Deus ex machina una storia di uomini e robot di Riccardo Notte Premessa



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 DEUS EX MACHINA
Una storia di uomini e robot


di Riccardo Notte

Premessa

Il robot è un mito potente, profondo e nuovo. A prima vista questa affermazione può sembrare assurda, priva di contenuti. Che si intende qui per mito? E perché mai il robot, un prodotto letterario e solo in parte tecnologico e industriale, dovrebbe assurgere a cotanti onori? E poi è noto che di automi di varia natura e conformazione si parla da tempi remoti, che precedono perfino la storia. Queste a altre obiezioni sono giuste e puntuali, ma trascurano il fatto che il mito del robot, così come si è configurato da un paio di secoli a questa parte e precisato nel corso del novecento, è intimamente connesso all'idea, tutt'altro che mitica, della creazione dell'intelligenza artificiale e in definitiva della vita artificiale. Esso è un inizio, un principio, una creazione artistica ad opera di un demiurgo.

Il semplice fatto che si concepiscano e si costruiscano robot antropomorfi, o anche insettiformi, manufatti dotati di facoltà che simulano il vivente, solo in parte deriva da una inconscia pulsione mimetica; l'impulso che induce molti artisti contemporanei a riprodurre le sembianze umane, gli oggetti o intere sezioni del mondo in simulacri convincenti ha qualche relazione con il desiderio profondo di reinventare la vita su basi artificiali. Infatti, nella simulazione del vivente vi è implicato il principio di discontinuità. La creazione di un vivente non-vivente, di un simul-vivente, si iscrive nelle ragioni del superamento di una linea evolutiva che prosegue sulla terra, ininterrottamente, da oltre tre miliardi di anni. Il robot è in un certo senso l'immagine esemplare e sintetica delle innumerevoli, spesso drammatiche discontinuità cui è esposta l'umanità del tempo presente.

Il nucleo della forza e della pervicacia del mito del robot è racchiuso oggi nel significato che si attribuisce alla vita. I tumultuosi sviluppi della genetica e della microbiologia hanno aperto la via a un curioso paradosso. Fra i biologi si riconosce una sorta di "salto qualitativo" tra il non vivente e il vivente (J. M. Smith e E. Scathhmàry, 1999). La scienza ufficiale prova imbarazzo di fronte alle discontinuità e così l'oscura, anzi misteriosa dinamica di questo passaggio è immediatamente neutralizzata da promesse di future ricerche. Secondo un'altra linea di pensiero il confine tra il vivente e il non vivente sembra sfumare in un concetto problematico, se non insostenibile. La vita scaturirebbe dalla non vita a un certo punto della storia del pianeta e per l'azione di forze molecolari ed atomiche che seguono così la loro naturale inclinazione - si dice - quasi in virtù di una sorta di "clinamen" cosmico. Si discute, quindi, e da tempo, di auto-organizzazione o autopoiesi (Maturana - Varela, 1984, pp. 50 e sgg.) e come è noto termini ed espressioni come "morfogenesi", "complessità", "attrattore caotico" o "rottura catastrofica degli equilibri" fanno ormai parte del background di ogni intellettuale che si rispetti.

Però, a dispetto di questo stupefacente apparato concettuale e sperimentale l'insorgenza del vivente dal non vivente resta anche alla luce delle attuali conoscenze un evento che presenta più di un interrogativo irrisolto. Un problema filosofico non meno spinoso, perché latore di una seconda discontinuità, è costituito dalla nascita dell'autocoscienza. Il vivente, nel corso delle ere evolutive, ha prodotto quel fenomeno unico nel suo genere che è la coscienza umana, con tutte le sue estensioni, anche tecnologiche. Agli occhi della scienza ufficiale questa palmare discontinuità è assolutamente scandalosa e da Darwin in poi si è tentata ogni strada per azzerarla, per ricondurla nell'alveo di una spinoziana geometria di processi che avvengono nel continuum spazio-temporale. Le neuroscienze costruiscono oggi le più aggiornate e solide argomentazioni contro ogni discontinuità ontologica riferibile ai processi psichici che caratterizzano la specie umana. Ma se i processi psichici sono il frutto di una determinata organizzazione evolutiva, se sono identificabili con i cervelli che li esprimono perché non tentare di riprodurli?

Non è forse quello che potrebbe essere definito il dogma del continuum ciò che nasconde l'impulso a costruire qualcosa di artificiale ma anche di analogo al vivente, e perfino al senziente e raziocinante?

Il percorso logico procede dunque dal non vivente al vivente, e da questo all'ente autocosciente, costruttore di utensili e poi di linguaggi articolati e infine ideatore e abitatore di tecnostrutture. Quest'ultimo soggetto sembra voler proiettare se stesso in creazioni non viventi ma versatili, in realizzazioni simul-viventi: i robot. In prospettiva il mondo della scienza e della tecnica insegue il sogno di costruire forme artificiali capaci di auto-organizzarsi e di manifestare una presa sul mondo e su se stessi paragonabile, o quantomeno analoga, alla coscienza umana, ai suoi prodotti. La simul-vita è un modello teorico centrale, un esperimento mentale che occupa una parte rilevante delle speculazioni relative alla natura della mente e degli organismi.

In linea di principio, se è dato il passaggio naturale dal non vivente al vivente è anche concepibile il passaggio "naturale" dal vivente al non vivente che simula il vivente. Dunque, la complessa organizzazione della materia vivente può esistere in forme analoghe e non protoplasmatiche. Se si segue questa linea di pensiero è logico supporre che un mondo di robot possa essere niente più che il passo successivo adottato dalle strategie evolutive per conservare e accrescere la complessità dell'informazione che emerge in alcune aree dell'universo fisico sotto forma di specie senzienti; quest'idea è stata approfonditamente discussa da Barrow e Tipler:



Robot dall'intelligenza superiore aumenterebbero la quantità di informazione a disposizione di una civiltà ben al di là di quanto potrebbero fare i soli sforzi dei creatori. La cooperazione fra robot superintelligenti e membri della specie che li ha creati, porterebbe a un aumento della ricchezza disponibile per entrambi i gruppi, e la specie creatrice sarebbe più ricca con i robot che senza. Che la cooperazione tra due entità economiche A e B, con A superiore a B sotto tutti i punti di vista comporti un miglioramento economico per entrambe, è una ben nota conseguenza della teoria del vantaggio relativo in economia. Noi esseri umani non dovremmo avere paura dei robot più di quanto ne abbiamo per quelli di carne e sangue che un giorno l'evoluzione renderà diversi da Homo sapiens (Barrow - Tipler, 1986, p. 587).

Più che di una possibilità teorica si deve parlare di una vera visione. La futura creazione di artefatti superintelligenti sembrerebbe una necessità evolutiva, o almeno così è interpretata, con vari distinguo e sfumature, da quella rilevante parte del mondo scientifico che concorda con Barrow e Tipler. La specie umana ha prodotto tecnologie protesiche di crescente complessità: queste tecnologie formano un habitat dal quale dipende in larga misura la sopravvivenza della specie. Esiste quindi, nei fatti, un accoppiamento strutturale proficuo, una simbiosi fra il vivente e il non vivente. Ma in prospettiva la simbiosi unirà il vivente e il simul-vivente. Si è in realtà al cospetto di uno dei principi fondatori del nuovo mito del robot e con la sua implicita ambivalenza. La vita artificiale e autocosciente è l'epitome del concetto di indipendenza, di autosufficienza, di completezza, di pienezza dell'essere. Eppure la si concepisce in termini di relazione con le con necessità e con le pulsioni dell'umanità. Un evidente non senso.

La mutazione del simul-vivente, se attuabile, non avrebbe invece nulla a che vedere col mondo organico. Essa costituirebbe l'esempio assoluto della radicale discontinuità fra gli enti di cui si è già accennato (e in quanto tale - viene da pensare - non potrebbe generare alcun plausibile accoppiamento strutturale).

Fra gli argomenti a sostegno del nuovo mito del robot spicca il tema della complessità. Questa mutazione in corso d'opera dipenderebbe dal corso dell'evoluzione filetica della nostra specie. la casuale nascita di una linea filetica tendente all'ipertrofia cerebrale ha prodotto una necessità evolutiva interna. Da qui l'accensione di strutture artificiali autopoietiche (e autoriflessive) in gemmazione. La cerebralizzazione orienterebbe la specie a generare forme di coscienza che la vita organica non è in grado, a causa dei suoi limiti strutturali, di raggiungere.

 È l'ipotesi delle cosiddette sonde di von Neumann (Barrow - Tipler, ib.), dalla quale, probabilmente, Philip Dick trasse spunto per inventare le sue conturbanti "autofac", fabbriche robotiche automatizzate che non solo producono a getto continuo ogni sorta di beni, ma che sono anche in grado di riprodurre se stesse. Simulazioni degli organismi, e infine organismi veri e propri - i cyborg - che nei loro nuovi territori spirituali e corporali si riconoscono al di là del bene e del male, al di là del dolore e della morte. I paradisi promessi dalle religioni rivelate sono i mondi di robot realizzati in terra, o meglio nel cosmo, poiché tutto questo e altro ancora promettono le fantastiche ma scientificamente plausibili sonde di von Neumann: oggetti artificiali che sono in parte astronavi intelligenti e in parte dickiane autofac lanciate nel cosmo, capaci una volta raggiunta una meta stellare di utilizzare il materiale planetario per costruire copie di se stesse, repliche che a loro volta, in un ininterrotto processo intergalattico di replicazione virale, si espanderanno fino a colonizzare l'intero cosmo, fino al punto da mutare la struttura stessa dell'universo medesimo. La meta finale di un siffatto sogno ad occhi aperti è la sopravvivenza al di là dei limiti imposti dall'entropia. Ecco che gli strabilianti robot del futuro remoto potrebbero collocarsi all'apice del processo fisico che ha fondato l'universo, per convertire le leggi fisiche in qualcosa di adatto a una esistenza diafana ed eterna. Gli ultrarobot conquisterebbero le vette, costruirebbero essi stessi quel finalismo dell'universo che la scienza attuale rigetta. I robot sarebbero, o meglio "saranno" Dio.

Un volo vertiginoso e terribile. Come nell'invocazione dell'Ulisse dantesco, così le sonde di von Neumann non sono fatte per vivere come i bruti, ma per inseguire la sola conoscenza, ma una cognizione priva di virtù, ignara delle virtù e dei vizi (retaggi dell'organico, dell'animale), una comprensione al di là del bene e del male, al di là della sofferenza, al di sopra della morte.

Il vivente, in questa prospettiva, assume il poco lusinghiero ruolo di mero espediente evolutivo, una via di mezzo, sorta dalla materia inerte, perché scaturiscano dopo milioni di anni esseri sufficientemente dotati da edificare una civiltà tecnologica sviluppata al punto da costruire i primi esemplari autonomi di entità non biologiche ma coscienti, proiettate in tutto l'universo, esse stesse il significato ultimo dell'universo: i robot.



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