Diritto di famiglia



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DIRITTO DI FAMIGLIA

FAMIGLIA FONDATA SUL MATRIMONIO  famiglia nucleare: è costituita dalla coppia e dagli eventuali figli; famiglia allargata che comprende anche parenti e affini.


FAMIGLIA DI FATTO  intesa quale convivenza di due partners ed eventualmente dei loro figli naturali.
FAMIGLIA RICOMPOSTA  i partners, coniugati o conviventi di fatto, coabitano assieme ai figli nati da precedenti relazioni.
FAMIGLIA MONOPARENTALE  un solo genitore convive con i figli.
IL DIRITTO DI FAMIGLIA  è quell’insieme di norme giuridiche che disciplina le relazioni tra coniugi, conviventi ed eventuali figli.
IL CODICE NAPOLEONICO 1804  il matrimonio civile era l’unica forma di unione personale rilevante per lo Stato. Il marito ha il dovere di proteggere la moglie e la moglie di obbedire al marito. La moglie è obbligata a vivere con il marito e a seguirlo ovunque egli creda opportuna stabilire la sua residenza. Il marito è obbligato a tenere presso di sé la moglie e a somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita in proporzione alle sue sostanze e al suo stato. Autorizzazione maritale: la moglie non poteva stare in giudizio senza l’autorizzazione del marito; inoltre non poteva donare e acquistare né a titolo gratuito né a titolo oneroso. Era previsto il divorzio che poteva essere chiesto dal marito per adulterio della moglie e dalla moglie per adulterio del marito solo nel caso in cui il marito avesse portato l’amante nella casa famigliare; inoltre era previsto il divorzio consensuale; si poteva ricorrere al divorzio in ipotesi di eccessi, sevizie o ingiurie gravi di un coniuge verso l’altro e in caso di condanna a pena infamante. Il codice disciplinava, inoltre, la separazione personale, alternativa al divorzio per chi avesse ostacoli di origine religiosa. In materia di filiazione legittima vi era la presunzione di paternità, che poteva essere vinta attraverso l’azione di disconoscenza della paternità. L’adozione aveva esclusivamente la funzione di fornire un erede a chi non ne aveva; poteva adottare solo colui che avesse compiuto 50 anni e se l’adottato non aveva 25 anni era necessario il consenso dei genitori. Il padre esercitava la potestà sui figli e poteva esercitare metodi di correzione molto incisivi. Potevano succedere solo i figli legittimi. Il regime patrimoniale era quello della comunione.
IL CODICE DELL’UNITA’ D’ITALIA  il marito aveva il dovere di proteggere la moglie, di tenerla presso di sé e di somministrarle tutto il necessario per la vita in proporzione alle sue sostanze. La moglie doveva contribuire solo nel caso in cui il marito non potesse badare al mantenimento della famiglia. Vi era l’autorizzazione maritale. Non vi era il divorzio; era però ammessa la separazione personale, fondata sul criterio della colpa. Vi era la presunzione di paternità. La potestà sui figli era assegnata al padre e il contenuto della potestà era molto ampio; il padre aveva l’amministrazione e l’usufrutto sui beni dei figli minori. Il regime patrimoniale era quello della separazione, ma era consentito anche un accordo per la comunione. I beni dotali dovevano essere restituiti in caso di scioglimento del matrimonio. In materia di successioni, ai figli naturali spettava la metà della quota spettante ai figli legittimi e inoltre i figli naturali dovevano essere riconosciuti; per i figli non riconoscibili era previsto un diritto agli alimenti.
IL CODICE DEL 1942  abolizione dell’autorizzazione maritale. Introduzione del matrimonio concordatario che era celebrato dal ministro del culto cattolico ed è regolato integralmente dal diritto canonico, ma acquista effetti civili a seguito della trascrizione dell’atto nei registri dello stato civile. Il matrimonio è indissolubile. La moglie doveva seguire il marito, la sua condizione civile e prendeva il cognome di lui. Nella separazione l’adulterio del marito veniva considerato come causa di separazione solo se creava un grave danno alla moglie. Il coniuge colpevole della separazione non aveva diritto agli alimenti. Il regime legale era quello della separazione. In materia di filiazione vi era la presunzione di legittimità. I figli naturali avevano diritto alla metà della quota spettante ai figli legittimi in materia successoria. L’adozione aveva l’esclusiva funzione di dare un erede a chi non ne aveva. La potestà era esercitata dal padre.
IL DIRITTO DI FAMIGLIA NELLA COSTITUZIONE  art. 29 Cost. : la famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

art. 30 Cost. : la legge assicura ai figli nati al di fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia. Il secondo comma stabilisce che nei casi di incapacità dei genitori la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.

art. 31 Cost. : prevede l’impegno dello Stato alla protezione della maternità, dell’infanzia e della gioventù.
RIFORMA DEL DIRITO DI FAMIGLIA – l. 19 marzo 1975, n° 151  la riforma fu preceduta da alcune leggi speciali che hanno anticipato la sua entrata in vigore (legge sull’adozione e legge sul divorzio). Con la riforma del ’75:

- è stata valorizzata la volontà dei coniugi all’atto della celebrazione del matrimonio;

- sono stati attribuiti eguali poteri ai coniugi, anche con riferimento alla potestà genitoriale;

- la separazione personale è stata svincolata dal criterio della colpa e subordinata al verificarsi di fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione del rapporto;

- la riforma ha introdotto la comunione dei beni e regolato l’impresa familiare;

- è stata equiparata sostanzialmente la filiazione legittima e naturale anche in sede successoria; è stato eliminato il divieto di riconoscimento ai figli adulterini;

- sono state introdotte importanti innovazioni in materia di azioni di stato ( azione di disconoscimento della paternità e azione di dichiarazione giudiziale della paternità naturale).


IL MATRIMONIO

La legge non enuncia una definizione di matrimonio, di cui fornisce un’analitica disciplina. Il matrimonio- atto viene configurato come un negozio bilaterale, puro (cioè al quale non possono essere apposti termini e condizioni) e solenne, che consiste nella manifestazione di volontà, espressa con una certa forma e un determinato contesto da due soggetti di sesso diversi, diretta a costituire tra loro un rapporto giuridico personale, qualificato dall’ordinamento come matrimonio.


LA PROMESSA DI MATRIMONIO  si identifica nel fidanzamento ufficiale. Essa sussiste quando ricorra una dichiarazione espressa o tacita, normalmente resa pubblica nell’ambito della parentela, delle amicizie e delle conoscenze, di volersi frequentare con l’intento serio di sposarsi. La promessa non obbliga a contrarlo né ad eseguire ciò che non si fosse convenuto per il caso di non adempimento. Tuttavia produce alcuni effetti giuridici, quali la restituzione dei doni e il risarcimento dei danni (artt. 90 e 91cc).
LE CONDIZIONI PER CONTRARRE MATRIMONIO – artt. 84-…-90cc  sono i requisiti indispensabili per una valida stipulazione del matrimonio; la loro mancanza è motivo di invalidità. La dottrina distingue tre categorie di requisiti per contrarre matrimonio: 1) quelli necessari per l’esistenza giuridica dell’atto; 2) quelli prescritti come condizione di validità del matrimonio (impedimenti dirimenti); 3) quelli che ne condizionano la semplice regolarità (impedimenti impedienti).

ETA’ la previsione di un’età minima per contrarre matrimonio è volta a garantire l’idoneità fisica e psichica dei nubendi, ossia l’attitudine al rapporto sessuale e alla procreazione, nonché la consapevolezza in merito agli obblighi matrimoniali e la capacità ad adempierli. L’età minima per contrarre matrimonio è 18 anni, 16 anni se emancipati.

L’INTERDIZIONE PER INFERMITA’ DI MENTE  a norma dell’art. 85 cc, l’interdetto per infermità di mente non può contrarre matrimonio. La ratio della norma risiede nell’esigenza di proteggere l’incapace.

LIBERTA’ DI STATO  l’art. 96 cc stabilisce che non può contrarre un matrimonio chi sia già vincolato da un precedente matrimonio.

LA PARENTELA, L’AFFINITA’, L’ADOZIONE, L’AFFILIAZIONE impediscono legami matrimoniali in base all’art. 87 cc. La parentela, anche naturale, in linea retta all’infinito e in linea collaterale di secondo grado da luogo ad impedimenti non dispensabili (cioè non rimovibili dall’autorità giudiziaria); la parentela di terzo grado in linea collaterale – zio/a e nipote – è invece dispensabile (cioè può essere rimossa con autorizzazione giudiziale).

IL DELITTO  art. 88 cc: sancisce il divieto di celebrare il matrimonio tra persone delle quali una sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra.

DIVIETO TEMPORANEO DI NUOVE NOZZE  art. 89 cc sancisce che la donna prima di contrarre un nuovo matrimonio deve aspettare almeno 300 giorni dalla morte del precedente coniuge o dal passaggio in giudicato della sentenza di divorzio o di cessazione degli effetti civili o di annullamento del precedente matrimonio. Questo termine di collega alla presunzione di concepimento in costanza di matrimonio.
LE FORMALITA’ PRELIMINARI DEL MATRIMONIO: PUBBLICAZIONE  il matrimonio deve essere di regola preceduto dalla pubblicazione, la cui mancanza non ne consente la celebrazione. La pubblicazione ha il duplice scopo di rendere conoscibile ai terzi l’intenzione delle parti di contrarre matrimonio per consentire la eventuale proposizione di opposizione e di avviare gli accertamenti dell’ufficiale di stato civile sull’inesistenza di impedimenti al matrimonio.
LE OPPOSIZIONI AL MATRIMONIO  ne sono legittimati i genitori, e in loro mancanza gli ascendenti e i collaterali entro il terzo grado; in caso di tutela o curatela sono legittimati anche il tutore o il curatore. Se la causa di opposizione è costituita dal vincolo di un precedente matrimonio, la legittimazione è riconosciuta anche al coniuge del subendo; se la causa è la violazione del divieto di nuove nozze temporaneo, la legittimazione spetta ai parenti del precedente marito, e in caso di divorzio, anche al precedente marito. Se l’opposizione è stata proposta da chi non ne ha facoltà, per causa ammessa dalla legge, il presidente del tribunale può, con proprio decreto, sospendere la celebrazione del matrimonio sino a che sia stata rimessa l’opposizione.
LA CELEBRAZIONE DEL MATRIMONIO  il matrimonio ai sensi dell’art. 106 cc deve essere celebrato pubblicamente nella casa comunale. L’art. 110 cc prevede, tuttavia, che previo raddoppio del numero dei testimoni, la celebrazione possa tenersi anche in luogo diverso quando uno degli sposi, per infermità o per altri impedimenti, sia nell’impossibilità di presentarsi nella casa comunale. Il matrimonio viene solitamente celebrato davanti all’ufficiale dello stato civile al quale gli sposi hanno presentato la richiesta di pubblicazione. Immediatamente dopo la celebrazione l’ufficiale di stato civile compila l’atto di matrimonio, nel quale devono essere riportate anche le eventuali dichiarazioni delle parti circa il riconoscimento o la legittimazione di figli naturali, o relative alla scelta della separazione dei beni. La funzione dell’atto del matrimonio è semplicemente quella di costituire la prova privilegiata nella dimostrazione dello stato coniugale.
LE SINGOLE CAUSE DI INVALIDITA’ DEL MATRIMONIO possono essere:


  • invalidità derivanti da assenza delle condizioni per contrarre matrimonio;

  • invalidità derivanti da vizi del consenso;

  • simulazione;

  • matrimonio putativo;

  • matrimonio dell’incapace naturale.

INVALIDITA’ DERIVANTI DA ASSENZA DELLE CONDIZIONI PER CONTRARRE MARIMONIO  LA MANCANZA DI LIBERTA’ DI STATO: il matrimonio celebrato in violazione dell’art. 86 cc può essere impugnato dal coniuge, dagli ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale.

I VINCOLI DI PARENTELA, AFFINITA’, ADOZIONE E L’IMPEDIMENTO PER DELITTO  il matrimonio contratto in violazione dell’art. 87 cc è invalido in quanto contrastante con il divieto di ordine pubblico dell’incesto. Occorre distinguere a seconda che l’impedimento sia dispensabile o meno: nel primo caso, l’azione non può essere proposta trascorso un anno dalla celebrazione del matrimonio, con conseguente effetto sanante del decorso del tempo sul vizio dell’atto; nel secondo caso, invece, l’invalidità è insanabile e la relativa azione imprescrittibile.

E’ nullo anche il matrimonio celebrato in violazione dell’art. 88 cc: si tratta di una nullità insanabile ed imprescrittibile e la relativa azione può essere esercitata dai coniugi, dagli ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da coloro che hanno un interesse legittimo e attuale.

IL DIFETTO DI ETA’  il matrimonio contratto dal minore o dal sedicenne non autorizzato, può essere impugnato dai coniugi, da ciascuno dei genitori e dal pubblico ministero.

IL MATRIMONIO DELL’INTERDETTO  l’art. 119 cc prevede che il matrimonio di chi è stato interdetto per infermità di mente possa essere annullato a richiesta del tutore, del pubblico ministero e di tutti coloro che abbiano un interesse legittimo se, al momento del matrimonio era già pronunciata sentenza di interdizione passata in giudicato, oppure se l’interdizione è stata pronunciata posteriormente, ma l’infermità preesisteva al tempo del matrimonio.


IL MATRIMONIO DELL’INCAPACE NATURALE l’art. 126 cc prevede che possa essere impugnato da quello dei coniugi che prova di essere stato incapace di intendere e di volere, per qualunque causa anche transitoria, al momento della celebrazione del matrimonio. Se vi è stata coabitazione per un anno dopo che il coniuge incapace abbia recuperato la pienezza delle sue facoltà mentali, l’azione non può essere proposta. In mancanza di coabitazione, il termine di prescrizione è quello decennale, decorrente dalla celebrazione.
LE INVALIDITA’ DERIVANTI DA VIZI DEL CONSENSO LA VIOLENZA: si tratta di violenza morale. Dal punto di vista soggettivo, la minaccia deve suscitare impressione su una persona normale e sensata; tale criterio astratto va contemperato dai criteri dell’età, del sesso e della condizione della persona i quali influiscono sulla valutazione della forza intimidatrice della minaccia. Legittimato all’azione è solo il coniuge il cui consenso è stato estorto con violenza. L’azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che sia cessata la violenza. In mancanza di coabitazione, il termine di prescrizione è quello ordinario decennale.

IL TIMORE  è un vizio invalidante qualora sia di eccezionale gravità e derivi da cause esterne allo sposo. E’ definito come l’impulso psicologico che la percezione di un pericolo esercita sulla persona.



L’ERRORE  con la riforma del 1975 accanto all’errore sull’identità della persona, si è introdotta la figura dell’errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge. E’ essenziale che l’errore abbia avuto efficienza determinante nel procedimento formativo della volontà, nel senso che lo stesso non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute. L’errore deve riguardare: 1) l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di un’anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale; 2) l’esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a 5 anni; 3) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale; 4) la circostanza che l’altro coniuge sia stato condannato per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a 2 anni; 5) lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto caduto in errore.
LA SIMULAZIONE  art. 123 cc. Ricorre quando gli sposi abbiano convenuto di non adempiere gli obblighi e di non esercitare i diritti da esso discendenti. Presupposto fondamentale è l’esplicita e antecedente pattuizione tra i nubendi preordinata ad escludere la società coniugale una volta sposati; accordo dal quale emerga che i coniugi vogliano dar vita soltanto ad una apparenza di matrimonio. Se i simulanti vogliono però non dare attuazione ad alcuni aspetti del matrimonio non fondamentali non si è in presenza di simulazione. La legittimazione all’impugnazione del matrimonio spetta a ciascuno dei coniugi. L’azione non può essere proposta nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione delle nozze, oppure, se non vi sia stata convivenza, decorso un anno dalla celebrazione stessa.
IL MATRIMONIO PUTATIVO  è quel matrimonio invalido celebrato in buona fede da almeno uno dei coniugi che lo consideravano valido al momento della celebrazione. Pur essendo nullo produce ugualmente effetti in favore dei coniugi, o di uno di essi, e dei figli; l’eccezione si giustifica per tutelare il coniuge in buona fede e la prole. Se il matrimonio è dichiarato nullo, gli effetti del matrimonio valido si producono in favore dei coniugi fino alla sentenza che pronunzia nullità, se però è solo una il coniuge in buona fede gli effetti sono validi solo per lui. Rispetto alla prole gli effetti del matrimonio valido si producono senza limitazioni temporali sia per i figli nati durante il matrimonio, sia per quelli nati prima e riconosciuti all’interno di esso, quindi prima della sentenza di nullità. L’art. 129 cc stabilisce che quando le condizioni del matrimonio putativo si verificano rispetto ad ambedue i coniugi, il giudice può disporre a carico di uno di essi e per un periodo non superiore a tre anni, l’obbligo di corrispondere somme periodiche di denaro in proporzione alle sue sostanze, a favore dell’altro. L’art. 129 bis cc prevede che il coniuge al quale sia imputabile la nullità del matrimonio sia tenuto a corrispondere all’altro coniuge in buona fede, qualora il matrimonio sia annullato, una congrua indennità.
IL MATRIMONIO CONCORDATARIO  è regolato in conformità del concordato con la Santa Sede e delle leggi speciali sulla materia. È regolato dal diritto canonico quanto alla celebrazione ed ai requisiti di validità, ed acquista effetti civili dal momento della celebrazione delle nozze, a seguito della trascrizione nei registri dello stato civile; il matrimonio rapporto è invece disciplinato interamente dal diritto statale. Subito dopo la celebrazione, il parroco o il suo delegato spiegherà ai contraenti gli effetti civili del matrimonio, dando lettura degli articoli del codice civile riguardanti i diritti e i doveri dei coniugi e redigerà, quindi, in doppio originale, l’atto di matrimonio nel quale potranno essere inserite le dichiarazioni dei coniugi consentite secondo la legge civile.
IL MATRIMONIO CELEBRATO DAVANTI A MINISTRI DEI CULTI AMMESSI NELLO STATO  la disciplina è quella prevista nel codice civile per i matrimoni celebrati davanti all’ufficiale di stato civile, salvo quanto diversamente previsto dalla legge 24 giugno 1929 n°1159: tale legge prevede una disciplina generale relativa ai matrimoni di tutte le religioni diverse da quella cattolica.
IL MATRIMONIO CELEBRATO ALL’ESTERO  i cittadini italiani possono celebrare il matrimonio in un paese straniero secondo le forme ivi stabilite, purché ricorrano le condizioni necessarie dettate dal codice civile agli articoli 84 e ss. Se i coniugi sono entrambi cittadini italiani, i loro rapporti sono regolati dalla legge italiana, diversamente dallo stato nel quale la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata.
IL MATRIMONIO DELLO STRANIERO  lo straniero può contrarre matrimonio in Italia ed in tal caso presentare il nullaosta dell’autorità competente del suo paese. In mancanza del rilascio del nullaosta, se ingiustificato, il tribunale può decidere di autorizzare il matrimonio. Anche lo straniero è soggetto alle disposizioni contenute nel cc agli art. 85, 86, 87, 88 e 89.


I RAPPORTI PERSONALI TRA CONIUGI
I DIRITTI E I DOVERI DEI CONIUGI  l’art. 143 cc stabilisce che con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri; al secondo comma enumera i doveri reciproci che derivano dal matrimonio: FEDELTA’, ASSISTENZA, COLLABORAZIONE, COABITAZIONE.
L’OBBLIGO DI FEDELTA’  la fedeltà non può essere intesa limitatamente come “mero ius in corpus del coniuge a cui la fedeltà è dovuta”, né come obbligo di esclusiva sessuale, ma va interpretata in senso ampio come “dedizione fisica e spirituale di un coniuge all’altro”; in questa prospettiva la nozione di fedeltà finisce col coincidere con quella della lealtà: l’obbligo di lealtà permane durante il temporaneo allontanamento di un coniuge dalla residenza famigliare, mentre si ha cessazione dell’obbligo una volta che sia stata emessa l’autorizzazione del presidente del tribunale a vivere separatamente.
L’OBBLIGO ALL’ASSISTENZA E ALLA COLLABORAZIONE  l’obbligo di assistenza morale e materiale può essere interpretato, in una prospettiva generale, quale dovere dei coniugi di proteggersi a vicenda e di proteggere la prole. Più in particolare il profilo morale dell’assistenza riguarda il sostegno reciproco nell’ambito affettivo, psicologico e spirituale, il profilo materiale dell’assistenza riguarda invece l’aiuto che i coniugi, nella vita di tutti i giorni, debbono fornirsi reciprocamente. L’obbligo alla collaborazione richiede di operare per stabilire e mantenere le condizioni più adeguate all’unità e continuità del gruppo familiare attraverso l’individuazione concorde e la soddisfazione solidale dei bisogni comuni.
L’OBBLIGO DELLA COABITAZIONE E FISSAZIONE DELLA RESIDENZA FAMILIARE  la coabitazione si riferisce all’abitare sotto lo stesso tetto, definizione che non va letta solo in chiave materiale in quanto si deve ritenere che il termine coabitazione voglia riferirsi al concetto di comunione di vita. nell’odierno sistema i coniugi fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. L’art. 45 comma 1 cc stabilisce che ciascuno dei coniugi ha il proprio domicilio nel luogo in cui ha stabilito la sede principale dei suoi affari o interessi. Nel caso in cui i coniugi siano costretti a dimorare abitualmente nel luogo in cui hanno eletto il proprio domicilio, e dunque ad allontanarsi stabilmente dalla residenza comune, mancherà una residenza familiare in senso proprio: l’unità della famiglia non sarà comunque compromessa, almeno fino a quando permanga l’intento di dare vita ad una piena unione.
LA CONTRIBUZIONE AI BISOGNI DELLA FAMIGLIA  la legge stabilisce che entrambi i coniugi sono tenuti a contribuire ai bisogni della famiglia e a mantenere, istruire ed educare la prole in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la propria capacità di lavoro professionale o casalingo. L’obbligo di contribuzione rimane per tutta la durata della convivenza e anche nel caso di allontanamento senza giusta causa.
LA RILEVANZA ESTERNA DELL’OBBLIGO DI CONTRIBUZIONE  si tratta di stabilire se il coniuge che non sia intervenuto nella conclusione di un contratto stipulato tra l’altro coniuge ed un terzo per soddisfare esigenze della famiglia sia comunque responsabile nei confronti del terzo creditore per le obbligazioni sorte dal contratto. Normalmente il coniuge contraente è responsabile in prima persona, senza impegnare in alcun modo l’altro, anche quando l’obbligazione è diretta a soddisfare l’interesse della famiglia. Tuttavia un coniuge è responsabile delle obbligazioni assunte in suo nome dall’altro, oltre che nei casi in cui vi sia stato il conferimento di una procura espressa o tacita.
IL COGNOME DELLA MOGLIE E LA SUA CITTADINANZA  l’art. 143 bis cc stabilisce che la donna aggiunge al proprio il cognome del marito. La moglie conserva il cognome del marito durante lo stato vedovile, finché non passi a nuove nozze. La legge stabilisce che la perdita del cognome del marito, in caso di nuove nozze o di divorzio, può essere evitata qualora la donna abbia particolari interessi meritevoli di tutela a conservare. L. 5 febbraio 1992 n° 9  attribuisce alla donna maritata con un cittadino straniero il diritto a conservare la cittadinanza italiana tranne esplicita rinuncia, anche se per effetto del matrimonio o mutamento di cittadinanza da parte del marito abbia acquistato una diversa cittadinanza.
L’ACCORDO DELL’INDIRIZZO E DELLA VITA FAMILIARE l’art. 144 cc stabilisce che i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. L’odierno modello della vita famigliare si basa dunque su una direzione congiunta del gruppo, il che al contempo non esclude che in singoli, al suo interno, possano esercitare poteri volti a realizzare interessi della comunità. Art. 145 cc  se i coniugi non raggiungono spontaneamente l’accordo possono ricorrere all’intervento di un terzo che è chiamato a svolgere un’attività di supporto a beneficio della famiglia i crisi. Entrambi i coniugi in caso di disaccordo possono richiedere l’intervento del giudice. La funzione primaria di tale intervento sembra quella di tutelare la famiglia i crisi, di impedire rotture irreparabili.
L’ALLONTANAMENTO DALLA RESIDENZA FAMILIARE  l’art. 146 cc stabilisce che se uno dei coniugi si allontani senza giusta causa perde il diritto all’assistenza morale e materiale. L’allontanamento è tale se intenzionale e duraturo; inoltre vi sia o meno una giusta causa, occorre che la residenza familiare sia stata volontariamente concordata da entrambi i coniugi e che, pertanto, l’allontanamento non sia dovuto ad un dissenso, se pur sopravvenuto, circa la fissazione della stessa. Secondo le circostanze il giudice può ordinare il sequestro dei beni del coniuge che si è allontanato affinché non si sottragga all’obbligo di contribuzione e al mantenimento della prole. Pertanto il coniuge allontanatosi deve adempiere a tutti gli obblighi previsti dall’art. 143 comma 2 cc, tranne quello di coabitazione.
LA LEGGE SULLA VIOLENZA FAMILIARE  artt. 342 bis e 342 ter  il primo stabilisce che quando la condotta del coniuge o di un altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, il giudice può adottare con decreto uno o più provvedimenti fra quelli espressamente individuati nell’art. 342 ter. , secondo cui è dato imporre al coniuge o al convivente responsabile dell’abuso, oltre che la cessazione della violenza, anche l’allontanamento dalla casa familiare, prescrivendogli altresì, se necessario, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima. Se il coniuge allontanato è colui che provvedeva alla famiglia, il giudice può imporgli il pagamento periodico di un assegno a favore dei familiari e le modalità di tale pagamento.


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