D o n m a u r o o r s a t t I



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C O M M E N T O


Il migliore commento ognuno lo costruisce da sé in dialogo con il testo. La Parola di Dio va letta, meditata, pregata, confrontata con la propria vita, relazionata alla comunità ecclesiale ed umana.

Trattandosi di una lettera paolina, qualcuno potrebbe richiamare il passo di 2Pt 3,15-16: «… così vi ha scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo, secondo la sapienza che gli è stata data, come in tutte le lettere, nelle quali egli parla di queste cose. In esse vi sono alcuni punti difficili da comprendere …» e sentirsi ancora più smarrito. Per aiutarlo, semmai avesse bisogno di un sussidio e per favorire il suo contatto con il testo, ecco l'offerta delle pagine che seguono.

Il commento rispetta, nella sostanza, lo schema della lettera proposto precedentemente: Introduzione, parte dottrinale, parte esortativa, conclusione.




INTRODUZIONE

Rm 1,1-17

La parte introduttiva di Rm è la più lunga e la più solenne di tutto l’epistolario paolino11. Da un lato essa riprende gli elementi abituali delle lettere e dall'altro presenta una sorprendente originalità. Si scompone in tre momenti: presentazione (1,1-7), ringraziamento (1,8-15) e tema (1,16-17).



PRESENTAZIONE DEL MITTENTE E DEI DESTINATARI

Testo: Rm 1,1-7

Le lettere paoline, al pari di tutte quelle dell'antichità, si aprono con il mittente, il destinatario e l'iniziale saluto augurale. I tre elementi sono facilmente reperibili nel nostro testo. Accanto a questa normalità, troviamo la ricchezza di espansioni che non appartengono, rigorosamente parlando, al genere letterario della presentazione. Si viene a creare il seguente schema:

- Paolo (mittente) si presenta con due titoli: v. 1

- il Vangelo di Paolo: vv. 2-4

- la missione di Paolo: vv. 5-6

- destinatari e augurio: v. 7.

Di questi elementi, quelli richiesti sono riportati al v. 1 e al v. 7. Essi sono amalgamati in un lungo periodo che, in greco, conosce il punto fermo solo alla fine. Rm mostra quindi una propria originalità fin dall'inizio, sia per la lunghezza, sia, soprattutto, per il contenuto.


Verso 1

Il mittente non usa mai il nome giudaico di Saulo (cf At 9,4) e si presenta sempre, in Rm come in tutte le altre lettere, con il nome romano di Paolo. Non associa a sé i collaboratori, contrariamente all'uso di altre lettere12, per chiarire fin dall'inizio che quanto va dicendo offre un'idea il più possibile completa del ‘suo Vangelo’ (2,16).

Paolo correda il nome con due titoli, «servo» e «apostolo». Il primo può evocare lo stato di non libertà o di dipendenza più o meno schiavistica da un'altra persona e così va inteso in molti passi, per esempio: «Allora Abramo disse ai suoi servi» (Gn 22,5). La tradizione biblica ha sviluppato una linea più positiva in cui il termine conserva il concetto base di sudditanza, temperata però da una profondo amore e soprattutto completata dall'idea di una missione che il superiore confida all'inferiore. Questo spiega perché tutti i grandi personaggi biblici ricevono il nome di servo: Abramo (cf Sal 104,42), Mosè (cf Nm 12,7-8), Davide (cf 2Sam 7,5), i profeti, per arrivare alla misteriosa figura del Servo di JHWH cantato da Isaia13. In questa linea è da collocare il titolo che Paolo si dà: egli ha viva coscienza di appartenere a Cristo Gesù e di avere con lui uno speciale legame. Il secondo titolo arricchisce il primo: «chiamato ad essere apostolo». Se «servo» indica la sua posizione verso Cristo, quasi il suo stato, «apostolo» indica la sua posizione verso gli uomini, il suo ufficio o servizio. Il termine, arricchito dall'idea della chiamata, sottolinea che alla base sta una scelta divina e non una decisione personale. La chiamata è finalizzata al Vangelo: Paolo sente che Dio lo ha destinato a proclamare il «Vangelo di Dio». Con questo termine si intende il messaggio di salvezza che prende contorni più definiti e significato più chiaro con i successivi tre versetti.
Versi 2-4

L'espressione «Vangelo di Dio» induce Paolo a spiegarne il senso per la comunità cui è indirizzata la lettera. La parola generica di vangelo (= buona notizia) ha già ricevuto una prima precisazione con l'aggiunta «di Dio» che ne determina l'origine; resta comunque ancora abbastanza vaga ed allora Paolo la correda con i vv. 2-4. Il v. 2 crea un ponte di collegamento con l'AT mostrando che il Vangelo non risulta una realtà nata improvvisamente o dal nulla. Quanto Paolo va predicando si pone in continuità con la storia di salvezza che inizia con la rivelazione divina. Esiste una fondamentale unità tra le due alleanze che l'autore della lettera agli Ebrei esprimerà così: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2).

I vv. 3-4 sono una professione di fede, un concentrato di teologia introdotto in forma innovativa all'inizio dello scritto14. La formula è presa dalla comunità giudeo-cristiana che forse la utilizzava nelle assemblee liturgiche15: si esclude con relativa certezza la sua origine paolina perché lo schema «come uomo (letteralmente: «secondo la carne»)... secondo lo Spirito di santificazione» non comparirà più in enunciati cristologici. Sono presenti tre solenni affermazioni. La prima: Cristo è da tutta l'eternità Figlio di Dio, nel senso più rigoroso del termine, così come Paolo l'ha percepito sulla via di Damasco. Seconda affermazione: in un momento della storia il Figlio di Dio ha preso la natura umana, è divenuto «carne» (cf Gv 1,14); inserendosi attraverso la linea davidica nell'umanità Gesù ne assume la fragilità e la mortalità; 'carne' non possiede nel presente caso valore negativo e si richiama piuttosto al significato di Is 40,6: «Ogni uomo (in ebraico kol habasar, «ogni carne») è come l'erba». Terza affermazione: la figliolanza divina posseduta da sempre, si illumina con luce vivissima al momento della risurrezione: l'umanità di Cristo sottratta alla sfera dell'esistenza debole e caduca è entrata nella sfera divina, caratterizzata da vita immortale, pienezza di splendore e di luce. Con la sua risurrezione egli è costituito Figlio di Dio a titolo nuovo, in quanto ha la missione di far partecipare i credenti alla filiazione divina (cf 8,29) e di esercitare la missione di signore dei vivi e dei morti (cf 14,9). Tale condizione del Risorto diventa premessa e condizione di coloro che saranno in comunione con lui.

Il Vangelo di Paolo si identifica quindi con Cristo stesso, vero uomo e vero Dio, che Paolo vuol far conoscere perché gli uomini entrino in comunione con lui.


Versi 5-6

Fissata la precedente equazione Vangelo = Cristo e considerata l'importanza irrinunciabile di Cristo, si comprende l'altissima coscienza che Paolo ha della sua missione e il suo impegno per rendere partecipi tutti di tale esperienza. Ancora una volta ribadisce che il suo compito ha un'origine divina e che la conoscenza profonda che egli ha fatto di Cristo è un dono (grazia) da mettere a disposizione degli altri: «per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell'apostolato». Apostolo è colui che vive la sua fede trasformandola in testimonianza: «La fede si rafforza donandola»16. L'apostolo intende portare gli altri alla fede, intesa come «obbedienza», che, come dice la parola (ob+audio), è sostanzialmente un ascolto per eseguire la volontà divina. Il raggio di azione di Paolo è universale, perché con l'espressione «tutte le nazioni» sono intesi gli uomini nel loro insieme, senza distinzione di razze e di culture. Cade la plurisecolare barriera che aveva distinto e separato il popolo di Dio dai pagani, perché «Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio né femmina, perché tutti voi siete una cosa sola, in Cristo Gesù» (Gal 3,28).


Verso 7

A questo punto arriva il nome dei destinatari, i cristiani di Roma, che ricevono l'elogiativo titolo di «amati da Dio e santi per vocazione». Essi sono oggetto dell'amore di Dio che li ha raggiunti quando è stato portato loro il Vangelo. Sono anche santi perché chiamati da Dio ad essere parte del suo popolo consacrato, cui è affidata una missione (cf 1Cor 1,2). Si può già intuire che, data la loro nuova dignità, dovranno corrispondere con la santità della vita (cf 6,19) alla santità che hanno ricevuto in dono.

Il verso si chiude con la benedizione augurale di «grazia a voi e pace da Dio», una formula che forse viene dal mondo liturgico. Il binomio ‘grazia e pace’ fa riferimento alla salvezza, che è quel bene complessivo che può venire solo come dono dall'alto. Paolo lo trova pertanto idoneo ad esprimere in modo sintetico il massimo che si possa desiderare per una comunità. Perciò lo utilizza in tutte le sue lettere.

RINGRAZIAMENTO E SCOPO

Testo: Rm 1,8-15

Dopo l'inizio sorprendente per lunghezza e per densità segue, come d'abitudine17, la preghiera di ringraziamento per la comunità. Anche in questo caso, al dato abituale sono aggiunti particolari di rilievo. Due parti compongono il pezzo:

- Ringraziamento e preghiera: vv. 8-10a

- Lo scopo della lettera: vv 10b-15.
Versi 8-10a

Il ringraziamento è rivolto a Dio citato molto familiarmente come «mio Dio» e passa attraverso Gesù Cristo, mediatore universale. Il motivo del ringraziamento è la comunità stessa qui ricordata per la sua fede di cui «si parla nel mondo intero». Non manca un po' di ampollosità in tale affermazione18, ma è utile osservare che Paolo coglie il bene esistente nella comunità e lo pubblicizza. È un suo modo delicato per mostrare stima alla comunità e riconoscenza a Dio.

Sebbene ancora sconosciuta personalmente, già da tempo Paolo intrattiene con la comunità romana una relazione di preghiera: «continuamente faccio memoria di voi». Si appella alla testimonianza di Dio19 per dar credito alla sua affermazione. La preghiera entra come parte integrante del lavoro apostolico essendo un modo privilegiato per restare in contatto con le comunità fondate da lui e per entrare in comunione con le altre. Così ringraziamento, ricordo e invocazione sono tre facce di uno stesso atteggiamento che lega mittente e destinatari.
Versi 10b-15

Paolo indica ora il motivo del suo scritto. Creando intesa e comunione, la preghiera suscita il desiderio dell'incontro e della conoscenza diretta: «desidero ardentemente vedervi». Fermo restando che tutto va affidato e regolato dalla volontà divina (cf 10a), Paolo enumera due motivi che tengono acceso il suo desiderio. Il primo è squisitamente apostolico e consiste nella comunicazione di doni spirituali «perché ne siate fortificati». Il missionario, al pari di un padre, desidera vedere i propri figli crescere bene e forti, pronti ad affrontare le difficoltà della vita. La fortezza è quindi una virtù importante nel cammino storico dei credenti e per loro Paolo la invoca spesso da Dio20. Un secondo motivo completa il primo ed è lo scambio vicendevole della «consolazione»21. L'ufficio apostolico non rende autosufficiente chi lo esercita. Esiste nella vita cristiana una reciprocità da riconoscere e da sostenere: la visita di Paolo sarà vantaggiosa anche per lui, perché chi dà, riceve, non fosse altro perché «vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35).

Paolo ha provato altre volte a raggiungere la comunità, senza successo: «finora ne sono stato impedito». La presenza del verbo passivo lascia forse intravedere una precisa volontà divina (passivo divino). Ora. dopo aver missionato a lungo in Oriente, sembrano maturi i tempi per rivolgersi anche all'Occidente, passando da Roma e proseguire fino in Spagna. Questi sono i progetti (cf 15,24). Paolo, che ha sempre viva coscienza della sua chiamata di apostolo dei pagani, sente l'urgenza di portare a tutti il bene del Vangelo. L'idea di totalità è affidata a coppie di opposti, «Greci-barbari, sapienti-ignoranti». Nella prospettiva di un annuncio a tutti, sta anche la visita alla comunità di Roma.

TEMA CENTRALE

Testo: Rm 1,16-17

A questo punto compare il tema della lettera22. Più che per correttezza formale, Paolo vuole chiarire fin dall'inizio il senso e il cuore del Vangelo che intende portare a Roma. Lo fa con due frasi ad altissimo voltaggio teologico, come documentano i termini "Vangelo, potenza di Dio, salvezza, fede, credere, rivelare, giustizia, vita". Siamo in presenza di un concentrato del pensiero paolino. Pur nella densità dei termini, il messaggio è ridotto all'essenziale: il Vangelo di Dio (cf v. 1), che è Gesù Cristo (cf vv. 2-4), raggiunge tutti gli uomini che si aprono a lui nella fede.

Paolo dichiara di non vergognarsi del Vangelo. Leggiamo tanta fierezza in questa affermazione come pure la volontà di opporsi a qualcuno. Non mancavano infatti coloro che provavano vergogna pensando a Gesù. La sua vicenda, soprattutto la sua morte in croce, era scandalo per i Giudei che attendevano un Messia rivestito di gloria. I Greci lo ritenevano un'assurdità perché si sentivano feriti nella loro dignità intellettuale23.

Altro che vergogna! Il Vangelo è «potenza di Dio», annuncio di vita come attesta 2Cor 13,4: «Egli fu crocifisso per la sua debolezza ma vive per la potenza di Dio». Solo nella vita che fiorisce dal mistero pasquale sta la «salvezza». Destinatari sono tutti, espressi nell'ordine, prima il Giudeo e poi il Greco (= pagano). La successione rispetta la volontà divina che si è rivelata dapprima al popolo ebraico con le promesse ai patriarchi. Si trattava di una fase, all'interno della storia della salvezza, scandita da tempi e da modalità precise. La fase successiva è il superamento della antiche barriere e l'abolizione delle esclusioni.

Nel Vangelo «si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede». Incontriamo una delle espressioni più complesse della lettera, che riprendiamo più sotto. Semplificando il discorso, diciamo che è nel Vangelo, cioè in Cristo, che impariamo a conoscere il Padre, il suo amore e i modi del suo intervento. È da lui che proviene ogni bene. Con lui ci si regola secondo un unico criterio, quello della fede. In altri termini, il rapporto con Dio non si costruisce sulla partita doppia del dare e dell'avere, ma su quella della gratuità del suo amore che si riceve con animo riconoscente e disposto a conservarlo.

Paolo esprime il suo pensiero con due concetti magistrali, quello della giustizia di Dio e quello della fede, che caratterizzano la prima parte della lettera. Consideriamoli più da vicino e incominciamo a familiarizzare un po' con essi. Lo sviluppo della lettera apporterà ulteriore luce.





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