Discorso di giovanni paolo II ai vescovi della grecia in visita «ad limina apostolorum»



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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELLA GRECIA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 25 giugno 1984

Cari fratelli nell’episcopato, caro monsignore responsabile dei cattolici di rito armeno, cari amministratori apostolici.

1. Si realizza oggi finalmente il nostro incontro, tanto desiderato da parte vostra e mia. Benediciamo il Signore per questi momenti grandemente privilegiati di comunione ecclesiale! Supplichiamo l’apostolo Paolo, che si è prodigato senza risparmiarsi per portare il Vangelo nell’antica Grecia, affinché con il suo aiuto la vostra visita “ad limina Apostolorum” abbia la massima risonanza possibile.

Vedendovi così riuniti, non posso fare a meno di ricordare che, circa nell’anno 95 - quando l’apostolo senza dubbio viveva ancora e probabilmente risiedeva a Efeso - la Chiesa di Roma intervenne con pacatezza e autorità presso la giovane comunità di Corinto, ad appianare alcuni contrasti interni. Così facendo, la Chiesa di Roma non giudicò affatto necessario giustificare il proprio intervento, fiduciosa come era che esso sarebbe stato accettato. Altrettanto interessante è notare che il vescovo Denys di Corinto scriveva a papa Sotero, verso il 170, che nelle assemblee liturgiche si continuava a leggere la famosa lettera di papa Clemente, Tutto questo dà ragione al famoso storico Pierre Battifol, quando dice: “Ancor prima della fine dell’età apostolica, assistiamo all’"epifania del primato romano"” (P. Battifol, La Chiesa nascente e il cattolicesimo, p. 146). Sappiamo che sant’Ignazio d’Antiochia, sant’Ireneo di Lione, san Cipriano di Cartagine, sant’Ambrogio di Milano, sant’Agostino di Ippona ci hanno lasciato testi che non lasciano dubbi a questo riguardo. Fratelli carissimi, è richiamando alla mente questi preziosi ricordi della nostra collegialità che vi accolgo oggi. Ognuno di voi è responsabile di una Chiesa locale e particolare, e nello stesso tempo è solidale con le altre comunità cristiane, proprio come lo furono gli apostoli di cui noi, gli uni e gli altri, continuiamo la missione. E, all’interno di questa unica Chiesa di Dio, diffusa in tutti i continenti, esiste un centro vitale, un punto di riferimento visibile: si tratta della Chiesa locale e particolare di Roma, presieduta dal successore dell’apostolo Pietro, “primo fra i dodici”, secondo l’espressione di san Matteo. Marco e Luca sottolineano allo stesso modo che la Chiesa è “Pietro e coloro che sono con lui”, nella diversità dei riti. La vostra presenza intorno al Vescovo di Roma attesta e rafforza l’unità del corpo episcopale. Nel corso dei secoli, tutti i successori di Pietro sono il legame vivente tra i vescovi e - non lo si dimentichi - tra la Chiesa di oggi e la Chiesa degli apostoli.



2. Detto questo, e dopo aver preso attentamente visione delle vostre relazioni quinquennali o avervi ascoltato nell’ambito di contatti personali, vorrei, secondo la missione affidatami dalla Provvidenza, confermare la vostra fede in Cristo redentore e sostenere la vostra fiducia nel suo piano universale di salvezza per l’umanità, la vostra fiducia nell’edificazione della Chiesa, “sacramento di questa salvezza”. Certamente, quanto e ben più dei pastori, voi siete chiamati a vivere la fede di Abramo e la speranza dei profeti. Le vostre Chiese locali comprendono, ognuna, un numero limitato di fedeli, spesso disseminati nel territorio, come è il caso del vicariato apostolico di Tessalonica, o residenti in diverse isole, come nella diocesi di Naxos, Tinos, Miconos e Andros. È questo un fatto che non vi deve scoraggiare. La fede e la speranza che sono nei vostri cuori vi guidino, al contrario, a fare di queste piccole comunità dei luoghi e dei momenti di rapporti interpersonali più profondi e calorosi. Le comunità dei discepoli di Cristo non devono forse liberare l’uomo moderno dal duplice male dell’isolamento e dell’anonimato? Comprendo bene le vostre domande e le vostre riflessioni riguardo alla ristrutturazione delle vostre diocesi in vista di un miglior servizio pastorale. Tuttavia gli emendamenti o anche le innovazioni meglio studiate non vi dispenseranno mai dagli sforzi perseveranti, e sempre più perfezionati, per ispirare in tutte le comunità dei fedeli una vitalità benefica per i suoi membri, tale che possa accreditare il Vangelo del Signore come la vera buona novella. Non possiamo dimenticare che le prime comunità cristiane sono nate in condizioni difficili: lo testimoniano tutte le lettere di Paolo. Rendo grazie a Dio per la vostra fatica apostolica e a lui domando che voi continuiate a essere unicamente e totalmente mobilitati per la diffusione del messaggio evangelico, per una evangelizzazione integrale, penetrante, saggiamente aiutata dal linguaggio e dai mezzi di comunicazione del nostro tempo. Questa promozione “in ogni occasione, opportuna e non opportuna” manifesta il dinamismo interno e instancabile della parola di Dio, fa scaturire, dalla sua proclamazione, sorgenti ispiratrici in vista della costruzione o della ricostruzione di una società degna di Dio e dell’uomo (cf. Pauli VI, Evangelii Nuntiandi , 18-20). Ho notato che molti risultati ottenuti presso i bambini e gli adolescenti sono incoraggianti. Esortate senza sosta i responsabili delle parrocchie ad agire di comune accordo, a farsi aiutare, con tutti i mezzi concretamente possibili, per una fedele e ardente trasmissione delle verità della fede. Le vostre relazioni contengono anche delle statistiche sulla partecipazione alle assemblee domenicali. Posso immaginare i problemi dei vostri sacerdoti per coinvolgere e formare un numero sufficiente di laici cristiani in grado di cooperare all’animazione della liturgia. Nella Chiesa, gli esempi di comunità parrocchiali con effettivi limitati e nonostante ciò molto vivaci, sono numerosi e probanti. Auguro ardentemente che la pastorale liturgica, compresa a fondo, continui ad assicurare vita, giovinezza e dignità alla celebrazione dei divini misteri, aiuti i partecipanti a vedere e a vivere la loro vita quotidiana attraverso questi misteri, specialmente attraverso gli avvenimenti di Pasqua e della Pentecoste; attiri i giovani e gli adulti che si sono staccati da celebrazioni che potrebbero sembrare estranee alla loro esistenza.

3. La vita dei vostri fedeli si dispiega soprattutto nelle diverse professioni, di cui è intessuta la vita socio-economica del Paese, e all’interno della cellula familiare. Leggendo quanto avete scritto, e ascoltandovi, ho compreso quanto sentiate il bisogno di meglio accompagnare e guidare questi uomini e queste donne nella loro responsabilità. Molti tra di voi hanno sottolineato la penetrazione di un materialismo pratico, l’intorpidimento, se non addirittura la scomparsa, della coscienza morale. Con mezzi purtroppo limitati, ma che potrebbero essere migliorati - se non altro ottenendo il concorso, temporaneo o permanente, di congregazioni o diocesi aperte a situazioni come le vostre - la vostra Conferenza episcopale potrebbe svolgere un lavoro di evangelizzazione a beneficio dei focolari cattolici e delle famiglie che verranno, moltiplicando, con realismo e modestia, incontri sui problemi coniugali, familiari, professionali e altri ancora, che i cristiani del nostro tempo hanno così bisogno di vedere e rivedere nella luce di Cristo e del magistero della Chiesa. Non è questo il mezzo più sicuro per ricostruire il tessuto delle coscienze?

4. Mi sta a cuore anche darvi tutto il mio appoggio nel campo della pastorale dei giovani. Non ho dimenticato che voi avete organizzato, nel settembre scorso, il primo Festival dei giovani, e che esistono molti mezzi di apostolato per i giovani, all’interno delle vostre diocesi. La loro organizzazione è talvolta necessaria ed è molto impegnativa. In ogni caso, attraverso formule diverse, il loro scopo è sempre quello di formare progressivamente delle personalità temprate e nutrite della fede luminosa in Gesù Cristo. È anche in questi contatti che educatori qualificati e amati possono indicare, soprattutto agli adolescenti, i valori morali, perché essi li acquisiscano. È ancora in queste riunioni o in questi incontri di giovani che è possibile discernere adolescenti capaci di consacrare la loro vita al Signore e alla sua opera di redenzione. Nell’attesa di una successione sacerdotale, al momento assai ridotta, un certo gemellaggio delle vostre Chiese con altre diocesi ancora ben provviste di ministri ordinati è forse realizzabile. Non bisogna mai disperare.

5. Infine, non vorrei terminare senza esortarvi a continuare i vostri sforzi ecumenici, dato che voi vivete in mezzo ai nostri fratelli ortodossi. Se voi portate la pesante eredità del passato, avete però la speranza della piena riconciliazione. Vescovi, sacerdoti, laici cristiani, esortatevi l’un l’altro senza posa per moltiplicare gli incontri amichevoli, i possibili servizi reciproci, le azioni socio-caritative condotte in comune. Il cammino percorso può sembrare modesto. Bisogna perseverare, lasciare tempo al tempo. Altri raccoglieranno ciò che voi avete seminato.

Cari fratelli nel Cristo, vi ringrazio vivamente per la vostra visita così fiduciosa e confortante! Essa mi ha permesso di conoscervi meglio e di partecipare di più alle vostre preoccupazioni pastorali.

In alto i cuori! Lo Spirito del Signore vi accompagna in mezzo alle vostre responsabilità che voi avete generosamente accettato. Attraverso di voi, egli è capace di fare meraviglie. Lasciatevi pervadere dalla sua luce e dal suo dinamismo. Che i vostri fedeli cattolici vi ritrovino presto pieni di pace, di ardore, di gioia! Nelle nostre rispettive tribolazioni, dobbiamo sovrabbondare di gioia, come scriveva Paolo di Tarso agli abitanti di Corinto (cf. 2 Cor 7, 4). Ricordando anche tutti i vostri diocesani, i vostri sacerdoti, i vostri religiosi e religiose, vi benedico nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

ALLOCUZIONE DI GIOVANNI PAOLO II AL SACRO COLLEGIO CARDINALIZIO IN OCCASIONE DEL CONCISTORO PER LA PRESENTAZIONE DELLA CAUSA DI CANONIZZAZIONE DEL BEATO MICHELE FEBRES CORDERO

Sala del Concistoro - Lunedì, 25 giugno 1984

Vedo e saluto con gran gioia voi, venerabili fratelli, riuniti in quest’aula. E vi ringrazio moltissimo perché siete qui convenuti. Vi dico che singolarmente aiutate il Pontefice romano a prendersi cura del proprio compito, certamente pesante, nello svolgimento dei massimi compiti della Chiesa, con la saggezza, la pratica e l’esperienza che tutti avete in abbondanza: non c’è nulla infatti di tanto piccolo nella Chiesa, che non richieda la concordia di più consigli. Accresce questo consenso degli animi e questa fiducia la solennità del Corpus Domini che abbiamo appena celebrato, che è il sacramento dell’unità, e la prossima festa dei santi Pietro e Paolo, nostri predecessori, che con il loro sangue fondarono la Chiesa romana, che per la loro virtù, quasi ricevuta in eredità, vive nei secoli.

Sempre, venerabili fratelli, la navicella della Chiesa, sotto la guida di Pietro, è sbattuta dai venti, poiché sempre il male mette radici tra gli uomini; e sempre perciò c’è bisogno di saggezza e di faticoso lavoro. E non ho dubbi sul sollecito zelo di voi che siete “fratelli nostri, apostoli delle Chiese, gloria di Cristo” (2 Cor 8, 23).

Ma oggi sono tre i compiti che dobbiamo svolgere: primo, la nomina del camerlengo del Sacro collegio; secondo, la provvista di Chiese; terzo, la sacra canonizzazione del beato Michele dei fratelli delle Scuole cristiane, che è stato luce e vanto dell’Ecuador e del suo ordine religioso, della cui vita e opere si dirà brevemente tra poco.

Ma prima che si proceda a trattare queste questioni, poiché per la morte del cardinale Antonio Samorè, di venerata memoria, la diocesi suburbicaria di Sabina e Poggio Mirteto è vacante, nomino e proclamo vescovo della diocesi suburbicaria di Sabina e Poggio Mirteto l’eminentissimo cardinale Agnelo Rossi, presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede.

L'assista, preghiamo, Cristo la sua Chiesa, che sul fondamento di Pietro ha voluto che poggiasse e venisse costruita; l’assista sua madre Maria, stella luminosa del cielo e regina degli apostoli; l’assista san Giovanni Battista, precursore del Signore, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria della nascita; l’assista con la sua intercessione il beato Michele Febres Cordero che, preso dall’amore della saggezza cristiana, quasi nascosto in essa trascorse la sua vita.

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II IN OCCASIONE DELLA CONSEGNA DEL «PREMIO INTERNAZIONALE PAOLO VI» AD HANS URS VON BALTHASAR

Sabato, 23 giugno 1984

Carissimi fratelli e sorelle.

1. Sono veramente lieto di accogliervi e di salutarvi nel nome del Signore. “Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo” (2 Ts 1, 2). Queste parole di san Paolo le ripeto con animo festoso a ciascuno di voi che partecipate a questo significativo incontro, il quale intende onorare la cultura religiosa mediante la consegna di un premio a chi, con la sua opera, ha dato a tale cultura un contributo di rilievo notevole e riconosciuto.

Ci incontriamo, in questa solennità di san Giovanni Battista, nel ricordo del mio indimenticabile predecessore Paolo VI, che fin dagli inizi del servizio come pastore della Chiesa universale ho amato chiamare “mio vero padre” (Joannis Pauli PP. II, Redemptor Hominis , 4) per indicare pubblicamente quale profondo affetto mi leghi alla sua memoria. Il nostro pensiero in questo momento torna a lui e agli anni del suo pontificato, con sentimenti immutati di ammirazione e di gratitudine per quanto da lui fatto alla guida della mistica barca di Pietro.

2. Una parola di apprezzamento per l’iniziativa e di sincero plauso desidero rivolgere innanzitutto all’Istituto “Paolo VI”, che la diocesi di Brescia, con felice decisione, ha promosso per onorare in modo originale il più degno dei suoi figli. Quando il 26 settembre 1982 ebbi la gioia di visitare la terra natale di Giovanni Battista Montini espressi l’auspicio che l’Istituto fosse “sempre strumento di verità e di amore alla Chiesa” (Eiusdem, Allocutio occasione oblata inaugurationis «Istituto Paolo VI » in urbe Brixiensi habita, 2, die 26 spt. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 588). Amo ripetere anche oggi tale auspicio, mentre ringrazio il caro fratello monsignor Bruno Foresti, vescovo di Brescia, per i sentimenti manifestati a nome di tutti.

L’iniziativa di un premio internazionale intitolato a Paolo VI da attribuire “periodicamente a una persona o a un’istituzione la cui opera abbia contribuito in modo rilevante allo sviluppo della ricerca e della conoscenza religiosa” (Regolamento del premio «Paolo VI», art. 1) s’aggiunge felicemente alle altre che l’Istituto ha già realizzate. Essa lega in forma suggestiva e permanente il nome di Paolo VI ad una delle più impegnative imprese umane - quella della conoscenza religiosa - che lungo tutta la vita fu al centro dei suoi interessi e della sua sollecitudine pastorale. Auspico di cuore che anche l’iniziativa del premio rimanga sempre un mezzo al servizio della verità e della Chiesa.

Al professor Hans Urs von Balthasar porgo le mie cordiali felicitazioni. L’attestazione di stima, a lui tributata con l’assegnazione di questo premio, lo conforti per la fatica compiuta e lo aiuti a continuare la ricerca, nella quale ha già ottenuto risultati tanto significativi. La passione per la teologia, che ha sostenuto il suo impegno di riflessione sulle opere dei padri, dei teologi e dei mistici, ottiene oggi un importante riconoscimento. Egli ha messo le sue vaste conoscenze al servizio di un “intellectus fidei”, che fosse capace di mostrare all’uomo contemporaneo lo splendore del vero che promana da Gesù Cristo. L’odierna cerimonia intende dargliene atto ed esprimergliene riconoscenza.

Un’altra parola di plauso esprimo per la decisione dell’Istituto di assegnare per la prima volta il premio nell’ambito della scienza teologica. Se c’è una scienza che contribuisce “allo sviluppo e alla ricerca della conoscenza religiosa” (Regolamento del Premio «Paolo VI», art. 1), essa è essenzialmente la teologia. Pertanto la scelta è stata felice, e merita d’essere accompagnata da alcune riflessioni, dettate dalla fisionomia di “servizio” propria della teologia.

3. Anzitutto, la teologia è un servizio alla verità. Essa partecipa del fine a cui tutta la ricerca scientifica è orientata. Tale fine è la conoscenza della verità. Per raggiungere lo scopo il teologo, come ogni persona dedita alla scienza, deve considerare la verità come il bene più prezioso dell’intelligenza.

La deve cercare con pazienza, rigore, e con lunga, generosa dedizione. Deve essere onesto nei confronti di essa. Soprattutto la deve amare. Se l’amerà, la cercherà con desiderio e la raggiungerà con gioia. Il “gaudium de veritate”, di cui parla sant’Agostino, e che Paolo VI indicò tante volte quale termine ultimo del nostro pensare, sarà per lui il premio della sua fatica.

Amare la verità vuol dire non servirsene, ma servirla; cercarla per se stessa, non piegarla alle proprie utilità e convenienze. Tanto più lo scienziato, e quindi il teologo, deve lasciarsi guidare da simili principi, quanto più è sorretto dalla convinzione che anche il minimo frammento di verità è sempre un riflesso, meglio una partecipazione, all’unica verità assoluta, che è Dio. “Est enim una sapientia absoluta”, scrive san Tommaso nel commento al Vangelo di san Giovanni, “quae per suam essentiam est veritas, scilicet ipsum esse divinum qua veritate omnia vera sunt vera” (S. Thomae, In Evangelium Ioannis, lect. 1, n. 33). L’amore per la verità è, almeno implicitamente, amore per Dio, e l’amore a Dio genera l’amore alla verità.

4. La teologia è però un servizio alla Verità rivelata. Questo non impedisce e nemmeno compromette la scientificità della ricerca; ma l’orienta in modo originale e le conferisce un valore che le altre scienze non posseggono. La verità studiata dal teologo non è frutto di una conquista, ma il dono che Dio, nell’imperscrutabile e meraviglioso suo disegno d’amore, ha fatto agli uomini manifestando se stesso principalmente mediante la santa umanità di Gesù Cristo, il quale è il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione. “Parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 6-7).

La verità, a cui la teologia serve, non è dunque semplicemente un sistema concettuale costruito nel rispetto di regole logiche. Nemmeno si riduce a una serie di fatti empiricamente accertabili. È primariamente Dio stesso, che in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo si fa conoscere all’uomo.

Il servizio che la teologia deve prestare alla verità rivelata è la continua esplorazione di essa. Lo scopo è di scoprirne e di esprimerne, fin dove è possibile, tutti gli aspetti, l’armonia, l’unità, la bellezza. L’esplorazione non terminerà mai, perché la verità di Dio è infinita e perché l’intelligenza umana non può avvicinarsi ad essa che per gradi successivi.

Tale servizio va compiuto, principalmente, mediante il rispetto, l’ossequio, la fedeltà che il teologo deve nutrire per la verità rivelata. Nessun risultato, ma anche nessuna ipotesi dovrà mai contraddire “le parole di Dio” proferite da colui “che Dio ha mandato” (cf. Gv 3, 34) (Dei Verbum , 4). Nessun mezzo, a cui il teologo ricorre per la ricerca, e nessuna revisione della struttura epistemologica della teologia sono accettabili, se non rispettano pienamente la divina verità. Nessuna interpretazione dovrà mai dimenticare la soprannaturalità e l’origine trascendente della verità rivelata.

Il servizio alla verità rivelata, poi, postula sempre un grande senso del mistero, che accompagni l’autentica ricerca teologica. Esso impedisce che la verità rivelata venga ridotta in termini razionalistici o snaturata a livello di un’ideologia. Al contrario, esso mantiene viva la coscienza dell’infinita distanza tra Dio e noi, e quindi dell’infinita misericordiosa condiscendenza che Dio ha avuto per noi quando, nella pienezza del tempo (cf. Gal 4, 4), il Verbo si fece carne e abitò tra noi (cf. Gv 1, 49). Per questo motivo, il teologo non può che stupirsi di fronte alle meraviglie di Dio, e sentirsi sospinto dal suo stesso impegno di ricerca a piegare le ginocchia nel dialogo della preghiera e ad intensificare la sua vita di fede. Come ha ben scritto il professor Hans Urs von Balthasar (Hans Urs von Balthasar, Cordula, p. 108), nella preghiera che sta in ascolto e nella fede che si apre alla contemplazione “si disvela che cosa Cristo nostra fonte dice e vuole”. Radica qui quella “indivisibilità fra teologia e spiritualità”, alla quale egli ha poco fa accennato.

5. La teologia è poi un servizio alla Chiesa. “Colonna e sostegno della verità” (1 Tm 3, 15), la Chiesa costituisce il deposito della parola di Dio “da cui vengono attinti i principi per l’ordine morale e religioso” (Gaudium et Spes , 33). Guidata incessantemente dallo Spirito Santo alla conoscenza di tutta la verità (cf. Gv 16, 13), è alla Chiesa che Cristo ha affidato il compito di essere “madre e maestra”.

La teologia è al servizio della missione della Chiesa. Non può quindi essere intesa come il libero esercizio di una qualsiasi professione; essa è in realtà una qualificata collaborazione al compito profetico di cui la Chiesa, per volontà di Cristo, è responsabile. La vocazione del teologo è una vocazione di Chiesa.

Ciò comporta per la teologia una triplice, fondamentale attenzione. Una al passato: è il rapporto costitutivo con la tradizione, ossia con quella comprensione della verità rivelata che, suggerita dallo Spirito Santo, è andata crescendo nella storia della Chiesa “che crede e che prega” (Dei Verbum, 8).

Una seconda al presente: è il legame essenziale che la teologia deve mantenere con la fede viva della Chiesa oggi, per sorreggerla e aiutarla, ma prima ancora per farne punto del proprio inizio e termine di un continuo confronto.

Una terza attenzione è all’uomo considerato nella concretezza della sua esperienza. Affinché la verità rivelata gli sia annunciata nell’interezza della sua sconvolgente novità, ma anche in modo efficace, occorre che la teologia mantenga aperto un dialogo costruttivo, anche se critico, con la cultura contemporanea.

6. La teologia è infine un servizio al Magistero. Nella Chiesa, il compito di custodire la verità rivelata, di interpretarla in modo autentico, di insegnarla a tutti, è per volontà di Cristo affidato al romano pontefice e ai vescovi in comunione con lui e sotto la sua guida. Così ha insegnato il Concilio Vaticano II, precisando in modo mirabile il circolo vitale che unisce Sacra Scrittura, tradizione e magistero. La teologia rende un servizio a coloro che, nel nome e per autorità di Gesù Cristo, sono “dottori autentici”, e “araldi della fede” (Lumen Gentium , 25). Benché non siano del medesimo ordine, il servizio del magistero e il servizio dei teologi sono complementari e il magistero ha bisogno di teologi.

Un corretto rapporto tra magistero e teologia è un fattore decisivo per la vita della Chiesa e per la testimonianza che tutti i credenti in Cristo sono chiamati a dare nel mondo. Grazie a tale corretto rapporto, infatti, è possibile evitare sbandamenti e incertezze che turbano gravemente la coscienza dei credenti, rendendoli insicuri su quanto v’è di più prezioso: quella verità per la quale bisogna anche essere pronti a morire.

La teologia aiuta il magistero quando lo segue, quando l’accompagna, ma anche quando lo precede alla ricerca di nuovi orizzonti e di nuove strade. È soprattutto in quest’ultimo caso che il teologo, affrontando questioni nuove e pericoli non previsti, deve curare di unire strettamente nel suo cuore sia la filiale devozione del discepolo, sia il desiderio di sempre meglio conoscere e di penetrare più profondamente nell’intelligenza del mistero rivelato trasmesso nella tradizione vivente della Chiesa.

Ciò sarà possibile se la teologia svolgerà il proprio servizio come un grande atto d’amore a Dio, alla Chiesa, a chi nella Chiesa ha il dovere d’essere maestro, all’uomo. All’aumento di tale amore anche il premio internazionale “Paolo VI”, oggi per la prima volta assegnato proprio a un teologo, darà un contributo significativo.




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