Critica al personalismo



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Materia umana e persona. Edith Stein e Simone Weil: una riflessione

Edith Stein e Simone Weil sono pensatrici profondamente diverse, con storie personali differenti, sebbene siano accomunate dall’essere entrambe ebree. Vivono nello stesso periodo, ma riflettono, nell’affrontare e nel risolvere problemi, diversi stili teorici perché la formazione, le modalità di approccio alle questioni e, dunque, la loro interna articolazione è assai distante per quanto entrambe mostrino una sensibilità molto spiccata nei confronti del divino che in qualche modo le porterà a esiti simili: al carmelo E. Stein, alla mistica S. Weil.

E’ possibile, tuttavia, trovare dei punti di riflessione in comune, come quello qui preso in esame, che fa emergere a catena molti altri problemi1 che richiederebbero studi ed approfondimenti ulteriori, in quanto danno adito a sempre nuove e più interessanti riflessioni su argomenti di grande rilevanza teorica.

1. Persona, sacro e materia anonima in Simone Weil

Il personalismo di E. Mounier pone alla base la persona, intesa come esistenza soggettiva incarnata, situata storicamente e costitutivamente comunitaria. E’ a partire da questa idea che esso può porsi, secondo Jean Lacroix, come successore delle filosofie dell’io perché si radica nell’esistenza e nel mondo, sì da consentire, in un’Europa in profonda crisi economica e morale, la speranza di una trasformazione profonda della società. Eppure per quanto Mounier desse alla persona unità di esistenza soggettiva e corporea e perciò esposta a se stessa, al mondo e agli altri, Simone Weil ne La persona e il sacro, un testo scritto nel 1942, durante un suo soggiorno a Londra, critica tale concetto, in quanto lo ritiene il risultato della costruzione e della costrizione del diritto, muovendosi, così in netta antitesi con E. Mounier ma anche con J. Maritain che finiscono con il rappresentare un vero e proprio bersaglio polemico. Diversamente da loro, infatti, Simone Weil assume una posizione anti-personalista in quanto, alla persona intesa come nucleo di valori inviolabili che riguardano in modo precipuo la sfera spirituale, «oppone l’essere umano nella sua totalità, nella sua interezza da intendersi letteralmente come “materia umana”»2.

La persona, per la filosofa, è una categoria astratta, il frutto di un grave errore di vocabolario che ovviamente non può che rispecchiare un grave errore di pensiero. Tale concetto, infatti, così come è stato elaborato dalla tradizione occidentale, non riesce a cogliere l’uomo nella sua interezza, in quanto astratto, non riferentesi all’uomo come essere dotato di corpo materiale e di spirito. E’ una nozione indefinibile e inconcepibile e non può rappresentare, così come avevano fatto i filosofi personalisti, ciò che vi è di sacro nell’essere umano3. S. Weil non nega che nell’uomo vi sia qualcosa di sacro, ma non ritiene che possa essere la sua persona quanto piuttosto «Lui tutt’intero. Le braccia, gli occhi, i pensieri, tutto»4, perché, a suo avviso, non si potrebbe violare niente di tutto questo, in altre parole la sua corporeità, senza provare infiniti scrupoli. Invece, se l’essere umano corrispondesse unicamente alla persona intesa come ciò che vi è di sacro in lui, si potrebbe fargli del male, cavargli gli occhi, ad esempio, perchè anche in questo modo continuerebbe ad essere persona ed a mantenere la sua inviolabile sacralità. Infatti, scrive S. Weil: «Una volta cieco, sarà una persona umana esattamente quanto lo era prima. Non avrò assolutamente colpito in lui la persona umana. Avrò soltanto distrutto i suoi occhi»5. Ciò che invece impedisce di fare questo è il pensiero che se gli si cavassero gli occhi sentirebbe un profondo dolore. Allora sede della dignità umana, per S. Weil, è la semplice materia umana, è quest’uomo semplicemente quest’uomo. Pertanto, c’è un rivendicarne la sacralità senza passare attraverso la nozione di persona, che è alla base della nostra tradizione ed è stata assunta come come regola per la morale pubblica. Le sue origini affondano le radici nella tradizione giuridica del diritto romano e in quella teologica della dottrina trinitaria per cui, secondo S. Weil, quello di persona è un concetto totalmente invischiato nelle dinamiche del potere e del diritto6. Su quest’ultimo S. Weil è molto dura in quanto ritiene che esso sia per natura dipendente dalla forza. Per queste ragioni, non si può lodare Roma per averci trasmesso tale nozione che era strettamente connessa al diritto che ogni proprietario aveva di usare e di abusare degli esseri umani7. Il diritto è, dunque, espressione di una forza che si riveste di idee, non è una caso, rileva S. Weil, che Hitler l’abbia compreso perfettamente, nel momento in cui ha rivendicato per la Germania il diritto d’essere una nazione proletaria e non riconoscendo alcuno ai popoli soggiogati se non l’ obbedienza.

L’argomento della Weil è estremamente suggestivo, interessante. Tuttavia non può che far nascere alcune questioni su cosa si debba e si possa intendere con semplice accettazione della materia umana. Essa è necessità e noi la subiamo in quanto corpi, eppure è conditio sine qua non dell’esistenza, è quel punto da cui muove tutto ciò che definamo umano . «E non vi è altra realtà quaggiù - scrive - oltre a ciò che si verifica in un luogo, in un istante. Questa necessità è la Materia, la Madre, da cui procede l’incarnazione. E’ condizione dell’esistenza. Per questo ha senso pregare la Vergine. Salve piena di grazia»8. Allora la materia è la condizione stessa dell’esistenza umana ma anche del Cristo, in quanto Egli ha avuto la necessità di incarnarsi in un corpo di donna. La materia contiene un oltre, perché è quel limite che ci fa cogliere l’illimitato, a cui si può giungere quando si comprende la creatura è non essere. «Non siamo altro che creature. E accettare di non essere altro che questo è come accettare di essere niente. L’essere che Dio ci ha dato è a nostra insaputa un non-essere. Se desideriamo il non essere, l’abbiamo. Dobbiamo rendercene conto»9. Ciò che distingue la semplice materia cosale dalla materia umana è indubbiamente il consenso che si dà alla necessità stessa e che permette anche di accettare di vivere insieme agli altri, alle cose integrandosi con il mondo10. Accettare l’altro come materia umana anonima vuol dire accoglierlo così come si dà, nel suo essere e nel suo essere semplicemente umano, ma, per fare ciò, è necessario spogliarsi di tutte quelle sovrastrutture a cui la società ci ha educati ed abituati per sentirlo nella sua semplice pienezza di materia umana. E’ un sentire questo che non si può raggiungere immediatamente, si deve già aver compiuto un’operazione su se stessi, un’operazione profonda. Bisogna aver già messo da parte il riconoscimento sociale, essersi decentrato, aver abbandonato l’io e tutte quelle pretese sociali che allontanano dall’altro, che non consentono di sentirlo in una vicinanza assoluta. Scrive, pertanto, a tal proposito S. Weil:«Accettare di essere anonimi - scrive -di essere materia umana. (Eucarestia). Rinunciare al prestigio, alla considerazione. Significa rendere testimonianza alla verità, e cioè che si è materia umana, che non si hanno diritti. Spogliarsi degli ornamenti, sopportare la nudità. Ma in che modo questo è compatibile con la vita sociale e le etichette?»11.

Alla sacralità bisogna arrivare attraverso una decostruzione dell’ego, è necessaria, forzando un po’, una conversione ad intus, bisogna rinunciare in qualche modo alla propria vita, che è una costruzione operata dalla società, dal collettivo, a cui la persona non può sottrarsi se non con uno strappo che si effettua in solitudine. Eppure tale nozione di materia anonima, per quanto suggestiva, risulta essere piuttosto contraddittoria proprio in S. Weil, la quale, in un testo sul colonialismo, afferma che: «Privando i popoli della loro tradizione, del loro passato e di conseguenza della loro anima, la colonizzazione li riduce allo stato di materia umana»12. E’ chiaro allora che questo concetto può creare qualche problema. Si comprende che il contesto sia diverso, di denuncia politica, e non di riflessione filosofica o di afflato mistico, tuttavia lo stato di materia umana denota un privare i popoli della loro libertà, della libera decisione, della loro sacralità e forse anche del loro essere persone?


2. Collettività e singolarità


Il singolo, solo ed unicamente il singolo, può giungere di fronte a se stesso, comprendere la sua nudità, il suo essere nulla e pertanto avere accesso alla verità. Tutto ciò che è socialità o collettivo è fonte di inganno, per cui «contemplare la società è una via altrettanto buona quanto quella di ritirarsi dal mondo»13. Per tale motivo Dio, secondo S. Weil, può trasformarsi in tutto: in pane in pietra, in agnello, in uomo, ma non in collettività, perché il Diavolo è il collettivo. Dio non si è assimilato mai in nessun popolo e voler dare un’etichetta divina alla socialità significa trovarsi dinanzi ad un Diavolo travestito. E’ proprio questo che nell’ Apocalisse viene indicato come bestia ed in Platone grosso animale. E’ idolatria attribuire sacralità al collettivo, perchè all’interno di essa si lotta per poter raggiungere il prestigio personale a discapito degli altri, per cui di sacro non vi è nulla.

S. Weil ritiene che sia un fatto pressocché meccanico la subordinazione del singolo alla collettività, siamo di fronte ad un rapporto di forza, lo stesso che esiste tra il grammo ed il chilogrammo. L’unica possibilità di sfuggirvi è solitudine, cosa alquanto difficile, se anche gli artisti, gli scrittori, vale a dire coloro che attraverso il prodotto artistico pensano di realizzare la propria persona, sono sottomessi al gusto del pubblico. Finanche gli scienziati sono asserviti alla moda, in quanto l’opinione degli specialisti diviene pensiero dominante per ciascuno di essi.

Una collettività è certamente più forte del singolo, ma per poter esistere necessita di operazioni che si possono compiere solo in solitudine, nella mente del singolo. Coloro che riescono a penetrare nella sfera dell’impersonale, attraverso la solitudine sono i soli in grado di sentire la responsabilità nei confronti della persona umana e di difenderne la fragilità. E sono costoro a cui deve essere rivolto l’appello al rispetto per la sacralità umana, esso, infatti, deve essere diretto solo a quanti siano in grado di comprenderlo, perché: «E’ inutile spiegare a una collettività che in ciascuna delle unità che la compongono c’è qualcosa che non deve essere violato»14. La filosofa dimentica però che la società è costituita da singoli, che forse, in quanto esseri razionali, sarebbero in grado di comprendere e capire.

La collettività non ha un’esistenza, è astratta, perché non si dà in nessun luogo un soggetto collettivo, ma allora la domanda che doveva porsi è perché sia possibile parlare di collettività, da chi è formata e quali sono le relazioni che intercorrono tra il singolo e la collettività, o massa, perché questo sarebbe il termine più adeguato. Non c’è in S. Weil una riflessione su una possibile comunità tra uomini; sicuramente l’esperienza personale in fabbrica l’ha segnata in modo profondo, così come l’esperienza dei regimi totalitari ed in modo particolare quello hitleriano, eppure non è stata in grado di uscire dalla sua persona, tematizzare la relazione con gli altri, esaminarne dinamiche e comportamenti perché l’uscita da sé è vista dalla filosofa solo come negazione di se stessi che consente di giungere al sacro e dunque all’impersonale «Ciò che è sacro, [....] è ciò che, in un essere umano, è impersonale. Tutto ciò che è impersonale nell’uomo è sacro, e soltanto quello»15. Ed il passaggio all’impersonale si attua unicamente attraverso un’attenzione di rara qualità, possibile soltanto nella solitudine. Non solo la solitudine di fatto, ma la solitudine morale. Infatti, secondo S. Weil, non si compie mai in colui che pensa se stesso come membro di una collettività, come parte di un “noi”.«Se un bambino fa l’addizione e si sbaglia - scrive - l’errore porta lo stampo della sua persona. Se procede in maniera perfettamente corretta, la sua persona è assente da tutta l’operazione. La perfezione è impersonale. La persona in noi è la parte dell’errore e del peccato. Tutto lo sforzo dei mistici è sempre stato volto a ottenere che non vi fosse più nella loro anima nessuna parte che dicesse “io”. Ma la parte dell’anima che dice “noi” è ancora infinitamente più pericolosa»16. L’essere umano cerca sempre le convenzioni sociali, le ombre, ma la società è la caverna. L’uscita è la solitudine17. Soltanto quest’ultima consente di capire come stanno le cose, di porci in relazione alla realtà, perché solo colui che uscito dalla caverna, poiché si è elevato, può rientrarvi senza il rischio di perdersi, mentre chi è sottomesso o schiacciato dalla società non può assolutamente farlo: «Relazione non commutativa tra il migliore e il meno buono»18 .

La vita sociale è contrassegnata da rapporti di oppressione perché essa si arroga dei diritti che non si riconoscono ai singoli, i quali per poter rompere con tale imposizione devono ritrarsi in solitudine C’è, senza dubbio, in S. Weil, una profonda sfiducia nei confronti della vita associata, perché in essa vi legge soprattutto ed unicamente l’asservimento della persona all’utilità e lo strenuo tentativo di spingerla a non pensare.





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