Decima lezione def



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1) Decima lezione. Titolo: Prospettive femminili nella ricerca antropologica

2) Argomenti della lezione

Ricerca antropologica e identità personale del ricercatore


I primordi delle prospettive femminili

Contemporaneità e ricerca antropologica delle donne

Antropologia al femminile

3) Argomenti della lezione

Nuove relazioni fra sesso e genere

Razza, classe sociale e appartenenza di genere

Nuovi ambiti metodologici aperti da un’antropologia delle donne




4)Parole chiave: Ricerca antropologica e identità personale del ricercatore


Sin quasi dall’inizio della sua storia quale disciplina autonoma tra le scienze sociali occidentali, l’antropologia, più di altre, affronta il problema di costruire una conoscenza sulle alterità che tocca profondamente l’identità del ricercatore, oscillando così tra oggettività e soggettività, tra osservazione e riflessione, tra descrizione e costruzione di modelli.

Per molti anni si sperò di superare queste ambiguità lasciando alla stesura delle note di campo la registrazione delle reazioni emotive e soggettive, espungendole poi completamente dal testo. Sempre è stato riconosciuto che le emozioni del ricercatore sono elementi necessari per stabilire un certo livello di controllata empatia con la comunità oggetto dell’osservazione partecipante; tuttavia esse, per molti anni, non venivano prese in considerazione durante le interpretazioni dei dati raccolti; né ad esse era accordato rilievo significativo nella stesura del testo: si preferivano resoconti asettici e spersonalizzati in grado di poter accedere all’universalità del discorso scientifico.

Rari gli esempi che lasciavano trasparire esperienze che avevano a che fare con i sentimenti e le emozioni dei ricercatori, con le loro frustrazioni, con i loro entusiasmi, con i loro giudizi personali, con le loro preferenze o con le loro antipatie: e forse vale la pena ricordare le critiche che accolsero la pubblicazione, nel 1934, da parte di Michel Leiris di un resoconto etnografico – “L’Afrique Fantome” - che includeva le note di campo del suo autore.

La maggioranza dell’antropologia dei primi decenni del secolo XX descrive comunità e culture nella loro totalità, senza specificare se le informazioni provengano da uomini o donne, da giovani o da anziani

attribuendo una ipotetiche neutralità all’interpretazione antropologica che veniva a superare particolarismi e individualità in nome della sua oggettiva scientificità. Si sottovalutava e quindi si taceva il fatto che le informazioni per lo più provenissero dal mondo maschile e che le interpretazioni riguardassero soprattutto questo mondo. La sottovalutazione dei contributi femminili alla vita pubblica e alla costruzione delle identità culturali di un gruppo – comune, del resto, a gran parte delle scienze umanistiche e sociali - era responsabile di tale parzialità e al tempo stesso la rendeva accettabile e condivisa dalla maggior parte dei lettori.

Per lungo tempo le donne che si dedicarono alla ricerca antropologica in linea generale si adeguarono a questa duplicità, a questa cancellazione di gran parte della propria esperienza, tentando al pari dei loro colleghi maschi di trasferire su un piano oggettivo dati che molto spesso erano stati raccolti grazie a relazioni empatiche stabilite con i loro informatori e/o che erano stati colti o intravisti grazie alla personale sensibilità del ricercatore.

Indicazione bibliografica relative a queste parole chiave

M. Leiris, L’Afrique fantome, Paris, Gallimard, 1934




5)Parole chiave: I primordi delle prospettive femminili


L’opera di Margaret Mead può anche essere letta come rappresentativa di questa duplicità così come ne sono prova sia il rifugio della Benedict nelle potenzialità creative delle “humanities” e sia la marginalizzazione subita da quelle antropologhe che prima della metà del XX secolo posero quale elemento costitutivo del loro processo di ricerca l’identità femminile.

Margaret Mead a volte condusse le sue ricerche e scrisse i loro resoconti “come una donna”, parlando di donne e a donne, attraversando e paragonando mondi femminili e mondi maschili presenti all’interno di una stessa cultura; tuttavia quando volle acquisire credito all’interno dell’antropologia accademica, abbandonò queste prospettive e queste angolazioni “personali” per divenire un’analista scientificamente autorevole e priva di connotazioni di genere. La sua produzione era così assimilabile a quella dei suoi colleghi maschi, mentre i suoi scritti più soggettivi, più emotivamente connotati erano valutati come “esperimenti”, come cedimenti alla scrittura di divulgazione, dedicati a rendere popolari i temi antropologici al vasto pubblico.

Ruth Benedict in un articolo scritto nel 1948 cerca nell’affinità tra “scienze umane” e antropologia la possibilità di cogliere l’ambiente culturale che caratterizza un determinato contesto; in particolare fa riferimento a metodologie considerate più estetiche che scientifiche, come la raccolta delle storie di vita, per affermare l’importanza della soggettività e dei livelli emotivi per la ricerca e la riflessione antropologica. “La situazione varia molto – ella scrive – per ciò che riguarda l’antropologia e le scienze umanistiche. Sono così distanti che è quasi possibile trascurare il fatto che esse si occupano dello stesso argomento: l’uomo, le sue opere, le sue idee e la sua storia. Secondo me la vera natura dei problemi posti e discussi dalle scienze umanistiche è più vicina, in tutti i suoi diversi aspetti, a quella dell’antropologia di quanto non lo siano le ricerche condotte dalla maggior parte delle scienze sociali”. Si riconosce, così, l’importanza delle capacità artistiche con il loro carico di individualità per sviluppare la ricerca antropologica e si guarda per aiuto al “periodo d’oro delle scienze umanistiche” abbandonando le affinità con le altre scienze sociali, in quell’epoca così oggettive e quantitative.

Del resto negli anni ’30 inizia una produzione che documenta il disagio di molte donne antropologhe a elaborare testi etnografici restando ancorate alla cornice asettica imposta dalla metodologia antropologica dominante. Al tempo stesso, benché sia stata al suo apparire marginalizzata e considerata più una curiosità che un filone produttivo di nuova conoscenza, questa produzione testimonia l’inizio di un percorso di riflessione e di ricerca che nella seconda metà del secolo è divenuto una nota dominante ed originale delle discipline antropologiche contribuendo non poco agli sviluppi epistemologici delle scienze sociali della contemporaneità. Sto, in altre parole, rivendicando alla biografia di una donna Papago raccolta da Ruth Underhill,nel 1936, a quella di una vasaia raccolta da Angela Marriott, nel 1948, ma anche al “romanzo” a cui Laura Bohannah, nel 1954, sotto lo pseudonimo di Eleonora Smith Bowen, affida le sue emozioni di ricercatrice “scientifica” vissute fra i Tiv, il merito di aver aperto la strada all’antropologia multisituata, personale, riflessiva della contemporaneità.






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