Deuteronomio 4, 32-34. 39-40 / Romani 8, 14-17 / Matteo 28, 16-20



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Domenica SS. TRINITÀ b - 3 giugno 2012

Deuteronomio 4, 32-34.39-40 / Romani 8, 14-17 / Matteo 28, 16-20
Con la festa solenne di Pentecoste si è concluso il tempo pasquale. Con questa Domenica inizia il cosiddetto “tempo ordinario”, che occupa la maggior parte del tempo liturgico ed è caratterizzato dalla presentazione del mistero di Cristo facendo memoria degli aspetti quotidiani della vita del Signore.

Il Nuovo Testamento, a partire dalla persona di Gesù risorto, ha intuito il mistero della vita intima di Dio. Dio, pur essendo sempre “Altro” e “Oltre”, si rivela “Comunità”: non solitario, monolitico, ma “Trinità”.



Il termine “Trinità” è astratto, non esiste nel Nuovo Testamento, ma fu coniato da Tertulliano (160-220) per esprimere con una sola parola il duplice concetto di “tre”+”unità”: un solo Dio in tre Persone uguali e distinte.

Israele ha sempre pensato un “Dio solo”, ma non un “Dio solitario”: un Dio che sta in relazione col mondo, con l’uomo, col popolo al quale si è fatto presente con la sua alleanza. Sinché, rivelando se stesso attraverso il Verbo, Dio ci ha fatto scoprire il mistero di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.

La Chiesa, nata dalla Trinità, si presenta come “un popolo adunato nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (San Cipriano), una comunità in cui tutti sono chiamati a diventare “perfetti nell’unità” (Gv 17,23). Scriveva il russo ortodosso Fedorov: “Il nostro programma sociale è la Trinità”.


  1. Deuteronomio

Mosè parò al popolo dicendo:”Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?

Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro.

Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre”.

PAROLA DI DIO

L’autore anonimo del Deuteronomio, vissuto a Babilonia nel VI secolo a.C., mette in bocca a Mosè parole che esprimono la consapevolezza della storia della salvezza: Dio si è posto accanto a Israele, impegnandosi a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’ Egitto e condurlo fino alla terra promessa. Gli Ebrei hanno scoperto un Dio molto diverso dall’immagine che gli uomini si erano fatti. Egli è davvero “il totalmente Altro”, ma insieme il Dio vicinissimo all’uomo, tanto da essere, per l’uomo, “più intimo del suo intimo” . Già il Deuteronomio afferma con forza che la relazione dell’uomo col suo Creatore è una relazione di amore.

Manifestando il suo amore per il popolo eletto gratuitamente, Dio rivela qualcosa della sua natura. Egli si comporta come chi, perdutamente innamorato, non riesce a staccare il cuore e la mente dalla persona amata, neppure quando questa gli è infedele. Ma c’è ancora bisogno di una lunga attesa per comprendere più a fondo questa rivelazione.

La predicazione di Gesù la approfondirà ancora e farà zampillare tutta la verità. Ma sarà soprattutto il suo atteggiamento e la sua vita che permetterà di scoprire il vero volto di Dio.

Veniamo chiamati noi stessi a provarlo: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te…da un’estremità all’altra dei cieli”, se trovi qualcosa di comparabile con questo amore.



  1. ROMANI

Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà ! Padre ! ”.

Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

PAROLA DI DIO

La Trinità santissima non è un teorema astruso, né una formula teologica – unico Dio in tre Persone – da sforzarsi di capire alla ben meglio (cosa del resto impossibile). Né si tratta di un segreto iniziatico per pochi cristiani. Non è in questione tanto il “comprendere” la Trinità quanto il “vivere” la Trinità, come ci insegna l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani. In questo mistero – che è atto di amore all’infinita potenza – si entra con l’amore. Meglio: si entra lasciandosi amare da Dio.

L’Apostolo sente il bisogno di definire la differenza fra la filiazione dell’Unigenito, Cristo, e la nostra. Lo fa ricorrendo all’immagine della figliolanza adottiva, una istituzione sconosciuta in Israele, ma diffusa nel mondo greco-romano, dove chi veniva adottato godeva degli stessi diritti dei figli naturali, compresa la partecipazione all’eredità familiare. In modo simile, anzi molto più vero, l’uomo è introdotto da Dio nella “sua famiglia”: gli offre gratuitamente una figliolanza piena e la stessa “eredità”.

Dunque, il Padre ha mandato il suo Figlio unigenito, perché noi diventassimo suoi figli adottivi: per l’azione dello Spirito diventiamo “figli nel Figlio” e ci possiamo permettere di chiamare Dio “Abbà”, che nell’aramaico parlato da Gesù equivale a “papà”, “papino”, “babbo”, “babbino”.

Mons. Gianfranco Ravasi ricorda che il filosofo ebreo Martin Buber al premier israeliano Ben Gurion, ateo, che un giorno gli chiedeva le ragioni della sua fede, dette questa risposta: “Se si trattasse di un Dio del quale fosse possibile parlare, anch’io non crederei facilmente; ma dato che si tratta di un Dio al quale si può parlare, per questa ragione credo in lui”.

Il mistero della Trinità non è un discorso cerebrale, ma un coinvolgimento nella vita e nella gioia del Signore.

Se Gli parli, se Gli parli con amore, se Gli parli da figlio, tu avverti la misteriosa Presenza dello Spirito che “attesta al tuo spirito” che sei figlio e hai un destino meraviglioso: sei “erede”, “erede di Dio, coerede di Cristo”. La condizione unica – necessaria e sufficiente – è che tu, pur impegnandoti per una vita migliore anche nel tempo, non rifiuti la croce: è necessario partecipare alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria! La condizione per essere coeredi di Cristo] (cioè con Lui partecipi della sua gloria) è, dunque, prendere parte alla sua sofferenza.


  1. MATTEO

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di Matteo termina con l’ultimo incontro degli Undici con Gesù Cristo. E’ l’appuntamento che il Risorto ha fissato con i suoi discepoli (sul monte che Gesù aveva loro indicato). Momento intenso ed anche doloroso, perché “essi dubitavano”. L’avvicinarsi a loro di Gesù sicuramente non è soltanto un movimento esteriore, ma anche un toccarli dentro e renderli capaci di accogliere il compito di renderGli testimonianza.

Prima di tutto Gesù proclama la sua autorità: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”.

Il Padre ha premiato oltre misura l’obbedienza del Figlio (vedi l’inno cristologico della lettera ai Filippesi: Fil.2,6-11). Non solo gli ha dato poteri singoli come quello di rimettere i peccati (9,6) o di insegnare (21,23), o il potere sulle malattie e sui demoni, ma ogni potere in cielo e sulla terra.

Ogni potere. Ma il Cristo non ha che una parola: “Andate dunque! E fate discepoli tutti i popoli “. E’ urgente comprendere che la Pasqua non è una fine, ma un inizio. Tutto quello che Gesù ha fatto e ha detto non ha senso se non come preparazione a questa nuova avventura dell’umanità di cui la Pasqua è l’alba.



Avventura degli uomini. Non soltanto del piccolo popolo dei Giudei che aveva concluso un’alleanza con Dio, ma di tutti gli uomini, di tutte le nazioni.

Oggi tutto questo ci sembra evidente: il Vangelo deve essere annunziato a tutti gli uomini. Ma non è, di suo, una cosa semplice: il Cristo ci domanda di fare dei “discepoli”, non dei “gregari”, cioè di permettere ad altri d’incontrare Gesù Cristo come anche noi lo abbiamo incontrato. Non si tratta di “arruolare”, ma di “battezzare”. Battesimo che non è soltanto “battesimo di acqua” per la penitenza, come quello di Giovanni il Precursore, ma è “battesimo di acqua nello Spirito Santo”, per cui ognuno è chiamato da Dio col suo proprio nome e diventa figlio di Dio ricevendone la vita per mezzo di Gesù Cristo.

Con l’appuntamento fissato da Gesù su un monte della Galilea, prende inizio la missione della Chiesa: una partenza che non si realizza che nello Spirito e con l’aiuto dello Spirito. Lui soltanto ha la forza di strapparti dai dubbi e dalle abitudini, lui soltanto ti dà il fiato per gridare il Vangelo a tempo e fuori tempo: Lui che è nel cuore di questo nuovo Battesimo instaurato dal Cristo morto e risorto. Per Cristo nello Spirito al Padre: è il dinamismo trinitario della nostra vita. In ogni Eucaristia tu vivi il mistero della Pentecoste.

Pasqua, Pentecoste, tempo ordinario: in ogni istante il fuoco dello Spirito suscita la ripresa di quel cammino che è la testimonianza della Buona Novella per la speranza dell’umanità intera. Un cammino nel quale tu non sei mai solo, perché Gesù Cristo mantiene magnificamente la sua promessa: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Così, il Vangelo di Matteo termina come era cominciato: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio-con-noi” (Mt 1, 23).

“Non è superfluo ricordarlo – ci dice il Papa Paolo VI [EN,26] – evangelizzare è anzitutto testimoniare, in maniera semplice e diretta, Dio rivelato da Gesù Cristo, nello Spirito Santo … La Chiesa è pienamente evangelizzatrice quando manifesta che, per l’uomo, il Creatore non è una potenza anonima e lontana: è il Padre. Siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! [1Gv 3,1] e siamo dunque fratelli gli uni degli altri”.

La Beata Madre Teresa di Calcutta racconta: “Un maomettano era con padre Gabric e guardava una Sorella, che fasciava con tanto amore le piaghe di un lebbroso. La Suora non parlava, ma agiva raccolta.

Il maomettano si volse al padre e gli disse: per tutti questi anni ho creduto che Gesù fosse un profeta, ma oggi capisco che è Dio perché ha messo tanto amore nelle mani di questa Sorella!”.

“Oggi siamo chiamati – e non possiamo tergiversare – ad accettare la fede cristiana nello spirito del Cristo-uomo, della sua umanità che ci dà un potere che non è un potere di questo mondo, perché passa, per l’appunto, per la via opposta al potere. Noi sappiamo che la via diametralmente opposta al potere si chiama amore… Dove c’è amore, non c’è potere, c’è servizio. Ebbene, finché non vedremo camminare queste certezze per le vie che sono all’opposto delle vie del potere – politico, economico, culturale – noi

avremo motivo di dubitare. Ma se è lo Spirito di Dio che suggerisce in noi la certezza della fede, allora il dubbio non vincerà in noi e potremo camminare anche in mezzo alla notte con la nostra lampada accesa”

(P. Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla 1981).

O Dio Padre, che hai mandato nel mondo

il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore

per rivelare agli uomini il mistero della tua vita,

fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità

e adoriamo l’unico Dio in tre Persone.

O Dio altissimo,

che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio,

ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre,

e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore,

diventiamo annunziatori della salvezza offerta a tutti i popoli.
Già nell’Antico Testamento ci viene rivelato che la relazione dell’uomo col suo Creatore è una relazione di amore, dal momento che Dio ci ama in un modo inimmaginabile. Noi, ai quali Gesù ha manifestato il vero Volto di Dio, non dovremmo costruire la nostra vita come riposta di amore a Dio? È l’amore o il timore che caratterizza il tuo rapporto con Dio? questo rapporto è rapporto con Dio o ti fermi alla sua Legge?

Tu sei “figlio/a nel Figlio” e puoi chiamare Dio, come ti ha insegnato Gesù,”Abbà”, Padre / Papà / Babbo.

L’apostolo Paolo scrive: “gridiamo: Abbà”. Quel “gridare” dice entusiasmo incontenibile e gioia traboccante.

Non è forse vero che l’abitudine ci fa ripetere questa parola [Padre] senza emozione, anzi con indifferenza?

Eppure, siamo realmente “figli”, “figli adottivi” e perciò partecipi dell’eredità, “coeredi di Cristo”.

Ci può essere una dignità più grande di quella che ti è stata donata? Non c’è titolo di onore che possa stare alla pari. Perché, allora, il cuore rimane indifferente?

Bisogna pregare lo Spirito Santo, perché illumini la mente, riscaldi il cuore, trasfiguri ogni pensiero, ogni sentimento, ogni gesto in una risposta di amore a Colui che ci ha preceduto nell’amore ed ha fatto per noi più di quanto potessimo desiderare o immaginare.

Non può darsi che la tiepidezza del nostro rapporto col Signore sia causata dalla nostra mancanza di libera partecipazione alle sofferenze del Cristo?


Se Gesù Cristo, prima di salire al cielo non ha che questa parola ““Andate dunque! E fate discepoli tutti i popoli “, non ti pare che dovremmo essere più pronti a incontrare i nostri fratelli per essere dinanzi a loro testimoni di quel Vangelo che il Signore ci ha consegnato?

Ognuno di noi è chiamato a verificare quanti sono, nella propria vita, i passi dell’annuncio e, prima, a scrutare dentro il cuore per vedere se c’è il desiderio e l’impegno per comunicare o condividere con fratelli e sorelle il bene di quella verità che abbiamo ricevuto.


Se evangelizzare è anzitutto testimoniare, ogni cristiano, qualunque sia la sua condizione concreta o le possibilità esterne che gli sono offerte, può annunciare il Vangelo. Più che dell’altoparlante della propaganda, è necessaria la coerenza di una fede che, credendo al’amore di Dio, cerca in ogni momento di rispondere donando amore nella gratuità di parole e di gesti di comunione, all’interno della famiglia e della comunità e in ogni rapporto con gli altri di qualunque razza, cultura, fede religiosa essi siano.

Gli altri ci riconosceranno come discepoli del Signore per l’impegno del nostro amore reciproco (crescere verso la perfezione dell’unità perché il mondo conosca Colui che il Padre ha inviato: Gv 17,23) e per la prontezza della nostra iniziativa e la generosità del nostro donarci a tutti senza distinzioni o limitazioni per via della cultura, condizione sociale, fede religiosa, sensibilità personale. L’iniziativa di Gesù verso ognuno di noi è la ragione e la misura di ogni nostra iniziativa di amore.


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