Corte di cassazione 12 giugno 2006 n



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CORTE DI CASSAZIONE 12 giugno 2006 n. 13546 – Pres. NICASTRO – Rel. SCARANO – P.M. CENNICCOLA.


Persona (diritti e doveri della) – Morte di uno stretto congiunto (danni alla persona per) – Danneggiante (responsabilità civile)- Danno non patrimoniale – Risarcimento del danno non patrimoniale – Danno esistenziale – Risarcibilità- Nozione.

Danno esistenziale - Onere della prova – Presunzioni – Ammissibilità.

Prova del contrario – Ammissibilità.

Risarcimento del danno non patrimoniale- Danno esistenziale – Risarcibilità – Liquidazione equitativa – Ammissibilità.

(Cost. artt. 2, 29, 30; c.c. artt. 1226, 2043, 2056, 2059).


Il danno esistenziale consiste nel pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare aredittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno (1).

Provato il fatto base della sussistenza di un rapporto di coniugio o di filiazione e della convivenza con il congiunto defunto, è da ritenersi che la privazione di tale rapporto presuntivamente determina ripercussioni (anche se non necessariamente per tutta la vita), sia sull’assetto degli stabiliti ed armonici rapporti del nucleo familiare, sia sul modo di relazionarsi degli stretti congiunti del defunto anche all'esterno di esso rispetto ai terzi, nei comuni rapporti della vita di relazione (2).

La prova del contrario idonea a vincere la presunzione incombe sulla controparte (3)

Nel caso di morte di una persona causata da un fatto illecito, i prossimi congiunti della vittima hanno diritto al risarcimento non solo del danno morale e di quello biologico, ma anche del pregiudizio esistenziale consistito nella modificazione peggiorativa della personalità dell’individuo, e nel conseguente forzoso sconvolgimento delle abitudini di vita e dei rapporti relazionali sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare (4)

Il danno patrimoniale da uccisione di congiunto, quale tipico danno-conseguenza che si proietta nel futuro, privo (come il danno morale ed il danno biologico) del carattere di patrimonialità, ben può, in ragione nella natura di tale danno e nella funzione di riparazione assolta mediante la dazione di una somma di denaro nel caso non reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, bensì compensativa di un pregiudizio economico, essere liquidato secondo il criterio equitativo ex artt. 1226 e 2056 c.c., in considerazione dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima, e dei singoli superstiti, le esigenze di questi ultimi, rimaste definitivamente compromesse (5).
(1-5) Un’ulteriore tappa per il completamento dell’opera: secondo la Cassazione il danno esistenziale può essere provato per presunzioni.
Sommario: 1. Un’altra tappa sulla via del completamento dell’opera. – 2. Il fatto storico. – 3. I fondamenti teorici della nuova figura nella giurisprudenza di legittimità. – 4. La prova del pregiudizio esistenziale. - 5. Danno esistenziale e presunzioni. – 6. Le presunzioni semplici. – 7. L’istruttoria sul pregiudizio esistenziale. – 8. Verso il completamento della costruzione del danno esistenziale. – 9. Famiglia e danno esistenziale - 10. Danno esistenziale nella l. n. 54/2006. - 9. Conclusione provvisoria.
1. La pronunzia in esame si segnala per rappresentare una significativa tappa del percorso che la nuova figura del danno esistenziale ha affrontato per giungere alla sua definitiva affermazione; per la precisazione di taluni aspetti processuali, di redistribuzione del carico probatorio, in precedenza non completamente sviluppati dai precedenti arresti giurisprudenziali.

Il dictum sembra aprire la strada alla definitiva consacrazione del danno esistenziale, di cui viene notevolmente agevolata la liquidazione, nel non certo secondario settore di contenzioso riguardante l’infortunistica stradale (che, in termini quantitativi, costituisce circa un terzo del contenzioso globale del carico dei tribunali), tutte le volte in cui il sinistro abbia determinato conseguenze mortali per la vittima, privando i suoi familiari del pregresso rapporto parentale.

In termini generale, qualche anno or sono, scrivendo della categoria del danno non patrimoniale e, di quello in via di affermazione, di tipo esistenziale, si notava, metaforicamente, che questo era “un vero e proprio cantiere aperto1.

Alcuni insistendo per il suo accantonamento, altri perché venisse terminata l’opera, altri, ancora, per la presentazione di un nuovo progetto.

La pronunzia che precede, in linea con il più recente formante di legittimità, sembra avere scelto la seconda alternativa, così decidendo di seguire la via del completamento dell’opera intrapresa nel recente passato, di erezione della nuova figura di danno, il quale assurge a pari dignità rispetto alle altre figure di danno non patrimoniale riconosciute dall’ordinamento (morale e biologico).

2. Il fatto storico da cui prende le mosse la pronuncia nomofilattica che precede, nella sua linearità, appare ricorrente nella pratica giudiziaria e non presenta particolarità in punto di fatto.

Gli elementi innovativi si ravvisano, piuttosto, nelle conseguenze in diritto, le quali assumono significativa pregnanza nell’interpretazione innovativa della Corte Suprema.

Gli eredi di una persona deceduta in seguito ad un sinistro stradale chiedevano al Tribunale di Brescia di condannare la compagnia assicurativa ed i responsabili al risarcimento dei danni da loro sofferti.

Il tribunale riconosceva tanto il danno patrimoniale (per effetto della perdita dell’apporto di contribuzione economica del marito e padre degli istanti), quanto il danno morale.

Seconde cure, la Corte territoriale, parzialmente accogliendo il gravame degli eredi del defunto, liquidava in loro favore un’ulteriore somma a titolo risarcitorio per danni dai medesimi subiti iure proprio in ragione della “permanente alterazione del rapporto familiare” conseguente alla perdita dello stretto congiunto ed alla privazione “di tutti quei legami affettivi, etici e psicologici, che costituivano il suo modo d’essere anche nei rapporti esterni e che erano una componente fondamentale dell’equilibrio e armonia del nucleo familiare”.

La Corte di Cassazione con la pronunzia in epigrafe conferma la statuizione di merito, rigettando il ricorso, limitandosi a modificare la sentenza nella parte motiva, ai sensi dell’art. 384, capoverso, c.p.c., in quanto il dispositivo appariva conforme a diritto.

Apparentemente il Supremo Consesso si limita a correggere la motivazione della Corte nella parte in cui sussume il danno esistenziale subito dalla persona offesa a causa della morte violenta del congiunto nella categoria del danno biologico.

Questa appare però solo l’occasione per ripercorrere, precisare e ribadire la teorica sul danno esistenziale per come è stato, appunto, conformato e si è affermato, dopo resistenze e incomprensioni, nella giurisprudenza di legittimità.


3. Con la decisione in rassegna, la III° sezione della Corte ha inteso rafforzare, nuovamente ribadire e dare continuità ai recenti enunciati delle Sezioni Unite, che hanno affermato a chiare lettere l’autonoma categoria risarcitoria del pregiudizio esistenziale, come pure il suo diritto di cittadinanza all’interno dell’ordinamento della responsabilità civile,2.

Al contempo, la pronuncia costituisce l’occasione, oltre che il trampolino di lancio, per una migliore registrazione e messa a punto di alcuni snodi argomentativi e riscostruttivi della nuova figura risarcitoria per come essa vive in ambito processuale.

Indiscutibilmente la decisione delle Sezioni Unite di inizio anno rappresenta il faro illuminante e vivificante della prima parte della decisione della sezione semplice, in più di un’occasione oggetto di specifico richiamo testuale.

Nella pronunzia richiamata3, pur se resa su una specifica tematica, quella del danno risentito dal lavoratore per effetto del demansionamento cui l’ha assoggettato il datore di lavoro, il danno esistenziale, quale autonoma categoria e quale autonoma posta risarcitoria, riceve definitiva consacrazione, senza incertezze e senza ambiguità.

Richiamandosi a questo illustre precedente, la sezione semplice esordisce ricordando la nozione di danno esistenziale colà fornita, consistente in: “ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare aredittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno”.

Con ciò sembra decisamente lontano (ma non lo è cronologicamente) il tempo (è trascorso poco più di un anno) in cui la Cassazione affermava che il danno esistenziale era “categoria dagli incerti e non definiti confini4.

Con tale nozione, vengono valorizzati gli aspetti e le conseguenze non patrimoniali che l’illecito può determinare sull’esistenza del soggetto leso, il suo stile di vita, le sue abitudini, le sue relazioni sociali e familiari5.

L’impostazione prescelta è quella della scuola triestina cui si deve l’elaborazione della nuova figura6.

Anche secondo la Corte Costituzionale, non esiste solo il danno non patrimoniale inteso come danno morale soggettivo, che è “costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento transeunte dell’animo7.

Secondo la nuova prospettiva, il pregiudizio esistenziale è solo una delle possibili “voci” di danno non patrimoniale.

Ebbene, l’altra “voce” di danno non patrimoniale indennizzabile8, riconoscibile (anche) in caso di eccessiva durata del processo9 è, appunto, costituita dal pregiudizio esistenziale10, autonomamente risarcibile11.

Il fondamento normativo della nuova figura è ravvisato nella previsione contenuta nell’art. 2059 c.c., così come reinterpretato dalla giurisprudenza di legittimità a partire dal 200312.

E’ noto quale sia stata la lettura costituzionalmente orientata recentemente fornita dell’art. 2059 c.c., per evitarne la declaratoria di incostituzionalità13.

Secondo quest’interpretazione appare possibile la sussunzione entro tale previsione “della lesione di ogni valore inerente alla persona”, escludendo ogni riferimento all’art. 2043 c.c., il cui richiamo conserva validità invece per la liquidazione del danno di natura patrimoniale. In quest’ottica, il rinvio “ai casi determinati dalla legge” in cui è ammessa la riparazione del danno non patrimoniale riguarderebbe anche la lesione di valori costituzionalmente tutelati14.

Si è sottolineato perciò che la limitazione della risarcibilità del danno non patrimoniale “ai casi previsti dalla legge”, ben può essere riferito “dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento nella costituzione dei diritti inviolabili inerenti la persona non aventi natura implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, in tal modo configurandosi propriamente “un caso determinato dalla legge” al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale15.

La dottrina ritiene che il riferimento alla violazione degli interessi costituzionalmente protetti vada concretizzata allo scopo di espungere dal novero le richieste di danno non patrimoniale aventi natura bagatellare16.

La pronunzia in esame, dopo avere ribadito il fondamento sistematico della figura, evidenzia la differenza ontologica esistente tra danno esistenziale e danno morale.

Il primo, si legge nella decisione, si deve “obiettivare in concreti cambiamenti in senso peggiorativo della qualità della vitadeterminando “scelte di vita diverse da quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso”. Il secondo ha invece natura emotiva ed interiore.

Il danno esistenziale è, poi, da intendersi quale “danno-conseguenza”, non identificandosi con la lesione dell’interesse protetto, in quanto lo stesso è ravvisabile nelle “conseguenze che dall’irreversibile venir meno del godimento del congiunto e della definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali discendono17.
4. Sempre confortati dal dictum a Sezioni Unite18, la decisione in rassegna ribadisce la necessità della prova del pregiudizio esistenziale, respingendo ogni concezione di tipo “eventistico”.

Dal punto di vista processuale, nella decisione delle Sezioni Unite si leggevano ulteriori precisazioni.

Mentre il danno biologico non può prescindere dall’accertamento medico legale, quello esistenziale può essere verificato attraverso tutti i mezzi che l’ordinamento processuale pone a disposizione; ossia, mediante la prova testimoniale, documentale o presuntiva, che “dimostri nel processo i “concreti” cambiamenti che l’illecito ha apportato, in senso peggiorativo, nella qualità della vita del danneggiato19.

Affermavano ancora le Sezioni Unite, sempre richiamate alla lettera dalla decisione in oggetto, che “considerato che il pregiudizio attiene ad un bene immateriale, precipuo rilievo assume rispetto a questo tipo di danno la prova per presunzioni cui il giudice può fare ricorso in modo esclusivo per la formazione del suo convincimento”.

In una precedente occasione (vedi nota 9), la Corte, nella sua composizione a sezione semplice, non aveva, invece, avuto il coraggio di “osare” e di raggiungere quest’ultimo risultato20.

Nel fattispecie, si trattava della richiesta di liquidazione dell’equa riparazione ex lege Pinto (l. n. 89/2001) avanzata (anche) sul versante esistenziale per il danno che era derivato al ricorrente. Questi, a causa dell’eccessivo protrarsi di una procedura di divorzio congiunto, aveva visto sfumare il divisato progetto matrimoniale21.

In quel frangente, la Corte non si era spinta fino all’accoglimento del ricorso, omettendo di valorizzare le possibilità insite nel ragionamento induttivo.

Perché anzi, in quell’occasione, aveva affermato che il danno esistenziale, nella specie, “non era suffragato da alcuna prova seria”. Cosicchè si era ritenuto insufficiente l’allegazione da parte del ricorrente della “dichiarazione sostituiva dell’atto di notorietà” (che aveva ad oggetto “dichiarazione in data 22 maggio 2002, con cui certa *** avrebbe deciso di troncare la relazione sentimentale instaurata con il **** allorchè, nell’estate del 2002, le fu comunicato l’ulteriore rinvio della causa di divorzio”, come si legge nella motivazione); dichiarazione avente mero valore indiziario e, come tale, secondo la Cassazione, inidonea a dimostrare il pregiudizio lamentato22.

La pronuncia resa in applicazione della legge Pinto disattendeva gli approdi raggiunti dalla migliore civilistica.

La dottrina23 aveva individuato due macro-categorie, in cui suddividere le conseguenze esistenziali del fatto lesivo; da una parte, conseguenze normalmente legate ad una certa lesione; dall’altra, conseguenze eccezionalmente legate ad una certa lesione, in quanto strettamente connesse alla particolare condizione di vita della vittima. Con l’ulteriore distinzione: rispetto alle conseguenze normalmente discendenti dalla lesione, si potrà ritenere presuntivamente provato il danno. Mentre, con riguardo alle conseguenze connesse alla particolare situazione della vittima, non si potrà procedere ad alcuna liquidazione, mancando la prova del danno da parte di quest’ultima24.

A differenza di Cass. n. 19.354/2005, la pronunzia in rassegna ha avuto il coraggio di “osare”, portando alle estreme e logiche conseguenze quel passo ulteriore già compiuto dalle Sezioni Unite ad inizio di quest’anno.

La decisione che si commenta ribadisce l’utilizzabilità del ragionamento induttivo e la praticabilità del ricorso alle presunzioni (mentre invece Cass. n. 19.354/2005 aveva ritenuto insufficienti gli indizi raccolti per la dimostrazione del pregiudizio), richiamando la massima tralatizia secondo cui, “le presunzioni non costituiscono uno strumento probatorio di rango secondario nella gerarchia dei mezzi di prova e più debole rispetto alla prova diretta o rappresentativa25.


5. Questa è la parte più significativa ed innovativa della decisione, laddove si afferma che la presunzione vale a facilitare l’assolvimento dell’onere probatorio.

In termini generali, il principio è ricorrente in dottrina, che ribadisce l’affermazione secondo cui, “per la praesumptio hominis non si configura, ex ante, alcuna precostituita postergazione o subordinazione, rispetto alle prove tipiche26.

In modo particolare, la pronunzia si fa apprezzare nella parte in cui afferma con autorevolezza un principio di logica comune; principio che rischiava di andare smarrito ovvero, essere posto in ombra da inutili formalismi, e che costituisce lo snodo cruciale della decisione.

Normalmente, questo è il ragionamento seguito, secondo l’id quod plerumque accidit, la perdita di un familiare determina conseguenze pregnanti nella sfera nucleare, modificando radicalmente i normali stili e ritmi di vita e la qualità dell’esistenza dei suoi componenti, coniuge e figli. In particolare, spiega la pronuncia, tale evento tanatologico, con privazione del rapporto di coniugio e/o di filiazione, “presuntivamente determina ripercussioni sia sull’assetto degli stabili rapporti del nucleo familiare, sia sul modo di relazionarsi degli stretti congiunti del defunto (anche) all’esterno di esso, rispetto ai terzi e nei comuni rapporti della vita di relazione”.

Incomberà quindi sulla controparte la prova del contrario, ossia dimostrare che la morte del familiare non ha modificato gli oggettivi stili di vita familiari.

Se la situazione in precedenza riferita rappresenta la normalità delle cose, ossia il comune atteggiarsi delle relazioni intersoggettive, ben possono darsi situazioni in cui la privazione del familiare non determina modificazione alcuna in senso peggiorativo della qualità della vita dei familiari. Perché anzi, in dati casi, l’evento morte può essere vissuto quasi come una liberazione. La Cassazione opportunamente ricorda, esemplificativamente, alcune ipotesi; le “situazioni di mera convivenza formale, caratterizzate da rapporti deteriorati, contrassegnati da continue tensioni e screzi; i coniugi in realtà “separati” in casa”.


6. Dopo avere ribadito l’inferenza teorica e sistematica della categoria del danno esistenziale che è stata raffrontata alle altre figure di danno non patrimoniale, la decisione meglio delinea i profili processuali, che la nuova figura esplica nel cruciale snodo della verifica pratica, del processo.

Si chiarisce in termini chiari univoci, condivisibili e soprattutto aderenti alla realtà, l’utilizzabilità del ragionamento logico-deduttivo, inferenziale, per desumere dal fatto noto o “fatto base” (il rapporto di coniugio, di filiazione, etc,) il fatto ignoto (il mutamento in senso peggiorativo degli stili di vita familiari, e perciò, in termini giuridici, il danno esistenziale).

In termini concreti e specifici, la Corte aderisce poi alla meno rigorista tra le teorie affermatesi in ordine al rapporto di inferenza logico-deduttiva.

Si ricorda che, nell’aspirazione ad un livello massimo di efficacia persuasiva, in passato si era affermato che l’esistenza del fatto ignorato dovrebbe scaturire da quella del fatto noto come univoca, unica, necessaria conseguenza (ossia come l’unica deduzione logicamente possibile27). Precisa la dottrina che “l’inferenza dal noto all’ignoto deve essere una soltanto, senza plausibile alternative che, portando ad un risultato diverso, ne indeboliscano la forza probante28.

Non il principio di necessità, ma quello di “probabilità”, deve reggere il ragionamento posto a fondamento della prova logica.

Per desumere il fatto ignoto da quello noto “è sufficiente che l’operata inferenza sia effettuatata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza, basate sull’id quod plerumque accidit29.

Il principio seguito dalla Suprema Corte appare consolidato nella giurisprudenza più recente 30.

Come è stato notato, questo ragionamento implica, in ultima analisi, di “valorizzare l’apporto metodologico delle massime di esperienza, ammettendo che l’obiettivo di “certezza” sia puramente relativo ed il rigore inferenziale si possa razionalizzare, nella sola misura in cui, per “risalire” dal “noto” all’ ”ignorato”, esso si fonda su apprezzamenti probabilistici di mera “attendibilità” o di mera “verosimiglianza” del factum probandum31

Va precisato che, per l’utilizzo del ragionamento presuntivo, il fatto base (ovvero, quello che la scienza tedesca definisce Vermutungsbasis) deve essere accertato ed univoco, ossia certo. Poiché si insegna che “la mera probabilità può valere ai fini del collegamento tra dato di partenza e dato di arrivo, ma non può essere posta a fondamento dell’affermazione del dato di partenza32.

Si ammette, comunque che il “fatto noto”, dato di partenza del ragionamento, possa essere quello affermato pacificamente in causa, ovvero accertato attraverso la valutazione delle prove critiche offerte dalle parti, o con riferimento alle nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza33.

Il presupposto di certezza del fatto noto rende inammissibile le c.d. presunzioni di secondo grado, cosicchè si rammenta l’antico brocardo secondo cui praesumptum de praesumpto non admittitur.

Anche la giurisprudenza concorda, escludendo pacificamente l’ammissibilità della presunzione in oggetto, insegnando che non si può valorizzare una presunzione come fatto noto, per derivarne da essa un’altra presunzione34.

Similmente alla presunzione legale, anche per la presunzione semplice, il problema da risolvere è quello di risalire ad un fatto ignoto. Se nel primo caso, è il legislatore che attribuisce efficacia probatoria a determinati fatti, nel secondo il ragionamento logico-deduttivo è compiuto dal giudice, che agisce secondo il suo prudente apprezzamento (art. 2727 c.c.).

Un limite al sillogismo giudiziario si rinviene nella disposizione che impone di non ammettere presunzioni che non siano “gravi, precise e concordanti” (art. 2729, 1° co., c.c.).


7. La prospettiva prescelta dalla Corte Suprema, di facilitare la dimostrazione del danno, valorizzando una prova tipica ben presente nell’ordinamento processuale (artt. 2727 e 2729 c.c.), si fa apprezzare dal punto di vista pratico.

Il riconoscimento delle presunzioni quale strumento idoneo alla dimostrazione del pregiudizio subito dal danneggiato nella sua sfera “personale” consente al giudice di procedere ad una relativamente celere liquidazione del danno.

Da questo punto di vista, un’istruttoria su questo specifico versante potrà essere omessa, una volta acquisiti i presupposti di base (laddove questi non siano stati contestati ed assumano perciò la natura di fatti pacifici) del ragionamento induttivo; ovverosia, “il fatto noto”.

Dovrà essere, invece, esperita istruttoria, per la dimostrazione del contrario, ossia, nell’interesse del convenuto interessato a contraddire e contrastare la praesumptio hominis; ovvero, ancora, per la prova di specifiche circostanze attinenti al nucleo del fatto lesivo, connesse con la determinazione del quantum liquidabile, in relazione alla fattispecie dedotta in giudizio.

Non va dimenticata l’estrema varietà di situazioni e di accadimenti della vita reale che la pratica sottopone al vaglio giurisdizionale, tanto che giustamente si insegna che “la realtà supera la fantasia”.

Sempre in ambito infortunistico, si pensi alle ipotesi di completa distruzione di una famiglia con un unico superstite (es., marito e padre)35.

Ovvero, ai casi in cui ad agire in giudizio per il riconoscimento della posta esistenziale siano i nonni, ovvero i nipoti in seguito al decesso del nonno36.

In tutti questi casi l’espletamento dell’istruttoria sembra necessaria per la determinazione del pregiudizio subito alla vittima.

In particolare, per acclarare come si atteggiasse l’intensità della convivenza ed i rapporti familiari tra superstite e defunto; ovverosia, quale fosse l’intensità del vincolo familiare reciso, nel caso dei nipoti non conviventi rispetto al nonno deceduto. E, ancora, in caso di sopravvivenza del danneggiato, come si sia modificata in peius la sua vita rispetto al momento antecedente l’illecito.

In tali casi, quindi, un’istruttoria doverosa ai precipui effetti della liquidazione del danno.

La modificazione peggiorativa della vita del danneggiato potrà essere dimostrata per testimoni, che siano in grado di riferire in qual modo si esplicasse l’esistenza del leso prima e dopo l’illecito (il “prima” e il “dopo”) e quali perciò siano state le modificazioni riscontrabili.

Come si è osservato, non è da escludere l’opera del CTU medico-psichiatrico, utile per chiarire taluni profili del pregiudizio esistenziale subito.

L’ausiliario potrà “contribuire ad illuminare il giudice su taluni aspetti dei riflessi delle eventuali menomazioni sulla sfera esistenziale”, ad es., a fronte della formulazione di un quesito avente ad oggetto l’indicazione della possibilità della vittima di svolgere determinate attività che prima effettuava37.

L’opera dell’ausiliario potrebbe rivelarsi preziosa in un certo genere di contenzioso ben selezionato, quando la risposta presupponga lo studio psicologico e della personalità del soggetto danneggiato dall’altrui condotta; uno studio che il giudice da solo non è in grado di effettuare, se non tramite l’opera dello specialista38.


8. Come conferma la pronuncia in rassegna, il danno esistenziale pare ormai affermatosi a livello teorico nell’ambito del settore della responsabilità civile.

Per descriverne l’ingresso, quale autonoma posta risarcibile accanto a quelle tradizionali, la dottrina ne ha evidenziato il “soffio antropologico”, come pure il “coefficiente culturale” che lo stesso apporta al sistema39; ed ancora, autorevolmente, la “crescente personalizzazione/secolarizzazione del comparto aquiliano”.

Si è scritto che “l’individuo si colloca sempre più al centro della scena, la law in action si abiuta a scendere dall’alto in basso; il rimedio risarcitorio tende a ritagliarsi sullo stampo dell’esperienza della vittima con riscontri per la rosa intera dei contraccolpi subiti40.

Ebbene, dopo l’affermazione della figura all’interno del sistema privatistico, per effetto del cruciale dictum delle Sezioni Unite in più occasioni richiamato41 ed alla pronuncia confermativa che qui si commenta, era necessario chiarire la portata ed i limiti contenutistici della nuova categoria risarcitoria; ma soprattutto, ed è questo il grande merito della decisione in rassegna, precisarne il trattamento sotto il profilo probatorio e concreto, in ambito processuale. Rendere cioè questa figura, così cruciale per il rinnovamento del nostro sistema privatistico, patrimonio dei pratici, riportandola dall’empireo delle ricostruzioni teorico-sistematiche al terreno concreto dell’applicazione pratica, quello cioè della giustizia quotidiana, che si rende giornalmente nelle aule di tribunale.

D’altra parte, la pratica non ha certo atteso le ultime pronunzie della Suprema Corte per esplorare nuovi percorsi risarcitori, alternativi rispetto alla rigida dicotomia danno patrimoniale-danno non patrimoniale42.
9. Sempre in ambito familiare, questa, unitamente ad altre recenti decisioni del Supremo Consesso, sembrano dischiudere nuove orizzonti risarcitori, in grado di sconvolgere tradizionali certezze e consolidate abitudini del foro.

Va segnalato, ad es., che di recente è stata ammessa, seppure solo in linea teorica, l’autonoma risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale subito dall’ex coniuge in costanza di matrimonio.

Si trattava del caso di una donna che aveva contratto il vincolo di coniugio con persona affetta da “impotentia coeundi, la quale aveva sottaciuto tale malformazione all’altro.

La Corte ha affermato che una tale richiesta risarcitoria può concorrere con i tradizionali rimedi volti all’allentamento, ovvero alla recisione del vincolo matrimoniale (separazione e divorzio), in quanto il medesimo comportamento della controparte non esclude che lo stesso possa costituire anche fonte di responsabilità aquiliana.

Si dischiudono così nuovi orizzonti alla liquidazione del danno non patrimoniale in ambito familiare43.

Nello specifico, il pregiudizio subito dalla donna, per effetto della malformazione patologica del marito nell’assolvimento del “debito coniugale”, era consistito nell’impossibilità a realizzarsi come donna e come possibile futura madre. Una classica domanda volta al riconoscimento della responsabilità aquilina ed alla liquidazione del pregiudizio esistenziale.

Sono stati ricordati alcuni recenti approdi della Cassazione la quale ha riconosciuto la liquidabilità del danno esistenziale in ambito familiare.

Anche nel c.d. ambito “esofamiliare” si tendono a recepire, talvolta non senza una certa audacia, le istanze aquiliane veicolate dalla prassi44.


10. Un chiaro indizio dell’emersione, anche a livello normativo, dell’attenzione che l’ordinamento ormai sembra riservare agli aspetti personalistico-risarcitori dell’illecito civile in ambito familiare, sembra rinvenibile nelle previsioni contenute nell’art. 709 ter, 2° co., c.p.c., di recente introdotto dall’art. 2 l. 8.2.2006, n. 54, che ha innovato il diritto ed il processo di famiglia.

Dispone il 2° co. dell’art. 709 ter c.p.c. (sotto la rubrica “Soluzione delle controversie e provvedimenti in caso di inadempienze o violazioni”) che: “…in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, (il giudice) può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:…. n. 2 disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore; n. 3 disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori a carico dell’altro”.

La fattispecie delineata con “pessima tecnica legislativa”45 dalla novella familiare di quest’anno e in particolare con la disposizione in esame, sembra presupporre un provvedimento di affidamento (congiunto o esclusivo) della prole minore (ovvero del maggiorenne handicappato46) all’uno o all’altro genitore, pronunciato perciò nell’ambito di un giudizio di separazione (o di divorzio, cui pure la novella si applica). Come pure che a questo provvedimento uno dei genitori sia “gravemente inadempiente”, ovvero che, col suo contegno, “arrechi pregiudizio al minore”, ovvero che “ostacol(i) (i)l corretto svolgimento delle modalità di affidamento”.

La conseguenza che la disposizione trae da questa condotta “pregiudizievole” per il minore è la “modifica del provvedimento in vigore”.

Non è, però, questa l’unico effetto del contegno “inadempiente” mantenuto dal genitore.

Il giudice “può anche congiuntamente” (alla modifica dei provvedimenti di affido) condannare la parte inadempiente al “risarcimento dei danni” patiti dal minore.

Apparentemente tale previsione risarcitoria, attivabile quando un genitore abbia arrecato pregiudizio alla prole per effetto del suo contegno, attivo ovvero omissivo, riferendosi al risarcimento dei danni, appare ben poco perspicua47.

Non viene chiarito se il risarcimento dei danni in questione appartenga al genus della “pena privata”48, ovvero dei “danni puntivi previsti in altri ordinamenti”49; o non sia piuttosto, come si opina da parte di altri, “conformemente alla nostra millenaria tradizione giuridica…, particolare ipotesi di risarcimento del danno e possa essere pronunciato soltanto se e nei limiti in cui vi sia stato un danno ingiusto50 e sia, perciò, “ricezione normativa del più recente orientamento giurisprudenziale secondo cui anche il danno alla persona, conseguentemente a violazione dei doveri famigliari deve andare risarcito poiché è un diritto soggettivo che come tutti gli altri deve essere tutelato51.

Per quanto sia inserita all’interno di una disposizione intitolata agli “inadempimenti” ed alle “violazioni”, come pure in presenza di previsioni di sapore sanzionatorio affastellate nel medesimo capoverso52, sembra più consono ritenere che la previsione, come si è già anticipato in precedenza, tecnicamente preveda, quale effetto di un fatto illecito compiuto da un genitore nell’ambito del processo, un’ipotesi di vero e proprio danno risarcibile. In modo non troppo dissimile, del resto, rispetto alla previsione della “responsabilità aggravata” di cui all’art. 96 c.p.c., la quale, anch’essa, presuppone una situazione di abuso del diritto e perciò un comportamento illecito, che è fonte di responsabilità risarcitoria53.

Del resto, la previsione di danni puntivi54 55 non sembra avere diritto di cittadinanza all’interno del nostro ordinamento56.

Se così è allora, il danno che il minore può risentire, per effetto della condotta “inadempiente” (al provvedimento di affidamento) non può che attenere (anche e soprattutto) a poste di natura esistenziale57. Ciò appare ipotizzabile quando il genitore sia perennemente assente, ovvero manchi o non osservi il diritto di visita (in caso di affido esclusivo all’altro coniuge), ovvero, nei casi più gravi, addirittura abbandoni o si disinteressi completamente del minore. Sono ipotizzabili, quindi, queste ed altre ipotesi di illecito “endo-familiare”, già a suo tempo prefigurate da CENDON58.

La latitanza del genitore in rapporto al figlio minore può costituire concreto ostacolo alla sua realizzazione personale.

La privazione di quello che avrebbe potuto essere (e non è stato) il rapporto col genitore potrebbe rappresentare la causa petendi da porre a fondamento di una siffatta domanda risarcitoria, attivabile nello stesso giudizio volto all’allentamento o alla recisione del vincolo matrimoniale, nel procedimento introdotto ai sensi dell’art. 710 c.p.c., ovvero, anche in separata sede.
9. Per il definitivo completamento della “costruzione” della categoria del danno esistenziale, non ancora del tutto terminata soprattutto nei piani alti, è sperabile che la prossima tappa riguardi l’individuazione di parametri dotati di un minimo di uniformità in grado di guidare il giudice nella liquidazione del pregiudizio subito dalla vittima. Perché è auspicabile che, anche per la determinazione del pregiudizio esistenziale, come già si fa per quello biologico, sia possibile pervenire alla condivisione di parametri monetari che consentano un trattamento omogeneo alle vittime59.

Va ancora osservato che quella del danno esistenziale è una costruzione giuridica ancora in divenire, rispondente ad una meritoria esigenza di modernizzazione del sistema risarcitorio, che si manifesta con l’accoglimento delle istanze provenienti da una società sempre maggiormente evoluta, la quale sempre più valorizza gli aspetti “personalistici”, areddituali e realizzativi della persona umana. Non limitandosi ormai ad appagarsi del mero ristoro del pregiudizio incidente su poste patrimoniali del vivere quotidiano, che, secondo una tradizione millenaria, si concretizza nella figura del danno patrimoniale.

Appare quindi corretto affermare che, il profondo rinnovamento del sistema privatistico cui si sta assistendo, grazie alla nascita della categoria risarcitoria del danno esistenziale, cui non può andare disgiunto il recentissimo “diritto al sostegno”60, entrambi intesi quali strumenti volti al superamento degli ostacoli posti alla realizzazione della persona, richiederà ulteriori aggiustamenti ed assestamenti.

Col chè resta ancora valida l’osservazione compiuta qualche anno or sono, secondo la quale il bilancio della nuova figura del danno esistenziale è, ancor’oggi, parzialmente provvisorio ed il suo percorso tutt’affatto concluso61.




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