Data: 14 marzo 2011 Argomento: Laicità, Libertà religiosa, Simboli religiosi Dossier



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Sentenza 14 marzo 2011, n. 5924
Presenza del crocifisso nelle aule giudiziarie

Autore: Corte di Cassazione - Sezioni Unite
Data: 14 marzo 2011
Argomento: Laicità, Libertà religiosa, Simboli religiosi
Dossier: Crocifisso, Libertà religiosa
Nazione: Italia
Parole chiave: Libertà religiosa, Simboli religiosi, Crocifisso, Aule giudiziarie, Astensione dalle udienze, Laicità dello Stato, Diritti fondamentali, Doveri d'ufficio, Simboli religiosi

Abstract:

La laicità dello Stato rappresenta un interesse diffuso e come tale adespota, perchè facente capo alla popolazione nel suo complesso. Proprio per la suddetta natura degli interessi diffusi, la tutela degli stessi è affidata agli enti esponenziali della collettività nel suo complesso, salvo che la tutela non sia anche rimessa ad associazioni o enti collettivi in specifiche ipotesi previste dalla legge (L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 9, L. 8 luglio 1986, n. 349, art. 18). Tuttavia la condivisibile giurisprudenza di questa Corte (Cass. S.U. n. 2207/1978; Cass. S.U. n. 1463/1979) ha ritenuto configurabili accanto agli interessi cosiddetti diffusi, da parte di collettività unitariamente considerate, anche la titolarità di interessi individuali, da parte dei singoli coinvolti dal procedimento stesso. In questi casi il titolare di ogni singolo diritto soggettivo inviolabile leso ha azione per la sua tutela. Da ciò consegue che, mentre la lesione di un proprio diritto soggettivo inviolabile può essere fatta valere nell'ambito del rapporto di impiego anche in via di autotutela, allorchè tale lesione del diritto soggettivo è esclusa, non può invece essere fatta valere, come causa giustificante, la lesione di un interesse diffuso.
Nel caso di specie, dunque, poichè la Sezione disciplinare ha affermato la responsabilità del ricorrente solo in relazione ai disservizi verificatisi per il rifiuto di tenere udienze in stanze o aule prive del crocifisso, e quindi in situazioni che - secondo l'accertamento fattuale della Sezione - non potevano comportare la lesione del suo diritto di libertà religiosa, di coscienza o di opinione, non può intentare causa giustificante di tale rifiuto la pretesa tutela della laicità dello Stato o dei diritti di libertà religiosa degli altri soggetti che si trovavano nelle altre aule di giustizia della Nazione, in cui il crocefisso era esposto.


Infine, appare infondata anche la censura secondo cui il rifiuto del ricorrente di tenere udienza poteva ritenersi giustificato dalla mancata autorizzazione ad esporre nelle aule giudiziarie la menorah, simbolo della religione ebraica. Per poter accogliere tale pretesa è infatti necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste. E' vero infatti che sul piano teorico il principio di laicità è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l'alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione). Tale scelta legislativa, però, presuppone che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l'esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l'analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell'ateo o del non credente, nonchè il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili.
Corte di Cassazione. Sezione Unite. Sentenza 14 marzo 2011, n. 5924: "Presenza del crocifisso nelle aule giudiziarie".

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DE LUCA Michele - Primo Presidente f.f. -
Dott. PREDEN Roberto - Presidente di Sezione -
Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio - Consigliere -
Dott. GOLDONI Umberto - Consigliere -
Dott. SALME' Giuseppe - Consigliere -
Dott. SEGRETO Antonio - rel. Consigliere -
Dott. SPAGNA MUSSO Bruno - Consigliere -
Dott. SPIRITO Angelo - Consigliere -
Dott. TIRELLI Francesco - Consigliere -

ha pronunciato la seguente: sentenza

sul ricorso 22385/2010 proposto da:
T.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LATINA 135,  presso BEATRICE CORSETTI, rappresentato e difeso dagli avvocati PIERDOMINICI FABIO, CORSETTI CARLA, MANTERO ALESSANDRO, per delega in  calce al ricorso;
- ricorrente -

contro


MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, PROCURA GENERALE PRESSO LA CORTE SUPREMA  di CASSAZIONE;
- intimati -

avverso la sentenza n. 88/2010 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA  MAGISTRATURA, depositata il 25/05/2010;


udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/02/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO SEGRETO;
uditi gli avvocati Fabio PIERDOMINICI, Beatrice CORSETTI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO


 

La Sezione disciplinare del CSM procedeva disciplinarmente contro il magistrato dr. T.L. per l'illecito disciplinare di cui al R.D. n. 511 del 1946, art. 18, tipizzato a decorrere dal 19.6.2006 - dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, e art. 2 lett. n. ed r, perchè in violazione dei doveri istituzionali e professionali di diligenza e laboriosità, con grave e reiterata inosservanza delle disposizioni relative alla prestazione del servizio giudiziario, si sottraeva ingiustificatamente ed abitualmente dall'attività giurisdizionale, che era chiamato a svolgere, astenendosi dalla trattazione di 15 udienze nel periodo maggio - luglio 2005 e successivamente nei giorni 8, 12 e 13 luglio 2005 (proc. disciplinare n. 22/05), nonchè per le condotte innanzi dette fino al 31.1.2006 (quando veniva sospeso dalle funzioni dalla Sezione disciplinare) in altre 4 udienze (proc. disciplinare n. 37/09), con rifiuto di tenere le udienze nello stesso giorno o nell'immediata prossimità, così determinando la necessità delle relative sostituzioni, grave perturbamento dell'attività dell'ufficio ed estrema difficoltà del prosieguo dell'attività giurisdizionale per i procedimenti affidati. Il dr. T. veniva incolpato anche perchè, con tale condotta, assertivamente motivata dalla presenza del crocefisso nelle aule del tribunale di Camerino e persistita nonostante la messa a disposizione da parte del presidente del Tribunale di un'aula priva di simboli religiosi, era venuto meno al dovere fondamentale di svolgimento della funzione ed aveva compromesso la credibilità personale ed il prestigio dell'istituzione giudiziaria.

La Sezione, con sentenza depositata il 25.5.2010, affermava la responsabilità del dr. T. per l'incolpazione ascrittagli e gli applicava la sanzione della rimozione. Riteneva la Sezione, ai fini che qui interessano, che era infondata l'eccezione di illegittimità della sospensione del procedimento disciplinare e la conseguente caducazione dell'azione per decorrenza del termine annuale; che il proscioglimento in sede penale, perchè il fatto non sussiste, atteneva solo al profilo penale dei fatti contestati, mentre rimaneva autonomo il profilo della valutazione disciplinare degli stessi fatti, costituiti dal rifiuto ingiustificato di tenere udienza. Nel merito riteneva la Sezione che oggetto del procedimento non era la verifica della compatibilità tra i principi di laicità dello Stato e la presenza del crocifisso nelle aule, ma la compatibilità del rifiuto del dr. T. di tenere udienza - determinato dal fatto che in altri luoghi la giustizia era amministrata in presenza del simbolo religioso - ed il rispetto delle regole organizzative del servizio e delle esigenze funzionali del corretto svolgimento dell'esercizio delle funzioni giurisdizionali.

Riteneva la Sezione che la presenza del crocefisso, indipendentemente dalla legittimità o vigenza della norma regolamentare che la prevede, non determinava in sè per il solo fatto di essere generalmente osservata nelle aule giudiziarie della Nazione, una lesione diretta del fondamentale diritto soggettivo di libertà religiosa e di opinione del dr. T., che poteva essere messa in discussione solo se gli si fosse stato imposto l'obbligo di esercitare la giurisdizione, in contrasto con le sue più profonde e radicate convinzioni, in un'aula in cui vi era la tutela simbolica religiosa. La Sezione, quindi, affermava la responsabilità disciplinare del dr. T. per aver rifiutato di esercitare le funzioni giurisdizionali (finchè l'amministrazione giudiziaria non avesse accolto la sua richiesta scritta dell'1.5.2005 di rimozione del crocefisso da tutti gli uffici giudiziarì), anche allorchè gli era stato formalmente comunicato di esercitarle nel proprio ufficio ovvero, successivamente, nell'aula predisposta senza simboli religiosi e ritenuta dalla stessa Sezione egualmente dignitosa e fruibile da tutti magistrati del tribunale, che lo avessero voluto.

Secondo la Sezione il dr. T. aveva mancato gravemente ai propri doveri, mostrando faziosità, aggressività verbale e scarso equilibrio, pur avendo già subito 4 condanne disciplinari(3 ammonimenti ed una censura). La Sezione riteneva di infliggere la sanzione della rimozione, tenendo conto della gravità del fatto e della determinazione dell'incolpato, che aveva dichiarato di non deflettere da tale comportamento neanche in futuro, se gli fosse stata data occasione di rinnovare, con la restituzione delle funzioni, il rifiuto di esercitarle.

Avverso questa sentenza proponeva 2 ricorsi per cassazione il dr. T..

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.
MOTIVI DELLA DECISIONE
 

1.1. Preliminarmente va dichiarato inammissibile il ricorso proposto personalmente dal ricorrente dr. T.L., con deposito in cancelleria del 20.9.2010 e non notificato ad alcuno. Infatti in tema di procedimento disciplinare nei confronti di magistrati, la disciplina transitoria di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 32 bis, introdotto dalla L. n. 269 del 2006, art. 1, comma 3, lett. q), non riguarda le sentenze emesse dal Consiglio Superiore della Magistratura nei procedimenti promossi anteriormente al 19 giugno 2006 (data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 109 del 2006), le quali sono impugnabili innanzi alle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, nelle forme previste dal codice di rito civile e non in quelle previste dal codice di procedura penale e nel termine di cui al D.P.R. n. 916 del 1958, art. 60, tanto nel caso in cui il provvedimento sia stato pronunciato prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 109, quanto nel caso in cui esso sia stato pronunciato successivamente (Cass. Sez. Unite, 01/10/2007, n. 20601; Cass. Sez. Unite, 03/08/2009, n. 17905; Cass. Sez. Unite, 03/08/2009, n. 17905).

Nella fattispecie correttamente la Sezione disciplinare rileva, quanto al regime normativo applicabile, che ì fatti contestati al dr. T. vanno dal maggio 2005 al 16 gennaio del 2006 e che l'azione disciplinare è stata promossa con riferimento al primo procedimento prima del 19 giugno 2006, data del'entrata in vigore del D.Lgs. e con riferimento al secondo in data successiva; che tuttavia, poichè si tratta di comportamenti della stessa natura e tenuti senza soluzione di continuità, non si può giustificare un'applicazione di regimi sostanziali e processuali diversi con riferimento ai due procedimenti, che tuttavìa applicando, a norma dell'art. 32 bis, la disciplina più favorevole, questa risulta essere quella del R.D. n. 511 del 1946.

Il punto non è stato peraltro fatto oggetto di censura, per cui è alla disciplina antecedente a quella disposta dal D.Lgs. n. 109 del 2006, che occorre far riferimento.

1.2. Ciò comporta, in relazione al ricorso proposto personalmente dal dr. T., che esso è inammissibile per due ordini di ragione.

Anzitutto esso è stato proposto personalmente dall'incolpato. E' invece, giurisprudenza di queste S.U., che va qui ribadita, che il principio secondo il quale la difesa personale della parte postula che abbia la qualità necessaria per esercitare l'ufficio di difensore con procura presso il giudice adito trova applicazione pure con riguardo al ricorso per cassazione avverso le decisioni del Consiglio superiore della magistratura in materia disciplinare (Cass. Sez. Unite, 12/06/2006, n. 13532).

1.3. Inoltre esso è inammissibile per non essere stato notificato ad alcuno (Cass. Sez. Unite, 01/10/2007, n. 20601).

1.4. Sennonchè nel caso in cui una sentenza sia stata impugnata con due successivi ricorsi per cassazione, è ammissibile la proposizione del secondo in sostituzione del primo, purchè l'improcedibilità o l'inammissibilità di quest'ultimo non sia stata ancora dichiarata, restando escluso che la mera notificazione del primo ricorso comporti, "ex se", la consumazione del potere d'impugnazione (Cass. Sez. 3^, 03/03/2009, n. 5053). Ne consegue che nella fattispecie questa Corte deve passare ad esaminare il ricorso proposto dai difensori del ricorrente e tempestivamente notificato il 6 ottobre 2010.

2. Per ragioni di ordine logico-processuale va esaminato, anzitutto, il motivo quattordicesimo, con il quale il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 916 del 1958, art. 59, commi 9 ed 11, R.D. n. 511 del 1946, art. 28, art. 3 c.p., e art. 185 c.p.p., e art. 111 Cost..

Assume il ricorrente che sussiste nella fattispecie la decadenza del procedimento disciplinare, perchè non era stato rispettato il termine annuale per la comunicazione all'incolpato del decreto che fissava la discussione orale davanti alla Sezione disciplinare.

Secondo il ricorrente il primo procedimento disciplinare era stato attivato il 22.9.2005 ed illegittimamente sospeso dal P.G. il i 14.3.2006 in attesa della definizione del processo penale per omissione di atti di ufficio; che in data 17.2.2009 era intervenuta la sentenza definitiva della cassazione di assoluzione "perchè il fatto non sussiste", mentre la notifica del decreto di fissazione dell'udienza di discussione era avvenuta il 22.12.2009. Sostiene, poi, il ricorrente che non sussiste il presupposto su cui si fonda la sospensione disposta dal P.G., poichè l'incolpazione disciplinare diverge dall'imputazione penale.

3.1. Il motivo è infondato e va rigettato.

Hanno statuito le S.U. di questa Corte che la norma del D.P.R. 16 settembre 1958, n. 916, art. 59, come modificato dalla L. 3 gennaio 1981, n. 1, art. 12, - per la quale l'azione disciplinare nei confronti del magistrato non può essere promossa dopo un anno dal giorno in cui il Ministro o il Procuratore generale hanno avuto notizia del fatto che forma oggetto dell'addebito disciplinare - si riferisce solo all'ipotesi di procedimento disciplinare non ricollegabile ad un procedimento penale, in corso od esaurito; ove invece sia iniziata l'azione penale nei confronti del magistrato trovano applicazione il R.D.L. 31 maggio 1946, n. 511, artt. 29 e 31, sui rapporti tra provvedimenti cautelari e definitivi di natura disciplinare e procedimento penale. Conseguentemente il Ministro di giustizia - quantunque abbia conosciuto i fatti contestati al magistrato fin da epoca risalente a più di un anno - può legittimamente richiedere alla Sezione disciplinare del CSM l'adozione della misura cautelare della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio essendo in tal caso l'esercizio dell'azione disciplinare svincolato da termini perentori, restando collegato solamente alla pronuncia penale di condanna o di proscioglimento (Cass. civ., Sez. Unite, 08/08/1997, n. 7406).

Inoltre è principio consolidato che in, tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, l'alternatività - tra Ministro di Grazia e Giustizia e P.G. presso la Corte di cassazione - nell'iniziativa del promovimento della relativa azione comporta che l'eventuale decorso del termine annuale di decadenza per uno dei predetti titolari non estingue il potere di iniziativa dell'altro (Cass. S.U. n, 316/2007).

3.2. Questa giurisprudenza va condivisa, non essendovi ragioni per discostarsene e la sezione ne ha fatto corretta applicazione. Sulla base del precedente sistema normativo (applicabile alla sospensione disposta), la medesima notitia aveva determinato l'instaurazione del procedimento disciplinare e di quello penale, con la conseguenza che la decorrenza del termine annuale era computabile esclusivamente dal momento della conclusione del procedimento penale.

In relazione alla seconda azione disciplinare, come osserva la Sezione correttamente, le "dichiarazioni di rifiuto" depositate dal T. nell'udienza dibattimentale risultano indirizzate ai capi degli uffici del distretto ed al Ministero della Giustizia, e non investono entrambi i titolari dell'azione disciplinare. E' altresì esatta l'osservazione che la notizia del fatto non poteva identificarsi nè nelle singole segnalazioni di astensione dalle udienze, potendo dedursì la violazione del dovere funzionale solo dalla sistematicità delle astensioni nè dalla mera comunicazione dell'avvio di un procedimento penale (Cass. S.U. n. 7 94 7 del 2003).

3.3. Egualmente infondata è l'eccezione di illegittimità della sospensione disposta dal P.G..

Nel precedente sistema normativo, applicabile ratione temporis alla misura cautelare disposta, l'orientamento della giurisprudenza riconosceva all'apertura del procedimento penale per lo stesso fatto materiale oggetto dell'incolpazione disciplinare, efficacia sospensiva ipso iure del procedimento disciplinare e natura meramente dichiarativa al formale provvedimento di sospensione emesso dal Procuratore Generale, con la conseguenza della decorrenza del termine annuale per l'esercizio dell'azione dall'irrevocabilità della sentenza penale (Cass. S.U. n. 6613/1993; n. 13860/1991).

3.4. Infondato è anche l'assunto secondo cui nella fattispecie i fatti oggetto del procedimento penale fossero diversi da quelli posti a base del procedimento disciplinare.

Va, anzitutto, rilevato che, ai sensi della disposizione transitoria di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 32 bis, comma 1, deve ritenersi la persistente unicità dello stesso procedimento disciplinare promosso in base alla normativa anteriormente in vigore, quando, a seguito della pronuncia di una sentenza penale (di assoluzione o di condanna), i fatti oggetto del processo penale, già contestati anche in sede disciplinare, vengano ivi riformulati sia mediante la riduzione degli addebiti, sia mediante la valorizzazione di aspetti intrinseci alla vicenda oggetto dell'imputazione in sede penale, fermo restando in ogni caso che le semplici modificazioni dell'atto di incolpazione non determinano l'instaurarsi di un nuovo e diverso procedimento disciplinare (Cass. S.U. n. 17903 del 2009).

In ogni caso nella fattispecie, Cass. pen., Sez. 6^, 17/02/2009, n. 28482, emessa nei confronti del Dr. T., ha annullato senza rinvio per insussistenza del fatto la sentenza di appello rilevando che "Non integra il reato di omissione di atti d'ufficio il semplice inadempimento di un dovere funzionale interno all'organizzazione della P.A., ove non si traduca nella mancanza di un atto d'ufficio a rilevanza esterna, che sia altresì qualificato dalle ragioni indicate dalla norma incriminatrice e da compiersi senza ritardo".

Sulla base di tali principi la Corte ha ritenuto che la mancata celebrazione, da parte dell'imputato, quale giudice, di alcune udienze cui egli era tenuto, non abbia integrato il reato, giacchè tenute, in sua sostituzione, da altri magistrati a ciò appositamente designati. Ma proprio la corte ha rilevato, altresì, che " la condotta addebitata al dr. T. si è concretizzata nella violazione di doveri funzionali, riverberatisi esclusivamente, come la stessa sentenza impugnata riconosce sull'organizzazione interna dell'ufficio, nonchè che "la condotta addebitata al dr. T. si è concretizzata nella violazione di doveri funzionali, riverberatisi esclusivamente, come la stessa sentenza impugnata riconosce, sull'organizzazione interna all'ufficio...".

Ciò comporta che già dalla motivazione della stessa sentenza penale di questa Corte emergeva che l'esclusione della rilevanza penale dei fatti addebitati al dr. T. non comportava anche l'esclusione del rilievo disciplinare degli stessi. In ogni caso correttamente la Sezione disciplinare ha accertato che nella fattispecie sussistesse l'identità del fatto contestato sia in sede penale che in sede disciplinare.

Infatti anche in sede penale era stato contestato al dr. T. il reato di omissione di atti d'ufficio perchè, quale giudice presso il Tribunale di Camerino, si era indebitamente astenuto dalle udienze in cui avrebbe dovuto trattare senza ritardo per ragioni di giustizia procedimenti a lui assegnati ed aveva motivato tale sua decisione con l'illegittima presenza nell'aula d'udienza del "crocifisso", simbolo della cristianità, che si poneva in contraddizione con il principio costituzionale della "libertà di religione e di coscienza" e mortificava le esigenze di "neutralità" e "imparzialità" che dovevano, invece, essere garantite in forza dell'altro principio costituzionale di laicità dello Stato.

In sede disciplinare la materialità dei fatti (il non aver tenuto le udienze con conseguente disservizio) è la medesima anche se, giusto quanto indicato dalla stessa sentenza penale, si poneva l'accento sul piano della conseguenza della condotta e cioè essenzialmente sul grave perturbamento dell'attività dell'ufficio e sul disservizio conseguente.

4.1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per violazione dell'art. 185 c.p.p. 1930, n. 3, artt. 145, 305, e 477 c.p.p. 1930, degli artt. 24 e 111 Cost., e degli artt. 6 e 13 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'Uomo, ratificata con L. n. 848 del 1955).

Assume il ricorrente che la Sezione disciplinare "aveva l'obbligo di decidere le eccezioni sollevate dal dr. T. e cioè di decidere se l'ostensione obbligatoria dei crocifissi nelle aule (di giustizia) ledesse o meno i diritti e le prerogative inviolabili del dr. T. e giustificasse poi il rifiuto di tenere le udienze, anche dopo l'allestimento dell'aula "ghetto". Assume il ricorrente che si era difeso dall'accusa, esponendo le ragioni che lo avevano costretto a rifiutarsi di tenere le udienze sotto l'imposizione dei crocifissi e persistere nel rifiuto anche dopo che gli era stata allestita un'aula senza crocifisso; che erroneamente la Sezione aveva ritenuto di non poter tener conto di tali giustificazioni, poichè il P.G. aveva riformulato l'incolpazione, con la conseguente irrilevanza dei fatti addotti da esso ricorrente.

Il ricorrente lamenta, altresì, il vizio di omessa pronunzia da parte della Sezione circa le giustificazioni del rifiuto, poichè questa aveva inflitto la condanna al dr. T. perchè si era rifiutato di tenere udienza in un'aula senza crocifisso, sia perchè tale rimedio non valeva a preservare il principio di laicità dello Stato ed i suoi diritti di libertà religiosa e di eguaglianza, anzi li aggravava perchè si realizzava una forma di ghettizzazione del non cattolico, sia perchè la motivazione dell'idoneità del rimedio dell'aula "ghetto" non poteva riguardare le udienze in data anteriore alla messa a disposizione di tale aula.

4.2. Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta l'omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, circa il punto che manca la pronunzia sulle pretese sostanziali del dr. T. (se cioè diritti inviolabili o mere obiezioni di coscienza), e del perchè, in presenza di lesioni di diritti inviolabili, al funzionario dovrebbe essere vietato avanzare richieste ed ultimatum, nè perchè il confino in un'aula ghetto del dr. T. fosse idoneo a salvaguardare il principio supremo di laicità, come sancito anche da Cass. Pen. n. 4273/2000, con il contestuale divieto di esporre il proprio simbolo (la menorah ebraica).

4.3. Con il terzo motivo di ricorso il ricorrente lamenta l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio.




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