Di segni e di sogni



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13.11.2018
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Di segni e di sogni
I due artisti appaiono diversi, ma complementari. Arcari nel suo informale segue la ritmica della musica, le accensioni e le distorsioni delle prime chitarre elettriche (si pensi all’Inno americano suonato da Jimi Hendrix) e spesso non dà spiegazioni o titoli alle sue opere. Assecondando una contemporaneità che lascia spazio all’interpretazione personale, abbandona l’osservatore in un vasto territorio di silenzi e linee sonore, d’immersione cromatica e musicale.

Per Ceruti si parla piuttosto d’astrazione, di costruzioni geometriche dove la realtà è moltiplicata in diffrazioni caleidoscopiche e ricomposta in simboli, eco poetiche. Sono ricordi, emozioni, suggestioni rivisti attraverso il prisma della memoria e della fantasia. Tanti i richiami: a Ugo Nespolo e alle sue fantasmagorie alfanumeriche, oppure – e specialmente nelle illustrazioni di fiabe – allo stile nitido, un po’ futurista di Cassinelli e del suo Pinocchio realizzato per Giunti nel 1981. S’avverte l’influenza dei grandi maestri della semplificazione espressiva e dell’astrattismo, dall’ultimo Matisse della “papier découpé”, soprattutto nell’organizzazione dei campi cromatici, a Paul Klee per le atmosfere gioiose e giocose, le bidimensionalità fiabesche. E ancora, nelle Composizioni più rigorose ed essenziali si sente il “nostro” Atanasio Soldati.

Di diverso e peculiare in Ceruti c’è però la poesia che pervade le sue immagini, l’afflato lirico che deriva dall’indimenticata moglie Anna, letterata e poetessa. Anche nelle ultime opere (i 7 vizi capitali), sempre più spinte verso l’astrazione, dove la concertazione cromatica nelle sue dominanti è giustificata dal concetto e dal sentimento che si vuole esprimere, egli organizza colori e forme come versi, senza dissonanze, anzi, in una sorta di susseguenti enjambements pittorici.

Laddove Ceruti attrae e compone, Arcari distrae e scompone, rifacendosi ad una gestualità grafica sottile, ma affilata che rimanda ad Afro e a Giorgio Celiberti. I segni insorgono sulla tela, affiorano come suoni a volte soffocati, note che sembrano graffi sulla superficie dell’anima, mentre come ideogrammi giapponesi affondano dentro, pregni d’esistenza, di dolore e desiderio, varchi tra materia e pensiero, tra il restare e l’andare, in continuo mutare. Se Ceruti dunque articola e ordina armonie, necessarie concordanze interiori, Arcari distorce le certezze del pennello e del passato per schiudere inquietudini future. Nella feconda fucina del caos creativo - dove la piatta uniformità monocromatica è interrotta dal germogliare di sonorità accese – lui suggerisce altri spazi e altre vie, ancora non raggiunti, se non dalla nota più alta che scuote l’orizzonte di una tela e insieme il nostro quotidiano incedere.



Ceruti restituisce nelle sue tavole variopinte la magia dell’infanzia e la memoria incorruttibile dell’amore. Arcari porta domande e interrogativi. La somma di poetiche astrazioni e musicali distorsioni è la rappresentazione colorata della vita. Fatta di versi, di suoni. Di segni e di sogni.
Manuela Bartolotti


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