Cosi’ la paura uccide la liberta’ Un saggio inedito di Carlo Levi, scritto durante



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28.03.2019
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COSI’ LA PAURA UCCIDE LA LIBERTA’

Un saggio inedito di Carlo Levi, scritto
durante
il confino ad Aliano, in Lucania,
e tuttora in possesso del Comune.

Prossimamente diventerà un libro
di Carlo Levi

Ci sono diversi modi di paura, infiniti quasi come gli uomini, ma essi si possono sostanzialmente ridurre a due. La paura individuale, che fa parte del carattere; la paura collettiva, che fa parte della mancanza di carattere. La prima è una piccola paura, la seconda è la grande paura, la Grande Peur. La prima non è che uno degli alterni modi di essere dell'individuo; è il contrappeso del coraggio, il compagno fedele dell'eroe. Non solo la vita, ma la letteratura e l'arte immortalano quegli eterni personaggi, quasi ombre di eroi, che servono a riportare su un livello di umanità le figure smisurate ed eroiche a cui si accompagnano. Sancho Pancha sta eternamente vicino a Don Chisciotte; Leporello trema all'ombra di Don Giovanni; Don Abbondio difende la sua debolezza al confronto dei santi. Questa paura individuale non è pericolosa e può anzi essere particolarmente amabile, poiché spesso non è che una ragionata difesa dell'individuo comune dalle stravaganze della grandezza e dai colpi del destino. In certi paesi, come a Roma, essa diventa addirittura un elemento del folclore, un grazioso carattere della maschera popolare. Io stesso frequentai a lungo un'osteria romana attratto unicamente dai racconti d'un cameriere che vantava grottescamente, nella tradizione della poesia romanesca del Belli, i propri atti di viltà nei momenti più difficili nella vita e della guerra, e il cui intercalare normale era il grido: "che paura!" espresso con un atteggiarsi del volto e un finto tremolio di tutte le membra che rendeva questa fittizia paura di attore equivalente a una sorta di eroismo. La paura collettiva, la paura di massa, è invece tutt'altra cosa poiché essa non nasce dal senso preciso della propria persona e da un desiderio naturale di difesa contro le forze ben determinate con cui essa deve fare i conti, ma nasce proprio dalla mancanza della persona, dal senso della non esistenza della propria individualità e dell'appartenenza a un qualche cosa di vago e di indeterminato: a una massa.

Questa paura collettiva è il fondamento stesso dello stato di massa e del totalitarismo. Essa proviene da una incerta coscienza che non conosce i propri limiti poiché essi non esistono; che non si rende conto della concretezza dei problemi poiché essa vive in un mondo di astrazione e di simboli. È la paura fondamentale, non eliminabile, nell'uomo che non è ancora una persona, che non riesce a raggiungere la libertà e che perciò si sente indifeso e malsicuro in un mondo nel quale l'unica vera realtà, l'unica vera sostanza è la libertà. Questa fondamentale paura della libertà ha permesso l'esistenza del fascismo, del nazismo e di tutte le altre più o meno individuate moderne tirannie. Poiché proprio sull'esistenza di questa profondissima e naturale paura è fondata la possibilità stessa delle forme totalitarie, le quali a loro volta aggravano coi loro apparati e col peso della propria spietata potenza la condizione umana da cui nasce la paura e vi aggiungono infine il terrore più specifico e determinato che nasce dalla persecuzione, dalla polizia, dai campi di concentramento, dalla sadica crudeltà, dalla guerra. Si costituisce così una specie di circolo di terrore che nasce su sé stesso, e dal quale, come abbiamo visto, è assai difficile uscire. Il mondo è passato in questi ultimi anni attraverso una delle più grandi crisi di paura collettiva che forse la storia abbia mai visto, quella storia che ci ricorda . lontane distruzioni di popoli ed emigrazioni disperate e l'attesa del millennio. Ma era da supporsi che la crisi di paura rappresentata dal fascismo e dalla guerra ci liberasse per lungo tempo da una possibile ripetizione. La guerra era incominciata in un mondo impreparato, e sulle masse indeterminate il suo solo nome aveva l'aspetto terrificante di un iddio primitivo.

Giunti così alla fine di questo sanguinoso periodo, i popoli d'Europa, e d'Italia in particolare, poterono giustamente credere di essersi liberati non soltanto dei vecchi regimi totalitari ma da ogni pericolo di totalitarismo, poiché essi avevano messo alla prova la propria capacità di essere liberi, la avevano messa alla prova nelle condizioni più difficili e drammatiche, e la prova era risultata positiva; e, in verità, abbiamo avuto da allora a oggi degli anni di libertà, sentita come un bene reale e sufficiente a far sì che tutte le difficoltà pratiche, la mancanza di merci e ricchezze, le distruzioni e le rovine non impedissero la rinascita del paese e il suo umano senso di felicità. Che cos' è allora questa nuova ondata di paura che pare spargersi sul mondo? E che inaspettatamente accomuna i vinti e i vincitori di ieri? Se apriamo dei giornali noi vediamo grandi titoli campeggiare: Timori di guerra, Paura di colpi di stato, Terrore in oriente, Pericolo del comunismo. Spavento della politi- ca imperialistica, e così via. Se questi timori non fossero che la naturale preoccupazione degli uomini politici e degli uomini comuni di fronte ai pericoli connaturati con lotta tra grandi potenze, con la contesa per il dominio di paesi diversi, con le battaglie per la prevalenza di questa o di quella ideologia, se cioè questi timori fossero nulla più che la ragionevole reazione reale e ben determinata che non è eliminabile dalla storia, essi non sarebbero di per sé pericolosi, anzi potrebbero essere utili in quanto portino a delle sagge misure di prevenzione di difesa. Ma quello che si può realmente temere, e che sarebbe pericolosissimo, è scatenarsi di una ondata di irrazionale paura collettiva: paura che nei paesi di occidente prende la forma paralizzante del terrore sacro del comunismo (e che in oriente prende probabilmente la corrispondente forma della paura dell'imperialismo occidentale): pericolosa all'estremo perché come tutte le paure collettive essa è, di per sé, la negazione della libertà, una paura della libertà: e questo per coloro che intendono difendere i valori della libertà, è veramente il maggior pericolo. La paura collettiva toglie le armi di mano ai difensori della libertà, risospinge le persone nella massa differenziata, sostituisce alle parole e ai pensieri gli slogan, alla passione la propaganda, all'organismo l'organizzazione, agli atti coscienti e volontari le parole d'ordine: ed ecco che così quegli stessi valori che dovrebbero essere difesi sono già perduti, e il nemico è vincitore prima ancora di aver combattuto. I totalitarismi sono maestri in quest'arte che consiste nel corrompere l'avversario, nel paralizzarlo, nel sottoporlo a una specie di stato d'ipnosi: la paura è il mezzo infallibile di questa loro tecnica barbara insieme e ultra moderna.

La paura è dunque la vera arma segreta del totalitarismo, la quinta colonna che prende le città dal di dentro, in segreto, senza bisogno di sparare un colpo. Questa arma segreta era stata perfezionata all'estremo valendosi sia di una intuizione primitiva, sia dei dati più moderni della scienza psicologica e della psicoanalisi, dai fascisti e più ancora dai tedeschi. Quando Mussolini ripeteva una frase comune a tanti tiranni «non importa che mi amino, basta che mi temano», diceva, dal suo punto di vista, una profonda verità. Quanto ai tedeschi, essi fondarono sul terrore, come ognuno sa, tutto il loro potere, e poiché essi tendevano a un potere disumano e immenso, a un dominio totale del mondo e degli uomini, essi crearono un terrore altrettanto mostruoso e sconfinato, un raffinatissimo inferno. Ma in ciascuno degli uomini che seppero combatterli apparve evidente che sarebbe stato, e bastava, non aver più paura perché la potenza di quelle divise verdi si riducesse al nulla: e così avvenne. Bisogna dunque reagire da uomini liberi a questa psicosi di terrore che minaccia di impadronirsi dell'animo di tutti.

Questo non significa affatto che si debba nascondere il capo come lo struzzo di fronte a dei pericoli reali o che ci si debba barricare in un assurdo ottimismo di fronte ai problemi della coesistenza di forze e di regimi così diversi nel mondo; anzi, soltanto una analisi spietata, una sicura coscienza dei pericoli e dei problemi ci permetterà di affrontarli con sicurezza: ma è certo che una psicosi di terrore sostituirebbe a questa virile analisi un'isterica impotenza, e significherebbe non un fatto di resistenza ma un fatto di imbelle resa. Un mio amico americano di passaggio per l'Italia, uomo di estrema intelligenza e acutezza nel giudizio delle cose politiche, oltre che uno dei più attivi difensori dei valori della libertà e della democrazia, conversando con me circa due mesi or sono, all'inizio della campagna elettorale che doveva condurre alle elezioni del 18 aprile, criticava l'impostazione data dal partito cattolico da un lato, (e dal Fronte popolare dall'altro), alla campagna elettorale, proprio perché, da ambo le parti, si era fatto leva quasi soltanto sulla paura. Si era preferito agitare una indeterminata paura della reazione, del fascismo, del clericalismo, della guerra, piuttosto che proporre serenamente programmi pratici e riforme attuabili; si era risposto determinando una generica e indifferenziata paura del comunismo, inteso come fine del mondo, piuttosto che cercare di combatterlo con provvedimenti efficaci e argomenti razionali.

Non ci si era reso conto che la paura è fra tutti i sentimenti il più ambiguo e ambivalente, e determina insieme la fuga e l'attuazione; e che non sono pochi coloro che per paura del vuoto ci si buttano dentro. «Con ogni probabilità i comunisti perderanno alle elezioni, ma - mi diceva il mio amico - in un certo senso essi hanno centrato un successo, poiché sono riusciti a creare un movimento di paura intorno a sé». Così dicendo egli non faceva evidentemente una previsione sui risultati numerici delle elezioni, ma esprimeva un giudizio di indole generale, che è lo stesso che ho cercato di spiegare in questo mio articolo, e che si potrebbe esprimere così: «La paura è il contrario della libertà»,


Roma, 18 marzo 1948




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