Dall’«egemonia del proletariato» alla «egemonia civile»



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Interdipendenza, «egemonia civile», cosmopolitismo
Nella lettera di risposta del 26 ottobre ’26 a Togliatti, ribadendo le sue posizioni sulla «questione russa», Gramsci scriveva:
La quistione dell’unità non solo del P.R. ma anche del nucleo lenista, è (…) una quistione della massima importanza nel campo internazionale, è, dal punto di vista di massa, la quistione più importante in questo periodo storico di intensificato processo contraddittorio verso l’unità67
L’ultima espressione racchiude la visione del processo storico mondiale che sottende l’elaborazione dei Quaderni: la visione di un processo più intenso, anche se contraddittorio, di unificazione del mondo. Quella visione s’era formata nell’esperienza della Grande Guerra e verrà approfondita e specificata nei Quaderni. La percezione dell’epoca funge quindi da raccordo fra gli scritti “giovanili” e i Quaderni del carcere. Accingendoci ad analizzare l’estensione del nesso fra egemonia e interdipendenza alle relazioni internazionali dovremo dunque gettare uno sguardo agli scritti del 1916-1919 poiché, sotto questo profilo, costituiscono un termine di paragone, se non una fonte diretta della teoria generale dell’egemonia.

La caratterizzazione del «periodo storico» attuale come «di intensificato processo contraddittorio verso l’unità» ruota intorno a due concetti fondamentali: la mondializzazione e l’interdipendenza. Lo “spirito del tempo” a cui si ispira la visione di Gramsci può essere esemplificato da un autore assai caro al socialismo “intransigente” italiano degli anni Dieci: Norman Angell. L’opera più fortunata del giornalista inglese, La grande illusione, era stata pubblicata in Italia nel 1913 ed è impressionante l’analogia fra la sua analisi della globalizzazione dell’economia mondiale fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, e i processi in atto da circa vent’anni. Nella prefazione all’edizione Humanitas, che abbiamo sotto gli occhi, Angell era presentato addirittura come lo «scopritore» «dell’interdipendenza economica delle nazioni civili». Per Gramsci, che già conosceva Marx, l’«interdipendenza economica» non poteva costituire una «scoperta»; tuttavia l’analisi della mondializzazione sviluppata ne La grande Illusione era così persuasiva da fare di Norman Angell un suo autore68.

Il primo punto da sottolineare è l’adesione di Gramsci alla tesi che l’interdipendenza economica favorisca la pace fra le nazioni e possa essere una leva per allontanare continuamente, se non per eliminare del tutto, il pericolo di guerra. Gramsci lo scrive chiaramente il 24 luglio del 1916 e lo ribadisce ancora il 23 marzo del 1918 riferendosi proprio all’autore inglese69. Ma è ancora più significativo che Gramsci, sviluppando in maniera originale la sua visione del liberismo, non solo non aderisca alle teorie dell’imperialismo, ma elabori una sua dottrina della guerra: per lui l’imperialismo non è una categoria economica (non indica un mutamento morfologico del capitalismo), ma politica. La guerra è concepita come «una necessità», egli scrive, solo da determinati «gruppi economici» e forze politiche, è figlia del protezionismo e del nazionalismo che sono entrambi fenomeni politici, non espressioni di presunte «leggi economiche»70.

In questa scia si colloca l’approccio al progetto di Lega delle Nazioni, proposto dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson l’8 gennaio 1918. É un approccio favorevole e illuminante quello di Gramsci, che culmina nell’affermazione che, se la Società delle Nazioni si realizzasse secondo il disegno wilsoniano, costituirebbe il «presupposto» «dell’avvento dell’Internazionale socialista»71. Ci limiteremo ai punti salienti della sua analisi. La Lega delle Nazioni, scrive il 19 gennaio, «è il tentativo di adeguare la politica internazionale alle necessità degli scambi internazionali»; «rappresenta un conguagliamento della politica con l’economia»; «è il grande Stato borghese supernazionale che ha dissolto le barriere doganali, che ha ampliato i mercati, che ha cambiato il respiro della libera concorrenza e permette le grandi imprese, le grandi concentrazioni capitalistiche internazionali»72. Sono analisi di grande interesse che contengono in nuce la teoria delle crisi e della guerra che sarà sviluppata nei Quaderni dove, com’è noto, entrambi i fenomeni vengono attribuiti al contrasto fra il «cosmopolitismo» dell’economia e il «nazionalismo» della politica. E non meno rilevante è la percezione della sovranazionalità come la via maestra per adeguare gli spazi della politica alla mondializzazione dell’economia. Ma qui conviene soffermarsi sulle categorie analitiche che Gramsci elabora nell’esperienza della Grande Guerra, quando il suo pensiero è ancora dominato dalla previsione dell’«avvento dell’Internazionale». Annotiamo, in rapida successione, il ricorrere dell’«interdipendenza» come categoria interpretativa della struttura del mondo73; la valutazione del Commonwealth britannico come nascita di una «nuova forma di società» grazie alla creazione di «una colossale federazione» capace di risolvere «il problema delle nazionalità»; la previsione che la Società delle Nazioni ruoterà intorno ad un blocco anglo-americano che costituirà «una federazione libera [comprendente] 500 milioni di abitanti e una immensa estensione di territorio, che dominerà e sottoporrà al suo controllo i mari di tutto il mondo». «Con tutta probabilità», scrive Gramsci, sarà «il fenomeno nuovo che caratterizzerà la storia del secolo ventesimo» costringendo «le nazioni latine (…) a diventare satelliti della nuova formidabile forza storica che si sta costituendo». E «sarà un bene», egli aggiunge, non solo perché le nazioni latine saranno costrette a svecchiarsi, ma anche perché, forse, la pace «sarà assicurata proprio da questo costituirsi di una immane potenza, contro cui ogni altra sarebbe debole e si frangerebbe nel cozzo»74.



L’analisi descrive il sorgere d’una nuova egemonia nelle relazioni internazionali, fondata sull’espansività della potenza industriale, commerciale e culturale dei paesi capitalistici più avanzati, capace di diffondere lo sviluppo e promuovere la pace. Il termine usato da Gramsci non è egemonia, ma preminenza; ma il concetto di egemonia internazionale c’è già ed è fondato sull’interdipendenza economica e la creazione di spazi politici adeguati agli spazi dell’economia:
Le Lega delle nazioni è la Cosmopoli capitalista, con cittadinanza di miliardari; (…) è la finzione giuridica di una gerarchia internazionale della classe borghese con la preminenza degli anglosassoni individualisti sugli altri borghesi
L’articolo commenta l’armistizio con la Germania e l’avvio della Conferenza di Parigi. In questa Gramsci vede scontrarsi due configurazioni del capitalismo post-guerra, fra le quali il «blocco» Wilson-Lloyd George è destinato a prevalere sul militarismo á la Foch. Alla sua mente lo scontro configura «la rivoluzione suprema della società moderna, la genesi della unificazione capitalistica del mondo, disciplinato da una gerarchia di Stati, uguali per finzione giuridica». La previsione e l’auspicio che sia il blocco anglo-americano a prevalere lo inducono a porsi una domanda radicale, se, cioè, il superamento della funzione principale dello Stato-nazione, consistente nella generazione della cittadinanza, non sia ormai maturo:
La società capitalistica si è differenziata talmente nel suo progressivo sviluppo da essere definitivamente entrata nella sua fase suprema dell’individuo superiore anche allo Stato e cittadino della Società delle nazioni?75
Ma quando la Conferenza della pace si concluse col trattato di Versailles che ripristinava nell’Europa continentale il bipolarismo fra i due nazionalismi, quello francese e quello tedesco, il pensiero di Gramsci subì una brusca inversione di rotta. Già mentalmente inquadrato nell’Internazionale comunista appena costituita (marzo 1919), Gramsci vedeva nel «capitalismo anglo-americano» un «monopolio del globo» che proletarizzava le nazioni subordinate e soprattutto ne distruggeva ogni parvenza di sovranità:
Lo Stato nazionale è morto - scriveva il 15 maggio riferendosi all’Italia - diventando una sfera d’ininfluenza, un monopolio in mano a stranieri. Il mondo è «unificato» nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione maggiore della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni76.
Cominciava il periodo bolscevico della vita di Gramsci. Ma, prima di tornare ai Quaderni, conviene richiamare altri due aspetti salienti dell’influenza esercitata dalla Grande Guerra sulla formazione del suo pensiero: la visione della guerra come fattore di accelerazione e intensificazione dei processi di mondializzazione77; l’individuazione in essa della scaturigine d’una irreversibile soggettività delle masse (originata dall’accostamento di operai e contadini nella guerra di trincea) divenute il fattore nuovo e determinante della storia del Novecento78.
***
Ricostruito per sommi capi il leit motiv della visione gramsciana del Novecento ci sembra che il nesso fra egemonia e interdipendenza neiQuaderni possa diventare più perspicuo e sia più facile seguire la progressiva generalizzazione del concetto di egemonia sia come categoria euristica, che come categoria strategica. In particolare cercheremo di lumeggiare il rapporto fra forza e consenso tanto nella concezione dello Stato, quanto nella ricerca di una soluzione alla sua crisi.

Il primo punto riguarda il chiarimento di due formule con cui Gramsci enuncia il problema dello Stato. In un celebre passo del Quaderno 10, databile aprile-maggio ’32, dopo aver sottolineato la rilevanza della teoria degli intellettuali per definire il rapporto fra forza e consenso, Gramsci attribuisce a Lenin il merito d’aver impostato giustamente il problema costruendo «la dottrina dell’egemonia come complemento della teoria dello Stato-forza e come forma attuale della dottrina quarantottesca della “rivoluzione permanente”»79. I punti da chiarire riguardano la complementarità di forza e consenso, e l’affermazione che la concezione leniniana dell’egemonia avrebbe superato la formula marxiana della «rivoluzione permanente», rielaborandola e adeguandola alla situazione contemporanea. Va ricordato che nell’elaborare il concetto di egemonia Gramsci lo connette alla «guerra di posizione», che ritiene la forma prevalente della lotta politica dopo la Grande Guerra80; inoltre, richiamando ancora una volta il Marx della Prefazione del ’59, afferma che «in lui è contenuto in nuce anche l’aspetto etico-politico della politica e la teoria dell’egemonia e del consenso, oltre all’aspetto della forza e dell’economia»81. Ma non possiamo approfondire qui questi richiami82. É opportuno, invece, esaminare innanzitutto in che rapporto stiano, per Gramsci, forza e consenso nella vita dello Stato. Sotto il profilo analitico egli si rifà all’esperienza classica dello Stato parlamentare:


L’esercizio «normale» dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica 83.
Gramsci considera l’esperienza del regime parlamentare il «”perfezionamento” giuridico-costituzionale» della «formula [di origine giacobina] della rivoluzione permanente» perchè nel corso dell’Ottocento, in Europa, la complementarità di forza e consenso si era realizzata grazie alla «egemonia permanente della classe urbana su tutta la popolazione, nella forma hegeliana del governo col consenso permanentemente organizzato» attraverso «lo sviluppo dell’iniziativa privata (…) di carattere morale e etico»84. In altre parole, il processo di nation building, iniziato dalle élites borghesi dopo la conquista dello Stato, si era svolto realizzando l’unità di città e campagna e promuovendo un enorme sviluppo della «società civile». Grazie a questo doppio movimento, la loro direzione poggiava prevalentemente sul consenso.

Ma, secondo Gramsci, il processo storico appena richiamato «dura, in generale, fino all’epoca dell’imperialismo e culmina nella guerra mondiale». «Nel periodo del dopoguerra, [invece,] l’apparato egemonico si screpola e l’esercizio dell’egemonia diviene permanentemente difficile e aleatorio»85. La scena europea è dominata dalla crisi dello Stato-nazione e il rapporto tra forza e consenso si decide in base alla soluzione che si riesce a dare a quella crisi. I punti salienti della crisi dello Stato-nazione sono tre: crisi d’egemonia delle borghesie europee, che «si riducono sempre più alla loro fase iniziale economico-cooperativa», cioè ritornano «alla concezione dello Stato come pura forza»86; mutamento del ruolo degli «intellettuali tradizionali» che, distaccandosi dalla borghesia liberale, «segnano e sanzionano la crisi statale nella sua forma decisiva»; l’incapacità del comunismo staliniano e della socialdemocrazia europea di dare una soluzione alla crisi poiché anche «i raggruppamenti progressivi e innovatori si trovano ancora nella fase iniziale appunto economico-corporativa»87. Il problema fondamentale, per Gramsci, è come dotare questi ultimi di capacità egemoniche (come elevarli dall’«economico-corporativo» all’«etico-politico»). Il compito che egli si prefigge è di elaborare il concetto di egemonia come concetto strategico; e ancora una volta il punto di partenza non può essere che l’analisi del mutamento storico. Per Marx la «rivoluzione permanente» indicava un processo in due tempi: in un primo momento il proletariato avrebbe dovuto impadronirsi del potere statale, quindi, esercitando la direzione politica, avrebbe rimodellato il processo di nation buildingmutando i rapporti di produzione e la morfologia delle forze produttive. «La formula – scrive Gramsci – è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molto aspetti: maggiore arretratezza della campagna e monopolio quasi completo dell’efficienza politico-statale in poche città o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dalla vita statale, determinato sistema delle forze militari e dell’armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel periodo dopo il 1870, con l’espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della “rivoluzione permanente” viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di “egemonia civile”»88. Il concetto di «egemonia civile» sostituisce il concetto di «egemonia del proletariato» che avevamo visto dominare negli scritti del 1924 - 1926. Il mutamento del lessico va interpretato alla luce delle innovazioni concettuali che caratterizzano i Quaderni: “guerra di posizione”, “rivoluzione passiva”, “blocco storico”, e sta ad indicare che, dopo il 1848, il problema principale del proletariato industriale è l’alleanza con i contadini. Ma la formula «egemonia civile» significa anche che quell’alleanza si costruisce e si mantiene nella società civile, prima ancora che nello Stato, e che non si può esercitare la direzione dello Stato se non si sa mantenere quell’alleanza nella società civile. Apparentemente è la riproposizione del modello della rivoluzione d’Ottobre. Ma fra i mutamenti intervenuti dopo il 1870 elencati da Gramsci merita particolare attenzione la riduzione della relativa «autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale». Tale indicazione implica che l’analisi dei processi di formazione degli Stati nazionali europei successivi al 1848 deve misurarsi con la situazione della crescente interdipendenza dell’economia internazionale. La formazione dello Stato unitario italiano costituisce un caso esemplare tanto dell’incidenza crescente dell’interdipendenza economica, quanto del ruolo preponderante che i gruppi intellettuali possono avere nella costruzione dello Stato. Sebbene sia certo, scrive Gramsci, che tanto per la borghesia quanto per il proletariato lo Stato non sia altro che la «forma concreta» che assume l’unificazione del mercato capitalistico nazionale, tuttavia «si presenta il problema complesso dei rapporti delle forze interne del paese dato, del rapporto delle forze internazionali, della posizione geopolitica del paese dato»: sono tutti problemi connessi al crescere dell’interdipendenza, ma la sua incidenza non è solo economica, bensì è soprattutto politica. «La concezione dello Stato secondo la funzione produttiva delle classi non può essere applicata meccanicamente all’interpretazione della storia italiana ed europea dalla Rivoluzione francese fino a tutto il secolo XIX». Il Risorgimento italiano dimostra che lo Stato nazionale può sorgere per la capacità di un’élite «regionale» di cogliere una congiuntura politica internazionale favorevole (è il caso della politica di Cavour nei rapporti con la Russia e con la Francia), e che l’iniziativa può essere presa da forze che non corrispondono alle classi sociali fondamentali, come ad esempio élites intellettuali rappresentative delle esperienze economiche e politiche internazionali più avanzate:
Quando la spinta del progresso non è strettamente legata a un vasto sviluppo economico locale che viene artificiosamente limitato e represso, ma è il riflesso dello sviluppo internazionale che manda alla periferia le sue correnti ideologiche, nate sulla base dello sviluppo produttivo dei paesi più progrediti, allora il gruppo portatore delle nuove idee non è il gruppo economico, ma il ceto degli intellettuali89
Queste analisi portano a concludere che, anche sul piano strategico, il concetto di egemonia è strettamente connesso al principio di interdipendenza. Ripensata in quest’ottica, la lotta per la conquista dell’egemonia supera la formula della transizione90. Ora, per Gramsci, la lotta politica si decide in base alla capacità delle forze politiche e sociali di «combinare» nel modo più utile al paese i fattori interni e i fattori internazionali del suo progresso. Se all’interno dello Stato l’egemonia implica, come abbiamo visto, l’interdipendenza fra le classi sociali antagonistiche, a sua volta «l’equilibrio di compromesso» fra loro varia secondo la capacità delle stesse di «combinare» nel modo più opportuno politica interna e politica internazionale. Il concetto di egemonia presuppone il fattore interdipendenza e al tempo stesso lo elabora come principio efficiente dell’iniziativa politica.

Il passaggio successivo riguarda dunque il nesso nazionale – internazionale. Evocando il paradigma del 1926, nel marzo 1933 Gramsci richiama la lezione di Lenin e afferma che «la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale». Però aggiunge che «il rapporto “nazionale” è il risultato di una combinazione “originale” unica (in un certo senso) che in questa originalità e unicità deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla». «Il punto di partenza» della lotta politica è quindi «nazionale»; ma in che rapporto stanno iniziativa nazionale e internazionalismo? «La prospettiva è internazionale, scrive Gramsci, e non può essere che tale. Occorre pertanto studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale [il proletariato industriale ndr.] dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali». Il terreno dell’egemonia è dunque il terreno del confronto di diverse combinazioni fra gli equilibri nazionali ottimali e quelli internazionali possibili. In altre parole, la conquista dell’egemonia dipende dalla capacità di elaborare il vincolo esterno nel modo più favorevole al paese dato. Anche sotto questo aspetto, quindi, il nesso egemonia-intedipendenza mi pare inoppugnabile.

La sua proiezione strategica implica un ultimo chiarimento, riguardante la composizione sociale delle forze nazionali che la classe internazionale deve proporsi di dirigere. Tali forze sono «strettamente nazionali», nel caso degli «intellettuali come massa», e «spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti», come i contadini. Pertanto, per poterli dirigere, la classe operaia deve «nazionalizzarsi». Ma a questo punto Gramsci introduce un’innovazione molto significativa: attenua la necessità della “nazionalizzazione” della “classe internazionale” perché prevede che l’unificazione politica del mondo passerà necessariamente attraverso “fasi” di regionalizzazione dell’economia mondiale:
Prima che si formino le condizioni di un’economia secondo un piano mondiale, è necessario attraversare fasi molteplici in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazioni) possono essere varie91

Non avrei dubbi che Gramsci si riferisca all’unione europea e in carcere, diversamente da quanto pensava negli anni della Grande Guerra, sembra prendere in considerazione l’ipotesi federalistica; infatti nel marzo del 1931 scrive:


Esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi92.
Dunque la caratterizzazione dell’epoca come «periodo storico di intensificato processo contraddittorio verso l’unità» non solo persiste, ma si arricchisce di passaggi e articolazioni riconducibili ai processi di regionalizzazione dell’economia mondiale. In questi Gramsci intravede le condizioni per superare la crisi dello Stato-nazione. Come abbiamo visto, questa si riassume nel ritorno delle borghesie europee all’idea dello Stato come pura forza: è una regressione corporativa che esaspera i nazionalismi e rende inevitabile la guerra. Il riequilibrio di forza e consenso appare possibile solo nella prospettiva della sovranazionalità. Costruendo la sovranazionalità si può infrenare permanentemente lo Stato-potenza, subordinando nuovamente la forza al consenso. Se crisi e guerre scaturiscono dal contrasto fra il «cosmopolitismo» dell’economia e il «nazionalismo» della politica, la soluzione alle crisi – sia alle crisi economiche, sia al precipitare verso la guerra – si può trovare solo nella costruzione di nuovi spazi della politica in modo da assecondare e disciplinare la vocazione mondiale del modo di produzione capitalistico. L’unione europea appare a Gramsci un obiettivo realistico e progressivo perché si colloca in tale prospettiva e può costituire un caso esemplare di proiezione politica virtuosa di un processo altrettanto esemplare di regionalismo economico.

Resta da esaminare almeno un caso concreto di proiezione strategica del concetto di egemonia modulato dal nesso nazionale-internazionale, e naturalmente la mente di Gramsci si volge all’Italia. Nel 1932, mentre acutissimo era l’impatto della crisi mondiale sull’economia italiana, anche all’interno del fascismo tornava ad essere dibattuto il problema della riforma agraria e della riforma industriale. In un discorso tenuto in parlamento Dino Grandi, ministro degli Esteri di Mussolini, aveva sostenuto che il contrasto fra «l’incremento demografico» e «la relativa povertà del paese» si poteva risolvere solo nel quadro di un nuovo equilibrio europeo e mondiale che consentisse all’Italia lo sbocco delle «colonie di sovrappopolamento». In una nota del giugno Gramsci non contesta la tesi della «povertà relativa “naturale” del paese», ma obietta che non avrebbe potuto essere superata ricorrendo a soluzioni esogene, ma solo se le classi dominanti fossero state in grado di mutare la produzione e la distribuzione del reddito nazionale, e quindi la condizione delle «classi lavoratrici e produttrici» sottoposte ad uno «sfruttamento di rapina»93. Più in generale, egli osserva, «l’espansione moderna è di ordine finanziario-capitalistico», non di tipo coloniale, ormai anacronistico e comunque inibito all’Italia dalla carenza di capitali. Orbene, «nel presente italiano l’elemento “uomo” o è l’“uomo capitale” o è l’“uomo lavoro”». Non essendo mai stata l’Italia in condizione di gareggiare nell’esportazione di capitali, «l’espansione italiana, conclude Gramsci, può essere solo dell’uomo-lavoro». Per questo addita al proletariato italiano e ai “suoi” intellettuali la necessità di farsi interpreti di un nuovo cosmopolitismo: «Il popolo italiano – egli scrive - è quel popolo che “nazionalmente” è più interessato a una moderna forma di cosmopolitismo. Non solo l’operaio, ma il contadino e specialmente il contadino meridionale». Lo slittamento semantico dall’internazionalismo al cosmopolitismo indica che, nazionalmente, l’alleanza fra operai e contadini ha il compito prioritario di mutare le basi della produzione del reddito risolvendo il problema storico del dualismo Nord-Sud e della debole competitività internazionale del paese. La proiezione internazionale di tale compito è l’obiettivo di «collaborare a ricostruire il mondo economicamente in modo unitario» perché questa è la condizione «per esistere e svilupparsi appunto come popolo italiano»94. Se, come abbiamo visto, nella vita dello Stato il concetto di egemonia supera il finalismo della tradizione socialista e comunista (la meta della «conquista del potere») e fa della lotta per la direzione politica un obiettivo permanentemente contendibile, nella vita internazionale l’unificazione del genere umano (il comunismo) non è più concepita come espansione mondiale, pur con le opportune varianti nazionali, del comunismo sovietico, ma si risolve nella creazione delle condizioni che, paese per paese, possono rendere i popoli capaci di cooperare alla costruzione di «un’economia secondo un piano mondiale».

1 «L’Ordine Nuovo» terza serie, 1° marzo 1924, n. 1, p. 3.

2 J. V. Stalin, Opere complete, vol. 5, Edizioni Rinascita, Roma 1952, pp. 212-213. Sull’uso della locuzione dal ’23 al ’26 cfr. F. Giasi, I comunisti torinesi e l“’egemonia del proletariato” nella rivoluzione italiana. Relazione al convegno EgemoniaUsi e abusi di una parola controversa, Napoli-Salerno 27-28 ottobre 2005, in corso di pubblicazione.

3 P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, Editori Riuniti, Roma 1984 (IV), pp. 196-197.

4 Ivi, p. 245.

5 A. Di Biagio, Le radici leniniste dell’egemonia gramsciana. Relazione al Convegno Gramsci nel suo tempo, Bari e Turi 13-15 dicembre 2007, in corso di pubblicazione.

6 A. Gramsci, Lettere 1908-1926, a cura di Antonio A. Santucci, Einaudi, Torino 1992, p. 130.

7 A. Di Biagio, L’egemonia leninista, inedito non destinato alla pubblicazione.

8 A. Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 866.

9 A. Gramsci, Cinque anni di vita del partito, «L’Unità» del 23 febbraio 1926, ora in Id., La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino 1971, pp. 106-107.

10 Ivi, p. 492.

11 Ivi, pp. 121-122.

12 Il tema è ampiamente sviluppato da Anna Di Biagio, nella ricerca inedita citata con riferimento all’influenza di Plekhanov su Lenin in occasione della tremenda carestia del 1887 e al Che fare?.

13 A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista cit., pp. 144-145.

14 Tutte le citazioni sono tratte da A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, in Id., La costruzione del Partito comunista cit., pp. 144-145 e 150-158.

15 Cfr. G. Vacca, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca, in Ch. Daniele (a cura di), Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, Einaudi, Torino 1999, pp. 94-98 e 123-127; A. Rossi e G. Vacca, Gramsci fra Mussolini e Stalin, Fazi Editore, Roma 2007, cap. III.

16 F. Giasi, Egemonia e direzione politica nella “Questione meridionale”, Relazione al Convegno Gramsci a setenta años de la muerte, IV Conferencia Internacional Estudios Gramscianos, Città del Messico, 29 novembre – 1 dicembre 2007, in corso di pubblicazione.

17 A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista cit., p. 158.

18 A. Gramsci, Ufficio politico del Pcd’I al Comitato centrale del Partito comunista russo [14 ottobre 1926], in Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca cit., pp. 408-409. «Le questioni che oggi si pongono a voi, possono porsi domani al nostro Partito. Anche nel nostro paese, le masse rurali sono la maggioranza della popolazione lavoratrice. Inoltre tutti i problemi inerenti all’egemonia del proletariato si presenteranno da noi certamente in una forma più complessa ed acuta che nella stessa Russia, perché la densità della popolazione rurale in Italia è enormemente più grande, perché i nostri contadini hanno una ricchissima tradizione organizzativa e sono sempre riusciti a far sentire molto sensibilmente il loro peso specifico di massa nella vita politica nazionale, perché da noi l’apparato organizzativo ecclesiastico ha duemila anni di tradizione e si è specializzato nella propaganda e nell’organizzazione dei contadini in un modo che non ha eguali negli altri paesi».

19 Ivi, pp. 406-407.

20 A. Gramsci, In che direzione si sviluppa l’Unione Soviettista, «l’Unità» del 10 settembre, e I contadini e la dittatura del proletariato, «L’Unità» del 17 settembre 1926, in Id., La costruzione del Partito comunista cit., pp. 321-322 e 327.

21 Ch. Daniele (a cura di), Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca cit., p. 408.

22 Ivi, pp. 421-423.

23 Ivi, pp. 438-439.

24 Cfr nota 18.

25 La tesi che l’originalità dei Quaderni risieda nella concezione della «società civile» risale alla notissima relazione di Norberto Bobbio al convengo cagliaritano del 1967,La società civile in Gramsci (ora in N. Bobbio, Saggi su Gramsci, Feltrinelli, Milano 1991). La confutazione più puntuale dell’interpretazione di Bobbio si deve a Gianni Francioni, Egemonia, società civile, Stato. Note per una lettura della teoria politica di Gramsci, in Id., L’officina gramsciana, Bibliopollis, Napoli 1984, pp. 147-228. Cfr. pure G. Vacca, Appuntamenti con Gramsci, Carocci, Roma 1999, pp. 159-164.

26 G. Cospito, «Il ritmo del pensiero in sviluppo». Per una lettura diacronica dei “Quaderni del carcere”, Cooperativa libraria universitaria, Pavia 2004, cap. I.

27 F. Izzo, I Marx di Gramsci, relazione presentata al Convegno Gramsci nel suo tempo cit., in corso di pubblicazione; R. Gualtieri, Le relazioni internazionali, Marx e la «filosofia della praxis» in Gramsci, in «Studi Storici», 2007 n. 4, pp. 1009-1058.

28 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., pp. 5 (Quaderno 1) e 935-936 (Quaderno 8). Per la datazione del secondo e del terzo indice, intitolato Raggruppamenti di materia, vedi G. Francioni, L’officina gramsciana, cit., p. 142.

29 A. Rossi e G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin cit., cap. I e III.

30 L’ultima ricerca di Paolo Spriano, edizioni de «L’Unità», Roma 1988, pp. 15-26.

31 Cfr. G. Schirru, Teoria della traduzione e filosofia della prassi, relazione al Convegno Gramsci a setanta años de la muerte, Città del Messico, 29 novembre 1° dicembre 2007, in corso di pubblicazione. Vedi pure R. Gualtieri, Le relazioni internazionali, Marx e la «filosofia della praxis» in Gramsci cit., p. 1030, nota 86.

32 A. Rossi e G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin cit., cap. II.

33 P. Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, Introduzione e cura di V. Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 15: «Alcuni anni fa Nino (…) vi aveva scritto una lettera in cui vi esponeva dettagliatamente il suo piano di letture e di studi. Sarebbe interessante conoscere come lo abbia svolto (…) e sapere qual è il suo programma attuale. Provate a chiederglielo».

34 A. Gramsci, Quaderni di traduzioni, a cura di G. Cospito e G. Francioni, Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2007, pp. 23-24.

35 A. Gramsci – T. Schucht, Lettere 1926-1935, a cura di A. Natoli e Ch. Daniele, Einaudi, Torino 1997, pp. 61-63.

36 Sraffa a Togliatti il 4 maggio 1932 in P. Sraffa, op. cit., p. 225.

37 A. Rossi e G. Vacca, op.cit., cap. I.

38 A. Gramsci – T. Schucht, op.cit., p. 333.

39 A. Rossi e G. Vacca, op.cit., pp. 207-218.

40 P. Sraffa, op.cit., p. 225.

41 Ivi, p. 23.

42 A. Gramsci – T. Schucht, op.cit., pp. 791-792.

43 P. Sraffa, op.cit., p. 36.

44 A. Gramsci, Quaderni di traduzioni cit., p. 26.

45 Ivi, p. 746.

46 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 437: «Marx afferma esplicitamente che gli uomini prendono coscienza dei loro compiti nel terreno ideologico, (…) il che non è piccola affermazione di “realtà”».

47 Ivi, p. 1319.

48 Nel Quaderno 1 il paragrafo 43 è intitolato Riviste tipo; nel Quaderno 19 il paragrafo 26, che lo rielabora, è intitolato Il rapporto città-campagna nel Risorgimento e nella struttura nazionale italiana. Nel Quaderno 1 il paragrafo 44 è intitolato Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo; nel Quaderno 19 il paragrafo 24 è intitolato Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia.

49 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 37.

50 Ivi, pp. 2010-2011.

51 Ivi, p. 41.

52 Ivi, pp. 41-42.

53 All’origine di questa interpretazione vi è il saggio di N. Matteucci, Antonio Gramsci e la filosofia della prassi, Giuffrè, Milano 1951. Le sue tesi vennero riprese e divulgate con ampia risonanza in Italia e all’estero da Bobbio, Galli Della Loggia, Pellicani e altri nel 1977. Cfr. Egemonia e DemocraziaQuaderni di Mondoperaio, n. 7.

54 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 42.

55 Ivi, p. 703.

56 Ivi, p. 1283.

57 Ivi, pp. 1589-1590. Secondo Gramsci la distinzione «organica» di «società politica» e «società civile» è l’errore dei liberisti. Potremmo aggiungere che è l’errore anche degli interpreti liberali di Gramsci, il cui archetipo è il saggio di Bobbio citato nella nota 25.

58 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 1584.

59 Ivi, p. 1591.

60 Ch. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, Editori Riuniti, Roma 1976; G. Francioni, Egemonia, società Civile, Stato, cit.

61 G. Vacca, I «Quaderni» e la politica del ’ 900, in Id., Gramsci e Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1991.

62 A. Rossi e G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin cit., capp. II e III.

63 F. Giasi, Egemonia e direzione politica nella “Questione meridionale” cit.

64 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 1513.

65 Ivi, p. 1386.

66 Ma è opportuno richiamare l’attenzione sul punto seguente: formulato come «unità» e come «problema storico» il nesso di teoria e prassi, è impossibile attribuire a Gramsci una concezione totalitaria del partito. Questa presupporrebbe un nesso d’identità, e non richiederebbe l’elaborazione di una teoria generale degli intellettuali fondata sulla loro storicizzazione.

67 Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca cit., p. 436.

68 N. Angell, La grande illusioneStudio sulla potenza militare in rapporto alla prosperità delle nazioni. Proemio di Arnaldo Cervesato, Casa editrice Humanitas, Bari 1913, pp. 55-56.

69 A. Gramsci, La grande illusione, “Avanti!”, ed. torinese del 24 luglio 1916, ora in Id., Cronache torinesi 1913-1917, Einaudi, Torino 1980, pp. 446-448; A. Gramsci,Norman Angell, «Il Grido del Popolo» del 28 marzo 1918, ora in Id., La città futura 1917-1918, Einaudi, Torino 1982, pp. 773-774.

70 A. Gramsci, Il canto delle sirene, “Avanti!”, ed. torinese del 10 ottobre 1917, e I socialisti per la libertà doganale, «Il Grido del Popolo» del 20 ottobre 1917, ora in Id.,La città futura 1917-1918 cit., pp. 382-387 e 402-405. L’analisi più originale e approfondita del liberismo del giovane Gramsci e del nesso fra liberismo e evitabilità della guerra si deve a L. Rapone, Antonio Gramsci nella grande guerra, «Studi Storici», 2007 n. 1, pp. 85-96.

71 A. Gramsci, Wilson e i socialisti, «Il Grido del Popolo» del 12 ottobre 1918, ora in Id., Il nostro Marx 1918-1919, Einaudi, Torino 1984, p. 315.

72 A. Gramsci, La Lega delle Nazioni, «Il Grido del Popolo» del 19 gennaio 1918, ora in Id., La città futura 1917-1918 cit., p. 571.

73 A. Gramsci, Programma socialista di pace, «Il Grido del Popolo» del 2 marzo 1918, ora in Id., La città futura 1917-1918 cit., pp. 694-697.

74 A. Gramsci, La nuova religione dell’umanità, «Il Grido del Popolo» del 13 luglio 1918, ora in Id., Il nostro Marx 1918-1919 cit., pp. 175-176.

75 A. Gramsci, L’armistizio e la pace, «Avanti!» piemontese dell’11 febbraio 1919, ora in Id., Il nostro Marx 1918-1919 cit., pp. 538-541.

76 A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, Einaudi, Torino 1987, p. 20.

77 A. Gramsci, Letture, «Il Grido del Popolo» del 24 novembre 1917, ora in Id., La città futura 1917-1918 cit., p. 452: «Tre anni di guerra hanno ben portato delle modificazioni nel mondo. Ma forse questa è la maggiore di tutte le modificazioni: tre anni di guerra hanno reso sensibile il mondo. Noi sentiamo il mondo; prima lopensavano, solamente. Sentivamo il nostro piccolo mondo, eravamo compartecipi del dolore, delle speranze, delle volontà, degli interessi del piccolo mondo nel quale eravamo immersi più direttamente. Ci saldavamo alla collettività più vasta solo con uno sforzo di pensiero, con uno sforzo enorme di astrazione. Ora la saldatura è diventata più intima. Vediamo distintamente ciò che prima era indistinto e vago. Vediamo uomini, moltitudini di uomini dove ieri non vedevamo che Stati o singoli uomini rappresentativi».

78 A. Gramsci, Operai e contadini, «L’Ordine Nuovo» del 2 agosto 1919, ora in Id., L’Ordine Nuovo 1919-1920 cit., pp. 157-159.

79 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 1235.

80 Ivi, pp. 801-802 (Quaderno 6, par. 138, agosto 1931).

81 Ivi, p. 315 (Quaderno 10, agosto 1932, p. 1315).

82 Ho sviluppato ampiamente il tema in G. Vacca, Gramsci e Togliatti cit., parte I.

83 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 1638.

84 Ivi, p. 1635.

85 Ivi, p. 937.

86 Ivi, pp. 690-691.

87 Ivi, p. 1566.

88 Ivi, pp. 1359-1360.

89 Ivi, p. 748.

90 A. Rossi e G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin cit., cap. III.

91 A. Gramsci, Quaderni del carcere cit., pp. 1728-1729.

92 Ivi, p. 748.

93 Ivi, pp. 1989-1991.



94 Ivi, p. 1988.

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