D o n m a u r o o r s a t t I



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SGUARDO D'INSIEME


L'appuntamento con Paolo è fissato nello spazio luminoso e infinito del suo capolavoro letterario e teologico, la lettera ai Romani (= Rm). Gli esperti concordano nel ravvisare in essa la sintesi più corposa, l'esposizione più completa, la presentazione più genuina del suo pensiero. Senza Rm non è possibile comprendere Paolo, la sua personalità, il suo genio, la sua spiritualità.

Un senso di attonito stupore e di mistica riverenza invade il lettore che si accinge ad affrontare questo testo. Sì, bisogna proprio affrontarlo, non come un nemico da eliminare, ma come una parete rocciosa da scalare. Superate le difficoltà e raggiunta la vetta, il paesaggio che si prospetta dà le vertigini dell'immensità e la meraviglia dell'infinito.

Sottolineiamo subito l'importanza di questo scritto per sollecitare il lettore a superare comprensibili resistenze che possono bloccare il suo procedere. Gli forniremo anche una elementare "attrezzatura" per comprendere meglio quello che va leggendo, lasciandogli poi il piacere di incontrare il testo stesso.



IMPORTANZA DELLA LETTERA

Qualcuno l'ha definita con un po' di enfasi il testamento di Paolo, ma tutti concordano nel ritenerla il testo più importante del NT dopo i Vangeli. È importante per i protestanti che la considerano il documento teologico più rilevante del cristianesimo. Grande stima e attenzione sono attribuite anche dai cattolici. Lo possiamo documentare, tra l'altro, con una piccola statistica: il Concilio Vaticano II cita Rm 118 volte, testo superato solo di poco dal Vangelo di Matteo (130) e dal Vangelo di Giovanni (125). Nell'elenco delle lettere paoline occupa, a partire dal III secolo, il primo posto, forse per la dignità che spettava alla comunità cristiana di Roma e, più probabilmente, per l'importanza dottrinale dello scritto1.

Le grandi tappe della storia della Chiesa sono segnate da Rm. Ne richiamiamo alcune.

- Nei secoli III-V, in Oriente, Origene e Crisostomo, il primo con un commento di 10 volumi e l'altro con le sue 32 omelie, contribuiscono alla conoscenza e all'approfondimento teologico della lettera. In Occidente, Ireneo è il primo ad argomentare ampiamente dalla Scrittura neotestamentaria e nel suo Adversus Haereses utilizza la metà dei versetti di Rm 1-8. Agostino si converte quando legge Rm2, ne assimila pienamente il messaggio e con i suoi scritti rende comune il pensiero della gratuità della salvezza, avendone fatto l'esperienza diretta. Sebbene Agostino non produca un commentario completo, limitandosi alla spiegazione di alcuni passi, il suo pensiero determinerà la riflessione teologica del suo tempo, di tutto il Medioevo e arriverà fino ai nostri giorni.

- Tommaso d'Aquino (sec. XIII) è il più grande commentatore medievale di Rm e scrive un commento «mirabilmente succinto e meravigliosamente chiaro».

- Per molti storici, il commento di Lutero del 1516 alla Lettera ai Romani ha segnato il vero punto di inizio della riforma protestante. È comunque vero che l'improvvisa illuminazione di Lutero avviene con la lettura di Rm, da cui egli trae la sua dottrina sulla giustificazione e in essa ravvisa il compendio di tutta la dottrina cristiana ed evangelica: «Essa è veramente il cuore e il midollo di tutti i libri». Altri riformatori, come Melantone e Calvino, tengono la lettera in particolare considerazione, vi attingono le loro idee e se ne servono per avviare i loro movimenti.

- Da Rm è venuta la divisione, da Rm verrà forse l'unità dei cristiani. Un precursore del cammino di intesa è il teologo calvinista svizzero Karl Barth che nel suo commentario del 1919 cerca più quello che unisce che non quello che divide, aprendo la strada ad una promettente collaborazione. Un bel frutto viene raccolto nel 1967 quando inizia la pubblicazione della TOB, traduzione ecumenica della Bibbia, in collaborazione tra cattolici e protestanti3. Il testo di Rm diventa il banco di prova: se viene tradotto quello, gli altri libri non avrebbero presentato particolare difficoltà. Il risultato è soddisfacente e apre la porta alla speranza, espressa con la felice formula del pastore M. Bögner, secondo il quale, «Il testo delle nostre divisioni» deve diventare «Il testo del nostro incontro»4.

ALCUNE CHIAVI DI ACCESSO

Prima di accostare il testo è saggio fornire alcune indicazioni che aiutino il lettore a creare le coordinate entro le quali collocare la lettera. Sono le informazioni storiche e letterarie riguardanti l’autore, la data di composizione, lo scopo dello scritto, la sua veste esterna (genere letterario), la struttura generale e il contenuto.


Autore, data, scopo

Oggi è unanimemente ammesso che Paolo sia l'autore di Rm, scritta da Corinto, durante il terzo viaggio missionario, probabilmente durante l'inverno dell'anno 57-58, prima di portare la colletta a Gerusalemme (cf 15,25-26). Secondo uno stile dell'epoca, l'autore dettava a uno scrivano; nel presente caso sappiamo che a scrivere il testo fu un certo Terzo che si menziona alla fine della lettera al momento di inviare i saluti: «Anch'io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore» (16,22). Possiamo pensare che la lettera sia stata composta così come la possediamo, anche se esiste qualche incertezza per il canto di lode finale (16,25-27), collocato talora alla fine del cap. 15 o del cap. 14. Senza valido fondamento, invece, è l'opinione di coloro che vorrebbero eliminare il cap. 16, perché sarebbe solo una lunga lista di saluti per persone non di Roma. L'autenticità del capitolo è confermata praticamente da tutti i manoscritti. La difficoltà, semmai, è nostra, incapaci di spiegarci la presenza di tanti nomi. La lista si giustifica, almeno in parte, se pensiamo alle numerose persone incontrate da Paolo in oriente durante i suoi viaggi e poi stabilitesi a Roma.

Giunge legittima la domanda sullo scopo di questa lettera. Di solito gli scritti paolini sono indirizzati a comunità da lui fondate e rispondono a bisogni o a urgenze delle medesime. Non è questo il caso della comunità di Roma che non si è rivolta a Paolo, non fu fondata da lui, non è attraversata da crisi o da situazioni particolarmente allarmanti. Si può ravvisare lo scopo dello scritto nel desiderio di Paolo di arrivare a Roma, capitale dell'impero, di farsi conoscere e di aiutare quella comunità e di farsi da essa aiutare, secondo la logica dello scambio spirituale: «Desidero ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io ... per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra le altre nazioni» (1,11-13). L'ultima affermazione ribadisce la coscienza dell'apostolo di essere inviato ai pagani. Dato che la comunità è formata in gran parte da cristiani provenienti dal paganesimo, Paolo si sente in dovere di comunicare con loro. Non conoscendoli ed essendo poco o nulla conosciuto da loro, affida a questo scritto il suo pensiero, ampio, dettagliato, maturato. È un ottimo modo per presentarsi.
Genere letterario e stile

Lettera o epistola? Secondo una distinzione introdotta da A. Deissmann, la lettera sarebbe uno scritto occasionale, informale, molto personale, con diretti riferimenti ai destinatari e collocabile in una situazione precisa. Al contrario, l'epistola sarebbe uno scritto elaborato, più pensato ma anche più impersonale, che non richiede la conoscenza dei destinatari e la loro particolare situazione. Accettando questa distinzione, Rm sarebbe più epistola che lettera, perché più di ogni altra si presenta con il rigore di un trattato dottrinale, ampia e ben organizzata. Non mancano tuttavia i caratteri della lettera dove il tono affettuoso e semplice annullano le distanze tra mittente e destinatario. Quindi è lettera ed epistola allo stesso tempo. Al di là della distinzione, più o meno condivisibile, noi continuiamo a chiamarla lettera sapendo che si tratta di una grande lettera didattica.

La lingua non risente di traduzione come qualcuno ha voluto insinuare, quasi si trattasse di un testo pensato in ebraico/aramaico e scritto in greco. Si tratta di greco vero, lontano dalla ricercatezza ma pure non scadente. Se non mancano alcuni semitismi e talora si risente dello stile orale che spiega i frequenti anacoluti, alcune pagine sono semplicemente stupende. L'inno di 8,31-39, ad esempio, è stato collocato da un eminente linguista accanto a quello di 1Cor 13 con il seguente lusinghiero apprezzamento: «Questi due inni hanno restituito alla lingua greca una interiorità ed un entusiasmo che avevano perduto da secoli... lo stile dell'Apostolo si innalza qui alle altezze del Fedro di Platone» (E. Norden).
Struttura

Esistono diversi modi per articolare la lettera ai Romani. Oggi non pochi studiosi spiegano la struttura facendo ricorso alle leggi della retorica antica5.

Nella pluralità delle proposte e nel rispetto delle singole opinioni6, indichiamo un piano che, accettabile nella sostanza, ha vantaggi mnemonici e didattici: ci sono due grandi parti, corredate con una introduzione e una conclusione. La prima parte, decisamente teologica e dottrinale, si divide a sua volta in tre sezioni; la seconda, più esortativa e morale, si muove senza una precisa articolazione interna. L'una e l'altra illustrano a modo proprio il tema centrale della bontà di Dio che, in Cristo, interviene per aiutare l'uomo, che si apre a lui nella fede, a ritrovare la sua dignità e nobiltà. Ecco allora un possibile schema:

Introduzione: 1,1-17

Presentazione del mittente e dei destinatari: 1,1-7

Ringraziamento e scopo: 1,8-15

Tema centrale: 1,16-17


Parte dottrinale: 1,18-11,36

PRIMA SEZIONE: Tempo passato della legge e della promessa: 1,18-4,25

Tutti gli uomini, pagani e giudei, sono peccatori: 1,18-3,20

La nuova strada della salvezza. Esempio biblico: Abramo: 3,21-4,25

SECONDA SEZIONE: Tempo presente della grazia e dell'adozione: 5,1-8,39

I benefici effetti della giustificazione e il rapporto Adamo-Cristo: 5,1-21

L'uomo, inserito in Cristo e libero dal peccato: 6,1-23

L'uomo liberato dalla schiavitù della legge: 7,1-25

Vita nuova da figli di Dio, nello Spirito: 8,1-30

Inno all'amore divino: 8,31-39

TERZA SEZIONE: Tempo futuro della misericordia e della pienezza: 9,1-11,36

Introduzione. Il problema: il rifiuto di Israele, l'eletto: 9,1-6

Parte centrale

- La parola di Dio è infallibile e giusta: 9,6-33

- Dramma di Israele che ha colpevolmente rifiutato la salvezza in Cristo: 10,1-11

- Dio che ha saputo trarre dal rifiuto di Israele misericordia per i pagani, salverà il suo popolo: 11,1-32

Conclusione in forma innica. Esaltazione della sapiente misericordia di Dio: 11,33-36
Parte esortativa: 12,1-15,13

I fondamenti dell'etica cristiana: 12,1-2

La carità (amore) come centro unificante: 12,3-13,14

- La carità all'interno della comunità: 12,3-21.

- La carità all'esterno: comunità e potere civile: 13,1-7

- La carità pienezza della legge: 13,8-14

Forti e deboli. Carità nella diversità: 14,1-15,13
Conclusione: 15,14-16,27

Compito e funzione dell'Apostolo: 15,14-21

Progetti e attività missionaria: 15,14-33

Raccomandazioni e saluti: 16,1-23

Preghiera di lode a chiusura della lettera: 16,25-27

LA COMUNITÀ DI ROMA

Alcune comunità cristiane furono fondate storicamente dagli apostoli o dai discepoli: sappiamo dell'attività di Filippo in Samaria (cf At 8,5) o dell'iniziativa di alcuni credenti ad Antiochia (cf At 11,20). Della fondazione di altre si sono impossessate la tradizione e la leggenda e si parla allora di Marco ad Alessandria, di Tommaso in India, di Lazzaro a Marsiglia. Niente di tutto questo per la comunità di Roma, la cui origine rimane avvolta nel buio7. Non avendo dati storici e nemmeno indicazioni leggendarie, tentiamo di ricostruire la sua origine, facendo tesoro di alcune informazioni e ricorrendo ad alcune congetture.

Nel primo secolo Roma era una città cosmopolita che contava circa un milione di abitanti, per lo più dello strato inferiore: plebei, schiavi, affrancati, immigrati. Tra i molti orientali che si erano stanziati in città occupando interi quartieri, si distingueva, perché omogenea e potente, la colonia giudaica che noi conosciamo, sia per gli storici Svetonio e Giuseppe Flavio, sia per le numerose iscrizioni rinvenute nei sei cimiteri ebraici di Roma. Da tali iscrizioni veniamo a sapere che esistevano almeno tredici sinagoghe e non solo a Transtevere, come si è spesso ritenuto. Secondo una stima attendibile, la popolazione giudaica si aggirava intorno alle cinquantamila unità8.

È forse all'interno di questa popolazione che bisogna individuare l'origine della comunità cristiana che ipotizziamo nel modo seguente. I primi cristiani sono tutti ebrei. Alcuni di loro dall'oriente arrivano a Roma e si uniscono alla comunità giudaica, non avendo ancora un'identità distinta: la separazione netta tra ebrei e cristiani si avrà solo più tardi, sul finire del primo secolo. Nell'anno 49-50 l'editto dell'imperatore Claudio allontana tutti i giudei da Roma, come riferisce lo scrittore romano Svetonio: «(Claudio) espulse i giudei da Roma, poiché aizzati da Chrestus provocavano continuamente disordini»9. Con tutta probabilità Chrestus è Cristo a cui il gruppo di cristiani si ispira. Nerone riprenderà questa infame accusa in occasione dell'incendio di Roma. Tra gli allontanati dalla città figura anche la coppia Aquila-Priscilla che Paolo incontra a Corinto (cf At 18,2) e forse da loro riceve notizie di prima mano sulla comunità cristiana di Roma. In essa, impoverita della sua parte giudaica, rimangono coloro che provengono dal paganesimo. Sappiamo che con la morte di Claudio decade il suo editto e con Nerone i giudei possono ritornare. La comunità torna ad essere mista, anche se l'elemento un tempo pagano finisce per prevalere. Quando Paolo scrive la sua lettera, i suoi riferimenti sono soprattutto ai pagani convertiti al cristianesimo (cf 1,13-15; 15,15-16).

La fondazione della comunità cristiana da parte di Pietro o una sua lunga permanenza a Roma non sono storicamente documentabili, anzi, improbabili. Pietro fu certamente a Roma, ma non sembra prima di Paolo né vi si trovava al tempo dell'invio di Rm. Se fosse stato presente, comparirebbe di sicuro nella lista dei saluti, in quanto considerato anche da Paolo una delle «colonne» (Gal 2,9) della comunità cristiana.

ATTUALITÀ

La lettera ai Romani è di una bruciante modernità. Paolo investe la cultura romana con una fitta serie di interrogativi esistenziali che formano il reticolo sotterraneo della lettera. Poiché esistenziali, tali interrogativi investono l'uomo di ogni tempo e di ogni cultura. Anche l'uomo d'oggi è provocato nel profondo e invitato a dare le sue risposte. Se saranno consone all'intento di Paolo, l'individuo avrà raggiunto non solo una più ampia maturità spirituale, ma avrà imparato pure ad apprezzare l'altro uomo, a costruire insieme con gli altri una società più giusta e più fraterna, a rendere più vivibile e più armonioso l'intero cosmo, chiamato anch'esso alla rigenerazione cristiana10.

A puro titolo esemplificativo, ecco alcune domande che, pur formulate nel nostro linguaggio, soggiacciono al discorso di Paolo. Esse, trovando soddisfacente risposta nel corso della lettera, costituiscono un motivo in più per dichiarare la modernità di questo scritto paolino.
1. Chi è l'uomo? È buono o cattivo? Quale criterio possiede per discernere il bene e il male?

2. C'è salvezza per l'uomo e chi gliela darà? Lui stesso o la filosofia o la legge ebraica o le pratiche esoteriche o qualcun altro ancora?

3. Quale sarà il futuro dell'uomo? Ha motivo di sperare, ha senso il suo impegno oppure si trova in balia di un destino cieco e inesorabile?

4. E la morte? È proprio quel bene di cui parlano gli stoici? È termine o passaggio?

5. Esiste Dio? Che cosa fa per gli uomini? Come gli uomini debbono rapportarsi a lui? Ha un disegno e possiamo conoscerlo? È capace a far trionfare il bene? Come?

6. Quale visione si ha del cosmo? Quale è il suo destino? Che relazione esiste tra il cosmo e gli uomini?

7. Quale comportamento tenere verso le strutture sociali dello stato? Come si pone l'uomo di fronte alle strutture? E di fronte ai suoi simili? Quale modello di società seguire?

8. Gli ebrei, questo popolo tenace e irriducibile, che cosa rappresentano? Sono da guardare con sospetto o svolgono una loro funzione storico-teologica?

Nel dare risposta a questi e ad altri interrogativi Paolo ha sempre sotto gli occhi e nel cuore il Vangelo. Tali risposte costituiscono l'humus da cui si svilupperanno l'antropologia e la cultura occidentali.





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