Data udienza: 17 marzo 2009 Numero: n. 26177 Classificazione



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Estremi

Autorità:  Cassazione penale  sez. VI
Data udienza:  17 marzo 2009
Numero:  n. 26177

Classificazione

CALUNNIA E SIMULAZIONE DI REATO Calunnia elemento materiale

CALUNNIA E SIMULAZIONE DI REATO Calunnia momento consumativo

REATO IN GENERE Reato impossibile

CALUNNIA E SIMULAZIONE DI REATO Calunnia in genere



Intestazione
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LATTANZI Giorgio - Presidente -

Dott. DI VIRGINIO Adolfo - Consigliere -

Dott. CONTI Giovanni - Consigliere -

Dott. CARCANO Domenico - Consigliere -

Dott. FIDELBO Giorgio - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

parte civile V.M., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 5 novembre 2008 emessa dal G.U.P. del

Tribunale di Roma, nel procedimento a carico di:

B.M.;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;



sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FIDELBO Giorgio;

udito il Sostituto Procuratore Generale, Dott. SELVAGGI Eugenio, che

ha concluso per l'annullamento della sentenza impugnata;

udito l'avvocato CIOTTI Luigi, che ha insistito per l'accoglimento

del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

Con la sentenza in epigrafe il G.u.p. del Tribunale di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p. nei confronti di B.M., imputato del reato di calunnia, per avere, con denuncia orale resa ad agenti della polizia di Stato, accusato falsamente V.M. di sequestro di persona e violenza sessuale.

Il giudice ha messo in evidenza come l'imputato, dopo avere effettivamente chiamato la polizia e denunciato di essere stato prima stordito con alcool e droga, poi legato al letto e violentato da V.M. e da un'altra persona non identificata, ha completamente ritrattato la denuncia, subito dopo la perquisizione dell'abitazione del V., a poche ore di distanza dall'intervento della polizia. Pertanto, il G.u.p. ha ritenuto trattarsi di un'ipotesi di reato impossibile, per l'assoluta inidoneità dell'azione calunniosa a mettere in pericolo il bene tutelato dalla norma incriminatrice, tanto è vero che la polizia giudiziaria non ha nemmeno ritenuto di verbalizzare la denuncia orale presentata. In ogni caso, la mancata verbalizzazione non consentirebbe comunque di sostenere in maniera idonea l'accusa in giudizio, in quanto difetterebbe un elemento fondamentale di prova.

Contro questa sentenza ricorre per cassazione V.M., quale persona offesa costituita parte civile, tramite il difensore di fiducia e deduce l'erronea applicazione dell'art. 49 c.p., comma 2 e art. 368 c.p., nonchè vizio di motivazione.

Assume che la denuncia orale presentata dall'imputato è stata idonea a configurare il reato di cui all'art. 368 c.p., tanto è vero che alla stessa è seguita la perquisizione domiciliare da parte della polizia giudiziaria e la sottoposizione dell'imputato a visita ospedaliera per accertare tracce dei reati denunciati.

Il ricorso è fondato.

E' evidente l'erronea applicazione della legge penale che ha fatto il giudice con l'ordinanza impugnata.

La calunnia è un reato di pericolo e ad integrarne gli estremi è sufficiente anche la astratta possibilità dell'inizio di un procedimento penale a carico della persona falsamente incolpata. Una possibilità del genere è esclusa soltanto nella ipotesi in cui la falsa accusa abbia ad oggetto fatti manifestamente e a prima vista inverosimili o incredibili per le circostanze in cui è effettuata, per i modi in cui è espressa e per l'assoluta inattendibilità del suo contenuto, sì che l'accertamento della sua infondatezza non abbisogni di alcuna indagine. In tali casi l'azione si rivela sostanzialmente priva dell'attitudine a ledere gli interessi protetti, a norma dell'art. 49 c.p. (Sez. 6^, 10 gennaio 1997, n. 2715, Marchetti; Sez. 6^, 15 febbraio 1985, n. 3930, Pascazio; Sez. 3^, 24 aprile 1978, n. 12054, Ganci).

Nel caso in esame l'inverosimiglianza della denuncia presentata è obiettivamente smentita dal fatto che la polizia giudiziaria non solo è intervenuta sul posto, ma ha eseguito la perquisizione dell'abitazione del V., determinata proprio dalla denuncia dell'imputato, il quale, peraltro, risulta essere stato sottoposto a visita medica al fine di accertare la presenza delle violenze dallo stesso denunciate.

La circostanza, riportata nella motivazione della sentenza impugnata, relativa alla mancata verbalizzazione della denuncia appare del tutto irrilevante ai fini della configurabilità del reato di calunnia. Per il delitto di calunnia non occorre una denuncia in senso formale, essendo sufficiente che taluno, rivolgendosi in qualsiasi forma all'autorità giudiziaria ovvero ad altra autorità avente l'obbligo di riferire alla prima, esponga fatti concretanti gli estremi di un reato, addebitandoli a carico di persona di cui conosce l'innocenza (Sez. 6^, 8 ottobre 2008, n. 44594, De Barbieri ed altri).

Nè la questione della mancata verbalizzazione può avere rilievo per ritenere la non idoneità degli elementi acquisiti a sostenere l'accusa in giudizio, così come affermato in sentenza, in quanto la falsa denuncia può essere provata anche attraverso le testimonianze dei due pubblici ufficiali ai quali l'imputato si rivolse.

Allo stesso modo deve ritenersi irrilevante la "ritrattazione" della denuncia, in quanto si tratta di un reato formale e istantaneo in cui un tale evento non ha alcuna attitudine ad impedirne il perfezionamento. Per le stesse ragioni la giurisprudenza ha anche escluso che la ritrattazione sia idonea a fare degradare la calunnia consumata nell'ipotesi tentata ovvero a configurare recesso attivo (Sez. 6^, 16 ottobre 1995, n. 10896, P.M. in proc. Garganese).

D'altra parte, la calunnia non viene neppure menzionata nell'art. 376 c.p.. La ritrattazione può essere configurata come un posi factum, eventualmente valutabile come attenuante ai sensi dell'art. 62 c.p., n. 6, ossia come una condotta di ravvedimento operoso che deve intervenire prima che l'autorità giudiziaria acquisisca la prova della falsità dell'incolpazione (Sez. 6^, 19 marzo 1998, n. 5574, Ruggeri; Sez. 6^, 14 maggio 2003, n. 37016, Mora), ma non può condurre a ritenere che ricorra l'ipotesi del reato impossibile, così come invece ha fatto il G.u.p. con l'impugnata sentenza.

Pertanto, la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio al G.u.p. del Tribunale di Roma, in persona di un diverso magistrato, per nuova deliberazione.

P.Q.M.

P.Q.M.


Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Roma.

Così deciso in Roma, il 17 marzo 2009.

Depositato in Cancelleria il 23 giugno 2009

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