Discorsi costituzionali nel Risorgimento italiano



Scaricare 61 Kb.
28.11.2017
Dimensione del file61 Kb.

6. Discorsi costituzionali nel Risorgimento italiano
Gli avvenimenti che hanno interessato principalmente la Francia tra il 1789 e il 1815 hanno avuto un’ineliminabile ripercussione nell’intera Europa. I francesi hanno fatto conoscere al continente nuovi modelli politici, istituzionali e ideologici: la monarchia costituzionale, la repubblica democratica radicale, la repubblica moderata borghese, l’esercito di popolo, la leva militare di massa, la certezza del diritto, l’uguaglianza formale tra i cittadini. Con il rinnovamento giuridico e burocratico impresso da Napoleone, la Francia ha concretamente, tramite l’esportazione dei propri ordinamenti, trasmesso all’Europa il Codice civile, il centralismo amministrativo, un’efficiente burocrazia e un organizzato apparato poliziesco. L’eredità napoleonica, sia dal punto di vista istituzionale che da quello ideologico, diviene quindi uno dei problemi più complessi con i quali si devono confrontare i sovrani e i diplomatici che convengono nel 1815 a Vienna per dare corso a quell’opera che va sotto il nome di Restaurazione.

I fondamenti della Restaurazione sono i principi di equilibrio e di legittimità. In base al primo, è possibile alle diverse potenze europee blocchino sul nascere l’espansionismo territoriale di un singolo stato: deve prender evita un ordine internazionale basato sul compromesso, sul bilanciamento delle forze, sulla tranquillità, in modo che si possa assicurare una pace duratura. Secondo il principio di legittimità, è necessario riconoscere i naturali diritti dei sovrani che hanno governato prima dell’avvento di Napoleone. La carta geopolitica italiana è caratterizzata dal regno del Lombardo-Veneto, direttamente dominato dall’Austria; dal regno di Sardegna, sotto la dinastia dei Savoia; dal ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, nel quale governa Maria Luisa d’Austria; dal ducato di Modena e Reggio, sotto Francesco IV d’Asburgo; dal ducato di Lucca, governato da Maria Luisa di Borbone-Parma; dal Granducato di Toscana con Ferdinando III d’Asburgo-Lorena; dallo Stato pontificio e dal Regno delle Due Sicilie, formalmente di nuova formazione con l’unione dei Regni di Napoli e Sicilia, sotto la dinastia dei Borbone.

Il rispetto dell’ordine costituito, in Italia come nell’intera Europa, è garantito da un’organica intesa fra lo zar Alessandro I, il re di Prussia, Federico Guglielmo III, e l’imperatore d’Austria, Francesco II, che stilano un testo, dove si fondono principi religiosi, paternalismo politico, diritto divino dei sovrani e solidarietà per la difesa dello status restaurato, che è la base della cosiddetta Santa Alleanza.
La Santa Alleanza

Le Loro Maestà hanno convenuto gli articoli seguenti:

Art. 1. Conformemente alle parole delle Sante Scritture, le quali comandano a tutti gli uomini di riguardarsi come fratelli, i tre monarchi contraenti rimarranno uniti con legami di vera e indissolubile fratellanza, e considerandosi come patrioti, in qualunque occasione ed in qualunque luogo si presteranno assistenza, aiuto e soccorso; e considerandosi verso i loro sudditi ed eserciti come padri di famiglia, li guideranno nello stesso spirito di fratellanza da cui sono animati per proteggere la religione, la pace e la giustizia.

Art. 2. DI conseguenza, il solo principio in vigore, sia fra i detti governi, sia fra i loro sudditi, sarà quello di rendersi reciprocamente servizio, di manifestarsi con una benevolenza inalterabile le scambievoli affezioni da cui devono essere animati, di considerarsi tutti come membri di una medesima nazione cristiana, riguardandosi i tre Principi alleati, essi stessi, come delegati della Provvidenza a governare tre rami della stessa famiglia, cioè: l’Austria, la Prussia, e la Russia, dichiarando così che la nazione cristiana di cui Essi e i loro popoli fanno parte, non ha realmente altro sovrano se non quello a cui solo appartiene in proprietà il potere, perché in lui solo si trovano tutti i tesori dell’amore, della scienza e della saggezza infinita, cioè a dire Dio, il nostro Divin Salvatore Gesù Cristo, il Verbo dell’Altissimo, la parola di vita.

Le loro Maestà raccomandano in conseguenza con la più tenera sollecitudine ai loro popoli, come unico mezzo per godere di quella pace che nasce dalla buona coscienza, e che sola è durevole, di fortificarsi ogni giorno di più nei principi e nell’esercizio dei doveri che il Divin Salvatore ha insegnato agli uomini.

Fatto in triplo e sottoscritto a Parigi, l’anno di grazia 1815, il 24-26 settembre.

Francesco

Federico Guglielmo

Alessandro

(Critica e documenti storici, a cura di G. Galasso, Napoli, Il tripode, 1972)


La Santa Alleanza, ben presto, assume le caratteristiche di un’organizzazione politica e militare tesa alla repressione di ogni istanza liberale. L’opposizione politica si esprime quindi attraverso organizzazioni clandestine le società segrete, dove si discutono programmi politici che vanno dalla proclamazione di una costituzione all’instaurazione del regime repubblicano, alla piena sovranità popolare, alla collettivizzazione dei beni. Sono le società segrete a promuovere in Spagna e in Italia tra il 1820 e il 1821 i moti contro i regimi «restaurati». In Italia i moti hanno inizio nel Regno delle due Sicilia, su iniziativa di ufficiali appartenenti a una importante società segreta, la Carboneria. Obiettivo degli insorti è un documento costituzionale che riprenda le linee della Costituzione di Cadice, concessa nel 1812 da Ferdinando VII di Borbone agli spagnoli in guerra contro Napoleone. Tale costituzione ha carattere democratico, contempla il suffragio universale e dispone un sistema monocamerale (eliminando così la «camera alta» dove tradizionalmente vengono espressi pareri favorevoli ai valori conservatori o reazionari). Sua caratteristica, introvabile nelle precedenti costituzioni francesi, è il preciso riferimento alla religione cattolica.
La costituzione di Cadice del 1812

Art. 1. La Nazione spagnola è la riunione di tutti gli Spagnoli di ambedue gli emisferi.

Art. 2. La Nazione spagnola è libera e indipendente; e non è né può essere patrimonio di veruna famiglia o persona.

Art. 3. La sovranità risiede essenzialmente nella Nazione ed in conseguenza ad essa sola appartiene il diritto di stabilire le proprie sue leggi fondamentali […].

Art. 12. La Religione della Nazione spagnola è presentemente, e perpetuamente sarà, la Cattolica, Apostolica, Romana, unica vera. La Nazione la protegge con leggi sapienti e giuste, e vieta l’esercizio di qualunque altra Religione […].

Art. 172. Le restrizioni dell’autorità del Re sono le seguenti:

1. Non può il Re impedire sotto verun pretesto la riunione delle Corti nei tempi assegnati dalla Costituzione; né scioglierle, né sospenderle, né in maniera alcuna disturbarne le sessioni o deliberazioni. Chiunque gli desse aiuto o consiglio per qualsiasi di coteste operazioni, sarà dichiarato traditore e perseguitato come tale.

2. Non può il Re uscire dal Regno senza il consenso delle Corti, ed in caso di farlo, s’intenderà che abbia rinunziata la Corona.

3. Non può il Re alienare, né cedere, né rinunziare, né trasferire per verun conto ad altra persona la sua autorità reale, né veruna delle sue prerogative. Se volesse per qualunque motivo rinunziare il Trono al suo immediato Successore, non potrà farlo senza cognizione delle Corti […].

8. Non può il Re né direttamente, né indirettamente imporre contribuzioni, né chieder doni o pagamenti per verun oggetto né titolo: il decretare tali cose è proprio delle Corti […].

12. Il Re, prima di contrarre matrimonio, ne darà parte alle Corti per ottenerne il consenso; e nel caso che sposi senza consenso, s’intenderà che abbia rinunziato alla Corona.

13. Il Re, nella sua esaltazione al trono, o nell’assumere, dopo la minore età, il governo del Regno, presterà giuramento innanzi alle Corti sotto la formula seguente:

N. (Qui va il nome del Re) per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia spagnola, Re della Spagna, giuro nel nome di Dio, e sopra i Santi Vangeli: che difenderò e conserverò la Religione Cattolica, Apostolica, Romana senza permetterne verun’altra nel Regno; che osserverò e farò osservare la Costituzione politica, e le leggi della Monarchia spagnola, avendo sempre la mira in tutte le mie operazioni al bene e vantaggio di essa; che non alienerò, né cederò, né smembrerò veruna parte del Regno; che non esigerò mai frutti, né denaro, né verun’altra cosa, se non ciò che le Corti avessero decretato; che non toglierò mai a nessuno la proprietà, e rispetterò sopra ogni altra cosa la libertà politica della nazione, e la personale di ogni individuo. Se io operassi contro il mio giuramento o contro qualunque articolo di esso, non dovrò essere ubbidito; ed ogni operazione, con cui vi contravvenissi, sarà nulla e di nessun valore. Così facendo, Iddio mi aiuti e mi protegga, ed altrimenti, me ne domandi conto.

(da E. Anchieri, Antologia storico-diplomatica, Varese, ispi, 1941).


L’insurrezione napoletana viene repressa nel sangue, nella primavera del 1821. In seguito vengono adottate misure liberticide, finalizzate a prevenire ulteriori rigurgiti rivoluzionari. Particolare attenzione viene riservata agli studenti, sottoposti a un severissimo controllo e lusingati, nel caso non si facciano influenzare da propositi sovversivi, da allettanti promesse circa il loro futuro.
Un decreto di re Ferdinando I agli studenti di Napoli (4 aprile 1821).

L’animo nostro paterno, inteso più a prevenire che a punire le colpe, sente compassione di molti giovani sedotti o dal qualche loro maestro speculatore di rivoluzioni, o da certi moderni libri faziosi, o dal contagio morale di pericolosi compagni. Sicuri che l’età, l’esperienza e le non chimeriche cognizioni apriranno col tempo i loro lumi alla luce della verità; per agevolare un siffatto disinganno, sulla proposizione del nostro direttore della real segreteria di Stato degli affari interni, abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:

Art. 1. Tutt’i giovani studenti che appartengono ai comuni delle diverse province del Regno, i quali dopo le cominciate ferie estive rimangono in Napoli senza veruna occupazione, si restituiranno fra ‘l termine di otto giorni nel seno delle proprie famiglie. Quivi continueranno gli studi camerali fino alla riapertura della regia Università, in seguito de’ nuovi regolamenti che ci riserbiamo di emanare a fin di renderla più operativa e più utile.

Art. 2. Coloro che ricuseranno di uniformarsi a questa disposizione saranno sottoposti alla sorveglianza della polizia, e considerati come vagabondi.

Art. 3. Gl’intendenti delle provincie insinueranno ai padri, od a chiunque ne faccia le veci, che, riprendendo l’autorità loro conceduto dalla natura e dalla legge, procurino di estirpare dall’animo de’ loro figliuoli qualunque germe maligno, onde renderli atti a ricercare nel pubblico bene la propria felicità.

Art. 4. Quegli studenti che appartengono a famiglie dimoranti nella capitale, dovranno al termine di ogni mese provvedersi di attestato del proprio privato maestro, non meno sull’applicazione, che su’ costumi. Senza di siffatto documento resteranno esclusi da’ gradi accademici di qualunque facoltà.

Art. 5. I maestri privati, e quei che hanno particolari giovani a pensione, dovranno presentare fra otto giorni un distinto elenco de’ loro alunni, accompagnato da una memoria riservata circa la condotta religiosa, politica, e morale di ciascuno di essi.

Art. 6. Quei giovani studiosi, che serberanno illibata condotta per l’avvenire, acquisteranno un titolo non solo a promozioni, ma eziandio a qualche sussidio nel loro tirocinio.

(da D. Mack Smith, Risorgimento italiano, Bari, Laterza, 1968)

Proprio mentre a Napoli le forze borboniche, con l’intervento austriaco, restaurano l’assolutismo monarchico, nel Piemonte sabaudo scoppiano moti rivoluzionari. Anche in questo caso le truppe austriache riescono ad avere ragione dei rivoltosi. La dura politica repressiva seguita in tutta Italia non fa che spegnere le speranze dei costituzionalisti, che auspicano un rinnovamento dei regimi vigenti grazie alla concessione di una carta che mitighi il reazionario assolutismo dei monarchi italiani.

Fra il 1830 e il 1831 una nuova ondata rivoluzionaria scuote l’Europa. Moti scoppiano in Francia, nei Paesi Bassi e in Polonia. In Francia le agitazioni hanno un carattere liberale e sono funzionali all’instaurazione della monarchia parlamentare di Luigi Filippo d’Orléans. Nei Paesi Bassi e in Polonia i moti sono di carattere nazionalista: nel primo caso portano alla nascita del Belgio, nel secondo vengono repressi con violenza dalle truppe russe. Anche in Italia, nei ducati di Modena e Parma e nello Stato pontificio viene organizzata un’insurrezione, nota oggi come «congiura estense», per aver goduto in principio dell’appoggio del duca di Modena Francesco IV, che nei moti di carattere liberale ravvisa un modo per ampliare i confini del proprio Stato. È lo stesso Francesco IV, timoroso di un intervento massiccio dell’Austria, a ritirare il suo appoggio ai rivoltosi, che dopo l’insurrezione riescono a formare un governo provvisorio nel febbraio del 1831. Tuttavia, non giunge ai rivoluzionari l’atteso aiuto dalla Francia liberale mentre l’intervento militare dell’Austria riporta nel marzo seguente lo status quo ante nell’Italia centrale. L’avvenimento, malgrado il sostanziale fallimento, riaccende le speranze di tutti coloro che auspicano un rinnovamento politico nella Penisola. Particolarmente forte è il tema dell’unità e dell’indipendenza d’Italia, un tema che comincia a imporsi con forza a fronte delle rivendicazioni costituzionali che avevano caratterizzato le insurrezioni del 1820 e del 1821, come dimostra la seguente pagina che contiene un appello scritto da esuli italiani a Parigi nel 1830:
Al popolo italiano, dalle Alpi alla Sicilia

Amici e Fratelli.

La Fracnia, il Belgio, gli Svizzeri e la Polonia gridano libertà e questa beata voce fu valorosamente ripetuta dai nostri concittadini di Modena e di Bologna; noi accorriamo per unire le nostre voci e le nostre braccia a pro della libertà italiana.

Libertà; sì libertà universale dalle Alpi alla Sicilia, e, per ricuperare un tanto bene si trascuri ora ogni interesse, ogni comodo, e s’impugnino da tutti le armi a sterminio dei tiranni, e di chiunque dentro, o fuori tentasse di sostenerli.

Non può esistere libertà senza indipendenza, né indipendenza senza forza, né forza senza unità. Adopriamoci dunque acciò l’Italia sia in breve Indipendente, Una e Libera.

Tocca agli Italiani comandare in Italia che fu purtroppo preda degli esteri dominatori. Qui sia il Popolo solo padrone: qui regni l’eguaglianza e l’amore, qui abbia ferma sede la felicità di tutti.

Popolo misero, Popolo che vivi nello stento e nella fatica! La libertà ti chiama ad una nuova vita, e coloro che oggidì la desiderano, e la invocano, non avran pace finché le cose politiche non siano sistemate in modo che non siavi più un uomo solo, che lavorando moderatamente non viva libero, ed agiato.

Nobili e Plebei, Ricchi e Poveri, ora gli stessi lacci v’avvincono, e tutti a servire siete costretti pochi tiranni, che per serbare il potere, si fanno essi pure servi del truce Alemanno, il quale spietato tracanna il vostro sangue, e si pasce delle vostre lagrime. Muoia l’Austriaco, periscano i Re, s’infrangano le corone, e non sianvi in Italia che leggi di fratellanza e di libertà.

Amici! Guardatevi dalle insidie; quei re che tante volte mentirono, quei re che in mille modi v’opprimono, quei re che straziarono i vostri fratelli, vestendo pelle d’agnello, vedendosi ora alle strette, v’offriranno una costituzione, così introducendo con questa tra voi la divisione, si lusingheranno di serbarsi potere bastante, onde opprimervi anche di più sotto pretesto di legalità. Respingete i doni avvelenati dei tiranni, e non lasciate in mani altrui quella autorità che a voi soli si compete.

All’armi, all’armi; l’Italia lo vuole, la virtù il comanda, e la felicità vostra e dei vostri figli, v’impone altamente il dovere di cogliere una sì fausta occasione per recuperare i vostri diritti.

Libertà intera ed eterna alla cara Italia.

(da G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna,

II, Dalla Restaurazione alla rivoluzione nazionale 1815-1846, Milano, Feltrinelli, 1958)
Le insurrezioni del 1831 chiudono un’epoca. Il loro fallimento dimostra l’impossibilità di un’azione politica in grado di coinvolgere un gruppo ristretto di cospiratori e incapace di stilare un programma tale da riscuotere l’interesse popolare. Nel nuovo clima patriottico coltivato dagli appartenenti ai ceti medi dei diversi Stati italiani e caratterizzato dalla passione nazionalistica mescolata ad istanze liberali, si sviluppano nuove idee sul futuro della Penisola e sulle forme istituzionali che l’Italia, una volta unita, deve assumere.

Un ruolo di primo piano assume la figura di Giuseppe Mazzini (1805-1872), che giovanissimo aderisce alla Carboneria. Arrestato e poi costretto all’esilio, Mazzini nel 1831, stende il programma di una nuova organizzazione, la Giovane Italia, destinata, secondo le intenzioni del suo fondatore, a promuovere un’azione politica incisiva che, dopo il raggiungimento dell’unità, porti all’instaurazione della repubblica in Italia. I mezzi da utilizzare per perseguire questo obiettivo sono la propaganda educativa e l’insurrezione popolare. Con il simbolo del tricolore, secondo Mazzini, la Giovine Italia può ambire ad articolarsi a livello nazionale e a organizzare, non un’insurrezione locale facilmente reprimibile, ma un’autentica rivoluzione, come si legge nella istruzione generale per gli affratellati:


Giuseppe Mazzini, L’istruzione generale per gli affratellati della «Giovine Italia».

Libertà Eguaglianza Umanità Indipendenza Unità

1. La Giovine Italia è la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di Progresso e di Dovere; i quali convinti che l’Italia è chiamata ad essere Nazione – che può con proprie forze crearsi tale – che il mal esito dei tentativi passati non spetta alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari – che il segreto della potenza è nella costanza e nell’unità degli sforzi – consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l’azione al grande intento di restituire l’Italia in Nazione di liberi ed eguali, Una, Indipendente, Sovrana.

2. […] La Nazione è l’universalità degli Italiani, affratellati in un patto e viventi sotto una legge comune.

3. Basi dell’associazione.

Quanto più l’intento di un’associazione è determinato, chiaro, preciso, tanto più i suoi lavori procederanno spediti, sicuri, efficaci.

La forza d’una associazione è riposta non nella cifra numerica degli elementi che la compongono, ma nella omogeneità di questi elementi, nella perfetta concordia dei membri circa la via da seguirsi, nella certezza che il dì dell’azione li troverà compatti e serrati in falange, forti di fiducia reciproca, stretti in unità di volere intorno alla bandiera comune. Le associazioni che accolgono elementi eterogenei e mancano di programma, possono durare apparentemente concordi per l’opera di distruzione, ma devono infallibilmente trovarsi il dì dopo impotenti a dirigere il movimento, e minate dalla discordia tanto più pericolosa, quanto più i tempi richiedono allora unità di scopo e d’azione [...].

Qualunque, individuo o associazione, si colloca iniziatore d’un mutamento nella Nazione, deve sapere a che tende il mutamento ch’ei provoca. Qualunque presume chiamare il popolo all’armi, deve potergli dire il perché. Qualunque imprende un’opera rigeneratrice, deve avere una credenza; s’ei non l’ha è fautore di torbidi e nulla più, promotore d’un’anarchia alla quale ei non ha modo d’imporre rimedii e termine. Né il popolo si leva mai per combattere quand’egli ignora il premio della vittoria.

Per queste ragioni, la Giovine Italia dichiara senza reticenza a’ suoi fratelli di patria il programma in nome del quale essa intende combattere. Associazione tendente anzi tutto a uno scopo d’insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno, essa espone i principii pe’ quali l’educazione nazionale deve avverarsi, e dai quali soltanto l’Italia può sperare salute e rigenerazione […].

La Giovine Italia è repubblicana e unitaria.



Repubblicana: perché, teoricamente, tutti gli uomini d’una Nazione sono chiamati, per legge di Dio e dell’Umanità, ad esser liberi, eguali e fratelli; e l’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire – perché la sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, sola interprete progressiva e continua della legge morale suprema – perché dovunque il privilegio è costituito a sommo dell’edificio sociale, vizia l’eguaglianza dei cittadini, tende a diradarsi per le membra, e minaccia la libertà del paese […].

Repubblicana: perché praticamente l’Italia non ha elementi di monarchia; non aristocrazia venerata e potente che possa piantarsi fra il trono e la Nazione; non dinastia italiana, che comandi, per lunghe glorie e importanti servizi resi allo sviluppo della Nazione, gli affetti o le simpatie di tutti gli Stati che la compongono – perché la tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi memorie; repubblicano il progresso della Nazione e la monarchia s’introdusse quando cominciava la nostra rovina e la consumò; fu serva continuamente dello straniero, nemica al popolo e all’unità nazionale – perché le popolazioni dei diversi Stati italiani, che s’unirebbero, senza offesa alle ambizioni locali, in un principio, non si sottometterebbero facilmente ad un Uomo, uscito dall’un degli Stati, e le molte pretese trascinerebbero il Federalismo […].

La Giovine Italia è unitaria: perché senza unità non v’è veramente Nazione – perché senza unità non v’è forza, e l’Italia, circondata da nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzitutto d’esser forte – perché il Federalismo, condannandola all’impotenza della Svizzera, la porrebbe sotto l’influenza necessaria d’una o d’altra delle nazioni vicine – perché il Federalismo, ridando vita alle rivalità locali, oggimai spente, sospingerebbe l’Italia a retrocedere verso il medio evo – perché il Federalismo smembrando in molte piccole sfere la grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e diverrebbe sorgente di aristocrazia – perché, distruggendo l’unità della grande famiglia italiana, il Federalismo distruggerebbe dalle radici la missione che l’Italia è destinata a compiere nell’Umanità […] – perché tutte le obiezioni fatte al sistema unitario si riducono ad obbiezioni contro un sistema di concentrazione e di dispotismo amministrativo che nulla ha di comune coll’unità. La Giovine Italia non intende che l’unità nazionale implichi dispotismo, ma concordia e associazione di tutti. La vita inerente alle località dev’essere libera e sacra. L’organizzazione amministrativa dev’esser fatta su larghe basi e rispettate religiosamente le libertà di comune; ma l’organizzazione politica destinata a rappresentare la nazione in Europa deve essere una e centrale. Senza unità di credenza e di patto sociale, senza unità di legislazione politica, civile e penale, senza unità di educazione e di rappresentanza non v’è nazione.

(da G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, II, Imola, 1907)
La Giovine Italia raccoglie sin dalla sua fondazione entusiastiche adesioni che sfociano, fra il 1833 e il 1834, in una serie di tentativi insurrezionali, spesso conclusi da arresti, carcere e condanne a morte. Lo stesso Mazzini, colpito dai tragici fallimenti e dallo smantellamento della rete cospirativa, è investito da una profonda crisi interiore (la «tempesta del dubbio», come egli stesso la definirà), dalla quale esce fermamente convinto delle sue opinioni. Il fallimento nel 1844 della spedizione in Calabria dei fratelli Bandiera segna però una nuova disfatta politica. Agli occhi dell’opinione pubblica italiana, Mazzini, incapace di valutare correttamente le possibilità di insurrezione esistenti nel Mezzogiorno, viene accusato di irresponsabilità e di cinismo, mentre acquistano rilievo le opinione dei liberali moderati.

Questi ultimi cercano di sollecitare l’aristocrazia liberale e la borghesia a spingere i governi in senso riformistico, in modo da scongiurare una rivoluzione di tipo democratico. Un primo, importante mezzo è costituito da una vivace pubblicistica; in seconda battuta si promuovono congressi di natura scientifica (il primo a Pisa nel 1839, l’ultimo a Venezia nel 1847), mentre sempre più frequenti si fanno le discussioni intorno alla liberalizzazione dei commerci fra Stato e Stato, a una lega doganale, alla costruzione delle ferrovie. Ben presto, all’interno del dibattito pubblico si delineano alcune posizioni forti e ideologicamente caratterizzate. Il movimento neoguelfo, dato che individua nel Papato la grande forza di unificazione spirituale dell’Italia, ha in Vincenzo Gioberti (1801-1852) il suo massimo rappresentante. Nella famosa opera Del primato morale e civile degli italiani, pubblicata nel 1843, Gioberti teorizza che solo sulla base della tradizione sia possibile conseguire un risorgimento nazionale. Pertanto, spetta al Papato, con il prestigio del suo ministero universale, guidare quella Confederazione degli Stati italiani in grado di ridare all’Italia il «primato» avuto per secoli. Il programma giobertiano si pone in alternativa con le dottrine democratiche e rivoluzionarie di stampo mazziniano, offrendo garanzie contro ogni tipo di sommovimento politico, contro il disordine e i tentativi rivoluzionari. Nelle intenzioni di Gioberti, le linee direttrici indicate sono realistiche; tuttavia, anch’esse, al momento della loro affermazione, risultano altrettanto utopistiche di quelle mazziniane. Sulla cattedra di Pietro siede, infatti, Gregorio XVI, il pontefice che con l’enciclica Mirari vos ha condannato ogni tipo di dottrina liberale. Ciò nonostante sin dal momento della sua pubblicazione, l’opera Del primato morale e civile degli italiani riscuote un grande successo, inserendo il tema dell’unità d’Italia al centro degli interessi dell’opinione pubblica.


Vincenzo Gioberti, Il risorgimento dell’Italia

L’Italia ha in sé tutte le condizioni del suo nazionale e politico risorgimento, senza ricorrere alle sommosse intestine, alle imitazioni e invasioni forestiere. [...] Io mi propongo di provare che l’Italia contiene in sé medesima, sovrattutto per via della religione, tutte le condizioni richieste al suo nazionale e politico risorgimento, e che per darvi opera in effetto non ha d’uopo di rivoluzioni interne, né tampoco d’invasioni o d’imitazioni forestiere. E in prima dico che l’Italia dee ricuperare innanzi ad ogni altra cosa la sua vita come nazione; e che la vita nazionale non può aver luogo, senza unione politica fra le varie membra di essa. [...] Molti collocano siffatta unità nel popolo italiano; il quale, a parer mio, è un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario. V’ha bensì un’Italia e una stirpe italiana congiunta di sangue, di religione, di lingua scritta e illustre; ma divisa di governi, di leggi, d’instituti, di favella popolare, di costumi, di affetti, di consuetudini. la congiunzione fa di questa schiatta un popolo in potenza. la divisione impedisce che lo sia in atto. [...]

L’unione italica non può ottenersi colle rivoluzioni. Quando per via di rivoluzioni si riuscisse a cessare la presente divisione d’Italia, non perciò si acquisterebbe l’unione desiderata, ma si aprirebbe invece la porta a nuovi disordini. [...] Or tal sarebbe la rivoluzione o piuttosto le rivoluzioni italiane, se si adempisse il voto di certuni; perché al vivere consueto e anticato succederebbe uno stato in aria, un governo debole, nullo, senza radice nel passato, senza forza nel presente, né fiducia nell’avvenire, e incapace di comprimere le fazioni politiche, le gare provinciali e gli odii municipali, che metterebbero bentosto il paese sossopra e aprirebbero la strada al ritorno peggiorato degli ordini antichi. [...]

Il principio della unità italiana è il Papa; il quale può unificare la penisola, mediante una confederazione dei suoi principi. I sistemi degli unitari sin qui accennati sono intrinsecamente viziosi, perché non muovono da un’idea patria, non corrispondono alle specialità italiane, non hanno una base nazionale, e sono castelli in aria o frutti di dottrine e imitazioni di esempi forestieri. Se v’ha qualcosa di certo in politica, si è che le mutazioni civili di un popolo non hanno durata, né vita, quando non sono un portato spontaneo di quello, e quasi il risultamento necessario di quelle condizioni effettive. Le rivoluzioni tentate o malamente effettuate da cinquant’anni in qua nell’Italia, nella Spagna e nella Germania ed altrove, non furono che imitazioni mal condotte della rivoluzione in Francia, partorite e governate dalle opinioni e dai successi gallici. Questa è la ragione per cui tali conati o riuscirono vani, o stentatamente attecchirono, come piante già floride e rigogliose, ma intisichite, perché trasposte sopra un terreno peregrino e posticcio, perché educate sotto un cielo diverso e alieno dal loro genio natio [...]. Eco io dico qual è il vero principio dell’unità italiana [...]. Questo principio è sommamente nostro e nazionale, poiché creò la nazione ed è radicato in essa da diciotto secoli: è concreto, vivo, reale, e non astratto e chimerico, poiché è un instituto, un oracolo, una persona: è ideale, poiché esprime la più grande idea che si trova al mondo: è sommamente efficace, poiché è effigiato dal culto, corroborato dalla coscienza, santificato dalla religione, venerato dai principi, adorato dai popoli, [...] è in fine perfettamente ordinato in sé stesso e nel modo del suo procedere, perché è un potere organato da Dio stesso e costituisce il centro della società più mirabile, che si possa trovare o immaginare tra gli uomini [...]. Non è adunque col suscitare i sudditi contro i sovrani che il Pontefice può salvare l’Italia; ma sì bene, recando a pace e a concordia durevole i principi ed i popoli della penisola, e rendendo indissolubili i loro nodi, mediante una lega dei vari stati italici, della quale egli è destinato dalla Provvidenza ad esser duce e moderatore. Che il Papa sia naturalmente e debba essere effettivamente il capo civile d’Italia, è una verità provata dalla natura delle cose, confermata dalla storia di molti secoli, riconosciuta altre volte dai popoli e dai principi nostrali, e solo messa in dubbio da che gli uni e gli altri bevvero da estere fonti e ne derivarono il veleno nella loro patria.



(da V. Gioberti, Del primato morale e civile degli italiani, I, Torino, Utet, 1932)
In polemica con lo scritto di Gioberti, nel 1844 viene pubblicata un’altra opera fondamentale per la diffusione del pensiero moderato: Delle speranze d’Italia di Cesare Balbo (1789-1853), che attira l’attenzione sul problema, sorvolato da Gioberti, della presenza austriaca in Italia. Secondo Balbo, l’indipendenza dell’Italia può essere raggiunta solo dopo che l’Austria, attraverso un’espansione compensatrice ai danni dell’impero ottomano, rinunci alle province italiane. A questo punto, il ruolo di coordinamento deve essere assunto dal Piemonte sabaudo, uno stato che agli inizi degli anni quaranta del secolo mostra un certo rinnovamento, con un particolare riguardo per lo sviluppo economico, e comincia ada allentare i rapporti di cordialità con l’Austria fino a metterli in crisi.


Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale