Cos’è la storia


Si può scrivere la storia della pedagogia senza essere pedagogisti?



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03.12.2017
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Si può scrivere la storia della pedagogia senza essere pedagogisti? Si può scrivere sul sentimento religioso senza averlo? O artistico? O musicale? Es. Storico della musica: Può scrivere la vita di Mozart o illustrare le sue opere senza conoscere la musica del compositore austriaco, senza essere un po’ musicista? Certo, può accadere che uno studioso quasi del tutto ignaro di musica possa interessarsi della morte di Mozart. Ma questo non basta a farlo considerare uno storico della musica.

Vi è una distinzione fra educatore (pedagogo) e pedagogista, chi educa e chi studia il fenomeno educativo. I due ruoli possono coincidere: Vittorino da Feltre, Pestalozzi, Agazzi, Montessori, Korczak, Froebel. Non necessariamente un pedagogista è un educatore: es. Rousseau, ottimo pedagogista, pessimo educatore. Ma una teoria dell’educazione è però presente in tutti. In Platone c’è il filosofo che riflette anche sull’educazione e c’è il maestro: il pedagogista nasce come filosofo. Un po’ alla volta il filosofo viene a coincidere col professore universitario. Nel pedagogista prevale l’elaborazione concettuale, nell’educatore la didattica. Nell’atto pratico è necessaria sia una teoria, ma soprattutto la capacità di improvvisare, di mutare, di adeguarsi, di tenere in debito conto le qualità.

Nella storia si è data più importanza al lato speculativo; mancavano scuole per tutti. Per cui la storia della pedagogia è contenuta all’interno della storia della filosofia. Se il filosofo dell’educazione è il filosofo, la storia delle idee educative rientra nella storia della filosofia. Nelle scuole magistrali e normali storia della pedagogia e della filosofia sono insieme.

Nell’Ottocento scuola pubblica. Aumento la riflessione sulla scuola e sull’arte di insegnare.

E’ sufficiente che uno studioso di storia affronti un tema educativo per poterlo classificare come uno storico dell’educativo? Se io affrontassi il problema della scuola del rinascimento con uno studio ponderoso e mi presentassi ad un concorso universitario, potrei vincere la cattedra di storia della scuola o quella di storia moderna? Eugenio Garin che ha scritto di storia del Rinascimento avrebbe potuto occupare una cattedra di storia della pedagogia? Philippe Ariès con Padri e figli nell’Europa medioevale e moderna, adoperato in corsi di storia dell’educazione è un pedagogista? Molti trattano di storia dell’infanzia, abbandonata o no, delle istituzioni educative ecc. Se ne interessano come storico e non come pedagogisti.

Uno storico dell’educativo non può che essere un pedagogista.

In ogni analisi storica c’è qualcosa di specifico. Quando Tacito scrive le sue Historie ha anche in mente un intento educativo: spiegare che se i romani continuano a comportarsi in modo sbagliato, è la fine dell’impero. Historia magistra vitae. Ma la sua opera non è letta per quell’intento che si era proposto.

Abbiamo il termine storico seguito da delle specificazioni: della pedagogia, della musica, del cinema ecc. Bisogna avere padronanza di queste specificazioni. Si può obiettare: ma uno storico della musica deve essere un musicista? Uno storico del cinema un regista? Non si vuol arrivare a questo, ma è naturale che uno storico della letteratura debba essere anche un lettore, uno storico della musica un ascoltatore, uno storico del cinema uno spettatore.

Lo scienziato deve stare indifferente di fronte al suo lavoro? Sono neccesari correttezza d’indagine, controllo delle fonti e delle analisi; ma ci vuole anche attrazione, interesse, coinvolgimento. Essere storici di qualcosa significa anche avere un rapporto non indifferente con questo qualcosa. Uno storico della pedagogia deve avere una attenzione all’aspetto formativo. Es: il problema dei trovatelli: uno storico non pedagogista ne illustrerà la genesi, lo sviluppo, l’articolazione, presenterà un quadro esauriente dei problemi. Lo storico pedagogista dovrebbe fare la stessa cosa, ma svolgere la disanima all’interno della stessa idea di formazione. Le modalità e le finalità del processo di formazione dei trovatelli. (Es: Educandato agli Angeli. Educazione della donna).



LA STORIA DELLA PEDAGOGIA IN ITALIA
Nel 1881 scrive il Siciliani: “La pedagogia s’insegna in tre istituti governativi: nelle Scuole rurali-magistrali, nelle Scuole normali maschili e femminili, nelle Università. Nelle prime, dicono, è da insegnarsi la didattica; nelle seconde, la didattica e la pedagogia; nelle ultime la pedagogia filosofica”. “L’insegnamento della pedagogia nelle scuole magistrali fa veramente pietà: pietà per i libri che vi si adottano; pietà per coloro che insegnano, salve le debite eccezioni”.

La storia della pedagogia nasce con intenti pratici, manualistici con lo scopo di presentare come si è educato nel passato, presenta all’inizio una commistione con la storia della scuola

Nel secondo Ottocento e nel primo Novecento la teorizzazione forte della filosofia fa diventare la storia della pedagogia una storia delle idee educative e dei fenomeni culturali, mentre prima era storia dei fatti educativi e dei loro contesti culturali.

Alcuni testi:

1 - Compendio di pedagogia e didattica ad uso delle scuole normali e magistrali femminili (1866) di Carlo Uttini. Legato allo spiritualismo cattolico. Appare il gusto della esemplarità, dell’illustrazione, non un intento storiografico vero e proprio.

2 - Storia della pedagogia italiana di E. Celesia (1872-74). L’autore concepisce la pedagogia come una scienza e arte ad un tempo. La pedagogia è una disciplina preziosa soprattutto al momento dello sviluppo intellettuale, morale e fisico dell’individuo. “Quindi è che una storia dell’educazione non dee proporsi, come unico intento, di svolgere soltanto le diverse teorie pedagogiche, sì bene raccogliere tutti gli sforzi tentati allo scopo d’indirizzare il genere umano al supremo suo fine, rinfrescare la memoria degli uomini ch’han dato un gagliardo impulso al progresso, le innovazioni di cui furono autori, gli scritti loro e le vie da essi corse per arrivare alla meta”. Lo scopo della storia è esso stesso educativo: “Mostrare a’ moderni istitutori quali fossero i magisteri educativi de’ nostri padri […] e istessamente scaltrir gl’Italiani della necessità di disciplinare i nostri studi e sovvenire alla privata e pubblica educazione, ritraendola a’ suo veri principi”. Rimane un’opera più letteraria che scientifica, più di compilazione che di ricerca.

3 – Storia della pedagogia italiana di Everardo Micheli (1876). Intento esortativo o meglio nazionalistico.

4 – La scuola pedagogica nazionale di Antonino Parato (1885). Esaltazione dell’opera dei maggiori (da Pitagora a Vittorino) e di contemporanei (Aporti, Boncompagni, Tommaseo, Capponi Rayneri ecc). Il tono dell’opera è essenzialmente militante, quello della rivendicazione d’una tradizione italiana contro la cultura pedagogica proveniente d’oltralpe.

5 – La scienza dell’educazione di P. Siciliani.

6 – Storia della pedagogia di Saverio De Dominicis (1908). Nella introduzione precisa che la storia della pedagogia non è la storia dell’educazione. La storia della pedagogia “vuole soltanto esporre le dottrine ed i metodi dei maestri dell’educazione propriamente detta”. Aspetto militante della storia della pedagogia.

7 – Compendio di pedagogia e di didattica di Giacomo Cottini (1896). Dopo aver passato in rassegna vari autori conclude: “Noi siamo intimamente convinti, che se è cosa savia e lodevole imitare il bello e il buono, dovunque si trovi, è al contrario cosa stolta e degna di biasimo preferire al pan bianco di casa nostra, il pan vecciato di casa altrui. Per ciò esortiamo i giovani italiani a studiare le belle e vere e feconde dottrine della scuola pedagogica nazionale, rappresentata da Pitagora, da Vittorino da Feltre, dal Rosmini, dal Rayneri, dall’Allievo e da quell’altra gloriosa schiera di tanti intelletti che a questi fanno corona”.

Nella seconda metà dell’Ottocento gli intenti edificanti, quelli scientifici e quelli sistemici vengono a confluire in uno spirito nazionalistico.

8 – La pedagogia italiana di Giuseppe Allievo 1901. Impostata sull’’orgoglio nazionale: “Le prime origini della nostra pedagogia nazionale risalgono agli scrittori latini” (Catone, Varrone, Cicerone ecc.).

9 – Inizio Novecento: pubblicazioni di Credaro, Formiggini Santamaria. Storia della scuola in Italia di Manacorda (1914). “Io ho lasciato agli studiosi di storia della pedagogia l’indagine filosofica dei principi e delle dottrine sull’istruzione; pur facendo tesoro dei risultati degli studi di storia della pedagogia … ho rivolto la mia attenzione alla storia del diritto scolastico nella prima parte, e, nella seconda, alla ricerca della scuola in sé, anzi dell’interno della scuola, spiandone la vita, i metodi, le consuetudini, il costume”. L’opera sembra concludere l’età del positivismo.

10 – Attualismo di Giovanni Gentile. Identificazione di pedagogia e filosofia e quindi è portato ad accentuare l’aspetto teoretico e non quello empirico del discorso pedagogico. E’ essenzialmente storia delle idee.
6 – L’insegnamento della storia
L’insegnamento della storia, soprattutto quando la scuola è diventata una “funzione dello Stato”, ha svolto un ruolo importante nella formazione dei sudditi prima e dei cittadini poi. E’ quasi sempre stata utilizzato per un scopo pragmatico: cioè i fatti sono stati registrati e trasmessi per ‘convenienza’ e istruzione, per ‘effetti pratici’ e gli eroi e gli avvenimenti sono stati visti funzionalmente al progresso di un popolo o di uno stato o di una civiltà. Quindi al servizio di una parte: per schematismo intellettuale o riduzionismo interpretativo: es. i nostri buoni, gli altri cattivi; per un modo di intendere gli avvenimenti legati a catene ferree di causa-effetto; per spiegazioni di tipo formulistico; per omissione o svalutazione di fonti; per falsificazione di documenti (specie negli stati totalitari).
Questo insegnamento non è stato ricalcato sulla scienza … Si è insegnato la storia ai ragazzi, non perché essi l’apprendessero e la sapessero, ma in funzione di un altro scopo. Questo scopo utilitaristico …” (Cousinet).
George Lefevbre ne La storiografia moderna sostiene che la narrazione della storia volta a fini pratici “costituisce una pericolosa deviazione della storia, giacché si sforza di difendere determinati punti di vista, mentre il suo compito è risuscitare il passato nella sua verità”.

G. Salvemini chiarisce che “la storia non è mai stata insegnata al solo fine di conoscerla, ma sempre per raggiungere altri fini in vista di …” e “Quando usurpa il compito del moralista, l’attività dello storico e del sociologo rientra nella definizione aristotelica di attività pratica […]. I propagandisti si presentano come semplici storici. […] spregiudicati ed imparziali: lupi in veste di agnelli”.


A-Visione provvidenziale: alle volte alle spalle vi è una visione per cui un certo popolo diventa l’eletto da un dio, con una missione messianica di conquista del mondo, per la sua supremazia in ogni campo. Vi è il convincimento fideistico delle elezione di un popolo su altri popoli.

“Historia vero testis temporum, Lux veritatis, Vita memoria, Magistra vitae, Nuntia vetustatis. Qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur?”(Cicerone). Non a caso l’espansione cui giunse l’impero romano fu attribuita dagli storici del tempo al volere divino, come si legge in Polibio, il quale vide come fine della storia lo stabilimento della romanitas e la diffusione della cultura romana nel mondo.

Similmente tutta la storiografia romana vive nel convincimento fideistico della elezione di un popolo su altri popoli, da parte del ‘fato’. Es: L’Eneide celebra Roma voluta dagli dei attraverso coloro che fuggono da Troia e quando Enea si trattiene a Cartagine da Didone, arriva il messaggio di Giove tramite Mercurio che gli ricorda la sua missione. “A me non tale lo promise la bella genitrice, né per questo l’ho strappato all’armi greche; bensì tal che onusta e gravida di guerre l’Italia reggerebbe, l’alta stirpe innalzando di Teucro finché il mondo alle leggi obbediente ridurrebbe!; “E se la gloria di sì grandi imprese te non infiamma, né fatica alcuna a tua lode intraprendi, guarda almeno Ascanio giovanetto e le speranze ch’egli nutre da te, qual tuo erede, a cui sono dovuti sia la terra, sia l’impero di Roma nell’Italia”.

Agostino ha una visione provvidenziale della storia: “Piacque certamente alla provvidenza divina riservare in un tempo futuro per i giusti alcuni beni, di cui non potessero godere gli uomini ingiusti, e per gli empi dei mali, con i quali non fossero colpiti gli uomini buoni; invece i beni ed i mali legati ad una condizione temporale li volle comuni ad entrambi, perché non fossero ricercati con eccessiva cupidigia quei beni che si vedono posseduti anche dai cattivi, e non fossero respinti con vergogna quei mali, da cui per lo più si trovano messi alla prova anche i buoni”. Secondo questa interpretazione, ci sono nella storia i buoni ed i cattivi ed un giudizio finale: è una storia apologetica ed educativa.
Il pensiero medioevale assegna alla storia un compito non autonomo, ma totalmente subordinato ai più alti fini dell’etica e della teologia. La storia diviene ancilla dell’una e dell’altra nel senso che attraverso di essa grazie agli esempi che essa offre si può facilmente vedere l’onnipotenza di Dio; la storia diviene provvidenziale, ammonitrice degli uomini, una magistra vitae”(F. Chabot).
Allo stesso modo fu Dio a essere chiamato in causa nel momento formativo di altri grandi imperi della storia europea. Certo risulta gratificante e di indubbia utilità, la convinzione etnocentrica di avere Dio schierato dalla propria parte in qualità di popolo eletto, o meglio autoelettosi. Tale convinzione manifesta una considerazione paganeggiante del divino: Dio, non troppo dissimile dagli uomini quanto a forme e sentimenti, cala pesantemente nella storia decidendo le sorti dei popoli. Appare nella sua evidenza che l’attribuzione al divino di finalità storiche strategicamente disparate ha sempre giustificato, e ciò è grave, una categoria ben definita: i vincitori. Il vincitore, raggiunto il potere, trova una copertura ideologica ad alta credibilità agli occhi di un popolo religioso o superstizioso e ignorante. Sono i vincitori che scrivono i libri di storia.

Nella storia occidentale troviamo espressioni che denunciano convinzioni religiose tradizionali in cui l’uomo è legato fortemente alle realizzazioni umane; e così l’impero creatosi dopo la caduta di Roma, assume il titolo di “sacro”: “Sacro romano impero”, e alcuni re si firmano “Re per grazia e volere di Dio”. Quando addirittura molte guerre, anche recenti, sono state fatte e lo sono in nome di un dio, una specie di guerra santa. E così si arriva all’assurdo che i nemici abbiano in comune lo stesso Dio e lo invochino con “preghiere di guerra”, in cui ambedue chiedono di essere protetti dal nemico e di poter ottenere la vittoria. E andando in guerra alcuni eserciti abbiano stampato sulle divise dei soldati: “Dio è con noi”.

Se si esaminassero i testi di molti inni nazionali, troveremmo molte espressioni in cui Dio viene tirato dentro per giustificare azioni umane. “Che schiava di Roma Iddio la creò”
B-Fine etnocentrico. E’ il fenomeno sociale ricorrente e si riferisce alla concezione per cui il proprio gruppo è al centro di ogni cosa e tutti gli altri sono valutati e classificati in rapporto ad esso. Nell’ambito delle scienze sociali con etnocentrismo si intende generalmente un atteggiamento per cui i valori derivati dal proprio contesto culturale vengono acriticamente applicati ad altri contesti culturali in cui sono operativi valori diversi; l’atteggiamento, in alcune sue forme, può essere considerato parallelo all’egocentrismo del pensiero infantile descritto e analizzato da Piaget. Es. Le varie creazioni del mondo, fra gli indiani d’America.

Un mito degli indiani ceroki racconta che il Grande Spirito creatore del mondo, volendo creare gli uomini, fabbricò tre statuette di argilla e le introdusse nel forno per cuocerle. La prima estratta troppo presto dal forno, era bianca e mal cotta: da essa deriva l’uomo bianco. Quando uscì la seconda, era di giusta cottura, di color rosso: da essa provengono gli indiani. Per dimenticanza il Grande Spirito estrasse troppo tardi la terza, che risultò troppo cotta e di tinta nera: da essa nasceva la stirpe dei neri. Così furono create le tre razze abitanti in America: ma quella bianca e quella nera portarono fin dalle origini il marchio dell’imperfezione, mentre la stirpe indiana si presenta come l’unica giusta e perfetta”21

Non si può parlare di etnocentrismo come di un fenomeno unitario e semplice. Esso abbraccia una quantità di atteggiamenti di carattere pratico, speculativo, espressivo, e a livello individuale e collettivo, estremamente eterogenei, riscontrabili nelle gradazioni più varie, in diverse società e nei più disparati momenti del loro sviluppo storico. Gli atteggiamenti che si chiamano etnocentrici riguardano rapporti a livello emotivo e psicologico, valutativo, intellettuale, morale, comportamentale fra individui appartenenti ad un aggruppamento e individui membri d’un altro aggruppamento considerato, dai primi “altro”, “diverso” e perciò stesso considerato come “inferiore”. Questo secondo gruppo può essere un’etnia estranea a quella del primo – bianco rispetto al nero e viceversa, greco rispetto allo straniero e viceversa, l’europeo verso lo zingaro e viceversa – ma anche della medesima etnia di distinta classe sociale o casta o clan - il cittadino verso il contadino, il settentrionale verso il meridionale e viceversa, lo hutu verso il tutsi ecc. Dunque la nozione di etnocentrismo non è facilmente dissociabile da quella di pregiudizio volta a volta etnico, sociale, culturale, religioso, sessuale22.

Come categoria percettivo-conoscitiva l’etnocentrismo ha una sua base psicologica inerente alla natura dell’uomo come animale sociale. E’ inevitabile per l’uomo, nella sua percezione del mondo, partire da parametri determinati e delimitati sia dal proprio io individuale, con le sue peculiari connotazioni fisiche, fisiologiche e psicologiche, sia dall’ambiente sociale e culturale specifico, con ruoli determinati in rapporto ad aggruppamenti quali famiglia, parentela, classe d’età, classe sociale, casta, tribù, etnia, nazione ecc., sia infine dalla sua natura generica come esponente del genere umano. Dunque l’etnocentrismo nella sua accezione naturale indica un generico, istintuale bisogno dell’uomo, di garantirsi una identità sociale, come membro di uno o più aggruppamenti (di classe, di casta, di gruppo, tribale, etnica, nazionale ecc.) tanto quanto l’egocentrismo nella sua accezione neutrale si riferisce al bisogno di un’identità individuale specifica, e l’antropocentrismo a quello di un’identità umana in senso universale. Quando l’etnocentrismo assume le funzioni di ideologia, ossia di falsa coscienza imposta da classi e gruppi al potere, con il passaggio da generica e spontanea attitudine irriflessa, a ideologia etero diretta, l’etnocentrismo diventa un’idea forza che riempie cuore e cervello e spinge a tradurre la propria coscienza in opere d’azione organizzata (nazionalismo): la difesa dell’identità propria diventa inevitabilmente aggressione dell’identità, ritenuta contrapposta, dell’altrui gruppo23.


C-Fine patriottico, partitico, moralistico. L’insegnamento storico è stato usato per inculcare nelle generazioni il sentimento patriottico e una visione politica: Figlio obbediente, suddito fedele, cristiano pio, soldato eroe, fascista perfetto, comunista …

La storia, da quando si è diffusa la scuola per tutti, è diventata uno strumento importante per inculcare nelle generazioni il sentimento patriottico e una certa visione politica di parte. E’ stata usata per trasmettere l’idea di un’Italia (e così per gli altro stati) in continuo progresso (dalle società segrete ai moti carbonari, dalle guerre d’indipendenza all’irredentismo, fino alle guerre di espansione coloniale).

Non solo la storia: tutta la scuola e il contesto territoriale, soprattutto in epoca passata, erano volti a inculcare una certa formazione negli alunni, un modello prestabilito (figlio obbediente, suddito fedele, cristiano pio, soldato eroe fascista perfetto).

E’ nota l’analisi di parecchi studiosi che si sono interessati di educazione politica sull’enorme importanza della scuola nel plasmare, orientare e indirizzare la personalità degli allievi. Tale influenza si dà per scontata, sotto la spinta anche di ricerche di carattere sociologico come ad esempio dei saggi di L. Althusser e M. Tescher in Scuola, potere ed ideologia, le ricerche di M. Barbagli, Le vestali della classe media (insegnanti catena di trasmissione di una visione da classe media), l’apporto di V. Cesareo in Sociologia dell’educazione.

L. Althusser si colloca in una gruppo di interpretazioni di posizione neo-marxista; lo stato capitalista abbraccerebbe, secondo la sua visione, due gruppi di istituzioni, uno che costituirebbe l’apparato repressivo e comprenderebbe organismi come il governo, l’amministrazione, l’esercito, la polizia, i tribunali e le prigioni; l’altro che sarebbe formato dai cosiddetti apparati ideologici, come la famiglia, la scuola, i mass-media, a cui sarebbe delegata la funzione di trasmettere l’ideologia delle classi dominanti. Gli apparti dominanti hanno lo scopo di far accogliere come naturali e giuste le strutture capitalistiche.

Il sistema scolastico è l’apparato ideologico che svolge il ruolo centrale, “nella riproduzione dei rapporti di produzione” e cioè nel far accettare da parte delle nuove generazioni l’attuale distribuzione del potere. La scuola prende i bambini di tutte le classi sociali a partire dalla materna e con metodi nuovi e vecchi inculca loro, per anni dei savoir faire rivestiti dell’ideologia dominante. Infatti la scuola dispone dei ragazzi per 8-10 anni, per 5-6 giorni su sette, per 5-8 ore al giorno e trasmette loro competenze tecniche imbevute dell’ideologia dominante. Finito l’obbligo scolastico viene assegnata agli studenti una posizione nella società corrispondente allo status socioeconomico delle rispettive famiglie e la scuola fornisce loro un’ideologia che confà al loro ruolo: “La Chiesa è stata sostituita oggigiorno con la scuola nel ruolo di apparato ideologico dominante di stato. Si accompagna alla famiglia, proprio come un tempo la Chiesa si accompagnava alla famiglia” (L. Althusser, Ideologia ed apparti ideologici di stato, in M. Barbagli a cura di, Scuola, potere e ideologia, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 33).


Come afferma Lucien Laberthonnière24 l’educazione tuttavia non può essere neutra, come affermavano alcuen correnti culturali di inizio Novecento, poiché “l’idea che ci si fa dell’educazione e dell’ufficio di educatore dipende evidentemente dall’idea che ci si fa dell’uomo e della sua destinazione. A seconda che si ammetta infatti che l’uomo è questo o quello, che deve essere questo o quest’altro, non si può non seguire – che voglia rimanere coerente a se stesso – una diversa forma, quando si tratta di lavorare alla formazione degli uomini. D’altra parte anche i procedimenti che si adoperano nell’educare i fanciulli, l’intenzione da cui si è animati e l’orientamento che si dà loro, implicano sempre – anche se non se ne avesse coscienza – almeno implicitamente, un concetto dell’uomo e della sua destinazione”.
L’insegnamento della storia dall’Ottocento ai giorni nostri, e in modo particolare nella scuola dell’obbligo, ha contribuito a cementare il sentimento della nostra identità storica inserita nel quadro nazionale. Anche nei programmi delle scuole europee, tra le finalità dell’insegnamento della storia, troviamo la trasmissione dei valori del passato: eroi, avvenimenti e conquiste territoriali vengono presentati in vista della coesione di un popolo.
Secondo Luigi


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