Cos’è la storia



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Un percorso storico-riflessivo
1 - Cos’è la storia?
La parola storia deriva dal greco: historia indagine, ricerca, che racchiude in sé due significati: res gestae (le cose avvenute, gli eventi, i fatti del passato in se stessi) e historia rerum gestarum (il loro racconto, l’investigazione sui fatti del passato).

E’ un termine polisemico e generico che può denotare (per ciò che significa) una materia scolastica, un campo di ricerca, una narrazione, non importa se vera o fantastica e connotare (influenze che ha subito grazie al suo uso) una certezza su un avvenimento passato: es. E’ un fatto storico; è storicamente documentato; un dubbio: Es. sono tutte storie, che storia è questa!1 (Golinelli).

Ha varie definizioni: “Un continuo processo di iterazione tra lo storico e i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presene ed il passato”2; “Lo studio, scientificamente condotto, delle diverse attività, e delle diverse creazioni degli uomini di altri tempi, colti nel loro tempo, entro l’ambito delle società estremamente varie e tuttavia comparabili fra di loro”3. Marrou la definisce “la conoscenza scientificamente elaborata del passato umano” (p. 24). Lo storico, come scriveva Marc Bloch, è un orco affamato che si esalta ogni qual volta sente odore di sangue umano.

La storia non racconta il passato, essa “non fornisce altro che una certa rappresentazione del passato, in quanto comprensibile di un frammento del passato, un quadro comprensibile di un frammento del passato”4.

La storia non va confusa con l’apologetica, con la propaganda, con la retorica, con la poesia, con i romanzi storici, con il mito, con le leggende, con le tradizioni popolari (o almeno non dovrebbe essere confusa!).

Conoscenza e non narrazione non opera letteraria che quel passato vuol fare rivivere nel racconto. E’ il rapporto fra il passato vissuto dagli uomini di un tempo e il presente in cui si sviluppa tutto uno sforzo inteso a rievocare questo passato, perché ne tragga profitto l’uomo, cioè gli uomini che verranno. Ogni avvenimento, non solo umano, può essere oggetto di ricerca storica: la terra, gli animali, le piante, il cielo e i mari, le scoperte scientifiche, la conquista della luna.

Fino al secolo XVII la storia era considerata un narrazione sistematica di fatti memorabili o fatto vero e documentabile o anche racconto inventato; dall’Ottocento si presenta come disciplina organizzata della ricerca storica.

L’inventore può essere considerato per il mondo occidentale, Erodoto di Alicarnasso, il quale sottolinea l’apporto della testimonianza, propria e altrui, per la ricerca storica: “Racconto quello che mi hanno raccontato testimoni degni di fede”.

La Storiografia è l’arte di scrivere la storia o meglio il complesso di metodi e tecniche, di opere di pensieri che identificano il lavoro degli storici;
Perché la storia?
Scrive Gustav Droysen; storico-metodologo dell’Ottocento: “Lo studio della storia è il fondamento della preparazione e formazione politica. L’uomo di Stato è lo storico pratico” e Mario Pagano, illuminista napoletano: ”Chi vuole conoscere pienamente l’uomo, forza è che indaghi la storia e lo sviluppo dello spirito umano, colle sue tante e così varie vicende” (D’Orsi, p. 3).

In qualsiasi prospettiva educativa-formativa non si può non tener conto di quel che è avvenuto prima, che in parte spiega la situazione attuale e prepara al futuro.

Alcune funzioni riconosciute alla storia sono:

-Di orientamento per la comprensione del presente: lo studio del passato contribuisce a spiegare l’oggi. La storia ha una funzione sociale: è per la società ciò che l’esperienza è per la persona. Si può asserire che “la storia è una necessità sociale”, nel senso che non esiste società che possa progredire “senza una conoscenza della propria storia”, poiché non sarebbe in grado di autoidentificarsi. Se la storia è per la comunità l’equivalente della memoria per l’individuo allora la storia è indispensabile. “La scienza storica è una forma della coscienza che una comunità prende di se stessa” (Raymond Aron, D’Orsi, p. 3). Volersi limitare alla conoscenza dell’attuale, significherebbe non comprendere l’attuale medesimo.. Noi siamo immersi nella storia e facciamo la storia del nostro tempo. Es. Primavera araba, Guerre in medio oriente, l’Unione europea, la situazione dei profughi, il terrorismo, la riforma costituzionale, ecc.

-Prospettica: lo studio della storia permette una puntualizzazione dei dati necessari per eventuali programmazioni in vista di obiettivi da raggiungere. Ovviamente, non si trovano nella storia delle soluzioni già fatte. La storia, magistra vitae di Cicerone, non è una maestra autoritaria e ascoltata. La conoscenza storica fornisce la base non per previsioni categoriche, ma per una proiezione nel futuro di tendenze sociali, politiche ed economiche che consentono un profondo spaccato delle condizioni in cui si svilupperà l’azione futura.

E’ un’illusione ritenere che la storia sia maestra di vita e ciò è smentito dall’evoluzione umana. Non è la conoscenza che guida l’agire degli uomini. Sant’Agostino:”Scio bona proboque, deteriora autem sequor”, conosco il bene, l’approvo, ma al peggiore m’appiglio. Certo la conoscenza delle gesta dei grandi uomini, il loro esempio, la stessa frequentazione dei loro sepolcri può ispirarci “a grandi imprese”, come scriveva Foscolo, ma la conoscenza degli errori del passato non porta automaticamente ad evitarli. Colui che ignora il passato è destinato a rifare gli stessi errori

Bisogna tener presente che la mente umana dimentica; l’oblio è un’esigenza di vita, cioè la mente umana seleziona i ricordi; inoltre è necessario stare in guardia dal pericolo del revisionismo, che non significa non accettare una comprensione più profonda degli avvenimenti; la storia può essere una presenza scomoda e quindi ciascuno cerca di adattarla a sé e finalizzarla ai suoi scopi.

-Approfondimento del senso critico: la storia mette in risalto la complessità della problematica umana, la varietà delle opere e delle situazioni, la difficoltà di dare una risposta soddisfacente ai molteplici interrogativi che ogni epoca si pone. L’investigazione storica invita alla prudenza, al senso del limite e della relatività di molte soluzioni, all’esclusione di ogni dogmatismo acritico. La ricerca storica è un baluardo contro i pregiudizi, per capire certe mentalità, certe usanze odierne: es. l’insegnamento della religione in Italia. La storia può trattare anche argomenti poco appetibili per le coscienze, come le torture, le donne, la schiavitù, le prigioni, i manicomi e far conoscere aspetti di cui non si vorrebbe parlare: “Chiara dimostrazione di come la società abbia bisogno degli storici, i quali assolvono il compito professionale di ricordare aio loro cittadini ciò che questi desiderano dimenticare”5.

-Guida per la conoscenza e comprensione degli uomini: mette in contatto con uomini e donne del passato nella loro vita quotidiana, con le loro mentalità, i loro pregi e difetti. La riflessione sulla comune eredità culturale, custodita dalla storia, consente di penetrare nella condizione umana, favorendo la consapevolezza degli uomini e la reciproca comprensione. Diventa una conoscenza più approfondita di noi stessi. Noi abbiamo bisogno della storia, perché costituisce una dimensione del nostro essere stesso, quello della profondità. Senza la storia saremmo come un’immagine piatta, bidimensionale, schiacciata nel presente e nelle sue dimensioni spaziali.

La storia ci conferisce quella dimensione spaziale, per cui noi acquisiamo la coscienza di essere parte di un processo più ampio e di lunga durata, nel quale ci dobbiamo inserire per portare il nostro contributo (senso storico). Oggi con una società ripiegata sul presente o proiettata sul futuro sembra essere fuori luogo parlare del passato. In un certo senso acquisire un senso storico vuol dire andare contro corrente.

E’ un modo del nostro conoscerci, di pendere coscienza di noi stessi, di cosa facciamo, dove andiamo, sia come soggetti che come società e rendersi conto delle paure ancestrali, dei frammenti di passato vivono in noi nel nostro subconscio; dei meccanismi di pensiero radicati in noi, che ci fanno ragionare in un modo anziché in un altro. Ci fa rendere conto di preconcetti, di false scale di valori, di luoghi comuni presenti nella nostra mente.

Noi non siamo gettati nel presente, come pensavano gli esistenzialisti. Lo studio della storia si motiva dall’esigenza di conoscerci meglio, acquisendo una dimensione essenziale della nostra personalità. Non siamo gettati nel presente, ma veniamo da lontano. “Noi siamo come nani sulle spalle di giganti” scriveva nel XII secolo Bernardo di Chartres: il gigante è il passato dietro di noi. Averne coscienza è indispensabile6.

Nella storia è presente sia il momento dell’essere (il passato in quanto tale) sia quello del fare (l’attività storiografica): “Ogni vera storia è storia contemporanea”, afferma Croce e ciò postula il carattere intrinseco di ogni storia, l’unità sintetica di storia e vita.

Fare storia significa prendere parte alla vita civile. Secondo Raymond Aron la “scienza storica è una forma della coscienza che una comunità prende di se stessa” e lo storico è parte del processo di cui cerca le tracce, suo punto di arrivo sia pur provvisorio, il che gli consente di ricostruire la direzione almeno limitatamente al tratto presente/passato.

-Lo studio e l’approfondimento dei processi storici porta all’affinamento del senso civico; fornisce gli strumenti per smascherare i meccanismi del potere, le mille trappole che ci vengono quotidianamente poste dai mezzi di comunicazione di massa, le furberie degli operatori economici, gli inganni di certi messaggi religiosi, le ipocrisie dei politici. La forza della storia nella formazione e nella fondazione dell’identità personale e sociale è tale che spesso è stata strumentalizzata a fini politici o partitici. Da sempre si ricorre alla storia per trovare giustificazioni, alleati, nemici, idoli positivi o negativi da additare alla folla. “Una colossale menzogna ha in sé una forza tale da cancellare ogni dubbio. […] Una propaganda abile e penetrante finisce per far credere ai popoli che il cielo, in definitiva, non è che un inferno; un paradiso, invece, la più miserabile delle esistenze. […] Perché la menzogna più impudente, anche se mascherata, lascia sempre qualche segno” (Hitler, in Marrou, p. 8). Questo è accaduto negli stati totalitari (incendio del Reichstag, gli eccidi di Katyn ecc.), ma accade anche in vari stati a regime democratico.
2 – La storia della storia
Nella lingua italiana il primo uso (nella forma istoria, che prevale fino a tutto il XVII secolo, ma anche nella forma ‘storia’) è attestato in diversi scrittori del Due-Trecento, sia col significato di “narrazione sistematica di fatti memorabili” sia con quello di “fatto vero e documentabile”. Nell’Ottocento entra nell’uso il termine Historik, volto in italiano con istorica (o latino historica), col significato di “disciplina organizzata della ricerca storica”.

Dall’antichità fino a tutto il Rinascimento la storia aveva la funzione di fornire una vasta gamma di esempi alla retorica o argomenti per la lotta politica o per l’esaltazione delle dinastie dominanti; dal Sei-Settecento si è cercato di dare uno spessore scientifico a quanto si scriveva del passato, per fornire attestati di legittimità ai sovrani, prove di legalità dei beni posseduti o strumenti per la polemica religiosa.

Nell’antichità greca i primi scrittori di storia sono chiamati logografi, cioè scrittori di storie in prosa che compilano genealogie, cronache di città, descrizioni geografiche miste con notizie storiche, come ad esempio Ecateo di Mileto nel VI sec. a.C. che scrive: “Così dice Ecateo di Mileto: io scrivo queste cose come a me sembrano vere, poiché i racconti degli Elleni a mio avviso sono contraddittori e ridicoli”.

Il ‘fondatore’ della ricerca storica, come detto, è Erodoto di Alicarnasso (Asia Minore) nato intorno al 484 a.c. -424, che racconta racconta la guerra greca contro i persiani. Ebbe una vita errante e perciò poté conoscere molti popoli: è il primo degli storici greci di cui ci sia rimasta l’opera ed è il primo di cui si può dire che sia uno storico. “Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Turi, perché le imprese degli uomini col tempo non cadano in oblio, né le gesta grandi e meravigliose delle quali han dato prova così i Greci come i Barbari rimangano senza gloria, e inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro”.

Erodoto usa la parola Historie (forma ionica di Historìa, da histor, ‘il vedente, colui che ha visto’ (lo troviamo in Omero, nel senso proprio di testimone oculare, parola a sua volta derivata da una radice indoeuropea che significa ‘vedere’) col significato di ‘vedere’, ma anche di ‘esito della ricerca’. Storia indicherebbe tanto l’indagine dello studioso, quanto la narrazione dei fatti.

In lui sono presenti due linee descrittive: quella per così dire sociologica (sui costumi dei Babilonesi, degli Egiziani, degli Sciti ecc) e quella politico-militare (la guerra greco-persiana). E’ quest’ultimo aspetto a prevalere anche in Tucidite poi negli altri storici greci (Teopompo, Filisto di Siracusa, Callistene di Olinto, Anassimene di Lapsaco, Polibio) successivi e con quelli romani (Sallustio, Livio, Cesare, Tacito, Ammniano, Marcellino).

Erodoto ha rotto gli schemi narrativi dei logografi, vincolati al filo esteriore delle genealogie principesche e delle cronache cittadine, allargando le sue indagini a tutti i popoli allora conosciuti in un primo tentativo di storia universale e ha raggruppato i fatti intorno ad un avvenimento definito: l’urto tra greci e barbari, tra occidente ed oriente. Il filo del discorso è rotto continuamente da digressioni, aneddoti, episodi secondari. Ma da tutto nasce un quadro unitario sul rapporto fra oriente ed occidente.

Egli ha capito che compito dello storico non consiste solo nel riferire i fatti, ma anche nell’interpretarli, cioè nel trovare il nesso che li collega, nello stabilirne le cause e gli effetti. E’ vero che spesso incorre in errori, in confusioni, in esagerazioni; ma dovrebbe piuttosto far meraviglia il numero relativamente scarso dei suoi errori in confronto con le difficoltà che lo storico dovette affrontare. Fece dei viaggi per informasi personalmente. Nel riferire le diverse versioni che correvano di uno stesso fatto, cercò di vagliarle criticamente e quando non giunse a una conclusione soddisfacente, ne avvertì il lettore, lasciando a lui la scelta. “Io però non l’ho vista: ripeto quello che dicono i Caldei”. Su Elena in Egitto scrive: “I sacerdoti mi dicevano che … […] Mi sono informato. E i sacerdoti mi risposero che … […]. Così mi dicevano i sacerdoti che si sarebbe svolto l’arrivo di Elena da Proteo. E io credo che Omero abbia sentito lo stesso racconto. Ma esso non era adatto alla poesia epica come l’altro ch’egli adottò, e lo lasciò andare, pur dimostrando di conoscere anche questo”.

Fu uno storico che cercò di essere veritiero. Non alterò intenzionalmente la verità per negligenza o per calcolo partigiano. Giudicò il nemico senza odio. Il lui vi è una spiegazione anche religiosa, poiché la sua mentalità, come è comprensibile, risente della cultura del suo tempo.

Studia la storia per ricavarne anche riflessioni e ammaestramenti valevoli per la vita degli individui e delle nazioni. Il problema che lo occupa è quello morale della giustizia e dell’ingiustizia, della ragione e del torto.


Questa vittoria – dice Temistocle, il vincitore di Salamina – non è opera nostra, ma degli dei e degli eroi, i quali invidiarono (cioè impedirono) che un solo uomo regnasse sull’Asia e sull’Europa essendo empio e malvagio; poiché egli, non facendo differenza tra le cose sacre e profane, incendiò ed abbatté le statue degli dei e fece frustare e mettere in ceppi perfino il mare”(VIII, 109).
Erodoto crede in una storia come dramma di personalità eminenti: re, principi, tiranni, capi politici e militari. La storia delle guerre persiane è per lui la storia delle gesta di Dario, di Milziade, di Serse, di Leonida, di Temistocle come la guerra di Troia era stata per Omero la storia delle gesta di Paride, di Menelao, di Ettore e di Achille. I personaggi di Erodoto sono spesso eroi di proporzioni sovrumane non meno dei personaggi epici e tragici e lo storico ne riferisce pensieri e discorsi con la stessa tecnica dell’epica e del romanzo odierno. La vita dei popoli, che condiziona e determina le azioni dei capi con una complessa catena di motivi economici e sociali, non entra nel suo campo d’osservazione che incidentalmente. I popoli sono massa indifferenziata, che i capi muovono secondo i loro motivi personali di favore o di odio verso gli altri capi.

Se Erodoto è considerato l’inventore, Tucidide può considerarsi il primo storico. Mandato in esilio durante la guerra fra Atene e Sparta, Tucidide (460 Atene – 395 circa) poté diventare spettatore con diversi viaggi sui vari teatri di guerra, guardando, ascoltando e confrontando le descrizioni. Le sue Storie raccontano la guerra del Peloponneso.

Se la mentalità di Erodoto si può dire religiosa, quella di Tucidite si può chiamare razionalistica. Dai sofisti acquistò la tendenza a fare a meno degli dei e delle leggi divine nel considerare gli eventi della storia, e a valersi della sola ragione per spiegarne le vicende.

La storia non è più una serie di grandi azioni da celebrare, ma è piuttosto un dramma cupo di egoismi, di interessi, di ambizioni in lotta. Lo storico la studia con l’oggettività dello scienziato, rivelando sotto la superficie brillante l’eterna sostanza umana, fatta più spesso di miseria che di grandezza.



E quanto ai fatti veri e propri svoltesi durante la guerra, ritenni di doverli narrare non secondo le informazioni del primo venuto né secondo il mio arbitrio, ma in base alla più precise ricerche possibili su ogni particolare, sia per ciò di cui ero stato testimone diretto, che per quanto mi venisse riferito da altri. Faticose ricerche: perché i testimoni dei singoli fatti riferivano su cose identiche in maniera diversa, ognuno secondo le sue particolari simpatie e la sua memoria.
Ebbe la persuasione che, come è sempre uguale il meccanismo degli atti umani, così la conoscenza degli avvenimenti passati possa servire agli uomini saggi come indicazione per il futuro, che la storia possa essere maestra di vita e che la sua opera costituisca un tesoro di conoscenza valido in ogni tempo. (pp. 164-165).

Ecco alcune osservazioni tratte dallo sturio della storia che possono considerarsi quasi ‘leggi’ per l’umanità:


Nei tumulti civili per lo più hanno il sopravvento gli intelletti più rozzi”.

Il padre uccise il figlio; i supplici erano strappati dai santuari e sgozzati lì presso; alcuni persino morirono murati nel tempio di Dioniso”(Guerra civile: strage di Corcira).

E le lotte civili portarono nelle città molte dure conseguenze, quali avvengono e sempre avverranno, finché non muterà la natura umana, più o meno violente, con aspetti diversi, secondo il variare continuo delle circostanze”.

Giacché durante la pace e in tempo di prosperità le città e i cittadini serbano maggior equilibrio, non avendo ancora sentito la stretta delle necessità. La guerra invece togliendo il benessere della consuetudine quotidiana, è maestra di violenze, e sovreccita gli animi della moltitudine in proporzione degli eventi”.


Fu particolarmente severo nello smascherare i pretesti formali che coprivano i veri motivi dei partiti in guerra. La lotta tra Atene e Sparta, che divise coi rispettivi alleati tutta la Grecia in due fazioni avverse, fu la lotta di due princìpi politici opposti, la democrazia e l’oligarchia aristocratica.
La lotta tra Atene e Sparta … fu lotta di due principi politici opposti, la democrazia e l’oligarchia, principio di evoluzione l’una, di conservazione l’altra; ma nella pratica fu sempre anche, e principalmente, la lotta di due città forti e ambiziose, che miravano a imporre la loro egemonia sulla folla delle città minori, fruttando il contrasto ideale per scopi utilitari di potenza e di ricchezza materiale”.
Nella pratica fu anche la lotta di due forti e ambiziose città che miravano a imporre la loro egemonia sulle città minori, sfruttando il contrasto ideale per scopi utilitari di potenza e di ricchezza materiale.
Il vero scopo degli Ateniesi era quello di dominare tutta la Sicilia, ma essi adducevano insieme il nobile proposito di proteggere i popoli della loro stirpe e gli alleati che si erano fatti”.
Di fronte alle incertezze con chi schierarsi degli abitanti della città di Melo, gli ateniesi si dimostrarono “realisti” e spiegarono che i forti hanno sempre dominato e che non si può confidare nella giustizia degli dei, poiché anche gli dei permettono che sempre i più forti dominino:
Gli uni e gli altri sappiano che nel linguaggio della vita reale le ragioni della giustizia vengono prese in considerazione solo quando la necessità preme ugualmente sull’una e sull’altra parte; se no ci si adatta: i più forti agendo e i più deboli cedendo”. “Quanto al favore celeste neppur noi crediamo di esserne meno provvisti di voi, nulla infatti pretendiamo né facciamo, che non sia ammesso dall’opinione che gli uomini si fanno degli dei o dal modo con cui regolano i propri rapporti reciproci. Le nostre opinioni sugli dei, la nostra sicura scienza degli uomini ci insegnano che da sempre, per invincibile impulso naturale, ove essi, uomini o dei, sono più forti, dominano”.
Benché in modo diverso da Erodoto, anche in Tudidide la storia è specialmente storia di personalità eminenti, antagonismo di passioni politiche impersonate da individui o da nazioni. La vita privata, i commerci, le finanze, le relazioni coi paesi stranieri non entrano che di sfuggita nel suo quadro. Ciò che più lo interessò e che meglio rappresentò, fu il gioco dei motivi psicologici che determinano le azioni umane, fu l’urto delle volontà individuali tra di loro e dentro le forze della natura. Strumento tipico della psicologia tucididea sono i discorsi, numerosi e spesso assai lunghi, che lo storico mette in bocca ai suoi personaggi. Ad esempio, il discorso di Milziade sulla costituzione si trasforma in una lode della democrazia ateniese:
La nostra costituzione non calca l’orma di leggi straniere. Noi piuttosto siamo d’esempio agli altri, senza imitarli. Il suo nome è democrazia, poiché affidiamo la città non a un’oligarchia, ma a una più vasta cerchia di cittadini”.

Sicché la città nostra è ammirevole sotto questo come ancora sotto altri aspetti. L’amore del bello non ci insegna lo sfarzo, né la cultura ci infiacchisce. La ricchezza è per noi stimolo di attività, non motivo di superbia loquace. E quanto alle ristrettezze della povertà, è umiliante presso di noi non il confessarle ma piuttosto il non sapere superarle lavorando”.

Dirò insomma che la nostra città è, nel suo complesso, la scuola dell’Ellade, e che ciascuno singolarmente, per quanto a me sembra, sviluppa presso di noi una personalità autonoma, che accoglie con elegante versatilità le più svariate forme di vita”. “Siamo l’unica città del nostro tempo che nella prova si riveli superiore alla fama”.

Per i discorsi tenuti dai singoli personaggi prima della guerra, e durante la guerra, era difficile a me, per ciò che avevo udito personalmente, e a quelli che mi riferivano dai diversi luoghi, ricordare con precisione assoluta ciò che era stato detto. Io, attenendomi quanto più fosse possibile al senso generale di ciò che fu veramente detto, ho scritto i discorsi come sembrava a me che i singoli oratori avrebbero pressa a poco espresso le cose essenziali sulle situazioni diverse”.


Nella tecnica dell’esposizione storica, Tucidite rappresenta un progresso rispetto ad Erodoto. La sua opera è unitaria, organicamente concentrata intorno al tema e va dritta allo scopo, con rare digressioni episodiche. Lo scrittore si è preoccupato della precisione cronologica, distribuendo gli episodi anno per anno in estate e in inverno e molto curata è la precisione geografica.

Nell’introduzione si contrappone ai logografi, perché rifiutando ogni abbellimento poetico e ogni sacrificio della verità al diletto, ha raggiunto una certezza obiettiva da lui giudicata soddisfacente.


Tale dunque è risultata alle mie ricerche la storia più remota; a proposito della quale non ci si può ciecamente affidare alla prima testimonianza che s’incontra, perché gli uomini, persino nelle cose del proprio paese, accolgono senza controllo le tradizioni orali sul passato.

Così ad esempio, la maggior parte degli Ateniesi crede che Ipparco sia stato ucciso da Armodio mentre era tiranno; e non sa che allora regnava Ippia, come primogenito dei figli di Pisistrato”.

Ma pure su molte altre cose ancora attuali e non cancellate dal tempo anche gli altri Elleni non hanno per nulla idee esatte. Credono per esempio che i re dei Lacedemoni non diano un voto per ciascuno ma due e che appartenga loro la centuria di Pitana, che non è mai esistita. Così a cuor leggero i più si accingono alla ricerca della verità, e preferiscono appigliarsi ai risultati che non costano fatica”.

Tuttavia non errerebbe che, basandosi sulle prove da me addotte, ritenesse che tale sia stato lo svolgimento essenziale del periodo su esposto: senza affidarsi maggiormente ai poeti che hanno cantato questi fatti con esagerazione e abbellimenti; né ai logografi che li hanno presentati più per interessare gli ascoltatori che secondo verità, essendo questi avvenimenti senza salda base di certezza obiettiva, e divenuti, per il tempo trascorso, i più di essi leggendari.

Né sbaglierebbe chi ritenesse che i risultati delle mie ricerche, condotte sulle testimonianze più attendibili, siano, tenendo conto dell’antichità della storia trattata, soddisfacenti. E questa guerra, benché gli uomini giudichino sempre che la guerra da essi combattuta sia la più importante, salvo a provare maggiore ammirazione per le antiche, dopo averla finita, apparirà, se si riguardi alla realtà dei fatti, più grave delle precedenti”.
Difficile si presenta, per Tucidide, la ricerca della verità:
E quanto ai fatti veri e propri svoltisi durante la guerra, ritenni di doverli narrare non secondo le informazioni del primo venuto né secondo il mio arbitrio, ma in base alle più precise ricerche possibili su ogni particolare. Sia per ciò di cui ero stato testimone diretto, che per quanto mi venisse riferito dagli altri. Faticose ricerche: perché i testimoni dei singoli fatti riferivano su cose identiche in maniera diversa, ognuno secondo le sue particolari simpatie e la sua memoria. E forse la mia storia, spoglia dell’elemento fantastico, accarezzerà meno l’orecchio, ma basterà che la giudichino utile quanti vorranno sapere ciò che del passato è certo, e acquistare ancora preveggenza per il futuro, che potrà quando che sia ripetersi per la legge naturale degli uomini, sotto identico o simile aspetto. Sicché quest’opera è stata composta, perché avesse valore eterno, più che per ambizione dell’applauso dei contemporanei nelle pubbliche recite”.
Un altro storico greco è Senofonte (Atene 430- Sparta 355), che si arruolò nella spedizione dei diecimila mercenari greci, che Ciro il giovane arruolò nel 401 col progetto di togliere il trono al fratello Artaserse, re dei Persiani. Ma Ciro fu vinto nella battaglia di Cunassa. Senofonte rimase comandante e riuscì a portare a compimento la ritirata dei diecimila fino alle coste del Mar Nero, avvenimento che descrisse nell’Anabasi. Visse poi protetto dal re spartano Agesilao. Opera principale sono le Elleniche che narra la guerra del Peloponneso a partire dal 410 fino al 362. Altra opera la Ciropedia tratta la biografia di Ciro, della sua educazione, ma senza riguardo all’esattezza storica. E’più un romanzo storico, in cui Senofonte prende a pretesto la figura semileggendaria di Ciro per tratteggiare il tipo del sovrano ideale secondo la proprie convinzioni politiche.

In genere la Storiografia ellenistica è ricca di retorica: la cura della forma giunse nei casi estremi a far apparire il tema storico come un pretesto per uno sfoggio di virtuosismo stilistico. Cicerone diede una formulazione famosa di tale tendenza, quando definì la storia “opera oratoria per eccellenza” e pose come criterio di giudizio l’esigenza che il buon storico fosse non solo narratore ma “abbellitore” dei fatti, cioè li esponesse in una forma letterariamente elaborata.





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