Da Pietro al Papato di Fausto Salvoni



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Pasci le mie pecore

Il problema della genuinità o meno del cap. 21 di Giovanni non ha importanza per la nostra questione;

anche se non fosse genuino rispecchierebbe pur sempre un dato della tradizione antica.. Dalle

parole «Noi sappiamo che la sua testimonianza è verace» (v. 24) comprendiamo che lo scrivente,

pur distinguendosi dal discepolo, assicura che il materiale trasmesso a lui dallo stesso Giovanni era

di grande valore. Se il v. 23 provenga da una correzione fatta da Giovanni vecchio alla diceria formulata

a suo riguardo o da una apologia da parte dei collettori delle sue memorie dopo la sua morte,

non ha la minima importanza per il nostro soggetto232.

Dopo una notte infruttuosa di pesca sul lago di Tiberiade uno sconosciuto dice agli apostoli di gettare

ancora una volta le reti che, miracolosamente, sono ricolme di pesci. Giunti a riva gli apostoli

trovano già del pesce arrostito ad opera di Gesù, che tale era appunto lo sconosciuto (Gv 21, 14).

Dopo aver mangiato assieme, Gesù aprì un colloquio con Pietro usando parole che meritano la nostra

più attenta considerazione.

« Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?233 Egli rispose: sì. Signore tu sai che ti voglio bene.

Gesù disse: Pasci i miei agnellini. Gesù disse di nuova una seconda volta: Simone di Giovanni mi

ami tu? Egli rispose: Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene. Gesù gli disse: Pastura le mie pecorine.

Ma la terza volta gli chiese: Simone di Giovanni mi vuoi proprio bene? Pietro fu rattristato perché

questa terza volta Gesù gli aveva detto: Mi vuoi bene? e gli rispose: Signore, tu sai ogni cosa, tu conosci

che ti voglio bene. Gesù gli disse: Pasci le mie pecorine... » (Gv 21, 15-18)

In seguito Gesù gli profetizzò il futuro martirio, concludendo il suo dire con il comando: «Seguimi!

» (v. 19). Pietro, curioso, vedendo Giovanni, chiese che sarebbe avvenuto di lui, ma Gesù gli ribattè

di guardare a se stesso: «Se voglio che rimanga finché io venga, che t'importa? Tu seguimi!»

(v. 21).

Questo passo dai moderni teologi cattolici è ritenuto il conferimento del primato dell'apostolo Pietro

su tutta la Chiesa cristiana234. Le parole: «Pasci le pecore, pasci gli agnelli» sono scolpite in greco

sull'abside della basilica di S. Pietro in Vaticano. Anche gli esegeti contemporanei, pur essendo me-

231 Cfr i passi già citati sopra, riguardanti le varie applicazioni di stérizo (= conferma).

232 . Sul problema dell'autenticità cfr Moraldi-Lyonnet , Introduzione alla Bibbia , vol. IV (Torino 1960), p. 205. Il racconto

sembra riallacciarsi alla pesca miracolosa narrata da Luca in 5, 1-11, confermando in tal senso l'esistenza di intimi

legami, non ancora ben chiariti, fra Luca e Giovanni (cfr M.E. Boismard , Le chapitre XXI de St. Jean. Essai de

critique littéraire , in «Rev. Bibl.» 54, 1947 pp. 473-501). Sui rapporti del cap. 21 con il resto del quarto Vangelo cfr

A. Schlatter , Der Evangelist Johannes , Stuttgart 1930 (è dello stesso autore); R. Bultmann , Das Evangelium Johannes

, Göttingen 15, 1957 (si tratta di un autore diverso). Si cfr una accurata bibliografia degli autori favorevoli e contrari

alla genuinità giovannea in S. Ghiberti , Missione e primato di Pietro in Giovanni 21 , in Pietro «Atti XIX Settimana

Biblica», Brescia 1967, p. 175.

233 Il «Mi ami tu più di costoro » non può essere inteso come una richiesta a Pietro per vedere se egli preferisse Gesù ai

pesci o agli altri suoi compagni di pesca. Tutta la vita di Pietro stava a dimostrare che egli era pronto a sacrificare ogni

cosa per Gesù; per lui aveva lasciato parenti, barca e moglie (Mc 10, 28), per lui aveva vigorosamente nuotato incontro

al Maestro abbandonando la stessa barca (Gv 21, 7). La domanda si spiega invece se mette a confronto il suo

amore con quello che per lo stesso Gesù avevano gli altri apostoli.

234 Si cfr Conc. Vaticano I, «Al solo Simone, Gesù dopo la sua resurrezione, conferì la giurisdizione di sommo pastore e

di rettore di tutto il suo ovile, dicendo: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore» (Denz. 3053). Simile la dichiarazione

della Cost. Dogm. Lumen Gentium al Conc. Vaticano II, n. p.19.22.

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no dogmatici dei precedenti, continuano a vedervi il conferimento, almeno implicito, del primato



giurisdizionale di Pietro sulla Chiesa totale235.

Anche Paolo VI in una allocuzione tenuta il mercoledì in Albis del 1967, così commento questo episodio:

«L'intenzione del Signore, palese in questo interrogatorio sull'amore di Pietro a Gesù, termina in un'altra

e definitiva lezione, insegnamento, comando, investitura insieme: termina al trasferimento

dell'amore, che l'apostolo, con umile sicurezza non più smentita, professava per il suo Maestro e Signore,

da Gesù al gregge di Gesù. Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore, tre volte disse il Signore

all'Apostolo, ormai chiamato suo continuatore, suo vicario nell'ufficio pastorale... il primato di Pietro,

nella guida e nel servizio del popolo cristiano, sarebbe stato un primato pastorale, un primato

d'amore. Nell'amore ormai inestinguibile di Pietro a Cristo sarebbe fondata la natura e la forza della

funzione pastorale del primato apostolico. Dall'amore di Cristo e per l'amore ai seguaci di Cristo la

potestà di reggere, di ammaestrare, di santificare la Chiesa di Cristo... Una potestà di cui Pietro lascerà

eredi i suoi successori su questa sua cattedra romana, ed a cui egli darà nel sangue la suprema

testimonianza»236.

Dobbiamo quindi saggiare l'esattezza delle affermazioni precedenti con un esame accurato del passo

biblico nei suoi punti più importanti237. Va anzitutto ricordato che il pasci, espresso in greco per

amore di varietà con due verbi dal senso identico «Osservatore Romano», 30 marzo 1967, p. 1.238, non è

esclusivo per descrivere l'attività di Pietro, ma è usato anche per gli altri apostoli e per i vescovi239;

lo stesso Pietro ammonisce i « presbiteri », a « pascere il gregge di Dio » in cui si trovavano, dei

quali anzi si autodefinisce un «compresbitero», avente quindi i medesimi doveri e incarichi, a loro

superiore solo per il fatto di poter testimoniare le realtà cristiche da lui vedute. Essi devono quindi

pascere il gregge mostrando loro « un esempio » di « vita cristiana » senza voler imporsi con autorità,

la quale viene espressamente esclusa dal contesto (1 Pt 5, 1-3). Anche Paolo esorta gli «episcopi

» di Efeso, convenuti a Mileto, a «pascere la Chiesa di Dio» vigilando contro le infiltrazioni di

false dottrine (At 20, 28). Come si vede è ben arduo dal verbo «pascere» dedurre una superiorità

dell'apostolo su tutta la Chiesa di Dio.

235 Si confrontino al riguardo i due commenti che ne fanno il P. Braun e G. Ghiberti , il primo assai più sicuro, il secondo

ben più cauto: «Non abbiamo motivo di pensare che gli agnelli raffigurino il popolo fedele e il gregge gli altri apostoli.

Il cambiamento di parola indica che Gesù intende qui parlare di tutto il gregge che è affidato a Pietro. Si tratta di

una vera delega di autorità su tutta la Chiesa. Tutta la tradizione ha inteso il passo in tal modo e così è pure inteso dal

Concilio Vaticano contro i Protestanti. Gesù conferisce al solo Pietro la giurisdizione quale capo supremo di tutto il

gregge dicendo: Pasci i miei agnelli, pasci il mio gregge. Molti protestanti non vincolati ad una Chiesa confessionale

riconoscono oggi l'accuratezza di tale interpretazione (Harnak, Heitmüller; Bauer, Bernard)». Così F.N. Braun , St

Jean , in «La S. Bible» par L. Pirot, vol. X, Paris 1935, pp. 482-483. Ed ecco la conclusione di G. Ghiberti al suo lungo

studio su Giovanni 21: Di tutte le pecore deve interessarsi Pietro; di tutte ha responsabilità per una guida che dipende

dalla sua direzione e dal suo controllo. Di tale atteggiamento di Gesù nessun altro suo discepolo è fatto oggetto,

mentre l'importanza di Pietro è confermata da contesti apparentati, quelli pasquali, in tutta la narrazione evangelica

giovannea e infine in alcuni luoghi privilegiati (Mt 16 e Lc 22). Per questo onestamente sembra legittimo e doveroso

concludere che un discorso moderno muoventesi sui concetti di «primato giurisdizionale», purché sia mantenuto nelle

prospettive giovannee descritte, non è affatto sconfessato dalla rivelazione di Gv 21, anzi vi è contenuto in forma equivalente

( G. Ghiberti , Missione e primato di Pietro secondo Giovanni 21 , in Pietro «Atti XIX Settimana Biblica»,

Brescia 1967, p. 212).

236 «Osservatore Romano», 30 marzo 1967, p. 1.

237 Utile lo studio di G. Ghiberti, Missione e primato di Pietro secondo Giovanni 21, in Pietro A. o.c., pp. 167-214. Importante

per la ricca documentazione bibliografica, utile per alcune idee presentate, scarso per la sintesi personale, insufficiente

per le deduzioni teologiche che vuole vedere implicite nel passo giovanneo.

238 Bósco (verbo non comune) e poimaíno .

239 Poimàino per vescovi, presidenti (At 20, 28; 1 Pt 5, 2).

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Si può forse insistere di più sul fatto che i due termini « pecorine» ed « agnellini» indicano che a lui



ed a lui solo è stato affidato tutto il gregge della Chiesa. Penso che le due parole ci costringano a

vedere un limite nella missione affidata da Gesù a Pietro. Usualmente oggetto del verbo pascere sono

le «pecore» (próbata), il gregge (poímnion) la chiesa (ekklesia). Ma qui, stranamente, Giovanni

adopera i due diminutivi, quasi mai usati altrove, che sembrano sottolineare la debolezza delle pecore

pasciute: «agnellini» (arníon) e «pecorine» (probátia)240.

Il gregge evidentemente non è costituito solo da «gnellini» e da «pecorine»; il suo elemento principale

è dato dalle pecore. Non voleva forse Gesù suggerire qui a Pietro che, lui, dopo aver sperimentato

con il rinnegamento la debolezza umana, era il più atto a sorreggere quei cristiani, che per essere

le pecorine e gli agnellini del gregge più abbisognano di guida e di aiuto? Non hanno invece bisogno

dell'aiuto di Pietro le pecore, già mature e quindi capaci di autoguidarsi. Da tali parole è ben

difficile dedurre la superiorità di Pietro su tutta la Chiesa241.

Ma perché tali parole furono rivolte solo a Pietro e non agli altri apostoli? Non è questo un segno

della superiorità sua sugli altri apostoli, del suo rapporto particolarmente intimo con Gesù? Sono

per l'affermativa i cattolici, mentre personalmente, dopo aver ripensato a lungo, ritengo che qui Gesù

voglia donare il suo perdono a Pietro, che lo aveva rinnegato. e riaffidargli la missione apostolica.

A riparazione del suo triplice rinnegamento Gesù ora richiede una triplice professione di amore. La

stessa domanda iniziale con la quale Gesù chiede a Pietro se lo amasse (agapáo) in modo superiore

a quello degli altri apostoli, è un richiamo psicologicamente discreto alla sua affermazione orgogliosa

di volerlo seguire anche fino alla morte se necessario; tutti gli altri apostoli potranno pure

scandalizzarsi di Gesù ma Pietro mai (Mc 14, 29; Lc 27, 33). A una domanda così discreta, ma così

pertinente per la sua connessione con la tragica colpa, in cui solo Pietro era caduto a differenza degli

altri apostoli, egli non ha più il coraggio di ripetere la sua precedente boriosa affermazione di sicurezza

tronfia; non ha anzi nemmeno il coraggio di dire «t'amo» (agapáo), ma lo sostituisce con filéo

, un verbo meno impegnativo, che si potrebbe tradurre con il nostro «ti voglio bene»242.

Gesù allora ripete la sua domanda lasciando cadere il confronto con gli altri apostoli, e Pietro risponde

al medesimo modo di prima. Ma Gesù, riprendendo il verbo stesso di Pietro gli chiede: «a

240 Nel N. Testamento usualmente si trova (ámnos ) «agnello »; il diminutivo (arnión ) si legge solo in Ap 5, 6 dove indica

la debolezza dell'agnello sgozzato ma che nonostante, anzi proprio per tale sua debolezza, dopo la conseguente

vittoria sulla morte, è degno di rompere i sigilli del libro celeste. Il diminutivo « pecorine » ( probátia ) si trova solo

qui in Gv 21, mentre usualmente altrove si legge « pecore» ( próbata); qualche codice anche qui, data la stranezza della

lezione, vi ha sostituito ( próbata). Forse qui vi è una tinta polemica di Giovanni contro quei cristiani che pretendevano

difendere il primato di Pietro su tutto gli altri apostoli (corrente petrina). Cfr capitolo quinto.

241 Né vale insistere sul numero 153 dei pesci catturati per vedervi designata la missione universale di Pietro a tutti gli

uomini; anche se tale ipotesi fosse provata riguarderebbe tutti gli apostoli che hanno pescato tali pesci e non solo Pietro.

Fu Girolamo a dare il valore di «umanità» intera ai 153 pesci, poggiando sul fatto che, secondo gli antichi 153 sarebbe

stata la varietà dei pesci (In Ez 47, 12 PL 25, 474); tuttavia il testo attuale di Alieutiká di Oppiano non ha tale

numero, che del resto non doveva essere troppo noto ai lettori di Giovanni. Su questo numero cfr J.A. Emerton , The

Hundred and fifty three Fisches in John XXI, 11 , in «Journ. Theol. Studies» 9 (1958), pp. 86-89; P.R. Ackroyd , The

153 Fisches in John XXI, 11. A. Further Note , in «Journ. Theol. Studies» 10 (1959), p. 94; H. Kruse , Magni pisces

centum cinquaginta tres (Jo 20, 11) , in «Verbum Domini» 38 (1960), pp. 129-141. Dobbiamo riconoscere che il simbolismo

di tale numero, se vi esiste, sfugge tuttora alla nostra indagine.

242 Non più agapáo ma filéo . Benché la maggioranza degli esegeti rifiuti di vedere una diversa sfumatura nell'uso di

questi verbi che si scambierebbero tra loro, altri autori più saggiamente vedono nel contesto delle sfumature particolari.

(così C. Spicq. R. Rfoulé, O. Glombitza , Petrus - der Freund Jesu. Ueberlégung zu Joh 21, 15 , in «Novum Testamentum

» 6 (1963), p. 279; B. Cassian , St Pierre et l'Eglise dans le Nouveau Testament , in «Istina» 1955, p. 328).

Agapáo sembra designare un amore più profondo, cristiano, sorretto da motivi supernaturali (se ne confronti l'elogio

in 1 Co 13), mentre il filéo indica un amore più umano, più sentimentale, più sensibile.

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davvero mi vuoi proprio bene?» Allora Pietro – questa terza volta243 – al sentirsi mettere in dubbio



il suo stesso affetto per Gesù, si rattristò e umilmente gli rispose: « Tu ben sai che davvero ti voglio

bene, che ho dell'affetto per te »244.

So che di recente alcuni hanno cercato di negare che la triplice domanda e la triplice missione affidata

a Pietro, sia un richiamo al rinnegamento petrino. P. Gaechter ha voluto riferire questa ripetizione

a motivi d'indole giuridica per sottolineare un caso particolarmente importante e solenne245.

Tale suggerimento fu accolto e confermato con testi rabbinici da parte di E. Zolli246.

Se la triplicità di un'affermazione può talora sottolineare la solennità di un compito affidato ad alcuni,

qui mi pare del tutto fuori posto, se analizziamo la domanda di Gesù: «Mi ami? Mi vuoi proprio

bene?» e la tristezza che Pietro ne provò. Egli comprese che qui non si trattava di esaltazione, bensì

di saggiare la realtà del suo sentimento affettuoso verso il Maestro. Idee preconcette e dogmatiche

fanno talora fuorviare dal retto e semplice senso del passo biblico.

Che poi Gesù intendesse ridonare la missione apostolica a Pietro si può capire meglio se si pensa al

detto di Cristo: «Chiunque mi rinnegherà dinanzi agli uomini, anch'io lo rinnegherò dinanzi al Padre

mio che è nei cieli» (Mt 10, 33). Ma ora, dopo la sua protesta d'affetto, Pietro è ancora ritenuto degno

di annunciare l'amore divino a tutti coloro che come lui potranno cadere e aver bisogno di fiducia

e di conforto. Che questo sia vero si può dedurre da due motivi: primo il fatto che Giovanni segue

nella descrizione lo schema della chiamata all'apostolato e dal verbo conclusivo che vi aggiunge.

E' utile per questo confrontare la chiamata di Pietro all'apostolato secondo Luca (5, 1-11) con la

presente narrazione (Gv 21, 1-19):

L c 5, 1-11 Gv 21. 1-19

lago di Gennezareth (v. 1) lago di Tiberiade (v. 1)

pesca infruttuosa di notte pesca infruttuosa di notte

gettate le reti (v. 4) gettate le reti (v. 6)

pesca miracolosa pesca miracolosa

Pietro confessa il kurios (Signore) E' il kurios (Signore)

Si riconosce peccatore (v. 11) Si riconosce nudo247 pasto (v. 9-13), «pasci»

lo seguirono «Seguimi»

Come si vede le due narrazioni corrono parallele e tale fatto si spiega, oltre che ad un influsso di

Luca nella redazione definitiva del Vangelo di Giovanni, anche dal fatto che qui si trattava di una

nuova chiamata di Pietro all'apostolato, nel quale Simone doveva essere reintegrato dato il suo precedente

rinnegamento248.

243 Si noti il tó tríton con l'articolo; mentre precedentemente vi era déuteron senza articolo « una seconda volta»; si tratta

quindi di una terza domanda diversa dalle precedenti, che rattrista Pietro.

244 Già Origene aveva notato che la causa della tristezza di Pietro derivava proprio dall'uso di questo verbo ( filéo ) («mi

sei affezionato »). Cfr Comm ai Proverbi 8, 17 PG 17, 184 C.D.

245 Gaechter , Das Dreifrache «Weide meine Lämmer» in «Zeitschr Kath. Theol.» 69 (1947), pp. 328-344 (337-340).

246 E. Zolli , La Confessione e il dramma di Pietro , Roma 1964, p. 49. Egli adduce a comprova Ge 31, 47.51.52; Mt 18,

15; At 10, 16, Lc 23, 14.20; e i trattati mihnici Rash ah.shanah 2, 7; Jebamot 12, 6.

247 Nudo (v. 8) vale a dire peccatore (cfr Ap 3, 17-18; 16, 15) anche in Filone, Leg. All. 11, 60 l'essere nudo indica la

perdita della virtù da Adamo.

248 Per tale parallelismo cfr. J. Schniewind, Die Parallelperikopen bei Lukas und Johannes 1958, pp. 11-16

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Tale impressione è confermata pure dal duplice comando di Gesù rivolto a Pietro e che costituisce



come il vertice a cui il racconto tende: «Tu seguimi!» (v. 19.22). E' una parola che Gesù ripetutamente

ha usato quando volle chiamare qualcuno all'apostolato249. Segno quindi che con le sue parole

il Risorto voleva ridonare la missione apostolica a Pietro.

Questa interpretazione è presentata pure da alcuni padri della Chiesa tra cui Cirillo Alessandrino.

«Se qualcuno chiede perché mai egli si rivolse solo a Simone, pur essendo presenti gli altri apostoli,

e cosa significhi: Pasci i miei agnelli, e simili, rispondiamo che san Pietro con gli altri discepoli, era

già stato scelto all'Apostolato, ma poiché Pietro era frattanto caduto (sotto l'effetto di una grande

paura aveva infatti rinnegato per tre volte il Signore), Gesù adesso sana colui che era un malato ed

esige una triplice confessione in sostituzione del triplice rinnegamento, compensando questo con

quella, l'errore con la correzione. E ancora: Con la triplice confessione Pietro cancella il peccato

contratto con il triplice rinnegamento. La risposta di nostro Signore: Pasci i miei agnelli, è considerata

un rinnovamento della missione apostolica già in precedenza conferita; rinnovamento che assolve

la vergogna del peccato e cancella la perplessità della sua infermità umana»250.

Sembra che null'altro voglia dire il Passo di Giovanni, che riceve così una interpretazione semplice

e priva di implicazioni misteriose.

Le parole di Gesù, che costituiscono un dialogo quanto mai personale, escludono qualsiasi idea di

successione. La triplice richiesta ricorda il triplice rinnegamento; la conclusione ricorda a Simone la

necessità di seguire il Signore come un apostolo fedele. Ora a Pietro che non poggia su di sé, ma

sulla potenza divina, Gesù assicura il futuro martirio251; alla curiosità di sapere che cosa sarebbe

avvenuto di Giovanni, il Signore nuovamente gli comanda «Tu seguimi che ti importa di lui?» (v.

22).

In tale contesto la visuale del Maestro non si porta ad eventuali successori, ma a ciò che il discepolo



farà sino alla sua morte252.

249 E' detto all'ignoto che voleva seppellire il padre (Mt 8, 22); a Matteo (Mt 9, 9), al vero credente pronto a morire per

Gesù (Mt 10, 38) al giovane ricco (Mt 19, 21), a Filippo (Gv 1, 43) ai discepoli in genere (Gv 12, 26; Mt 19, 28).

250 Cirillo d'Alessandria, In Joannes Evangelium, XII, PG 74, 749 A e 752 A.

251 Anche questo è in opposizione a Lc 22, 33; quando Pietro orgogliosamente si dichiara disposto ad andare alla morte

per Cristo, lo rinnega tre volte; quando con umiltà confessa di « voler bene» al Cristo, è pronto a subire la morte (Gv

21, 18). Per la glorificazione con la morte in riferimento a Cristo cfr Gv 13, 31; 17, 1.

252 F. Refoulé , Primauté de Pierre dans les Evangiles , «Revue de Sciences Religeuses» 38 (1964, pp. 1-41 (p. 40). Anche

questo studioso pur pretendendo di ritrovare qui l'esaltazione del primato di Pietro, è costretto a riconoscere che:

« dans ce chapitre 21, certains traits (allusions au reniément, martyre) ne peuvent s'appliquer que a Pierre. Le discernment

entre ce qui a valeur exemplaire et ce qui a valeur individuelle est delicat ».

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CAPITOLO QUINTO



L'APOSTOLO NELLA CHIESA NASCENTE

Il Primato d'onore

Il libro degli Atti – armonizzato con le lettere apostoliche – anche per il periodo della chiesa nascente

conferma il «primato» onorifico di Pietro e l'importanza ch'egli godette tra i primi convertiti.

Ogni volta che si trattava di prendere una iniziativa Pietro era sempre in prima linea: fu Pietro a

consigliare la nomina di un apostolo che sostituisse Giuda e ricostruisse in tal modo il numero dei

«Dodici», tenendo così viva la sicurezza che i primi cristiani, nonostante il loro esiguo numero di

centoventi, costituivano il nuovo popolo di Dio, il vero Israele messianico (At 1, 15-18). Primo nella

predicazione il giorno di Pentecoste, annunciò ai Giudei che il crocifisso Gesù era stato proclamato

mediante la sua resurrezione il Signore e il Cristo, vale a dire l'Unto di Dio (At 2, 14). Ripieno

di Spirito Santo annunziò con franchezza la buona nuova del Cristo al Sinedrio, rispondendo ai giudici,

che gli imponevano di tacere: «Bisogna ubbidire a Dio, anziché agli uomini» (At 4, 8; 5, 29).

Pietro fu il primo anche nei miracoli: alla porta Bella del Tempio di Gerusalemme con il semplice

comando: «Nel nome di Gesù alzati e cammina», donò la guarigione al paralitico ivi rannicchiato,

prendendo lo spunto per annunziare che solo in Gesù v'è salvezza per gli uomini (At 3, 7; 4, 12).

Con la potenza dello Spirito punì di morte Anania e Saffira che, fingendo di appartenere al gruppo

dei perfetti resisi poveri a favore della comunità dei credenti, di fatto si erano riservati una discreta

somma di denaro253. La sua stessa ombra – secondo la fede popolare dei primi cristiani – aveva potere

taumaturgico e curava ogni malato su cui si posava (At 5, 15). Quando fu imprigionato, tutta la

Chiesa pregò per lui e ne ottenne la miracolosa liberazione (At 12, 5-10.17).

Le principali tappe della evangelizzazione cristiana, in accordo con la profezia di Gesù (Mt 16, 18

s), furono appunto segnate dall'attività di Pietro. Con il suo discorso a Gerusalemme il giorno della

Pentecoste diede inizio alla Chiesa giudeo-cristiana, fissando una volta per sempre la via con cui entrare

in essa: vale a dire fede, ravvedimento e immersione battesimale (At 2, 27 ss). Così egli aprì ai

Giudei ravveduti la porta della Chiesa, che costituisce il nuovo Israele, il nuovo popolo di Dio.

Quando l'Evangelo si sparse a Samaria, in mezzo a gente semigiudea e semipagana, Pietro fu inviato

assieme a Giovanni per vedere come stessero le cose. Ma la sua figura giganteggia su quella del

collega – tant'è vero che alcuni pensano che il nome di Giovanni sia un'aggiunta posteriore dei suoi

discepoli –; egli infatti agisce da solo, parla, attua prodigi, rimprovera Simone il mago, come se non

vi fosse alcun altro, e con la imposizione delle mani dona lo Spirito Santo, mostrando così che anche

quella gente apparteneva al gruppo delle pecore smarrite che Dio era venuto a ricercare in Cristo

(At 8).

Pietro fu pure prescelto da Dio per accogliere i Gentili, raffigurati dall'incirconciso Cornelio: dopo



un sogno premonitore, egli si recò in casa di questo pagano, e mentre lui parlava del Cristo salvatore

al gruppo quivi riunito, ecco che l'improvvisa discesa dello Spirito Santo in forma miracolosa e

taumaturgica, così come era avvenuto il giorno di Pentecoste, gli fece capire che pure i Gentili dovevano

essere accolti nella Chiesa con il battesimo senza la circoncisione (At 10). In tal modo egli

per volere divino aboliva la circoncisione facendo un unico popolo di Dio in cui venivano abolite

per sempre le barriere tra Gentili e Giudei.

253 At 5, 1-11 cfr P.H. Menoud , La mort d'Ananias et de Saphira (Actes 5, 1-11), in «Aux Sources de la Tradition Chrétienne

» Melanges Goguel, Neuchâtel 1950, pp. 146 s.; J. Schmitt , Le Manuscriptes de la Mer Mort , Colloque de

Strasbourg 1957, pp. 93 ss., vi trova un raffronto con i «perfetti» degli Esseni; non si deve tuttavia premere eccessivamente

sulla equivalenza tra Esseni e Cristiani.

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Più tardi Pietro visse per un po' di tempo in Antiochia suscitando le critiche paoline per il suo comportamento



verso i cristiani del gentilesimo dai quali si separò per timore dei cristiani giudaizzanti

dipendenti da Giacomo254. La sua fama arrivò pure a Corinto dove viveva un partito a lui ricollegato,

che si rifaceva al suo insegnamento e alla sua autorità (1 Co 1, 12). Il fatto si spiegherebbe meglio

supponendo che l'apostolo si sia recato personalmente nella capitale dell'Acaia per curarvi il

gruppo giudaizzante255. In questi suoi viaggi missionari egli conduceva seco anche la propria moglie

(1 Co 9, 5). Per il prestigio goduto da Pietro, lo stesso Paolo andò a Gerusalemme per incontrarlo

e rimase con lui una quindicina di giorni256.

Si trattava di prestigio personale o invece di vero primato giurisdizionale, proprio di un capo? Importanti

al riguardo sono alcune testimonianze paoline e l'affermarsi di Giacomo, i cui discepoli

giunsero in seguito persino a farne il capo della Chiesa.

Va anzitutto sottolineata l'indipendenza della predicazione dell'apostolo Paolo che attribuisce il suo

messaggio a diretta rivelazione divina, sottolineando che al riguardo non si era consigliato con alcun

uomo, nemmeno con gli apostoli che erano stati prima di lui a Gerusalemme (Ga 1, 11.16 s).

Egli afferma chiaramente che le cosiddette «colonne» della Chiesa, annesse dai cristiani, in realtà

sono inesistenti, poiché presso Dio «non vi sono riguardi personali»257. Tra lui e Pietro l'unica diversità

non consisteva nel fatto che questi era capo della Chiesa mentre Paolo non lo era, bensì nel

semplice dato che a Pietro era stata affidata l'evangelizzazione dei circoncisi, ossia dei Giudei, mentre

a lui, Paolo, quella degli incirconcisi, vale a dire dei Gentili (Ga 2, 9). Paolo non ebbe alcun timore

ad opporsi risolutamente a Pietro quando lo vide scostarsi dalla verità del Vangelo, in una violenta

diatriba che ha fatto immaginare a qualche padre la presenza di un altro Cefa, diverso dall'apostolo

Pietro258.

254 Ga 2, 11 La Chiesa d'Antiochia fu fondata da coloro che erano stati dispersi dalla persecuzione di Gerusalemme (At

9, 15) e conseguentemente è erronea la traduzione testimoniata da Origene (In Lucan Hom. VI PG 13, 1815 A), Eusebio

(Hist. Eccl. III 36, 2 PG 20, 288 B); Crisostomo (Homelia 4, PG 50, 591) e Girolamo (De viris illustribus 1 PG

23, 637 B) che ne attribuiscono a Pietro la fondazione. Se ne confronti la confutazione da parte di H. Katzenmayer ,

Die Beziehungen des Petrus zur Urkirche von Jerusalem und Antiochien in «Internationale Kirkliche Zeitschrift»

1945, pp. 116 ss.

255 1 Co 9, 5. Dionigi di Corinto (ca. 170 d.C.) affermò che Pietro e Paolo fondarono la Chiesa di Corinto e vi insegnarono

insieme: « Voi avete unito Roma a Corinto, questi due alberi che sono stati piantati da Pietro e da Paolo. Nel

medesimo modo l'uno e l'altro hanno fondato la Chiesa della nostra Corinto, ci hanno istruito nel medesimo modo e

dopo aver insegnato insieme in Italia, subirono contemporaneamente il martirio ». Tale asserzione non è attendibile

perché contrariamente alla chiara testimonianza degli Atti (c. 18), che attribuisce a Paolo la fondazione della Chiesa

di Corinto, la riferisce a entrambi gli apostoli. A favore dell'andata di Pietro a Corinto: cfr E. Meyer , Ursprung ind

Anfänge des Christentums , t. III, pp. 498 ss; H. Lietzmann , Die reise des Petrus , in «Sitzungberichte des Berliner

Akademie der Wissenschaft» Berlin 1930, pp. 153 ss; H. Katzenmayer , War Petrus in Korinth? , in «Internationale

Kirkliche Zeitschrift» 1945, pp. 20 ss. Contro tali idee cfr M. Goguel , l'apôtre Pierre a-t-il joué un rôle personel dans

le crises de Grèce et de Galatie? , in «Rev. Hist. Phil. Rel.», pp. 461 ss: Idem, La naissance du Christianisme, Neuchâtel

1946, pp. 335 ss.

256 Ga 1, 18. E' inutile insistere sul verbo istorêsai per dedurne che Pietro era il capo della Chiesa; il verbo indica solo

che Paolo volle fare «conoscenza personale » di Pietro, la persona più rappresentativa della Chiesa nascente. Anche la

moglie di Lot si volse a guardare ( istorêsai ) per conoscere e verificare personalmente ciò che sarebbe accaduto a Sodoma

(Flavio Giuseppe, Ant. Giud. 1, 11, 4). Su l'esatto valore di istorêsai kefan cfr G.D. Kilpatrik , Galatians 1, 18

istorêsai kefan , in «New Testament Essays. Studies in Memory of I.W. Manson», Manchster 1959, pp. 114-119;

W.D. Davies , The Setting of the Sermon in the Mount , Cambridge 1964, pp. 453-455.

257 Ga 2, 5.6; quelli che sono «ritenuti colonne » erano Giacomo, Cefa (= Pietro) e Giovanni (si noti il Giacomo prima

di Cefa, e il «ritenuti» non «sono»). La gente pensa così, ma così non la pensava Paolo: « Quali già siano a me non

importa, Dio non ha riguardi personali » (v. 6). Come avrebbe potuto Paolo pronunziare tali parole, se Pietro fosse

stato proclamato da Cristo capo della Chiesa e suo vicario?

258 Clemente Alessandrino ne fa un discepolo di Pietro: «Clemente nel libro quinto delle sue Ipotiposi, riferisce che quel

Cefa di cui Paolo dice: Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a fronte aperta, era uno dei settanta discepoli,

omonimo dell'apostolo Pietro » (cfr Eusebio, Hist. Eccl. 1,12,2).

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Quando a Corinto sorse un partito che si rifaceva a Cefa (= Pietro), Paolo non affermò che occorreva



essere di Pietro per appartenere al Cristo, essendone Pietro il suo vicario, ma scrisse in tono vibrante

che occorreva essere di Cristo perché solo il Cristo era morto per gli uomini e perché il battesimo

veniva compiuto nel nome di Cristo e non nel nome di un qualsiasi altro uomo (1 Co 1, 13).

Di più nella medesima lettera afferma che gli apostoli, Pietro compreso, sono dei semplici servitori,

per cui gli apostoli appartengono ai cristiani e non i cristiani agli apostoli; i cristiani appartengono a

Cristo e per mezzo di Cristo a Dio.

«Nessuno dunque si glori degli uomini, perché ogni cosa è vostra e Paolo, e Apollo e Cefa e il

mondo... tutto è vostro; e voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Co 3, 21 s).

Paolo non immagina nemmeno che sia possibile dire che occorre essere di Pietro per poter appartenere

a Cristo!

Anche secondo il libro degli Atti, Pietro agì collegialmente con gli altri apostoli, senza aver affatto

autorità su di loro, tant'è vero che fu il collegio apostolico ad inviare in Samaria Pietro e Giovanni

per studiarvi la situazione (At 8, 14).

L'esame dei testi biblici, criticamente analizzati, ci impedisce di vedere in Pietro il capo degli apostoli,

nonostante il suo primato indiscusso. Gli ortodossi direbbero che Pietro godette di un primato

d'onore, ma non di giurisdizione. E' la conclusione a cui giunge anche il cattolico J. Dupont nell'esame

dei primi due capitoli della lettera ai Galati:

«Paolo parte dal presupposto indiscutibile della missione apostolica di Pietro, e s'attarda a dimostrare

che la sua propria missione ne fa di lui l'uguale a Pietro (fait de lui l'égal de Pierre). Nel quadro di

questa argomentazione, non fa meraviglia il vedere che Paolo parla della sua investitura apostolica

in termini che richiamano la scena evangelica dell'investitura di Pietro. Da Ga 1, 12 egli afferma di

non aver ricevuto o appreso l'evangelo da un uomo, ma di averlo ricevuto per rivelazione di Gesù

Cristo»259.



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