitività delle imprese europee. La chiave di lettura di questa coincidenza di questi periodi sta proprio nelle politiche globali lanciate dall'Unione Europea nel 2000-2001, da una parte la strategia di Lisbona e dall'altra la strategia degli obiettivi del consiglio di Gothembourg. Da una parte si è lanciata l'economia basata sulla conoscenza come prospettiva e dall'altra la politica globale dello sviluppo sostenibile. Sul territorio che cosa significa? Che dobbiamo in una prospettiva di partecipazione popolare assolutamente più inclusiva possibile, restituendo il protagonismo e la competenza di rappresentatività e di rappresentanza alle forze attive del lavoro, dell'economia della società da una parte la prospettiva d'integrazione del principio della sostenibilità ambientale senza dimenticare l'integrazione del principio delle pari opportunità e dall'altra parte il fatto che oggi non possiamo pensare di guardare soltanto ad alcuni fattori perché abbiamo bisogno - e chiudo sull'innovazione - di forti in termini di qualità e quantità d'innovazione di prodotto, forti in termini di qualità e di quantità innovazioni di processo, fortissime innovazioni di sistema organizzativo che vedono gli operatori del territorio insieme nel collaborare a costruire, dandosi naturalmente una condivisa governance innovazionale, il futuro del proprio territorio.
MODERATORE

La parola adesso a Valeria Fedeli, Presidente del Sindacato Tessile Europeo. I sindacati sono lacci, laccioli o fattori di competitività.


VALERIA FEDELI - Presidente Sindacato Tessile Europeo

Mi spoglio dall'unico laccio che il Sindacato porta quando fa freddo, una giacca. Credo che il Sindacato debba essere un fattore di competitività perché un sindacato è una rappresentanza del lavoro e se non si ponesse il problema dei livelli di competitività di un'impresa e di un sistema mancherebbe alla sua mission fondamentale di rappresentare un'evoluzione positiva del fattore lavoro dentro ad un successo dell'impresa. La dico ancora più chiaramente; se non c'è un'impresa e un sistema competitivo non c'è la possibilità di redistribuire salario a condizioni positive del lavoro. Questo mi pare l'asse fondamentale di partenza ma anche dell'esperienza non astratta e concreta che il Sindacato Tessile Europeo ed italiano in particolare ha fatto in questi anni. La considero una felice anomalia del sistema industriale che ha anche prodotto dei risultati. I primi elementi su cui vorrei brevemente accennare per dimostrare e per convincere quella parte del sistema di imprese che il Sindacato e la rappresentanza del lavoro devono essere e sono per l'impresa un fattore di competitività vorrei brevemente dire chi è arrivato in ritardo e perché sulla comprensione dei fattori mutati del contesto internazionale della competitività. Nel nostro sistema, parlo del nostro sistema competitivo dei distretti italiani del tessile, abbigliamento, cuoio e calzature, c'è stato un ritardo nel comprendere da parte del sistema delle imprese le caratteristiche strutturali del mercato internazionale cambiato. Parto da questo elemento perché ancora oggi non ha conquistato la cultura e la conoscenza complessiva dei fattori, insisto, strutturalmente cambiati della competitività. Se non si parte da un'analisi di contesto internazionale conosciuta e riconosciuta per cui non c'è solo il fattore del cambio Euro - Dollaro, l'acquisizione della politica monetaria, ma c'è una cosa che andrebbe sempre più indagata che è un elemento che riguarda i cambiamenti avvenuti negli ultimi quattro anni che dico a breve essendo elementi di fondo per la competitività e per come il fattore lavoro deve essere immesso dal nostro punto di vista dentro uno degli elementi positivi di competitività. Tutto sta scoppiando, guarda caso, nel 2005. Perché? Perché già previsto per questo settore, previsto dal '94 con l'ultimo accordo cosiddetto "multi fibre", al 31 dicembre del 2004 è finito l'accordo che fissava la gradualità dei contingenti d'importazione delle merci sensibili, cioè del tessile e abbigliamento. C'è stata una sovrapposizione in questi quattro anni di fronte ad una programmazione di un avvenimento, quindi le imprese si potevano preparare; uno è stato il fattore della politica monetaria ma ciò che ha cambiato radicalmente il contesto ed è immutabile da questo punto di vista è l'ingresso della Cina, fattore importante e positivo dal mio punto di vista, dal nostro punto di vista, nel WTO, cioè nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, del 2001. Questo ingresso perché ha cambiato lo scenario? Perché ha reso non una Nazione ma un grande Continente il Continente che si affaccia all'interno di un cambio di condizioni economiche generali della competizione internazionale; non cambia solo per il settore della moda ma cambia per l'insieme delle economie oltre - e non è questa la sede - delle politiche internazionali. Cè un secondo elemento che invece è diventato un aggravio delle condizioni poco analizzato che è stato successivamente all'ingresso della Cina nel WTO del 2001 il fallimento del negoziato intergovernativo ed interministeriale del 2003 del settembre a Cancoon e cioè non si è portato a compimento, e si rischia di non portarlo nemmeno questo anno a dicembre a Hong Kong dove c'è un'ulteriore sessione dei negoziati internazionali del commercio, la condizione modificata con l'ingresso della Cina e di altri Paesi, dico la Cina perché è l'elemento vero di cui non bisogna celare la dimensione e la portata ma affrontarla, in cui non si sono cambiate le regole e le condizioni di reciprocità delle condizioni di mercato. Guardate che questo è un elemento di fondo per qualunque opinione di intervento economico e di intervento della governance politica. Questo è un elemento che ha innanzitutto - e arrivo al primo fattore - spinto il Sindacato italiano prima delle imprese a porre al sindacato europeo, in questo caso c'è stata - passatemi l'espressione - una felice coincidenza che il Segretario Generale dei tessili della CGIL italiana fosse diventato anche Presidente del Sindacato Europeo ovviamente perché questo ha pesato anche in termini di cultura politico sindacale, ma siamo stati quelli che a livello europeo, perché abbiamo colto che la risposta a questi fenomeni di competitività è cambiata, era non banalmente il singolo Paese ma una politica coordinata europea. Da questo punto di vista come uno degli elementi di competitività da assumere è stato importante il ruolo che il Sindacato europeo ed italiano hanno posto ai soggetti, innanzitutto alle imprese, per dire "dobbiamo affrontare insieme il cambiamento". In questo c'è il punto di una competitività che dico deve vedere al suo interno in questo scenario cambiare le corrette relazioni sindacali cooperative perché si affronta un livello di questa natura di cambiamento radicale, e poi ci arrivo, si usa facilmente dire dovendo fare sistema ma ciò significa assumere l'insieme dei soggetti che concorrono a questo cambiamento. Con questa cosa siamo gli unici che hanno fatto gli accordi con le imprese sulle strategie per reagire alle difficoltà, per individuare comunemente le politiche per uscire e quindi diciamo politiche che hanno puntato - ma non lo riprendo perché in una platea come questa il tutto è conosciuto - innovazione e ricerca. Siamo gli unici che abbiamo affrontato - mi permetto di dirlo a questa tavola rotonda - il fatto che di elementi di competitività non ce ne sia uno solo da affrontare ma ormai per le ragioni che velocemente dicevo di contesto internazionale cambiato devono stare insieme le risposte e cioè bisogna essere innovativi e cambiare i modelli organizzativi delle imprese e nello stesso tempo bisogna chiedere alle autority pubbliche una governance pubblica diversa a livello europeo di regole internazionali. Nello stesso tempo bisogna chiedere che si spinga, come ha detto ieri su "Il Sole 24 ore" Tony Blair a scelte d'identità che praticano in Europa una politica concreta di cambiamento, come dice Lisbona, quindi puntando sulla società della conoscenza, abbandonando drasticamente un'identità e un rapporto con i contesti internazionali di mediazione e di scambio, "no all'agricoltura" - la dico brutale per farmi capire - "sì all'industria del cambiamento e innovazione" altrimenti non ne conseguono le cose, sennò le imprese possono cambiare i modelli organizzativi, essere innovative, puntare su elementi anche di fattori competitivi di corrette relazioni, quindi investire in alta formazione e capitale umano, ma non avere il contesto per cui queste scelte sono favorite dalle condizioni e dalle regole di pari opportunità nel contesto globale. In tutto questo voglio sottolineare un altro elemento oggi dei fattori di competitività che farà molto discutere - lo dico a un giornalista attento come Stefano - perché a me pare poco discusso complessivamente fare cultura e confrontarsi sugli aspetti di fondo, sull'analisi vera - non quella che ci piacerebbe fosse nella realtà - è il primo fattore di competitività per la reazione. Penso ci sia una sottovalutazione delle caratteristiche competitive economiche della Cina e di tutta quell'area che non è vero che è soltanto il nuovo grande produttore manifatturiero del Mondo. Credo che la Cina sia per tradizione per strumenti, per modello economico e sociale autoritario senza Democrazia, un elemento di contesto su cui anche sui settori altamente tecnologici sono più avanti di una parte del contesto europeo. Non capire questo significa non impostare le politiche di reazione per affrontare complessivamente i fattori di competitività sull'insieme; di che cosa? Bisogna puntare sugli elementi caratteristici distintivi di che cosa? Delle produzioni e dei prodotti, dei processi produttivi, degli impatti eco tossicologici ambientali e sociali. Qui c'è, credo, il nucleo del rapporto tra la rappresentanza del lavoro, un interesse immediato e di prospettiva per ritrovarsi dentro a questo cambiamento e gestirlo, la rappresentanza intelligente e lungimirante per il proprio profitto e non per altro - non si è missionari in questo - ma per trovare in un'idea anche di assunzione di governance con la responsabilità sociale complessiva anche da parte delle imprese sull'innovazione. Qui sta l'asse e la convenienza reciproca tra un Sindacato che intende rappresentare il lavoro al meglio e le sue prospettive di qualificazione e un'impresa che vuol fare nel medio e lungo periodo, non nel breve periodo, fattori vincenti di competitività questi aspetti. A me pare che qui la nostra esperienza in questi anni nel campo italiano e europeo ci porta a questo che è un terreno difficile perché - pingo il punto di domanda e mi fermo - il fattore vincente iniziale molto estemporaneo e non strutturato dei distretti italiani e del cosiddetto fattore vincente made in Italy che cosa è oggi? Come è percepito all'esterno, come va riorganizzato, su quali terreni? La Cina farà sicuramente tutti prodotti di bassa qualità; Zara ha una piattaforma che diventerà sempre più piattaforma produttiva là e solo commercializzazione. Il modello Zara non è un modello in campo in questa fase di riorganizzazione. Ci sono due aspetti che vanno riorganizzati anche nel sistema industriale, made in Italy in particolare ma anche europeo, se punti sull'eccellenza la stessa non è la nicchia perché ha bisogno costantemente - son d'accordo sull'innovazione e sul cambiamento - di essere ramificata e tenuta come filiera produttiva, come aggregazione di imprese e come sistema su cui si investe perché sennò la ricerca se non è a monte sulle fibre e sui tessuti fino ai prodotti, fino alla commercializzazione - questa è la nuova industria competitiva - non può stare lì. Dentro a questi elementi ci sono le assenze di sistema, c'è una parte del sistema imprenditoriale che non ce la fa a superare il suo individualismo e quindi ad essere globale dal punto di vista innanzitutto culturale e imprenditoriale e per questo non investe sul fattore umano, altro elemento fondamentale, alta formazione per i dipendenti per scambiare anche in termini di velocità e flessibilità nella risposta dei mercati, ma dall'altra c'è un grande spazio perché l'elemento più pesante di crisi di competitività del nostro sistema è che il sistema moda italiano è presente solo e ancora al 65% sui mercati di sbocco europei. Noi non siamo nei nuovi mercati di sbocco dove man mano si aprono le condizioni in cui il cosiddetto "fattore" materiale e immateriale del made in Italy che è collegato a cultura, creatività arte, artigianale e così via, cioè complessivamente al nostro sistema Italia, è conosciuto per un verso ma non è presente poi come mercato di sbocco.


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