Dall’«egemonia del proletariato» alla «egemonia civile»



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Dall’«egemonia del proletariato» alla «egemonia civile»

(Il concetto di egemonia negli scritti di Gramsci fra il 1926 e il 1935)
G. Vacca

Il concetto di egemonia, di origine leniniana, compare per la prima volta, negli scritti di Gramsci, nella biografia di Lenin pubblicata sul primo numero della terza serie de «L’Ordine Nuovo» (1° marzo 1924). Lo scritto costituiva originariamente l’introduzione al primo volume delle Opere di Zinoviev, uscito l’anno prima a Mosca, che Gramsci pubblicò anonimo, interpolandolo e adattandolo al contesto italiano. La formula in cui compare il concetto è l’egemonia del proletariato e si riferisce all’alleanza fra operai e contadini che aveva consentito il successo della Rivoluzione d’ottobre e nella storia del socialismo costituiva un’innovazione strategica di valore universale.



Il concetto di «egemonia del proletariato» era stato elaborato da Lenin nel 1905, nel saggio Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, e rappresentava la posizione dei bolscevichi nella prima rivoluzione russa in polemica sia con i menscevichi, che con Trockij: con i primi, perché nella lotta contro lo zarismo sostenevano l’egemonia della borghesia liberale; con Trockij, in quanto teorico della «rivoluzione permanente». Nel corso del 1923, aggravandosi le condizioni di salute di Lenin, s’era aperta nell’élite sovietica la lotta per la successione e aveva assunto la forma di disputa sulla storia del bolscevismo. Nella introduzione alle sue Opere Zinoviev aveva preso spunto dalla prefazione a Millenovecentocinque scritta da Trockij nel gennaio 1922, e contro Trockij diresse il colpo con ritmo incalzante nel 1923 e nel 1924. In polemica con la teoria della «rivoluzione permanente» la concezione dell’«egemonia del proletariato» veniva elevata a canone del bolscevismo:
Il bolscevismo - scriveva Zinoviev nel testo liberamente tradotto da Gramsci - è il primo che nella storia internazionale della lotta delle classi ha sviluppato l’idea dell’egemonia del proletariato e ha posto praticamente i principali problemi rivoluzionari che Marx e Engels avevano prospettato teoricamente. L’idea dell’egemonia del proletariato, appunto perché concepita storicamente e concretamente, ha portato con sé la necessità di ricercare alla classe operaia un alleato: il bolscevismo ha trovato questo alleato nella massa dei contadini poveri1.
Nel 1923 il confronto fra i capi bolscevichi riguardava soprattutto la Nep e Trockij era del tutto isolato nel contrastarla. Il concetto di «egemonia del proletariato» circolava ampiamente negli scritti dell’élite sovietica: in termini del tutto analoghi a quelli formulati da Zinoviev lo si ritrova, ad esempio, nell’articolo di Stalin La questione della strategia e della tattica dei comunisti russi, pubblicato sulla «Pravda» il 14 marzo2. Gramsci, che dal maggio 1922 al novembre 1923 era stato a Mosca, attinge quindi da una discussione che gli consente di approfondire direttamente la conoscenza del bolscevismo. Ma, com’è noto, il problema che lo assilla è quello di «tradurre in linguaggio storico italiano» l’esperienza delle rivoluzioni russe e la «tattica di fronte unico» stabilita dal Comintern nel suo terzo Congresso (1921). Egli dunque non si limita a far propria la formula dell’«egemonia del proletariato», ma si sforza di calare l’alleanza fra operai e contadini nella realtà italiana. Nel compiere tale «traduzione» comincerà ben presto a specificare quella formula, a svilupparla e ad innovarla. I punti di riferimento essenziali della sua elaborazione sono noti: da un anno è al potere in Italia il fascismo, la cui vocazione totalitaria è già manifesta; quindi la rivoluzione proletaria si presenta inizialmente come lotta per la riconquista della democrazia. La presenza del fascismo al potere rende attuale la formula marxiana della «rivoluzione in permanenza»: è nel corso di una rivoluzione democratica che può e deve affermarsi l’egemonia del proletariato per condurla all’approdo storicamente maturo del socialismo. La situazione evoca analogie con le rivoluzioni russe del 1905 e del febbraio 1917, e, nel riprendere la formula dell’«egemonia del proletariato», Gramsci risale alle Due tattiche di Lenin per suffragare la necessità della direzione proletaria d’una rivoluzione simultaneamente democratica e socialista. Altro punto saliente della «traduzione» gramsciana è l’approfondimento della questione contadina in Italia, che, dalla lettera per la fondazione de «l’Unità» (12 settembre 1923), al Congresso di Lione (gennaio 1926), si articola come «quistione meridionale» e «quistione vaticana». In fine, nella lettera a Togliatti e a Terracini del 9 febbraio 1924, da Vienna, Gramsci cominciava la sua riflessione sulle differenze fra Oriente e Occidente3, da cui ebbero origine, nei Quaderni del carcere, l’ulteriore sviluppo del suo pensiero strategico e la rielaborazione del marxismo in chiave di filosofia della prassi. Fra i tre punti di riferimento citati, credo si possa dire che, nell’evoluzione del concetto gramsciano di egemonia, il leit motiv sia stato l’approfondimento delle differenze morfologiche fra Oriente e Occidente. Il passaggio cruciale di tale evoluzione è, a mio avviso, nello scritto sulla «quistione meridionale» dell’estate-autunno 1926 e nella celebre lettera al Comitato Centrale del Partito comunista russo, del 14 ottobre: due scritti sostanzialmente coevi.




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