Conversazioni Interviste a F. Donfrancesco, G. Moretti, A. Romano (2014)



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Conversazioni
Interviste  a F. Donfrancesco, G. Moretti, A. Romano (2014)
Si pubblicano di seguito le interviste a  Francesco Donfrancesco, Giovanni Moretti e Augusto Romano svolte da alcuni soci dell’ARPA1 nel 2014.  Molti i temi affrontati dagli Autori tra cui l’attualità e la complessità della relazione maestro-allievo nella formazione individuale e nell’organizzazione delle società analitiche, la trasmissione dell’esperienza e del sapere analitico, il relativismo epistemologico di C.G. Jung  e la complessità di intrecci nella relazione terapeutica e nella relazione interpersonale nel piccolo gruppo, nel grande gruppo e nelle ampie estensioni comunitarie.


Intervista a Francesco Donfrancesco

(svolta a Torino, novembre 2014)
Come vi dicevo ieri, ai vecchi piace molto raccontare, quindi, se mi chiedete proprio questo, rischiate grosso… Ho letto qualche tempo fa Il Sublime, dello Pseudo Longino: non so se vi è mai capitato fra le mani… È un testo di poetica del I secolo d.C.. In una parte, esamina l’Odissea, la mette a confronto con l’Iliade e conclude: “Si capisce che l’Odissea è l’opera di un vecchio; di un genio, ma di un vecchio, perché qui a Omero piace tanto raccontare, mentre nell’Iliade…” Insomma, è una questione archetipica, c'è poco da fare... Così, fatemi pure delle domande, ma sapendo che è a vostro rischio e pericolo…
Come nasce il tuo interesse per la psicologia?
Quando ero un ragazzo, al liceo, mi interessavo molto di letteratura e d’arte, e sognavo il mio futuro in questo ambito, preferibilmente come pittore. Invece, ho finito col fare medicina perché mio padre, tecnico degli impianti elettrici delle Ferrovie, una persona seria e responsabile, padre di famiglia, tre figli e moglie a carico, origini sociali più che modeste, voleva che il primogenito, il suo potenziale “vice”, facesse una facoltà seria, e le facoltà serie a suo giudizio erano due: medicina e ingegneria. Ingegneria nemmeno a pensarci, perché ero il classico studente del liceo classico. Quando i miei professori mi chiesero cosa pensavo di fare, se volevo fare lettere – si aspettavano tutti che volessi fare lettere o filosofia –, rimasero stupiti, e forse si sentirono un po' traditi, quando dissi loro che no, quello no… Erano convinti di aver allevato uno di loro. Pensavo piuttosto ad architettura, per amore dell'arte figurativa, non per altro; ma mio padre disse: “architettura no”… Gli sembrava una facoltà per figli di papà, e forse non aveva tutti i torti... Ci fu una lotta per tutta l'estate. Poi mio padre fu trasferito da Arezzo, dove abitavamo, a Genova, e a Genova non c’era la facoltà di architettura, che era a Torino. Impensabile che io mi trasferissi a Torino, non c'erano le possibilità economiche, e così mi arresi: “Va bene, facciamo questa medicina”.

Ho fatto medicina con tormento perché non ero portato per studi tecnici o scientifici, mi annoiavano a morte… Per sopravvivere alla noia, leggevo romanzi, Kafka era il mio mentore, e poi i filosofi esistenzialisti, in primis Kierkegaard, e i poeti, Montale, Eliot, Lorca, e divoravo riviste d'arte contemporanea: avevo una vita parallela che cominciava dopo cena e occupava per intero la domenica, dedicata a dipingere.

L'unica cosa che riuscii a fare bene a Medicina fu il primo esame, l’esame di dissezione, che a Genova, nel 1958-59, era una cosa molto seria, perché era preparato da due ore di esercitazione tre volte la settimana per sei mesi; e da una porzione ragionevole del testo di anatomia. Ci davano un pezzo di cadavere e bisognava darsi da fare con bisturi, forbici, specillo: era un lavoro che richiedeva l'abilità delle mani e questo mi piaceva, aveva qualcosa dell'operare artistico, della sua precisione... Feci un esame brillante e il professore mi disse che avevo una manina da chirurgo... Ce l’ho da pittore, pensai… Ma la cosa davvero significativa, che capii davvero soltanto qualche anno dopo, fu un'altra. Il giovane prono la cui schiena avevo accuratamente scuoiato, aveva un collo gonfio, bluastro, e mentre lavoravo col bisturi pensavo: questo si è impiccato. Alla fine, visto che il professore era molto soddisfatto anche se severissimo – una persona austera con due o tre cognomi e ascendenti nobili –, presi coraggio e dissi: “Professore, perché si è impiccato?” Lui mi guardò stranito e rispose: “Questo non deve interessarle...” e mi congedò. Io, che avrei dovuto essere felice perché avevo avuto il massimo dei voti, ero triste, perché pensavo a quel ragazzo che si era impiccato e mi facevo domande, senza potermi dare risposte. Ero a San Martino – non so se conoscete Genova, l'ospedale è in collina. Scesi fino al mare, alla Foce, per calmarmi, e passeggiai a lungo guardando il mare, e soltanto dopo andai a casa ad annunciare la buona novella.

Ero molto interessato agli esistenzialisti, e quelle letture mi avevano reso familiare la riflessione sull’angoscia, sulla sofferenza e l'alienazione possibile nella condizione umana… Poi, avevo avuto una lunga educazione cattolica, molto seria e impegnata, che continuò ancora, sia pure con alti e bassi, e momenti di distacco. Di fondo, c’era una predisposizione alla compassione, alla cura del prossimo… Infatti, quando andavo in clinica e mi trovavo a fare un’anamnesi, a parlare con un paziente, mi sembrava possibile fare il medico. Ma quando studiavo i testi teorici impazzivo di noia, e poi la memoria… La perdevo, insomma!



Dopo tre anni mio padre fu trasferito di nuovo, e così tornammo in Toscana: il primo anno nelle solitudini di Marina di Pisa, poi a Pisa. Attraversavo un periodo molto duro, anche per una delusione d’amore. Le separazioni da Arezzo e da Genova si erano sommate, e non avendo casa a Pisa diventava anche più difficile ricominciare qualche vita di relazione. Ero molto sofferente e mi raccattò un compagno di studi più vecchio di me, che aveva capito il mio disagio, e mi invitò a studiare insieme a lui. Questo mi fece bene. Era una persona molto sensibile; a volte ci facevamo confidenze, ci raccontavamo le nostre storie, e lui mi disse che avrebbe voluto fare lo psichiatra a Volterra, il paese dove era vissuto da ragazzo. Aveva visto più volte il grande ospedale psichiatrico e il via vai dei matti, e affermava sicuro: “Quello è il mio destino. Voglio andare a fare il medico a Volterra.” Mi fece leggere Le libere donne di Magliano di Tobino, un libro assassino che mi conquistò: ero già diventato un missionario fra i folli, e cominciai con gioia a pensare che questo era finalmente qualcosa che poteva interessarmi e che era una possibilità concreta, perché potevo cominciare facendo il medico generico allo psichiatrico di Volterra, dove prendevano anche i medici appena laureati, e in contemporanea fare la specializzazione: il progetto del mio nuovo amico, che mi avrebbe voluto con sé.

In questa prospettiva cominciai un internato in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali, dove mi proposero una tesi di ricerca sulle afasie. Mi misero un martelletto in mano e io dovevo darmi da fare… Era completamente fuori dai miei interessi… Non c’erano le “libere donne di Magliano”, però c’era un “reparto mentali” - come lo chiamavano – dove mi affacciavo qualche volta, ma con un certo sospetto, con un po’ di paura… Un giorno un medico mi disse: “Fa' l’anamnesi di questo che è appena arrivato, l'abbiamo già visto qualche volta, è un pre-schizofrenico. Insomma: parlaci”, e io cominciai a parlarci. All’inizio con timore, perché, malgrado l'entusiasmo per Tobino, la malattia mentale era per me ancora uno che mentre ci parli prende un posacenere e te lo tira in testa... Insomma, ero sul chi vive: questo era il livello del mio ascolto. A lui, invece, non pareva vero di poter parlare, e così cominciò a interessarmi. All’inizio lo seguivo sulla cartella clinica, che era già fatta: lui raccontava più o meno le stesse cose. A un certo punto gli feci una domanda, insomma, entrai nel discorso e gli si illuminarono gli occhi… Uscì dal binario che sapeva di dover seguire e cominciammo un vero colloquio. Cominciò a raccontarmi della sua vita e io ero affascinato da questo racconto. Passa una prima ora e lui dice: “Quando sono in grave crisi e non so cosa fare, sento la voce di mio padre morto che mi consiglia...” Continua a raccontare. Passa un'altra ora: “Sa, dottore, non gliel’ho detta tutta, perché prima era mio padre ma adesso, quando sto male, è la voce di mio nonno, è la voce che aveva mio nonno, che sento, e mi dà dei consigli. Io sento la sua voce autorevole che mi parla…” Continua ancora. Sono passate intanto tre ore e siamo ormai verso l’una. È venuto il momento di congedarci, e lui mi guarda un po' sospettoso: “Senta dottore, le devo dire la verità: ora è la voce di Dio quella che sento e che mi consiglia...” Ci congediamo, ci diciamo “Domani si continua”, lui esce, si affaccia di nuovo dalla porta – a questo punto sembrava un fumetto di Disney con le spiraline al posto degli occhi – e dice: “Dottore, chi l’avrebbe detto, un ragazzo come me che parla con Dio!” Purtroppo feci la spia, credevo fosse mio dovere fare la spia, ne ero anche compiaciuto..., invece di tacere e continuare l'indomani a parlarci. Feci la spia, dissi delle voci e il giorno dopo lo trovai in coma insulinico. Niente più parole. Fu a quel punto che cominciai a chiedermi se le afasie che potevano interessarmi fossero davvero quelle di cui avevano a lungo discettato, in un convegno a Ischia al quale ero stato precettato e di cui già non ricordavo nulla, oppure altre… Per cui cominciai a cercare questo tipo di pazienti. C’erano in Clinica – perché all’epoca non esisteva psichiatria, sto parlando del ’63, ’64 – c'erano nei sotterranei della Clinica delle stanzette dove ci si poteva rifugiare per parlare con i pazienti. Io ne rimorchiavo uno, d’accordo con i medici; in particolare, un “RC”, cioè “rompicoglioni”, la diagnosi in cui si era specializzato un neurologo, che non a caso d’estate viaggiava con il cappotto nero, il bavero alzato e il cappello calato sugli occhi... Cioè, quelli che non potevano essere definiti schizofrenici o melanconici – i nevrotici, insomma... Io li portavo in quelle stanze e ci parlavo. Stavo bene io e stavano bene loro. Non sapevo nulla di psicoanalisi. Avevo una formazione umanistica, mi ero appassionato alla filosofia dell'esistenza, letto dell’angoscia, della malattia mortale, del tragico: tutte queste cose me l'ero lette, ma soprattutto me l’ero anche un po' vissute, e quello che sapevo è che due persone che si parlano con intimità stanno meglio, anche se questa era la scoperta dell’ombrello… Insomma, una cosa molto semplice: era capitato anche a me con il mio amico, quello che mi aveva prelevato e mi aveva portato a casa sua e che poi divenne davvero uno psichiatra a Volterra. Fui notato da Giuseppe Maffei, che allora era un giovane assistente: io avevo 24 anni, lui 29, ed era in analisi con Ernst Bernhard. Non aveva ancora finito il suo training. Ai suoi occhi devo essere apparso come una mosca rara: in quel clima era solo, anche se c'erano uno psicologo che sapeva dell'esistenza di Freud e un fenomenologo piuttosto bravo, per quello che potevo capire. Maffei mi parlò di Jung, di Freud, e io cominciai a leggere L’Io e l’inconscio, poi – c’era poca roba all’epoca – La realtà dell’anima, Psicologia e alchimia. Freud lo sentivo estraneo, per non parlare del Trattato delle nevrosi e delle psicosi di Fenichel, illeggibile. Alla fine del mio internato, che in clinica giustamente nessuno aveva preso sul serio tanto era evidente il mio disinteresse per la neurologia, feci un esame mediocrissimo e chiusi l'episodio. Maffei però mi propose di cominciare l’analisi con lui, con grande generosità, perché non ero in grado di pagarmela, e finii io sulla seggiola del paziente in una delle stanze dei sotterranei: come uno degli altri pazienti ricoverati in clinica, che vedeva durante l'orario di lavoro. Contemporaneamente, continuavo questi sudatissimi studi di medicina, per concludere… Finalmente avevo trovato qualcosa che non era così angosciante… Ero certo che prima o poi avrei ammazzato qualcuno, con i farmaci di cui non ricordavo mai il nome… O forse li avrei imparati, chi sa... Ma ero proprio fuori posto, e per questo molto insicuro.

Mi laureai a luglio del ‘67. A maggio avevo fatto quasi tre anni di analisi, seppure con una seduta alla settimana, e mi avvicinavo alle 200 ore previste per cominciare il training. Quello dell'AIPA era allora un programma di training molto semplice, lo stesso dell’Associazione Internazionale. In quel maggio andai a Firenze da Carlo Iandelli, che era un didatta, parlai con lui che mi disse: “Sì, va bene, per me può andare. Alla fine dell’anno ti presenti e cominci a fare le supervisioni con me e, parallelamente, continui l’analisi con Maffei”. A quel punto bisognava fare due ore di analisi alla settimana e due di supervisione, per un totale di 300 ore di supervisione e altrettante di analisi personale: questo era il programma della formazione, affidata del tutto al rapporto personale. A novembre del 1967 feci l’esame di Stato e il giorno dopo incontrai in clinica il mio primo paziente, un pittore livornese, un anancastico che avrebbe fatto la gioia di von Gebsattel. Qualche settimana dopo fui anche ammesso alla specializzazione in Malattie Nervose e Mentali.

Nel frattempo era comparsa una grande novità: la Clinica Psichiatrica, un padiglione parzialmente separato da Malattie Nervose e Mentali, e io con Maffei eravamo stati reclutati per lavorare in questo padiglione. Ci avevano dato una stanza con tanto di cartello: “Psicoterapia”. Naturalmente, era Maffei che si era conquistato questo spazio. A quel tempo si stava preparando per ottenere la docenza, e quindi era lui il responsabile, e io un aggregato: fu lì che feci la mia prima seduta da “analista”. Naturalmente i pazienti erano pazienti della clinica, o che erano stati in clinica, in genere situazioni da ultima spiaggia, ma da loro imparai molto. Resistetti poco più di un anno: poi abbandonai la specializzazione, dove di fatto la psichiatria era relegata ai margini, e questo comportò, sotto lo sguardo sdegnato del Professore, anche l'abbandono della Clinica psichiatrica e della stanza della psicoterapia.

Questi i primordi. Al momento di quella prima seduta io avevo 27 anni; Iandelli 37 (era medico e insegnava Psicologia Clinica all'Università di Firenze); Maffei 32. Eravamo ragazzi. Tenete però presente che Iandelli, nel '65, aveva presentato al Secondo Congresso Internazionale del movimento junghiano una relazione, la prima relazione italiana a un congresso internazionale, sul tema: Il simbolo serpente. Uno studio di impostazione neumanniana, quella che prevaleva fra gli junghiani dell'epoca. Aveva messo in evidenza la comparsa del serpente nei sogni fatti nelle fasi di trasformazione, dall'infanzia alla vecchiaia, e ne aveva concluso che questa era la funzione simbolica del serpente, di attivare una trasformazione. Uno dei primi libri che mi suggerì di leggere fu Il potere del serpente di Avalon. Per consentirmi una visione più ampia della teoria degli archetipi, mi suggerì di leggere, oltre a libri di antropologia come quello di Avalon, un'introduzione alla teoria kleiniana di Fornari, un'introduzione alla cibernetica e un testo classico di Gestaltpsicologie. Per non parlare di alcuni libri di etologia. Lessi con cura da studente il libro di Fornari, e quindi male; forse anche un paio di libri di etologia. Di solito avevo, e ho, troppi libri da leggere, e quelli suggeriti li compravo ma in genere rimanevano lì. Ricordo una bella relazione di Samuels sulla didattica, a un Congresso Internazionale. Diceva che se un didatta vuole che l'allievo legga un libro, è bene che ne suggerisca un altro insistendo sulla sua importanaza, e accennando appena a quello che in realtà gli interessa sia letto... Ricordo il suo intervento forse perché ero un allievo di quel tipo. Devo aggiungere che Iandelli capì presto la situazione...

Nel Primo Congresso junghiano, avvenuto l’anno dopo la morte di Jung, nel ’62, una relazione fu fatta da Ernst Bernhard, quella sul complesso materno degli italiani riportata nella Mitobiografia. La sua e quella di Iandelli furono le prime relazioni “italiane” ai Congressi Internazionali, che dovete immaginare composti, allora, da non molti analisti, fra ordinari e allievi. Io partecipai al Terzo Congresso, a Zurigo nel 1968: la relazione italiana fu fatta da Gianfranco Draghi, che fu il mio primo didatta. Iandelli mi aveva affidato provvisoriamente a lui. Era stato allievo di Bernhard ed era il più anziano dei toscani; era nato nel ’24 ed è morto novantenne nell'autunno del 2014.

Gianfranco Draghi era un uomo di grande cultura e poliglotta, laureato in Lettere e Filosofia. Proveniva da una ricca famiglia milanese, era antifascista, dal 1941 militante del Partito d'Azione e dal 1943 rifugiato in Svizzera. Era un federalista, un europeista convinto, amico di Altiero Spinelli. Coltivava le medicine alternative, allora sconosciute ai più. Scriveva e dipingeva. Aveva rapporti culturali molto vivi. Qualche anno fa è uscito per Adelphi un carteggio fra lui e Cristina Campo. Abbandonata la prima moglie proprio nel periodo in cui lo frequentavo, si era accompagnato con la figlia dell’etologo Lorenz, da cui ebbe due figli; poi ebbe altre donne e figli… Tenete presente che siamo nel ’67-’68: un momento storico particolare. Intorno a lui – ma ormai avevo concluso il breve periodo in cui ero stato suo allievo – cominciarono a radunarsi giovani “alternativi”, in un gruppo molto vivace e per qualche tempo anche fruttuoso, per quanto potevo giudicare (io ero piuttosto defilato, vivendo a Pisa). Poi cominciarono gli inconvenienti che ben conosciamo, prodotti dalle personalità carismatiche...

Avevo imparato molto, da lui, però lo sentivo troppo presente, mi sembrava che si ponesse troppo come punto di riferimento. E questo aspetto un po’ mi disturbava. All'inizio abitava in Costa San Giorgio, una strada di Firenze che porta al Forte di Belvedere: uno studio affascinante, con un arredo da bohémien, dipingeva… Però, quel suo atteggiamento mi costringeva sulle difensive. Così, dopo poco più di un anno, ero passato, del resto come previsto, a Carlo Iandelli, con il quale mi sentivo più a mio agio, e con lui continuai la supervisione fino al 1973. Poi, interrotta dopo nove anni l'analisi con Maffei, conclusi la supervisione con Iandelli e la sostituii con altri due anni di analisi personale, sempre con lui, fino a metà del 1975.

L'analisi con Maffei fu un po' tormentata: lui era giovane, si stava guardando intorno, e mi comunicava molta incertezza sugli orientamenti teorici. Io, che ero anche più incerto, avrei voluto qualcuno che mi desse maggiori certezze: avrei potuto metterle in dubbio io, e non subire le incertezze altrui. Nel ’65 - quindi un anno dopo l’inizio della mia analisi - muore Bernhard e lascia tanti orfani, ciascuno con le sue reazioni. Maffei si sentiva più rassicurato dall'approccio scientifico, e per scientifico, naturalmente, intendeva Freud; e quindi si stava spostando in direzione freudiana e kleiniana. Dopo qualche tempo trovò un punto di riferimento in Matte Blanco, un teorico freudiano decisamente originale e di grande spessore. Poi cominciò a interessarsi a Lacan: questo, sempre nel periodo in cui ero in analisi con lui. Una volta Lacan fu invitato a tenere una conferenza a un corso universitario di Pisa, e in quell'occasione potei conoscerlo (si fa per dire). L'inquietudine di Maffei era onesta e interessante, accompagnata da un'intelligenza acuta e da grande generosità umana. Con il tempo ho potuto apprezzarla, ma soltanto quando ho sviluppato un mio modo di pensare, che fin da allora si radicava essenzialmente in Jung. Mi persuadeva il processo d'individuazione, lo sentivo vivente attraverso i miei sogni, e il concetto di entelechia, imparato da Bernhard, mi sembrava imprescindibile. Disposto a conoscere altri modi, ma non a spese del lascito junghiano: quello che rimproveravo, a torto o a ragione, a Maffei. Poco prima di concludere l'analisi con lui, scoprii il pensiero di Fairbairn, mediato con intelligenza da uno junghiano inglese, Anthony Storr: di lì partii per approfondire la teoria delle relazioni oggettuali, in particolare come sviluppata da un allievo di Fairbairn e di Winnicott, Henry Guntrip. Quindi, l’apertura ad altri modi di pensare mi stimolava, però dovevo conservare un punto fermo, che con il tempo e l'esperienza avrebbe potuto essere ulteriormente elaborato. Era una condizione della gioventù, ma non soltanto: ho sempre pensato che posso differenziarmi soltanto se sono fedele a una tradizione, se mi riconosco figlio di quella tradizione. Verrà poi il tempo, se avrò energia e talento, anche per rinnovarla, quella tradizione.



La ricerca personale avviene per noi analisti nel contesto di una associazione e la vita di quell'associazione non è estranea alla formazione individuale: non può, né deve esserlo, credo... E non può esserlo il tempo in cui si vive. Nel ’68 - io inizio la mia supervisione all’inizio del ’68, quando si diffonde la rivolta nell'Università, da cui sono appena uscito, dopo aver fatto la mia parte ai primordi, nel '64, durante l'occupazione della Sapienza, a Pisa - l'Istituto di Psicologia dell'Università di Firenze, dove insegnava Carlo Iandelli, e dove insegnavano anche due allievi di Carlo Iandelli che facevano parte come me dell’AIPA, Piernicola Marasco e Maria Teresa Colonna, divenne un epicentro della rivolta studentesca. Ci fu il tentativo di elaborare insieme, insegnanti e studenti, una forma di didattica teorizzata da Carlo Iandelli e chiamata “didattica a spazio aperto”. In quel momento le forze junghiane in Toscana erano queste: quattro membri ordinari e cioè Maffei, Draghi, Iandelli e Silvana Radogna, che si era trasferita proprio quell’anno a Firenze da Roma, e quattro allievi: io, Giancarla Innocenti, Piernicola Marasco e Maria Teresa Colonna. I freudiani erano più numerosi, però l’Istituto di Psicologia era invaso da junghiani. Carlo Iandelli aveva una lunga coda di cavallo e una bella barba fulva: un hippy, un guru. Aveva 38 anni. La didattica a spazio aperto voleva rimettere in gioco l'autorità nell'insegnamento, risolvere il conflitto fra autorità e creatività, non dissolvendolo, ma rendendolo esplicito in ciascuna delle parti, fluidificandolo in modo da farne percepire la presenza in ciascuno. Questa esperienza e la sua teorizzazione furono proposte da quello che fu chiamato il Gruppo Fiorentino (gli otto di cui sopra) all’AIPA, che allora era costituita da una cinquantina di persone fra membri ordinari e allievi. Iandelli presentò un “manifesto” in dieci punti, con il titolo: “Per una ristrutturazione dell'AIPA centrata sopra un'autonomia policentrica a democrazia diretta”, un mix tra federalismo e didattica a spazio aperto. Si trattava di federare dei gruppi che si costituissero spontaneamente o per ragioni geografiche, meglio se per un'affinità di spirito; ciascun gruppo avrebbe avuto sue regole interne ma anche alcune regole di base condivise con gli altri (in fondo, quelle della IAAP). Era una proposta che a me sembrava molto ragionevole e che, oltretutto, rispondeva allo spirito del tempo. Comunque, da sperimentare. Quella che veniva attivata, con questa proposta, era proprio la polarità autorità-creatività (che io, peraltro, vivevo personalmente e intensamente); ma il comitato direttivo, che era a Roma, insieme a gran parte dei colleghi romani, ebbe risposte molto rigide: è una proposta anarchica, disgregante! Si arrivò al punto che, per fare pressione sui didatti, il comitato direttivo espulse gli allievi toscani perché non avevano seguito (dicevano) la trafila prevista dal regolamento. Noi allievi ci presentammo alla successiva Assemblea, che avrebbe dovuto ratificare l'espulsione, senza i didatti. Naturalmente per provocare ulteriormente il direttivo. In quella circostanza mi improvvisai legale, e non fu molto difficile dimostrare che il direttivo aveva violato numerosi articoli dello Statuto per poter cacciare noi sulla base della supposta violazione di un solo articolo dello Statuto… Proposi di espellere dall'Associazione chi aveva violato un maggior numero di articoli dello Statuto. Naturalmente tutto si sgonfiò, ma non la frattura fra Firenze e Roma, al punto che Iandelli, Draghi e Radogna ben presto smisero di frequentare le assemblee, e anche io (ci volle la saggezza e l'influenza di Hillman perché mi decidessi, nel 1983, a chiedere di formalizzare la conclusione del mio training).

Nel 1971 avevo curato la pubblicazione di un volume che raccoglieva i contributi del Gruppo Fiorentino fino a quell'anno. Lo intitolai Una psicologia della liberazione. In un secondo volume, pubblicato nel 1973, raccolsi, con i contributi del gruppo fiorentino, anche quelli di un gruppo romano che cercava con intelligenza e generosità, anche se non sempre riuscivamo a capirci, di conservare un dialogo con noi. Il titolo fu: Autorità e creatività.

Forse qualcosa di quell'esperienza è filtrata lentamente nell'AIPA. Credo che la rigidità sia stata da entrambe le parti: un'esperienza purtroppo comune nelle nostre associazioni. Sembra che siamo condannati alla ripetizione dal prevalere di Thanatos su Eros, di cui si parla tanto e tanto poco lasciamo circolare fra noi, a quanto sembra...

A parte queste considerazioni d'indole più generale, devo dire che quella è stata per me un'esperienza molto viva, che posso criticare anche radicalmente ma non rinnegare. Ci riunivamo ogni mese e riflettevamo tra noi su come gestire un gruppo di analisti che si assumeva un compito formativo. È un po’ il tema che avete proposto anche voi, quello della trasmissione del sapere analitico.

Credo che i difetti maggiori derivassero dall'emarginazione (attiva e passiva...). Quando c'è un’emarginazione, il gruppo emarginato deve compattarsi, si compatta sulle figure leader, e le figure leader tra di loro non sempre sono in armonia, perché rappresentano esse stesse modi diversi di sentire e, puntualmente, avviene una rottura. Così accadde, nel 1975, anche nel gruppo fiorentino, e questo convinse i colleghi di Roma, anche i meno contrari, che avevano visto giusto nel rifiutare le nostre proposte. In parte era vero; ma questo avvenne anche perché c’era quella emarginazione. Io rimasi legato a Carlo Iandelli e a Silvana Radogna. Proprio in quell'anno mi trasferii da Pisa a Firenze e presi a frequentare il gruppo, ormai molto ampliato e costituito non soltanto da allievi, che si muoveva intorno a loro. Avevo finito il mio training, però non feci la domanda di passaggio da candidato a ordinario. La fece qualche tempo dopo Maria Teresa Colonna, non l’hanno mai fatta Marasco e Giancarla Innocenti. Draghi si dimise. Quindi, questa storia ha segnato un po' tutti. A me ha procurato una tenace diffidenza da parte di alcuni colleghi degli inizi, anche dopo aver fatto il passaggio a ordinario e quando mi muovevo ormai in altre direzioni. E questo, indipendentemente dal rapporto personale...

Questa esperienza del Gruppo Fiorentino è stata ricca ma appartiene alla sua epoca e non è certo riproponibile. Però aveva un nucleo di base su cui ho cercato di portare la riflessione anche qui all’ARPA. Una volta scrissi una lettera rivolta a tutti i membri, in cui sostenevo, essenzialmente, che l’allievo deve assumersi la didattica, deve in qualche modo farla sua, entrare in un rapporto dinamico anche su come si conduce la didattica; e bisogna creare lo spazio perché questo avvenga e sia ampiamente condiviso, altrimenti si hanno allievi – lo dico perché li ho visti e sentiti - che sono succubi o tali si sentono. In fondo, quell'atteggiamento passivo è funzionale allo scopo di essere riconosciuto analista: per raggiungerlo bisogna fare quelle certe cose che ti vengono chieste, si fanno le cose come viene detto di farle... ma così non si diventa davvero analisti... Ha ragione Hillman quando dice che l'analista è un avventuriero. L’analista deve essere un avventuriero, uno che corre l’avventura, non uno che diventa il burocrate della psicologia analitica… Il fervore che c’era nel Gruppo Fiorentino, la passione che c’era, l’amicizia che si era creata, lo scambio che c’era, e anche i conflitti, per me sono stati veramente importanti, e ho vissuto uno scambio libero in cui anche l’allievo poteva portare, che ne so?, un testo scritto da mettere in comune… Io cominciai a scrivere per questo, perché sapevo che c’era qualcuno che mi avrebbe ascoltato, avrebbe accettato che io, allievo di primo pelo, avevo tre idee che buttavo giù e le dicevo, perché era qualcosa che attivava la discussione interna al gruppo quando, quella volta al mese, ci saremmo incontrati. Andavo a Firenze, ci si incontrava a casa di qualcuno che aveva una stanza sufficientemente grande, come è successo a Torino con Augusto Romano, e lì si discuteva, e ciascuno portava il suo pezzetto se aveva scritto qualcosa, oppure si parlava a braccio, e questo era un fervore, caotico forse... Ma il processo creativo nasce sempre da un caos iniziale. Se si vuol fare qualcosa di creativo bisogna accettare il caotico e accettare anche quello che ci può sembrare un errore, che poi, magari, si scopre che un errore non è, altrimenti si è belli imbalsamati e si viaggia facendo le solite cosine senza scostarsi di un passo dall'ovvio e dal risaputo. Poi c’è il timore: se io dico la cosina che non va bene non mi apprezzano e mi bocciano… Insomma, non mi pare la prospettiva migliore per chi voglia diventare analista, e questo, devo dirvi, e lo sentirete anche da come ne parlo, lo penso con gratitudine per come sono stato atteso e ascoltato.

Iandelli è stato il mio maestro: aveva un modo di ascoltare che era straordinario, veramente straordinario, un modo che non ho più incontrato. Era capace di fare veramente il vuoto per accogliere. Almeno con me. Mi insegnava ascoltando, con il suo modo di ascoltare. Era lui che leggeva i libri che io avevo letto e di cui gli parlavo. Non ero io a leggere quello che mi suggeriva (del resto raramente, e non soltanto perché si era reso conto che non era il caso, ma anche perché aveva capito la tensione della mia ricerca e non voleva in alcun modo interferire). Non solo leggeva, ma quando arrivavo da lui era capace di dirmi: “Ho letto quel tuo libro…” E se ne parlava… Perché lui imparava anche così, e questa era la cosa ammirevole, che si lasciava stimolare dall’allievo. Questo mi sembra ancora magistrale; anche perché l'insegnamento in questione riguardava alla fine come un analista può accogliere l'esperienza interiore del suo paziente. Altri sono stati scontenti di lui, e questo non mi stupisce: un incontro non è uguale all'altro, si sa; e perfino il diverso periodo in cui due incontri sono avvenuti può determinarne il risultato. Io ero preso da questa sua grande capacità di fare silenzio e di ascoltare. Sentivo che mi apriva tutto lo spazio possibile. Quando ripresi con lui la mia analisi personale trovai questa impressione anche più accentuata. Lui era molto attento al controtransfert, e questo significava in primo luogo l’ascolto della propria reazione. Con il tempo sviluppò anche l’attenzione alla fantasia di risposta alla fantasia che si esprimeva nel racconto dell’altro. Era la centralità dell’immaginazione intesa non come tecnica immaginativa, immaginazione attiva, ma come centralità dell’immagine, del linguaggio dell’anima. Io l’ho appresa da lui, e anche dalla sensibilità che aveva nell'accogliere i sogni, nel riecheggiarli, nel non dare mai un’interpretazione. Qualche volta gli dicevo: “Ma insomma, l’interpretazione di questa cosa qui?” E lui: “Mah, se ci tieni tanto… Se si prende il modello di Neumann, questo che dici potremmo classificarlo nella fase x, eccetera...” Io lo guardavo con gli occhi sbarrati: “Ti va questa interpretazione?” “No! Per carità…” “E allora che cerchi?”. Era piuttosto divertente... Lui elencava le teorie, e magari mi provocava dicendo: “In fondo una teoria basta leggerla”, sapendo che volevo soltanto una rassicurazione, ma in realtà me ne importava ben poco… Con lui fu, come capite, un bel rapporto, e io sentii che mi dilatava molto. Il suo ultimo gesto di generosità nei miei confronti fu nel febbraio del ’75, quando mi propose di continuare l'analisi con Silvana Radogna.

Capii dopo quanto bene avesse intuito certi miei bisogni. Era per me e la mia famiglia un momento di transizione: stavamo trasferendoci da Pisa a Firenze. Paola, mia moglie, si era spostata già nell'ottobre del ’74 con mio figlio, perché intorno al Gruppo Fiorentino era cresciuta la convinzione che fosse necessario dare anche ai bambini la possibilità di una didattica alternativa a quella consueta, e anche lei si era impegnata nell'impresa. La cosa era resa possibile dalla presenza di una giovane americana con un'impostazione pedagogica steineriana, vicina anche all'esperienza di Summerhill, allora piuttosto nota. La scuola era in una torre longobarda nella campagna intorno a Firenze, dove lei abitava. I bambini imparavano a leggere e scrivere in un modo surreale... Imparavano a fare il pane, a tessere, a suonare il flauto, e sapevano tutto sulle galline e sulla raccolta delle olive, alla quale collaboravano... Era l’epoca: voi non l’avete vissuta ma vi assicuro che era pittoresca e divertente. La giovane americana mi diceva che il modo migliore per imparare le lingue era amare qualcuno che parlasse quella lingua: “Per questo conosco anche una lingua centroafricana”…. E c’era un laghetto dove qualche volta si poteva contemplare qualche ninfa nuda… Noi trovammo una casa in campagna dove vivere (ovviamente la campagna era d'obbligo...).

In quel momento di transizione, dunque, Iandelli mi disse che forse mi avrebbe fatto bene continuare l’analisi con Silvana Radogna. Silvana aveva un'affinata funzione di sentimento – per rimanere nello schema tipologico junghiano al quale lei era molto sensibile –, era un’artista, aveva dieci anni più di Carlo e da qualche tempo vivevano insieme… Aveva avuto un rapporto molto lungo e profondo con Bernhard, era una donna notevole e io mi legai molto a lei. Sentii che era proprio quello che mi ci voleva: scoprii che la mia funzione di sentimento era in sé molto più forte di quanto non mi fossi mai accorto, e che il mio intellettualismo era un residuo adolescenziale dei bisogni di affermazione, di riconoscimento, mentre la dimensione del sentimento era in realtà primaria. Con Silvana sviluppai e maturai un modo di fare analisi che è poi quello che ancora ho, un modo molto informale, in cui prevale la semplice accoglienza, l'ascolto partecipe, dove la dimensione del sentimento è sempre in primo piano, diciamo così. Soltanto molto tempo dopo lessi in Jung che il sentimento è essenziale nella valutazione delle immagini archetipiche, e quindi al farle vivere nella nostra coscienza. E di conseguenza è essenziale alla valutazione delle immagini dell'arte, tanto che, in questa prospettiva, la critica d'arte potrebbe essere definita una filologia delle emozioni, che è poi l'atteggiamento che ho maturato nello scrivere d'arte.

Quando si era costituito il gruppo fiorentino furono scritti tre manifesti dai più anziani. Quello di Gianfranco Draghi era intitolato Per una psicologia della pace, ed era la relazione che aveva tenuto al III Congresso Internazionale junghiano, nel ’68. Iandelli aveva scritto Per una psicologia della libertà e Silvana Radogna La funzione del sentimento e in particolare nella problematica dell'artista e l'ombra. Quando lessi questo suo articolo la conoscevo appena: ricordo di averlo letto sul treno di ritorno per Pisa. Ne fui molto, molto commosso. Il tema del brutto anatroccolo, di cui lì si parlava, chiaramente mi riguardava. Lei individuava Andersen come il brutto anatroccolo, l’artista come il brutto anatroccolo, la funzione di sentimento come il brutto anatroccolo e questo andava a toccare corde molto profonde… Quindi, quando Carlo Iandelli mi disse di continuare l'analisi con Silvana, che ormai avevo anche imparato a conoscere nelle riunioni del gruppo, ne fui contento, anche perché attraverso quello scritto avevo capito che avrei trovato un’intesa profonda con lei. Come spesso succede quando si fanno più analisi, l’ultima è anche quella che raccoglie e perfeziona le esperienze anche parziali fatte nelle precedenti, e quindi appare quella che dà i frutti migliori. A volte se ne dà il merito all’ultimo analista, e non si pensa che i precedenti hanno fatto il lavoro duro, meno gratificante... Quando si va dal secondo analista, dal terzo analista, le cose finalmente uno le capisce, ma perché sono stati gli altri che hanno lavorato; non bisogna pensare che l’ultimo è quello bravo. Però, devo dire che con Silvana ho avuto un legame molto fecondo, anche perché c’era un'intimità particolare data dall'amore per l’arte, per il linguaggio artistico. Lei sfotteva benevolmente Carlo, che scriveva in modo molto contorto per uscire da quella che gli sembrava un'ipertrofia del pensiero; gli diceva: “Quello che cerchi è semplicemente il linguaggio poetico, lo trovi lì, non altrove”. Penso a Silvana con una punta di malinconia, come sentite, perché è morta molto presto, è morta nel 1984, e io avevo finito l’analisi con lei tre anni prima; però c'era un rapporto vivo che continuava, si era creata un'intimità, un’amicizia; e quindi l'ultimo anno in cui è stata male - è morta per un cancro - è stato molto, molto doloroso. Carlo Iandelli è morto nel 1996, e da dieci anni non lo frequentavo più – ma questo sarebbe troppo lungo raccontarlo... Devo dire che quando incomincio a ricordare queste cose mi trovo circondato da morti, ed è un po' malinconico…




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