Costituzionalismo e transizioni democratiche. L’esperienza italiana



Scaricare 205.71 Kb.
Pagina2/5
17.11.2017
Dimensione del file205.71 Kb.
1   2   3   4   5

Ma ciò che più rileva nella crisi dello Stato-Nazione è la percezione – che è sempre più evidente – del venir meno del sentimento nazionale di appartenenza identitaria nonché della perdita, da parte dello Stato nazionale, dei canali e degli strumenti di cui si avvaleva in passato (la scuola, i partiti politici nazionali e i mezzi di comunicazione di massa, ecc.) per assicurare il processo d’integrazione e di costruzione dello Stato nazionale, con un’accentuazione più o meno esasperata dei tratti localistici.

È in questo scenario, di crescente deperimento delle forme classiche della statualità, che va affermandosi – in Europa e nel mondo intero – la rinascita dei nazionalismi, che in Europa appaiono forse maggiormente osservabili in ragione degli effetti disgregativi degli assetti statuali a forma socialista, ma che risultano presenti come problema identitario anche in altre realtà statuali, come quella canadese (Québec)40 e quella spagnola (Paese Basco, ma non solo)41, per limitarci alle esperienze costituzionali maggiormente studiate.

Per concludere sui fondamenti culturali della Nazione42 – appartenenza nazionale e suoi presupposti indefettibili – pare necessario sottolineare come le risposte che se ne danno, mentre portano i politologi a valorizzare la nozione di nazione-etnos, per la cultura giuridica a rilevare è, piuttosto, quella di nazione-demos, pervenendosi alla conclusione che dei “fatti differenziali” (come quello storico, linguistico, giuridico, etnico) osservabili negli Stati unitari, in quelli federali e negli Stati unitari-composti (è il caso della Spagna, ai sensi dell’art. 2 Cost.), rilevano solo quelli costituzionalmente riconosciuti come tali, ricacciandosi nel puro ‘fatto’, giuridicamente irrilevante, ogni pretesa di autonomia, di autodeterminazione, o perfino di secessione che si fondi su tali presupposti/pretese43.

D’altra parte – pur considerando le specifiche problematiche che caratterizzano la formazione e l’evoluzione di taluni Stati (come, soprattutto, quelle di derivazione post-coloniale) – non può non osservarsi come la considerazione del solo criterio linguistico o di quello etnico, come identificativi dell’appartenenza nazionale, a fronte delle concrete modalità storiche che hanno presieduto alla formazione delle statualità moderne, appare fortemente limitativo (rispetto alle garanzie da assicurarsi da parte degli Stati democratici contemporanei)44 e perfino devastante, nel suo minare alla radice uno degli elementi costitutivi dello Stato stesso, come quello della sovranità.

A tale fine, il criterio linguistico (come, ad es., può dirsi per le problematiche dibattute in Québec ma anche nel Paese Basco, ancorché il confronto non sia pienamente legittimo rispetto ad altri criteri di analisi relativi alla specificità costituzionale dei due Paesi) non appare un criterio che, come tale, possa assurgere a fattore costitutivo esclusivo della Nazione. Anzi, come è stato già argomentato nella dottrina costituzionale, il ricorso al criterio dell’identità linguistica per fondare rivendicazioni di autodeterminazione/secessione, può perfino condurre a forme di limitazione/negazione dei diritti della persona, incompatibili con il principio di eguaglianza e con il principio democratico, fondativi del costituzionalismo moderno e contemporaneo.

Un’ultima osservazione s’impone a conclusione di queste prime riflessioni relative alle problematiche della formazione e dello sviluppo delle politiche integratici dello Stato moderno. L’analisi della maggior parte delle esperienze contemporanee porta a sottolineare come, sia in Europa (soprattutto Catalogna e Paese Basco), sia in Canada (Québec), sia nella stessa disgregazione dell'ex-Jugoslavia (a partire inizialmente dalla Slovenia) ed in generale nei Paesi post-comunisti, i movimenti nazionalistici e secessivi (che talora si tingono di evidenti contenuti razzistici, come è dato osservare di recente anche in Italia, in dichiarazioni pubbliche e concreti comportamenti istituzionali e politici della Lega Nord) e le relative rivolte antistatali (ma spesso, a ben comprendere, si tratta di mere ‘ribellioni fiscali’ o di egoismi fiscali) provengono da strati sociali e da realtà territoriali prosperose e ricche.

Ciò pone in rilievo come una delle funzioni principali dello Stato contemporaneo – quella di assicurare il principio della solidarietà nazionale mediante la fiscalità pubblica e le prestazioni amministrative nella materia dei diritti (soprattutto di quelli sociali)45 – costituisca l’oggetto principale della rivendicazione di tali forme nazionalistiche o di territorialismo secessivo (come nel caso della Lega Nord e della presunta ‘Padania’, ma omologa tendenza pare osservabile con riferimento al movimento indipendentista fiammingo, nelle rivendicazioni autonomistiche in Scozia, per il Paese Basco e la Catalogna in Spagna, per i savoiardi in Francia).

In questo scenario, pare ragionevole chiedersi se (e fino a quando) lo Stato-Nazione potrà resistere alla (pre)potente emersione degli egoismi dei gruppi e degli individualismi esasperati nonché delle 'vandee territoriali', e se la stessa concezione filosofico-istituzionale liberale46 non operi, nel nuovo contesto politico/economico/istituzionale, in modo da mettere in questione i propri prodotti (di eccellenza) – lo Stato e la Nazione – senza assicurare, al contempo, vero successo alle 'nuove' nazioni ed alla 'nuova' modellistica di forme di organizzazione del potere che ne prendono il posto.

Tutto ciò viene qui richiamato per sottolineare l’utilità di una riflessione sul passato europeo e più in generale sulla forma di Stato moderna e contemporanea, da assumere anche come parametro di comparazione per l’analisi della statualità nelle esperienze balcaniche e caucasiche della transizione post-comunista.

Ciò che si vuole assumere, così, è la necessità di un’analisi (necessariamente interdisciplinare) della trasformazione dei processi economici e sociali nonché dei suoi riflessi (più o meno mediati) sullo Stato e sull’organizzazione costituzionale dei relativi poteri, finalizzata a cogliere le acquisizioni fondamentali dello Stato e del costituzionalismo del secolo appena trascorso nonché ad interrogarsi sulle stesse prospettive di quello nuovo e sulle tendenze neoliberali e conservatrici che paiono caratterizzarlo, almeno nel dibattito politico-costituzionale della 'vecchia' e della nuova Europa.

2. La transizione costituzionale fra revisione e rottura

Le stesse modalità con le quali si è proceduto da parte della Comunità Internazionale a riportare l’ordine e la pace in alcune regioni balcaniche (soprattutto nell’ex-Jugoslavia) e caucasiche, e con essi assicurare la protezione dei diritti umani (a partire da quello alla vita), confermano l’interesse (inteso come esigenza culturale e scientifica) di avvicinarsi alle origini risalenti e recenti della controversia e del confronto/scontro (etnico, politico, religioso e militare) che ha riguardato alcuni Paesi ex-comunisti dell'Europa centro-orientale. L’approccio storico potrà risultare centrale per l’approfondimento di tale profilo; ad esso i singoli costituenti nazionali potranno utilmente attingere nella progettazione dei nuovi sistemi costituzionali, anche al fine di non incorrere nel rischio di ispirarsi a modelli di ingegneria costituzionale lontani dalla cultura e dal sistema di valori propri dei diversi popoli.

Prima di procedere oltre, è il caso (anche solo) di ricordare che omologhe problematiche, sia pure in contesti geo-politici e storici radicalmente diversi, a partire dal 1789 (per utilizzare come ideale riferimento la rivoluzione francese), sono state conosciute dagli Stati liberal-democratici nella fase di superamento dello Stato assoluto e, all’interno degli Stati moderni, al momento di definire le nuove modalità della transizione costituzionale, nell’Europa del secondo dopo-guerra, dalle forme di Stato totalitario (fascismo, nazismo, franchismo, salazarismo, ecc.) allo Stato democratico, pluralistico e sociale.

Anche gli Stati della ‘vecchia’ Europa, infatti, hanno conosciuto una loro origine ed un’evoluzione storica che ha nelle rivoluzioni borghesi (del ‘600 e del ‘700) il riscontro storico e giuridico della loro discontinuità rispetto alle esperienze nazionali e statuali previgenti, caratterizzate, talora, da una pluristatualità e/o da una plurinazionalità e, talaltra (molto più raramente), da una sola statualità, per quanto concerne le basi sociali dello Stato e la forma assoluta dello stesso (più o meno illuminata, per quanto concerne l’assetto dei pubblici poteri ed i rapporti con gli individui).

Gli Stati europei hanno conosciuto una ridefinizione dei propri confini a seguito di eventi bellici; hanno sperimentato, come è avvenuto per il caso italiano, una formazione di tipo militare e diplomatico (pur in un contesto culturale nel quale l’ideale unitario costituiva un obiettivo atteso e/o propugnato politicamente fin dal periodo storico del ‘Risorgimento’, a partire dalla metà dell’’800)47; hanno registrato, con l’affermazione del processo di democratizzazione, una capacità di composizione, all’interno dell’unità statale, del pluralismo di nazioni e di territori, talora retti da ordinamenti risalenti e da differenziate statualità (è il caso spagnolo secondo la Costituzione del 1978).

Per tali ragioni, il tema che si vuole ora affrontare riguarda meno la ricerca delle ragioni del fallimento di un dato modello storico di Stato – quello socialista per come conosciuto nell’esperienza ex-jugoslava, in quella dell’ex-URSS e nello stesso caso polacco48 e negli altri Stati ex-socialisti dell'Europa centro-orientale – della sua ‘liquefazione’/disgregazione, e molto più quello che porta ad interrogarsi sulle ragioni di successo e sulle relative modalità di affermazione della capacità di integrazione della forma di Stato democratico, pur nella sua ancora recente esperienza (tali essendo due secoli di statualità democratica se comparati con la storia millenaria delle forme del potere politico).

Si vuole dire cioè che, mentre per lo storico o il politologo potrebbero perfino apparire irrilevanti le finalità perseguite dallo Stato ai fini della soluzione delle problematiche poste dalla transizione costituzionale, per il costituzionalista l’inquadramento storico-giuridico delle forme di Stato (moderne e contemporanee) comporta che il passaggio dall’una all’altra forma di Stato non possa avvenire (e di norma non avviene) sulla base di procedure politiche o legali che si muovono all’interno della stessa legalità preesistente, imponendosi, al contrario, una necessaria espressione di volontà politica (di natura costituente) del popolo quanto alla discontinuità rispetto allo Stato preesistente ed a favore della legittimazione di un nuovo ordinamento costituzionale e/o di un nuovo Stato.

Pur essendo fortemente auspicabile, potrebbe perfino dirsi, a tal fine, che, ai fini della legittimazione della nuova forma di Stato, nella fase della transizione, non rileverebbe, in senso stretto, il perseguimento di princìpi e di finalità democratiche. A tal fine, indubbiamente, costituisce un paradosso, ma non pare potersi negare legittimità, ad. es., ad un processo costituente nel quale la volontà (informata e libera) del popolo si orientasse verso la fondazione di una forma di Stato fondata sulla negazione dei princìpi democratici o degli stessi diritti fondamentali, oppure, ancora, su una nuova forma di Stato a base religiosa (islamica, shintoista, buddista, tanto per esemplificare)49.

Per la stessa ragione, non può accogliersi l'orientamento dottrinario secondo cui la transizione costituzionale da una forma di Stato socialista ad una democratico-pluralistica possa o debba avvenire nel rispetto delle procedure di revisione costituzionale previste nei previgenti ordinamenti.

Un simile ipotesi applicata alla transizione in corso negli Stati a forma socialista porta a concludere che la revisione degli ordinamenti costituzionali (o la loro integrazione) in corso nell'ambito di tali Stati è condizionata alle procedure costituzionali vigenti e nel rispetto delle relative maggioranze previste. Ma di questa ipotesi normativa non parleremo, trattandosi di un tema interno al diritto costituzionale dei singoli Stati, che, pertanto, non rientra, in senso stretto, nell’oggetto della presente riflessione. In altri termini, cioè, altro è il cambiamento costituzionale all’interno di singoli Stati (in questa ipotesi, parliamo di revisione costituzionale), che deve ricondursi alle regole costituzionali che la disciplinano, altro è il cambiamento della forma di Stato, nella quale il ‘fatto’ politico (rivoluzionario, guerra civile o altro) costituisce la premessa storica di discontinuità politica che, a partire dal successo del ‘fatto’ medesimo (in termini di consenso popolare sulle finalità del nuovo ordinamento ed eventualmente del nuovo Stato), fondano una nuova legittimazione democratico-costituzionale e/o la legittimazione di un nuovo Stato.

Il costituzionalista inizia ad occuparsi di tale tema dal momento in cui un pronunciamento popolare inequivoco, fondato su votazioni informate e libere, legittima l’interrogativo sulle nuove regole assolutamente necessarie da prevedersi al fine di poter regolare e strutturare la nuova forma di Stato. In tale direzione si muovono istituti come i referendum istituzionali (fra forme di Stato alternative, come ad es. fra Monarchia e Repubblica), gli stessi plebisciti (pur essendo fortemente ambigui nella loro espressione), ma soprattutto le assemblee costituenti fondate su libere elezioni e su un pluralismo politico-partitico, che ne costituisce, nella teoria costituzionale, elemento assolutamente indefettibile (almeno storicamente, ancorché non necessariamente sotto il profilo teorico-dogmatico).

Tuttavia, prima di procedere su questa linea analitica, occorre ancora soffermarsi a riflettere sull’utilità metodologica di un metodo interdisciplinare per analizzare la fase precostituente all’origine della discontinuità degli ordinamenti statuali e costituzionali.



2.1. Metodologia di analisi, procedimenti costituenti e formazione di nuovi ordinamenti costituzionali

A questo fine, un’analisi capace di scendere più nel profondo del tema impone uno sforzo interdisciplinare, nel quale l’approccio metodologico del gius-comparatista può utilmente integrarsi (nel senso che ne mutua i risultati) con quello dello storico, dello scienziato politico e dello storico del pensiero politico. Una simile lettura pluridisciplinare, infatti, può offrire un utile contributo di conoscenza all’analisi dell’evoluzione in corso nello Stato contemporaneo, attraversato com’è, nella ‘vecchia’ Europa, da un significativo processo di devoluzione (verso l’alto e verso il basso) di quote rilevanti della propria sovranità (in campo economico, politico, militare), mentre nell’Europa balcanica e caucasica da un processo di ‘modernizzazione autoritaria’ che, dopo il “crollo del muro”, si coniuga, esaltandole e cercando di trarne legittimazione, con formule di nazionalismo etnicistico, che lo Stato socialista era riuscito a sopire/reprimere e che ora si riespandono (troppo spesso) con modalità che lo rendono inadeguato rispetto alle stesse tendenze, in atto a livello planetario, all’integrazione fra mercati e Stati (c.d. globalizzazione)50, rendendo perfino complesso e difficile lo stesso percorso (qualora desiderato) verso l’integrazione nell’Unione Europea.

Nelle esperienze statuali che stanno sperimentando la transizione alla democrazia dopo il crollo dell’esperienza statuale socialista, tale tema assume una centralità che si accompagna alle forme ed all’intensità dello stesso processo democratico, imponendo uno studio (assolutamente centrale anche per il costituzionalista) circa i rapporti fra modelli costituzionali (potenzialmente molteplici) e sistemi politici, dal momento che la complessità del processo di attuazione democratica delle nuove forme costituzionali – che è affidata appunto alle forze politiche in posizione dominante nelle nuove assemblee rappresentative51 – può disattendere o rendere, perfino, ineffettivi i princìpi fondamentali cui s’ispirano i nuovi ordinamenti e/o i nuovi Stati.

Tale riflessione, così, porta ad aggiungere, nelle analisi delle transizioni democratiche, l’esigenza di inquadramento teorico del nuovo assetto dei partiti politici che, soprattutto, nelle transizioni degli Stati a forma socialista, appare ancora debole ed incerto, in quanto l’esperienza del pluripartitismo appare per molti profili integrato e confuso a causa della presenza di un ceto politico-partitico proveniente in grande misura dalla previgente statualità socialista, dalla logica pervasiva e dalla prevalenza assoluta del partito unico e del metodo del centralismo democratico nel processo di assunzione delle decisioni politiche che connotava, politicamente e costituzionalmente, il previgente ordinamento politico-costituzionale.

Analogamente agli esiti registrati nell’esperienza politico-costituzionale della transizione democratica europea del secondo dopo-guerra, dopo l’abbattimento dei regimi totalitari, pertanto, risulta necessario sottolineare come in ogni processo di transizione democratica il tempo (ed il cambiamento culturale e politico) svolgono una funzione maieutica fondamentale. Per tale ragione – come sta dimostrando la stessa esperienza di transizione nei Paesi dell’Europa centro-orientale – le transizioni democratiche non costituiscono mai un fenomeno puntuale, dal momento che il loro sviluppo è appunto di tipo graduale, evolutivo, potendo protrarsi per anni prima di un definitivo approdo alla democrazia pluralista.

In tale ottica, s’impone di considerare come in ogni processo costituente fondativo di un nuovo ordinamento costituzionale (e/o di un nuovo Stato) risultano presenti, sia pure con contenuti differenziati, ‘costituzioni provvisorie’52 che anticipano e sperimentano, nei loro connotati fondamentali, i princìpi organizzatori e quelli finalistici propri del nuovo ordinamento costituzionale che si vogliono adottare con assemblee costituenti o con referendum costituzionali.

La transizione in molti Stati a 'democrazia socialista' evidenzia, sotto tale profilo, un ritardo aggiuntivo, nel senso che la transizione avviene in gran parte utilizzando gli ordinamenti costituzionali della previgente forma di Stato (socialista), talora revisionati senza il rispetto delle esigenze teorico-costituzionali della discontinuità di cui già si è detto, evidenziando, in tal modo, null’altro che l’avvio di un processo di transizione costituzionale verso nuovi ordinamenti costituzionali (e/o nuove forme di Stato), che, anche per tale ragione, rinviano, spesso, a processi di 'trasfomazione' più che a vere e proprie 'transizioni' costituzionali. Al momento, pertanto, pare legittimo ipotizzare l’incertezza del loro esito finale, cioè la loro capacità a conformarsi alle classiche esigenze dogmatiche imposte dal principio di separazione dei poteri e da quello democratico. Ma queste osservazioni riguardano più lo storico ed il politologo, dovendo il costituzionalista limitarsi a trattare i soli profili giuridico-ordinamentali della questione evocata.

3. Dagli Stati totalitari agli Stati democratici: la transizione fra scienza giuridica e rottura costituzionale

3.1. Rapporti fra partito e Stato nel regime fascista: il contributo della scienza giuridica; in particolare la teoria dello Stato totalitario rappresentativo (alcuni cenni)

Prima di affrontare il tema della transizione italiana dallo Stato totalitario a quello democratico-repubblicano, occorre soffermarsi sulle specificità che ne hanno connotato l'origine e la stessa caratterizzazione politico-giuridica. Ciò anche in ragione del peculiare rapporto registrato all'interno di tale esperienza autoritaria fra Partito Nazionale Fascista – quale vera e propria "costituzione materiale" del Paese nell'era fascista53 – e istituzioni politico-costituzionali. A tal fine, un profilo pare importante da premettere, in quanto si dimostra capace, al contempo, di fare da trait d'union fra le problematiche istituzionali del fascismo con quelle, a monte, delle istituzioni statutarie ed, a valle, delle istituzioni repubblicane. Tale profilo è dato dalle teorie giuridiche e statuali che hanno accompagnato le fasi dell'evoluzione dello Stato italiano nel corso del XX sec. Nel rifarci al tema dei rapporti Stato-società durante l'epoca fascista, non possiamo certo richiamare tutte le interpretazioni/ricostruzioni offerte dalla scienza giuridica classica. Basterà solo accennare ad alcune di esse per osservare come in tale dogmatica sia escluso teoreticamente ogni rapporto fra diritto e realtà. Quando tale metodo viene da taluni superato in dottrina, esso lo è comunque in una considerazione della realtà che è comunque parziale. La scienza giuridica si costruisce, in tale quadro, come una pura tecnica interpretativa, finendo — come si fa bene osservare — “col forzare la realtà che essa afferma di volere interpretare o descrivere in maniera del tutto neutra e coll'influire essa stessa su questa realtà”54. Il giurista non è, in questa concezione, — che potremmo definire positivista — un creatore del diritto quanto piuttosto un suo mero interprete, un sistematizzatore. Nella sua attività, egli deve escludere, cioè, ogni valutazione di merito dovendosi limitare ad una mera attività di tipo esegetico.

Una simile premessa sulla scienza giuridica appariva utile per cogliere le novità metodologiche e la stessa produttività conoscitiva delle teorie giuridiche che maggiormente hanno caratterizzato la riflessione della scienza giuridica del XX secolo; parliamo, in particolare, della teoria dell'ordinamento giuridico, di quella dell'istituzione e sopratutto della Costituzione in senso materiale. Tali teorie, singolarmente e nel loro complesso, hanno in comune di costituire una riflessione critica dell'approccio giuridico classico nel senso dell'apertura verso l'organizzazione delle forze sociali, orientata nel senso del superamento della discrasia osservata fra realtà e costruzioni teoriche della scienza giuridica classica. Tali teorie, che si sviluppano coevamente agli eventi politici della trasformazione dello ‘Stato di diritto’ nel contemporaneo ‘Stato costituzionale’, registrano, cioè, l'esigenza di aggiornare il concetto di Stato rispetto alle analisi della dottrina ottocentesca come "vera ed unica istituzione necessaria per risolvere i problemi della vita associata".

La prima di tali concezioni, dovuta a Santi Romano, superando la sacralità delle antiche definizioni, rompe “l'unità e l'unicità dello Stato e del suo diritto” proponendone una teorizzazione che li articola, più che dissolve, in una pluralità di ordinamenti, ciascuno dotato di un proprio sistema giuridico, di cui la teoria approfondisce le differenze e le relazioni rispetto all'ordinamento giuridico-Stato. Pur costituendo segno e parte di una crisi e di un ripensamento nella scienza giuridica classica, la teoria del Romano non fornisce molti elementi concreti per la valutazione delle problematiche poste al costituzionalismo dello Stato contemporaneo, nell’evoluzione che esso registra nella sua base sociale (da mono a pluri-classe). I problemi posti in tale evoluzione — a cui saprà dare adeguata attenzione la teoria del Mortati — sono dati fondamentalmente dal ruolo svolto dai partiti politici come elementi mediatori e unificatori del diritto e della politica, allo stesso modo di quanto, nelle teorie normativistiche del diritto e dello Stato, quest'ultimo costituiva l'elemento di differenziazione fra diritto e politica, fra essere e dover essere, fra scienze della natura e scienze dello spirito. Il contenuto innovativo della teoria della 'Costituzione materiale' del Mortati si caratterizza, in tale cornice dottrinaria, rispetto alla teoria del Romano, e in via generale, per il suo non limitarsi alla mera considerazione astratta dell'esistenza di organizzazioni-centri di potere politico quanto piuttosto per l'identificazione di alcuni elementi di tali centri comunitari come determinanti la natura degli stessi e come rappresentanti la 'vera Costituzione' del paese. La teoria mortatiana, che viene elaborata nella fase più avanzata del regime fascista, pone, così, il partito politico a base della ricostruzione dello Stato parlamentare, ormai in crisi nella sua articolazione-qualificazione della fase liberale.



1   2   3   4   5


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale