Critica della ragion pura



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26.01.2018
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GLOSSARIO DELLA CRITICA DELLA RAGION PURA
CONCETI INTRODUTTIVI
Il problema generale della «Critica della ragion pura». Il capolavoro di Kant è sostanzialmente un'analisi critica dei fondamenti del sapere. E poiché ai tempi del filosofo l'universo del sapere si articolava in scienza e metafisica, la sua ricerca prende la forma di un'indagine valutativa circa queste due attività della mente. Da ciò le quattro domande: «Com'è possibile la matematica pura?», «Com'è possibile la fisica pura?», «Com'è pos­sibile la metafisica in quanto disposizione naturale?», «Com'è possibile la metafisica come scienza?», ovvero, per rifarsi alla lezione dei Prolegomeni: «1. Com'è possibile la matematica pura? 2. Com'è possibile la scienza pura della natura? 3. Com'è possibile la metafisica in generale? 4. Com'è possibile la metafisica come scienza?».
Giudizi sintetici a priori. Secondo Kant alla base del sapere, e in particolare della scienza, vi sono taluni princìpi assoluti, ossia talune verità universali e necessarie (ad es. l'assioma «Tutto ciò che accade ha una causa»), che valgono ovunque e sempre allo stesso modo. Tali princìpi vengono denominati da Kant «giudizi sintetici a priori». Giu­dizi poiché consistono nell'aggiungere un predicato ad un soggetto; sintetici perché il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso; a priori perché essendo universali e necessari non possono derivare dall'esperienza. Infatti, «necessità e rigoro­sa universalità sono [...] i segni sicuri della conoscenza a priori e si implicano reciproca­mente in modo inscindibile». N.B. Questi giudizi, che costituiscono la spina dorsale del sapere, risultano simultaneamente fecondi (in quanto "sintetici") e universali-necessari (in quanto "a priori"). Come tali, essi si distinguono dai giudizi ana­litici a priori e dai giudizi sintetici a posteriori.
Giudizi analitici a priori. Sono quelli che vengono enunciati a priori, senza bisogno di ricorrere all'esperienza, in quanto, in essi, il predicato non fa che esplicitare, con un pro­cesso di analisi basato sul principio di non contraddizione, quanto è già implicitamente contenuto nel soggetto: ad es. «i corpi sono estesi». In altri termini, i giudizi analitici, che Kant definisce esplicativi «mediante il predicato, nulla aggiungono al concetto del soggetto, limitandosi a dividere, per analisi, il concetto nei suoi concetti parziali, che erano in esso già pensati (benché confusamente)». N.B. Tali giudizi, pur essendo universali e necessari (= a priori), sono infecondi, perché non ampliano il nostro preesistente patrimonio conoscitivo.
Giudizi sintetici a posteriori. Sono quelli in cui il predicato dice qualcosa di nuovo ri­spetto al soggetto, aggiungendosi o sintetizzandosi a quest'ultimo in virtù dell'espe­rienza, ovvero a posteriori: ad es. «i corpi sono pesanti». In altri termini, i giudizi sinte­tici a posteriori, che Kant chiama ampliativi, «aggiungono al concetto del soggetto un predicato che in quello non era minimamente pensato e che non poteva esserne rica­vato mediante alcuna scomposizione». N.B. Tali giudizi, pur essendo fecondi (= sintetici), sono privi di universalità e di necessità, perché poggiano esclusiva­mente sull'esperienza.
Possibilità e provenienza dei giudizi sintetici a priori. È il problema di fondo del capolavoro di Kant (il problema, si badi bene, non un problema): «Il vero e proprio pro­blema della ragion pura è pertanto contenuto nella domanda: come sono possibili giu­dizi sintetici a priori?». N.B. Kant risolve tale problema con una nuo­va teoria della conoscenza, concepita come sintesi di materia e forma, ossia di un elemento a posteriori e di uno a priori.
Materia e forma della conoscenza. Per materia, o contenuto, Kant intende «il deter­minabile in generale», ovvero la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili, che provengono dall'esperienza. Per forma intende «la deter­minazione del determinabile», ovvero l'insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente ordina, secondo determinate relazioni, la materia sensibile: «Nel fenomeno chia­mo materia ciò che corrisponde alla sensazione; ciò che, invece, fa sì che il molteplice del fenomeno possa essere ordinato in precisi rapporti, chiamo forma del fenomeno». N.B. ll binomio materia-forma corrisponde al binomio a posteriori -a priori. Infatti, scrive Kant, «Poiché ciò in cui le sensazioni si ordinano e possono es­ser poste in una determinata forma, non può, a sua volta, esser sensazione, ne viene che la materia di ogni fenomeno ci è data soltanto a posteriori, ma la forma relativa de­ve trovarsi per tutti i fenomeni già a priori nell'animo...».
A posteriori e a priori. Letteralmente, a posteriori significa «a partire da ciò che se­gue», mentre a priori significa «a partire da ciò che precede». L'origine di queste espressioni è in Aristotele, il quale parla di un primo per noi e di un primo secondo natura. Ad es. secondo l'ordine della natura la causa è prima dell'effetto, mentre secondo l'ordine della conoscenza l'effetto è prima della causa. Da qui la terminologia araba e latino-medioevale, secondo cui la dimostrazione a priori (o propter quid) è quella che procede dalle cause, mentre la dimostrazione a posteriori (o quia) è quella che procede dagli ef­fetti. A partire dal secolo XVII, per opera dell'empirismo inglese e di Leibniz i due termini acquistano un significato più generale, passando a designare l'a posteriori, le cono­scenze raggiungibili con l'esperienza e l'a priori, invece, quelle raggiungibili mediante l'esercizio della pura ragione. In Kant l'a posteriori coincide con la materia o con il contenuto della conoscenza, mentre l'a priori coincide con la forma o l'ordine della conoscenza, cioè con la condizione di pensabilità degli oggetti. N.B. L'esistenza di de­terminate forme a priori universali e necessarie – che per Kant sono lo spazio ed il tempo e le 12 categorie – spiega perché si possano formulare giudizi sintetici a priori intorno alla realtà, senza paura di essere smentiti dall'esperienza.
Puro (rein). Termine che indica sia l'a priori in generale sia una particolare sottospecie di esso. In questa seconda accezione allude a ciò che risulta assolutamente a priori: «Delle conoscenze a priori si chiamano poi pure quelle a cui non è mescolato nulla di empirico. Ad esempio la proposizione: "Ogni mutamento ha la sua causa" è una pro­posizione a priori, ma tuttavia non pura, perché il mutamento è un concetto che può derivare soltanto dall'esperienza».
Rivoluzione copernicana. È il mutamento di prospettiva realizzato da Kant, il quale, invece di supporre che le strutture mentali si modellino sulla natura, suppose che l'ordine della natu­ra si modelli sulle strutture mentali. Infatti, come Copernico, incontrando grosse difficoltà nel­lo spiegare i movimenti celesti a partire dall'ipotesi che gli astri ruotino intorno allo spettatore, suppose che sia lo spettatore a ruotare intorno agli astri, così Kant, incontrando grosse diffi­coltà nello spiegare la conoscenza a partire dall'ipotesi che siano gli oggetti a ruotare intorno al soggetto (cioè, fuor di metafora, a condizionare il soggetto), suppose che sia il soggetto a ruotare intorno all'oggetto (cioè, fuor di metafora, a condizionare l'oggetto): «Finora si è creduto che ogni nostra conoscenza debba regolarsi sugli oggetti [...]. È venuto il momento di tentare una buona volta, anche nel campo della metafisica, il cammino inverso, muovendo dall'ipotesi che siano gli oggetti a dover regolarsi sulla nostra conoscenza; ciò si accorda meglio con l'auspicata possibilità di una conoscenza a priori degli oggetti, che affermi qualcosa nei loro riguardi prima che ci siano dati. Le cose stanno qui né più né meno che per i primi pensieri di Copernico; il quale, incontrando difficoltà insormontabili nello spiegare i movimenti celesti a partire dall'ipotesi che l'insieme ordinato degli astri ruotasse intorno allo spettatore, si propose di indagare se le cose non procedessero meglio facendo star fermi gli astri e ruotare lo spetta­tore». Detto altrimenti, come l'astronomo polacco giunge a ribaltare il rapporto fra gli astri e lo spettatore, e quindi fra la terra e il sole, così Kant giunge a ribaltare i rapporti fra soggetto ed oggetto, arrivando alla conclusione secondo cui non è già che il pensiero umano, immoto, contempli e rispecchi un universo che si svolge attorno a lui, ma es­so, col suo moto ordinatore, costruisce il mondo dell'esperienza. In altre pa­role ancora, con la rivoluzione copernicana, «Dobbiamo abbandonare l'opinione secondo cui siamo degli spettatori passivi, sui quali la natura imprime la propria regolarità» e «adottare l'opinione secondo cui, nell'assimilare i dati sensibili, imprimiamo attivamente ad essi l'ordine e le leggi del nostro intelletto. Il cosmo reca l'impronta della nostra mente» (K. Popper).
Fenomeno: È la realtà quale ci appare tramite le forme a priori che sono proprie della no­stra struttura conoscitiva. In altri termini, il fenomeno è, in generale, l'oggetto della cono­scenza in quanto condizionato dalle forme dell'intuizione (spazio e tempo) e dalle catego­rie dell'intelletto: «Ciò che non è mai possibile riscontrare nell'oggetto in se stesso, ma che tuttavia sempre si riscontra nei suoi rapporti col soggetto e che risulta inseparabile dalla rappresentazione di quest'ultimo, è il fenomeno». Di conseguenza, il fenomeno è sempre qualcosa che risulta relativo al nostro modo di conoscere. Tant'è che «sopprimendo il nostro soggetto o anche soltanto la disposizione soggettiva dei sensi in generale, ne seguirebbe la dissoluzione di ogni qualificabilità e di ogni relazione degli og­getti nello spazio e nel tempo, anzi dello spazio e del tempo stessi, perché, in quanto feno­meni, essi non possono esistere in sé, ma soltanto in noi». N.B. Ciò non significa che il fenomeno sia una realtà ingannevole o illusoria. Infatti, il fenomeno ha una sua specifica oggettività (= universalità e necessità), consistente nel fatto che esso vale allo stesso modo per tutti gli intelletti conformati come il nostro.
Cosa in sé (Ding an sich). È la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediante cui la conosciamo. Come tale la cosa in sé costituisce una «X sconosciu­ta», che rappresenta tuttavia il necessario correlato dell' "oggetto per noi" o fenomeno: «la conoscenza della ragione arriva solo fino ai fenomeni, lasciando senz'altro che la cosa in sé sia per se stessa reale, ma sconosciuta». N.B. Per la funzione del concetto di cosa in sé nell'ambito della conoscenza umana v. la voce "noumeno".
Facoltà conoscitive. Sono tre: sensibilità, intelletto e ragione. Tuttavia, poiché Kant unifica talora intelletto e ragione nell'unica fonte del "pensare", contraddistinta dal­l'attività o dalla spontaneità (in antitesi alla passività o recettività della fonte rappresenta­ta dalla sensibilità) la sua tripartizione si presenta anche nella forma di una bipartizione: «La nostra conoscenza trae origine da due sorgenti fondamentali dell'animo (Grundquel­len des Gemüts), di cui la prima consiste nel ricevere le rappresentazioni (la recettività delle impressioni) e la seconda è la facoltà di conoscere un oggetto per mezzo di queste rappre­sentazioni (spontaneità dei concetti). Attraverso la prima, un oggetto ci è dato, attraver­so la seconda esso viene pensato».
Sensibilità (Sinnlichkeit). Facoltà mediante cui gli oggetti ci sono dati attraverso i sensi, in modo immediato o intuitivo: «La capacità di ricevere (recettività) rappresentazio­ni, mediante il modo in cui siamo affetti dagli oggetti, si chiama sensibilità. Quindi gli oggetti ci sono dati per mezzo della sensibilità ed essa soltanto ci fornisce intuizioni». Le forme a priori della sensibilità sono lo spazio e il tempo.
Intelletto (Verstand). È la facoltà per cui pensiamo attivamente (o "spontaneamente", come dice Kant) i dati offerti dalla sensibilità: «Se vogliamo chiamare sensibilità la re­cettività del nostro animo nel ricevere le rappresentazioni [...] daremo invece il nome di intelletto alla capacità di produrre spontaneamente rappresentazioni, ossia alla sponta­neità della conoscenza», «la facoltà di pensare l'oggetto del­l'intuizione sensibile, è l'intelletto». E poiché pensare, secondo Kant, significa connettere concetti nei giudizi, «l'intelletto può essere concepito in gene­rale come la facoltà di giudicare». Le forme a priori attraverso cui opera l'intelletto sono i concetti puri o categorie. N.B. Per intelletto o «intelletto in ge­nerale» Kant intende talora sia l'intelletto in senso stretto, cioè quella facoltà che opera legittimamente nel campo dell'esperienza, sia la ragione in senso stretto, cioè quella facoltà che opera illegittimamente al di là dell'esperienza.
Ragione (Vernunft). In senso lato è «la facoltà che ci dà i principi della conoscenza a priori» – non solo razionale, ma anche sensibile e intellettuale. In un senso più specifico è, insieme all'intelletto, la seconda sorgente della conoscenza, cioè quella atti­va o discorsiva (che si contrappone, come sappiamo, a quella passiva o recettiva della sen­sibilità). Nel senso proprio e peculiare del termine indica quella terza fonte di conoscenza, distinta sia dalla sensibilità che dall'intelletto, che Kant denomina «facoltà dei princìpi» e precisamente dei «princìpi in senso assoluto», ovvero di quelle conoscenze sintetiche che vanno al di là di ogni esperienza possibile. Le "idee" attraverso cui la ragione opera sono quelle di anima, mondo e Dio.
Trascendentale (transzendental). Nella terminologia scolastica erano denominate ' «trascendentali» (o «trascendenti») quelle proprietà universali – l'essere, l'uno, il bene ecc. – che tutte le cose hanno in comune e che perciò eccedono o trascendono, per generalità, le categorie in senso aristotelico. Kant si collega a questa tradizione linguisti­ca, anche se connette il concetto di trascendentale con quello di forma a priori, la quale non esprime una proprietà ontologica della realtà in sé, ma solo una condizione gnoseologica che rende possibile la conoscenza della realtà fenomenica. Con tutto ciò il trascendentale non si identifica, a rigore, con le forme a priori, ma piuttosto con lo studio filosofico delle medesime: «Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si oc­cupi, in generale, non tanto di oggetti quanto del nostro modo di conoscere gli oggetti nella misura in cui questo deve essere possibile a priori» (cfr. il testo della la edizione: «Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupi, in generale, non tanto di oggetti, quanto dei nostri concetti a priori degli oggetti»). Da questo punto di vista si dovrebbero chiamare trascendentali soltanto le conoscenze che hanno per oggetto elementi a priori (estetica trascendentale, analitica trascendentale ecc.) e non questi stessi elementi. N.B. Kant non è sempre coerente con quest'uso, perché egli, talora, chiama trascendentali sia le forme a priori, sia le idee, sia l'unità che costituisce l'io penso. In certi casi, in palese contraddizione con la terminologia critica, usa persino il concetto di trascendentale come sinonimo di trascendente. Questa fluttuazione ter­minologica (qualche studioso ha rilevato l'esistenza, nella sola Critica della ragion pura, di ben tredici accezioni diverse di trascendentale!) non esclude la presenza di un signi­ficato più preciso, che è quello che abbiamo messo in luce.
Critica della ragion pura (Kritik der reinen Vernunft). Applicata alla facoltà conoscitiva, la critica prende la forma di «un richiamo alla ragione affinché assuma nuovamente il più arduo dei suoi compiti, cioè la conoscenza di sé, e istituisca un tribunale che la tuteli nelle sue giuste pretese, ma tolga di mezzo quelle prive di fondamento [...] e questo tribunale altro non è se non la critica della ragion pura stessa. Con questa espressione non intendo alludere a una critica dei libri e dei sistemi, ma alla critica della facoltà della ragione in generale, rispetto a tutte le conoscenze a cui essa può aspirare indipendentemente da ogni esperienza». Da ciò il titolo del capolavoro di Kant, che può essere interpretato esattamente nel seguente modo: "esame critico generale della validità e dei limiti che la ragione umana possiede in virtù dei suoi elementi puri a priori". N.B. Il compito della critica è quindi negativo e positivo al tempo stesso: negativo in quanto essa limita l'uso della ragione; positivo perché, in questi limiti, la critica garantisce alla ragione l'uso legittimo dei suoi diritti (per le partizioni dell'opera kantiana v. il testo).

ESTETICA TRASCENDENTALE


Estetica trascendentale (dal gr. aisthétikós, "che concerne la sensazione" deriv. di aisthànesthai "sentire, percepire"). È «la scienza di tutti i principi a priori della sensibi­lità», ovvero la sezione della Ragion pura in cui Kant studia lo spazio ed il tempo, mostrando come su di essi si fondi la matematica.
Intuizione (Anschauung). Conoscenza alla quale l'oggetto risulta direttamente presen­te. Kant distingue fra una intuizione sensibile ed una intui­zione intellettuale.

Intuizione sensibile. È l'intuizione propria di un essere pensante finito, a cui l'oggetto è dato. Coincide con la ricettività della sensibilità.
Kant distingue fra intuizioni empiriche (= l'immediato riferirsi all'oggetto mediante le sensazioni) ed intuizioni pure (= le forme a priori delle sensazioni). «L'intuizione, che si riferisce all'oggetto mediante una sensazione dicesi empirica»; «Chiamo pure (in senso trascendentale) tutte le rappresentazioni in cui nulla è riscon­trabile che appartenga alla sensazione. Di conseguenza, la forma pura delle intuizioni sensibili in generale si troverà a priori nell'animo [...]. Questa forma pura della sensibi­lità prenderà [...] il nome di intuizione pura». Le intuizioni pure sono lo spazio ed il tempo.
Spazio (Raum) e Tempo (Zeit). Lo spazio è la forma del senso esterno, cioè quella «rap­presentazione a priori, necessaria, che sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne» e del disporsi delle cose «l'una accanto all'altra». Il tempo è la forma del senso interno, cioè quella rappresentazione a priori che sta a fon­damento dei nostri stati interni e del loro disporsi secondo un ordine di successione. Tuttavia, poiché è unicamente attraverso il senso interno che giungono a noi i dati del senso esterno, il tempo si configura anche, indirettamente, come la forma del senso esterno, cioè come la maniera universale attraverso la quale percepiamo tutti gli oggetti (per l'articolazione di questa dottrina e per i suoi rapporti con dottrine precedenti v. il testo).

«Idealità trascendentale» e «realtà empirica» dello spazio e del tempo. Con queste formule Kant intende dire che spazio e tempo, pur essendo "soggettivi" rispetto alle cose in se stesse (e in ciò risiede la loro "idealità trascendentale") presentano tuttavia una «validità oggettiva rispetto a tutti gli oggetti che possano comunque esser dati ai nostri sensi» (e in ciò consiste la loro "realtà empirica").


Matematica. Kant vede nella geometria e nell'aritmetica delle scienze sintetiche a prio­ri per eccellenza. Sintetiche (e non analitiche) in quanto ampliano le nostre conoscen­ze. A priori (e non a posteriori) in quanto i teoremi geometrici od aritmetici vengono svi­luppati indipendentemente dall'esperienza. Ciò accade perché alla base della matema­tica sta l'intuizione pura di spazio (geometria) e di tempo (aritmetica).

ANALITICA TRASCENDENTALE


La logica e le sue partizioni. La logica è la scienza del pensiero discorsivo, cioè di quella conoscenza mediata (e non intuitiva) che avviene per concetti. Kant la divide in logica ge­nerale (che concerne l'intelletto «a prescindere dalla varietà degli oggetti a cui può essere rivolto») e speciale (che «comprende, invece, le regole per pensare rettamente una deter­minata specie di oggetti»). La logica generale viene suddivisa a propria volta in logica pura (che prescinde «da tutte le condizioni empiriche sotto cui il nostro intelletto è impiegato») e logica applicata (che «ha in vista le regole dell'uso dell'intelletto sotto le condizioni empi­riche soggettive insegnateci dalla psicologia»). Fatte queste distinzioni, Kant passa a trattare quello specifico tipo di logica pura che è la logica trascendentale.
Logica trascendentale e logica tradizionale. Per logica trascendentale Kant intende la «scienza delle regole dell'intelletto in generale», ovvero lo studio delle conoscenze a priori che sono proprie sia dell'intelletto in senso stretto (studiato nell'Analitica) sia della ragione in senso stretto (studiata nella Dialettica): «noi ci prefigu­riamo l'idea di una scienza dell'intelletto puro e della conoscenza razionale, per mezzo della quale pensiamo gli oggetti completamente a priori. Una tale scienza, che determini l'origine, l'estensione e la validità oggettiva di tali conoscenze, deve chiamarsi logica trascendentale...». N.B. Tale logica trascendentale si distingue da quella generale o «formale» della tradizione (v. Aristotele) perché essa: 1) non si limita a studiare le leggi e i meccanismi formali del pensiero, prescindendo da ogni contenuto, ma prende in esame quegli specifici contenuti che sono le conoscenze a priori, determi­nandone la genesi e la validità in rapporto agli oggetti; 2) non si riferisce «tanto alle conoscenze empiriche come alle razionali pure», ma soltanto a queste ultime.
Analitica trascendentale (dal gr. analysis, deriv. di analyein "sciogliere, scomporre"). È quella parte della Logica trascendentale che studia l'intelletto e le sue forme a priori, fissandone l'ambito di validità. In altri termini, l'Analitica è quella sezione della Critica che scioglie o «risolve» (come scrive testualmente Kant) l'attività dell'intelletto nei suoi elementi di base e nel loro legittimo uso: «la parte della logica trascendentale che tratta degli elementi della conoscenza pura dell'intelletto e dei principi senza i quali nessun oggetto può in alcun modo esser pensato, è l'analitica trascendentale, che è medesi­mamente una logica della verità».
Concetto (Begriff). Funzione tipica dell'intelletto, ovvero quell'operazione attiva «che ordina diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune». Ogni concetto svolge quindi una funzione unificatrice o sintetica.
Concetti empirici e concetti puri. I primi sono quelli costruiti con materiali ricavati dall'esperienza (cioè dalle sensazioni). I secondi sono quelli ai quali «non si mescola alcuna sensazione», ossia quelli la cui origine risiede «esclusiva­mente nell'intelletto».
Categorie. Sono i concetti puri, cioè quei concetti basilari della mente che rappre­sentano le supreme funzioni unificatrici dell'intelletto. In altre parole, le categorie sono le varie maniere con cui l'intelletto unifica a priori, nei giudizi, le molteplici intuizioni em­piriche della sensibilità. Detto nei termini più complessi di Kant: «Esse sono concetti di un oggetto in generale, mediante i quali l'intuizione di esso è considerata come determinata rispetto ad una delle funzioni logiche del giudicare».
Giudizi e categorie. Pensare per concetti e giudicare sono, per Kant, la stessa cosa. Infatti, ordinare «diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune» signifi­ca, di fatto, sussumere un certo soggetto sotto un certo predicato. Ad es. nel giudizio «ogni metallo è un corpo» noi unifichiamo mediante il concetto generale di "corpo" le molteplici rappresentazioni dei metalli, ovvero riportiamo il soggetto "metallo" sotto il predicato "corpo". N.B. (1) Le 12 categorie, in ultima analisi, non sono che le ma­niere universali e necessarie (= a priori) tramite cui un predicato viene riferito ad un sog­getto. N.B. (2) La connessione fra giudizi e categorie, cioè la corrispondenza tra le for­me del giudizio e quelle dell'intelletto, rappresenta anche il «filo conduttore» di cui si serve Kant per ricavare la sua tavola delle categorie.
Deduzione trascendentale (Transzendental Deduction). Kant trae il termine "dedu­zione" dal linguaggio giuridico, nel quale significa la dimostrazione della legittimità della pretesa che si avanza: «Quando parlano di legittimità e pretese, i giudici distin­guono in ogni dibattito giuridico la questione concernente ciò che è di diritto (quid iuris) dalla questione di fatto (quid facti), ed esigendo la dimostrazione per l'uno e per l'altro punto, chiamano la relativa al primo – quella cioè che deve dimostrare la legit­timità o anche la pretesa giuridica – deduzione». Per analogia, Kant chiama «deduzione trascendentale» delle categorie la giustificazione della loro

pretesa di valere per degli oggetti che non sono prodotti o creati dall'intelletto mede­simo: «La spiegazione del come i concetti a priori si possano riferire ad oggetti costi­tuisce ciò che io chiamo la deduzione trascendentale dei medesimi», «Qui emerge dunque una difficoltà che non abbiamo incontrato nel campo del­la sensibilità: in qual modo, cioè, le condizioni soggettive del pensiero debbano avere una validità oggettiva...». Ridotta all'osso, la soluzione kantia­na consiste nel mostrare come gli oggetti dell'esperienza non sarebbero tali se non fossero pensati dall'io penso e dai concetti puri (= le categorie) attraverso cui opera la sua attività unificatrice. Il che equivale a dire che la natura fenomenica obbedisce necessariamente alle categorie. N.B. (1) Per Kant non esiste un'unica dedu­zione trascendentale, ma tante deduzioni quanti sono i campi cui appartengono gli oggetti da dedurre. La più importante di tutte le deduzioni è comunque quella riguar­dante le categorie. N.B. (2) Kant si è sempre attenuto al significato preciso della parola deduzione, pur con qualche oscillazione terminologica. Ad es., egli ha parlato talora, con scarsa coerenza, di «deduzione empirica» (la quale, concernendo una questione di fatto, ossia l'acquisizione di un concetto per mezzo dell'esperienza, non può dirsi, propriamente, una deduzione). Analogamente, sia pure in un unico luogo della sua opera, ha accennato ad una presunta «deduzione metafisica» delle categorie, intendendo, con essa, la redazione dell'elenco dei concetti puri. Reda­zione che riguarda anch'essa una questione di fatto e che rende quindi lo stesso concetto di deduzione metafisica palesemente «contraddittorio» (P. Chiodi). Tant'è vero che noi non possiamo legittimare il fatto di possedere proprio queste categorie e non altre, ma dobbiamo semplicemente limitarci ad una constatazione (sia pure "ragionata") di esso. N.B. (3) La deduzione trascendentale non consiste solo nel fondare sul soggetto, anziché sull'oggetto, la validità delle categorie, ma nell'intende­re lo stesso fondamento del sapere in termini di possibilità e di limiti, cioè conforme­mente al modo di essere dell'uomo. Del resto, lo stesso problema della deduzione non fa che presupporre quel carattere finito dell'io e della conoscenza umana su cui ha insistito soprattutto l'interpretazione esistenzialistica.


Io penso (Ich denke). È quel centro mentale unificatore, di cui sono funzioni le catego­rie, che Kant denomina anche con i termini affini di «autocoscienza» o «apperce­zione» (dal fr. s'apercevoir, "accorgersi di"). Sintesi di tutte le sintesi, l'io penso, che «deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni», rappresenta quella suprema garanzia dell'oggettività della conoscenza che si incarna nell'uso della copula e in senso oggettivo (= universale e necessario). N.B. (1) L'io penso ha un carattere puramente fun­zionale o formale e si configura come la semplice possibilità dell'esperienza. N.B. (2) Dell'io penso noi abbiamo, propriamente, coscienza ma non conoscenza.
L'idealismo e la sua «confutazione». Secondo Kant l'idealismo è «la teoria che con­sidera l'esistenza degli oggetti nello spazio fuori di noi o semplicemente dubbia e indi­mostrabile o falsa e impossibile; il primo è quello problematico di Cartesio [...]. Il se­condo è l'idealismo dogmatico di Berkeley...». Kant chiama ma­teriale tale idealismo, per distinguerlo dal proprio idealismo trascendentale o formale, che, pur proclamando l'idealità trascendentale dello spazio, del tempo e delle cate­gorie, si accompagna ad un realismo empirico per il quale «sono consapevole della real­tà dei corpi come fenomeni esterni, nello spazio, allo stesso modo in cui, per mezzo del­la esperienza interna, sono consapevole della esistenza della mia anima nel tempo». Da ciò quella caratteristica «confutazione dell'idealismo» che Kant ha ag­giunto nella seconda edizione della Critica, insistendo sul fatto che l'interiorità non può venir concepita senza l'esteriorità, in quanto la nostra esperienza interna dipende da qualcosa di permanente che si trova al di fuori di essa.
Immaginazione produttiva. In generale, per immaginazione i filosofi hanno inteso la pos­sibilità di evocare o produrre immagini indipendentemente dalla presenza dell'oggetto cui si riferiscono. Kant la definisce come «il potere di rappresentare un oggetto, anche senza la sua presenza nell'intuizione» e la distingue in immaginazione riproduttiva, che si limita semplicemente a ri-produrre nell'animo intuizioni empiriche già avute secondo le «leggi empiriche dell'associazione», e in immaginazione produttiva, che è quell'attività spontanea (donde il nome di "produttiva") capace di «determinare a priori la sensibilità [...] in conformità alle categorie». Da questo punto di vista, l'immagina­zione produttiva si configura come la facoltà di produrre a priori le condizioni dell'intuizione sensibile, ovvero come il potere di apprestare, per ogni categoria, un determinato schema. N.B. In generale, nella Ragion pura, l'immaginazione produttiva si configura quindi – al di là delle oscurità testuali e della problematicità intrinseca del concetto, che ha fatto discu­tere, a torto o a ragione, gli interpreti come la facoltà di produrre a priori determinazioni formali dello spazio e del tempo, secondo una regola dell'intelletto.
Schema. Rappresentazione intuitiva di un concetto (puro o empirico), ovvero regola dell'intelletto per determinare l'intuizione (pura o empirica) in conformità ad un concetto. Detto con altre parole ancora, lo schema è una rappresentazione che concettualizza le intuizioni o rende intuitivi i concetti secondo una regola universale. N.B. A differenza dell'immagine, che è sempre particolare, lo schema ha una portata univer­sale. Ad es. lo schema di un triangolo, contrariamente alla semplice immagine, «vale per ogni triangolo, sia esso rettangolo o di altro genere».
Schemi trascendentali. Sono la rappresentazione intuitivo-temporale delle categorie, ovvero le regole tramite cui l'intelletto ordina a priori il tempo secondo determinate forme che corrispondono alle varie categorie. Gli schemi sono dunque «deter­minazioni a priori del tempo secondo regole» che fungono da terzo termine fra intuizioni e concetti: «è chiaro che ci deve essere qualcosa di interme­dio, che risulti omogeneo da un lato con la categoria e dall'altro col fenomeno, affinché si renda possibile l'applicazione della prima al secondo. Questa rappresentazione inter­media deve essere pura (senza elementi empirici) e, tuttavia, per un verso intellettuale e per l'altro sensibile; essa è lo schema trascendentale».
Princìpi dell'intelletto puro. Sono quegli enunciati o proposizioni fondamentali (Grundsätze) che fungono da «regole dell'uso oggettivo» delle categorie e che rappresentano quindi, al tempo stesso, le leggi supreme dell'esperienza e gli assiomi di fondo della scienza: «tutti i princìpi dell'intelletto puro altro non sono che i princìpi a priori della possibilità dell'esperienza, alla quale soltanto si riferiscono anche tutte le proposizioni sintetiche a priori». Kant li divide, sulla base della tavola delle categorie, in assiomi dell'intuizione, anticipazioni della percezione, analogie dell'esperienza e postulati del pensiero empirico in generale.
Natura. In senso generale è la «conformità a leggi dei fenomeni», cioè quell'ordine necessario e universale (natura in senso formale) che sta alla base dell'«in­sieme di tutti i fenomeni» (natura in senso materiale). Tale ordine necessario deriva, come ben sappiamo, dall'io penso, il quale è dunque il «legislatore della natura».
L'io legislatore della natura. È la formula che riassume il senso profondo della «rivolu­zione copernicana» attuata da Kant in filosofia: «l'intelletto non attinge le sue leggi (a priori) dalla natura, ma le prescrive ad essa». N.B. Dall'io penso e dalle cate­gorie si possono derivare soltanto le leggi che regolano la natura in generale. Le leggi par­ticolari, invece, sono tratte dall'esperienza.
Ambiti d'uso delle categorie. Le categorie, essendo la facoltà logica di unificare il molte­plice della sensibilità, funzionano solo in rapporto al materiale che esse organizzano, ovvero in connessione con le intuizioni spazio-temporali cui si applicano: «tutti i concetti, e assieme a loro tutti i principi, pur essendo possibili a priori, si riferiscono a intuizioni empiriche ossia a dati per l'esperienza possibile. Senza di ciò non posseggono validità oggettiva di alcun genere, riducendosi ad un semplice gioco di rappresentazioni...». Questo principio, il quale postula una distinzione fra "pensare" e "conoscere", esclude che le categorie abbiano un uso trascendentale, per il quale vengono riferite alle cose in generale ed in se stesse; ed implica che il loro unico uso possibile sia quello empirico.
Pensare e conoscere: «pensare un oggetto e conoscere un oggetto sono due cose ben diverse. La conoscenza richiede infatti due elementi: prima di tutto il concetto per cui un oggetto è in generale pensato (la categoria); e in secondo luogo l'intuizione, per cui un oggetto è dato; se infatti al concetto non potesse esser data una corrispondente intuizione, esso sarebbe un pensiero solo rispetto alla forma; ma del tutto privo di oggetto e per suo mezzo non sarebbe possibile la conoscenza di nessun oggetto...».
Noumeno (dal gr. noúmenon "ciò che è pensato", deriv. di noéin, "percepire con la mente"). È la cosa in sé in quanto oggetto di una (ipotetica) conoscenza intellettuale pura. Kant distingue fra un significato negativo ed uno positivo: «Se diamo il nome di noumeno a qualcosa in quanto non è oggetto della nostra intuizione sensibile, in quan­to cioè facciamo astrazione dal nostro modo di intuirlo, si ha allora un noumeno in sen­so negativo. Ma se intendiamo invece designare l'oggetto di un'intuizione non sensibi­le, presupponiamo allora una particolare specie di intuizione, ossia l'intuizione intellet­tuale, che non ci appartiene e di cui non possiamo comprendere neppure la possibilità; si ha allora il noumeno in senso positivo». N.B. Proprio perché l'uomo non è dotato di una intuizione intellettuale e proprio perché «il territorio che si estende al di là della sfera dei fenomeni è (per noi) vuoto», l'unico uso legittimo è quello che lo assimila ad un concetto-limite (Grenzbegriff) di uso negativo, atto a «cir­coscrivere le pretese della sensibilità».
Intuizione intellettuale. È quella propria di un Essere (= Dio) rispetto a cui gli oggetti non sono dati, come avviene nell'intuizione sensibile che è propria dell'uomo, bensì creati –e quindi colti intellettualmente come tali, ovvero come cose in sé e non come fenomeni.

DIALETTICA TRASCENDENTALE


Dialettica. Termine che in Kant assume il significato negativo di «logica della parven­za», ossia di un'«Arte sofistica di dare alla propria ignoranza, anzi alle proprie volute illusioni, l'aspetto della verità, contraffacendo il metodo del pensiero fondato».
Parvenza (Schein). Apparenza illusoria. Da non confondersi con l' «apparenza» (Erschei­nung) che è propria del fenomeno (Phänomenon) nel senso positivo del termine: «Cadrei in un grave errore – avverte Kant – se trasformassi in una semplice parvenza ciò che debbo invece considerare come un fenomeno». N.B. Traducendo Schein con «apparenza» (Gentile), se ne accentua indebitamente il significato positivo, mentre tradu­cendo con «illusione» (Colli) se ne accentua troppo quello negativo. Il termine «parvenza» (Chiodi) ha il vantaggio di ovviare a tali unilateralità.
Dialettica trascendentale. È la seconda parte della Logica trascendentale, in cui si illu­strano, e insieme si confutano, gli errori in cui incorre la ragione nel suo «uso iperfisico». N.B. Tale Dialettica, avverte Kant, si «appagherà» dello «svelamento della parvenza dei giudizi trascendenti». Tuttavia essa «non sarà mai in grado di operare il dissolvimento di questa parvenza», «facendo sì che essa cessi di presentarsi». Infatti, precisa Kant, «In questo caso si tratta di un'illusione assolutamente inevitabile, come è inevitabile che il mare ci appaia più alto in lontananza che alla spiaggia, poiché nel , primo caso lo vediamo attraverso raggi più alti che nel secondo; oppure, meglio ancora, come non c'è astronomo in grado di far sì che la luna non gli appaia più grande nel suo sorgere...».
Idee trascendentali. Sono i «concetti puri della ragione». Rifacendosi alla terminolo­gia platonica, Kant intende per idea una perfezione non reale, ovvero che «trascenda la possibilità dell'esperienza». Le tre idee che Kant enumera come «oggetti necessari della ragione» sono anima, mondo e Dio. Ad esse corrispon­dono quelle tre pseudo-scienze che sono la psicologia razionale, la cosmologia ra­zionale e la teologia razionale o naturale. N.B. Le idee sono espressioni diverse, ma connesse, di quell'unica tendenza all'incondizionato o all'assoluto che è propria del­la ragione: «le idee trascendentali non servono che a salire nella serie delle condizioni fino all'incondizionato...».
Psicologia razionale. È fondata su di un "paralogismi", cioè un ragionamento erra­to, che consiste nell'applicare la categoria di sostanza all'io penso, trasformandolo in una realtà permanente chiamata "anima". In realtà poiché l'io penso costituisce una semplice unità formale attraverso cui «null'altro viene rappresentato che un soggetto trascendentale dei pensieri =X», ad esso non risulta applicabile nessuna categoria e nessun valore positivo, del tipo «immateriale», «incorruttibile», «immortale» ecc.
Cosmologia razionale. Ha per oggetto il mondo o il cosmo, cioè la totalità incondi­zionata dei fenomeni: «la parola cosmo, presa in senso trascendentale, sta ad indicare la totalità assoluta delle cose esistenti». E poiché un'idea di que­sto tipo trascende necessariamente l'esperienza, essa risulta illegittima, come testimo­niano le antinomie cui essa dà luogo.
Antinomie (dal gr. anti "contro" e nómos "legge" = contrasto di leggi). Termine usato da Kant per indicare il conflitto in cui la ragione viene a trovarsi con se stessa quando nella cosmologia razionale fa uso della nozione di mondo. In particolare, le antino­mie si concretizzano in coppie di affermazioni opposte, dove l'una (la tesi) afferma e l'altra (l'antitesi) nega, ma tra le quali non è possibile decidere. Le antinomie dimostra­no l'illegittimità dell'idea di mondo. N.B. Le prime due antinomie sono dette "mate­matiche", perché concernono il cosmo dal punto di vista delle categorie di quantità e di qualità (cfr. i primi due princìpi dell'intelletto puro), la terza e la quarta sono dette "dinamiche" perché concernono il cosmo dal punto di vista delle categorie di relazione e di modalità (cfr. gli ultimi due princìpi dell'intelletto puro) ed implicano un movimen­to logico di risalita dal condizionato all'incondizionato.
Teologia razionale. Ha per oggetto Dio, che secondo Kant rappresenta l'"ideale" del­la ragion pura, cioè quel supremo "modello" personificato di ogni realtà o perfezione che i filosofi hanno designato come «essere originario», «essere supremo» ed «essere degli esseri», concependolo appunto ( l'Ens realissimum degli scolastici) come «il modello (protótypon) di tutte le cose, le quali tutte, in quanto copie inadeguate (éctypa), traggono da quello la materia della loro possibilità e, per quanto gli si avvicinano, restano tuttavia lontane dal raggiungerlo». Ora, poiché tale ideale non ci dice ancora nulla circa la sua realtà effettiva, la tradizione ha elaborato una serie di «prove dell'esistenza di Dio», che Kant raggruppa in tre classi: prova ontologica, cosmologica e fisico-teologica. Il limite di queste «prove» (per la trat­tazione analitica delle quali cfr. il testo) consiste nel fatto che esse presuppongono tutte la logica dell'argomento ontologico, ossia la pretesa di derivare, da semplici idee, delle realtà. Ma «il gioco di prestigio, aveva già avvertito Kant nell'Analitica, con cui si sosti­tuisce alla possibilità logica del concetto (che non è in contraddizione con se stesso) la possibilità trascendentale delle cose (dove al concetto corrisponde un oggetto), può ingannare e soddisfare soltanto gli inesperti».
Funzione regolativa. È l'uso di una facoltà non per costituire la conoscenza di un oggetto, ma semplicemente per guidarla. Tale è il caso delle idee trascendentali, che, pur non potendo essere usate per conoscere gli oggetti cui si riferiscono, servono ad indirizzare la ricerca umana verso quella completezza ideale che esse incarnano: «lo asserisco dunque che le idee trascendentali sono inadatte a qualsiasi uso costitutivo, per cui debbano fornire concetti di oggetti [...]. Esse hanno però un uso regolativo van­taggioso e imprescindibile, consistente nel dirigere l'intelletto verso [...] un punto che – pur essendo null'altro che un'idea (focus imaginarius) [...] – serve tuttavia a conferire a tali concetti la massima unità ed estensione possibile».
Metafisica. Respinta la vecchia metafisica «dogmatica», Kant teorizza la possibilità di una nuova metafisica «scientifica» o «critica» (e quindi trascendentale) avente come oggetto specifico di studio i principi a priori del conoscere e dell'agire. La prima è detta metafisica della natura e «comprende tutti i principi razionali puri [...] relativi alla cono­scenza teoretica di tutte le cose». La seconda è detta metafisica dei costumi e «com­prende i princìpi che determinano a priori, e rendono necessario, così il fare come il non fare».




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