Data troppo affrettatamente per inadeguata ai tempi e tuttora vittima di superficiali interpretazioni critiche, assillate da u



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02.04.2019
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Data troppo affrettatamente per inadeguata ai tempi e tuttora vittima di superficiali interpretazioni critiche, assillate da una affannosa rincorsa ai parametri di un gusto artistico che più ci si sforza di definire e delimitare più sfugge in mille direzioni, la pittura mantiene una invidiabile vitalità che le consente di calcare egregiamente la scena, adeguandosi con armonia alle mutazioni di una società in rapida e frenetica evoluzione. La pittura è da sempre simbolo ed emblema di quella “technè” intesa nell’accezione etimologica di pratica manuale implicita al concetto originario di arte. Un concetto dove il procedimento mentale, l’ambito elevato relativo al mondo delle idee, per concretizzarsi in una rappresentazione oggettivamente fruibile deve essere in grado di gettare luce sull’esterno per mostrarci le cose della vita nella loro esatta dimensione, nella loro essenza intelligibile, illuminandoci sulla bellezza od anche la negatività di quanto di circonda con quella capacità disvelatoria propria del talento artistico. La pittura è da sempre la casa di tutte le tecniche e di tutti i progetti, luogo eletto da cui traggono origine le manifestazioni sensibili dell’arte, ed è per questa sua inarrivabile natura che ha saputo attraversare le epoche della storia mantenendo sempre, nei casi migliori, la sua carica di espressività. Chi scrive ha sempre guardato con occhio il più possibile attento l’evoluzione fenomenologica delle arti, arrivando alla convinzione che il progresso della tecnologia gioca da sempre un ruolo centrale in quello che è l’adeguarsi del linguaggio a nuove impostazioni formali. Così come la modernità venne contrassegnata in origine dall’elaborazione della prospettiva come metodo di inquadramento spaziale, dove l’opera veniva delimitata nel recinto bidimensionale della tela, all’interno della quale l’artista dava sfogo alla sua inventiva in relazione al rapporto intercorrente tra figura ed ambiente circostante, che troverà piena applicazione con la profondità spaziale ed il gioco di luci ed ombre tipico dell’arte barocca, di pari la contemporaneità non può essere interpretabile od addirittura concepibile senza tenere presente la rivoluzione scatenata dall’avvento delle tecnologie fondate sull’elettromagnetismo. Dopo l’ultima grande invenzione moderna, la fotografia, che libera l’artista dall’onere di essere l’unico possibile riproduttore della realtà, dando il via alla fase dell’espressionismo e dell’astrazione, la stagione della contemporaneità tende all’ambizione di far fuoriuscire l’arte dal suo classico confine, fosse esso lo spazio pittorico, od il classico monumentalismo, per invadere lo spazio circostante, esaltando il procedimento mentale e scapito di quello manuale, con l’arte vista come evento cerebrale ed immateriale e l’artista come lo sciamano in grado di “virgolettare” artisticamente l’universo mondo. La non rinviabile necessità di violare tutti i dogmi e tutti i tabù, che troverà il suo culmine con la stagione del Concettuale degli anni ’60 e ’70, dove si arriverà al “grado zero” dell’espressione artistica e dove la manualità, e quindi la pittura, verranno messe ignominiosamente al bando, porterà ad una fase successiva di grande libertà formale dove questi valori, affiancati da altri, torneranno decisamente in auge. Ne consegue che un’opera così fortemente caratterizzata dall’uso dello strumento pittorico come quella di Guido Bagini trova il suo esatto inquadramento nella stagione attuale, all’interno di cui è in grado di offrire un contributo di non trascurabile originalità. Dalla sua antica vocazione alla rappresentazione mimetica della realtà naturale la pittura è stata in grado, di recente, di mutare la sua veste narrando con grande capacità poetica ed evocativa le inquietudini di un mondo in rapida mutazione. Quindi essa è strumento consono a coloro che la impiegano come viatico per una narrazione in presa diretta degli stereotipi che affollano la nostra quotidianità metropolitana, gettando nuova luce su squarci ed inquadrature di angoli riposti e trascurati della post modernità, o ad altri che, all’opposto, tendono a demistificare con ironia le sfavillanti ed effimere icone mediatiche da cui siamo circondati, senza dimenticare l’ esistenza di una terza posizione, caratterizzata dal riappropriarsi del gusto di una manualità lenta e calligraficamente precisa, da una “perdita di tempo come perdita del tempo”, per adoperare una terminologia di John Ruskin riferita ai Preraffaelliti e da una vena fortemente simbolica, dove il reale sfuma in una dimensione “altra”. Il lavoro di Guido Bagini riesce, per molti aspetti, a realizzare la non facile impresa di sintetizzare efficacemente il meglio delle tre posizioni prima descritte, e certamente questo è uno dei motivi per cui il suo lavoro è riuscito rapidamente ad imporsi all’attenzione di un panorama artistico sempre più affollato e conseguentemente miope, spesso incapace di uscir fuori dalla logica di una rigida divisione compartimentale, dove le varie componenti raramente interagiscono tra loro, e questa è senza dubbio una della cause della lunga crisi che da anni attanaglia il nostro sistema. Ho scoperto il lavoro di Guido Bagini circa due anni fa, su segnalazione di un comune amico, e fin dalla prima visita nel suo studio ebbi la consapevolezza di essermi imbattuto in un talento dal sicuro avvenire. In quella fase Bagini era alle prese con opere ispirate alla mitologia pop, sagome antropomorfe essenziali e schematiche, ispirate al fumetto d’autore anni ’60 ed anche all’iconografia orientale, riportate nelle loro linee forza su sfondi monocromi nitidi e squillanti. Ma erano già in incubazione le opere della fase successiva, di grande forza ed impatto visivo, che costituiranno l’asse portante della azzeccata personale allestita presso la torinese Fusion Gallery nel giugno 2005. In questi lavori, spesso di dimensioni imponenti, figure, quasi sempre femminili, tratte da un universo pop non storico ma calato nell’attualità si stagliano nette su superfici striate, opportunamente manipolate dall’artista. Queste intriganti icone mediatiche vengono contestualizzate in un insieme caratterizzato dalla presenza di consistenti tracce pittoriche ispirate alla linea dell’espressionismo e dell’informale ed è in questo non facile equilibrio tra due linee storicamente antitetiche, anche se non prive di sotterranee complicità, che risiede l’originalità del lavoro dell’artista torinese. I reperti visivi tratti dall’universo mondano non vengono riportati su tela con la freddezza del classificatore, ma si scaldano con l’istintività e la partecipazione della dimensione interiore, simboleggiata dalle tonalità intense delle pennellate nitide ed essenziali che contornano con senso del ritmo e dello spazio l’essenziale protagonismo della figura centrale. Queste opere, a tutt’oggi di assoluta efficacia, sono la premessa della terza fase del lavoro di Bagini, in cui la composizione diviene sempre più articolata e complessa, anche se la felicità dell’esecuzione permette un’immediata empatia da parte del fruitore. In questa personale nella galleria milanese di Massimo Carasi, intitolata “Orizzonte liquido”, è possibile ammirare una efficace campionatura della produzione recente. Queste superfici dipinte sono caratterizzate dalla scomparsa della figura umana e dalla predilezione per la raffigurazione di paesaggi. Paesaggi certo non tradizionali ma ispirati ad una dimensione onirica, in cui realtà ed immaginazione sapientemente si mescolano. Architetture precise e razionali si sovrappongono a costruzioni di pura fantasia, chiazze e striature di colore fanno la loro armonica comparsa in precise porzioni della tela, a mimare una sorta di vegetazione impazzita, mentre sullo sfondo balena l’ ”orizzonte liquido” marino o fluviale, sullo sfondo di cieli dalle tinte innaturali, come filtrate da una camera oscura od appartenenti ad un ambito non umano: opere in cui la linearità dell’astrazione si sposa ad una figurazione ormai prossima alla surrealtà. Posso concludere ribadendo come in Guido Bagini siano presenti tracce delle tre linee di tendenza principali della pittura attuale : l’adesione all’iconografia contemporanea ma al tempo stesso il prenderne le distanze per privilegiare la dimensione dell’interiorità, il tutto supportato da una tecnica precisa e rigorosa.
Edoardo Di Mauro, settembre 2006.


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