Dal dicembre 2001 alcuni scandali hanno travolto significative e diverse realtà aziendali negli Stati Uniti, in Italia e in altri paesi scuotendo non solo la fiducia degli investitori – pensiamo alla new economy – e quindi delle borse



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02.01.2018
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Questi appunti sono la trascrizione di registrazioni effettuate da alcuni studenti nel corso di alcune lezioni di Etica della Comunicazione, presso l’Università degli Studi di Ferrara negli anni 2004 e 2005, integrate da appunti presi durante le lezioni stesse.
Non è una dispensa, ma solo una trascrizione riferita ad alcuni argomenti con aggiunte indicazioni bibliografiche.

UNA BREVE PREMESSA


Solitamente le lezioni di etica della comunicazione hanno un percorso ben preciso e consolidato, basato sullo studio della genesi dei Codici di Autodisciplina Pubblicitaria, di quelli di Relazioni Pubbliche, della loro stesura oltre che naturalmente della loro corretta interpretazione ed applicazione. Certamente un percorso valido, che ripercorreremo assieme con una sola, ma sostanziale variante: i codici non saranno il nostro punto di arrivo, ma lo spunto per lo sviluppo di temi e concetti, con l’augurio che questi siano condivisi ed entrino a far parte dei comportamenti di ogni giorno.
Per appropriarsi di un problema filosofico non è sufficiente capirlo: bisogna anche viverlo, sentirlo sulla propria pelle, drammatizzarlo, soffrirlo, patirlo, insomma sentirsene minacciati, sentire cioè che i nostri abituali puntelli sono stati fatti traballare vertiginosamente; altrimenti, anche nel caso che afferriamo anche pienamente l’enunciato oggettivo del problema, noi non ce ne saremo appropriati, non lo avremo cioè realmente capito.
L’auspicio è di sviluppare assieme a voi i temi, successivamente di pervenire ai concetti, non per farne nozioni, ma eventuali convinzioni personali. Questa è ormai una necessità, una scelta quasi imposta dallo scenario attuale e da quello prevedibilmente futuro.
Mi rendo conto che è più facile affermare che occorre tenere comportamenti corretti che tenerli davvero, soprattutto se si è sotto la spada di Damocle di un superiore gerarchico o di un titolare di tipo padronale e intrusivo. fare i duri e puri sotto l’aspetto etico, a fronte di richieste, diciamo, disinvolte, obbliga inevitabilmente a fare i conti con l’esigenza di arrivare, con un concetto banale, ma efficace, a fine mese. Un vecchio proverbio spagnolo dice infatti che Dio sta dalla parte dei cattivi se sono più forti dei buoni, per cui anche le migliori intenzioni devono fare i conti con la realtà. Ma non dimentichiamo che l’etica è un valore positivo ed è noto che i tempi di instaurazione dei valori positivi sono lunghissimi. Pur nel rispetto delle necessità pratiche di tutti, non possiamo pensare che siano sempre gli altri a dover fare, ad esporsi.
Una ultima considerazione: oggi di etica, o di parlare di etica, se ne sente la necessità, addirittura potremmo quasi dire che l’etica è di moda. Tralasciando questa ultima affermazione dobbiamo fare una riflessione: così come il fiorire del volontariato è la testimonianza della carenza del sistema che dovrebbe occuparsi di ciò di cui si occupa il volontariato, altrettanto l’emergere della questione etica è la testimonianza della flessione di una diffusione generalizzata dell’etica.
La struttura del gesto etico 1

Il quadro di base è rappresentato dal nesso IO – MONDO (gli “altri”), che si articola in quello

IO – ME – ALTRI
IO-ME: Il Me è la dimensione riflessiva (l’oggettivazione) dell’Io. E’ la rappresentazione / configurazione oggettiva dell’IO nel mondo.

L’IO è il luogo del “vero”; il ME il luogo del “calcolo”.

L’alternativa vero / utile apre il conflitto tra l’IO e il ME.

Le caratteristiche del conflitto sono rappresentate dall’intersezioni di tre dimensioni della soggettività: libertà – responsabilità – appagamento (successo). La libertà appartiene all’IO; responsabilità – successo riguardano il rapporto ME - ALTRI


ALTRI: non sono solo coloro che conosco o so che esistono (l’ambiente sociale, in generale e nel senso più ampio, di cui ho nozione) e rispetto ai quali sono in grado di valutare gli affetti della mia azione; ma sono anche coloro dei quali non possiedo nessuna cognizione, e rispetto ai quali quindi non sono in grado di calcolare gli effetti della mia azione, e che pure ne possono essere i destinatari nel tempo e nello spazio. Ne segue che il conoscere è un dovere etico (questi sono i termini effettivi nei quali va posto il problema classico dell’azione etica come decisone c.d. “universalizzabile”. La soluzione non può che essere “critica”).
LA DECISIONE: è sempre tutta e solo MIA, unica e irripetibile di fronte alla situazione, da considerarsi anch’essa come unica e irripetibile, in quella determinata specificità esistenziale .

Il senso etico della decisione non può essere riprodotto attraverso un codice etico, il “codice” trasforma l’irripetibilità e unicità proprie della mia decisione in un gesto tipico come risposta ad situazione, trasformata anch’essa in fattispecie tipica.

I Codici etici possono avere una funzione orientativa con finalità di “ordine pubblico”, ma il rischio che contengono è quello di annullare la problematica etica in una ipocrisia legalistica
Elementi strutturali della comunicazione


  1. Strutture di mediazione:

linguaggio-comunicativo (parola – gesti)

B. Strutture di imapatto:

linguaggio-percettivo (vista - udito)
In ogni caso, la premessa è che tra tutti partecipanti all’azione (attori e destinatari) vi sia un condivisione e un consenso “linguistici” di fondo
A1. Sequenza:
UOMO - MONDO,

COMPRENSIONE / INTERPRETAZIONE,

ELABORAZIONE CONCETTUALE

DIFFERENZIAZIONE

PAROLA

B1 Sequenza:


UOMO – MONDO,

SENSAZIONI,

OSMOSI,

IMMAGINI - SUONI.


Il concetto di “mondo” implica quello di “condivisione”, nel senso che il medesimo concetto deve valere per l’attore e per tutti i partecipanti all’azione (destinatari o co-attori) che ne interpretazione l’azione.

La condivisione di un “mondo” passa per la possibilità di attribuire in modo valido la conoscenze della situazione fatto e i giudizi di valore di un Ego ad un Alter e reciprocamente.

“Attribuire in modo valido” vuol dire: secondo la ricognizione di un terzo osservatore, il quale metta in luce, come strutture della condivisione, la verità delle proposizioni, la giustezza normativa, la veridicità soggettiva

Il terzo osservatore deve anche mettere in luce il grado di riflessività critica di un ambiente strutturato, per poter evidenziare il grado di sensibilità ad interpretazioni alternative.


La sequenza A1. va posta in relazione :
1. A quattro FINALITA’ proprie di specifici paradigmi comunicativi


  1. Agire Teleologico - Strategico

  2. Agire Normativo o Regolato da Norme

  3. Agire Drammaturgico

  4. Agire Comunicativo

Il linguaggio - parola (proprio dell’Agire Comunicativo) svolge un ruolo diverso tra i primi tre punti e il quarto: nei primi tre assolve un ruolo funzionale allo scopo, nel senso che il contesto comunicativo comune è preformato (non si forma, cioè, attraverso la parola). Nel quarto, il linguaggio – parola serve a costituire la relazione interpersonale attraverso una condivisione di conoscenze e valutazioni (vero/falso – giusto/ingiusto). Da questo punto di vista l’”atto linguistico” non è un’azione, ma un semplice “atto” (appunto) che acquista senso in quanto parte di un progetto operazionale inserito in un mondo complesso, nel quale si intrecciano “mondo oggettivo”, “mondo sociale”, “mondo delle esperienze soggettive”


Es: la correttezza aritmetica di un calcolo ha solo un senso autoreferenziale, ma non esistenziale – operativo, se è fuori dal contesto motivazionale del perché facciamo quel calcolo
Anche il quarto punto può avere “derive narrative” e quindi assumere direzioni di “realizzazione persuasiva” ed esiti “funzionali”. In altre parole, si cerca la “comunicazione” per ottenere finalità di orientamento e manipolazione di una classe di parlanti che, allora, divengono meri destinatari dell’operazione linguistica.

Qui lo spartiacque è rappresentato dalla contrapposizione vero” / “utile”, all’ interno di un “mondo” inteso come contesto interpretativo comune e condiviso. Detto diversamente: l’atto linguistico dell’agire comunicativo è diretto ad innovare nel mondo attraverso lo scambio linguistico con gli altri parlanti, non ad utilizzare il mondo.

Questa opposizione mette a fuoco la discriminante tra agire comunicativo e agire strategico. La realizzazione delle finalità proprie di quest’ultimo richiede la stabilità
delle strutture di intesa e quindi un affrancamento, in senso oggettivo-istituzionale, dalla loro variabilità innovativa che si registra nel rapporto strettamente soggettivo-interpersonale.

In tal modo diventa possibile un’istituzionalizzazione sociale dell’agire razionale rispetto allo scopo per finalità generalizzate, ad es. la formazione di sottosistemi regolata da danaro e potere per un agire economico razionale e un’amministrazione razionale” (Habermas che riprende Weber).

L’inseguimento di questo obiettivo di stabilizzazione attraverso l’esasperazione della “razionalità procedurale” ha condotto all’errore delle società capitalisticamente modernizzate: il deprezzamento della sostanza esistenziale - tradizionale a favore di una razionalità unilateralmente raccolta nella dimensione cognitivo-strumentale.
2. A cinque CONDOTTE RAZIONALI (risposte comportamentali possibili).


  1. manifestazioni coronate da successo e appropriate nella sfera cognitiva

  2. assennate o attendibili in quella pratico-morale

  3. illuminanti o acute in quella valutativa

  4. sincere o autentiche in quella espressiva

  5. ricche di capacità comprensiva in quella ermeneutica



Economia ed etica2
Dal dicembre 2001 alcuni scandali hanno travolto significative e diverse realtà aziendali negli Stati Uniti, in Italia e in altri paesi scuotendo non solo la fiducia degli investitori e quindi delle borse valori, ma anche coinvolgendo in modo brutale le economie di singoli soggetti e di comunità legati a quelle realtà per logiche puramente lavorative e non di ricerca di profitto. Siamo stati tutti colpiti dai processi speculativi che hanno travolto la new economy e turbati dal comportamento di molti manager che, anziché curare il successo dell’impresa e facendo buoni prodotti o servizi per i consumatori, hanno usato il proprio potere per arricchirsi personalmente, arrivando talvolta a falsificare i bilanci. Ma molte volte questi obiettivi sono stati raggiunti anche grazie ad azioni di comunicazione intenzionalmente errate o almeno insufficienti.
Mai come questa volta la crisi economica nasce avendo anche fra i suoi motivi una evidente mancanza di quella moralità che sola può permettere al mercato di funzionare.

Il libero mercato è possibile infatti solo su una rigorosa base etica. Noi Italiani dovremmo saperlo bene, perché le istituzioni capitalistiche e il mercato sono nati proprio nel nostro Paese, a Venezia, a Milano, a Firenze e non sarebbero prosperate se le corporazioni non avessero imposto regole rigorose. La stessa Chiesa aveva elaborato con San Tommaso una morale economica ” La morale cristiana medioevale indica con precisione come far funzionare la concorrenza e il mercato: non agire in modo fraudolento, non fare patti segreti, mantenere la parola data, non cambiare le regole del gioco, garantire, sotto il controllo delle corporazioni, la qualità e il prezzo giusto al consumatore “ 3.


Queste situazioni hanno riproposto certamente a livello internazionale e in tutta la loro evidenza il rapporto etica-economia e all’interno di questo il rapporto etica d’azienda, coinvolgendo in primis l’etica della comunicazione e dimostrando come l’etica, che è sempre più vista come un concetto di carattere etereo e sovrannaturale e in ogni caso assolutamente estraneo alla realtà odierna delle cose, sia assolutamente pregnante alla realtà delle cose.
Facciamo una breve digressione per approfondire il significato di alcuni termini che useremo spesso.
Ricordiamo come, in generale, il termine etica – derivante dal vocabolo greco ethos – indica i principi ovvero le norme che guidano la vita di un gruppo sociale e, più in generale, di un popolo in una determinata epoca.

“ Il concetto di ethos deriva dai termini greci ethos ( abitudine ) ed éthos ( luogo di vita abituale, consuetudine, costume, uso, carattere ) L’ethos rappresenta quindi la struttura dei modi di comportamento abituali in una determinata comunità sociale, in senso oggettivo ( come costume ) e in senso soggettivo ( come carattere ). Struttura cui corrisponde una funzione di integrazione e di stabilizzazione della comunità stessa. Non si tratta solo del comportamento personale di un singolo individuo, ma anche del modo in cui si comportano le istituzioni sociali in cui l’individuo vive “ 4


L’etica,riguardando i comportamenti corretti, nel pubblico come nel privato, da tenere nell’esercizio di una professione in relazione ai mezzi impiegati e ai fini ipotizzati, è una categoria della morale. Si occupa infatti di citare le fondamenta comportamentali positive che devono sottostare ad una attività lavorativa.
Al riguardo si è pervenuti a distinguere tra etica personale – cui subito siamo portati a pensare quando sentiamo parlare di etica – ed etica sociale, di cui l’etica economica – che si occupa in modo specifico sia dell’ordinamento economico in generale ( etica dell’ordinamento economico ), sia delle politiche messe in atto dalle aziende e da altri soggetti economici all’interno di tale ordinamento ( etica imprenditoriale ) – rappresenta il settore indubbiamente di maggiore importanza.
“ L’etica personale si occupa dei doveri del singolo all’interno di un quadro sociale preesistente, che non può essere direttamente modificato dal singolo, ma va accettato come fatto esistente, e che assegna ad ognuno un determinato ruolo e quindi anche chiare obbligazioni ….

Viceversa l’etica sociale si occupa di questo quadro sociale in se stesso e si domanda se l’ordinamento sociale comune esistente, in quanto quadro per l’assegnazione dei diritti e dei doveri, corrisponde alla dignità dell’uomo oppure va modificato mediante un’azione comune … “ 5.


Il concetto di Business ethics è sviluppato in modo chiaro in una opera di grande significato alla cui redazione hanno preso parte oltre 250 esperti. “ The study of ethics is the study of human action and its moral adequacy. Business ethics, then, is the study of business action – individual or corporate – with special attention to its moral adequacy. The traditional concern of moral reasoning has been to rationalize the moral life, to establish clear normative directives and clear standards of rational justification for guiding and evaluating the moral life” 6 In una altra opera si riporta “ Ethics is the science of morals .. It included usually the standards of practice or the categories of conduct that are acceptable or not to a group with common interest, in order to achieve those interest. Morals deal with customs, admitted conduct rukles, which are parcticed in a society. Morals emanate, values instilled by families, communities and religious organizations “ 7

In questo modo diventa più evidente l’esigenza di declinare ed approfondire in modo specifico la business ethics con riferimento sia a diverse religioni ( cristianesimo, ebraismo, induismo e islamismo ), sia a culture di vari Paesi ( Paesi sviluppati e in via di sviluppo e, all’interno dei primi, in Europa anziché in Giappone così come nell’ambito dei secondi, in Sud America anziché in Sud Africa ). Resta comunque il fatto che , in qualunque contesto essa operi, l’azienda dovrà porsi e rispettare determinati principi di carattere etico.


Possiamo osservare anche che “ comparando i concetti di etica imprenditoriale e di business ethics che – oltre alla responsabilità collettiva, esercitata in nome delle istituzioni, anche se ovviamente attraverso persone – l’americana Business Ethics si occupa in particolare di etica personale, e quindi dei comportamenti moralmente giusti del singolo entro la situazione economica esistente “ 8.
Ritorniamo al mancato rispetto dei principi etici. Sono tre i settori in cui si sono prodotti evidenti e forti effetti:

  • Economico: coinvolgendo sorti di aziende specifiche, ma anche del mercato e in alcuni casi dell’economia a livello nazionale e mondiale.

  • Giuridico: evidenziando notevoli carenze legislative, specificatamente di protezione dei consumatori ed utilizzatori.

  • Psicologico: influendo negativamente sulla fiducia dei risparmiatori, investitori e consumatori e sull’immagine – a livello di opinione pubblica – delle aziende e dei manager aziendali.

Puntiamo la nostra attenzione sul primo settore, quello economico.


Ripensando Keynes 9 dobbiamo ricordare come in economia non esistano delle forze naturali: il sistema economico non è regolato da forze naturali che gli economisti possono scoprire e ordinare in una chiara sequenza di cause ed effetti. Il compito dell’economista è quello di “ selezionare le variabili che possono essere deliberatamente controllate e governate da una autorità centrale nel tipo di sistema in cui viviamo. Si apre così la possibilità per l’economista di promuovere valori e atteggiamenti che possono rendere migliore la società…. Il punto cruciale è – allora – come i fini prescelti possano essere meglio e prima raggiunti contrastando sul piano etico abitudini e pratiche sociali indesiderate “ 10
Come già notiamo a livello di esperienza economica elementare, cioè quotidiana, l’esistenza di una etica in economia è resa necessaria dal fatto che in assenza di un determinismo economico, praticamente di un destino ineluttabile, ogni obiettivo particolare può essere raggiunto attraverso alternative molteplici, da individuare e definire, ciascuna delle quali comporta una scelta di valori e, pertanto, una componente etica.
Fondamentale premettere che l’atto economico singolo ( sia che sia di produzione, di consumo, di risparmio o di investimento ) non avviene mai nel vuoto, ma all’interno di un sistema di relazioni, relazioni spesso personalizzate e durevoli che si tende a mantenere e sviluppare. Basandoci su questa premessa è evidente che “ la dimensione etica è strutturalmente dentro la decisione e l’azione economica, perché appartiene ad esse per natura; in altre parole, la dimensione etica non può essere ricondotta ad una ottica parziale, facoltativa ancorché meritoria, attraverso cui guardare, dal di fuori, l’azione economica” 11
Quindi se noi poniamo il soggetto economico quale punto focale della nostra analisi con le sue peculiarità ( codice etico fra queste ) e istanze e le relazioni attivate dallo stesso, ne discende che l’etica risulta connaturata a qualsiasi decisione economica e questo proprio per la personalizzazione delle relazioni che si intendono tra l’altro consolidare e sviluppare.
Sempre basandoci sulla stessa premessa, la stessa è ancora più rilevante per la trama delle relazioni economiche fra soggetti economici di peso e in quelle internazionali. Gli investimenti diretti all’estero, le joint ventures, le decisioni di outsourcing sono inconcepibili in un ambiente anonimo e non ricco di relazioni personalizzate. Non si può parimenti non considerare, pur nella notevole complessità delle cose, la necessità della esistenza e della valorizzazione di qualche sorta di codice etico dentro il regime commerciale mondiale.
Il dilemma di fondo, possiamo definirlo lo scontro, è nella forte opposizione tra i concetti di libero scambio ( free trade ), svolto indipendentemente quindi dal grado di evoluzione economica dei Paesi interessati ancor prima delle relative aziende, e di scambio equo ( fair trade ), che tiene invece conto del differenziale di sviluppo economico esistente fra i Paesi partner o formalmente tali.
Nel suo saggio “ Etica ed Economia “12 Amartya K. Sen, uno dei maggiori economisti premio Nobel 1998, denuncia con lucidità e chiarezza il grave distacco avvenuto tra economia e etica, distacco che ha comportato una delle principali carenze della teoria economica contemporanea. Sostiene Sen che l’importanza dell’approccio etico si è andata indebolendo in modo alquanto sostanziale via via che l’economia moderna si evolveva. La metodologia della cosiddetta economia positiva non solo ha eluso l’analisi normativa in economia, ma ha anche avuto l’effetto di far ignorare una gamma di complesse considerazioni etiche che influenzano il comportamento umano effettivo e che, dal punto di vista dell’economista che studi tale comportamento, sono prevalentemente dati fattuali più che elementi di giudizio normativo. Se si esamina l’equilibrio delle varie accentuazioni nelle pubblicazioni sull’economia moderna è difficile non accorgersi di quanto venga elusa l’analisi normativa a livello profondo, e di quanto sia trascurata l’influenza delle considerazioni di natura etica nella caratterizzazione del comportamento umano effettivo.
Prima di continuare la nostra analisi ci torna utile ricordare ciò che Aristotele diceva riguardo all’Etica, con particolare riferimento a quella parte riguardante il bene pubblico. Può sembrare un passo indietro, ma ci tornerà utile successivamente.

Nella classificazione aristotelica del sapere l’etica figura come scienza pratica. In quanto scienza esprime un sapere causale, essendo esattamente questa la caratteristica della scienza: infatti si ha scienza quando si conosce la causa per la quale una cosa è, e che proprio di tale cosa è la causa. In quanto pratica essa rivolge il sapere, vale a dire la conoscenza delle cause, non alla contemplazione o alla produzione, ma alla prassi cioè alla azione.


L’oggetto dell’etica – il bene propriamente umano, vale a dire quel fine delle cose che sono oggetto d’azione che vogliamo di per se stesso – coincide dunque con l’oggetto della politica. Di modo che la trattazione stessa dell’etica può dirsi una trattazione politica. Dice Aristotele che il bene umano supremo, il quale costituisce l’oggetto dello studio dell’etica “ Tutti converranno che esso è oggetto della scienza più direttiva ed architettonica al sommo grado, e tale è la politica. Questa infatti dispone quali scienze sono necessarie nella città e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere e fino a che punto. E vediamo che anche le più stimate delle potenze le sono subordinate, ad esempio la strategia, l’economia, la retorica. E poiché la politica si serve delle altre scienze pratiche ed inoltre è legislatrice di che cosa bisogna fare e da quali cose bisogna astenersi, il suo fine abbraccerà anche quello delle altre scienze. Di conseguenza sarà il bene propriamente umano. “

Infatti “ il bene è amabile anche nella dimensione dell’individuo singolo, ma è più bello e più divino quando concerne un popolo o una città “.


Lo studio del bene umano supremo, vale a dire del fine ultimo realizzabile dall’uomo, costituisce il compito e l’oggetto dell’etica. Ecco allora che l’etica stessa coincide con quella forma di politica studiata filosoficamente, distinta dalla politica simpliciter. All’interno della vera politica, ossia della politica in senso architettonico, Aristotele ha distinto due piani: quello della scienza universale e quello della pratica corrente. Ora nella prima si colloca la politica architettonica ( nomotetica ) la cui funzione è di fissare le norme generali delle azioni e il fine da raggiungere, nella pratica corrente si colloca la politica nel senso usuale del termine, il cui oggetto è il governo quotidiano della città. Mentre l’etica, fissando il bene supremo che costituisce il bene dell’uomo, stabilisce la legge morale, la politica fa di questa legge morale una legge dello stato.
Nell’Etica Nicomachea viene chiarito il rapporto che intercorre tra il bene dell’individuo e quello dello stato. L’oggetto della morale è infatti il bene supremo dell’individuo; ma, ancorché essa possa, a rigor di termini, assicurare questo ad un solo individuo, preferirà assicurarlo evidentemente a tutti gli individui. Ora la città non ha altro fine che il bene dell’individuo, o più esattamente che la somma dei beni individuali, dunque la morale, per il fatto stesso che determina il bene dell’individuo, è la politica nel senso forte del termine, la politica architettonica che detta alla città il suo fine: in altri termini la vera politica è la morale.

L’oggetto della ricerca morale è il bene dell’uomo, che non deve avere come solo scopo la conoscenza del bene, bensì la sua realizzazione, ché altrimenti il conoscere sarebbe inutile. L’etica è infatti scienza pratica e come tale il sapere in essa è finalizzato all’agire; di modo che un conoscere che cosa è il bene che si arresti solo a questo livello e non miri anche al suo compimento, non sarebbe pertinente all’etica e ne disattenderebbe la natura pratica. La necessaria conseguenza è che il sommo bene ricercato dall’etica deve essere prakton, vale a dire che deve essere il massimo dei beni che possono essere acquisiti nell’azione ed essere esso stesso oggetto d’azione. In questo senso dovrà essere il sommo bene dell’uomo: il bene supremo che deve essere alla sua portata e possa essere da lui effettivamente acquisito e realizzato. Tale bene supremo dell’uomo è la felicità, che essendo quel fine che si vuole per se stessi e non in vista di altro è il bene supremo e tale è appunto la felicità, giacché chi l’abbia raggiunta non desidera altro. Nell’esaminare in che cosa consista la felicità A ritorna a quelli che nella tradizione greca erano i generi esemplari di vita: la vita di piacere, la vita attiva e la vita contemplativa


Concludiamo ricordando che per Aristotele le virtù etiche sono le virtù del carattere ; come tali derivano dall’abitudine, ciò esclude che si possiedano per natura; per natura l’uomo ha la capacità di acquisirle, ma il loro costituirsi è dovuto al compimento di azioni che siano di una certa qualità: il ripetersi di tali azioni genera infatti un habitus, ed in esso consiste la virtù etica




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