Cos’E’ IL multiculturalismo



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26.01.2018
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Introduzione

Nell’affrontare il lavoro che segue, sono partita constatando un dato: viviamo ormai in una società multiculturale, anche in Italia, anche a Bologna.

Nel giro di pochi anni la nostra città (e con nostra intendo di tutti coloro che la abitano) ha cambiato aspetto: l’impatto visivo è differente, basta passeggiare per le vie del Centro, zona universitaria ma non solo, per verificarlo: gente di ogni provenienza condivide gli stessi spazi interagendo nei vari ambiti quotidiani. Uno degli esempi più evidenti è quello della conduzione di esercizi commerciali: a gestori autoctoni si stanno via via sostituendo gestori etnici, quantomeno nell’aspetto1.

Altra “palestra” di interazione e integrazione quotidiana sono le scuole dove i bambini per primi, tutti, cominciano a sperimentare una convivenza da sempre con la diversità dell’ altro.

Questa diversità dà origine a varie questioni poiché, oltre ad essere potenziale fonte di arricchimento reciproco, al contempo è potenziale fonte di divisioni. Una domanda chiave in questo senso rimane: quanta diversità può sopportare una società ?

Nelle società contemporanee sempre più spesso maggioranza e minoranze si scontrano su problemi legati ai diritti delle minoranze: diritti linguistici, rivendicazioni territoriali, rappresentanza politica, programmi educativi differenziati, politiche per l’immigrazione, naturalizzazione e suoi contenuti.

La grande sfida per le democrazie contemporanee? Parrebbe il trovare soluzioni, eticamente accettabili e politicamente praticabili, che consentano una pacifica convivenza. L’immigrazione, anche in Italia, anche a Bologna, è diventata stanziale e coinvolge l’intero nucleo famigliare: con i ricongiungimenti si sta affacciando nelle scuole una giovane seconda generazione, nata in Italia o quasi (arrivati piccolissimi). Si evidenziano e si evidenzieranno sempre più nel prossimo futuro, problemi pratici con cui confrontarci e a cui dare quelle risposte eticamente giustificabili e politicamente praticabili che i tempi richiedono.

Cosa questo possa significare nella pratica apre però tutta una serie di problemi legati all’interpretazione di ciò che chiamiamo società multiculturale che analizzerò nel capitolo primo: cos’è il multiculturalismo, le sue voci, di ciò che intendiamo con integrazione che è diverso da assimilazione (problema affrontato nell’ultimo paragrafo del primo capitolo). Cercheremo insomma di capire se esista un limite alla tolleranza e, se si, come sia possibile giustificarlo teoricamente: questo genere di domande è finalizzato ad interpretare la presenza islamica da un punto di vista multiculturale: cosa significa, ed è possibile, vivere con l’islam? E ancora cosa dicono i musulmani europei? A questo tipo di interrogativi è dedicato il secondo capitolo. Qui, dopo aver analizzato quali siano le richieste concrete delle associazioni islamiche italiane, si cercherà di capire se esista una loro pratica ed immediata realizzabilità.

Nella seconda parte, di ricerca sul campo, l’attenzione si rivolge alla realtà locale: l’area bolognese. Qui, dopo aver inquadrato in modo generale quali siano le tipologie di interventi e quali le linee guida che Regione, Provincia e Comuni seguono in materia di immigrazione, il focus si restringe su due esperienze specifiche. La prima, nel terzo capitolo, riguarda la chiusura dell’ultimo CPA (Centro di prima accoglienza) a Bologna e vede protagonisti un gruppo di Pakistani bolognesi. Ricostruire la storia di quest’ultimo CPA ci permette di capire come, quando e perchè nascono, come si trasformano e cosa diventano i CPA delle origini. Nel fare questo la vicenda si intreccia con la storia delle persone che, nel nostro caso, rappresentano quella parte della comunità pakistana bolognese che dal Centro di via Guelfa si è recentemente trasferita nella nuova residenza sociale temporanea2 di via Pallavicini 12, di fronte alla Moschea ed al Centro di Cultura Islamica.

La casa dunque, uno dei problemi centrali se si vuole parlare di integrazione e che resta ancora uno dei nodi più problematici da sciogliere.

Infine, nell’ultimo capitolo, verrà analizzata la seconda esperienza: il caso del cimitero islamico bolognese, nato all’inizio del 2004.

Nel quadro della comprensione teorico-pratica della comunità islamica residente nel nostro territorio, già l’Osservatorio delle Immigrazioni della Provincia di Bologna3 ha condotto varie ricerche alle quali la mia storia del cimitero islamico di Bologna, si va ad aggiungere, nello sforzo di comprendere, per una pratica possibile.

Questo lavoro, goccia nel mare, vuole essere un contributo ulteriore per poter affrontare per tempo i problemi o almeno per comprenderli meglio, cercando di evitare che si trasformino in fonte di potenziali conflitti futuri.

La presenza islamica dunque, perché questa scelta? Forse il senso eroico, o romantico, nell’affrontare una sfida nella sfida: nel quadro generale dei problemi relativi alla convivenza delle diversità, la diversità (quella islamica) proposta come irriducibile, inconciliabile, non integrabile: questo spesso è l’islam nelle rappresentazioni collettive, ma è davvero così ?

E’ indubbio che differenze culturali esistano ma, qual è il limite dell’inconciliabilità resta un terreno scivoloso: come agiscono, cosa fanno i nostri islamici? Come nodo centrale si pone il problema dell’identità, per dirla con gli antropologi: l’identità è natura o cultura? Etnia , religione, tradizione sono tutti importanti aspetti coinvolti nel passaggio da uno status di maggioranza (vissuto nei paesi d’origine: la dimensione della normalità) a quello di minoranza (vissuto nei nuovi paesi: la dimensione della diversità) che tutte le comunità minoritarie, anche quella islamica, vivono nei Paesi mete d’immigrazione. Cos’è l’identità ma anche cos’è l’etnia, cos’è la religione, cos’è la cultura….facendo attenzione alla duplice natura di questi concetti: punti di partenza certamente, ma non punti fissi ed immutabili, piuttosto flessibili nel tempo e nello spazio, certo con loro tempi e modi e proprio per questo l’importanza del contesto nel favorire-ostacolare l’interazione tra diversi stili di vita. Ad ogni modo e comunque sia, l’interazione prima o poi, produce cambiamenti: fa parte della sua natura. Ma in che direzione va il cambiamento? E ancora: riusciremo a governarlo sfruttandone le potenzialità di arricchimento reciproco? Questo è il leitmotiv, a volte sotteso, a volte espresso di questo lavoro.

1. Cos’è il multiculturalismo?


Una definizione di società plurietnica o pluralistica, ma potremmo dire multiculturale, è quella proposta dal Dizionario di antropologia curato da Ugo Fabietti e Francesco Remotti dove “(la) società pluralistica (è) intesa come contesto di incontro e interazione continuata tra individui appartenenti a tradizioni culturali distinte4”.

Oggi la maggior parte dei Paesi è caratterizzata da diversità culturale: sono davvero pochi gli Stati nel mondo in cui si può dire che i cittadini condividano la stessa lingua, religione, cultura; e l’Italia non fa eccezione.


Il termine multiculturalismo, riferito a queste caratteristiche delle società contemporanee, ha origini recenti e viene utilizzato per la prima volta negli Stati Uniti. E dagli Stati Uniti, patria storica della società multiculturale, parte il dibattito teorico, che investe più tardi anche l’Europa5.

Nell’America del Nord ed in Europa il dibattito sul multiculturalismo scaturisce da matrici in parte diverse. Nel primo caso infatti tutto inizia dalla lotta per i diritti civili degli afroamericani (anni ’60) e da quelle per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza differenziati per le minoranze etnico-culturali del Canada, poi coinvolgerà molti altri ambiti: donne, omosessuali, disabili, gruppi etnici, religiosi, culturali: insomma le minoranze svantaggiate di ogni tipo.

Nel secondo caso (Europa) invece, il discorso sul multiculturalismo si sviluppa soprattutto come corollario delle conseguenze prodotte dai flussi migratori, dalle ex colonie prima, poi dai Paesi più poveri. L’immigrazione verso l’Europa dei poveri del mondo è considerata la causa sia dei crescenti problemi sociali, sia della crescente diversità culturale, con i relativi problemi di convivenza che questa comporta. Ma un dato ormai caratterizza anche i Paesi dell’Unione: siamo società multiculturali6

Ma seguiamo il dibattito teorico, al fine di metterne a fuoco la spendibilità pratica e rispondere alla domanda: cosa significa vivere in una società multiculturale?

Questa domanda apre interrogativi ed interpretazioni, anche all’interno del pensiero liberale, che danno corpo a posizioni diverse, paradossalmente inconciliabili, poichè tutte tese a realizzare l’eguaglianza: vivere insieme da eguali, quindi, ma come? Seguendo quali percorsi teorici e attraverso quali strumenti pratici? Ossia: diritti individuali o collettivi, stato neutro o interventista?

Al centro di questi interrogativi, quindi al centro del dibattito sul multiculturalismo, si colloca la disputa sull’opportunità o meno di riconoscere diritti collettivi, che oppone i cosiddetti “comunitari” (come Taylor) ai liberali “classici”, sostenitori invece dei soli diritti individuali (ad esempio Habermas, vedi pagine seguenti) come strumento idoneo a garantire l’eguaglianza.

In mezzo a queste due posizioni possiamo poi individuare una sorta di terza via ( quella di Kymlicka) che, nel tentativo di conciliare diritti individuali e collettivi, distingue tre diverse forme di diritti differenziati in funzione dell’ appartenenza di gruppo diritti di autogoverno; diritti polietnici e diritti di rappresentanza speciale7.

Una questione di diritti, dunque e di garanzie degli stessi nella direzione di un’eguaglianza sostanziale: questione tipicamente liberale.


Charles Taylor8

Partiamo, nel tentativo di comprendere cosa significhi una prassi multiculturale e seguendo le principali posizioni della dottrina nel merito, dalla riflessione di Charles Taylor che mette al centro della questione multiculturale il problema del riconoscimento. Egli nota come il bisogno di riconoscimento, con la questione dell’identità al centro, stia alla base di molte rivendicazioni espresse dai gruppi minoritari. Un mancato riconoscimento d’identità può danneggiare l’individuo, può azzerare la sua autostima e produrre un’immagine umiliante e interiorizzata di sé. Ma, come sottolinea Taylor, ricordiamoci sempre che l’identità è dialogica: non la costruiamo stando in isolamento ma interagendo con l’altro. Cosa significa quindi riconoscere l’identità nella sfera pubblica? Realizzare l’uguaglianza di rispetto, dice Taylor. Ma, continua, questo riconoscimento può essere realizzato in due modi che, pur basandosi sul medesimo principio, quello di eguaglianza, entrano in conflitto nella pratica: il modello degli uguali diritti agli individui (civili, politici poi sociali) ed il modello della politica della differenza cioè dei diritti differenziati che, riconoscendo la diversità, realizzino l’eguaglianza, ed è questo il modello che Taylor preferisce.

Nel primo caso il modello di riferimento di Stato è quello dello “stato cieco alle differenze”, che potremo chiamare anche stato neutrale9, che però ignora, secondo i sostenitori della politica delle differenze, proprio quelle diversità che proclama di tutelare attraverso la sua cieca-neutralità, finendo per assimilare la differenza all’idea dominante: lo stato cieco non è quindi affatto neutrale, come pretenderebbe di essere, poiché riproduce e tutela solo i valori dominanti.

In altre parole: tende ad omologare10.

L’uguale rispetto può quindi tradursi in due modalità della politica: quella che impone la cecità-neutralità dello Stato alle differenze e che, come sostenuto sopra, comporta il rischio di omologazione, oppure la versione dello Stato aperto alle differenze dove ugual rispetto significa preservare e coltivare le differenze culturali. (O, per dirla con Habermas, il Lideralismo 2 di Taylor11)

Un liberalismo riferito solo agli uguali diritti può essere quindi accusato di essere omologante, secondo Taylor, laddove applichi il “pacchetto dei diritti” in modo indifferenziato senza tener conto dei diversi contesti culturali.

Questa è quella che Taylor chiama la “rigidezza del liberalismo procedurale” che, a suo avviso, nel tempo può diventare impraticabile12. Infatti questo modello “tiene ferma un’applicazione uniforme delle regole che definiscono i diritti (individuali e indifferenziati) e vede con sospetto i fini collettivi13”: per questo è definito “inospitale verso la differenza” poiché nei fatti non dà risposta a ciò che realmente vogliono i membri delle minoranze: la sopravvivenza e la conservazione della propria cultura, che è un fine collettivo, non individuale. Questa la critica di Taylor che preferisce invece una interpretazione del liberalismo che lui chiama “più ospitale alla differenza”.

Nel descrivere il suo modello, Taylor chiarisce la distinzione tra diritti fondamentali, inviolabili e che devono essere garantiti fino a diventare “inattaccabili”, e privilegi ed immunità, importanti ma che possono essere limitati o revocati per ragioni motivate di politica pubblica. Questa è una valutazione fondamentale e preliminare per poter decidere quali richieste siano ammissibili e quali no.

In questa forma di liberalismo più ospitale esisterebbe cioè la disposizione “a confrontare il peso relativo di certi tipi di trattamento uniforme e della sopravvivenza culturale, e a volte ad optare per la seconda.14

Una valutazione che avviene di volta in volta e che implica anche giudizi di valore poiché si tratta di valutazioni relative al bene.

Questo modello non è quindi un “modello (puramente) procedurale di liberalismo, ma si affida moltissimo a delle valutazioni del bene della vita- valutazioni nelle quali l’integrità delle culture ha un posto importante”15.

Riconoscere l’identità culturale, quindi, e l’uguale rispetto a tutte le culture tradizionali proteggendole, se necessario.

Infatti la “presunzione di ugual valore” è qualcosa che, come i diritti civili e politici per gli individui, dovrebbe essere data a tutte le culture tradizionali, che siano e siano state “orizzonte di significato a un gran numero di esseri umani, dai caratteri e temperamenti più diversi, per un lungo periodo di tempo-che hanno, in altre parole, dato espressione al loro senso del buono, del santo, del degno di ammirazione”, come specifica Taylor16.

Ma in realtà, continua, quello che i gruppi minoritari chiedono, va oltre la presunzione; si chiede infatti un “giudizio di ugual valore di tutte le culture”. Questa è quella che Taylor chiama la domanda inautentica di riconoscimento

poichè tali giudizi rischiano di essere perentori, inautentici ed omogeneizzanti.

Qui si apre infatti un problema rispetto al quale siamo ancora disarmati: secondo quali criteri formulare il giudizio? Se usiamo i criteri a noi familiari, e gli unici che conosciamo, rischiamo di omologare tutto ai nostri metri di giudizio. Ed un giudizio favorevole di questo tipo non sarebbe solo condiscendente, ma anche etnocentrico: finirebbe col parlar bene dell’altro perché è uguale a noi. Ed in questo senso, sembra ammonire Taylor, devono stare attenti anche i fautori della politica delle differenze poiché, “invocando implicitamente i nostri criteri come metro di giudizio di tutte le civiltà e culture, (si) può finire per rendere tutti uguali17

L’importanza del riconoscimento, dell’identità e della cultura come elementi centrali nella formazione della personalità umana e che per questa ragione deve essere riconoscimento autentico: non condiscendenza o semplice solidarietà, che sono altra cosa.

Il valore presunto di tutte le culture va quindi approfondito, in qualche modo verificato e dimostrato ed in questo senso: “quali sono i limiti morali (o i limiti alla tolleranza, si può anche dire) di una richiesta legittima di riconoscimento politico per una cultura particolare18?”

Il liberalismo è anche un “credo militante”, sostiene Taylor, deve mettere dei paletti: “noi qui facciamo così19”, può essere imbarazzante dirlo, ma è sempre necessario quando si tratta di diritti fondamentali.

Nel modello proposto, in cui l’integrità culturale ha un ruolo importante, si dovrà però trovare un modo per far si che la domanda di riconoscimento non sia inautentica ed omologante e questo presuppone “valutazioni relative al bene della vita” che non siano basate sui soli nostri criteri di giudizio e che quindi saranno possibili solo dopo che si produrrà quella auspicata “fusione degli orizzonti20”che permetterà nuove interpretazioni, nuovi criteri, nuovi giudizi.

Alla domanda21: una democrazia esclude i suoi cittadini se le loro identità diverse non possono essere realmente recepite dalle istituzioni? Credo che Taylor risponderebbe di si.

La necessità quindi del riconoscimento, la cui forza motrice è l’ideale della dignità umana, che va in due direzioni pratiche: la protezione dei diritti fondamentali ed individuali degli esseri umani ma anche la presa d’atto delle loro specifiche necessità in quanto membri di gruppi culturali diversi ovvero: il riconoscimento implica anche diritti collettivi e/o politica della differenza. Cosa non va tollerato? Sicuramente la violazione dei diritti fondamentali:“l’omicidio o si vieta o si permette” dice Taylor22.

Per definire il contenuto più ampio da dare alla tolleranza sembra necessario ricorrere a valutazioni relative al bene della vita: questo tipo di valutazioni è possibile farle solo con un liberalismo che sia non soltanto attento alle procedure, ma attento anche ai valori, che restano comunque da definire ed in divenire. Il problema della definizione dei valori di riferimento resta dunque aperto poiché saremo in grado di formulare un giudizio autentico solo dopo che si produrrà quella “fusione degli orizzonti”, di cui parla Taylor, che necessariamente passa attraverso lo studio ( conoscenza) dell’altro.

Taylor non propone quindi soluzioni semplici, laddove non ne esistono, un cammino ancora lungo nel quale “il valore relativo delle varie culture” potrebbe non esserci evidente ancora per molto tempo, conclude l’autore23.





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