Dipartimento di Lingue, Letterature, Culture Straniere Corso di Laurea in Lingue e Culture Straniere Tradurre IL linguaggio di settore. Aspetti teorici e pratici. Laureanda Relatore Patrizia Crimi Prof



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Corso di Laurea in Lingue e Culture Straniere

Tradurre il linguaggio di settore.

Aspetti teorici e pratici.

Laureanda Relatore

Patrizia Crimi Prof. Paola Faini
Anno Accademico 2012-13

INDICE
INTRODUZIONE 4
1. Aspetti teorici

1.1 Introduzione agli aspetti testuali, linguistici e terminologici:



definizioni, caratteristiche e analisi 8
1.2 Il problema delle fonti e della ricerca sulla terminologia

e sulla frequenza d’uso degli equivalenti 16

1.3 La psicologia come scienza “inesatta”: le ripercussioni

sul linguaggio medico-psicologico 19

1.4 Problematiche linguistiche nella psicologia: i vari sistemi di

classificazione e la terminologia dei disturbi d’ansia 27

1.5 Esempi significativi di confusione terminologica nel

linguaggio medico-psicologico italiano: la traduzione

dei termini efficacy, effectiveness ed effect size 34
2. Saggio di traduzione

2.1 I disturbi d’ansia: come capirli e curarli in modo efficace 48

2.2 La terapia cognitivo-comportamentale nei disturbi

d’ansia: stato degli studi xx

2.3 Terminologia e informatica: la scelta dei termini e

il lavoro con il software specifico xx

2.4 Glossario e schede terminologiche xx
Bibliografia per gli aspetti linguistici e traduttivi xx

Bibliografia per gli aspetti scientifici e psicologici xx


Sitografia per gli aspetti linguistici e traduttivi xx

Sitografia per gli aspetti scientifici e psicologici xx


APPENDICE 1: Testi originali xx

APPENDICE 2: Corpus italiano di riferimento xx

APPENDICE 3: Corpus inglese di riferimento xx
[Glossario Trilingue] Tabelle relative ai disturbi d’ansia del DSM-IV-TR

(Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)



e dell’ICD-10 (Classificazione statistica internazionale

delle malattie e dei problemi sanitari correlati) xx
INTRODUZIONE
L’obiettivo che si propone questa tesi, come è facile intuire dal titolo, è quello di analizzare il linguaggio di settore sia nei suoi aspetti teorici sia da un punto di vista pratico: si sono considerate le caratteristiche generali dei linguaggi specialistici ma soprattutto si sono analizzate le peculiarità che contraddistinguono il linguaggio medico-psicologico, di cui sono stati evidenziati i punti in comune e le differenze rispetto ai linguaggi delle altre scienze.
L’elaborato presenta un’attenta analisi del processo traduttivo messo in atto per la stesura dei due saggi di traduzione, prestando particolare attenzione all’aspetto terminologico e, quindi, affrontando il problema delle scelte lessicali, dei tecnicismi e delle fonti degli equivalenti e delle varianti: in particolare, vengono discusse le principali difficoltà traduttive e terminologiche caratterizzanti il linguaggio medico-psicologico. Particolare attenzione viene posta nei confronti della tipologia testuale e, quindi, del destinatario: ho scelto di selezionare due articoli appartenenti a tipologie testuali diverse (l’uno divulgativo, l’altro accademico) per poter mostrare come il diverso atteggiamento del traduttore nei confronti di testi così differenti lo conduca a scelte linguistiche diverse e per nulla scontate1. Durante il processo traduttivo bisogna tenere presente molti fattori, uno dei più importanti è sicuramente l’effetto che il testo vuole avere sul destinatario: l’effetto del testo di partenza sul pubblico di partenza deve essere mantenuto in traduzione in modo tale che anche l’effetto del testo di arrivo sul pubblico di arrivo sia lo stesso, o quantomeno equivalente2. Per poter ottenere questo risultato, spesso è necessario ricorrere a soluzioni diverse a seconda della tipologia testuale (e quindi del destinatario) che caratterizza il testo preso in esame.
Nei paragrafi centrali del primo capitolo dedicato agli aspetti teorici, si affrontano, oltre alle questioni traduttive, anche i problemi principali della psicologia e del suo linguaggio specialistico dovuti, soprattutto, alla sua classificazione come scienza “inesatta” e alla sua relativa modernità. Un aspetto interessante che emerge da questo lavoro, infatti, è che il livello traduttivo (pratico) e la questione linguistica (teorica e pratica) si intrecciano con i livelli teorico e pratico della psicologia come scienza e come strumento di conoscenza, come disciplina “astratta” e come metodo concreto di indagine dell’uomo.
Tra gli altri, uno degli obiettivi di questi paragrafi è quello di sottolineare l’importanza del linguaggio tecnico nelle discipline scientifiche ai fini della compiutezza della comunicazione specialistica e, viceversa, la necessità di chiarezza ed organizzazione concettuale delle scienze come punto di partenza per una corretta organizzazione linguistica (per chiarire e classificare i termini che formano i loro linguaggi specialistici). Di conseguenza, se da una parte la terminologia in ambito specialistico è depositaria di un sapere più o meno organizzato, d’altra parte il linguaggio risulta essere inevitabilmente lo specchio di tale conoscenza scientifica: nel momento in cui i concetti non sono chiari e ben definiti, neppure il linguaggio che li esprime potrà essere dotato di chiarezza e univocità.
Attraverso riflessioni teoriche e procedimenti pratici, si evidenzia la stretta relazione che intercorre tra le parole (in questo caso i termini tecnici appartenenti al linguaggio medico-psicologico) e i concetti che esse esprimono (in questo caso la conoscenza scientifica legata all’ambito della psicologia), dal punto di vista sia del significante3 che del significato4, riprendendo un discorso complesso già ampliamente analizzato da numerosi linguisti5. Si potrebbe identificare in questo dualismo intrinseco delle parole il filo conduttore dell’intero elaborato, in quanto tutti i termini sono stati analizzati dal punto di vista del significante (ad es. per la ricerca di varianti ed equivalenti) e del significato (ad es. nel caso delle definizioni presenti nelle schede terminologiche). Al fine di riportare costantemente discorso e riflessioni ad un piano anche pratico, vengono citati alcuni esempi concreti sulla gestione della terminologia da parte degli specialisti del settore, valutando la portata reale delle conseguenze dei diversi usi linguistici di accademici e professionisti.
Nella traduzione, così come nell’analisi terminologica, teoria e pratica si intersecano di continuo: quando si svolgono analisi e riflessioni non si può mai prescindere dalla realtà e dagli usi linguistici effettivi dei parlanti, così come nell’atto traduttivo non si può mai dimenticare l’impalcatura teorica che sostiene la pratica della traduzione e ne indirizza le scelte linguistiche.

In ragione di quanto appena detto, nella seconda parte di questo elaborato vengono mostrati i risultati del processo traduttivo (i due saggi di traduzione) e dell’analisi terminologica (le schede terminologiche presenti nel glossario). Nel paragrafo dedicato all’introduzione agli aspetti terminologici, si spiegano il senso e la portata del lavoro di ricerca e compilazione svolto per la costruzione del glossario: vengono illustrate le fasi di elaborazione, descritte le procedure, mostrate le funzionalità del programma utilizzato per la realizzazione delle schede, nonché i ragionamenti teorici che hanno guidato l’intero processo.
I termini del glossario sono stati analizzati da un punto di vista sia linguistico (grammaticale, semantico, etc.) che traduttivo (scelta degli equivalenti, presenza di varianti, etc.), tenendo sempre presente la collocazione all’interno dei due testi e la diversità della tipologia testuale. Vorrei precisare che la scelta dei termini è stata obbligatoriamente contenuta a causa dell’impossibilità di trattarli tutti nell’ambito di questa tesi. Infatti, nei due articoli da me selezionati sono presenti numerosi altri termini per cui sarebbe valsa la pena svolgere lo stesso lavoro di analisi e di ricerca: nel paragrafo 2.3 Terminologia e informatica: la scelta dei termini e il lavoro con il software specifico è stata accennata una veloce analisi per i termini più significativi che erano rimasti esclusi dalla prima selezione per la composizione delle schede terminologiche costituenti il glossario, proprio allo scopo di mostrare come questi testi, e in particolare quello accademico, offrano ulteriori spunti all’analisi e alla riflessione.
Per quanto concerne l’appendice e, in particolare, la sezione dedicata ai due corpora italiano e inglese, vorrei sottolineare l’importanza dei testi e degli articoli da me utilizzati come punti di riferimento (e di partenza) per la preparazione di questo elaborato. Essi si sono rivelati estremamente utili per approfondire le mie conoscenze in campo psicologico (disturbi, terapie, etc.) e acquisire i fondamenti di un sapere scientifico e, conseguentemente, gli aspetti del linguaggio tecnico della disciplina in questione: due passaggi necessari per poter svolgere in modo adeguato sia l’analisi terminologica sia le traduzioni. In particolare, i testi in inglese si sono rivelati utili per i contenuti e per il lavoro svolto attraverso il software specifico; i testi italiani, invece, sono stati utilizzati per lo studio quantitativo e qualitativo degli equivalenti e delle varianti: per capire la loro frequenza d’uso, gli ambiti e le tipologie testuali in cui vengono utilizzati, etc.
ASPETTI TEORICI


    1. Introduzione agli aspetti testuali, linguistici e terminologici: definizioni, caratteristiche e analisi


Per incominciare, ritengo sia utile fornire alcuni nozioni teoriche fondamentali sulla terminologia e sulla traduzione. Si definisce “termine” una “denominazione costituita da una o più parole, che designa un concetto6 in modo univoco all’interno di un dominio specialistico. […] un termine può essere semplice (es.: motore) o composto (es.: motore a combustione)” (Delisle et al., 2002:136). Il libro da cui è stata presa questa definizione riporta come sinonimo “unità terminologica” e tra le parole correlate si trovano “lingua speciale” e “terminologia. Seguendo tali rimandi indicati dall’autore, penso sia importante fornire anche la definizione di questi due termini. Per “lingua speciale” si intende una “varietà diafasica o situazionale della lingua, detta anche “sottocodice”, che si contraddistingue per un lessico specialistico afferente a un particolare settore di conoscenze o a una determinata sfera di attività” (Berruto, 1987:154). Si tenga presente, comunque, che “la terminologia utilizzata in italiano per designare questo fenomeno è tutt’altro che univoca, infatti, oltre che di lingua speciale o sottocodice, si parla anche di “linguaggio speciale” o “specialistico”, “linguaggio tecnico”, “lingua” o “linguaggio settoriale” o “specialistico-settoriale”, “tecnoletto” e “microlingua” (Cortelazzo, 1990:5; Sobrero, 1993:238). Per “terminologia”, invece, si intende l’“insieme dei termini appartenenti a un settore dell’attività umana, utilizzati da un gruppo di persone” (Delisle et al., 2002:137). Ovviamente, è necessario distinguere questa accezione da quella di “disciplina che studia in modo sistematico, in una o più lingue, la denominazione dei concetti appartenenti a settori dell’attività umana, prendendo in considerazione il funzionamento sociale dei concetti stessi al fine di soddisfare le esigenze espressive dei parlanti” (Delisle et al., 2002:137).

Restando in ambito definitorio, vorrei esplicitare anche i due termini presenti nella definizione della parola “termine” ed evidenziati con il grassetto e il corsivo dall’autore. Si definisce “dominio” “l’argomento, il settore, la disciplina, l’ambito specialistico in cui viene utilizzato un concetto” (Delisle et al., 2002:74) mentre si definisce “concetto” l’“unità astratta che consiste nelle caratteristiche attribuite a un certo numero di oggetti concreti o astratti oppure a una classe di oggetti, scelte secondo criteri scientifici convenzionali, specifici e adeguati a un dato dominio” (Delisle et al., 2002:58).

Si potrebbe proseguire all’infinito nella ricerca delle definizioni di altri termini correlati, inoltre, riguardo il problema definitorio ci sarebbe molto da argomentare, tuttavia, tali discussioni non rientrano nell’ambito di questa tesi. Ho ritenuto opportuno fornire soltanto le definizioni di alcuni dei termini principali utilizzati tanto in terminologia quanto in traduzione: non perché altri termini correlati non siano ugualmente importanti (ad esempio, “lingua di partenza” o “testo di partenza” e “lingua di arrivo” o “testo di arrivo” sono fondamentali in ambito traduttivo), quanto piuttosto per poter avere un solido punto di partenza su cui impiantare il discorso dell’analisi testuale, linguistica e terminologica svolta sui due testi e descritta in questo elaborato nelle pagine successive.



Attraverso questo paragrafo, vorrei evidenziare l’importanza che le definizioni assumono in ambito scientifico e linguistico. Questo aspetto emerge anche dal fatto che la prima informazione (dopo il contesto d’uso) che si visualizza nelle schede terminologiche presenti nel glossario è proprio la definizione del termine candidato: è il punto di partenza di ogni ulteriore analisi. Generalmente, le definizioni si trovano alla base di ogni studio perché permettono di circoscrivere i significati e di delimitare l’area di interesse7: anche in questo caso specifico, una volta forniti gli strumenti linguistici principali e stabiliti i confini d’indagine, è possibile iniziare la discussione degli aspetti peculiari dei testi e dei termini tradotti e analizzati in questa tesi.
Per quanto riguarda gli aspetti testuali, si è già fatto presente nell’introduzione che i testi appartengono a due tipologie diverse. Si può notare facilmente come l’articolo divulgativo sia dotato di caratteristiche tipiche di tale tipologia: è un testo breve e semplice e contiene molte informazioni utili ma tutte alquanto superficiali, di modo che il destinatario possa ampliare la propria conoscenza senza finire con l’annoiarsi durante la lettura. Chiunque possa desiderare informazioni aggiuntive riguardo gli argomenti trattati nel depliant, viene invitato implicitamente a reperirle seguendo i link suggeriti a piè di pagina. Questo tipo di testo, infatti, è pensato per un pubblico vario, di cui non si conosce livello culturale né educazione, appartenente a religioni ed etnie diverse, che vive in differenti zone geografiche, e si rivolge a una fascia d’età molto ampia (dagli adolescenti agli anziani): l’articolo deve essere fruibile per tutti e l’unico elemento che accomuna il destinatario è la lingua (l’inglese nel caso del testo di partenza8, l’italiano per il testo di arrivo9).

Lo stile è semplice, il registro non eccessivamente elevato: è formale ma senza esagerazioni perché non si vuole mantenere una grande distanza dal pubblico, al contrario, si percepisce chiaramente il desiderio di coinvolgerlo e motivarlo nel proseguimento della lettura.

Per quanto concerne il linguaggio specialistico utilizzato, si può notare che sono presenti alcuni tecnicismi ma vengono costantemente chiariti evitando di lasciare zone d’ombra di incomprensione che potrebbero confondere un lettore non esperto. Per gli stessi motivi, si preferisce evitare l’uso di sigle e cifre, e nei rari casi in cui sono presenti alcuni acronimi (ad esempio “CBT”) ne viene fornita immediatamente la spiegazione.

Il testo è disposto in paragrafi brevi e organizzati per aree semantiche, inoltre, tutti i sottotitoli presentano la forma interrogativa: un’ulteriore dimostrazione della volontà di coinvolgere il lettore, di immedesimarsi nella sua condizione di persona non esperta che si avvicina a una disciplina che non conosce e ha bisogno di informazioni e chiarimenti continui. Infine, a mio avviso, anche la scelta del colore verde per l’intestazione non è stata lasciata al caso: generalmente, infatti, i depliant illustrativi, soprattutto quelli di ambito psicologico destinati ad un pubblico vario e non esperto, sono molto colorati, probabilmente per attirare l’attenzione e contemporaneamente “rassicurare” il lettore (forse futuro paziente). Nel mio corpus inglese di riferimento sono presenti alcuni testi divulgativi, in formato di brochure, redatti dal National Institute of Mental Health (NIMH) sui disturbi d’ansia (2009) e su disturbi d’ansia specifici come il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo di panico e la fobia sociale (tutti e tre del 2010) che forniscono un esempio sull’uso del colore associato al testo: lo scopo primario è quello di invogliare le persone a leggere; quello secondario si manifesta una volta iniziata la lettura in quanto la presenza di colori rende meno freddo e distaccato il testo accogliendo il lettore e “rassicurandolo”. Brochure come queste sono state studiate proprio per avvicinare le persone alla psicologia perché, come è purtroppo noto, molti nutrono ancora una profonda sfiducia in questa scienza e hanno pregiudizi radicati nei confronti di qualsiasi approccio metodologico che la riguardi (basti ricordare che da un gran numero di persone non viene neppure considerata una vera scienza).

L’unico punto di contatto stilistico o formale tra l’articolo divulgativo e quello accademico lo si potrebbe individuare nella scelta di dividere il testo in due parti (perché, invece, dal punto di vista contenutistico trattano dello stesso argomento, cioè dei disturbi d’ansia): l’introduzione (in grassetto e corsivo nel testo di partenza divulgativo) e il corpo del testo vero e proprio, suddiviso a sua volta in paragrafi dotati di titoli propri. Tuttavia, anche in questo caso c’è una differenza importante: nell’articolo accademico non si tratta di una vera e propria introduzione (presente anch’essa, ma ha struttura e ruolo completamente diversi rispetto al testo divulgativo) ma di un abstract (in azzurro e corsivo nel testo di partenza), cioè una sorta di riassunto molto conciso degli scopi della ricerca descritta nelle pagine successive.



A questo punto, prima di passare all’articolo accademico, vorrei sottolineare come l’analisi testuale abbia coinvolto inevitabilmente anche quella linguistica e terminologica: non è possibile scindere completamente questi tre aspetti di un testo e quando si realizza l’analisi di uno dei tre elementi, necessariamente si deve tener conto anche degli altri due fattori.
Per quanto riguarda l’articolo accademico, alcune caratteristiche emergono in maniera immediata: il testo è organizzato in sezioni molto specifiche perché si tratta della relazione di una ricerca clinica (Abstract, Introduzione, Risultati, Sommario, Conclusioni, cui si aggiungono i Riferimenti bibliografici alla fine). Il corpo principale è costituito dalla sezione dei Risultati, infatti, essa è suddivisa a sua volta in sottosezioni ancora più specifiche in cui i titoli dei paragrafi prendono il nome delle psicopatologie che vengono di volta in volta analizzate: disturbo di panico, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo d’ansia sociale, disturbo post-traumatico da stress, disturbo acuto da stress e disturbo ossessivo-compulsivo. L’ultima suddivisione riguarda tali paragrafi perché al loro interno sono stati separati i risultati dell’efficacy da quelli dell’effectiveness, generando ulteriori sottoparagrafi il cui sottotitolo prende il nome del tipo di efficacia di cui si vengono descritti i risultati (per ciascun disturbo viene applicata questa doppia suddivisione).

Questa organizzazione testuale è tipica delle relazioni di ricerche cliniche in quanto rappresenta una sorta di standard da seguire: lo specialista che si accinge a leggere un articolo accademico si aspetta di trovarsi davanti un testo diviso in tal modo, o in una maniera simile, perché è ciò che viene richiesto dal suo settore specialistico.

Altri aspetti importanti dell’articolo preso in esame sono presenti anche nella maggioranza dei testi accademici, non necessariamente di ambito psicologico. Ad esempio, si notino: la presenza di grafici e tabelle, acronimi e cifre (soprattutto percentuali), l’alto numero di tecnicismi (il cui significato non sempre viene spiegato, così come spesso non sono esplicitati gli acronimi), infine, la presenza di note e rimandi intertestuali nonché l’esistenza di una sezione dedicata ai riferimenti bibliografici a fine dell’elaborato.

Concludendo, pare essere interessante notare che, nonostante la tendenza degli articoli scientifici sia quella di rispettare una sintassi semplice e lineare e di limitare il numero delle subordinate preferendo periodi brevi, talvolta il testo può risultare complesso a causa della presenza di paragrafi molto lunghi e articolati. In alcuni casi, ciò può essere dovuto a questioni semantiche, cioè alla necessità di completare il senso di un ragionamento complesso all’interno di un’unica frase: il periodo che ne deriva, sebbene lungo e articolato, non può essere scisso né semplificato. In proposito, nei testi settoriali, e principalmente in quelli scientifici, una caratteristica peculiare sono le ripetizioni: al fine di migliorare la chiarezza comunicativa gli specialisti preferiscono ripetere i termini tecnici anche a distanza ravvicinata piuttosto che fare ricorso a pronomi o sinonimi inappropriati10.
Gli aspetti finora analizzati sono giustificati dal fatto che i testi accademici sono prodotti da esperti e per esperti: sono rivolti a un pubblico di specialisti che può contare su conoscenze adeguate in materia, infatti, in un articolo del genere, risulterebbe superfluo dilungarsi su spiegazioni di tecnicismi o acronimi.
In ultima analisi, in questo paragrafo vorrei esporre le motivazioni della scelta di utilizzare il termine “linguaggio medico-psicologico” per riferirmi al tecnoletto della psicologia. In effetti, avrei potuto utilizzare semplicemente il termine “linguaggio psicologico”, anche in funzione del fatto che presenta una frequenza d’uso nettamente superiore. Tuttavia, scegliendo l’altra dicitura, ho voluto mettere in evidenza un aspetto del linguaggio psicologico che, altrimenti, sarebbe andato perso. La psicologia è una scienza che, per poter operare e per potersi evolvere, si trova costretta a fare affidamento su altre scienze che studiano l’uomo come la biologia o la medicina (forse anche a causa del fatto che è una scienza “inesatta”11). Si potrebbe affermare che la psicologia studia l’uomo come psiche mentre le altre scienze si occupano dell’uomo biologico ma ciò non è del tutto vero: la psicologia studia anche l’uomo come essere concreto, vivente, non soltanto come essere pensante. Basti pensare che gli psichiatri possono somministrare farmaci e sono abilitati a compilare prescrizioni mediche e che anche gli psicoterapeuti possono indicare ai pazienti alcuni medicinali che potrebbero, in alcuni casi, aiutare nel processo terapeutico: in entrambe le circostanze si sta parlando di cure mediche oltre che psicologiche. Inoltre, gli studenti di psicologia si cimentano continuamente con esami di biologia e chimica applicate al corpo umano, si pensi alle neuroscienze e al grande apporto che hanno dato alla psicologia. Conoscere il cervello e il corpo dell’uomo dal punto di vista chimico-biologico, conoscere le sue reazioni fisiche, oltre che mentali, a determinati stimoli può essere fondamentale quando si cerca di capirne la psicologia e i ragionamenti del pensiero.

Alla luce di quanto suddetto, ho scelto di utilizzare il termine “linguaggio medico-psicologico” proprio per sottolineare la stretta parentela che intercorre tra le due discipline e per indicare l’importanza che la medicina riveste in ambito psicologico. Per fare un esempio, basterà scorrere l’articolo accademico: vi si possono trovare molti termini appartenenti al linguaggio medico, come i sintomi provocati dai disturbi psicologici (“vertigini”, “nausea”, “parestesia”, “insonnia”, “palpitazioni”, etc.) oppure “glucocorticoidi”, “effetti collaterali”, “automonitoraggio”, “farmacoterapia”, “lista d’attesa”, “prevenzione di ricadute”,

etc.12 Tuttavia, dovendo effettuare una selezione tra i termini da analizzare per la compilazione delle schede terminologiche presenti nel glossario, ho scelto di lasciare da parte alcuni dei termini medici per potermi occupare soprattutto di quelli psicologici: la decisione è stata guidata dagli obiettivi preposti nell’ambito di questo elaborato, infatti, se si fosse trattato di analizzare linguaggio medico e testo medico, avrei utilizzato altri criteri dando la priorità ai termini medici.13
In genere, tutte le scienze “rubano” o, meglio, “prendono in prestito”, termini e concetti da altre scienze (si pensi alla fisica il cui “strumento” principale di lavoro è la matematica): un processo analogo avviene in psicologia. In particolare, tale disciplina si trova spesso a dover ricorrere a termini e concetti provenienti dalla medicina e dalla statistica, quest’ultima soprattutto nel caso di studi randomizzati e controllati. Per avvalorare ulteriormente la tesi della stretta relazione tra medicina e psicologia, si tenga presente che anche il linguaggio medico ricorre alla stessa terminologia derivata dalla statistica nel caso di test clinici sui farmaci. Infatti, le ricerche cliniche per verificare l’efficacy e l’effectiveness14 di una psicoterapia (in ambito psicologico) possono apparire simili, per certi aspetti, a quelle effettuate per testare i farmaci (in ambito medico)



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