Diritto, papiri e scrittura seconda edizione



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DIRITTO, PAPIRI E SCRITTURA

SECONDA EDIZIONE

Riveduta ed ampliata

PREMESSA

Il testo, che si configura come parte generale di un manuale di Papirologia giuridica, amplia l’ambito tradizionale della disciplina, dilatando la trattazione sino a ripercorrere le tappe dell’evoluzione della scrittura ed a prendere in considerazione le funzioni di essa in campo giuridico, con particolare riferimento al diritto romano.

La seconda edizione del testo, ormai lungamente sperimentato, mira ad ampliare le principali tematiche, fornendo nuove prospettive, approfondimenti ed una bibliografia aggiornata.


INDICE

I - INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA

PAPIROLOGIA GIURIDICA

1 - La Papirologia disciplina “ausiliaria” delle

scienze storiche

2 - I diversi tipi di materiale scrittorio

3 - Periodi storici e caratteristiche della

Papirologia giuridica

4 - Breve storia della disciplina

5 - Storia e funzione della scrittura,

con particolare riferimento alla scrittura

greca e latina dei papiri




II - LIBRI E DOCUMENTI




A - I LIBRI


1 - Libri, biblioteche e vicende editoriali.

2 - Dal volumen al codex

3 - I papiri e le opere della giurisprudenza classica

4 - I papiri e le codificazioni postclassiche

5 - I papiri e il Digesto




B - I DOCUMENTI


1 - Documenti scritti e documenti non scritti

2 - Cenni sul documento greco ed ellenistico

3 - Cenni sul documento romano

Sigle ed abbreviazioni
O. Douch – Collezione di óstraka, ritrovati in una fortezza a Kysis nell’Oasis Maior, si ricollegano all’annona militare del IV sec. d.C.
O. Claud. – Collezione di óstraka, ritrovati nella fortezza di Mons Claudianus.
P. Amherst – Collezione di papiri tolemaici, romani e bizantini raccolti grazie al mecenatismo di Lord Amherst.
P. Ant. – Collezione di papiri e tavolette cerate da Antinöe (Antinoopolis) dell’Egypt Exploration Society conservata nel British Museum.
BGU – Berliner griechischen Urkunden. Collezione in quasi venti volumi di papiri, óstraka e tavolette cerate del Museo di Berlino. Nel V volume è stato pubblicato il testo del Gnomon dell’Idioslogos.
P. Bon. – Collezione di papiri dell’Università di Bologna.
P. Cattaui v. – Papiro opistografo iscritto sul verso, ripubblicato nella crestomazia di Mitteis (Chr. M.).
P. Col. – Collezione di papiri della Columbia University.
P. Dura – Collezione di papiri trovati a Dura Europos sull’Eufrate e comprendenti l’archivio della ventesima Coorte dei Palmireni.

P. Fay. – Collezione di papiri dalle città del Fayûm.


P. Flor. – Collezione fiorentina in tre volumi di testi documentari e letterari.
PGU – Collezione di papiri dell’Università di Genova.
P. Giessen (P. Giss.) – Collezione di centoventisei papiri greci di età tolemaica, romana e bizantina, pubblicata nel 1910-12 da Kornemann e Meyer. Tra questi un frammento di rotolo posteriore al 215 d.C. con tre costituzioni di Caracalla. La prima sembra essere la constitutio Antoniniana de civitate.
P. Hal. – Collezione di disposizioni legislative del III sec. a.C. pubblicata dall’Università di Halle (Germania).
P. Heid. - Collezione di papiri dell’Università di Heidelberg.
P. Hercul. – Collezione dei papiri di Ercolano, ritrovati nella c.d. Villa dei Papiri, di contenuto prevalentemente filosofico.
P. L. Bat. – Collezione di papiri ed óstraka dell’Istituto di Papirologia di Leida.
P. Louvre (P. Par.) – Collezione di papiri del Museo del Louvre di Parigi.
P. Med. – Collezione di papiri della Scuola di Papirologia dell’Università Cattolica di Milano.
P. Merton – Collezione di papiri letterari e documentari di varia epoca raccolti da W. Merton.

P. Mich. – Collezione in quasi venti volumi di papiri, tavolette ed óstraka dell’ Università del Michigan.



P. Mil. Vogliano – Collezione di papiri dell’Università di Milano in quasi dieci volumi editi da Vogliano ed altri studiosi.

P. Oxy. - Collezione dei papiri di Ossirinco in quasi sessanta volumi.


P. Reinach (P. Rein.) – Collezione di papiri greci e demotici pubblicati da Th. Reinach e dall’ Università di Parigi.
P. Ryl. – Collezione di papiri della John Rylands Library Manchester.
PSI – Collezione di Papiri della Società Italiana per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto.
P. Strass. – Collezione di papiri greci romani e bizantini della Biblioteca Nazionale e dell’Università di Strasburgo.
P. Tebt. – Collezione di documenti tolemaici e romani da Tebtunis.
P. Vindob. G. – Collezione di papiri greci della Biblioteca Nazionale di Vienna.
P. Yadin –Yigael Yadin, archeologo israeliano, ha dato il nome a questa raccolta di tre gruppi di documenti del II sec. d.C. trovati nella “Cava delle Lettere” nei pressi del Mar Morto e connessi con la rivolta antiromana di Bar Kokhba.
P. Yale - Collezione di papiri della Yale University.

T. Iucund. – Archivio di tavolette cerate del banchiere pompeiano Lucio Cecilio Giocondo anteriore al 62 d.C. e relativo prevalentemente a quietanze (apochai) per somme erogate dal banchiere in occasione di acquisti di clienti in vendite all’asta.

T. Herc. – Tavolette di Ercolano, studiate e pubblicate dal 1927 al 1953 da Arangio Ruiz e Pugliese Carratelli.


TP. Sulp. – Archivio puteolano dei Sulpicii, ritrovato a Pompei nel 1959 in località Murecine.

I - Introduzione allo studio della Papirologia giuridica


1 - La Papirologia disciplina “ausiliaria” delle scienze storiche


Il moderno concetto di scienza si basa, come è noto, sulla possibilità di una verifica costante dei dati e la Papirologia, che ha per oggetto la lettura e l’interpretazione degli scritti su papiro, non solo consente di effettuare riscontri e verifiche delle conoscenze sul mondo antico, ma suscita grande emozione quando permette di percepire con vivida immediatezza il vissuto dei nostri predecessori. Lo studio dei papiri in altri termini offre, oltre all’evidente vantaggio dell’acquisizione di nuovi dati, la possibilità di cogliere intimi ed insospettati particolari della vita pubblica e privata degli antichi; di percepire cioè “il calore residuo delle esistenze che furono, le pedate furtive della storia minore, quasi sempre più maestra d’ogni altra”1.

La Papirologia è, dunque, disciplina cosiddetta “ausiliaria” delle scienze storiche, come l’Archeologia, l’Epigrafia, la Paleografia, la Numismatica, etc..., ma al pari di queste gode di una sua autonomia per la specificità intrinseca della materia e per l’ampiezza e varietà dei settori che abbraccia.

I papiri infatti contengono informazioni relative ai più svariati campi - dalla letteratura alla filosofia, dal diritto alla religione, dalla sociologia alla medicina, dall’antropologia alla magia - ed hanno grandemente contribuito ad allargare le conoscenze, persino in settori come l’ingegneria, l’idraulica, l’astronomia, la cosmetica, la musica o la strategia militare2. Seppur specifiche sono le aree in cui essi operano, non trova più alcuna giustificazione, oggi, la proposta, fatta da Wilcken, di espungere i papiri letterari in lingua greca e latina dall’ambito della stessa Papirologia e di assegnarli per il loro contenuto, alla storia della letteratura.

Se si intende recuperare la memoria storica, ricostruendo la cultura del passato, al fine di una maggiore consapevolezza di sè e di una migliore comprensione della complessità del presente - obiettivo primario di ogni indagine storica - è evidente che la suddivisione in discipline diverse acquista un significato eminentemente pratico. In un’epoca di smisurato incremento delle conoscenze e di assai spinta specializzazione dei saperi, non è forse inutile ribadire con forza la fondamentale unitarietà della Scienza ed in particolare della Storia.

E’ stato osservato che nello studio del mondo antico è regola costante per gli specialisti tendere fatalmente a privilegiare i rispettivi campi d’indagine, salvo le eccezioni costituite da pochi eminenti studiosi che, dominando il particolare, mirano ad una visione d’insieme e ad una sintesi. Si finisce invece spesso col prendere in considerazione nella prospettiva limitata dei “proprî” documenti solo alcuni dei molteplici parametri che potrebbero essere utilmente impiegati (come il supporto scrittorio, gli aspetti paleografici, filologici o contenutistici di un testo), fornendo fatalmente “una versione di uno stesso originale” e ponendo un limite così all’interpretazione di ciò che era in realtà un insieme unitario3. “Inoltre, una volta che bene o male la storia del documento sia stata ricostruita - e sovente un po’ troppo rapidamente o troppo parzialmente - ciascuno passa a ciò che è ai propri occhi essenziale”4, finendo magari per porre in primo piano una storia individuale, a scapito di una ricostruzione generale che l’“histoire des documents” è invece potenzialmente in grado di esprimere.

Se dunque nel più vasto quadro dello studio della Storia, la Papirologia appare indissolubilmente correlata ad altre discipline come l’Archeologia, l’Epigrafia, la Paleografia, non v’è dubbio che essa, mantenendo la propria specificità, deve tendere ad una ricostruzione storica globale.

Anche la distinzione tra Papirologia e Papirologia giuridica appare giustificabile solo da un punto di vista pratico. Il papirologo mira soprattutto alla lettura ed alla pubblicazione dei testi, divulgando indifferentemente il testo di una poesia antica o di un’ordinanza prefettizia5; colui che si può avvalere anche della conoscenza del diritto, tende alla valutazione complessiva degli aspetti giuridici dei testi papiracei, anche già editi, in quanto la competenza nel campo giuridico gli consente di cogliere problematiche d’insieme di particolare interesse per la comprensione dell’esperienza del diritto moderno.

Se è più agevole cogliere la differenza tra Papirologia e Paleografia, in quanto la prima, pur avvalendosi dello studio della scrittura antica, oggetto specifico della Paleografia, non si limita ad esso soltanto, ma si estende all’esegesi dei testi, più sfumato è invece il confine con l’Epigrafia6. A prima vista sembra evidente la differenza da un lato tra epigrafi, cioè iscrizioni redatte su materiali durevoli come pietra, marmo, bronzo, rame, piombo, e papiri dall’altro, la cui durata in condizioni ordinarie non dovrebbe protrarsi al di là di un cinquantennio, in quanto, macchiati e rosi dalle tarme, divengono quasi illegibili. In realtà la distinzione fondata sul tipo di materiale scrittorio utilizzato appare anche in questo caso meramente di comodo. Non solo esistono materiali scrittori che si è incerti se ascrivere ad una delle due specifiche discipline (tavolette di legno cerate, óstraka, cioè iscrizioni su frammenti di terracotta, tabelle plumbee), ma si possono riscontrare dei casi limite, quando, ad esempio, tra i rotoli papiracei del Mar Morto è stato rinvenuto un testo del tutto simile agli altri, redatto però su di una sottile lamina di rame.

Riguardo alla funzione delle iscrizioni nella vita antica si è parlato di una vera e propria “civilisation de l’épigraphie7. Ma, per postulare una demarcazione tra Papirologia ed Epigrafia non ci si può basare neppure sulla distinzione tra l’uso ufficiale delle epigrafi, destinate a durare nel tempo, e quello privato ed individuale della documentazione papiracea, che non solo non era destinata alla posterità, ma spesso neppure ad un pubblico. Sovente documenti ufficiali sono stati tramandati proprio attraverso i papiri, oltre che nelle epigrafi, e viceversa iscrizioni su materiali durevoli hanno trasmesso testimonianze meramente private, come nel caso delle epigrafi delle mortuorum laudationes, la c.d. laudatio Turiae, che contiene le lodi intessute nel I sec a.C. dal marito nei confronti della moglie defunta, insieme al racconto di alcuni importanti eventi storici dell’ultima Repubblica e all’esposizione di interessanti questioni giuridiche e sociali8.

Seguendo il criterio della distinzione tra uso pubblico e privato occorrerebbe espungere l’immensa mole di vivaci iscrizioni parietali pompeiane dall’ambito specifico dell’epigrafia. Gli antichi poi attribuivano alla scrittura scopi ben diversi dagli attuali, privilegiando in genere la funzione della conservazione di un testo nel tempo, piuttosto che quella di diffusione di uno scritto nello spazio9 . L’affissione in pubblico non sempre veniva effettuata a scopo di pubblicità e di divulgazione, ma spesso per ragioni simboliche o sacrali, essendo la scrittura carica di valori e significati profondamente diversi dagli attuali.

Anche questa volta dunque la distinzione tra le discipline si pone da un punto di vista pratico ed è evidenziata dal fatto che le tecniche di esecuzione di iscrizioni su materiali durevoli, coll’impiego di righe, compassi e squadre, presupponevano abilità ben diversa da quella necessaria agli antichi scribi dei papiri. La differenza tra scalpellino e scriba è in fondo oggi riflessa in quella fra i moderni interpreti: epigrafisti da un lato e papirologi dall’altro.

Ben più importante è osservare che tanto epigrafi che papiri offrono una base documentaria per la storia antica che appare frammentaria, casuale e soprattutto condizionata da fattori ambientali. Una serie di filtri si frappongono tra l’osservatore e l’oggetto del suo studio10: circostanze locali, climatiche, o di varia natura possono aver contribuito a selezionare una documentazione11 che di per sè rappresentava già nel momento del suo concepimento una scelta. “Il tempo e il caso hanno scelto per noi le testimonianze che si sono conservate”12. Lo scritto, ironico, di Umberto Eco dal titolo “Frammenti13 , che immagina la ricostruzione in un lontano futuro della nostra società sulla base di pochi frustuli ritrovati e dei conseguenti, paradossali equivoci, illustra efficacemente i limiti e la drammaticità delle condizioni delle suddette testimonianze umane.

Se conforto può esservi, valga a ciò la considerazione che la base documentaria offerta dai papiri e dalle epigrafi costituisce in fondo “per noi la migliore garanzia che la nostra comprensione del mondo antico non è destinata ad essere statica”14, ma attraverso questa via può risultare sempre suscettibile di arricchimento e di una costante trasformazione15.

2 - I diversi tipi di materiale scrittorio


Un sistema di trasmissione di segni, che possono essere non solo simboli grafici, ma anche veri e propri oggetti, può avvalersi dei più diversi tipi di materiale: argilla, metallo, pietra, legno, cuoio, stoffa, fogliame, terracotta, carta di papiro o di stracci ed ora anche di supporti magnetici16. Il più diffuso materiale scrittorio dell’antichità classica, oltre la pietra, fu costituito dalla carta di papiro, ma furono ampiamente utilizzate anche tavolette lignee, pergamena, pelli, óstraka, lamine plumbee o di altri metalli, e persino cordicelle annodate (come nel caso dei quippus peruviani).

Secondo Plinio e Varrone i più antichi materiali scrittori furono le foglie di palma e le fibre (libri) di certi alberi17, ma è stato osservato che “le più antiche testimonianze della grafia romana, falisca ed etrusca non presentano l’aspetto arrotondato che assumono i caratteri scritti con uno stilo su foglie di palma”18. Le moderne espressioni “foglio”, “libro” (liber = scorza), “codice” (codex = tronco, pezzo di legno) traggono comunque la loro origine dal mondo vegetale. “In seguito si cominciarono a registrare i documenti pubblici su rotoli di piombo, poi a fissare anche quelli privati, su tela o su tavolette cerate”. In realtà i più antichi archivi pervenutici sono costituiti, come è noto, da tavolette d’argilla e la pratica descritta da Plinio della registrazione su lamine plumbee può essere forse ascritta al mondo greco arcaico.

Secondo Pausania una copia del testo ”Le opere e i giorni” di Esiodo si conservava in Beozia su lamine di piombo, ma l’uso di scrivere su piombo si mantenne a lungo, soprattutto per testi di maledizione (defixiones plumbeae) o magici a causa del potere venefico del relativo ossido.

E’ recente la pubblicazione di uno straordinario testo del V sec. a.C. su laminetta di piombo di una lex sacra da Selinunte, incastonata in un kýrbis, in un modo cioè per la prima volta riscontrato, che consentiva la rotazione del testo fissato orizzontalmente su di un perno nella parte mediana, come è documentato letterariamente per Atene, dove le leggi di Solone furono scritte agli inizi del V sec. a.C. su tavole siffatte inserite in kýrbeis19. Sembra che il tenore della lex sacra di Selinunte per la purificazione da omicidio indichi che il controllo dei luoghi di culto non sia più dei fondatori della città e che ciò rifletta già una coscienza politica nei cittadini-opliti che costituivano il dámos selinuntino, pur permanendo immutato il potere di singoli e di gruppi familiari20.

Anche la Tabula Cortonensis, della fine del Iii sec. a.C. - inizi II sec. a.C., contenente la registrazione su lamina bronzea di una transazione tra due famiglie etrusche - in un periodo per il mondo romano di fondamentale importanza per lo sviluppo del sistema contrattuale del ius gentium - appare imperniata per consentire la rotazione e la lettura del testo retrostante in senso verticale e non orizzontale, come nella legge di Selinunte. Si potrebbe così forse spiegare la differenza tra i kýrbeis e gli áxones, i primi ruotanti intorno ad un asse orizzontale, i secondi intorno ad un asse verticale. La Tabula Cortonensis sarebbe allora il primo caso di áxon, finora ritrovato21.

Sembra confermata la notizia di Plinio relativa all’antichità dei libri su tessuto di lino (libri lintei), materiale scrittorio prevalentemente italico collegato all’impiego sacrale di tale pianta. Livio afferma che testi di tal genere erano conservati nel 344 come libri magistratuum a Roma nel tempio di Giunone Moneta22. Di lino erano i libri contenenti gli oracoli relativi al destino di Roma (libri Sybillini). Ripiegati “a soffietto” possono essere osservati su sarcofaghi etruschi del IV sec. a.C. Anche in un più tardo bassorilievo romano (I sec. a.C. - I d.C.) della Galleria degli Uffizi a Firenze e relativo alla bottega di un venditore di tessuti, un liber linteus - simile ad un codice ligneo, ma con pieghe alle estremità delle pagine riquadrate - è proposto da un mercante tra cuscini e stole all’acquisto da parte di una famiglia patrizia, che avrebbe potuto ancora registrarvi i ricordi familiari23. In tale contesto, non avrebbe avuto alcun senso esibire tavolette lignee. Ancora alla fine dell’età classica l’imperatore Aureliano utilizzava con valenza simbolica libri lintei per stendere commentarii pubblici.

A noi è pervenuto un unico superstite manufatto del II sec. a.C. in lingua etrusca: il liber linteus di Zagabria. Si tratta di una benda di mummia, originariamente iscritta in colonne, marcate da linee verticali rosse. Le colonne di scrittura appaiono più larghe di quanto non siano nei rotoli di papiro, ma, come in quel caso, perpendicolari alla lunghezza della striscia. La struttura “a soffietto”, colonna contro colonna come indicano le pieghe, determinava uno spessore doppio di ogni pagina e l’utilizzazione sequenziale di un lato del telo, come nel volumen. Il manufatto, che doveva essere protetto da una parte terminale avvolgente che fungeva da copertura, appariva dunque come un rudimentale codice le cui pagine potevano essere sfogliate e alternativamente lette, ma a differenza del più evoluto formato librario non presentava la caratteristica alternanza recto - verso24.

Appare dimostrata l’attribuzione ad un periodo molto antico anche delle tavolette lignee25: nel relitto di una nave etrusca nell’isola del Giglio, che risale agli inizi del VI sec. a.C., è stata ritrovata una tavoletta cerata non ancora iscritta ed una tavoletta scrittoria con cerniere in avorio si riscontra nel ben più antico relitto del XIV sec. a.C. di Ulu Burun26. Altre tavolette cerate in avorio dell’VIII e VII sec. a.C. erano state in precedenza ritrovate in Assiria27; e in Egitto raffigurazioni tombali del XIV sec. mostrano scribi con tavolette scrittorie nell’atto di registrare le merci sul punto di essere sbarcate da navi siriane. Due rilievi neo-hittiti del IX e VIII sec. sembrano mostrare la presenza di tavolette28 ed anche in un rilievo etrusco della fine del VI, inizi del V sec. a.C. proveniente da Chiusi e conservato nel Museo Archeologico di Palermo appare uno scriba con tavolette scrittorie che registra premi assegnati da un governante assiso in un tribunal29. Già Erodoto nel V sec. a.C. accennava ad informazioni segrete portate in Grecia su tavolette durante le guerre persiane, nascoste al di sotto dello strato cerato30. Tutto ciò dimostra che l’uso di tavolette lignee come materiale scrittorio, soprattutto per testi documentari, fu ben più antico delle testimonianze di III sec a.C. di provenienza egiziana talvolta indicate 31.

Come già osservava Plinio “sappiamo da Omero che l’uso delle tavolette per scrivere esisteva anche prima dell’epoca della guerra di Troia”. Infatti ad esse si riferisce l’episodio omerico di Preto che aveva dato a Bellerofonte una “tavoletta ripiegata” con segni costituenti una condanna a morte dell’ignaro messaggero32. Alcuni studiosi ritengono addirittura che i diversi episodi dei poemi omerici si riferiscano a testi staccati redatti su tavolette scrittorie, e poi variamente composti33.

In realtà la riluttanza in dottrina ad ammettere l’impiego delle tavolette in età assai antica deriva dal fatto che esse sono state considerate un tipico materiale scrittorio dell’Occidente e, in questo ambito, indubbiamente la scrittura ha avuto una diffusione assai più circoscritta e tarda rispetto all’Oriente.

Le tavolette lignee impiegate come materiale scrittorio potevano essere grezze, imbiancate o cerate. In età greco romana queste ultime furono le più diffuse, mentre le tavolette imbiancate furono prevalentemente destinate ad essere affisse in pubblico (albo). Le tavolette cerate venivano ricavate da un unico pezzo di legno, in modo da avere venature simili e scoraggiare così eventuali sostituzioni. La singola tavoletta veniva scavata, risparmiando una cornice ai margini e negli esemplari di maggiori dimensioni veniva lasciato qualche piccolo tratto centrale, per evitare che, flettendosi le tavolette al centro, potesse all’interno essere danneggiata la scrittura. Trovano così spiegazione anche i “piedini” menzionati in alcuni papiri in riferimento all’acquisto di tavolette sul mercato. Alcuni codici lignei redatti su ampie e sottili tavole di bosso, acacia o salice, come quelli trovati a Dakhleh34 e dotati di supporti di cuoio incollati, sembrano offrire la prova archeologica di ciò. All’interno delle tavolette veniva cosparsa la cera, che era in realtà una gumma ricavata dalla resina degli alberi da frutta. Lo strato cerato si incideva con uno stilus. Alla scriptura interior, tracciata graphio, si accompagnava sovente una scriptura exterior con inchiostro (atramento), composto da gumma e nerofumo. Visto che cornice ed umbone centrale finivano per evitare l’adesione di più tavolette tra loro o fenomeni di abrasione della scrittura, era allora possibile riunire insieme più tavole in dittici, trittici o codici lignei, talvolta muniti di fodera di cuoio ansata (codices ansati). In un trittico le pagine seconda, terza e quinta erano incerate; la prima, la quarta e la sesta, che non potevano essere incavate per insufficienza di spessore, venivano lasciate lisce. La scrittura esterna era tracciata sulla prima o quarta pagina di un dittico o sulla quinta pagina cerata di un trittico ed eventualmente ad inchiostro anche sulla quarta pagina. La scrittura interna dei documenti giuridici veniva sigillata mediante legamenti e solo in caso di contestazione dello scritto esterno veniva data lettura della scriptura interior, in presenza dei testimoni che avevano apposto i sigilli. La doppia scrittura, dunque, insieme alle venature delle tavole lignee, concorreva ad assicurare l’autenticità del testo e traeva probabilmente origine da antichissime pratiche orientali, come mostrano alcuni testi degli inizi del secondo millennio a.C., sigillati in tavolette d’argilla e riassunti in involucri esterni35. I testamenti romani, redatti su trittici o polittici, comprendevano una parte interna segreta e suggellata con le ultime volontà (ad es. le pagine seconda e terza di un trittico), oltre ad una parte pubblica, contemplante le formalità di rito (le pagine quinta ed eventualmente sesta).




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