Da IL Capitale



Scaricare 418 Kb.
Pagina1/6
21.12.2017
Dimensione del file418 Kb.
  1   2   3   4   5   6



La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto
Indice:

Pg. 1………. Note sulla legge del caduta tendenziale del saggio del profitto.


Pg 15…………Il falso problema della trasformazione dei valori in prezzi.

Pg. 22………Sintesi del Capitale.

Pg. 44………Tabelle e grafici.

Pg. 53……….Bibliografia.



Note sulla legge del caduta tendenziale del saggio del profitto

Il vero limite della produzione capitalista è il capitale stesso


(K. Marx)

Una premessa necessaria
Il perno attorno al quale ruota la teoria scientifica comunista è l’analisi dello sviluppo della società umana attraverso i vari modi di produzione che si sono succeduti nella storia: dal comunismo originario al capitalismo, fino alla previsione della futura società comunista. L’analisi del modo di produzione capitalista ruota intorno alla legge del valore e a tutto ciò che ne consegue. Se questa legge si fosse rivelata fallace, tutta la teoria rivoluzionaria sarebbe crollata. Non è un caso che le critiche degli economisti si siano rivolte in particolare nei confronti di questa legge e su alcuni aspetti in particolare che da questa legge ne conseguono: la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto e la trasformazione dei valori in prezzi. Non è nemmeno un caso che molti comunisti siano entrati in crisi di fronte a fenomeni che sembravano inficiare le analisi scaturenti dalla teoria rivoluzionaria e abbiano abbandonato il campo rivoluzionario o abbiano tentato una difesa d’ufficio, partendo da premesse sbagliate. Le devastazioni operate dalla controrivoluzione nel campo della teoria e la sua trasformazione in ideologia fuorviante prima (nelle molteplici varianti dello stalinismo e della socialdemocrazia) e la sua completa dissoluzione a livello planetario dopo hanno portato, anche in chi si richiamava pur confusamente al comunismo, l’ attribuire scarsa importanza alla critica dell’economia politica ed all’analisi economica del capitalismo , riducendo la teoria comunista, nel migliore dei casi, ad un astratto ideale. Non bisogna mai dimenticare che la forza della nostra teoria è la dialettica. Se si cade nel meccanicismo e ci si avventura in previsioni concernenti il crollo del capitalismo che poi si rivelano fallaci, le delusioni saranno inevitabili. Anche Marx ed Engels, del resto, fecero delle previsioni che non portarono agli esiti sperati ma era giusto politicamente farle e se quelle previsioni non si avverarono non significa che fossero sbagliate ma che non furono presenti tutti quegli elementi, descritti precedentemente nell’analisi, che avrebbero potuto far sì che si avverassero; come avviene anche nelle scienze naturali. Se prevediamo che, in certe condizioni, un fenomeno fisico debba verificarsi in un certo modo, non ci meraviglieremo se –mancando anche solo una di quelle condizioni- il fenomeno in esame non si verificherà come previsto. Inoltre, potremmo benissimo essere in grado di prevedere che –mancando quella condizione- il fenomeno avrà un altro esito. Del resto, la conferma più brillante delle previsioni di Marx ed Engels si ebbe dove sembrava (anche per molti marxisti) che invece la teoria fosse clamorosamente smentita: in Russia. Anche all’interno della nostra corrente ci si aspettava la rivoluzione per il fatidico 1975. Ora, l’analisi complessiva sull’esaurirsi del ciclo di accumulazione post-bellica era esatta e si accordava con le previsioni fatte cinquanta anni prima dall’Internazionale ma questo non significava, come sbagliando pensarono alcuni compagni, che inevitabilmente sarebbe divampato l’incendio rivoluzionario. Così, una volta passata la fatidica data, coloro che si aspettavano la rivoluzione, in virtù di analisi di stampo meccanicista, piombarono invece nello sconforto ed alcuni si ritirarono completamente dall’attività politica. Bucharin stesso cadde in errore, immaginando un rapido crollo del capitalismo dovuto agli effetti della legge della caduta del saggio del profitto. Una delle leggi della teoria comunista che, più di ogni altra, viene interpretata in modo adialettico e meccanicista è proprio questa. La nostra teoria è stata ampiamente dimostrata dal corso degli avvenimenti storici. Non abbiamo bisogno ogni volta di ricercare la dimostrazione sperimentale della legge nell’andamento dell’economia del momento. E’ possibile farlo ma non è sempre necessario. La nostra teoria è stata tutta ampiamente dimostrata. Sarebbe come se, ogni volta che si parlasse della legge della gravitazione universale (così come di qualunque altra legge delle scienze naturali), si dovesse dimostrare di nuovo la legge stessa. Non si capisce pertanto perché nelle scienze sociali si dovrebbe seguire una strada diversa. Va ribadito inoltre che “Noi non conosciamo che una sola scienza: la scienza della storia
(K. Marx, L’Ideologia tedesca)

Gli economisti contemporanei – ben peggiori degli economisti coevi di Marx (fatto storicamente inevitabile)- nonostante la cosiddetta “morte del comunismo” si industriano ancora a liquidare le opere di Marx considerandolo, nel migliore dei casi, un utopista o un filosofo che si dilettava di economia. In altri casi, viene considerato invece un acuto economista capace di fare delle previsioni brillanti ( come nel caso della cosiddetta globalizzazione) che andrebbero utilizzate per meglio comprendere la realtà e per far funzionare meglio il capitalismo. In ambedue i casi non si comprende –soprattutto quando se ne riconoscono i meriti- che la teoria rivoluzionaria è indissolubilmente legata alla prassi rivoluzionaria e che l’una non può esistere senza l’altra. Per noi “ La critica non è una passione del cervello, ma il cervello della passione; essa non è un bisturi ma un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico che essa non vuole confutare bensì annientare. Infatti lo spirito di quelle condizioni è già confutato



(K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel )

Brevi note introduttive

Nella III sezione del III libro del Capitale viene affrontata l’analisi del fenomeno e l’enunciazione della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. Il III libro non è stato completato e fu pubblicato postumo da Engels, lasciando per molti -ma non per i comunisti- problemi aperti e molte questioni in sospeso. Nella scienza, una volta stabilite delle leggi, tutto il resto è consequenziale. Stiamo parlando di testi scientifici, non di verità esoteriche rivelate da qualche iniziato.

Marx aveva già enunciato la legge nel manoscritto del 1857-58 (Gründrisse) e avrebbe dovuto inserirla nel I libro del Capitale, ma non poté farlo perché le sue analisi sul commercio estero e sul capitale azionario (con cui i capitalisti cercano di porre un freno alla caduta del saggio di profitto) non erano ancora sufficientemente sviluppate. Egli aveva comunque impostato i termini della questione, dimostrando dove gli economisti classici erano caduti in errore.

Smith si era accorto della tendenza del saggio del saggio del profitto a diminuire, ma aveva attribuito ciò al fattore della concorrenza: con il progredire del processo di accumulazione del capitale, si sarebbero esauriti i campi di investimento profittevoli e l’accresciuta concorrenza tra i capitali avrebbe fatto diminuire progressivamente il saggio del profitto.

Ricardo riteneva che la concorrenza potesse far diminuire i profitti ad un livello medio nei diversi settori dell'industria, livellando il saggio, ma non poteva ridurlo in maniera tendenziale perchè altrimenti la capacità produttiva, ad un certo punto, si sarebbe ridotta a zero dato che la concorrenza era inevitabile. Inoltre, con l’aumento dei redditi aumenta la domanda (sia di beni di consumo che di mezzi di produzione), per cui anche i profitti debbono per forza tornare a salire. Se non ci riescono è perché la causa va individuata in un problema demografico: se la produzione aumenta, conseguentemente aumenta anche la popolazione che deve essere nutrita. Perché questo sia possibile, sono necessari maggiori investimenti nell'agricoltura e, rendendo questa meno dell'industria (in quanto vi è scarsità di terreni fertili da poter mettere a coltivazione), anche gli investimenti sono minori, sicché i prezzi agricoli (in primo luogo quello del grano) vengono tenuti alti dai proprietari fondiari. Questa situazione si ripercuote sull’andamento dei salari che non possono scendere al di sotto delle capacità riproduttive degli operai dell’industria. La soluzione, secondo Ricardo, consisteva nel penalizzare le rendite fondiarie relative al grano, favorendo l'importazione dall'estero, a prezzi molto più contenuti, e quindi abolendo i dazi che proteggevano la produzione nazionale.

Marx ritiene che la concorrenza non potrebbe abbassare il saggio medio del profitto in tutte le branche d'industria, se questa legge non fosse operante prima che il fattore stesso della concorrenza entri in gioco. In realtà è lo sviluppo stesso delle forze produttive che, superata una certa soglia, sopprime l'autovalorizzazione del capitale, suonandogli la campana a morto.

Il saggio di profitto scende – sebbene il saggio di plusvalore resti invariato o salga –



perché, con lo sviluppo delle forze produttive del lavoro, il capitale variabile diminuisce in rapporto al capitale costante. Scende quindi, non perché il lavoro diventi meno produttivo, ma perché diventa più produttivo. Non perché l’operaio venga sfruttato meno, ma perché viene sfruttato di più, sia che il tempo di pluslavoro assoluto cresca, sia che, non appena lo stato lo impedisce, il valore relativo diminuisca e quindi cresca il tempo di plusvalore relativo, il che fa lo stesso per la produzione capitalista”.
(Teorie del plusvalore Libro II Storia delle teorie economiche

Cap. 16° Teoria del profitto di Ricardo - Newton Compton)

Il valore di una merce, come sappiamo, è determinato dalla somma delle diverse componenti che concorrono alla sua formazione: c+v+p dove c rappresenta il valore dei mezzi materiali (capitale costante), v il valore della forza-lavoro consumata (capitale variabile), p il plusvalore. Sappiamo anche che il plusvalore viene determinato dal fatto che l’operaio, dopo aver riprodotto la propria forza-lavoro per un certo tempo, lavora successivamente gratis e che questo tempo supplementare costituisce l’entità del plusvalore, un valore che può essere del 100% ed anche molto superiore. Per calcolare il plusvalore si prende in considerazione il salario medio che occorre per riprodurre la stessa forza-lavoro. Il salario viene stabilito in maniera anticipata, in rapporto a un certo quantitativo di ore di lavoro (o, nel caso del salario a cottimo, in rapporto a un certo quantitativo di merci prodotte in un determinato tempo). Questo significa, ad esempio, che se per il capitalista sono sufficienti 4 ore di lavoro per riprodurre la forza lavorativa impiegata, le altre 4 ore costituiscono plusvalore, cioè pluslavoro non pagato, che in questo caso è del 100%. Nella vendita di merci ad alto valore aggiunto, il plusvalore può arrivare anche al 400% o 500% e oltre. Ma a questi tassi i si può arrivare anche nei paesi dove il costo del lavoro, delle materie prime e della vita in generale è molto basso. Oggi la produttività è talmente elevata che è sufficiente una frazione minima della giornata lavorativa per ricostituire il valore della forza-lavoro.

Per gli ideologi della borghesia, invece, la forza-lavoro sarebbe pagata al giusto prezzo e il profitto si genererebbe unicamente nel momento in cui la merce viene venduta sul mercato dove in realtà si realizza il valore prodotto altrove. Quindi, esteriormente nella società borghese il "plusvalore" appare illusoriamente come "profitto", cioè come risultato finale di tutto il capitale anticipato generato nella palude del mercato e non invece nel vulcano della produzione. Marx opera una distinzione tra economia complessiva (nazionale, o macroeconomia come dicono oggi gli economisti) ed economia singola (ovvero l'impresa capitalistica considerata singolarmente).
Sul piano macroeconomico v è sommato a pv per ottenere il valore complessivo dell'economia nazionale. Ne nasce la categoria di reddito nazionale inteso come somma dei redditi salariali e redditi da capitale.
Nell'economia singola i salari sono considerati come costi del capitalista, al pari delle altre spese di produzione. Accade perciò che il singolo capitalista ottenga plusvalore non attraverso un rapporto semplice T (totale produzione) - v - c = pv e quindi una formula di saggio del plusvalore uguale a pv =pv/v, ma un'altra cosa: il saggio del profitto.
Esso si misura con la formula sp = pv/c+v.
Cosa sia per Marx il profitto distinto dal plusvalore viene chiarito in un passo di una lettera scritta ad Engels il 30 aprile 1868: “Il profitto è per noi in un primo tempo solo un altro nome, o un'altra categoria del plusvalore. Siccome, in base alla forma del salario, tutto il lavoro appare pagato, la parte non pagata del lavoro sembra derivare necessariamente non dal lavoro, ma dal capitale, e non dalla sua parte variabile, ma dal capitale complessivo. Con ciò il plusvalore riceve la forma del profitto, senza differenza quantitativa tra l'uno e l'altro. Si tratta solo della forma fenomenica illusoria dello stesso.”

(Carteggio Marx-Engels, Editori Riuniti)

La quotidiana guerra di classe del capitale contro il lavoro ha come obiettivo quello di aumentare quanto più è possibile il saggio del plusvalore e il saggio del profitto.

La “Produttività del lavoro in genere = massimo di prodotto con minimo di lavoro, e quindi merci il più possibile a buon mercato. Nel modo di produzione capitalistico questa diventa una legge indipendente dalla volontà dei singoli capitalisti.”



( K. Marx, cap. VI inedito del Capitale, Einaudi).

E’ evidente che, quanto maggiore è la quota di capitale variabile, tanto superiore (a parità delle altre condizioni) è il saggio del profitto. In altre parole può ottenere più profitti, in percentuale, un'impresa che investe meno nel capitale costante e di più nel capitale variabile. Cionondimeno il capitalista, per reggere la concorrenza ed aumentare la produttività, è costretto ad aumentare la parte dedicata al capitale costante (fig. 1) (alcuni capitalisti –ad esempio. quelli della Toyota , anni fa- hanno cercato di automatizzare al massimo la produzione, riducendo al minimo la presenza degli operai. All'inizio hanno ovviamente ottenuto profitti altissimi, in quanto si è potuto risparmiare sui salari ed essere competitivi sul piano dei prezzi, ma in seguito, quando gli stessi processi sono stati acquisiti da altre aziende, il saggio del profitto è diminuito, proprio perché è aumentata l’offerta delle merci e diminuito il loro prezzo). Questa tendenza è riscontrabile in maniera generalizzata attraverso tutto il corso del capitalismo (fig. 2 - 3).

In Europa, l'Italia è uno dei paesi in cui più intenso è stato il processo di sostituzione delle macchine al posto del lavoro. I dati Ocse documentano che dall'inizio degli anni Settanta ad oggi, nel settore privato, il capitale fisso per addetto è aumentato negli Stati Uniti del 37%. In Italia è aumentato del 125%. L'elevata preminenza del capitale costante rispetto al capitale variabile è l'altra faccia dell'alta disoccupazione europea e, a maggior ragione, di quella italiana (fig. 4 - 5). L'altra conseguenza è che la gran parte degli occupati sfugge alle rigidità del mercato ufficiale. Quindici milioni e mezzo di lavoratori italiani, i due terzi degli occupati, non sono coperti dall'art. 18. Sono tre milioni e mezzo di lavoratori irregolari, quasi tre milioni di dipendenti di imprese al di sotto della soglia dello Statuto dei lavoratori, un milione e mezzo di lavoratori a termine, sei milioni e mezzo di lavoratori autonomi. (dati confindustriali, anno di riferimento: 2000).

La borghesia pone in essere varie misure per rallentare la tendenza del saggio del profitto a diminuire oltre naturalmente a intensificare lo sfruttamento della forza-lavoro.



Contromisure della borghesia

  1. Intensificazione dello sfruttamento operaio, introducendo maggiore intensità dei ritmi di lavoro, allungamento della giornata lavorativa, totale flessibilità della manodopera. .

  2. Introduzione di forme nuove di sfruttamento (oggi una parte importante di questa politica viene svolta dall’adozione del lavoro precario, interinale (fig. 6) o “nero”), crescita della disoccupazione per tenere bassi i salari, riduzione del salario (in termini assoluti e relativi) (fig. 7) e dei cosiddetti oneri sociali. .

  3. Intervento massiccio dello Stato nell’economia (fascismo, nazismo, stalinismo, new deal). Non si deve pensare che il processo di privatizzazione dell’economia di oggi significhi un minore intervento dello Stato (lo slogan riformista “più stato e meno mercato” è semplicemente idiota). Lo Stato per controllare l’economia non ha bisogno di detenere esso stesso i mezzi di produzione. Lo stato per controllare l’economia non ha bisogno necessariamente di espandere il settore pubblico ma di controllare effettivamente l’economia. Gli U.S.A sono la nazione dove il controllo dello Stato sull’economia è più marcato, esercitando anche un controllo sui singoli capitalisti perché il loro interesse particolare non leda gli interessi complessivi della classe dominante. .

  4. Creazione di nuove forme di produzione come il “just in time”, il telelavoro (fig. 8– 9- 10), la frammentazione degli impianti ( per fare un esempio: La Pirelli ha attivato un nuovo processo di produzione degli pneumatici sulla base di
    minifabbriche (…) in grado di produrre uno pneumatico ogni tre minuti”, con “aumenti di produttività nell'ordine dell'80% e di efficienza degli impianti del 23%. I consumi di energia vengono ridotti di un terzo. Il costo totale del prodotto diminuisce quindi del 25% e la redditività aumenta di oltre il 40%. Le lavorazioni passano da 14 a tre ed è possibile cambiare articolo secondo le richieste in 20 minuti”. Le minifabbriche sono “altamente flessibili, collocabili in modo modulare sul territorio secondo le esigenze del mercato di riferimento”.
    Gli impianti occupano spazi inferiori dell'80% rispetto a quelli tradizionali e possono perciò essere dislocati con facilità dove servono (S. Bocconi, “Pirelli, la rivoluzione in fabbrica”, “Il corriere della sera” del 22/12/1999). .

  5. Svalutazione del corso della moneta, con conseguente svalorizzazione di una parte del capitale investito e riduzione del potere di acquisto reale dei salari. .

  6. Trasformazione di una parte del capitale in capitale fisso che non funge da agente diretto della produzione. .

  7. Sperpero improduttivo di una parte del capitale. Dato che la produttività e molto alta e sono sufficienti pochi operai (con conseguente espansione del cosiddetto “terziario”) (fig. 11) a produrre il plusvalore necessario al mantenimento della società, la borghesia deve provvedere al mantenimento della sovrappopolazione relativa con lavori fittizi e con i cosiddetti ammortizzatori sociali onde evitare che si produca instabilità sociale. In Italia, per fare un esempio emblematico, lo Stato paga i lavoratori addetti al ponte sullo stretto di Messina –che non verrà mai realizzato- per non fare nulla. . .

  8. Creazione di nuovi rami produttivi in cui occorre più lavoro immediato o poco sviluppato rispetto al capitale. .

  9. Formazione di monopoli. .

  10. Defiscalizzazione del profitto. .

  11. Riduzione della rendita fondiaria ( aumento delle tasse sui terreni). .

  12. Accettazione di un minor tasso di sviluppo a fronte di un maggior volume del profitto lordo, in ragione della grandezza del capitale (Marx parla di "motivo di consolazione"). .

  13. Distruzione di capitale (fisso e variabile) tramite conflitti bellici, su scala sempre maggiore fino ad arrivare al conflitto generalizzato su scala mondiale vero bagno di giovinezza per il capitale.

Al tempo di Marx la politica coloniale delle potenze europee -iniziata dagli anni ’70 del XIX secolo e conclusasi successivamente al secondo macello imperialista (1939-1945)- costituì una notevole valvola di decompressione per l’economia europea, fornendo uno sbocco ulteriore alle merci prodotte, materie prime a buon mercato, bassi salari e, all’inizio, scarsa concorrenza). Oggi naturalmente questa opzione non è più praticabile ed inoltre è nelle aree ex coloniali che si stanno sviluppando i capitalismi più dinamici e aggressivi. (fig. 12)

Il pianeta è oggi visibilmente ciò che era già realmente: il regno totalitario dell’economia e non c’è posto sul pianeta dove il capitale in cerca di valorizzazione possa trovare scampo se non esclusivamente al proprio interno ma non per sempre. E’ come se un malato grave cercasse di operarsi da solo. La ragion d’essere del capitale è l’autovalorizzazione, quindi lo sviluppo delle forze produttive e del lavoro socialmente organizzato. Ma è proprio attraverso questo processo che esso pone le basi per la sua ineluttabile catastrofe. La caduta del saggio di profitto porta il capitale a sostituire il reale processo produttivo con il fittizio settore finanziario. Se le transazioni fra capitali non passano per la sfera della produzione il capitale investito diventa mero capitale fittizio e la gestione borghese dell’economia diventa una penosa attività di gestione simile a quella del gestore di una piccola bottega. E’ come se ci illudesse di produrre energia elettrica non alla fonte dove si trova il generatore, intervenendo su di esso (potenziandolo, aumentando il numero di giri o sostituendolo con uno in grado di erogare un maggior numero di KW) ma sulla linea elettrica, ridistribuendo la potenza diversamente tra i vari utilizzatori. Ma se su un utilizzatore arriva più potenza è perché è stata sottratta ad un altro, essendo il generatore sempre lo stesso. Altrimenti sarebbe come avere scoperto finalmente “perpetuum mobile”.



La realizzazione del profitto nella palude del mercato

Naturalmente il profitto, pur nascendo all’interno del processo produttivo, per realizzarsi ha bisogno del mercato dove si svolge la guerra tra i capitalisti ognuno dei quali cerca di acquisire una posizione di monopolio

Secondo Marx il capitalista non è un animale fedele alla sua fabbrica, ma un infedele sempre alla ricerca di nuovi mercati e di nuovi settori in cui realizzare nuove attività produttive. Lo scopo del capitalista è cioè l'incremento costante del denaro in suo possesso.
Da ciò la migrazione di capitali da settori ormai saturi e quindi generatori di scarso profitto verso settori in grado di assicurare profitti più alti.
Questa rincorsa affannosa può certamente produrre vantaggi temporanei ma, in un'ottica di medio e lungo periodo, finisce solo per provocare un livellamento di tutti i saggi di profitto al livello medio.
Il saggio generale di profitto non esiste in realtà che come cifra media ideale, in quanto serve alla valutazione dei vari profitti, non esiste che come percentuale media, come astrazione, in quanto viene fissato come qualcosa di definitivo, di certo, di dato, mentre non è, in realtà, se non una tendenza determinante del movimento di perequazioni dei diversi saggi di profitto reali, sia di quelli dei singoli capitali di una medesima sfera, sia di quelli di capitali differenti in diverse sfere di produzione.




Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale