Di Francesco Ricci Perché Sinistra Critica e Pcl hanno rifiutato la proposta di Alternativa Comunista di una presentazione comune? Quali sono le principali differenze tra le tre organizzazioni?



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02.12.2017
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Elezioni

PERCHÉ TRE FORZE

A SINISTRA DELL'ARCOBALENO?

Le differenze tra trotskismo e centrismo



di Francesco Ricci

Perché Sinistra Critica e Pcl hanno rifiutato la proposta di Alternativa Comunista di una presentazione comune? Quali sono le principali differenze tra le tre organizzazioni?

Quali sono le rispettive posizioni sul governo, sull'alternativa di classe, sul programma dei comunisti, sul partito nazionale e internazionale?

Perché Pcl e Sc si fingono più grandi di quello che sono?

Questo articolo prova a dare una risposta sintetica a ognuna di queste domande.

Compagni che hanno conosciuto il nostro partito in queste settimane di campagna elettorale ci chiedono di precisare le differenze principali che esistono tra Alternativa Comunista e le altre due organizzazioni (Sinistra Critica e Pcl) che sono nate da scissioni del Prc e si presentano alle elezioni. Proveremo in questo articolo a enucleare le differenze. Differenze che non intendevamo nascondere neppure quando, nelle scorse settimane, abbiamo proposto a Sinistra Critica e Pcl di stringere un accordo elettorale che consentisse di unire le esigue forze per rendere maggiormente visibile un'area a sinistra dei governisti dell'Arcobaleno. Come è noto ai nostri lettori, la proposta è stata respinta da Sc che ha offerto a tutti di aderire a una lista... unitaria... sotto il nome di Sinistra Critica; mentre il Pcl non ha risposto né a noi né a Sc, proclamando da subito la propria autosufficienza. Come faranno organizzazioni di piccola taglia e di recente nascita a presentarsi in tutta Italia raccogliendo le decine di migliaia di firme imposte dalla legge? La domanda che molti si erano posti ha avuto pochi giorni dopo una risposta: Sc ha concordato un emendamento parlamentare che le consentiva di far valere i due parlamentari eletti nelle liste del Prc; il Pcl invece continuava a lamentare la necessità di raccogliere le firme, comprando mezze pagine di pubblicità sul manifesto. Ma dopo qualche altro giorno si è scoperto (leggendo le agenzie di stampa, in quanto il Pcl continua ancora a oggi a tacere questa cosa ai suoi stessi militanti) che anche il Pcl veniva esentato grazie all'aiuto di due parlamentari, tra cui il guerrafondaio Giorgio Carta (uno che propone la costruzione di nuove basi militari al Sud -1). Ottenuta in questo modo la possibilità di presentarsi in tutte le circoscrizioni, tanto Sc come il Pcl hanno smesso di protestare contro l'antidemocraticità delle norme elettorali -e hanno viceversa rivolto le loro proteste contro lo spazio Tv... concesso al nostro partito!

E' evidente che la possibilità di aggirare la norma delle firme ha influito sulla scelta di Sinistra Critica e del Pcl e le ha spinte a coltivare il proprio orticello, rifiutando un confronto con l'insieme dell'estrema sinistra, nonostante forte fosse la richiesta in tal senso proveniente da tanti compagni anche esterni alle tre organizzazioni (come si capisce girando su vari siti di discussione).

Se nei paragrafi seguenti torniamo sulle differenze tra noi e le altre due forze non è per una pulsione settaria: pensiamo che il processo di costruzione di un partito comunista (processo di cui ci sentiamo partecipi ma di cui non rivendichiamo certo l'esclusiva) passi per la discussione nella chiarezza e per una precisa delimitazione delle posizioni in relazione ai compiti giganteschi che il movimento operaio ha davanti. Come ripeteva Lenin, l'unità (su un programma rivoluzionario) richiede una preventiva lunga battaglia politica di delimitazione che solo agli scettici appare una diatriba tra sette (peraltro gli scettici non hanno mai aiutato in nessun modo a cambiare questo mondo e quindi il loro giudizio è di scarso interesse).

1) Comunisti e governo
Sinistra Critica

All'ultimo congresso del Prc (Venezia, 2005) Sc sosteneva la necessità di tentare un "accordo politico" su singoli punti con il centrosinistra o, in subordine, di stringere con Prodi un "accordo tecnico" per poi accordare al governo un "sostegno esterno".

Fedele a questa posizione "possibilista" e ostile all'opposizione di classe "di principio", Sc ha sostenuto per due anni, seppure "criticamente", il governo Prodi. Dopo il voto di fiducia iniziale al governo, i due parlamentari di Sc (Turigliatto e Cannavò) hanno votato: la prima Finanziaria "lacrime e sangue", la missione militare in Afghanistan (19 luglio 2006), e decine di altri provvedimenti del governo. I dirigenti di Sc dicono ora che erano in qualche modo costretti a farlo per non violare la disciplina di partito. Ma anche volendo accettare il fatto che la disciplina di un partito che sostiene le guerre debba prevalere sugli interessi dei lavoratori, la giustificazione non regge alla verifica: anche dopo essere stato espulso dal Prc, Franco Turigliatto ha votato i "dodici punti" con cui Prodi rilanciò il suo governo (il rilancio delle missioni militari, la Tav, ecc.). Persino a fine 2007, quando l'intera Sinistra Critica aveva già ufficializzato la propria scissione dal Prc, Turigliatto non ha votato contro la Finanziaria: ha preferito una "non partecipato al voto", che equivale per il meccanismo del Senato a un voto a favore (in quanto fa abbassare il quorum). Questi dati di fatto sono rimossi da Sc: e grazie a questa "dimenticanza" del recente passato, Flavia D'Angeli (candidata premier) attacca dalle Tv l'ipocrisia di Bertinotti che scopre in campagna elettorale il carattere confindustriale dello schieramento con cui ha governato fino all'altra mattina. Peccato che la perdita di memoria sia un malanno che non colpisce solo l'azzimato presidente della camera bassa. Anche Sc ha sostenuto la maggioranza di governo: certo lo ha fatto "criticamente" e anche coniando formule memorabili: "siamo tendenzialmente all'opposizione del governo" (dopo il voto a favore della Finanziaria), "diamo al governo una fiducia distante" (dopo il voto a favore dei 12 punti). Formule che potranno forse essere ricordate nel prossimo libro di Gian Luigi Beccaria sul lessico di questi anni: ma che non hanno contribuito certo a costruire una opposizione all'attacco della borghesia.
Pcl

Il Pcl di Ferrando polemizza con Sinistra Critica ricordando in ogni occasione il numero esatto di fiducie che Turigliatto ha accordato a Prodi. Bene, ma il Pcl cosa avrebbe fatto se Ferrando fosse stato eletto senatore? Noi crediamo che non si sarebbe comportato diversamente da Turigliatto. Si dirà che non è possibile fare un processo alle intenzioni. Non è necessario: è stato lo stesso Ferrando a spiegarlo, in una lettera pubblicata sul manifesto del 18 giugno 2006 (dunque non si tratta di una interpretazione giornalistica distorta in una intervista), con parole sue: "non avrei votato la fiducia", assicura, ma poi aggiunge che se il suo voto fosse stato determinante per la sopravvivenza del governo si sarebbe comportato così: "Altre soluzioni, di carattere eccezionale - incluse le mie dimissioni da parlamentare - si sarebbero rese possibili solo nel caso del carattere determinante del mio unico voto."

Dove sta la differenza col comportamento di Turigliatto?
Alternativa Comunista

Per il nostro partito, invece, la questione del rapporto dei comunisti con i governi è un punto discriminante, non aggirabile con giochi di parole. I comunisti -noi pensiamo- devono essere all'opposizione di principio di ogni governo della borghesia, sia esso di centrodestra, di centrosinistra, o persino di "sinistra". E questo non per rispettare un qualche dogma religioso, non perché lo abbiano detto Marx e Lenin. No: il fatto è che Marx e Lenin lo hanno detto perché l'indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi governi è il punto di partenza imprescindibile per condurre la battaglia contro le illusioni che l'ideologia dominante (sostenuta anche dai riformisti) sparge tra i lavoratori sulla "neutralità" dello Stato e delle istituzioni. Finché questa battaglia non sarà vinta -e si può farlo solo nelle lotte quotidiane di opposizione a tutti i governi del padronato- la maggioranza dei lavoratori continuerà a illudersi che questo sistema sociale possa essere governato meglio o diversamente e non si porranno dunque il compito di rovesciarlo.

Solo rifiutandosi di dare qualsivoglia sostegno -interno, esterno, supino o critico- a un governo o a una giunta all'interno del capitalismo i comunisti possano proseguire nella lunga e dura impresa di conquistare la maggioranza dei lavoratori politicamente attivi alla necessità di un governo "altro", quel governo "dei lavoratori per i lavoratori" che Marx salutò nella breve esperienza della Comune di Parigi e che i comunisti russi imposero con la rivoluzione d'Ottobre. E' per questo che da sempre per i comunisti l'opposizione "di principio" (un principio, ripetiamolo, di classe, non teologico) è l'elemento costitutivo e fondante che li differenzia tanto dai riformisti quanto dai centristi (un termine sul cui significato torneremo più sotto).

La stessa partecipazione dei comunisti alle elezioni non è in funzione di vincere una maggioranza nell'urna (le rare volte in cui questo è accaduto, la borghesia ha interrotto il "gioco" democratico ricorrendo al suo esercito e alla sua polizia) ma serve piuttosto per usare la visibilità in campagna elettorale (ed eventuali eletti nelle assemblee rappresentative) per propagandare il programma comunista che prevede il rovesciamento di questo sistema sociale, della sua falsa democrazia, dei suoi governi, della sua economia. La sostituzione della democrazia delle casseforti con una democrazia basata sugli organismi di lotta dei lavoratori e su un'economia pianificata costituiscono l'essenza stessa del comunismo: tolti questi due elementi il comunismo è ridotto a un orizzonte etico per filosofi perditempo.

2) Comunisti e riformismo
Sinistra Critica

Sinistra Critica (il nome definisce il destino, dicevano i latini) è nata come area di pressione sulla maggioranza bertinottiana del Prc. Per anni Sc ha fatto parte "criticamente" del gruppo dirigente di maggioranza di Rifondazione (per questo ha avuto anche negli anni passati eletti negli apparati istituzionali del Prc). Ancora pochi mesi fa i documenti di Sc invocavano un ritorno a un presunto bertinottismo delle origini e alla fase "movimentista" di Rifondazione (Genova, i movimenti, ecc.). Fase in cui Sc era ben insediata nella maggioranza del Prc e rifiutava di accorgersi che il rapporto coi movimenti serviva a Bertinotti solo come trampolino di lancio verso il governo. In quella fase Turigliatto e tutto il gruppo dirigente di Sc elogiavano la presunta "svolta a sinistra" del Prc, facendosene cantori in forme che, rilette oggi, risultano financo imbarazzanti. Citiamo a caso (in internet, chi ne abbia la voglia, può trovare tanti altri testi simili) il cuore di un editoriale di Turigliatto di bilancio del V Congresso del Prc (pubblicato su Bandiera Rossa): "Non c'è dubbio che il recente congresso del PRC segni una svolta politica profonda nel percorso del partito (...). I commentatori (...) non sempre hanno colto l'importanza dell'evento. Questo rilancio della rifondazione e la ricerca di un nuovo paradigma rivoluzionario apre scenari inediti (...)." Erano i giorni in cui Turigliatto vedeva in Bertinotti: "La riscoperta della rivoluzione, della necessità di un cambiamento radicale" e polemizzava con noi perché ci ostinavamo a dire che Bertinotti si preparava, con questi zig-zag e gli accordi a livello locale, a un patto di governo col centrosinistra.


Pcl

Il Pcl (o comunque il gruppo di Ferrando prima della scissione dal Prc) era, a differenza di Sc, all'opposizione nel Prc. Ma nell'ultima fase (ed è stato questo uno degli elementi che ha portato alla rottura con la nostra area) ha iniziato a ritenere possibili una serie di accordi e compromessi con il gruppo dirigente del Prc. A partire dalla disponibilità a votare per Bertinotti nelle primarie dell'Unione (primarie che legittimavano l'appartenenza organica del Prc nel centrosinistra e aprivano la porta d'ingresso del Prc nel governo Prodi). Perché questa posizione di Ferrando? Bertinotti aveva posto il sostegno alle primarie come obolo da versare in cambio una candidatura al Senato (poi ritirata in seguito a un infortunio giornalistico di Ferrando). Se l'area di Progetto Comunista (in cui eravamo insieme a Ferrando) non sostenne le primarie fu solo perché Ferrando venne messo in minoranza.


Alternativa Comunista

Noi siamo sempre stati all'opposizione del bertinottismo, fin da quando eravamo minoranza nel Prc. E quando la maggioranza dirigente del Prc decise di garantire un minimo di spazio democratico anche alle minoranze nella rappresentanza parlamentare, non accettammo nessuno scambio: né voto alle primarie, né alcun impegno a votare la fiducia a Prodi. Solo per questo Bertinotti (che pure riconobbe pubblicamente in diverse occasioni che Ferrando rappresentava ormai solo una minoranza nella sua area) offrì la candidatura a Ferrando (ritirandola in seguito a uno "scivolone" giornalistico, alcune dichiarazioni -del tutto condivisibili su Israele- che Ferrando, pur desideroso di porre rimedio, non riuscì a rettificare).

3) Comunisti e programma
Sinistra Critica

Il programma fondativo di Sinistra Critica (il "Manifesto programmatico" della conferenza di fine 2007) è assai generico e privo di una bussola. Vi campeggia l'affermazione per cui "il marxismo non è l'unica teoria di liberazione a cui fare riferimento", il che equivale a ridurlo -al marxismo- a un vago "strumento" di analisi del mondo, come da decenni fanno i riformisti cercando di vedere in Marx solo un innocuo filosofo. Non è un caso che, di conseguenza, il trotskismo -cioè il marxismo odierno- venga ritenuto da Sinistra Critica come, al più, un lontano riferimento originario e ridotto a una sorta di banale antistalinismo e quindi circoscritto alla battaglia contro la degenerazione burocratica dell'Urss e infine a un episodio, per quanto eroico, del passato. Non è casuale se il programma presentato da Sc in questa campagna elettorale è a base di "redistribuzione del reddito", generici "diritti", richiami alla Costituzione repubblicana (che, pur avanzata in quanto strappata con la Resistenza, pone al centro la difesa della proprietà privata). Lo slogan centrale che Sc ripete in campagna elettorale è quello di affidare la sicurezza sul lavoro a "diecimila ispettori del lavoro": un po' poco per dei comunisti che dovrebbero vedere nel controllo dei lavoratori stessi sulle condizioni di lavoro e sulla produzione la principale forma di tutela.

E' un programma che ricorda molto quello che Bertinotti presentava fino a qualche anno fa.
Pcl

A un programma comunista generale il Pcl ha sostituito fin dalla sua fondazione "quattro punti": quattro punti che, pur essendo più avanzati del programma di Sc, non definiscono nessuna discriminante di fondo tra riforme e rivoluzione e che per questo consentono al Pcl di "raggruppare" su queste basi generiche iscritti con le più diverse posizioni programmatiche. Non critichiamo -sia ben chiaro- la diversità di provenienze, che è normale e positiva in qualsiasi partito che non voglia essere una setta: parliamo invece della diversità di punti di arrivo. Il tentativo di combinare su un programma volutamente generico marxisti, stalinisti, maoisti, sinceri riformisti, ecc., è all'origine delle continue scissioni vissute dal Pcl in questi mesi (la più grande è stata quella originata da circa un quarto del suo corpo militante, uscito per fondare il Cuc, un aggregato mao-stalnista); altri, con le medesime posizioni, hanno preferito restare nel Pcl. Ma, scissioni a parte, l'eterogeneità del Pcl è riscontrabile anche solo facendo un rapido giro tra i siti dei gruppi locali di questo partito. Nei programmi si trova di tutto: dal bilancio partecipativo (federazione di Brindisi) all'incremento delle ronde notturne di polizia per aumentare la sicurezza nei quartieri (sezione di Rapallo), dalla collettivizzazione delle pompe funebri (non è una battuta: è l'unica cosa che viene proposta da una sezione ligure del Pcl come forma di esproprio del Capitale), a "pace, lavoro, diritti, democrazia." (gruppo di Trapani). Un programma che parrebbe eccessivo persino definire riformista. Non è un caso se al congresso fondativo del Pcl c'era chi proponeva emendamenti per sostituire al concetto di "potere proletario" quello di "democrazia" senza aggettivi (tipica posizione berlingueriana). I "cento fiori" locali si combinano poi con un volto nazionale apparentemente unitario: anzi, per forza di cose unitario, in quanto l'unico volto che appare è quello del leader Ferrando, unico autore di qualsivoglia comunicato o testo nazionale del Pcl.

Siamo troppo malevoli? Non sembra, visto che un'analisi ben più dura della nostra è fatta dai dirigenti del Crqi (l'organizzazione internazionale di cui il Pcl -o almeno qualche suo dirigente- si ritiene sezione italiana). Nel resoconto pubblico del congresso fondativo dei ferrandiani uno dei massimi dirigenti del Crqi ha scritto: il "lento processo di crescita" del Pcl soffre di una continua "serie di turbolenze interne e rotture" e ha descritto la platea congressuale come "priva di giovani" e composta da numerosi "seguaci di Chavez e Fidel Castro" che polemizzano con chi si considera ancora "trotskista" (2).
Alternativa Comunista

Per noi il trotskismo, cioè il programma dei marxisti rivoluzionari odierni, è un programma non solo distinto ma opposto a quello del riformismo: è il programma del dominio dei lavoratori sulla società -che passa per il rovesciamento del dominio attuale imposto da una minoranza di sfruttatori alla stragrande maggioranza della popolazione.

La peculiarità del programma che sosteniamo è di essere di tipo "transitorio", cioè di tentare di creare un ponte (una transizione) tra le rivendicazioni attuali e l'alternativa operaia. Nel 1938 Trotsky spiegava che la socialdemocrazia parla di socialismo "solo nei giorni di festa" (oggi nemmeno in quelli, potremmo aggiungere noi), limitandosi nella quotidianità a elencare riforme da contrattare con i padroni e i loro governi (riforme che peraltro non riesce quasi mai a strappare, e che sono il sottoprodotto di gigantesche mobilitazioni contro quei governi). I comunisti, invece, avanzano un programma che “consiste in un sistema di rivendicazioni transitorie che partono dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e portino inevitabilmente a una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato”.

Come è possibile fare questo? Non certo -come fanno alcune sette- limitandosi a organizzare seminari di studio sul Capitale di Marx e aspettando che il sol dell'avvenire sorga in un radioso giorno di primavera. No: il compito dei comunisti è quello di partecipare a ogni lotta che coinvolga lavoratori e giovani, anche quella per obiettivi più limitati, con lo scopo di far emergere (non librescamente ma dal vivo dell'esperienza diretta di chi vi partecipa) l'impossibilità di riformare questo sistema sociale, il capitalismo, e la conseguente necessità, per rispondere ai bisogni anche minori dei salariati e di tutti gli sfruttati, di costruire un governo dei lavoratori. Una lotta che passa necessariamente per l'opposizione di principio al capitalismo (v. quanto abbiamo scritto nel primo capitolo di questo articolo), per lo smantellamento di tutte le utopie sulla riformabilità di questa economia e di questa democrazia. Siccome non basta "predicare il socialismo" o ridurlo a un astratto slogan di un indefinito futuro, ma è necessario guadagnare la maggioranza del proletariato politicamente attivo al gigantesco compito di rovesciare -con la rivoluzione- il capitalismo, crediamo che i comunisti debbano articolare il loro programma e dare risposte a tutte le esigenze dei lavoratori: lavoro, salario, pensioni, ecc. Non si tratta però -qui sta la differenza col riformismo che illude le masse con il sogno di "governi di svolta"- di risposte compatibili col quadro economico e istituzionale di questo sistema, bensì di risposte che hanno come principale funzione quella di far comprendere che nessun miglioramento è possibile se non costruendo i rapporti di forza per infrangere questa democrazia fasulla basata sulla divisione in classi della società.

4) Comunisti e partito
Sinistra Critica

Sinistra Critica ha sottolineato più volte di non voler formare un partito (e ha anzi ironizzato su "partiti e partitini"). E cosa vogliono dunque costruire Turigliatto e Flavia D'Angeli? Da mesi parlano di una "rete anticapitalistica" ed elencano una serie di interlocutori che dovrebbero costituirne i "nodi". Ma questi interlocutori (Bernocchi dei Cobas, Cremaschi della Rete 28 Aprile, Casarini dei centri sociali del Nord Est) che pure hanno accettato di partecipare all'Assemblea fondativa non paiono interessati al progetto, ognuno essendo già impegnato in altro. Cosa che è emersa anche con il silenzio totale che ha accolto la proposta di una "lista anticapitalista" attorno a Sc.

Ma quale è il progetto organizzativo cui punta strategicamente Sc? E' forse quello di un primo raggruppamento di forze che sfoci in seguito in un partito? No. Una prefigurazione del modello a cui lavora Sc ci viene offerta dalla sorella francese, la Lcr di Besancenot. La Lcr -che ha una taglia di circa dieci volte superiore a Sc (perlomeno tremila militanti) ed è stata per decenni uno dei due principali partiti dell'estrema sinistra francese (l'altro è Lutte Ouvrière)- ha annunciato al proprio congresso, poche settimane fa, di voler sciogliere il partito in direzione di una "rete anticapitalistica". Le espressioni e il programma sono gli stessi di Sc: superamento della caratterizzazione "trotskista" (che resta al più come un peccato di gioventù), struttura leggera, rimozione dal programma dell'obiettivo della "dittatura del proletariato" (cioè del potere dei lavoratori), superamento di ogni delimitazione dal riformismo e unione di riformisti e "rivoluzionari" (sic) con l'obiettivo di una "Europa sociale e democratica" e di un programma genericamente "antiliberista".
Pcl

Il Pcl, a differenza di Sc, rivendica la necessità di costruire un partito. Ma che genere di partito? Non un partito di militanti: rifiuta infatti la distinzione tra militanti e simpatizzanti. Non un partito con una forte struttura centralista e un gruppo dirigente largo: la struttura è leggera e al centro c'è solo un leader "carismatico". E' la struttura che abbiamo visto all'opera in questo anno: priva di strutture militanti locali (sostituite da gruppi di sostenitori del leader), priva di un giornale (c'è solo un foglio che esce più o meno ogni quattro mesi ed è composto per la metà dagli interventi del leader), priva di un'elaborazione collettiva (sostituita dai comunicati del leader, che sono poi più o meno le uniche cose pubblicate anche sul sito web).

Ferrando ha anche teorizzato, in varie occasioni, questa modalità di costruzione definendola "raggruppamento". In cosa consisterebbe? Nell'idea che la costruzione del partito avvenga in due tempi: in una prima fase si mettono insieme ("raggruppandoli") militanti di diversa provenienza (il che va bene) e di diverse convinzioni programmatiche (il che non va bene, secondo noi). In una seconda fase (i tempi sono imprecisati) questo "raggruppamento" verrà condotto sul terreno del programma rivoluzionario dal leader (e da alcuni suoi stretti collaboratori) che nel frattempo avranno svolto il ruolo di vestali del fuoco rivoluzionario. Questo in teoria: in pratica, come dimostrano centinaia di sperimentazioni di questa metodologia, la seconda fase non arriva mai perché il partito così costruito ha come unico collante il leader (o un gruppo molto ristretto) e il resto del partito che è stato "raggruppato" su basi ambigue si sfalda ogni pochi mesi. Ciò perché solo un reale confronto collettivo (l'intellettuale collettivo si diceva un tempo) tra teste pensanti, tra militanti abilitati a definire la linea politica nazionale (e non solo locale) può cementare quel "comune sentire" che -unito alla militanza comune- costruisce nelle lotte un partito vero e vivo.

Viceversa si costruisce un partito leggero, che spesso esiste solo nei comunicati stampa, (è la storia del gruppo di Ferrando in questi due anni).


Alternativa Comunista

La questione sopra descritta (partito centralizzato di militanti attorno a un programma condiviso, con un gruppo dirigente plurale, con militanti responsabili delle diverse attività e non passivi sostenitori di un leader) rimanda a un dibattito non nuovo: al dibattito che fu alla base della prima divisione tra comunisti e riformisti. Furono proprio questi temi apparentemente "organizzativi" all'origine della storica rottura tra bolscevichi di Lenin e menscevichi in Russia. Ma, come aveva previsto Lenin, la diversa concezione "organizzativa" del partito rimandava a una differenza di fondo sugli scopi del partito e dunque sul programma e sulla strategia. Nel 1903 i comunisti di Lenin si separarono dall'altra ala della socialdemocrazia su una definizione statutaria dei militanti. Una quindicina di anni dopo, nel 1917, a partire da quella divergenza fondamentale, le due frazioni del movimento operaio russo (e poi internazionale) si trovarono sui due fronti opposti della barricata: gli uni a sostenere il governo della borghesia, gli altri a sostenere l'opposizione che avrebbe aperto la strada a un governo dei lavoratori.

Nel dire questo non pensiamo di essere la reincarnazione del partito bolscevico (purtroppo la strada da fare per la costruzione di un partito di quel tipo è ancora molto lunga). Facciamo riferimento a quella fondamentale divisione per segnalare come le divisioni nel movimento operaio avvengono, da quasi due secoli, sempre secondo le stesse linee di frattura: atteggiamento verso la borghesia e i suoi governi, quale legame tra le lotte di oggi e una prospettiva rivoluzionaria, quale partito è necessario, ecc.

Il partito che vogliamo costruire –e di cui oggi ci riteniamo solo un embrione- è un partito di quadri con influenza di massa, un’organizzazione di avanguardia, contemporaneamente “separata” –cioè distinta- dalle masse e “integrata” nelle masse e nelle loro lotte. Perché questa è la condizione necessaria –lo sosteneva Lenin, lo ha confermato tutta la storia successiva- per essere in grado “di elevare strati sempre più ampi al livello dell’avanguardia”, cioè per guadagnare alla coscienza e all’azione socialista (che non nasce spontaneamente dalla lotta tra le classi) la maggioranza politicamente attiva del proletariato, trasformando la classe da “in sé” (definita dal posto che occupa nella produzione) in “per sé” (cioè cosciente del suo ruolo di classe potenzialmente dominante).

Un’organizzazione cioè dai confini ben definiti e a cui si aderisce in primo luogo sulla base di un accordo con il programma generale nazionale e internazionale.

Le lotte, gli scioperi e i movimenti, che si riproducono continuamente (al di là di quello che scrivono su qualche pezzo di carta i teorici della "scomparsa della lotta di classe") necessitano per consolidare successi immediati, anche parziali, e per poi crescere su scala nazionale e sovrannazionale, di collegamenti, di organizzazione, di una teoria generale e della memoria delle lotte precedenti. Tutto ciò può essere assicurato solo da un partito, che non sostituisce l'azione delle masse ma la integra, in una combinazione che Lev Trotsky così definiva con una immagine efficace: "Senza un'organizzazione dirigente, l'energia delle masse si volatilizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Eppure il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro o dal pistone".

Il partito a cui lavoriamo non attende un'inesistente "ora X" per costruirsi: anzi, potrà svilupparsi con ritmi velocissimi in una fase di ascesa della lotta solo a condizione di arrivarvi preparato avendo lavorato precedentemente a organizzare la "fascia" più ristretta, quella più avanzata, quella costituita dall'avanguardia, cioè da quei lavoratori che trascinano la lotta.

5) Comunisti e Internazionale


Sinistra Critica

Sc è attualmente il referente italiano del Segretariato Unificato, una organizzazione che proviene dal frazionamento che il movimento trotskista ha vissuto dal secondo dopoguerra, anche in seguito alla feroce repressione subita fin dagli anni Trenta dai colpi incrociati di fascismo e stalinismo. Il Su fino a qualche tempo fa si proclamava "la Quarta Internazionale". Oggi il riferimento al trotskismo (inteso come programma dei comunisti) e alla Quarta Internazionale (intesa come partito mondiale basato su quel programma) è abbandonato dall'Su. Le sue ex sezioni principali hanno subito una marcata deriva a destra: in Brasile in maggioranza sostengono il governo Lula (anche con ministri in quel governo); mentre della sezione francese (la Lcr) abbiamo già detto sopra: ha intrapreso un processo di scioglimento per promuovere una "rete anticapitalista", post-trotskista, cioè nei fatti post-rivoluzionaria.


Pcl

Il Pcl è talvolta definito dai giornali come "trotskista", anche se la maggior parte dei suoi militanti non si ritiene tale (il congresso nazionale, come testimonia la registrazione di radioradicale, si è concluso con inni a Mao; e -come ha scritto un osservatore non ostile, che abbiamo citato più sopra- i riferimenti programmatici dei militanti sono i più disparati). Ogni tanto alcuni dirigenti del Pcl fanno riferimento a una loro appartenenza a una struttura internazionale, il Crqi (Coordinamento per la Rifondazione della QI) ma il Pcl intrattiene con quella struttura rapporti che sarebbe difficile definire anche solo "diplomatici". Come si evince dalla lettura della rivista teorica del Crqi, En Defensa del Marxismo, i dirigenti di questo Coordinamento sostengono che i dirigenti del Pcl non avrebbero compreso né il marxismo né il concetto di programma rivoluzionario. L'ampio articolo a cui facciamo riferimento è scritto da Savas Matsas, uno dei principali dirigenti del Crqi (che è presente più o meno soltanto in Argentina e in Grecia). Secondo Matsas "La prospettiva indicata dal Pcl si basa su concetti e una pratica profondamente sbagliata, non limitata alla sola Italia, che può impedire che il movimento trotskista internazionale riesca, mediante una lotta cosciente nel movimento di massa, a raccogliere le opportunità rivoluzionarie."


Alternativa Comunista

Il PdAC è, fin dalla sua nascita, sezione di una organizzazione, la Lit (Lega Internazionale dei Lavoratori), che non ha la pretesa di proclamarsi "la Quarta Internazionale" ma che si concepisce piuttosto come uno strumento di costruzione di quella internazionale comunista con influenza di massa di cui c'è bisogno e che oggi ancora non c'è. Il nostro obiettivo è costruire non una rete diplomatica di partiti con alcune generiche affinità, legati da semplice solidarietà internazionalista: ma un partito internazionale basato sul medesimo programma generale, il programma comunista rivoluzionario (rovesciamento del capitalismo da parte delle masse, economia e potere nelle mani dei lavoratori), cioè trotskista -essendo per noi i due termini sinonimi.

6) Comunisti e verità
"Guardare in faccia la realtà, non cercare la linea di minore resistenza, chiamare le cose con il loro nome, dire la verità alle masse per quanto amara essa sia" così scriveva un dirigente comunista qualche decennio fa. E' una lezione che, ahinoi, tanto Sc quanto il Pcl non applicano. E' questa la sesta e ultima differenza che vogliamo elencare.

Le nostre tre organizzazioni sono di dimensioni analoghe e dunque tutte e tre di piccola taglia: ma gli unici a riconoscerlo siamo noi. Sinistra Critica definisce le altre formazioni "inesistenti" (lo ha fatto pochi giorni fa Flavia D'Angeli in una intervista) e si presenta come quell'organizzazione ramificata in tutta Italia che non è. Il Pcl ha addirittura fatto dei giochi numerici sui giornali uno dei suoi tratti caratteristici: Ferrando è arrivato a sostenere che il suo partito vanta tremila iscritti (dimenticandosi di aver detto "duemila" in una analoga dichiarazione pochi giorni prima).

Chiunque frequenti assemblee nazionali e manifestazioni sa che si tratta di numeri fantasiosi. Perché allora queste invenzioni? Per avere più spazio sulla stampa che è abituata ai numeri (gonfiati) dei partiti borghesi o riformisti. Ma ha senso mentire ai lavoratori (e talvolta ai propri stessi militanti)? Noi preferiamo non farlo: non tanto per modestia ma proprio perché non aspiriamo a ritagliarci uno spazio minoritario e d'immagine e sappiamo che per costruire un partito vero, con influenza di massa, sono necessari anni di lotte e sacrifici, non basta un comunicato stampa. "Chiamare le cose con il loro nome" diceva quel dirigente rivoluzionario, che poi era Lev Trotsky. Appunto.
Per conoscerci meglio

Nei limiti di un articolo non potevamo offrire una presentazione completa del nostro partito: crediamo tuttavia di aver indicato i principali punti di divergenza con le altre due forze che si presentano alle elezioni con il simbolo della falcemartello.

Speriamo di aver chiarito perché le differenze non derivano da una volontà settaria di esasperare piccole divergenze ma riguardano aspetti di fondo: quale partito per quale programma. Crediamo che la sinistra si divida oggi in tre campi distinti: la sinistra governista (l'Arcobaleno bertinottiano) che ritiene il capitalismo l'ultima tappa dell'umanità e persegue per questo alleanze di governo con una parte (quella cosiddetta "progressista") della borghesia; la sinistra centrista (di cui Sinistra Critica e Pcl sono i rappresentanti più noti) che definiamo "centrista" proprio perché oscilla, al centro, tra i concetti di riforma e di rivoluzione (il secondo diventando sempre più un lontano orizzonte); infine una sinistra rivoluzionaria. Non pensiamo di incarnare noi soli quest'ultima sinistra: siamo -o cerchiamo di essere- uno strumento per costruirla. Per costruire cioè quel partito rivoluzionario che oggi ancora non c'è ma che è indispensabile per garantire le prossime vittorie dei lavoratori e per garantire che ogni vittoria, anche parziale, sia un passo avanti verso una vittoria completa, cioè verso un'alternativa rivoluzionaria al capitalismo.

Sinistra Critica si va definendo sempre più, nei fatti, nel programma, come una forza "post-comunista", movimentista; il Pcl appare invece più legato alla simbologia comunista (e ai possibili frutti elettorali che offre nello spazio lasciato vuoto dal Prc e dal Pdci) di quanto non sia interessato a rifondare un partito di militanti su un programma capace di guadagnare alla lotta vasti settori di lavoratori. Noi stiamo seguendo, senza trionfalismi, con molte difficoltà ma anche con qualche risultato, una strada diversa.

A chi fosse interessato a conoscere più nel dettaglio le nostre posizioni suggeriamo la lettura del Manifesto a Tesi approvato dal congresso di fondazione del PdAC, che si trova nella sezione "Chi siamo" del nostro sito web.

note

(1) Citiamo una nota dell'Agi (una delle principali agenzie di stampa) del 13 marzo 2008 (ore 20,47):

"Elezioni: Pli, Pcl e Bene Comune al Senato in tutta italia. Roma, 13 mar - Partito liberale italiano, Partito comunista dei lavoratori e Per il bene comune hanno presentato liste in tutte le circoscrizioni italiane per il Senato. Il Pli ha utilizzato il sostegno di un senatore di Fi e di Nucara e La Malfa (candidato premier De Luca). Il Pcl ha utilizzato il sostegno di Bulgarelli e Carta (candidato premier Ferrando). Per il bene comune ha utilizzato il sostegno di Rossi e Rame (candidato premier Montanari).(AGI)." La notizia è stata poi ripresa dalle altre agenzie e anche da vari organi di stampa nazionale. Per dettagli sulla vicenda e su Giorgio Carta si veda un articolo pubblicato sul nostro sito ("Gli amici guerrafondai di Ferrando").

(2) Si veda "Italia: Se fundò el Partido Comunista de los Trabajadores", su Prensa Obrera n. 1024, del 17 gennaio 2008, reperibile sul sito www.po.org.ar.



(3) La spietata critica del Pcl scritta dai dirigenti del Crqi è pubblicata sul numero 35 di En Defensa del Marxismo (1 marzo 2008) reperibile sul sito www.po.org.ar.


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