De la Causa, Principio e Uno Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi



Scaricare 342.5 Kb.
Pagina1/10
29.12.2017
Dimensione del file342.5 Kb.
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   10




Giordano Bruno

De la Causa, Principio e Uno

Edizione Acrobat a cura di

Patrizio Sanasi (www.bibliomania.it)

SI RINGRAZIA IL DOTT. STEFANO ULLIANA (ulliana@qnet.it) PER AVER FORNITO I TESTI

GIORDANO BRUNO NOLANO.



DE LA CAUSA, PRINCIPIO E UNO.

A L'ILLUSTRISSIMO SIGNOR DI MAUVISSIERO.

_________________________

STAMPATO IN VENEZIA ANNO MDLXXXIIII.

PROEMIALE EPISTOLA SCRITTA ALL'ILLUSTRISSIMO



SIGNOR MICHEL DI CASTELNOVO Signor di Mauvissiero, Concressalto e di Ionvilla,

Cavallier de l'ordine del Re Cristianissimo, Conseglier del suo privato Conseglio,

Capitano di 50 uomini d'arme

e Ambasciator alla Serenissima Regina d'Inghilterra.



Illustrissimo e unico cavalliero, s'io rivolgo gli occhi della considerazione a remirar la vostra longanimità, perseveranza e sollecitudine, con cui, giongendo ufficio ad ufficio, beneficio a beneficio, m'avete vinto, ubligato e stretto, e solete superare ogni difficultà, scampar da qualsivoglia periglio, e ridur a fine tutti vostri onoratissimi dissegni; vegno a scorgere quanto propriamente vi conviene quella generosa divisa, con la quale ornate il vostro terribil cimiero: dove quel liquido umore, che suavemente piaga, mentre continuo e spesso stilla, per forza di perseveranza rammolla, incava, doma, spezza e ispiana un certo, denso, aspro, duro e ruvido sasso. Se da l'altro lato mi riduco a mente come (lasciando gli altri vostri onorati gesti da canto), per ordinazion divina e alta providenza e predestinazione, mi siete sufficiente e saldo difensore negl'ingiusti oltraggi ch'io patisco (dove bisognava che fusse un animo veramente eroico per non dismetter le braccia, desperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali imposture), con quali a tutta possa m'ave fatto émpeto l'invidia d'ignoranti, la presunzion di sofisti, la detrazion di malevoli, la murmurazion di servitori, gli sussurri di mercenarii, le contradizioni di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli zeli d'ipocriti, gli odii di barbari, le furie di plebei, furori di popolari, lamenti di ripercossi e voci di castigati; ove altro non mancava ch'un discortese, pazzo e malizioso sdegno feminile, di cui le false lacrime soglion esser più potenti, che quantosivoglia tumide onde e rigide tempeste di presunzioni, invidie, detrazioni, mormorii, tradimenti, ire, sdegni, odii e furori); ecco vi veggio qual saldo, fermo e constante scoglio, che, risorgendo e mostrando il capo fuor di gonfio mare, né per irato cielo, né per orror d'inverno, né per violente scosse di tumide onde, né per stridenti aerie procelle, né per violento soffio d'Aquiloni, punto si scaglia, si muove o si scuote; ma tanto più si rinverdisce e di simil sustanza s'incota e si rinveste. Voi, dunque, dotato di doppia virtù, per cui son potentissime le liquide e amene stille, e vanissime l'onde rigide e tempestose; per cui contra le goccie si rende sì fiacco il fortunato sasso, e contra gli flutti sorge sì potente il travagliato scoglio; siete quello, che medesimo si rende sicuro e tranquillo porto alle vere muse, e ruinosa roccia in cui vegnano a svanirsi le false munizioni de impetuosi dissegni de lor nemiche vele. Io, dunque, qual nessun giamai poté accusar per ingrato, nullo vituperò per discortese, e di cui non è chi giustamente lamentar si possa; io, odiato da stolti, dispreggiato da vili, biasimato da ignobili, vituperato da furfanti e perseguitato da genii bestiali; io, amato da savii, admirato da dotti, magnificato da grandi, stimato da potenti e favorito dagli dei; io, per tale tanto favore da voi già ricettato, nodrito, difeso, liberato, ritenuto in salvo, mantenuto in porto; come scampato per voi da perigliosa e gran tempesta; a voi consacro questa àncora, queste sarte, queste fiaccate vele, e queste a me più care e al mondo future più preziose merci, a fine che per vostro favore non si sommergano dall'iniquo, turbulento e mio nemico Oceano. Queste, nel sacrato tempio della Fama appese, come saran potenti contra la protervia de l'ignoranza e voracità del tempo, cossì renderanno eterna testimonianza dell'invitto favor vostro; a fin che conosca il mondo che questa generosa e divina prole, inspirata da alta intelligenza, da regolato senso conceputa e da nolana Musa parturita, per voi non è morta entro le fasce, e oltre si promette vita, mentre questa terra col suo vivace dorso verrassi svoltando all'eterno aspetto de l'altre stelle lampegianti.

Eccovi quella specie di filosofia nella quale certa e veramente si ritrova quello che ne le contrarie e diverse vanamente si cerca. E primeramente con somma brevità vi porgo per cinque dialogi tutto quello che par che faccia alla contemplazion reale della causa, principio e uno.




Argomento del primo dialogo.

Ove nel primo dialogo avete una apologia, o qualch'altro non so che, circa gli cinque dialogi intorno La cena de le ceneri, ecc.

Argomento del secondo dialogo.

Nel dialogo secondo avete primamente la raggione della difficultà di tal cognizione, per sapere quanto il conoscibile oggetto sia allontanato dalla cognoscitiva potenza. Secondo, in che modo e per quanto dal causato e principiato vien chiarito il principio e causa. Terzo, quanto conferisca la cognizion della sustanza de l'universo alla noticia di quello da cui ha dependenza. Quarto, per qual mezzo e via noi particolarmente tentiamo di conoscere il primo principio. Quinto, la differenza e concordanza, identità e diversità, tra il significato da questo termino <> e questo termino <
>. Sesto, qual sia la causa la quale si distingue in efficiente, formale e finale, e in quanti modi è nominata la causa efficiente, e con quante raggioni è conceputa; come questa causa efficiente è in certo modo intima alle cose naturali, per essere la natura istessa, e come è in certo modo esteriore a quelle; come la causa formale è congionta a l'efficiente, ed è quella per cui l'efficiente opera, e come la medesima vien suscitata dall'efficiente dal grembo de la materia; come coincida in un soggetto principio l'efficiente e la forma, e come l'una causa è distinta da l'altra. Settimo, la differenza tra la causa formale universale, la quale è una anima per cui l'universo infinito, come infinito, non è uno animale positiva ma negativamente, e la causa formale particulare moltiplicabile e moltiplicata in infinito; la quale, quanto è in un soggetto più generale e superiore, tanto è più perfetta; onde, gli grandi animali, quai sono gli astri, denno esser stimati in gran comparazione più divini, cioè più intelligenti senza errore e operatori senza difetto. Ottavo, che la prima e principal forma naturale, principio formale e natura efficiente, è l'anima de l'universo: la quale è principio di vita, vegetazione e senso in tutte le cose, che vivono, vegetano e sentono. E si ha per modo di conclusione, che è cosa indegna di razional suggetto posser credere che l'universo e altri suoi corpi principali sieno inanimati; essendo che da le parti ed escrementi di quelli derivano gli animali che noi chiamiamo perfettissimi. Nono, che non è cosa sì manca, rotta, diminuta e imperfetta, che, per quel che ha principio formale, non abbia medesimamente anima, benché non abbia atto di supposito che noi diciamo animale. E si conchiude, con Pitagora e altri, che non in vano hanno aperti gli occhi, come un spirito immenso, secondo diverse raggioni e ordini, colma e contiene il tutto. Decimo, se viene a fare intendere che, essendo questo spirito persistente insieme con la materia, la quale gli Babiloni e Persi chiamaro ombra; ed essendo l'uno e l'altra indissolubili, è impossibile che in punto alcuno cosa veruna vegga la corrozione, o vegna a morte secondo la sustanza; benché, secondo certi accidenti, ogni cosa si cangie di volto, e si trasmute or sotto una or sotto un'altra composizione, per una o per un'altra disposizione, or questo or quell'altro essere lasciando e repigliando. Undecimo, che gli aristotelici, platonici e altri sofisti non han conosciuta la sustanza de le cose; e si mostra chiaro che ne le cose naturali quanto chiamano sustanza, oltre la materia, tutto è purissimo accidente; e che da la cognizion de la vera forma s'inferisce la vera notizia di quel che sia vita e di quel che sia morte; e, spento a fatto il terror vano e puerile di questa, si conosce una parte de la felicità che apporta la nostra contemplazione, secondo i fondamenti de la nostra filosofia: atteso che lei toglie il fosco velo del pazzo sentimento circa l'Orco ed avaro Caronte, onde il più dolce de la nostra vita ne si rape ed avelena. Duodecimo, si distingue la forma, non secondo la raggion sustanziale per cui è una; ma secondo gli atti e gli essercizii de le facultose potenze e gradi specifici de lo ente che viene a produre. Terzodecimo, si conchiude la vera raggion definitiva del principio formale: come la forma sia specie perfetta, distinta nella materia, secondo le accidentali disposizioni dependenti da la forma materiale, come da quella che consiste in diversi gradi e disposizioni de le attive e passive qualitadi. Si vede come sia variabile, come invariabile; come definisce e termina la materia, come è definita e terminata da quella. Ultimo, si mostra con




certa similitudine accomodata al senso volgare, qualmente questa forma, quest'anima può esser tutta in tutto e qualsivoglia parte del tutto.

Argomento del terzo dialogo.

Nel terzo dialogo (dopo che nel primo è discorso circa la forma, la quale ha più raggion di causa che di principio) si procede alla considerazion de la materia, la quale è stimata aver più raggion di principio ed elemento che di causa: dove, lasciando da canto gli preludii che sono nel principio del dialogo, prima si mostra che non fu pazzo nel suo grado David de Dinanto in prendere la materia come cosa eccellentissima e divina. Secondo, come con diverse vie di filosofare possono prendersi diverse raggioni di materia, benché veramente sia una prima e absoluta; perché con diversi gradi si verifica ed è ascosa sotto diverse specie cotali, diversi la possono prendere diversamente secondo quelle raggioni che sono appropriate a sé; non altrimente che il numero che è preso dall'aritmetrico pura e semplicemente, è preso dal musico armonicamente, tipicamente dal cabalista, e da altri pazzi e altri savii altrimente suggetto. Terzo, si dechiara il significato per il nome materia per la differenza e similitudine che è tra il suggetto naturale e arteficiale. Quarto, si propone come denno essere ispediti gli pertinaci, e sin quanto siamo ubligati di rispondere e disputare. Quinto, dalla vera raggion de la materia s'inferisce che nulla forma sustanziale perde l'essere; e fortemente si convence, che gli peripatetici e altri filosofi da volgo, benché nominano forma sustanziale, non hanno conosciuta altra sustanza che la materia. Sesto, si conchiude un principio formale constante, come è conosciuto un constante principio materiale; e che con la diversità de disposizioni, che son nella materia, il principio formale si trasporta alla moltiforme figurazione de diverse specie e individui; e si mostra onde sia avenuto che alcuni, allevati nella scuola peripatetica, non hanno voluto conoscere per sustanza altro che la materia. Settimo, come sia necessario che la raggione distingua la materia da la forma, la potenza da l'atto; e si replica quello che secondariamente si disse: come il suggetto e principio di cose naturali per diversi modi di filosofare può essere, senza incorrere calunnia, diversamente preso; ma più utilmente secondo modi naturali e magici, più variamente secondo matematici e razionali; massime se questi talmente fanno alla regola ed essercizio della raggione, che per essi al fine non si pone in atto cosa degna e non si riporta qualche frutto di prattica, senza cui sarebbe stimata vana ogni contemplazione.

Ottavo, si proponeno due raggioni con le quali suol essere considerata la materia, cioè come la è una potenza, e come la è un soggetto. E cominciando dalla prima raggione, si distingue in attiva e passiva, e in certo modo se riporta in uno. Nono, s'inferisce dall'ottava proposizione, come il supremo e divino è tutto quello che può essere, e come l'universo è tutto quello che può essere, e altre cose non sono tutto quello che esser possono. Decimo, per conseguenza di quello ch'è detto nel nono, altamente breve e aperto si dimostra onde nella natura sono i vizii, gli mostri, la corrozione e morte.

Undecimo, in che modo l'universo è in nessuna e in tutte le parti; e si dà luogo a una eccellente contemplazione della divinità.

Duodecimo, onde avvenga che l'intelletto non può capir questo absolutissimo atto e questa absolutissima potenza.

Terzodecimo, si conchiude l'eccellenza della materia, la quale cossì coincide con la forma, come la potenza coincide con l'atto. Ultimo, tanto da questo, che la potenza coincide con l'atto e l'universo è tutto quello che può essere, quanto da altre raggioni, si conchiude ch'il tutto è uno.

Argomento del quarto dialogo.

Nel quarto dialogo, dopo aver considerata la materia nel secondo, in quanto che la è una potenza, si considera la materia in quanto che la è un suggetto. Ivi prima, con gli passatempi Poliinnici, s'apporta la raggion di quella secondo gli principii volgari, tanto di platonici alcuni, quanto di peripatetici tutti. Secondo, raggionandosi iuxta gli proprii principii, si mostra una essere la materia




di cose corporee e incorporee con più raggioni. De quali la prima si prende dalla potenza di medesimo geno; la seconda, dalla raggione di certa analogia proporzionale del corporeo e incorporeo, absoluto e contratto; la terza, da l'ordine e scala di natura, che monta ad un primo complettente o comprendente; la quarta, da quel che bisogna che sia uno indistinto prima che la materia vegna distinta in corporale e non corporale; il quale indistinto vien significato per il supremo geno della categoria; la quinta, da quel che, siccome è una raggion comune al sensibile e intelligibile, cossì deve essere al suggetto della sensibilità; la sesta, da quel, che l'essere della materia è absoluto da l'esser corpo, onde non con minor raggione può quadrare a cose incorporee che corporee; la settima, da l'ordine del superiore e inferiore che si trova ne le sustanze, perché, dove è questo, se vi presuppone e intende certa comunione, la quale è secondo la materia che vien significata sempre per il geno, come la forma vien significata dalla specifica differenza; la ottava, è da un principio estraneo, ma conceduto da molti; la nona, dalla pluralità di specie che si dice nel mondo intelligibile; la decima, dalla similitudine e imitazione di tre mondi, metafisico, fisico e logico; la undecima, da quel, che ogni numero, diversità, ordine, bellezza e ornamento è circa la materia.

Terzo si apportano con brevità quattro raggioni contrarie; e si risponde a quelle. Quarto si mostra come sia diversa raggione tra questa e quella, di questa e quella materia, e come ella nelle cose incorporee coincida con l'atto, e come tutte le specie de le dimensioni sono nella materia, e tutte le qualitadi son comprese ne la forma. Quinto, che nessun savio disse mai le forme riceversi da la materia come di fuora, ma quella, cacciandole come dal seno, mandarle da dentro. Laonde non è un prope nihil, un quasi nulla, una potenza nuda e pura, se tutte le forme son come contenute da quella, e dalla medesima per virtù dell'efficiente (il qual può esser anco indistinto da lei secondo l'essere) prodotte e parturite; e che non hanno minor raggione di attualità nell'essere sensibile ed esplicato, se non secondo sussistenza accidentale, essendo che tutto il che si vede e fassi aperto per gli accidenti fondati su le dimensioni, è puro accidente; rimanendo pur sempre la sustanza individua e coincidente con la individua materia. Onde si vede chiaro, che dall'esplicazione non possiamo prendere altro che accidenti, di sorte che le differenze sustanziali sono occolte, disse Aristotele forzato da la verità. Di maniera che, se vogliamo ben considerare, da questo possiamo inferire una essere la omniforme sustanza, uno essere il vero ed ente, che secondo innumerabili circostanze e individui appare, mostrandosi in tanti e sì diversi suppositi.

Sesto, quanto sia detto fuor d'ogni raggione quello che Aristotele e altri simili intendono quanto all'essere in potenza la materia, il qual certo è nulla: essendo che, secondo lor medesimi, questa è sì fattamente permanente, che giamai cangia o varia l'esser suo, ma circa lei è ogni varietà e mutazione, e quello che è dopo che posseva essere, anco secondo essi, sempre è il composto. Settimo si determina de l'appetito de la materia, mostrandosi quanto vanamente vegna definita per quello, non partendosi da le raggioni tolte da' principii e supposizioni di color medesimi che tanto la proclamano come figlia de la privazione e simile a l'ingordiggia irreparabile de la vogliente femina.

Argomento del quinto dialogo.

Nel quinto dialogo, trattandosi specialmente de l'uno, viene compito il fondamento de l'edificio di tutta la cognizion naturale e divina. Ivi prima s'apporta proposito della coincidenza della materia e forma, della potenza e atto: di sorte che lo ente, logicamente diviso in quel che è e può essere, fisicamente è indiviso, indistinto ed uno; e questo insieme insieme infinito, immobile, impartibile, senza differenza di tutto e parte, principio e principiato. Secondo, che in quello non è differente il secolo da l'anno, l'anno dal momento, il palmo dal stadio, il stadio da la parasanga, e nella sua essenza questo e quell'altro essere specifico non è altro ed altro; e però nell'universo non è numero, e però l'universo è uno. Terzo, che ne l'infinito non è differente il punto dal corpo, perché non è altro la potenza e altro l'atto; e ivi, se il punto può scorrere in lungo, la linea in largo, la superficie in profondo, l'uno è lungo, l'altra è larga, l'altra è profonda; e ogni cosa è lunga, larga e profonda; e




per consequenza, medesimo e uno; e l'universo è tutto centro e tutto circonferenza. Quarto, qualmente da quel, ché Giove (come lo nominano) più intimamente è nel tutto che possa imaginarsi esservi la forma del tutto (perché lui è la essenzia, per cui tutto quel ch'è ha l'essere; ed essendo lui in tutto, ogni cosa più intimamente che la propria forma ha il tutto), s'inferisce che tutte le cose sono in ciascuna cosa, e per consequenza tutto è uno. Quinto, se risponde al dubio che dimanda, perché tutte le cose particolari si cangiano, e le materie particolari, per ricevere altro e altro essere, si forzano ad altre e altre forme; e si mostra come nella moltitudine è l'unità, e ne l'unità è la moltitudine; e come l'ente è un moltimodo e moltiunico, e in fine uno in sustanza e verità. Sesto, se inferisce onde proceda quella differenza e quel numero, e che questi non sono ente, ma di ente e circa lo ente. Settimo, avertesi che chi ha ritrovato quest'uno, dico la raggione di questa unità, ha ritrovata quella chiave, senza la quale è impossibile aver ingresso alla vera contemplazion de la natura. Ottavo, con nova contemplazione si replica, che l'uno, l'infinito, lo ente e quello che è in tutto, è per tutto, anzi è l'istesso ubique; e che cossì la infinita dimensione, per non essere magnitudine, coincide con l'individuo, come la infinita moltitudine, per non esser numero, coincide con la unità. Nono, come ne l'infinito non è parte e parte, sia che si vuole ne l'universo esplicatamente; dove però tutto quel che veggiamo di diversità e differenza, non è altro che diverso e differente volto di medesima sustanza. Decimo, come ne li doi estremi, che si dicono nell'estremità de la scala della natura, non è più da contemplare doi principii che uno, doi enti che uno, doi contrarii e diversi, che uno concordante e medesimo. Ivi l'altezza è profondità, l'abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l'atomo è immenso; e per il contrario. Undecimo, qualmente certe geometriche nominazioni come di punto e uno, son prese per promovere alla contemplazione de lo ente e uno, e non sono da per sé sufficienti a significar quello. Onde Pitagora, Parmenide, Platone non denno essere sì scioccamente interpretati, secondo la pedantesca censura di Aristotele. Duodecimo, da quel, che la sustanza ed essere è distinto dalla quantità, dalla misura e numero, s'inferisce che la è una e individua in tutto e in qualsivoglia cosa.

Terzodecimo, s'apportano gli segni e le verificazioni per quali gli contrarii veramente concorreno, sono da un principio e sono in verità e sustanza uno; il che, dopo esser visto matematicamente, si conchiude fisicamente.

Ecco, illustrissimo Signore, onde bisogna uscire prima che voler entrare alla più speciale e appropriata cognizion de le cose. Quivi, come nel proprio seme, si contiene ed implica la moltitudine de le conclusioni della scienza naturale. Quindi deriva la intessitura, disposizione e ordine de le scienze speculative. Senza questa isagogia in vano si tenta, si entra, si comincia. Prendete, dunque, con grato animo questo principio, questo uno, questo fonte, questo capo, perché vegnano animati a farsi fuora e mettersi avanti la sua prole e genitura, gli suoi rivi e fiumi maggiori si diffondano, il suo numero successivamente si moltipliche e gli suoi membri oltre si dispongano a fin che, cessando la notte col sonnacchioso velo e tenebroso manto, il chiaro Titone, parente de le dive Muse, ornato di sua fameglia, cinto da la sua eterna corte, dopo bandite le notturne faci, ornando di nuovo giorno il mondo, risospinga il trionfante carro dal vermiglio grembo di questa vaga Aurora. Vale.


GIORDANO NOLANO

AI PRINCIPI DE L'UNIVERSO

Lethaea undantem retinens ab origine campum Emigret o Titan, et petat astra precor.

Errantes stellae, spectate procedere in orbem Me geminum, si vos hoc reserastis iter.

Dent geminas somni portas laxarier usque, Vestrae per vacuum me properante vices:

Obductum tenuitque diu quod tempus avarum, Mi liceat densis promere de tenebris.

Ad partum properare tuum, mens aegra, quid obstat, Seclo haec indigno sint tribuenda licet?

Umbrarum fluctu terras mergente, cacumen Adtolle in clarum, noster Olimpe, Iovem.

AL PROPRIO SPIRTO

Mons, licet innixum tellus radicibus altis Te capiat, tendi vertice in astra vales.

Mens, cognata vocat summo de culmine rerum, Discrimen quo sis manibus atque Iovi.

Ne perdas hic iura tui fundoque recumbens Impetitus tingas nigri Acherontis aquas.

At mage sublimeis tentet natura recessus, Nam, tangente Deo, fervidus ignis eris.

AL TEMPO

Lente senex, idemque celer, claudensque relaxans, Anne bonum quis te dixerit, anne malum?

Largus es, esque tenax: quae munera porrigis, aufers; Quique parens aderas, ipse peremptor ades; Visceribusque educta tuis in viscera condis,




Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   10


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale