Cos’è la storia


Alla scuola delle “Annales”



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Alla scuola delle “Annales”
Dopo l’incontro negli anni Venti del Novecento all’Università dell’Alsace a Strasburgo fra Lucien Febbre e Marc Bloch, nasce la rivista Annales d’Historire Economie et Sociale il 15 maggio 1929. In essa i due condirettori lanciano un appello alla collaborazione tra studiosi di discipline diverse. Fino al 1938 la rivista conserva i caratteri di rassegna di studi economico-sociali. Nelle altre opere Bloch lascia cadere il tradizionale approccio della ricerca storica, puramente giuridico-politico-militare, tentando “l’analisi e la chiarificazione di una struttura sociale con tutti i suoi legami”.

Dopo il trasferimento negli anni Trenta di Bloch e Febvre a Parigi vi è la seconda fase della rivista che diventa il punto di riferimento della scuola storiografica. Nel 1956 Fernand Braudel diventa il nuovo direttore e la rivista cambia titolo: Economies, Sociétés, Civilisations. Si pone nella direzione di una storia totale, una storia cioè che comprenda ogni aspetto della vita dell’uomo e che sul piano metodologico si avvicini più marcatamente che in passato alle altre scienze sociali. Fevbre ha aperto con i suoi lavori un filone sulla storia delle mentalità, cioè sull’attrezzatura mentale, il bagaglio concettuale proprio di un’epoca, facendoci comprendere come si possa studiare un’età diversa e lontana dalla nostra, tentando di capire i meccanismi mentali, gli automatismi antropologici, le fedi e i dubbi degli uomini di una certa epoca e di una dato sito geografico.

La storia diventa totale e complessa, ogni aspetto della vita dell’uomo diventa oggetto di ricerca; l’indagine storica diventa pluralista con un’attenzione al sociale (emarginati, donne, infanzia); non vuole appiattirsi sugli avvenimenti (da qui l’etichetta di Histoire événementielle) e cerca le dimensioni problematiche, concettuali: “Senza problemi, niente storia. Solo narrazioni, solo compilazioni”7. Una storiografia scientifica che adopera i metodi delle varie scienze sociali e umane, che si concentra analiticamente sui problemi; una storia dell’intera estensione delle attività umane invece di una storia esclusivamente politica e in collaborazione con le scienze sorelle come la geografia, sociologia, psicologia, etnografia ecc. Una storia della società, dell’arte, del quotidiano, del corpo, della lettura, dell’immaginario che ha dato il volto a quella storia totale e delle lunghe durate, teorizzata attraverso una compenetrazione tra storiografia e scienze economico-sociali. Dalla analisi di Bloch sulla società feudale (dove soggetti della storia sono gli uomini) agli studi sul capitalismo di Braudel (con la centralità delle strutture e dei condizionamenti sociali), fino alle ricerche di Ariés e Dupront (condotte attorno alla storia delle mentalità), di Le Roy Ladurie (con la sua microstoria narrativa), di Chartier (in merito alla storia sociale della cultura), l’attenzione ai risvolti sociali, vissuti, partecipati e attivi nelle diverse società è stata costante.

La considerazione degli avvenimenti avviene all’interno di una storia di lunga e lunghissima durata: mutamenti (dei costumi, delle mentalità, delle istituzioni, dei salari, del prezzi ecc.) impercettibili nel breve periodo. Il tempo degli individui è il tempo scandito sul ritmo della vita di un uomo, la lunga durata identifica le strutture sociali che resistono con forza insospettata alla e sollecitazioni e agli interventi degli uomini. Esso è il tempo per eccellenza della storia, di una storia che non voglia limitarsi a cogliere l’événementi. La produzione del ‘fare storia’ in chiave annalistica ha rappresentato anche per la storia dell’educazione un modello degno della massima attenzione e tutta la ricerca storica successiva non può non confrontarsi con la scuola delle Annales, punto di rottura con il passato e ripartenza per un nuovo modo di fare storia.


Tre classici, fra storia ed educazione
E. Elias, ne Il processo di civilizzazione, 1939-‘60, mostra il collegamento stretto tra aspetti sociali e psicologici della vita umana; collegamento fra modelli di comportamento e di personalità con l’emergere di nuove forme di moralità, di autocontrollo, di inibizione. Verso un maggior autocontrollo delle espressioni e del comportamento nel modello dell’uomo civilizzato.

Elias analizza molti testi sul ‘buon comportamento’ nelle diverse epoche, cercando di trovare attraverso questa analisi un qualche senso alla storia sulla ortodossia comportamentale, principalmente a tavola, ma anche nei bisogni naturali come soffiarsi il naso, o sputare, o dormire; prosegue parlando di relazione fra i sessi e della aggressività come forma di piacere. La particolarità che incuriosisce Elias è il fatto che , apparentemente, le usanze considerate corrette sono, via via che sci si avvicina alla contemporaneità, sempre più ‘raffinate’, se confrontate con l’ortodossia di alcuni secoli prima. Un raffinamento crescente è facilmente rintracciabile pressoché in tutti i comportamenti analizzati.

Un altro fenomeno che sottolinea è la sparizione dei comandi: essi vengono fatti propri dagli individui, che indipendentemente dalla lettura di testi di galateo, ritengono normali e tengono naturalmente. Perché l’umanità va verso il raffinamento dei costumi? Perché si sceglie di essere sempre più ‘civili’?

Guardando al comportamento degli uomini del Medievo si nota un comportamento violento soprattutto tra i nobili; nell’epoca moderna il nobile, specialmente dal ‘700, è addestrato a contenersi, non soltanto in termini di igiene ed educazione alimentare, ma anche e soprattutto contenere le propri emozioni, saper dissimulare le proprie inclinazioni, servirsi di questa freddezza in chiave politica. Di pari passo va l’estensione di questo regime di accresciuto controllo anche alle classi borghesi (lo si nota nei testi di buone maniere rivolti alle classi borghesi). Se prima era il coraggio e la forza delle armi a fare il nobile, ora è l’educazione e la cultura. E’ peraltro in questo contesto, di ripugnanza crescente per quanto è corporeo, che nascono le prime concezioni di diritto criminale contrarie alla tortura e pene corporali. Ecco quindi il nucleo del processo di civilizzazione: esso è una pressione crescente e sempre più invasiva della società sul singolo, che impara a reprimere se stesso sempre più, per non disgustare gli altri, per non essere da meno e in sostanza per non essere emarginato. (per essere normale).

Col passare dei tempi la pressione della società cresce sempre più; i comandi vengono interiorizzati, non è necessario ribadire a livello sociale che non si deve mangiare con le mani. L’effetto principale di questa interiorizzazione è la rimozione die conflitti esterni e la loro trasformazione in conflitti mentali, come il super-io confligge con l’io. E’ come avere un padre sociale che redarguisce i fratellini che si picchiano e li instrada verso una convivenza pacifica. La causa principale di questo fenomeno è, per Elias, la crescente interdipendenza funzionale attraverso i secoli. La compagine sociale si complica, così come i bisogni e i mezzi per soddisfarlo.

Il processo di ‘civilizzazione’ è trasformazione del comportamento; verso una razionalizzazione del comportamento per la dipendenza reciproca gli uni dagli altri. Dal Medioevo e dal primo Rinascimento vi è stato un fortissimo spostamento dell’autocontrollo individuale e soprattutto dell’autocontrollo indipendente da controlli esterni e strutturato come automatismo spontaneo, al quale oggi ci si riferisce con concetti come interiorizzazione. “Il controllo più fermo, onnilaterale e uniforme degli affetti che caratterizza questo spostamento di civilizzazione, le accresciute autocostrizioni che impediscono agli istinti di sfogarsi in modo diretto e visibile nelle azioni senza l’interferenza di apparati di controllo, tutto viene vissuto come una ‘gabbia”. (p. 86).

Processo di civilizzazione: “Mutamento del comportamento e della sensibilità degli uomini in una direzione ben precisa. Non sono il prodotto di una ratio o il risultato di una pianificazione ideata sul lungo periodo ma no è irrazionale” (642). Il singolo è costretto a regolare il suo comportamento rendendolo sempre più differenziato, più regolare, più stabile. Viene inculcato fin da piccolo come una sorta di automatismo, come un’autocostrizione a cui egli non può sottrarsi, anche se interiormente lo desidera: autocontrollo cosciente, ma anche automatico, cieco. Tale meccanismo crea contro ogni deviazioni del comportamento usuale nella società una barriera di pesante angoscia.
Ph. Ariès (Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, 1960) pubblica delle ricerche sulla storia dell’infanzia utilizzando fonti diverse come lo studio dei giochi dei bambini, il loro modo di essere vestiti e il modo come sono dipinti nei quadri. Egli è andato alla ricerca della nascita del sentimento dell’infanzia, alla origini della civiltà occidentale moderna. Lo ha fatto cogliendo l’esteriorizzazione di questo sentimento, leggendolo nelle raffigurazioni che la cultura adulta ha dato all’infanzia: i giochi infantili, i giocattoli, l’abbigliamento, le rappresentazioni del bambino. nella iconografia.

Il libro di Ariès ha inaugurato tutti i dibattiti attuali sulla storia dei bambini e dell’infanzia. Egli sostiene che nel Medioevo non esisteva il sentimento dell’infanzia, cioè non esisteva la percezione della classe dei bambini come distinta da quella adulta. Sosteneva la tesi di Elias che “la distanza tra il comportamento e tutte le strutture psichiche dei bambini da un lato e quelle degli adulti dall’altra aumentavano nel corso del processo di civilizzazione”. Per Elias tale processo comportava un controllo degli istinti che era appena abbozzato nel Medioevo, periodo in cui, di conseguenza, rispetto all’età moderna, la differenza di comportamento tra adulti e bambini era meno annotata. Nel XVIII secolo si stava invece affermando il postulato che gli adulti andavano ad assorbire delle abitudini comportamentali, anche per la lettura di manuali di galateo circolanti in quel periodo, dettate dal crescer della società, mentre ai bambini occorreva insegnarle: le distanze tra bambini e adulti si accentuavano. Ai bambini era necessaria l’educazione prima di essere ammessi nel mondo adulto, mentre nel Medioevo i bambini venivano assorbiti in modo naturale nella società adulta a partire dai sette anni circa. Al bambino rimane necessaria la scuola, con l’uso della disciplina, dell’ordine e con le punizioni corporali. Un po’ alla volta si sviluppa contemporaneamente l’idea che i bambini fossero innocenti per natura e dovessero essere protetti da tutto quello che poteva attentate al loro pudore. “Un bimbo vi sia più sacro del presente, composto di cose e di uomini fatti. Grazie al bambino, braccio corto della leva umana, voi ne smuovete, sia pur con fatica, il braccio più lungo. Con essa (l’educazione) assicurate al bimbo un cielo con una stella polare che lo guiderà sempre, a qualsiasi terra sconosciuta egli giunga in futuro” (Richter).


M. Foucault svolge uno studio sulle tecniche di assoggettamento della personalità. Storia della follia nell’età classica (1961) e Sorvegliare e punire (1975) dimostrano come le scienze umane, anche la pedagogia come la sociologia e l’antropologia, siano in grado di affinare e veicolare la tecnologia del potere; come l’ospedale, il manicomio e la caserma, anche la scuola appare come un’istituzione totale e panottica, la cui funzione principale è quella di assoggettare e manipolare gli individui. E’ un ritrovamento dei reperti che testimoniano il lavorio delle tecniche di assoggettamento della personalità, almeno nella storia europea. “Nel Moderno, secondo Foucault, prende quota una ‘regola’ per governare i soggetti e si attiva il dispositivo del ‘sorvegliare’ e del ‘punire’ che è, per così dire, una pratica ‘formativa’ finalizzata a ri-descrivere in modo funzionale al potere sociale la stesa interiorità del soggetto” (Mariani Alessandro, Modelli d’Otralpe: osservazioni, p. 132).

Sorvegliare e punire è soprattutto la storia della riforma penale e della prigione e rappresenta il potere dello Stato nei confronti dei suoi sudditi-cittadini. Se prima il supplizio e la tortura, con altri mezzi di repressione, erano diretti soprattutto verso il corpo fisico, in seguito allo sviluppo delle scienze e al formarsi di un nuovo concetto del potere dello Stato, anche queste forme di repressione si sono affinate, rivolgendosi soprattutto all’anima. Lo Stato nella sua organizzazione ha la necessità di porre un codice di comportamento uniforme in modo tale che possa più facilmente organizzare il suo stesso potere. I mezzi per arrivare al dominio del popolo sono le diverse istituzioni come le scuole, gli ospedali, le prigioni e le relative forme di controllo: insegnanti, ordine dei medici, polizia, corti di giustizia, psicologi. “E se la prigione assomiglia agli ospedali, alle fabbriche, alle scuole, alle caserme, come meravigliare che tutte queste assomiglino alle prigioni?”(M. Foucault).

Denominatore comune di scuole, ospedali e prigioni: la disciplina, la quale deve rispondere a due esigenze: massima aderenza alla legge e massima capacità di rendimento. Bisogna essere coerenti col sistema, col proprio fine. La disciplina, prima di penetrare in modo massiccio all’interno della società moderna, era stata una caratteristica di un mondo marginale, riconoscibile proprio perché dotato di una rigida disciplina. Le persone imparano a distinguere le azioni tra giuste e sbagliate, imparano ad interagire con quella grammatica di comportamento. Chi non riesce a rientrare nei ranghi, chi fuoriesce dalle qualifiche viene lentamente spostato, messo ai margini sociali, fino allo slittamento nell’oblio. Il comportamento, tramite la disciplina, trapassa, sublima e di venta credenza.

La disciplina sviluppata a seguito della disciplina è la fede che ha come dio la normalità. La normalità è il risultato dello Stato sul piano sociale, è l’espressione del potere nello svolgimento della sua introiezione sociale. Le persone così ridescritte nel contesto si comportano in modo chiaro e distinto a partire da questo e tutti coloro che fuoriescono saranno intravisti come estranei, intrusi, deformi, anormali: diversi. Il comportamento efficiente, docile e ordinato, è ciò che conta: che tu la pensi in modo del tutto diverso, che tu non abbia alcuna fiducia in ciò che fai è affatto importante: basta che t faccia come devi.
La ricerca scientifica
La scienza, secondo il modello classico, cioè un scire per causas, ossia conoscere attraverso le cause, inizia con problemi, poiché come scrive D. Antiseri, la mente non è una tabula rasa, ma è piena di aspettative. La ricerca prosegue col porre delle ipotesi (teorie e congetture) e si conclude con la parte critica e i tentativi di confutazione.

La scienza: non è uno strumento infallibile per ricercare e ancor meno stabilire la verità; non è un’asettica, oggettiva e sistematica presentazione di dati comunque reperiti; non è una collezione definitiva e immutabile di assiomi e neppure un risultato organico ed esclusivo di ricerche di tipo sperimentale; non è un processo conoscitivo che si sviluppa per spinta interna in modo continuo e progressivo, senza involuzioni ed errori; non è la pietra filosofale e la moderna panacea che possa rivedere tutti i problemi e dare un’adeguata risposta a tutti gli interrogativi dell’uomo.

Oggi si tende a concepire la scientificità non più in forma rigidamente univoca, ma secondo un significato analogico (basato sull’analogia) che accetta altri modelli di interpretazione scientifica del reale, rigorosi e oggettivi, benché diversi dal modello prettamente matematico.

Possiamo definire la scienza come un complesso di conoscenze importanti criticamente fondate e perciò condivisibili, organicamente connesse tra loro e suscettibili di sviluppo mediante scoperte e ricerche. Sono conoscenze condotte secondo un preciso metodo, riguardano un determinato oggetto e sono caratterizzate sia dall’oggettività e dal rigore che dalla sistematicità e dalla capacità di sviluppo interno. Fine intrinseco di ogni scienza è il dare una spiegazione rigorosa del suo oggetto: individua problemi, formula ipotesi plausibili di soluzione, determina criteri, le tecniche e gli strumenti in base ai quali diventa possibile la verifica dell’oggettività delle ipotesi formulate e delle spiegazioni proposte: la rigorosità è la caratteristica che assicura un’elaborazione conoscitiva che deve essere condotta con coerenza formale.

L’oggettività e il rigore sono ritenuti, anche nel linguaggio comune, le prime e fondamentali caratteristiche della scienza. Oltre ad osservare i fatti, la ricerca scientifica fa congetture che vanno ai di là dell’esperienza quotidiana, anche se è impossibile una conoscenza esaustiva della realtà.

Il lavoro scientifico si presenta come ricerca sistematica e metodologicamente corretta, che, attenendosi ai dati, scopre problemi, li affronta, li studia, tentandone o almeno ipotizzandone soluzioni criticamente difendibili, che rende pubbliche.

Un’adeguata metodologia presuppone: Sistematicità, cioè un modo di procedere logico e coerente, condotto secondo criteri razionali; in modo che superi il rischio di frammentarietà e di sconnessioni o vuoti tra le parti; Rigore e correttezza metodologica, che richiedono, da un lato, considerazione e rispetto dei dati reperiti; dall’altro, una loro problematizzazione, in seguito a ulteriori analisi e confronti, cioè: scelta del tema, ricerca bibliografica, piano personale di lavoro, raccolta e elaborazione dei materiali, stesura del lavoro. (Prelezzo)
Il metodo è un particolare procedimento mediante il quali si raggiunge un fine. Dal greco: metà = che conduce oltre o dietro a, e hodos = via: è il cammino o la guida che porta ad un determinato obiettivo o traguardo. In ambito scientifico si intende il processo che la mente umana deve seguire per giungere alla conoscenza di verità criticamente fondate.

La metodologia (méthodos: metodo e logìa: discorso, trattazione) è la scienza del metodo e anche insieme di metodi, tecniche e procedure che si seguono nella investigazione scientifica o in un’esposizione dottrinale. E’ la risultante dal rispetto di regole e dal ricorso a strumenti, mezzi e norme pertinenti per il conseguimento degli obiettivi.

Vi sono diversi tipi di metodo: analitico: consistente nel distinguere, separare e esaminare ordinatamente le parti di un tutto fino a conoscerne rigorosamente i singoli principi ed elementi (dal complesso al semplice); sintetico: nel mettere insieme, da una o più premesse generali, una o varie conclusioni particolari che ne costituiscono la logica conseguenza (dall’universale al particolare); deduttivo: derivare da una o più premesse generali una o vari conclusioni particolari che ne costituiscono la logica conseguenza (dall’universale al particolare); induttivo: ricavare da esperienze e osservazioni particolari i principi generali implicati nelle medesime (dal particolare al generale).

I vari metodi non si eludono a vicenda. In storia si inizia col metodo analitico nella raccolta di documenti e nelle tappe seguenti, specialmente in quelle della classificazione ed elaborazione del materiale, ma si rende necessaria l’applicazione del metodo sintetico.

La ricerca storica assume in partenza le norme e gli orientamenti indicati per il lavoro scientifico in generale, cioè individuazione del problema o tema (preciso e rilevante); progetto di lavoro sufficientemente articolato e flessibile; ricerca ed elaborazione della documentazione; stesura finale. Può concentrarsi su svariati temi: personaggi, istituzioni, correnti culturali, gruppi sociali, mentalità, regolamenti scolastici, movimenti operai, femminili, giovanili, esperienze o metodi educativi, regolamenti scolastici, alfabetizzazione, istruzione, stampa periodica, infanzia, maturità, vecchiaia, religiosità e altro.

“Lo storico crea i suoi materiali, o, se si vuole, li ricrea: lo storico non si muove vagando a caso attraverso il passato, come uno straccivendolo a caccia di vecchiumi, ma parte da un disegno preciso in testa, con un problema da risolvere, un’ipotesi di lavoro da verificare” (Lucien Fevbre).

Il metodo storico si caratterizza per tre momenti particolari, non legati cronologicamente, ma logicamente successivi: euristico, ermeneutico, critico.

1) Momento euristico: la ricerca delle fonti

Lo storico entra in contatto con il passato indirettamente attraverso le tracce, le reliquie che si conservano: documenti, testimonianze, fonti. Sono le prove su cui si basa la ricostruzione del passato. Il racconto è valido se è coerente con tutte le testimonianze disponibili; è messo in discussione dalla scoperta di nuove testimonianze oppure dalla fragilità dei materiali raccolti.

Per ricostruire il passato non serve qualsiasi traccia del passato: sono da privilegiare i materiali che vengono proposti da una raccolta sistematica e metodica di documenti originari detti fonti primarie, cioè le testimonianze contemporanee ai fatti raccontati o al pensiero a cui si riferiscono. Es. Ricerca sul pensiero della Montessori: i suoi scritti costituiscono la fonte primaria. Se studio l’influsso della Montessori sulla cultura europea, le fonti primarie sono quegli studi di autori che trattano l’argomento. Sono fonti secondarie, di seconda mano, le testimonianze e i documenti posteriori.

Molte fonti primarie sono scritte pensando alla posterità e rendono conto unicamente di dati che gli autori ritennero degni di nota (cronache, memorie, autobiografie). Altre fonti scritte (documenti confidenziali, diari, appunti personali, lettere familiari, lavori scolastici di alunni, registri di tribunali penali, registri parrocchiali o ecclesiastici in generale) sono approntate senza pensare a un eventuale pubblico e sono più rivelatrici e di particolare interesse.

“La storia si fa senza dubbio con documenti scritti. Quando ce n’è: Ma si può fare, si deve fare senza documenti scritti se non ne esistono. Per mezzo di tutto quello che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare. Quindi con parole. Con segni. Con paesaggi e con tegole. Con forme di campi e con erbacce. Con le eclissi lunari e con gli ‘attacchi’ delle bestie da lavoro e da traino, con perizie geologiche di pietre e analisi chimiche del metallo con cui sono forgiate le spade”8.

Per certe pubblicazioni scritte, come i giornali, le riviste e altro, bisogna tener conto dei diversi orientamenti ideologici e dei lettori a cui si rivolgono. Le pubblicazioni statali, come gli atti del parlamento, dei comuni, delle regioni, delle province, le statistiche, i regolamenti, i rapporti ufficiali possono offrire dati di prima mano, che bisogna tuttavia saper leggere. Anche la produzione letteraria può rivelarsi utile per ricostruire le attività e le mentalità degli uomini del passato. Così come le pitture, le diverse architetture, i disegni, le medaglie, gli stemmi: tutto ci aiuta a conoscere meglio il passato. Oggigiorno anche le foto, le riprese televisive e cinematografiche, i diarii, la corrispondenza (Paolina Leopardi), i registri di classe. Il concetto di fonte è ormai dilatato a tutto: il mondo tutto è fonte storica, tutto è documento.

2) Momento ermeneutico e valutativo

A seconda dell’oggetto di studio uno stesso documento può essere considerato fonte primaria o materiale di seconda mano, poiché non sempre sono distinte le fonti primarie dalle secondarie. Non sempre la stessa fonte primaria è chiara o priva di preconcetti.

I documenti sono muti, bisogna saperli leggere, non basta raccoglierli.

Bisogna interrogarli collocandoli in un quadro di riferimento.



3)Critica delle fonti, critica interna ed esterna

In questa ricerca, come in ogni lavoro professionale, non si può prescindere dalla propria formazione culturale, dal proprio quadro di valori, dalla propria personalità ed esperienza vitale; l’importante è rendersene conto per non dare valore assoluto alle proprie ricerche.

Una prima critica delle fonti si divide in esterna e interna: Esterna: il documento è o no identico a quello scritto dall’autore? all’origine (problema copisti); attraverso l’analisi dei caratteri intrinseci, si può esaminare anche la filigrana del foglio e il confronto con le testimonianze di altri documenti, si cerca di rispondere alle domande: chi ha redatto il documento? Quando, dove? Come è giunto fino a noi? Interna: critica di interpretazione: ciò che ha detto l’autore, ciò che ha inteso dire. Critica dell’attendibilità: sincerità, esattezza, valore della testimonianza, problema linguistico, concettuale, culturale. E’ veramente un testimone? Ha voluto ingannarci?

Lo storico deve accertare l’autenticità del documento (autore, data di stesura, luogo effettivo: criteri: testimonianze coeve o posteriori, tipo di carta e di scrittura, notizie di cataloghi e repertori bibliografici; contenuti del documento confrontati con altri scritti: io comprendo un documento nella misura in cui esso non mi si presenta isolato, es. Champollion. Stile, particolarità linguistiche e grammaticali). Molti importante sui documenti legali (contratti, testamenti) o su manoscritti inediti (lettere, carte, diari ecc): forma (originale, copia); contenuto. Per lo storico delle idee anche un falso è fonte storica (nei musei ci sono molti falsi). Es: Donazione di Costantino. Armi di distruzione di massa in Iraq, Flavio GIOia, reliquie di santi.

Vanno accertate l’originalità, se cioè è conservato nella forma scritta dall’autore o mutilato, copia difettosa) e attendibilità, cioè la sua veridicità interna, dopo aver precisato il contenuto e il senso del testo.

Il contenuto è affidabile? Se il documento era un resoconto di ciò che si è visto ci si chiede se l’autore era in condizioni tali da garantire una esposizione fedele. Se abbia voluto fare una esposizione completa dei fatti. I pregiudizi, gli interessi personali o corporativi influiscono sulla affidabilità delle fonti. Sono importanti per questo anche le testimonianze non volontarie (es. la croce al posto della firma e le forme ci dicono qualcosa sulla alfabetizzazione).

Una aiuto, essendo la ricerca multidisciplinare, viene dalle scienze ausiliarie: paleografia (studia le varie forme delle scritture usate nei secoli passati); filologia (scienza e tecnica di ricostruire il testo e a cogliere il vero significato delle parole usate); papirologia (decifrazione, edizione e interpretazione delle antiche scritture su papiro); diplomatica (aiuta a capire e a classificare gli antichi diplomi): atti o documenti privati e pubblici; archeologia (prepara mediante scavi e lo studio dei monumenti antichi le fonti necessarie per lo studio del passato); epigrafia (studio e catalogazione delle iscrizioni monumentali antiche o medioevali); numismatica (studio delle monete); araldica (studio delle insegne e blasoni nobiliari); sigillografia (studio dei sigilli); cronologia (studia l’esatta misurazione e determinazione del tempo); sociologia, psicologia, antropologia.




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