Diocesi di roma



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12/ Il cero acceso

Luce, calore, energia, movimento: il fuoco è sempre simbolo della vita. La vita di Cristo scaturisce il mattino della Resurrezione, luce per le nostre intelligenze, energia per le nostre volontà: questo è il senso del grande cero che si accende solennemente in ogni chiesa durante la Veglia di Pasqua. Da quel cero la fiamma viene trasmessa ai ceri più piccoli che i fedeli tengono in mano.

Il cero consegnato al padrino o al padre di un nuovo cristiano è acceso al cero pasquale e manifesta il legame tra il Battesimo e la Risurrezione di Gesù. Ardente e fragile allo stesso tempo questa fiamma è loro affidata: la vita divina è tra le nostre mani, e se non ci è dato di accenderla, dipende da noi che essa si spenga o, al contrario, che si propaghi e incendi poco a poco l’intero universo.

Dice San Basilio, vissuto nel IV secolo: «Ho saputo che tu hai ricevuto il grande onore del Battesimo. Poiché il Signore, per la sua grazia, ha fatto di te il suo amico intimo, poiché ti ha liberato da ogni peccato e ti ha aperto il Regno dei cieli, poiché ti ha mostrato le strade della felicità eterna, io ti prego, ricevi questo dono in tutta coscienza, veglia fedelmente su questo tesoro, impegnati a conservare questo deposito regale. Così dopo aver mantenuto intatta questa impronta, starai vicino al Signore, risplendente dello splendore dei santi, rivestito dell’abito dell’immortalità senza alcuna macchia né piega, conservando in tutte le membra questa santità come uomo che si è rivestito di Cristo. Sì, voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo, ci dice la Scrittura. Che tutti i membri del Cristo siano dunque santi, per essere degni di essere ricoperti da questo santo e luminoso abito» (Lettera a Palladio).

Ed Origene, vissuto fra il II ed il III, affermava: «Conosco un’anima abitata, conosco un’anima deserta. Se infatti non ha Dio, se non ha il Cristo che ha detto “io e il Padre mio verremo presso di lui e prenderemo in lui la nostra dimora”, se l’anima non ha lo Spirito Santo, l’anima è deserta. È invece abitata quando è stata riempita di Dio, quando ha il Cristo, quando lo Spirito Santo è in lei» (Omelie su Geremia).
13/ L'Effeta

Il rito del Battesimo continua poi con l'Effeta. È una benedizione delle orecchie e della bocca del bambino perché possa lui stesso ascoltare con le sue orecchie e proclamare con la sua bocca il Vangelo di Gesù. Questa benedizione ricorda una delle guarigioni compiute dal Signore:



«Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente» (Mc 7,32-35).

I miracoli di Gesù nel Vangelo non sono mai semplici aneddoti: il loro aspetto spettacolare è solo la faccia visibile di una realtà nascosta che appartiene all’universo della fede, ed è per indicare questa realtà che la liturgia della Chiesa ne riprende i gesti. Il gesto attraverso il quale Gesù guarisce il sordomuto indica la guarigione spirituale attraverso la quale noi diveniamo capaci di comprendere e proclamare la Parola di Dio. Con il rito dell'Effeta, il Battesimo si apre già al cammino di educazione alla fede che il bambino compirà negli anni a venire grazie alla vostra presenza ed a quella della Chiesa.





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