Discorso di giovanni paolo II al pellegrinaggio di castel san giovanni nel X anniversario della nomina del cardinale agostino casaroli a segretario di stato



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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL PELLEGRINAGGIO DI CASTEL SAN GIOVANNI NEL X ANNIVERSARIO DELLA NOMINA DEL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI A SEGRETARIO DI STATO

Mercoledì, 28 giugno 1989

Carissimi fratelli e sorelle di Castel San Giovanni!

1. Sono veramente lieto di accogliervi stasera, venuti a Roma per esprimere al vostro amatissimo concittadino, il Cardinale Agostino Casaroli, sentimenti di stima e di affetto, nel decimo anniversario della sua nomina a segretario di Stato. Ciò mi offre il piacere di ripetere al vostro e mio Cardinale il grazie che gli rivolsi, l’anno scorso, nella vostra chiesa parrocchiale, dov’egli diventò cristiano.

La chiesa parrocchiale fa pensare al battistero. E da quel battistero prendeva inizio l’avventura straordinaria del Cardinale Casaroli nella vita della Chiesa. Nello stringervi attorno a lui, voi date anzitutto testimonianza delle radici cristiane della vostra terra, della sua vitalità in tutti i campi, della ricchezza spirituale dei suoi uomini e delle sue tradizioni ecclesiali.

2. Quel battistero è stato la culla anche della vocazione sacerdotale del vostro concittadino, perché dal Battesimo si sviluppano i germi della vocazione cristiana, che attendono di essere coltivati: e il Cardinale ha avuto la fortuna di avere una famiglia che lo ha aiutato con la sua fede, a questo scopo, e specialmente i suoi venerabili zii, che gli furono maestri e modello.

Dalla risposta generosa alla chiamata di Dio nasce poi tutto il servizio alla Chiesa ed al Papa, che è stato l’onore e l’onere - vissuto con intima gioia - del vostro e mio Cardinale. Mi è tanto gradito mettere ancora una volta in rilievo che esso ha dato frutti sempre più maturi in lui: come minutante, come sotto-segretario, come segretario del consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, come pro segretario di Stato e, infine, come Cardinale segretario di Stato. Con l’aiuto di Dio, e con l’incoraggiamento dei miei predecessori, egli ha scritto una pagina importante nella storia della Chiesa contemporanea: non sarà dimenticata la sua azione prudente, aperta, coraggiosa nel cercare nuovi approcci con situazioni difficili e dense di responsabilità, sempre per favorire la pace nel mondo, i buoni rapporti tra gli Stati e la Chiesa, e soprattutto il bene supremo delle anime.

3. Non ripeterò le lodi della sua perspicacia, esperienza e forza di volontà; ma non posso dimenticare che, pur in mezzo a doveri quotidiani tanto assillanti, il Cardinal Casaroli è stato sempre e prima di tutto sacerdote: specialmente fra i suoi amati giovani, ai quali ha dato sempre tutto se stesso.

In questo decennale, lo ringrazio di quanto ha fatto e fa per me e per la Chiesa. E ringrazio voi perché me ne date l’occasione. Insieme con voi gli porgo gli auguri più affettuosi e sinceri, e mi unisco a lui e a voi per ringraziare il Signore, che è l’unico datore di ogni bene.

Vi benedico tutti di cuore, pensando a tutti i vostri concittadini e all’intero comune di Castel San Giovanni.

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’ASSOCIAZIONE DEI GIORNALISTI CATTOLICI DEL BELGIO

Lunedì, 26 giugno 1989

Signor presidente dell’associazione dei giornalisti cattolici del Belgio, signore e signori.

Mentre vi accolgo con gioia mista ad emozione per il fatto che la Chiesa gode della vostra mirabile collaborazione per le sue molteplici necessità, mi rallegro con voi, così fedeli a questo appuntamento annuale con il Vescovo di Roma. Proprio al successore di Pietro, con un senso di profondo attaccamento alla sua missione particolare, voi desiderate consegnare le offerte dei vostri cari connazionali responsabili o lettori assidui della stampa cattolica in Belgio.

A nome della Sede Apostolica, ve ne ringrazio caldamente. Per quanto ne so, il vostro impegno è unico nella forma. Ogni paese non possiede forse il suo specifico genio caritativo, legato alle sue possibilità materiali e, più ancora, a ragioni di fede e di cuore? Per questo il Papa, che deve affrontare i problemi di bilancio della Santa Sede, rende grazie a Dio nel veder sviluppare nella Chiesa un autentico spirito di solidarietà, di cui la vostra Associazione è un bell’esempio da più di un secolo.

Come non incoraggiarvi, se pur brevemente, a conservare la vostra tradizione originale ed efficace della “Strenna Pontificia”? Voi avete ricevuto e ricevete molto dalla Chiesa, attraverso le parrocchie, le diocesi e questo centro romano della cattolicità. Continuate ad operare per la sua vitalità spirituale e le sue necessità materiali. Sviluppate tra voi e i vostri lettori questo spirito di solidarietà ecclesiale. La carità di Dio si è riversata nel cuore di tutti i battezzati e i confermati. È lei che può trasformare i discepoli di Cristo, farne delle creature nuove, delle persone in comunione, capaci di amare, di perdonare, di condividere, di lavorare per la giustizia e la pace, sia intorno a sé che nelle strutture della società e della Chiesa. La solidarietà ecclesiale, che comprende necessariamente l’alleviare le miserie dell’umanità, prende più slancio quanto più i discepoli di Cristo acconsentono, seguendo il loro maestro, alla continua spoliazione di sé stessi e dei loro beni.

Il Signore conceda ancora alla vostra associazione la grazia della carità divina verso la Chiesa, le cui ricchezze apparenti dovute all’eredità del passato nascondono spesso all’opinione pubblica una situazione reale di precarietà materiale! E, di tutto cuore, accordo ai responsabili e ai membri della vostra Associazione una particolare benedizione apostolica.

Volentieri desidero esprimere anche in fiammingo la mia gratitudine sincera ai membri dell’associazione dei giornalisti cattolici del Belgio ed ai lettori dei giornali cattolici belgi per le loro offerte generose a favore della Santa Sede. Prego che Dio li ricompensi largamente e imparto di cuore la benedizione apostolica.

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

VISITA PASTORALE NELL’ARCIDIOCESI DI GAETA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I MARITTIMI, I PESCATORI E I PORTUALI PRESSO IL PORTO COMMERCIALE DI GAETA

Domenica, 25 giugno 1989

Carissimi fratelli e sorelle!

1. A tutti voi il mio saluto cordiale, insieme con una parola di ringraziamento al rappresentante della gente di mare, che ha nobilmente interpretato i comuni sentimenti.

In questa mia visita pastorale all’arcidiocesi di Gaeta non poteva mancare un incontro con voi, marittimi, pescatori e portuali, che siete parte attiva e laboriosa di questa città e della vicina Formia. Voi operate nel tratto di mare che viene a raccogliersi in questo golfo suggestivo, teatro di avvenimenti storici che hanno inciso profondamente, attraverso i secoli, sulla maturazione umana, culturale e religiosa del vostro popolo, ma anche sullo sviluppo commerciale ed economico di questo territorio.

Secoli di lotte, di calamità, di sofferenze hanno forgiato il vostro popolo temperandolo alla fatica e al sacrificio ed aprendolo a rapporti sociali contrassegnati da spirito di autentica solidarietà.

Il Papa è qui tra voi, per incoraggiarvi a perseverare nel vostro impegno personale e comunitario, dal quale dipende il futuro delle vostre famiglie e della vostra città.

2. Il mare, col quale la storia del vostro popolo è strettamente connessa, è - come ben sappiamo - una creatura di Dio, una manifestazione della grandezza di colui, che guida la vicenda di tutti noi nel corso del tempo. Ma la stessa immagine del mare, non sempre pacifica e serena, anzi a volte persino terrificante, serve anche a ricordarci le prove a cui Dio a volte ci sottopone, per saggiare la forza della nostra fede e la fermezza della nostra speranza. Noi sappiamo, tuttavia, che non c’è tempesta della vita da cui Dio non possa salvarci, per ricondurci al porto della sicurezza e della pace.

Con i suoi mutevoli aspetti, il mare ci ricorda, dunque, che la nostra città necessita di una guida e di un sostegno che ci accompagnino attraverso i marosi dell’esistenza. Torna alla mente la suggestiva pagina evangelica, che presenta i discepoli sulla barca con Gesù in mezzo al mare: “Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; e Gesù dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: Salvaci, Signore, siamo perduti! Ed egli disse loro: Perché avete paura, uomini di poca fede? Quindi levatosi sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia” (Mt 8, 23-26).

La scena non abbisogna di commento: Gesù è il vero Signore della storia; lui è il dominatore degli eventi, che dipendono in ogni momento dalla sua volontà onnipotente. Lui può orientare e sostenere la navicella della nostra esistenza anche nei momenti più difficili e bui.

3. A questo proposito, è bello e confortante richiamare che, non molto distante da questo luogo, si trova la “Montagna Spaccata”. Secoli orsono, secondo la tradizione, si staccò un enorme masso dalla roccia e, precipitando, restò incastrato nella fenditura centrale: là fu ricavata una chiesetta, sospesa sull’abisso, dove il mare fa rivolgere le onde in un vortice impressionante. Quella chiesetta, dedicata a Gesù crocifisso, sia per voi un punto di riferimento nella esistenza quotidiana, nella vostra vita familiare e nel vostro lavoro. Nei pericoli e nei rischi, in cui potete trovarvi lavorando sul mare, esposti alle incognite che esso riserva, nelle difficoltà che incontrate nella vostra vita personale, nell’educazione dei figli, nei rapporti di lavoro, sia il Cristo crocifisso a sostenere il vostro coraggio e ad ispirare le vostre decisioni di uomini retti ed intrepidi.

A voi gente di mare, alle vostre preoccupazioni, alle vostre fatiche ben si addice quello che scrissi nella lettera enciclica Laborem Exercens : “Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e ad ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Questa opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di Croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere” (Laborem Exercens, 27).

4. Questa visione cristiana del lavoro, lungi dall’affievolire la consapevolezza della intrinseca dignità dell’uomo e della legittimità delle sue giuste rivendicazioni, contribuisce invece a rafforzarla nel suo nucleo più profondo e più vero.

La Chiesa ricorda costantemente, oltre ai doveri dei lavoratori verso la società, quelli della società verso l’uomo che lavora. Nonostante il conclamato riconoscimento dei diritti di ogni lavoratore, anche oggi non è raro, infatti, il caso di patenti violazioni delle aspettative fondamentali di intere categorie del mondo del lavoro.

Proprio per questo la Chiesa non si stanca di sottolineare la necessità di una “civiltà del lavoro” e di ciò che ne è il fondamento e l’anima: la solidarietà sociale. Non vi può essere una civiltà del lavoro quando manchi la solidarietà verso tutti coloro che prendono parte ai processi economici in vista del bene comune, di quel bene, cioè, che non si risolve in un’entità astratta o impersonale, ma che investe l’interesse reale di tutte le persone, solidalmente perseguito dall’intera comunità. La Chiesa proclama che obiettivo prioritario dell’economia è lo sviluppo integrale dell’uomo, in condizioni tali che la vita professionale sia compatibile con l’accrescimento personale di ciascuno e con la sua vita familiare.

5. In questa prospettiva è vostro diritto esigere che la vostra attività lavorativa non vi impedisca di adempiere ai vostri doveri religiosi. Occorre fare in modo che gli impegni professionali risultino compatibili con la santificazione del lavoro mediante l’assistenza alla santa Messa festiva, una normale vita sacramentale, l’attivo inserimento nelle vostre comunità ecclesiali.

L’“apostolato del mare” trova certamente anche qui a Gaeta fertili possibilità di azione. Amate e seguite i vostri sacerdoti, partecipate ai corsi di catechesi e di formazione familiare - lo raccomando specialmente ai giovani! -, offrite le vostre braccia anche a opere concrete di assistenza e di carità.

Con l’aiuto e l’intercessione di sant’Erasmo, patrono dei naviganti, tenete alto il tesoro della fede, che vi è stato tramandato gelosamente dai vostri genitori, dai vostri avi, la cui memoria è in benedizione. Siate “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32), anche quando siete lontani da casa, nell’immensità del mare, per condividere tra di voi e i vostri cari ansie e tribolazioni, gioie e speranze.

Vi aiuti Maria, stella del mare, la Vergine Immacolata che è madre di Gesù e madre degli uomini, tanto venerata nella vostra arcidiocesi!

Carissimi, Cristo è con voi! Rimanete anche voi con lui! Qui sta il segreto della serenità e della pace, la pienezza della propria realizzazione come uomini e come cristiani.

A tutti, la mia affettuosa benedizione.

Al termine dell’incontro con i lavoratori del mare, dopo aver guidato la recita della Preghiera del Marinaio e del Padre Nostro, il Papa rivolge ai presenti le seguenti parole di ringraziamento.

Vi ringrazio per questa assemblea, per questa accoglienza. E ancora vorrei, approfittando di questo momento ufficiale, ringraziare per la possibilità di attraversare il mare del golfo di Gaeta con i nostri carissimi marinai e i loro superiori. Grazie per questa possibilità. È chiaro, se noi tutti Vescovi, e soprattutto il Vescovo di Roma, siamo successori degli apostoli, cioè dei pescatori, tutti dobbiamo non solamente rispettare le barche, il mare, i marinai, ma qualche volta dobbiamo camminare sulle onde. Pietro ha provato a camminare una volta direttamente sulle onde. Ma il modo normale di navigare sulle onde è questo: navigare. Vi ringrazio per questa navigazione.

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VISITA PASTORALE NELL’ARCIDIOCESI DI GAETA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I SACERDOTI, I RELIGIOSI, I SEMINARISTI E I DIACONI PERMANENTI NELLA CATTEDRALE

Formia (Latina) - Domenica, 25 giugno 1989

Carissimi fratelli e sorelle.

1. Consentitemi di esprimere innanzitutto la mia gioia per questo incontro, che ci trova in piena sintonia di ideali, di speranze, di scelte, a motivo della vocazione che ci accomuna “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!” (Sal 133, 1). Le parole del Salmo si attuano in questa assemblea che oggi si stringe, sotto la guida del suo Arcivescovo, monsignor Vincenzo Farano, attorno al successore di Pietro, per crescere in quella comunione di fede e di amore in cui si manifesta la presenza di Cristo nel mondo.

Ringrazio, insieme al Pastore della diocesi, tutti voi presbìteri e persone consacrate, come anche voi seminaristi e candidati al diaconato permanente; un particolare pensiero sento di dover rivolgere a quanti sono ammalati, e per questo non hanno potuto essere presenti: nella sofferenza del corpo essi portano le stimmate del Signore ed offrono un inestimabile contributo al ministero attivo di quanti si spendono per illuminare e confortare il cammino dei fratelli.

2. La mia parola è innanzitutto per voi, presbìteri di questa Chiesa dalle gloriose tradizioni risalenti fino ai tempi apostolici. Vi invito a ringraziare la bontà divina per la chiamata al servizio sacerdotale, che vi rende testimoni qualificati della Passione, morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Voi siete inviati sulle strade del mondo, a comunicare la vita divina della grazia, specialmente attraverso il culto eucaristico e la celebrazione dei sacramenti. Sentitevi chiamati ad essere nel mondo segno dell’amore salvifico di Cristo, perché deputati ufficialmente alla preghiera pubblica della Chiesa, con l’offerta continua di quel sacrificio di lode (Eb 13, 15), che interpreta l’anelito di tutta la creazione verso la libertà dei figli di Dio (Rm 8, 19): di questo anelito voi siete la voce che s’innalza verso il cielo.

Testimoniare il Vangelo: questo è il vostro compito essenziale, carissimi sacerdoti, questa la vostra più impegnativa partecipazione alla missione stessa da Cristo affidata alla Chiesa (cf. Mt 28, 18-20).

Ma che cosa significa testimoniare il Vangelo da sacerdoti? Significa, innanzitutto, santificare se stessi per servire gli altri nella carità pastorale, consacrandosi al “ministerium Verbi”, perché il Vangelo sia realmente annunciato ad ogni creatura (Mc 16, 15). Significa operare come canali della grazia mediante la celebrazione dei sacramenti, particolarmente del sacramento della Riconciliazione, nel quale si attua la misericordia di Dio nella storia degli uomini. Ciò comporta da parte vostra un’assoluta disponibilità all’ascolto di Dio - nella sua Parola e negli eventi disposti dalla sua Provvidenza - così che “Egli faccia di voi un sacrificio perenne a Lui gradito” (Prex Eucharistica, III).

Testimoniare il Vangelo significa, in particolare essere uomini di preghiera, consacrati a prestare la vostra voce allo stesso Cristo, che loda il Padre e intercede continuamente per i fratelli (cf. Eb 7, 25). Dovete vivere le ansie e le speranze degli uomini del vostro tempo, nelle situazioni storiche nelle quali siete chiamati ad operare; ma il cammino umano, che fate con loro, non deve farvi dimenticare che siete sempre “testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena” (Presbyterorum Ordinis , 3).

3. A voi, carissimi fratelli e sorelle, che, con la professione dei consigli evangelici, avete stretto una particolare alleanza con Cristo, l’esortazione a diventare fiaccole ardenti di quell’amore, che è lode perenne alla santissima Trinità e testimonianza viva per gli uomini. Voi siete gli “specialisti della preghiera”, soleva dire il mio venerato predecessore Paolo VI quando si rivolgeva ai religiosi; voi realizzate quella “vita abscondita cum Christo in Deo”, di cui parla l’apostolo Paolo (Col 3, 3), proponendo al mondo i valori della castità, della povertà, dell’obbedienza, che sono fonte di vera libertà interiore. La Chiesa vi ringrazia di questa testimonianza e conta su di voi, perché il mondo ha bisogno di queste scelte radicali: ha bisogno di vedere uomini e donne pieni di Dio, che pratichino con eroismo quotidiano le virtù cristiane, mossi dalla sola coscienza di amare e servire i fratelli.

La vostra testimonianza vivifichi il tessuto ecclesiale e sociale di queste terre, nelle quali siete stati chiamati ad operare: è il messaggio che consegno a tutti voi, nel ricordo di quelle grandi figure che furono Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi, della cui presenza e spiritualità è pieno ogni angolo di questa regione, e nella consapevolezza della multiformità dei carismi, espressi e vissuti da tanti istituti religiosi di più recente formazione.

Sulle orme di questi grandi santi, nel continuo ritorno ai valori più autentici delle vostre origini, rimanete fedeli alla Chiesa e a quella disponibilità missionaria, che esprime uno dei frutti più ricchi della vostra castità, cioè di quella libertà interiore, che vi permette di sperimentare la verità delle parole di Cristo: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 30).

4. Carissimi fratelli e sorelle, sono venuto per dire ad ognuno di voi: aprite il vostro cuore consacrato all’amore! Donatevi, offritevi con generosità all’uomo dei nostri tempi! Aprite le porte delle vostre chiede, delle vostre case religiose a chi, bussando, chiede di poter fare un’esperienza più diretta e viva della luce del Vangelo, di poter conoscere dalla vostra testimonianza la sapienza della vita nuova portata dal Risorto!

Siate sempre più coscienti di essere intermediari qualificati tra Dio misericordioso e l’uomo pellegrino di verità, di giustizia, di pace. Forti della consacrazione della vostra vita, sappiate affrontare con coraggio le inquietudini del mondo, l’egoismo che nega l’amore e viola la giustizia, l’errore che turba e confonde le anime.

Siete chiamati ad essere il volto di Cristo, perché l’offerta cosciente e libera di tutto ciò che voi possedete, anzi di tutto ciò che voi siete, ripete e scandisce nel tempo il miracolo quotidiano dell’amore del Figlio di Dio, venuto a salvare ogni uomo e a liberarlo dal male.

L’amore non può arrestarsi a metà strada, voi lo sapete bene. L’amore deve essere pronto ad offrirsi fino all’estremo della generosità. Gesù non esita ad esigere la perfezione in questo anelito: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste” (Mt 5, 48).

Non dimenticate mai di essere “dono di Dio agli altri”. Amate gli altri come Cristo ha amato voi. Amate secondo il criterio che Cristo stesso ha stabilito: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti” (Mt 7, 12).

5. Ciò che dà la misura dell’amore è Cristo in persona. Perciò, la misura non è più semplicemente umana: essa diventa una misura divina. Amare come ha amato Cristo è amare alla maniera di colui che è Dio e s’è fatto uomo.

Come Cristo, in forza del nostro stato sacerdotale e in forza della nostra consacrazione, esercitiamoci ad essere pronti, generosamente disponibili, al sacrificio supremo: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (Gv 3, 16).

Carissimi, vivete senza tregua la piena fedeltà alla vostra consacrazione e sarete così pronti al sacrificio dell’amore.

Il Signore Gesù e Maria santissima, nostra madre, accompagnino sempre ciascuno di voi, carissimi sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e candidati al diaconato, e riempiano di entusiasmo la vostra azione a servizio del Regno di Dio.

Il Papa vi ama e vi benedice di cuore.

Al termine del discorso, prima di impartire la Benedizione Apostolica, Giovanni Paolo II si rivolge ai presenti con queste parole.

Prima di concludere, vorrei augurare alla vostra comunità diocesana, al vostro Arcivescovo, una maggiore messe di vocazioni, l’aumento delle vocazioni per tutte le categorie, sacerdoti, persone consacrate. Naturalmente questo ci porta verso i seminari, i noviziati, le famiglie, i diversi ambienti dell’apostolato dei laici. Voglio augurarvi tutto questo nel nome del Buon Pastore che guida noi tutti, Gesù Buon Pastore che ci guida con la sua Croce, con la sua Risurrezione, con il suo amore e con il suo Spirito Santo. Auguro questo a tutti voi, offrendo nello stesso tempo la benedizione conclusiva a tutti i presenti.

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VISITA PASTORALE NELL’ARCIDIOCESI DI GAETA

MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II ALLE NUOVE GENERAZIONI NELLO «STADIO DEGLI ARANCI» DI FORMIA

Domenica, 25 giugno 1989

Carissimi giovani.

1. Vi saluto tutti con affetto e vi esprimo la mia gratitudine per essere venuti qui numerosi. Grazie per le manifestazioni di accoglienza che mi avete riservato, grazie per i vostri canti.

Un ringraziamento speciale va poi al sindaco della città ed al presidente del CONI per i nobili indirizzi da essi rivoltimi, come pure ai componenti della scuola nazionale di atletica, che ospita tutti noi in questo meraviglioso scenario. Saluto i dirigenti, i responsabili ed i giovani atleti di questa valorosa scuola, ed auspico per tutti loro che questo momento della loro vita non sia solo una tappa per conseguire i desiderati risultati tecnici e sportivi, ma diventi una vera esperienza di vita, un momento di crescita non solo delle forze fisiche, ma anche di quelle spirituali.

Esprimo le mie congratulazioni ai sei atleti che ci hanno dato la possibilità di seguire un momento di questa bella disciplina internazionale, ed in loro saluto i loro paesi e tutte le altre nazioni qui rappresentate. Saluto inoltre anche tutte le associazioni qui rappresentate, con i loro animatori e dirigenti, in particolare quei gruppi e movimenti che collaborano nell’apostolato con tutte le componenti di questa Chiesa diocesana per la diffusione del Vangelo. Ringrazio il vostro giovane rappresentate il quale mi ha dato il benvenuto a nome di tutti.

I giovani sono e devono sempre più diventare gli apostoli dei giovani, i testimoni di Cristo tra i loro amici, nella scuola come nel lavoro, nello sport come nelle quotidiane relazioni di amicizia e di fraterna solidarietà.

La Parola di Dio non inganna ma è luce sicura

2. Nella prospettiva di questo incontro voi mi avete posto alcune domande, che corrispondono ai problemi che voi percepite con maggiore intensità, perché li avvertite - per così dire - nell’aria, in conseguenza anche del forte impatto psicologico dei mezzi di comunicazione sociale.

Devo, dunque, rispondere alle vostre questioni, e devo farlo obbedendo ad una norma che voi giustamente apprezzate. L’apostolo Paolo, in una sua lettera, ci avverte che occorre rispondere “senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità” (2 Cor 4, 2). Con questa franchezza io intendo parlarvi e il criterio a cui mi atterrò è la verità contenuta nella Parola di Dio. Voi sapete bene che la Parola di Dio non inganna, ma è luce sicura che guida il nostro cammino.

Voi giovani portate dentro di voi un desiderio profondo di verità, dal quale scaturisce la esigenza di discernere gli autentici valori e di elaborare un degno progetto di vita. Proprio per questo voi intuite che, al di là delle gratificazioni offerte dalla cultura, dalla professione, dallo svago, resta l’attesa di una risposta all’interrogativo essenziale che sale dalle radici stesse del vostro essere: l’interrogativo sul senso della vita, sul fine per il quale siete stati chiamati a lottare e a soffrire, a vivere e a morire.

Ebbene, cari giovani, io sono qui per dirvi che la risposta a questo interrogativo esiste. Questa risposta è Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo per insegnarci ad essere pienamente uomini e per offrirci, al tempo stesso, la possibilità di essere, anche noi con lui, figli di Dio. Questo è il nostro futuro: figli nel Figlio, chiamati a partecipare con lui al suo stesso destino di gloria.

Ecco, perciò, il mio augurio: accogliete Cristo nella vostra vita. Senza l’esperienza di questo incontro interiore con Cristo, la vita può disperdersi, fin troppo facilmente, verso esperienze illusorie e consumistiche, compresa, ovviamente, quella suicida della droga o quella egoistica dello sfruttamento del prossimo e del rifiuto della solidarietà.

Una coscienza che crede di essere libera e autodeterminata costituisce un pericolo

3. Voi avete già capito, che uno dei grandi pericoli per il mondo giovanile è proprio quello di una mentalità secolarizzata, preclusa ai valori della trascendenza. Una mentalità che nega il senso del peccato in nome di una coscienza che crede di essere libera ed autodeterminata.

Giustamente alcuni di voi hanno sottolineato questo aspetto. La Chiesa, come sapete, riconosce la presenza del peccato nell’uomo. Anzitutto quello delle origini: la Sacra Scrittura insiste su questa realtà, che ha sconvolto i rapporti fondamentali tra Dio e l’uomo, e tra uomo e uomo; ma poi anche il peccato personale, che è la ribellione dell’uomo nei confronti di Dio e della sua legge. Esistono inoltre quelle forme sociali di peccato, contro le quali voi giovani, in particolare, reagite, esigendo profondi cambiamenti delle strutture. Non a caso ho parlato, in una mia enciclica, di “strutture di peccato”, che condizionano la condotta degli uomini e si innestano su atteggiamenti egoistici, su vedute grette dei valori, su calcoli politici ed economici intesi ad asservire più che a servire, col proposito di imporre agli altri la propria volontà a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo.

Contro questa logica del peccato, che è in atto, tocca anche a voi giovani reagire, per favorire la vittoria del bene sul male e sulle sue regole inique. Ciò si ottiene accogliendo i valori morali voluti da Dio, e perfezionati da Cristo con la legge della carità. Solo Dio è il sicuro fondamento di ogni morale destinata a elevare la condizione umana, solo la sua Sapienza può essere misura e guida di una vita più degna dell’uomo.

I giovani sono e devono sempre più diventare gli apostoli dei giovani

4. Uno di voi mi ha scritto: “Cosa potrei chiedere al mio Papa? Potrei chiedergli tante cose . . . ma cosa? . . . Io ho l’amore della mamma, la comprensione del papà, in breve, l’affetto della famiglia . . . cosa potrei chiedere di più?”.

Vorrei innanzitutto dire a questo giovane quanto egli debba ringraziare Dio per il dono di una famiglia unita e per questa esperienza di autentico amore che gli è dato di fare. Una famiglia riuscita non è frutto del caso, dell’improvvisazione. Essa nasce dall’impegno generoso di tutti i suoi componenti: non solo dall’impegno dei vostri genitori, cari giovani, ma anche dal vostro. Sentitevi, dunque, responsabili delle vostre rispettive famiglie. È questo, oltretutto, il modo più serio di prepararvi a formare domani una vostra famiglia armoniosa e serena.

Vorrei, però, aggiungere al mio interlocutore sconosciuto che una famiglia riuscita è molto ma non è ancora tutto. Dio nella sua bontà ci ha offerto la possibilità di entrare a far parte della sua stessa famiglia, diventando figli suoi ed acquistando in Cristo un’immensa moltitudine di fratelli. Ecco, dunque, il “di più” che questo giovane può e deve chiedere: poter essere membro degno e attivo della grande famiglia dei figli di Dio.

5. È ben vero che, per tanti aspetti, nonostante questo stupendo messaggio di Cristo, l’uomo “sembra ben poco cambiato”, come ha detto uno di voi. Ma è anche vero che Cristo ha affidato alla vostra libertà l’attuazione del suo piano di salvezza. Ogni epoca è stata una tappa del cammino della Redenzione, ed ogni epoca è formata da persone concrete, che esprimono idee e determinano comportamenti, influendo sulla mentalità e sulle scelte comuni. A voi, giovani di oggi, il compito di preparare un mondo migliore, operando con coerenza per realizzare quei valori per i quali Cristo è morto ed è risorto.

Ma badate: non si tratta di accontentarsi di aspirazioni velleitarie! Occorre agire, accogliendo un tipo di impegno che spesso vi chiederà dei sacrifici. “Bisogna che la giovinezza sia una crescita” (Epistula Apostolica ad iuvenes internationali vertente anno iuventuti dicato, 14, die 31 mar. 1985 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 1 [1985] 790): che sia, cioè, una esperienza che raccoglie tutto ciò che è bello, che è buono, che è vero; ma che non si perde d’animo quando incontra la fatica, il sacrificio, la rinuncia. Quando si è capito questo, si è pronti a ricostruire un mondo nuovo, un mondo migliore.

6. Le altre domande rivoltemi sono connesse col tema della vocazione cristiana. Esse riguardano, infatti, la preparazione professionale, la famiglia ed i suoi problemi d’oggi, il ruolo della donna nella Chiesa.

La vocazione di ogni cristiano, e quindi del giovane che si prepara ad un effettivo servizio nella vita, è anzitutto quella di condividere la missione della Chiesa, assumendosi la responsabilità di essere testimone del Vangelo, in comunione con tutti gli altri membri del Popolo di Dio (cf. Christifideles Laici , 32).

Dovete prepararvi, certamente, ad un lavoro che contribuisca a promuovere il vero bene della società, di ogni uomo e di ogni donna. Ma dovete, altresì, tener presente che ogni impegno temporale è visto dal cristiano nella prospettiva del Regno di Dio. In questa prospettiva può essere che Gesù ripeta a qualcuno di voi, come un giorno ai suoi discepoli, l’invito a seguirlo più da vicino, ad accettare una speciale missione nella comunità, per essere associato a lui nel ministero sacerdotale o nella vita religiosa.

A tutti, in ogni caso, Gesù dice: “Andate anche voi nella mia vigna” (Mt 20, 4). Anche la famiglia, perciò, è una vocazione, ed il nostro secolo ha bisogno che siano maggiormente affermati i valori che la riguardano: la fedeltà, il rispetto della vita e dell’amore. Ciò avviene se nella casa trovano posto la preghiera, i sacramenti, il dialogo, la carità, e soprattutto una intensa e fiduciosa intimità con Cristo.

Vocazione è anche quella della donna, anch’ella partecipe, come tutti i battezzati, della triplice missione di Gesù Cristo, sacerdote, re e profeta. Cristo, infatti, associò Maria al mistero della Redenzione, chiamò le donne a diffondere la sua Parola e la sua carità e ad essere le prime testimoni della Resurrezione. Egli, tuttavia, riservò ai dodici il ministero eucaristico, affidando loro il compito di assicurare la sua presenza nella comunità mediante la celebrazione del memoriale della sua Pasqua.

Carissimi giovani, la Chiesa confida molto su di voi, e a voi affida il messaggio di Cristo sull’uomo, su ogni uomo. Imparate ad amare Cristo e ad amare l’umanità, per divenire a vostra volta maggiormente capaci di donarvi. Sarete così uomini e donne per gli altri, e il mondo di domani, grazie anche al vostro contributo, sarà un mondo più ricco di umanità.

Con questa speranza e con questo augurio imparto a tutti voi la benedizione apostolica.

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VISITA PASTORALE NELL’ARCIDIOCESI DI GAETA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AGLI AMMALATI SUL PIAZZALE DEL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA CIVITA DI ITRI

Itri (Latina) - Domenica, 25 giugno 1989

Signor ministro, signor sindaco di Itri, Cari fratelli e sorelle, carissimi ammalati.

1. Sono venuto su questo Sacro Monte per venerare la Vergine santissima nel suo santuario della Civita, così famoso e così ricco di significato per voi, che negli occhi di Maria e nel suo volto materno cercate conforto alle sofferenze fisiche e morali.

Seguendo le orme del mio predecessore Pio IX, a centoquarant’anni dalla sua visita, ho desiderato salire quassù anch’io, iniziando questa giornata, dedicata pienamente all’arcidiocesi di Gaeta, proprio da voi, membra sofferenti del Corpo Mistico della Chiesa. Eccomi, dunque, ai piedi di Maria, salute degli infermi e aiuto di tutti i cristiani.

2. Un saluto speciale vorrei rivolgere ai responsabili delle strutture sanitarie - amministratori, medici, infermieri, ausiliari, suore e volontari - come pure ai familiari dei sofferenti.

Vi esprimo il mio apprezzamento per la dedizione con cui vi sforzate di creare intorno ai malati, immagini viventi di Cristo sofferente, un ambiente familiare, accogliente, disteso. Voi sentite il dovere di portare calore umano nel vostro lavoro, vivendolo come “vera missione”, da fratello a fratello. Voi sapete, infatti, che chi soffre non cerca soltanto lo specialista capace di curare i suoi mali, ma anche l’essere umano capace di capire i suoi stati d’animo e di sostenere la sua lotta quotidiana, volta alla riconquista della salute.

In questo vostro impegno vi è anche di grande aiuto la fede, la quale vi consente di vedere nel malato i lineamenti del volto di Cristo. Non ha forse egli detto: “Ero malato e siete venuti a visitarmi?” (Mt 25, 36) Queste parole risuonino continuamente dentro di voi. Lui, che legge nel segreto, vi saprà ricompensare.

Non è forse già una ricompensa preziosa la riconoscenza dei vostri malati, i quali porteranno per sempre nel cuore il ricordo della vostra dedizione, della vostra serenità, della vostra delicatezza, oltre che della vostra competenza e dell’efficacia del vostro intervento terapeutico? Il vostro servizio, spesso lungo e logorante, ha un valore inestimabile davanti alla società e soprattutto davanti al Signore.

3. Cari ammalati, io vorrei soprattutto ringraziarvi per la vostri presenza; vorrei ringraziare per le parole di un vostro rappresentante che ha saputo fare una profonda analisi di ciò che vuole dire essere malato, essere malato da cristiano, essere malato dentro la situazione del mondo contemporaneo. Ringrazio per queste parole, per questa analisi che esprime anche i sentimenti, gli atteggiamenti e le speranze di tutti voi.

Io non sono venuto unicamente per portarvi il mio incoraggiamento umano, ma per recarvi anche e soprattutto il conforto della fede cristiana. Sono venuto per dirvi che le vostre infermità sono inscritte nel disegno d’amore paterno ed esigente di Dio. Non vedete in esse una fatalità cieca, ma una prova sempre provvidenziale, anche se dal punto di vista puramente umano spesso oscura ed incomprensibile.

Elevate i vostri occhi a Cristo, che ha accettato la prova della sua Passione. Guardate a lui, l’Innocente, che ha offerto senza riserva la sua vita per salvare tutti gli uomini, a lui che si è affidato a Dio, suo Padre, con totale abbandono. In un primo momento, come sapete, egli ha chiesto che gli fosse allontanato quel calice amaro, ma poi ha subito soggiunto: “Si faccia non la mia, ma la tua Volontà” (Lc 22, 42). E la sua sofferenza è divenuta per noi causa di salvezza, di perdono, di vita.

La vostra generosa unione con la sofferenza di Cristo costituisce il culmine del vostro credere. Coloro che sono chiamati a soffrire con Cristo non subiscono un castigo, ma sono messi a parte di un compito impegnativo e fecondo. La loro sofferenza, infatti, se accettata ed offerta con amore, diviene sorgente di grazia, di pace, di gioia. Diviene la via stretta, ma sappiamo che questa è la via che conduce al paradiso.

4. Carissimi ammalati, io vi auguro di recuperare presto la salute, per poter lasciare i centri di cura e tornare alle vostre case. Vi attendono gli abituali compiti familiari e sociali, nei quali tanto bene potrete ancora fare grazie alle energie ritrovate. Io prego per la vostra sollecita guarigione.

Ora, tuttavia, che nel libro della vostra vita il capitolo della malattia non è ancora chiuso, vi raccomando di valorizzarlo in ogni sua espressione. La sofferenza, infatti, è purificazione per sé e per i fratelli, è fonte di glorificazione, è dono offerto per completare nella propria carne “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24).

Il vostro soffrire sia pertanto dono alla Chiesa, perché essa possa camminare più speditamente sulle strade del mondo. Accogliere nella propria vita il mistero del dolore significa riconoscere che la salvezza fiorisce dalla Croce di Cristo, e la Croce di Cristo è il vero albero della vita.

La Croce però non è fine a se stessa. Al venerdì di Passione segue la domenica della Risurrezione. La sofferenza dell’uomo s’illumina nella prospettiva della Pasqua di Cristo. In mezzo al fitto buio delle umiliazioni, dei dubbi, dell’abbattimento che la malattia porta con sé, il credente trova conforto nella luce che splende sul volto di Cristo risorto. Perciò l’Apostolo scrive anche nella seconda lettera ai Corinzi: “Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1, 5).

5. Carissimi fratelli e sorelle, ci troviamo qui, presso questo caro santuario, anima della vostra devozione a Maria. Ebbene, nel portare la vostra croce quotidiana, sappiate guardare alla Vergine santa, ed ispirarvi al suo atteggiamento di totale adesione all’opera di grazia del Signore.

La risposta generosa di Maria: “Eccomi”, diventi espressione anche della vostra personale adesione, momento per momento, alla volontà di Dio; diventi la vostra risposta, suggerita ed alimentata dall’amore.

Se numerosi santuari come questo sono dedicati a Maria, è perché i fedeli di ogni parte della terra hanno capito l’importanza della presenza della Vergine santa in mezzo al Popolo di Dio; hanno capito che suo compito precipuo è di “presentare” alle generazioni di tutti i tempi il Cristo “ricco di misericordia”, perché ciascuno possa trovare in lui il Salvatore a cui affidare se stesso per il tempo e per l’eternità.

Prima di concludere questo mio colloquio, desidero augurare anche a voi, cari volontari delle diverse associazioni, qui presenti in numerosa rappresentanza, la prontezza e la generosità di Maria santissima nel rendere visibile agli uomini ed alle donne di oggi l’amore di Dio, che vuol dare a tutti la gioia della sua stessa vita.

Nel ringraziare tutti i volontari, voglio ancora ringraziare coloro ai quali è stato affidato questo santuario, i nostri carissimi padri passionisti, la loro comunità, il loro seminario, che ho potuto incontrare, prima, nella chiesa, nel santuario. Ed aggiungo anche una parola di ringraziamento ai giovani che compongono il coro, i quali ci hanno accompagnato con i loro canti, durante il lungo percorso dell’incontro con i malati.

Allora, mi sia permesso confermare il mio affetto e offrire un augurio di serenità nel corpo e nello spirito e come espressione di quell’affetto e di quell’augurio, voglio offrire a voi, a voi ammalati soprattutto, a tutti coloro che vi assistono, a tutti i vostri cari, le vostre famiglie ed a tutti presenti una benedizione; invito il Cardinale ed i Vescovi qui presenti a prendere parte a questa benedizione conclusiva del nostro incontro con Maria.

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VISITA PASTORALE NELL’ARCIDIOCESI DI GAETA

SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA POPOLAZIONE DI GAETA IN PIAZZA XIX MAGGIO

Domenica, 25 giugno 1989

Signor ministro, signor sindaco, fratelli e sorelle!

1. Sono lieto di essere in mezzo a voi, abitanti di questa antica e bella città, e a voi venuti dal sud-pontino, dal casertano, dal frusinate e dai dintorni per partecipare a questo fraterno incontro.

Ringrazio il signor ministro e il signor sindaco per le espressioni di omaggio, che mi hanno rivolto a nome del governo e della cittadinanza. Saluto di cuore tutti i presenti e quanti, pur desiderandolo, non sono potuti intervenire, ma sono collegati con noi mediante la radio e la televisione. A tutti mi sento vicino con affetto vivo e profondo.

Confido che questa mia visita valga a rinsaldare i vincoli di comunione che da sempre esistono tra la vostra città e Roma, la sede di Pietro. Cittadini di Gaeta, le vostre antiche tradizioni, intessute di fede, vi impegnano ad una vita di coerente testimonianza cristiana, capace di tradursi nelle applicazioni concrete dell’amore, secondo gli insegnamenti sempre attuali del Vangelo.

2. Gaeta, città splendida per bellezze naturali, col suo mare limpido, i suoi monti, le sue vie di collegamento, che ne fanno un importante nodo di raccordo, è luogo ricco di storia, di cultura, di arte.

Carissimi, questa vostra città, che per il suo promontorio costituisce una fortezza naturale, ha subìto più volte nel corso dei secoli assedi e distruzioni, in occasione delle invasioni saracene, delle guerre per l’unificazione politica nazionale, del secondo conflitto mondiale. L’opera di ricostruzione, con cui ogni volta la popolazione ha reagito agli eventi luttuosi, è riprova eloquente del suo coraggio, della sua capacità di ripresa, della sua volontà di non avvilirsi mai neppure in mezzo alle più grandi prove.

Voi avete motivo di essere fieri del vostro passato. In esso voi dovete cercare anche ispirazione e stimolo per costruire il vostro presente e il vostro futuro, mai dimenticando che è stata soprattutto la fede nel Vangelo - qui annunciato fin dai primi anni dell’era cristiana - a plasmare le virtù tipiche del vostro popolo, in particolare quella che oggi desidero mettere in rilievo, e che costituisce la ragione profonda della mia presenza tra voi: l’accoglienza e l’ospitalità.

A fare di Gaeta un luogo di asilo, di tranquillità, di pace, hanno contribuito, insieme con la mitezza del clima e l’amenità del paesaggio, i molteplici insediamenti monastici, maschili e femminili. Qui hanno sostato molti e illustri santi: s’affacciano alla mente, tra gli altri, i nomi di san Benedetto, san Nilo, san Francesco d’Assisi, san Filippo Neri, sant’Alfonso, san Gaspare del Bufalo. Non posso poi dimenticare, tra i grandi nomi della cultura, il Cardinale Tommaso De Vio, che qui ha visto la luce e, appunto per il suo luogo di nascita, è conosciuto nella storia della teologia come il “Caetano”.

3. Per la sua caratteristica di rifugio amico, Gaeta ha avuto più volte l’onore e il merito di ospitare il successore di Pietro, nei momenti in cui la Sede romana, per l’incalzare tumultuoso delle vicende storiche, non appariva più sicura per lui. Così nel 1118, per sottrarsi ai disordini che lo minacciavano a Roma, riparò qui, nella sua città d’origine, il Papa Gelasio II, appartenente alla famiglia Caetani.

E qui trovò rifugio, centoquaranta anni fa, il mio venerato predecessore Pio IX, esule da Roma per le note vicende risorgimentali. In questa città egli emanò l’enciclica Ubi Primum che segnò il passo decisivo verso la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, avvenuta poi a Roma qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854. A ragione, dunque, il vostro Arcivescovo, nel rivolgermi l’invito a venire tra voi, chiama Gaeta la “città dell’Immacolata”.

4. Cari fratelli e sorelle di Gaeta, di Formia, dei dintorni! Mi avete accolto come successore di Pietro, il pescatore da Cristo costituito capo della Chiesa per confermare nella fede i fratelli. Mi avete accolto come successore di Gelasio II e di Pio IX.

Ecco quanto vi dico. Perseverate nel quotidiano cammino di fede con gioioso ottimismo. Restate fedeli alla Chiesa ed al Magistero dei suoi Pastori, per restare così fedeli a Cristo. Sviluppate l’affettuosa devozione, che è già nelle vostre tradizioni, verso la Vergine Madre.

Questa vostra città ha ritrovato sempre nel Vangelo le energie per risorgere e ricostruire non solo i suoi edifici materiali, ma anche il tessuto morale, civile e sociale. Voi siete oggi alle prese con nuovi problemi. Gli impianti industriali ed altri tipi di attività lavorative non hanno prodotto l’auspicato incremento sul piano economico e sociale.

Alcuni cantieri hanno chiuso i battenti. I giovani incontrano difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro e devono spesso soffrire le conseguenze di una disoccupazione che può portare all’avvilimento personale e al degrado morale.

Nonostante questo, io vi dico: Abbiate fiducia! Come avete superato le difficoltà di ieri, saprete trovare le energie per superare anche quelle di oggi.

Rimanete ancorati al valore ed al senso della famiglia. Conservate il rispetto per ogni persona umana in qualunque momento della sua esistenza. Consolidate i sentimenti di solidarietà e di partecipazione, che sono alla base di ogni vostra passata realizzazione, sostenuti da quella fede, che è stata e sarà sempre l’anima profonda di ogni vostro autentico progresso.

Mentre vi affido alla protezione materna di Maria, imparto di cuore a tutti la benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI MARONITI IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 24 giugno 1989

Beatitudine e cari fratelli nell’Episcopato della Chiesa maronita.

1. Vi accolgo con particolare affezione, in occasione del vostro pellegrinaggio alle tombe di Pietro e di Paolo, principi degli apostoli, modelli e intercessori per tutto il Collegio Episcopale. La vostra presenza a Roma in questi giorni rende ancor più fervente la mia preghiera quotidiana per il vostro popolo sofferente, per questa amatissima terra legata alle origini del cristianesimo, oggi straziata.

Nel salutare le vostre persone, il successore di Pietro desidera dire a tutti i membri della Chiesa maronita che sono vicini al suo cuore, che hanno la stima e l’amicizia di tutta la Chiesa cattolica. Beatitudine e cari fratelli: portate ai Vescovi che non hanno potuto venire, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai laici delle vostre diocesi, e anche ai vostri fratelli di altri riti, il messaggio di solidarietà fraterna del Papa e di tutta la Chiesa, con l’incoraggiamento a restare saldi nella fede, a continuare a lavorare per la pace nella speranza fondata sulle promesse del Signore.

Lo stesso messaggio di solidarietà del Papa, ve lo affido per tutti i Libanesi, quelli che portano con noi il nome di cristiani o quelli che hanno in comune con noi la fede nel Dio unico e onnipotente. Auspico che tutti si impegnino con coraggio e perseveranza per la pace e il bene del vostro Paese, senza mai perdere la speranza.

So che i Libanesi non considerano come un conflitto di carattere religioso la guerra da cui sono provati da tanti anni: la pluralità di appartenenze religiose che caratterizza la regione è stata vissuta per lungo tempo in una convivenza molto ricca. Non è pensabile che, in nome della fede in Dio, si possa giungere a causare tante sofferenze e a mettere in pericolo l’esistenza stessa di un Paese.

2. Beatitudine, a nome dei Vescovi e dei fedeli maroniti, voi avete voluto rivolgermi parole di gratitudine per i passi da me compiuti a favore del Libano, dal momento che condivido la vostra pena di veder continuare la terribile guerra che distrugge il vostro popolo. Come potrei non levare la mia voce, quando mi giunge l’eco di tante sofferenze ingiuste e l’immagine del sangue innocente così crudelmente versato?

Appena un mese fa, ho partecipato a numerosi capi di Stato la mia inquietudine davanti ai mali che continuano a travagliare il vostro popolo e davanti alla drammatica situazione che impedisce di affrontare liberamente e senza paura l’avvenire della Patria.

In questi anni dolorosi, alle debolezze e alle incertezze dei Libanesi, ad una situazione generale difficile, si sono aggiunte o imposte delle ingerenze e degli interventi armati non libanesi. Lo ripeto ancora qui: è dovere dei paesi della regione e di tutta la comunità internazionale di agire concretamente per metter fine a questo processo di distruzione e per aiutare lealmente i Libanesi di buona volontà a riattivare il dialogo per stabilire il libero funzionamento delle istituzioni dello Stato e ricostruire una società fondata sull’uguaglianza dei diritti e sui principi di una convivenza democratica.

Apprezzo vivamente e incoraggio caldamente le iniziative attualmente in corso, e spero che riceveranno accoglienza positiva da parte delle parti direttamente interessate e il sostegno internazionale necessario.

3. In questo periodo, la vostra visita “ad limina” acquista un significato particolare. Saluto il coraggio e lo spirito di fede che vi animano nello svolgimento di questo compito ecclesiale. Auspico che il vostro pellegrinaggio sia per voi una fonte di ispirazione di nuova energia nella vostra missione. Questa fonte, in realtà, è la fede in Cristo. Gli apostoli e i martiri hanno vissuto e sono morti per essa. La fede in Cristo vincitore del male è il centro stesso del mistero cristiano. Essa proietta la sua luce su quanto di oscuro c’è nella nostra storia personale e in quella delle nostre comunità. Con la Croce Cristo ha salvato il mondo. Dal suo fianco squarciato scorre il sangue e l’acqua che vivificano il mondo. Dalla sua tomba egli si è levato la mattina di Pasqua, primogenito tra i morti. Quando la stessa sopravvivenza di un popolo e di una Chiesa ci sembrano in pericolo estremo e a giudizio umano la soluzione ci pare irraggiungibile, il nostro sguardo di fede può essere rischiarato solo dal mistero pasquale della Redenzione, da cui la Chiesa trae la sua sola ragion d’essere.

Cari fratelli, la Chiesa maronita di cui avete la cura pastorale, è oggi chiamata a rafforzare la sua coesione fraterna appoggiandosi alla presenza fedele del Salvatore nelle membra sofferenti del suo Corpo. Con la preghiera di ciascuno, con la celebrazione comune dei misteri della fede, con l’amore fraterno più forte di ogni altro sentimento, rinsaldate l’unità delle vostre comunità ecclesiali. Voi siete gli eredi di un antico patrimonio spirituale, voi costituite una pianta preziosa nella vigna dell’Oriente cristiano, amata dal Signore e da tutti rispettata. I vostri antenati, nella loro tenacia, hanno forgiato nobili tradizioni. Voi avete il compito di approfondirle nuovamente di fronte alle tribolazioni della storia.

Oggi, fa parte della vostra missione saper incoraggiare e sostenere i fedeli della vostra Chiesa e tutti i vostri connazionali di buona volontà. Aiutateli a vincere la tentazione dell’odio, della vendetta e delle rappresaglie, e superare gli egoismi per intraprendere un dialogo sincero, sola via possibile per ricostruire la vostra società e il vostro Paese.

4. È necessario, nel momento attuale, che tutti i membri della Chiesa si sentano coinvolti nella missione essenziale di essere i testimoni dell’amore di Cristo. Occorre la collaborazione concertata dei Vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, dei laici con tutte le responsabilità da loro esercitate nella Chiesa e nella società. Gli uni e gli altri, uniti nella preghiera e in una fede rinnovata, uniti nelle strutture ecclesiali sempre da perfezionare, saranno testimoni più credibili del messaggio di pace del Vangelo. Insieme voi potrete rinnovare a tutta la società libanese il vostro appello e una ripresa della convivenza fraterna che era ammirata molto al di là delle vostre frontiere. Insieme, superando le divisioni e le divergenze dentro la comunità e tra i gruppi, voi darete l’esempio del reciproco rispetto delle persone e delle loro convinzioni, che è condizione prioritaria per la giustizia e la libertà. Sono certo che il Sinodo patriarcale appena concluso ha dato indicazioni molto utili in questo senso.

Conosco anche le grandi preoccupazioni causate da una notevole emigrazione, sia per il vuoto creato dalla partenza di molti fedeli sia per la cura di mantenere saldi legami tra i maroniti sparsi nel mondo. Voi desiderate, giustamente, che essi restino in vivo rapporto con la loro Chiesa madre e la loro Patria.

5. Nel vostro Paese, la vita religiosa ha radici antiche; e nel passato è stato importante il ruolo svolto dai centri monastici, nel dare un impulso spirituale e intellettuale. Auspico che oggi gli ordini religiosi libanesi, maschili e femminili, continuino e rinnovino, in piena armonia con l’Episcopato maronita, il loro contributo alla testimonianza evangelica, soprattutto attraverso la disponibilità che viene dall’osservanza fedele dei voti di castità, povertà e obbedienza. In una Chiesa particolare, c’è sempre un posto privilegiato per i religiosi e le religiose, contemplativi o apostolici. La loro convocazione li chiama a dare l’esempio del perdono, ad essere costruttori di concordia e testimoni evidenti della solidarietà nell’abnegazione. Sappiamo che noi contiamo su di loro. Giovani numerosi si uniscano a loro nel noviziato; incoraggio il loro desiderio di seguire Cristo nella consacrazione disinteressata alla preghiera e al sostegno dei loro fratelli in tutte le forme di carità fraterna.

6. Voi avete anche attualmente un grande numero di candidati al sacerdozio. Vedo in questo un segno positivo: questi giovani sono araldi del fervore di un popolo che si volge verso il Signore, rappresentano con la loro generosità un pegno di speranza. Che voi possiate condurli alla vita sacerdotale, saldi nella fede, devoti ai fedeli, instancabili artefici di unità e di pace nel nome di Cristo!

Desidero rendere omaggio a tutti i sacerdoti delle vostre diocesi, alla loro sollecitudine pastorale verso le comunità, in condizioni spesso precarie. E non posso dimenticare i sacerdoti, libanesi e non, che, nel corso di questi lunghi anni di guerra, sono caduti nello svolgimento del loro ministero ecclesiale e al servizio dei loro fratelli, unendosi così alle migliaia di vittime innocenti che piangiamo.

7. Non posso oggi affrontare tutti gli aspetti della vita ecclesiale nelle vostre diocesi, ma vorrei esprimere ancora il mio incoraggiamento in due campi. Per la formazione dei giovani, la catechesi e la scuola, voi vi impegnate in modo molto meritorio. Voi direte agli educatori, che restano disponibili nonostante le condizioni spesso al limite del sopportabile, quanto il Papa apprezzi la loro dedizione e quanto sia importante il loro compito perché i giovani del vostro Paese sviluppino le potenzialità ereditate, le loro qualità, la loro disposizione all’intesa fraterna con gli amici di altri gruppi sociali e religiosi. Sia sul piano dell’educazione religiosa propriamente detta sia su quello dell’educazione in generale, auspico che il contributo dei vostri fedeli continui ad essere grande e di qualità come nel passato.

I giovani di oggi potranno così dare, in questo Libano vivo che tutti speriamo, il contributo responsabile di un lavoro di valore per la vita politica, economica e sociale. Lo faranno mostrandosi fedeli ai principi cristiani fondamentali e nel pieno rispetto della dignità e dei diritti dei loro connazionali.

8. Le sofferenze provocate dagli eventi di questi ultimi quindici anni hanno rafforzato tra voi il senso dell’aiuto vicendevole, tradizionalmente vivo nelle vostre famiglie. La Caritas libanese, altre organizzazioni, delle iniziative spontanee hanno messo in atto dei tesori di carità veramente fraterna. Molti figli del Libano danno in questo un esempio forse sconosciuto all’estero; desidero quindi rendere loro omaggio. E auspico che essi continuino la loro azione verso i feriti, verso i colpiti dai lutti, quelli che la guerra ha privato di tutto, quelli che hanno dovuto lasciare terre e case, quelli che l’insicurezza ha reso deboli. E non manchi il sostegno concreto dei cristiani dei paesi più fortunati!

9. Beatitudine e cari fratelli nell’Episcopato: la vostra visita “ad limina” mi dà l’opportunità di confermarvi tutto il mio appoggio, di cuore, nella vostra missione. Attraverso di voi, con tutti i membri delle vostre comunità, la Chiesa maronita continua ad essere presente nella società libanese, ad onorare la tradizione di san Marone, di san Charbel, della beata Rafqa e di tanti altri servi di Dio che illuminano la vostra storia. Il ritorno alla pace, tanto desiderata noi lo speriamo, noi lo domandiamo nella preghiera, noi supplichiamo tutti coloro che possono contribuirvi seguendo la loro coscienza. Poiché si tratta di salvaguardare i diritti essenziali di uomini e donne legati alla loro terra, alla loro eredità spirituale e alle loro tradizioni culturali. Si tratta di salvaguardare delle libertà fondamentali, a cominciare da quella di vivere, di essere rispettati nel proprio credo e nei rapporti umani più radicati nella persona.

Il Signore doni alla Chiesa maronita, ai suoi Pastori, al suo clero, ai suoi religiosi e alle sue religiose, ai suoi fedeli il conforto della sua grazia, la forza della fede e della speranza, l’ardore dell’amore di Cristo! Invocando gli apostoli Pietro e Paolo, i santi del vostro Paese e nostra Signora del Libano, prego Dio onnipotente e misericordioso di colmarvi delle sue benedizioni.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI DEL CONSIGLIO DELLA SEGRETERIA GENERALE PER L’ASSEMBLEA SPECIALE PER L’AFRICA DEL SINODO DEI VESCOVI

Venerdì, 23 giugno 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Provo una grande gioia nell’accogliervi qui, voi tutti membri del consiglio dell’assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, nel momento in cui vi riunite per la prima volta a Roma, al fine di preparare questo avvenimento ecclesiale importantissimo per la Chiesa in Africa come per la Chiesa universale.

Il 6 gennaio scorso, dopo aver celebrato nella Basilica di san Pietro la solenne liturgia dell’Epifania del Signore e l’ordinazione di tredici nuovi Vescovi ho annunciato, al momento dell’Angelus, che una assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi si sarebbe riunita sul tema: “La Chiesa in Africa alle soglie del terzo millennio”.

Nell’annunciare questa convocazione, ne ho anche spiegato i motivi. Ho voluto accogliere, infatti, “la richiesta spesso rivoltami, da un po’ di tempo a questa parte, dai Vescovi africani, dai sacerdoti, dai teologi e dai responsabili del laicato allo scopo di favorire una solidarietà pastorale organica in tutto il territorio-africano e nelle isole adiacenti”.

L’Africa è un immenso continente, diverso e complesso. I paesi che lo compongono si trovano spesso a dover affrontare problemi simili ma anche molto diversi. È un continente in forte espansione e in piena evoluzione. La Chiesa è presente in tutti i paesi, attraverso comunità importanti o minori, ma sempre animate da un ineguagliabile dinamismo missionario. Essa partecipa, in quanto tale, e con tutti i cittadini alla vita di ciascuna nazione e del continente.

2. Fin dalle sue origini, la Chiesa ha sempre cercato di inserirsi nelle realtà quotidiane della vita umana e nelle diverse culture a affinché potessero accogliere il messaggio di salvezza del suo fondatore. Per la Chiesa è dovere costante essere sempre al servizio della manifestazione di Cristo presso tutti i popoli, in tutti i tempi, nel cuore delle situazioni culturali e storiche concrete. Ciò facendo, come dice il Concilio Vaticano II, essa “nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutta la dovizia di capacità e consuetudini dei popoli, in quanto sono buone, ed accogliendole le purifica, le consolida ed eleva” (Lumen Gentium , 13).

Ma, a partire dall’epoca apostolica, la Chiesa si è anche resa conto che occorre promuovere la collaborazione, l’espressione dell’unica fede nei diversi contesti e, là dove questo si rivela necessario e possibile, la coordinazione pastorale e missionaria al fine di rendere più convincente la trasmissione del messaggio evangelico e di rispondere meglio alle esigenze che si presentano. Per questo oggi è parso opportuno convocare questa assemblea speciale.

3. Attraverso gli echi che mi sono giunti e che continuano ad arrivare, posso dire che la convocazione di una assemblea sinodale dei Vescovi del continente africano è stata generalmente accolta con gioia e viva soddisfazione. Alcuni Vescovi e interi Episcopati hanno voluto esprimermi la loro gioia, e ringraziarmi per aver dato loro l’occasione di incontrarsi, di accordarsi sui piani pastorali e missionari, di vivere meglio le responsabilità che loro spettano come Pastori e di veder affermare la personalità e l’identità della Chiesa in Africa.

Sono felice di poter esprimere, in occasione di questo incontro, la mia riconoscenza a coloro che hanno fatto parte della commissione antepreparatoria. Immediatamente dopo l’annuncio della convocazione del Sinodo per l’Africa e l’istituzione della commissione, i suoi membri si sono riuniti due volte, dal 7 al 9 gennaio e dall’1 al 3 marzo scorsi, per una elaborazione preliminare a grandi linee del tema, della struttura e delle norme per la celebrazione del Sinodo.

Nonostante le responsabilità delle loro rispettive diocesi, gli impegni nella loro Conferenza Episcopale o in diversi organismi regionali, continentali o universali, i membri della commissione hanno dato prova di una generosa e pronta disponibilità di cui li ringrazio con tutto il cuore. Vi ringrazio altresì per il vostro qualificato contributo e l’aiuto che avete dato al segretario generale del Sinodo allo scopo di gettare le basi per una buona partenza del processo sinodale.

4. Eccoci dunque arrivati al momento in cui dobbiamo entrare nel vivo di questo processo sinodale e affrontare con determinazione la fase successiva dei lavori. A questo scopo, ho istituito il consiglio del segretariato generale per l’assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi composto dai membri della precedente commissione antepreparatoria, ai quali si aggiungono otto membri che ho chiamato ora a farne parte.

Il consiglio, infatti, ha lo scopo essenziale di aiutare il segretariato generale a preparare adeguatamente le assemblee del Sinodo ed a vigilare in seguito sulla esecuzione di quanto è stato deciso dal Sinodo dei Vescovi ed approvato dal Sommo Pontefice. Il Consiglio dell’assemblea speciale sviluppa così la sua attività parallelamente a quella dell’assemblea generale.

5. È la prima volta che viene convocato un Sinodo a livello continentale. Ciò comporta un grande sforzo da parte di tutti, e soprattutto da parte dello stesso Consiglio. Il vostro primo compito sarà quello di preparare i “Lineamenta”, allo scopo di promuovere la riflessione comune e di incoraggiare suggerimenti e idee costruttive sull’argomento generale proposto per la celebrazione del Sinodo.

La riflessione comune dovrà riguardare tutti gli importanti aspetti della vita della Chiesa in Africa, e, in particolare, comprenderà l’evangelizzazione, l’inculturazione, il dialogo, l’assistenza pastorale nei settori sociali e i mezzi di comunicazione sociale.

- La Chiesa per sua natura è missionaria. L’evangelizzazione è un dovere affidato a tutti i membri della Chiesa dallo stesso Signore Gesù, affinché tutti i popoli credano e vengano salvati. Come ha detto il mio predecessore Paolo VI in un indirizzo al sacro Collegio, “le condizioni della società in cui viviamo ci obbligano perciò tutti a rivedere i metodi, a cercare con ogni mezzo di studiare come portare all’uomo moderno il messaggio cristiano, nel quale, soltanto, egli può trovare la risposta ai suoi interrogativi e la forza per il suo impegno di solidarietà umana” (Pauli VI, Allocutio ad sacrum Cardinalium Collegium, omina et vota Summo Pontifici promentium ob eius diem nominalem atque expletum X Pontificatus annum, die 22 iun. 1973 : Insegnamenti di Paolo VI, XI [1973] 633).

- Come Gesù, nel proclamare il Vangelo, si è servito di tutti gli elementi che avevano forgiato la cultura del suo popolo, anche la Chiesa deve servirsi degli elementi della cultura umana per costruire il Regno. Tuttavia inculturazione non significa semplice adattamento esteriore. Inculturazione significa “l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione del cristianesimo ed il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane (Synodi Extr. Episc. 1985 Relatio Finalis, II, D, 4).

- La Chiesa cattolica in Africa vive fianco a fianco con altre religioni. Il Concilio Vaticano II esortava i cattolici che vivono in un ambiente multireligioso a rendere testimonianza della loro fede e della loro vita cristiana con prudenza e carità, attraverso il dialogo e la cooperazione con le persone di altre religioni. Allo stesso tempo li incoraggiava a riconoscere, tutelare e promuovere tutti i positivi valori spirituali, morali, sociali e culturali proprio di queste ultime. La Chiesa ha l’obbligo di proclamare incessantemente Cristo che è la “Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). Per questo non deve mai esservi opposizione fra dialogo e missione.

- È vero, naturalmente, che il Regno di Dio non si identifica con alcuna impresa meramente umana. Ma ciò non esime la Chiesa dal preoccuparsi delle persone nelle loro attuali situazioni personali e nella loro vita in seno alla società. Le condizioni di estrema povertà e di sottosviluppo in cui vivono milioni di nostri fratelli nel continente africano dovrebbero far comprendere a tutti i cristiani africani che essi hanno il dovere di promuovere allo stesso modo sia la dignità e la solidarietà umana che lo sviluppo economico e sociale, al servizio dell’individuo e della famiglia.

- La riflessione deve anche comprendere i mezzi di comunicazione sociale. Negli ultimi anni i mezzi di comunicazione hanno subito un grande sviluppo ed esercitano una influenza enorme sui giovani e su tutti i settori della società. Hanno anche creato nuovi e seri problemi. Ma, se usati correttamente, essi possono efficacemente contribuire allo sviluppo sociale e culturale, e possono diffondere e consolidare il Regno di Dio.

6. Cari fratelli: vi ringrazio per la vostra pronta risposta alla mia richiesta di aiuto e per il prezioso contributo che date e continuerete a dare alla preparazione di questa assemblea. Se ben preparata, l’assemblea del Sinodo coinvolgerà tutti i settori della comunità cristiana: individui, piccole comunità, parrocchie, diocesi ed organismi locali, nazionali ed internazionali. Essa avrà risultati positivi e se ne avvantaggerà la Chiesa non solo in Africa ma in tutto il mondo.

Affido questo Sinodo alla protezione di Maria, madre di Cristo e madre della Chiesa, e imparto a tutti voi la mia benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A S.E. LA SIGNORA JANINA DEL VECCHIO UGALDE, NUOVO AMBASCIATORE DI COSTA RICA PRESSO LA SANTA SEDE

Giovedì, 22 giugno 1989

Eccellenza.

Sono felice di darle il mio più cordiale benvenuto in questo atto di presentazione delle lettere credenziali che la accreditano come ambasciatore straordinario e plenipotenziario del Costa Rica presso la Santa Sede.

Prima di tutto, desidero manifestarle la mia riconoscenza per le sentite parole con cui ha avuto la cortesia di salutarmi, e che mi hanno permesso di comprovare una volta di più i nobili sentimenti di unione e adesione verso la Sede Apostolica da parte dei cittadini di questa cara Nazione. Desidero ringraziarla anche per il deferente saluto che mi ha trasmesso da parte del signor Presidente della Repubblica.

Vostra eccellenza ha fatto riferimento alla vocazione per la pace, che è stata un valore distintivo del Costa Rica nel suo cammino democratico. A questo riguardo non posso non ricordare che il suo governo - con una iniziativa del suo Presidente, il dottor Oscar Arias Sànchez - ha avuto un importante ruolo nell’incontro di Esquipulas II, e in seguito in quello di Alajuela, che ha preso forma in un accordo firmato dai cinque paesi centroamericani, allo scopo di procurare un destino di pace a questa regione.

La Santa Sede ha osservato con grande interesse questo piano e segue assai da vicino il processo in corso, con il vivo desiderio che si alimenti il dialogo e si possano superare gli ostacoli che si frappongono al vero progresso di quei popoli, evitando sempre la tentazione di ricorrere a qualsiasi forma di violenza.

Nel citato documento di Esquipulas II si affermava in maniera perentoria che è necessario creare una coscienza di solidarietà che conduca ad uno sviluppo integrale proteggendo e tutelando i legittimi diritti delle persone, in armonia con le esigenze del bene comune della Nazione.

Dato che la solidarietà offre una base etica per lo sviluppo, a sua volta, permette di realizzare quell’aiuto del fratello nei confronti del fratello, in modo tale che tutti possano vivere più pienamente all’interno di quel sano pluralismo e complementarietà, che sono segno di garanzia per una civiltà autenticamente umana. Questa dinamica porta certamente a quella armoniosa “tranquillitas ordinis” di cui ci parla sant’Agostino, e che costituisce e assicura la vera pace.

In Costa Rica, come in altri paesi fratelli dell’America Centrale, cresce una gioventù che aspira ardentemente alla pace e al progresso sociale. Alle aspettative delle nuove generazioni, particolarmente sensibili ai segni dei tempi, bisognerà rispondere con delle decisioni politiche e sociali che aiutino a comprendere e dimostrare che la pace non sarà un obiettivo raggiunto fino a quando la sicurezza, imposta dalle armi, non sarà rimpiazzata gradualmente dalla sicurezza basata su di un ordine giuridico, sociale ed economico, che rafforzi i legami di solidarietà e il destino comune a cui sono chiamati i popoli fratelli del Centroamerica. Questa è una responsabilità che nessuno Stato può eludere. In questo senso erano assai chiare le parole di Papa Paolo VI: “La pace non si riduce ad una assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario della forza. La pace si costruisce ogni giorno con l’instaurazione di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta fra gli esseri umani” (Populorum Progressio , 76).

A questo riguardo, la Santa Sede - insieme ad altri rappresentanti della comunità internazionale che hanno visto nell’accordo di Esquipulas II un orizzonte di speranza per l’America Centrale - incoraggia tutte quelle forze che sono incamminate verso il raggiungimento di una pace stabile in tutta questa area. Solo prendendo le mosse da un sincero clima di dialogo e riconciliazione, che permetta anche il ritorno alle loro case di tante famiglie che sono state allontanate a causa della violenza e che, ancora, favorisca un deciso processo democratico, sarà possibile creare delle vie per la partecipazione su delle basi di giustizia e libertà, presupposti insostituibili per la pace e lo sviluppo. Allo stesso tempo sono improrogabili tutti gli sforzi volti a garantire la inviolabilità delle persone, che rispettino la libertà e la sicurezza delle loro vite.

La Sede Apostolica vede con soddisfazione gli sforzi che il governo del Costa Rica sta realizzando per il mantenimento e la messa in pratica degli accordi che sono stati sottoscritti dai rappresentanti politici del Centroamerica. Rinnova inoltre il suo appello affinché la comunità internazionale offra il suo contributo solidale, orientato al superamento degli ostacoli di ordine economico che rendono tanto difficile lo sviluppo della regione. La Chiesa in Costa Rica da parte sua continuerà instancabile nella sua vocazione di servizio all’uomo, cittadino e figlio di Dio. Perciò i Pastori, i sacerdoti e le famiglie religiose - conformemente alla missione che è stata loro affidata - non risparmieranno gli sforzi nell’opera di promozione e stimolo di tutto quello che possa favorire il bene comune e la fraternità fra gli uomini.

Esprimendole i miei migliori auguri per un felice svolgimento della sua alta missione, invoco su vostra eccellenza e la sua famiglia, sulle autorità che le hanno affidato tale incarico e sugli amatissimi cittadini del Costa Rica, la costante protezione dell’Altissimo.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI DELLA «SOCIETY OF VATICAN OBSERVATORY»

Lunedì, 19 giugno 1989

Cari amici.

È per me un grande piacere ricevervi, membri fondatori della “Society of The Vatican Observatory”. La vostra visita mi consente di manifestare la mia gratitudine per la vostra collaborazione in due iniziative dell’Observatory: per prima, la costruzione del telescopio vaticano di avanzata tecnologia in Arizona; seconda, la programmazione di un lavoro ulteriore su questioni relative al rapporto tra fede e scienza.

Per quanto riguarda il telescopio, è motivo di soddisfazione vedere come, in modo molto creativo, gli elementi pratici dell’ingegneria, i principi teoretici della luce e il desiderio di vedere più a fondo e più precisamente nell’universo, si sono riuniti per raggiungere ciò che prima era solo un sogno: la creazione di uno dei più potenti telescopi del mondo. Questo nuovo telescopio sarà il primo di una serie di strumenti che consentiranno agli scienziati di vedere dieci volte più in profondità nell’universo.

Per poter funzionare al massimo dell’efficienza, questi telescopi devono essere collocati in remote località montane, molte delle quali sono zone altamente protette dal punto di vista ecologico. So che, come scienziati, voi amate e rispettate la natura. Per questo, mentre cercate di forzare le frontiere ultime dell’universo, voi avete tentato di interferire il meno possibile nei processi naturali della terra, quella piccola ma preziosa parte dell’universo da cui osservate.

Sono lieto di sapere che, con tutte le richieste poste alle risorse finanziarie e fisiche di un paese così benedetto come gli Stati Uniti, voi siete riusciti ad ottenere da privati donatori le risorse necessarie per il nuovo telescopio e la licenza astrofisica. Su tutti coloro che hanno contribuito a questa iniziativa invoco la guida amorosa e la protezione di Dio.

Dal momento che il lavoro del Vatican Observatory procede sotto gli auspici della Chiesa, è solo naturale che voi esprimiate le molte questioni sorte dal rapporto tra fede e scienza. Un passo decisivo in questa direzione è stata la pubblicazione di fisica, filosofia e teologia. Il mio incoraggiamento di cuore per questa iniziativa.

È chiaro che siete solo agli inizi di queste vicende, ma dobbiamo essere grati al Signore perché sono cominciate bene. Con la sua continua benedizione e la collaborazione vostra e dei vostri collaboratori, prego che abbiate successo nel vostro servizio alla Chiesa e alla famiglia umana. Il Signore sia con tutti voi!

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A S.E. IL SIGNOR MAMADOU MAIGA JOUSSOUFA, NUOVO AMBASCIATORE DEL NIGER PRESSO LA SANTA SEDE

Lunedì, 19 giugno 1989

Signor ambasciatore.

Benvenuto in Vaticano. Sono lieto di accogliere l’eccellenza vostra in qualità di ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica del Niger presso la Santa Sede. La sua presenza qui mi rallegra, perché testimonia il desiderio del suo Paese di continuare a far operare, nei rapporti internazionali, il dinamismo particolare dei valori spirituali, con il contributo tipico di chi ha uno sguardo sul mondo impregnato di fede religiosa.

Sono stato toccato dalla cortesia del suo indirizzo di saluto e in particolare dalla sua affermazione che i suoi connazionali assegnano un posto privilegiato alla solidarietà, alla tolleranza, al rispetto della dignità umana: si tratta davvero di strade che portano alla pace tra gli uomini, mio fervido auspicio per tutta la famiglia umana.

In questa occasione, mi piace ricordare la positività dei rapporti tra la Repubblica del Niger e la Santa Sede. Sono certo che la sua missione, che oggi si inaugura ufficialmente, contribuirà al rafforzamento dei legami di amicizia che ci uniscono.

Lei ha sottolineato, signor ambasciatore, l’impegno da me perseguito, insieme ai miei collaboratori, per portare aiuto alle popolazioni che soffrono per la mancanza di beni materiali indispensabili per una vita umanamente degna o che sono vittime di calamità naturali. È mio ardente desiderio, per quanto riguarda in particolare i paesi del Sahel, incoraggiare la “formazione di persone competenti che si pongano al servizio dei loro paesi e dei loro fratelli, senza discriminazione alcuna, in uno spirito di promozione umana integrale e solidale per lottare contro la desertificazione e le sue cause, per soccorrere le vittime della siccità” (Statuts de la Fondation Jean-Paul II pour le Sahel, n. 2).

Lei mi consentirà di salutare, in questa circostanza, la comunità cattolica del suo Paese. Lei ha ricordato l’atmosfera di dialogo che esiste nel suo popolo “impregnato di tradizioni religiose”, per riprendere le sue stesse parole. Rendo grazie a Dio per l’armonia esistente nel rapporto tra musulmani e cristiani. Ho apprezzato, in particolare, il fatto che la Repubblica del Niger si è proposta di offrire un quadro giuridico che permetterà alla comunità cattolica di svilupparsi e portare avanti la sua attività, nel rispetto delle credenze di tutti.

Come lei sa, signor ambasciatore, i cattolici non mancano di portare il loro leale contributo all’edificazione della Nazione. Animati dalla loro fede, essi desiderano unirsi a tutti i compatrioti per realizzare una società in cammino verso un ideale di progresso. Essi mettono il lievito del Vangelo là dove vivono, cercando di testimoniare il loro amore fraterno, come fece padre Charles de Foucauld, che tanto amò le popolazioni della sua regione. Così vogliono lavorare i missionari, i religiosi, le religiose e i fedeli laici, collaborando, secondo le loro possibilità, alla promozione dell’educazione, la salute e la cultura.

Il mio pensiero va ora a tutti i Nigeriani e, in primo luogo, a sua eccellenza il generale Ali Saïbou, capo di Stato. La prego di trasmettergli da parte mia i più fervidi auspici per la prosperità del Niger oltre che per il bene fisico e spirituale di tutti i suoi abitanti.

Quanto a lei, signor ambasciatore, le presento i miei migliori auguri per il successo della sua alta missione. Sia certo che troverà sempre qui l’attenzione comprensiva di cui dovesse aver bisogno. Nell’esprimere il mio affetto verso il popolo nigeriano e nel rivolgere il mio deferente saluto ai suoi responsabili, invoco su tutta la Nazione l’aiuto di Dio e l’abbondanza dei suoi doni.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI PELLEGRINI INDONESIANI

Lunedì, 19 giugno 1989

Cari fratelli e sorelle.

Sono davvero lieto di ricevervi oggi, in occasione del vostro pellegrinaggio parrocchiale a Roma e a Lourdes: “Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (Ef 1, 2).

È importante che, nel corso del pellegrinaggio, voi vi rechiate alle tombe dei santi apostoli Pietro e Paolo, che sono le colonne della Chiesa romana. Come dice il prefazio della Messa della loro festa: “Ciascuno nel suo modo prescelto raccolse in unità l’unica famiglia di Cristo” - Pietro “dal gregge fedele di Israele” e Paolo come “apostolo delle genti”. Dentro questa famiglia di Cristo noi pure veniamo riuniti con vincoli di unità, carità e pace. Onorando i martiri e i santi di Roma voi date testimonianza della viva tradizione di fede che unisce popoli di tutti i tempi nell’annuncio di Cristo e del Vangelo.

Siete venuti anche a trovare il Papa, il successore di san Pietro. Sono profondamente grato per il vostro amore e le vostre preghiere, e attendo con ansia l’occasione di ricambiare la vostra visita più avanti nel corso dell’anno, così da poter testimoniare in prima persona la vita della Chiesa nel vostro Paese. Vi supplico di essere sempre fedeli testimoni del Vangelo con le parole e con le azioni. Così condurrete altri a Cristo.

Mentre partite per Lourdes, chiedo alla Vergine madre di Dio di intercedere per voi e i vostri parrocchiani, e per tutti i cattolici dell’Indonesia. Vegli sul vostro pellegrinaggio e abbia sempre cura di voi. Con affetto nel Signore imparto di cuore la mia apostolica benedizione a ciascuno di voi e alle vostre famiglie e i vostri cari.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL CONSIGLIO D’AMMINISTRAZIONE DELLA CHASE MANHATTAN BANK DI NEW YORK

Lunedì, 19 giugno 1989

Signore e Signori.

Sono lieto di ricevervi in occasione della vostra visita a Roma. Il mio cordiale saluto a tutti voi e alle vostre mogli.

La vostra posizione di uomini d’affari e membri del consiglio di amministrazione di una prestigiosa banca internazionale vi permette di comprendere e influenzare la complessa e interdipendente vita economica del mondo contemporaneo. Mentre ci sono segni positivi di crescita economica e prosperità per molti, c’è un numero ancor più grande di uomini, donne e bambini nel mondo le cui condizioni materiali e il cui sviluppo sono seriamente ostacolati da problemi economici. Penso in particolare alla questione del debito internazionale, che resta una grave minaccia alla pace e al progresso della famiglia umana. La Santa Sede ha cercato di dare un contributo positivo alla soluzione di questo problema evidenziandone le dimensioni etiche. È necessaria una più grande solidarietà umana e un reciproco rispetto basato sulla comune umanità e il bene comune di tutto il genere umano.

Ci sono certo alcuni convinti che gli attuali problemi economici, politici e sociali sono tanto vasti e impersonali da sfuggire al controllo. Ma è mia convinzione che il convincimento e le decisioni di leaders come voi rendono molto diverso, nel bene o nel male, il futuro dell’umanità. Sono fiducioso che voi, che siete stati con tanta abbondanza benedetti nel vostro Paese, condividete la mia sollecitudine per la sorte dei poveri, e che non mancherete di compassione mentre siete responsabili amministratori dei beni materiali a voi affidati.

Vi assicuro la mia preghiera per voi e i nostri cari, in particolare i bambini e gli ammalati o i sofferenti. Il Signore onnipotente vi sia guida nel lavoro e vi benedica con i suoi doni di gioia e di pace.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II PER L’INAUGURAZIONE DELL’AIR EUROPE

Sabato, 17 giugno 1989

Signore e signori.

Mi rallegro del fatto che il volo inaugurale Londra-Roma dell’Air Europe abbia reso possibile la vostra visita di oggi al Papa. Saluto cordialmente ciascuno di voi in questa speciale occasione.

La relativa facilità di oggi nei viaggi e nelle comunicazioni apre nuove possibilità di più ampia comprensione e collaborazione tra popoli di diverse nazioni e culture. L’Europa, in particolare, sta sperimentando un rinnovato senso di unità nella diversità a molti livelli. La vostra presenza qui oggi è un segno del crescente scambio di idee esito del turismo, gli affari e le iniziative culturali e accademiche.

Con voi esprimo oggi una preghiera particolare per tutti coloro che sono in viaggio, perché il loro viaggio sia sicuro e felice, e su tutti voi e i vostri cari invoco abbondanti benedizioni divine.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I PELLEGRINI DELLA ROMANIA

Sabato, 17 giugno 1989

Cari fratelli e sorelle.

Con particolare affetto e gioia vi porgo il mio saluto e vi dico il mio compiacimento per l’animo pieno di devozione, che vi ha mossi a farvi pellegrini di fede presso la Sede di Pietro.

La strada percorsa è simbolo di un cammino spirituale che incessantemente ogni credente deve compiere nella novità di vita del Redentore, per portare a tutti la verità e l’infinita carità divina.

Sono a conoscenza dei vari impegni ecclesiali, che nelle vostre comunità diocesane voi espletate con generosità, e di vero cuore vi esorto a perseverare in essi, per far crescere in voi e nelle persone che incontrate un filiale orientamento a Dio ed una pronta dedizione ai fratelli.

In tal modo la vostra collaborazione nell’edificare la Chiesa e la società sarà sempre fondata sulla pace e sulla legge di grazia, che hanno nel Cristo Signore la propria sorgente.

A questo fraterno invito unisco la mia preghiera ed il mio augurio per ciascuno di voi come per i vostri familiari e per quanti rappresentate.

Tornando in patria portate anche il mio saluto ai sacerdoti che sono al vostro servizio e, giacché provenite in prevalenza da Bucarest e da Jasi, salutate anche l’eccellentissimo monsignor Robu e monsignor Gherghel.

Tale saluto lo estendo a tutti i pastori e a tutti i fedeli della Chiesa cattolica che è in Romania. Dite loro che il Papa prega per loro e li ricorda nel suo affetto e nella sua sollecitudine.

A conforto di tutti giunga la mia benedizione apostolica.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE AI PARTECIPANTI ALLA VII ASSEMBLEA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA

Venerdì, 16 giugno 1989

Signori Cardinali, diletti fratelli dell’Episcopato, cari amici.

1. Sono lieto di accogliervi qui, voi che partecipate all’assemblea plenaria del pontificio consiglio per la famiglia. Quest’anno il tema delle vostre riflessioni interessa tutte le famiglie cristiane: “Realtà sacramentale e pastorale delle giovani coppie”. Di fatto, la prima tappa nella vita di una coppia può determinare positivamente tutta la sua storia. Durante questo periodo iniziale di vita comune, gli sposi risentono non soltanto della loro preparazione nel periodo del fidanzamento, ma anche di tutti gli aspetti della vita coniugale oltre che dell’ambiente sociale o dei problemi legati al lavoro. Si tratta di normali realtà, che possono però migliorare oppure mettere in difficoltà questa vita che è nuova, poiché i due sono diventati “una carne sola”. In questo senso, l’esortazione apostolica Familiaris Consortio ha ricordato “le giovani famiglie, le quali, trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, ad eventuali difficoltà, come quelle create dall’adattamento alla vita in comune o dalla nascita di figli” Familiaris Consortio, 69).

Il nuovo focolare ha bisogno di essere sostenuto per poter approfondire la sua unione e affrontare le difficoltà derivanti dall’ambiente. In un progetto di pastorale che sia realista, nei confronti delle giovani coppie, sarà necessario tener conto di alcuni fenomeni negativi troppo diffusi come “una errata concezione teorica e pratica dell’indipendenza dei coniugi fra di loro . . . il numero crescente dei divorzi; la piaga dell’aborto; il ricorso sempre più frequente alla sterilizzazione; l’instaurarsi di una vera e propria mentalità contraccettiva” (Familiaris Consortio, 6). La pastorale familiare dovrà tendere ad aiutare i nuovi sposi e a renderli capaci di “realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia” (Familiaris Consortio, 6), dovrà far scoprire loro il pericolo di proposte che si presentano sotto un’apparenza di libertà, ma riducono il bene degli sposi e della famiglia alla dimensione di un semplice benessere egoista. “Nell’azione pastorale verso le giovani famiglie, poi, la Chiesa dovrà riservare una specifica attenzione per educarle a vivere responsabilmente l’amore coniugale in rapporto alle sue esigenze di comunione e di servizio alla vita, come pure a conciliare l’intimità della vita di casa con la comune e generosa opera per edificare la Chiesa e la società umana” (Familiaris Consortio, 69).

Proprio per questa funzione di formazione e di orientamento, è necessario che la pastorale offra un aiuto amichevole e sicuro alle nuove famiglie, aiutandole a superare gli scogli che si presentano ogni giorno. Nella comunità cristiana, le giovani coppie sapranno scoprire la loro missione che ha la sua fonte nella natura e nel dinamismo propri del matrimonio (cf. Familiaris Consortio, 17).

2. Prima di tutto, si prepareranno i giovani coniugi a vivere la comunione tra sposi aperta ai figli e, più generalmente, al loro prossimo. L’amore che ha spinto gli sposi all’unione continua a vivificare la loro comunione. Tutta la forza di coesione interna della famiglia si fonda sulla comunione interpersonale degli sposi. Si tratta di una comunione naturale che, per mezzo del patto coniugale, si realizza a livello ontologico - “una sola carne” - e da cui derivano degli effetti morali e giuridici propri della comunità matrimoniale. La legge dell’unione coniugale non limita la libertà personale, ma al contrario, protegge e garantisce una comunicazione umana più profonda, aperta ad una fecondità spirituale. La grazia del Matrimonio spinge gli sposi cristiani ad imitare Cristo donando la propria vita e manifestando davanti agli uomini la loro partecipazione all’unione di Cristo e della sua Chiesa (cf. Ef 5,21-33).

La comunione delle persone progredisce continuamente attraverso la fedeltà quotidiana ad una donazione totale dell’uno all’altro. La conoscenza reciproca delle qualità reali e dei limiti inevitabili di ciascuno illumina il cammino dei primi anni della coppia. Quando essa costruisce la sua vita comune in maniera realista, giorno dopo giorno, allontana i rischi d’instabilità e mette in opera, nel quotidiano, l’impegno espresso con il “sì” il giorno del Matrimonio. Nella vita delle giovani coppie, quando i difetti e il peccato fanno provare la delusione e la sofferenza, bisogna trovare la forza di cambiare, di convertirsi e di perdonare. Sono queste condizioni essenziali per la riuscita e la durata della comunione familiare. Se la famiglia è la prima scuola di socializzazione, è perché il matrimonio, l’unione coniugale degli sposi, è “la prima forma di comunione di persone” (Gaudium et Spes , 12). È da lì che deriva infatti l’influenza delle famiglie nella costruzione della società.

3. Un aspetto evidentemente importante della pastorale delle giovani coppie è la loro preparazione al servizio della vita, coronamento naturale del loro amore e del loro patto coniugale. Per questo, è necessario che la pastorale familiare vada incontro a queste giovani coppie per aiutarle a riflettere su questo aspetto vitale del loro matrimonio, che potrebbe essere disprezzato od anche occultato a causa delle condizioni contingenti della società attuale. La trasmissione della vita e l’educazione dei figli non si iscrivono nel conto dell’avere, ma nel conto dell’essere degli sposi. Oggi, non è facile superare una mentalità dominante poco favorevole al dono della vita senza un aiuto amichevole e vicino che conforti lo spirito e rafforzi la volontà di mettere in pratica i valori naturali iscritti nel profondo dell’essere umano. Bisogna accogliere la grazia con una vita di preghiera e con la frequenza ai sacramenti. Ma non è meno utile avere l’aiuto delle coppie cristiane che trasmettono alle nuove famiglie i criteri di esame e di soluzione per i problemi che normalmente si presentano a tutte le famiglie. Avremo quindi una forma di apostolato di laici che, nella nostra epoca, è particolarmente necessario. Un apostolato che miri a conformare la vita di una coppia cristiana alle esigenze naturali ed alle esigenze rivelate che sono comunicate e chiarificate dal Magistero della Chiesa.

4. Nell’ordine naturale e nell’ordine cristiano, gli sposi sono i primi formatori dei loro figli. Bisogna aiutare le giovani famiglie a vivere questo servizio nell’edificazione del popolo di Dio e sostenere il dinamismo di tutte quelle che prendono così coscienza della loro vocazione cristiana e della loro responsabilità ecclesiale completa. Esse saranno i primi beneficiari dell’apostolato che consiste nel formare i propri figli, soprattutto perché educare alla fede cristiana presuppone un approfondimento ed una assimilazione personali delle verità dottrinali fondamentali e questo favorisce una vita familiare coerente, vivificata dalle convinzioni di fede condivise tra genitori e figli.

L’esortazione apostolica Christifideles Laici espone le responsabilità che spettano agli sposi nella vita e nell’edificazione della Chiesa. È importante qui sottolineare il ruolo della catechesi familiare.

Questo compito delle giovani famiglie dovrà fare parte integrante della missione della parrocchie: poiché, da una parte, è un elemento fondamentale dell’apostolato e, dall’altra, la comunità parrocchiale deve aiutare i genitori cristiani nelle loro responsabilità per aprire alla fede i figli che hanno messo al mondo.

I primi anni di matrimonio formano la tappa durante la quale la famiglia si ingrandisce con la nascita dei figli. Essa li aspetta, assicura loro l’educazione, li assiste in tutte le loro necessità. I figli scopriranno poco a poco nella propria famiglia un nucleo che, al centro della società, li favorisce e li protegge o, al contrario, li condiziona e li mette in difficoltà. La società prima, in particolare, che è la famiglia e la società più in generale, nel suo insieme costituiscono dei poli d’influenza differenti e complementari nel corso della formazione dei giovani.

5. La famiglia cristiana, come ogni famiglia umana, gioca un ruolo insostituibile nella costruzione della società. Essa non può rimanere indifferente verso le realtà sociali, anche se non è in suo potere il porre rimedio a tutti i problemi della società. Sarà quindi bene che la pastorale familiare inviti le giovani coppie a prendere coscienza della dimensione sociale del loro operare familiare e le aiuti a rifiutare con coraggio i fattori disgreganti, in nome dei valori cristiani acquisiti nel corso della loro formazione e della loro preparazione al matrimonio, valori lucidamente riaffermati nell’esperienza concreta dei loro primi anni di vita coniugale.

Allo stesso modo, le prime difficoltà tra gli sposi e i loro figli potranno essere risolte meglio se i valori familiari sono stati interiorizzati e danno la forza per poter superare gli smarrimenti. La migliore garanzia per consolidare i valori cristiani delle giovani famiglie rimane comunque il far loro scoprire la portata apostolica della loro vita di sposi e di genitori, in relazione con le altre famiglie per potersi dare un aiuto reciproco.

Per riassumere tutto questo, si può ricordare un’affermazione della Familiaris Consortio: la famiglia cristiana è chiamata a porsi al servizio della Chiesa e della società nel suo essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore (Familiaris Consortio, cf. 50). I legami della carne e di sangue, i legami dell’amore formano la base stessa della società umana. È questa stessa realtà che il sacramento del Matrimonio santifica e rende partecipe del mistero fecondo dell’unione di Cristo e della sua Chiesa.

6. Il vostro consiglio desidera promuovere nelle famiglie una pastorale di riflessione e di assimilazione dei valori espressi dalla dottrina della Chiesa. Voi adempite così ad un compito essenziale, mettendovi in ascolto degli interrogativi, delle difficoltà, dei successi dei quali voi siete testimoni nelle diverse regioni del mondo alle quali appartenente. La messa in comune delle vostre riflessioni ha la grande utilità di aiutare a capire e ad esprimere il senso fondamentale e le esigenze della vita familiare. I vostri scambi contribuiranno a dare alla pastorale familiare tutta la dovuta ampiezza, per poter trasmettere l’esperienza delle diverse comunità che è poi quella della Chiesa stessa. I vostri lavori sottolineano la fiducia della Chiesa verso le famiglie affinché esse prendano parte alla sua missione, con la ricchezza molto diversa delle loro qualità e della loro generosità. Di fronte alle difficoltà del momento, lungi dal chiudersi in un atteggiamento rassegnato e sterile, bisogna che tutti utilizzino i mezzi possibili, umani e spirituali insieme, per far risuonare nel cuore dell’uomo l’armonia che Dio ha scritto con l’opera creatrice del suo amore.

Assicurandovi la mia preghiera per i frutti dei vostri lavori, io vi auguro la gioia di essere i testimoni generosi ed attenti della sollecitudine della Chiesa per le famiglie, e di tutto cuore imparto la mia benedizione apostolica che estendo a tutti i vostri congiunti.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI CAPI DI CHIESE DEL KERALA E DEL SUD DELL’INDIA

Venerdì, 16 giugno 1989

Cari fratelli nel Signore.

Sono davvero lieto che la vostra visita a Roma ci dia questa opportunità di incontrarci in uno spirito di stima fraterna e reciproco amore. La vostra presenza riporta lieti ricordi della mia visita pastorale in India tre anni fa, in cui ebbi la possibilità di incontrare molti di voi. È per me una gioia rivedervi oggi.

Per quanto non viviamo una piena comunione, noi siamo coscienti della responsabilità ecumenica che abbiamo in quanto discepoli del divino Maestro che pregò che tutti fossero una cosa sola (cf. Gv 17, 21). Tutti i battezzati hanno un ruolo da svolgere nel grande movimento ecumenico verso la perfetta unità voluta da Cristo per la sua Chiesa. Sia i fedeli che i pastori sono chiamati a dare il loro contributo a quest’opera. È mia speranza che il vostro pellegrinaggio alla Chiesa di Roma, che comprende il nostro incontro di oggi, vi rafforzerà nella perseveranza, e anche nella prudenza, per condurre il vostro popolo lungo la strada dell’ecumenismo in India, soprattutto nella meravigliosa terra del Kerala.

Un clima di mutuo rispetto e fiducia, non solo tra i singoli cristiani ma anche tra le Chiese e le comunità, è necessario perché possa compiersi qualsiasi progresso. Solo su questa base possiamo sperare di lavorare nei molti campi dove è già possibile dare una comune testimonianza al Vangelo. Dobbiamo alimentare in noi e nelle nostre Chiese e comunità il desiderio del dono dello Spirito Santo che riporterà la piena unità tra i cristiani.

Cari fratelli, con questo spirito mi unisco a voi nella preghiera per ottenere il discernimento del cammino verso l’unità e il coraggio di seguirlo. Prego anche per tutti i miei fratelli e le mie sorelle del Kerala e del sud dell’India, sia cattolici che appartenenti ad altre Chiese e comunità ecclesiali. Dio onnipotente vi ricolmi di abbondanti benedizioni e vi conceda il dono della gioia e della pace.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO DEL TERZ’ORDINE REGOLARE DI SAN FRANCESCO

Giovedì, 15 giugno 1989

Carissimi fratelli!

1. Sono pervaso da francescana letizia nell’incontrare voi, membri del capitolo generale, convocato per aggiornare le costituzioni e per rinnovare le cariche elettive. In voi intendo salutare tutti i vostri confratelli, presenti ed operanti in varie parti del mondo con tutta la ricchezza e originalità del vostro carisma penitenziale.

Saluto anzitutto il ministro generale e il suo definitorio, augurando legittime soddisfazioni e felici risultati nel servizio dell’ordine, copiose opere di bene e frutti di santità.

2. La celebrazione del capitolo generale è un evento di grazia, il cui regista è lo Spirito Santo che illumina, dispone gli animi, plasma le menti e conferisce la necessaria forza operativa. Segno dell’unità nella carità (cf. Codex Iuris Canonici, can 631 § 1 ), il capitolo generale ha il compito di identificare ed approfondire i valori caratteristici, di tutelare il patrimonio storico-spirituale dell’ordine e promuovere un conveniente rinnovamento in sintonia con le mutevoli esigenze dei tempi e dei luoghi.

Le vostre costituzioni, aggiornate nello spirito della “Regola e vita dei fratelli e delle sorelle del Terzo Ordine di San Francesco”, da me approvato l’8 dicembre 1982, e in conformità al nuovo Codice di Diritto Canonico, devono salvaguardare la fedeltà dinamica al vostro carisma, senza rimpianti e senza compromessi, in piena fiducia nello Spirito.

3. L’identità evangelica e la missione ecclesiale del vostro ordine esigono sensibilità e discernimento, in modo da garantire il primato della vita spirituale e saper effettuare le scelte prioritarie sul piano dell’essere e dell’operare.

La Chiesa vigila perché gli istituti abbiano a crescere e a fiorire secondo lo spirito dei fondatori (cf. Lumen Gentium , 45) e le sane tradizioni (cf. Codex Iuris Canonici, can. 578 ).

4. Voi siete consapevoli che il vostro fondatore e padre, san Francesco d’Assisi, fu uomo del Vangelo ed apostolo della penitenza insegnata da Cristo. Accogliendo stimoli efficaci dalle precedenti e contemporanee esperienze ecclesiali, il Poverello amava qualificarsi “penitente di Assisi” (cf. Tre Compagni, 37) e con entusiasmo andava predicando la penitenza (cf. 1 Celano, 23).

Per sua iniziativa, sotto la chiara mozione dello Spirito, prese vita l’Ordine francescano della penitenza, poi detto “Terzo Ordine di San Francesco” e gradualmente articolato in Secolare e Regolare. A quest’ultimo appartenete voi e, in tempi posteriori, sono venuti a farne parte centinaia di istituti, maschili e femminili.

Ai seguaci nell’“Ordine della penitenza” san Francesco, nel 1215 e poi nel 1221, propose una forma di vita evangelica incentrata sulla metànoia, o conversione del cuore. Beati e benedetti - esclama il santo - quelli che fanno frutti degni di penitenza (1° Lettera ai fedeli, 1, 4).

Voi, cari fratelli, siete eredi fortunati di questa spiritualità penitenziale, che tanti frutti di santità ha donato alla Chiesa in ogni tempo.

5. È pure caratteristico del vostro carisma l’impegno nelle opere di misericordia, come servizio evangelico all’anima e al corpo dei fratelli, cioè a tutta la persona. Oggi, come ieri, voi siete interpellati dalle nuove forme di povertà e di emarginazione. Siate attenti al grido dei poveri e mettete in campo tutta la vostra generosità, convertendovi sempre di più al Dio vivente e al prossimo. Le “opere di conversione” sono infatti inseparabili dalla sincera penitenza.

6. La vostra “vita di penitenza”, nel suo binomio inscindibile di conversione interiore è concretezza di opere, è chiamata oggi a farsi voce anche di coloro che non sollevano lo sguardo a Dio, come lamenta il profeta (cf. Os 11, 7), e sono chiusi nell’angusto orizzonte dell’egocentrismo, immersi nelle preoccupazioni temporali. Voi, infatti, - ammonisce san Francesco - siete tenuti a fare di più e cose più grandi (cf. 2° Lettera ai fedeli, 36).

7. Sotto questo aspetto, mi congratulo sinceramente con voi per il vostro impegno missionario e per il dinamismo evangelico che anima il vostro ordine, operoso nell’umiltà e nella fede sincera.

Sempre e dovunque servite a tutte le fragranti parole del Signore nostro Gesù Cristo (cf. 2° Lettera ai fedeli, 2). Privilegiate i poveri e i deboli, gli infermi e i mendicanti della strada (cf. Regola e vita, n. 21). Date costante testimonianza di conversione evangelica e predicate anzitutto con le opere, come ammonisce san Francesco.

8. Non dimenticate però che san Francesco, proponendo ai suoi figli i lineamenti della vita penitenziale, ha posto a fondamento di tutto l’edificio spirituale il mandato evangelico dell’amore (cf. 1° Lettera ai fedeli 1, 1). Non c’è vera conversione se l’amore non plasma i vostri cuori prima di irradiarsi ai fratelli. Anche le molteplici attività cui attendete non sono veramente apostoliche, né i vostri servizi socio-caritativi possono dirsi “Opere di misericordia” se non scaturiscono da un cuore che ama secondo Dio. Amatevi dunque “con i fatti e nella verità” (Gv 3, 18), sentitevi costantemente fratelli e mostrate con le opere l’amore che avete tra voi, come esortava il vostro serafico padre.

9. Non posso concludere senza ricordare un avvenimento di particolare importanza per il vostro ordine e per tutto il francescanesimo. Sette secoli fa, il 18 agosto 1289, il mio predecessore e primo Papa francescano Niccolò IV promulgava la bolla Supra Montem” circa la “Regola e stile di vita dei fratelli e delle sorelle dell’Ordine della penitenza”, approvando così ufficialmente il movimento penitenziale francescano.

Le variegate celebrazioni della fausta ricorrenza gioveranno per meglio definire le vostre lontane radici storiche e spirituali, stimolando nel contempo rinnovati progetti di testimonianza e di azione apostolica sulla scia delle sane tradizioni.

10. Molti di voi si apprestano a rientrare nell’oasi delle rispettive fraternità religiose e a riprendere le attività loro assegnate dalla Provvidenza mediante la volontà dei superiori. I membri della nuova curia generale saranno invece occupati a mandare in atto, con vivo senso di fedeltà e responsabilità, le decisioni capitolari.

Vi assista sempre lo Spirito di verità e di amore, anche per la speciale intercessione di san Francesco e la materna protezione della Madonna della salute, che veglia da secoli sulla vostra casa generalizia.

Vi accompagni la mia benedizione apostolica, estensibile a tutti e singoli i confratelli dell’ordine.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI DELLE OPERE DI AIUTO PER LE CHIESE ORIENTALI

Giovedì, 15 giugno 1989

Cari fratelli e sorelle!

1. Sono lieto di rivolgervi anche quest’anno il mio cordiale saluto. Ringrazio in particolare il signor Cardinale D. Simon Lourdusamy, per il suo indirizzo, formulato anche a nome di tutti voi che appartenete alla riunione delle opere per l’aiuto delle Chiese orientali (ROACO).

In questi vent’anni della vostra ben nota attività ho avuto modo di apprezzare le numerose iniziative in favore delle varie Chiese e comunità di rito orientale e ve ne ringrazio sentitamente. È questo il segno di una “diakonia della carità” che deve essere sempre più la caratteristica distintiva delle nostre comunità e la garanzia di una umanità più fraterna e giusta.

2. Dal nostro ultimo incontro, il 16 giugno dell’anno scorso, fino ad oggi, la città di Roma ha vissuto due avvenimenti straordinariamente significativi anche per voi, perché direttamente collegati con i territori dove vivono i nostri fratelli, dei quali voi con tanta sollecitudine vi interessate. Il primo di questi avvenimenti è stata la celebrazione del millennio del Battesimo della Rus’ di Kiev che, come sapete, è stato celebrato a Mosca dove ho inviato una qualificata delegazione. Ho, poi, personalmente partecipato a varie celebrazioni promosse dalla Chiesa cattolica ucraina, presiedendo in particolare alla solenne divina liturgia in rito ucraino, in san Pietro il 10 luglio scorso.

Affido pure voi, al pari degli eredi del Battesimo di san Vladimiro, a Maria, la “Parete indistruttibile” (Nierushima stienà), come ella viene rappresentata nel famosissimo mosaico nell’abside della cattedrale di santa Sofia a Kiev. Perché la Madre di Dio (Prieswiàta Bogoróditsia) è colei che offre a tutti noi la sua potente, “indistruttibile” protezione lungo il cammino della storia, condividendo la sorte di ogni uomo. È Maria poi che ci chiama all’unità e ci guida alla libertà di spirito.

Inoltre ella invita i cristiani alla speranza per il futuro. Tale speranza è quanto mai indispensabile per il dialogo ecumenico, specie fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, e di speranza hanno fermo bisogno tanti nostri fratelli e sorelle, vittime ancora della negazione dei loro diritti alla libertà religiosa.

3. Il secondo avvenimento degno di essere qui rievocato è stata la conclusione dell’anno mariano, con il “Rito dell’Incenso” della liturgia copta a santa Maria Maggiore alla vigilia della solennità dell’Assunta e con la liturgia eucaristica a san Pietro il giorno seguente. Tale cerimonia ha visto insieme l’Oriente e l’Occidente, protesi verso il terzo millennio cristiano, nel mutuo rispetto delle ricchezze spirituali di ciascuna tradizione cattolica e nella comune filiale venerazione per la Madre di Dio e madre nostra.

Dopo questi due avvenimenti molto significativi, voglio ricordare le regolari visite “ad limina Apostolorum” dei Vescovi della provincia metropolitana rutena degli Stati Uniti d’America, e delle Conferenze Episcopali della Grecia, dei Vescovi latini delle regioni arabe e della Turchia. Visite che mi hanno offerto l’occasione di “confermare”, come Gesù ordinò a Pietro (Lc 22, 32), “miei fratelli” e di lodare insieme a loro “il Dio di ogni consolazione” (2 Cor 1, 3).

4. Non si placano in me, infine, le ansie e le preoccupazioni per la pace e la giustizia in Terra Santa e nel Libano. Fate sì che la Terra di Gesù e le regioni che costituiscono il cuore della storia della salvezza restino sempre al centro della vostra attività caritativa, perché di lì si possa irradiare la speranza della civiltà dell’amore.

In questo nobile impegno, per il quale ancora una volta vi ringrazio di cuore, vi soccorra la beata Vergine e vi assistano con la loro intercessione tutti i santi, mentre vi imparto la mia benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN PELLEGRINAGGIO DAL VIETNAM

Martedì, 13 giugno 1989

Sono lieto di accogliervi in questa cappella in occasione del vostro pellegrinaggio in Terra Santa, a Fatima e a Lourdes, che giunge a Roma, alla vigilia del primo anniversario della canonizzazione dei santi martiri vietnamiti.

Animati dal desiderio di onorare i vostri antenati martiri e di invocare la loro intercessione per la vostra cara Patria, siete venuti a rendere grazie a Dio per il dono della fede e per la testimonianza d’amore dell’impressionante corteo di vescovi, sacerdoti e laici che hanno seguito Cristo fino alla morte e hanno fecondato la vostra Chiesa con il loro sangue. Intorno a loro, nella viva consapevolezza della comunione dei santi, voi affermate l’amicizia e l’affezione che vi uniscono in tutto il mondo.

Durante la celebrazione della Messa, presentiamo insieme al Signore la Chiesa del Vietnam, domandandogli di sostenerla nella fede e nell’indefettibile fedeltà al Vangelo. Pregheremo perché, nel sigillo dei martiri, i Vietnamiti continuino a dare testimonianza della forza spirituale, della pazienza e della volontà di vivere in pace con gli altri uomini, per il bene di tutti.

Attraverso voi, cari fratelli e sorelle, saluto tutti i cattolici del vostro Paese e, nel benedirvi al termine della Messa, benedirò di cuore tutta la vostra comunità ecclesiale.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DEL TOGO IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 12 giugno 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Con gioia vi accolgo in occasione della vostra visita “ad limina”, la prima dopo il mio viaggio pastorale nel vostro Paese nell’agosto del 1985, quando portai il messaggio eterno del Vangelo alle vostre popolazioni così cordiali e ospitali.

Ringrazio vivamente monsignor Robert-Casimir Dosseh-Anyron Arcivescovo di Lomè, e Presidente della Conferenza Episcopale del Togo, dell’indirizzo di saluto presentato a nome vostro. Salutandolo cordialmente, raggiungo con il pensiero le vostre quattro comunità diocesane di Lomè, di Atakpamè, di Sokodè e di Dapango, per le quali rinnovo, nel ministero che condividiamo, i miei voti ferventi di bene fisico e spirituale.

In questo incontro quinquennale voi trovate l’occasione di una ripresa per l’esercizio delle vostre responsabilità di successori degli apostoli. Esso vi consente anche di vivere più intensamente la comunione con il successore di Pietro, di condividere e apprezzare sempre più l’immenso patrimonio dei valori spirituali e morali che la Chiesa intera possiede in tutto il mondo, grazie al lavoro dei pastori che fanno fruttificare i molti talenti dispensati da Dio ai cristiani della terra.

Infine, la vostra venuta a Roma riveste un significato sacro in quanto pellegrinaggio alle tombe dei santi Pietro e Paolo: auspico intensamente che nella preghiera a questi apostoli, colonne della Chiesa romana, attingiate nuova energia per il servizio al caro popolo del Togo.

2. La vostra visita mi consente di meditare con voi su alcuni aspetti della nostra missione di Vescovi, così descritta nella prima lettera di san Pietro: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio . . ., non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1 Pt 5, 2-3).

Nel momento della vostra consacrazione episcopale, ciascuno di voi ha ricevuto, con l’imposizione delle mani, lo Spirito che fa di voi i grandi sacerdoti e Pastori del popolo santo. E il Signore mi ha dato, in mezzo a voi, il compito di confermarvi in questa grande missione, affinché insieme noi assicuriamo l’unità della Chiesa, la sua fedeltà e la sua crescita.

“Pascete il gregge di Dio che vi è affidato” (1 Pt 5, 2). Che cosa significa oggi? Il Pastore ha il compito di raccogliere e guidare. Il Vescovo ha la missione di raccogliere i cristiani. Lo fa quando presiede l’Eucaristia, sacramento che edifica la Chiesa. Lo fa quando invia nel mondo i battezzati a compiere la loro missione di testimoni del Vangelo.

Voi siete gli artefici dell’unità in ciascuna delle vostre diocesi, e anche fuori. Grazie ai rapporti instaurati nella Conferenza Episcopale, voi manifestate che la Chiesa è una di fronte a tutta la nazione togolese. Al di là dei diversi gruppi di credenti che si formano per iniziativa dei sacerdoti o dei laici nella comunità diocesana, voi siete chiamati ad allargare l’orizzonte, a collegare i fedeli all’unica Chiesa e soprattutto alla Sede Apostolica, che è anch’essa al servizio della comunità.

Cari fratelli, continuate a esercitare il vostro carisma dell’unità non solo nel quadro diocesano ma in tutta la Conferenza Episcopale. Così, quello tra voi che ha operatori apostolici in numero ragionevole pensi a colui che ne ha di meno. Quello tra voi che gode di strutture di formazione ecclesiale le faccia usare anche dagli altri. In breve, la vostra Chiesa del Togo dimostri una unità dinamica, frutto di una adesione all’essenziale in una comunione attiva animata dalla carità di Dio! Il desiderio di portare la buona Novella a tutti i Togolesi, ai figli e alle figlie d’Africa come pure agli altri membri della famiglia umana, rafforzi la vostra coesione! Porterete così a termine l’opera missionaria iniziata dai vostri antenati con successo e che tocca a voi a vostra volta far progredire. La vitalità della vostra Chiesa è di buon augurio per l’avvenire, come lo è la dedizione dei sacerdoti e dei catechisti, dei religiosi e delle religiose delle vostre diocesi.

L’autorità da voi esercitata in qualità di Vescovi è come quella di un padre, che cerca di amare, di comprendere e, per questo, si avvicina ai suoi collaboratori e al suo Popolo. Un padre che ha cura di essere accogliente, particolarmente per i sacerdoti, conoscendo le loro aspirazioni e le loro necessità, come il Buon Pastore del Vangelo conosce ciascuna delle sue pecore. Tocca al Vescovo consigliare, incoraggiare, aiutare con bontà e semplicità di cuore quelli che hanno delle responsabilità affinché se le assumano per il bene della Chiesa.

Sappiate creare una reale solidarietà nel presbiterio e una gioiosa convivialità tra i suoi membri perché ciascun sacerdote riconosca nel Vescovo un pastore a lui vicino nel servizio ai fedeli. Che la solidarietà tradizionale dei popoli del vostro continente si manifesti nel rapporto tra gli operai del Vangelo!

3. Leggendo i vostri rapporti quinquennali si direbbe che nel Togo, come in molti paesi d’Africa, la pastorale familiare è un obiettivo prioritario. Voi siete consapevoli del ruolo importante della famiglia nell’evangelizzazione, l’inculturazione, l’edificazione della società, come anche per la fioritura delle vocazioni sacerdotali e religiose. Così conviene accordare una cura particolare alla costituzione della comunità familiare: dire con chiarezza che cosa essa è secondo il Vangelo, ispirarne la stima, mettere in evidenza la grandezza dell’unità della coppia nella sua indissolubilità, mostrare come essa sia garante dei diritti dei bambini e della sposa. Si tratta di un’azione difficile e di lungo respiro. Tuttavia non cessate di far comprendere che la famiglia cristiana è una comunità di amore atta, in modo unico, a insegnare e trasmettere i valori essenziali alla società.

4. Nel Togo, i cattolici si trovano a contatto con fratelli e sorelle che appartengono ad altre fedi o praticano la religione tradizionale. Frequentando queste persone, essi sono per così dire stimolati all’approfondimento della loro fede, per poterne rendere conto.

In primo luogo, la Chiesa, come ogni organismo vivo, deve assicurare la propria crescita. So quali sforzi mettete in atto in questo campo nei confronti dei bambini e dei giovani in età scolare. Vi esorto a offrire ai battezzati i mezzi per progredire nella fede, come si offre loro, nel vostro Paese, una scolarizzazione avanzata.

Conviene, inoltre, seguendo gli auspici dei padri del Sinodo dei Vescovi del 1987, intraprendere una evangelizzazione in profondità di tutti i fedeli adulti. Una volta divenuti capaci di testimoniare le loro ragioni di credere, essi saranno meglio in grado di dialogare con i non-cristiani e di collaborare, in modo sempre più costruttivo, nella promozione di una società realmente umana.

Nel campo delicato dei rapporti con i gruppi religiosi non cattolici, vi incoraggio a perseguire insieme il dialogo fraterno e la proclamazione fedele del Vangelo di verità.

5. Nel 1992, il Togo celebrerà il centenario della sua evangelizzazione. Del resto, il decennio 1982-1992 è stato proclamato “Decennio per il centenario”.

Auspico che i Togolesi, nel rendere grazie per il dono della fede, si impegnino per meglio conoscere il messaggio di Cristo e incarnarlo nella loro vita di ogni giorno. Siano essi, secondo la Parola del Signore, “sale della terra” e “luce del mondo” (cf. Mt 5, 13. 14)! Giungeranno così a una maggiore libertà nei confronti delle forze del male e scopriranno in se stessi e negli altri la dignità da Dio conferita alla persona umana e la cui presa di coscienza è fattore di progresso: essa rende l’uomo capace di assumersi le sue responsabilità, nella comunità ecclesiale e nella società civile. Possa avvenire in Togo ciò che fu detto dei fedeli nei primi secoli: “I cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo” (Epistula ad Diognetum)!

6. Per finire, vi chiedo di trasmettere i miei saluti cordiali e il mio incoraggiamento ai sacerdoti delle vostre diocesi rispettive. Formulo degli auguri affettuosi per tutti i giovani che si formano nei seminari minori, ed esorto i seminaristi maggiori a prepararsi con generosità ad accogliere i doni e i compiti del sacerdozio al servizio del Popolo di Dio.

Ai religiosi e alle religiose che presentano al mondo l’ideale della ricerca dell’unico necessario, rivolgo ugualmente il mio saluto cordiale e i miei auguri per la loro vita consacrata, che la Chiesa tiene nella massima stima. Li incoraggio a far progredire ancora questa comunione ecclesiale tra le diocesi, resa più percepibile attraverso la loro presenza nell’opera di evangelizzazione.

Infine, saluto di tutto cuore i coraggiosi catechisti che portano il loro contributo insostituibile allo sviluppo della missione.

Nostra Signora del Lago Togo, madre di misericordia, cui ho avuto la gioia di affidare la Nazione il 9 agosto 1985, vi assista nel vostro ministero pastorale!

Di tutto cuore, vi benedico insieme a ciascuna delle vostre comunità diocesane.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto di Linköping (Svezia) Sabato, 10 giugno 1989

Signor primo ministro, caro popolo della Svezia, cari amici.

1. Mentre mi preparo a salire sull’aereo che mi riporterà a Roma, desidero esprimere la mia gratitudine ad ognuno di voi per la calda accoglienza e la generosa ospitalità che mi avete riservato. In questi tre giorni, ho visto parte delle magnifiche bellezze naturali con le quali Dio ha benedetto la Svezia. Ma, cosa più importante, sono rimasto colpito da un popolo che è orgoglioso del proprio paese, e fermo nel suo proposito di costruire un mondo migliore per i propri figli, e sempre ben disposto ad accogliere coloro che vengono da lontano. Farò tesoro di queste impressioni, e vi esorto a perseverare nelle grandi tradizioni religiose e nei valori che sono all’origine della vostra identità nazionale.

La mia visita in Svezia conclude il mio viaggio pastorale nei Paesi nordici. Sono venuto come successore di san Pietro per proclamare la verità salvifica che Gesù Cristo è il Figlio del Dio vivente (cf. Mt 16, 16). Sono venuto come fratello in Cristo per portare testimonianza della verità che unisce tutti noi cristiani, nonostante le nostre divisioni.

Avvicinandosi la mia partenza, desidero esprimere i miei più profondi ringraziamenti a sua maestà il Re, al primo ministro, ed all’ambasciatore di Svezia presso la Santa Sede. I vostri sforzi per me e la sollecitudine per il successo della mia visita hanno dato l’esempio della buona volontà del popolo svedese. Vorrei anche ringraziare il “Landshövding”, con i rappresentanti delle autorità municipali e tutti quelli che hanno contribuito al successo di questo pellegrinaggio. Dio benedica voi tutti, e possa la vostra opera devota portare ricchi frutti per il futuro della Svezia e del suo popolo.

2. Prima di lasciare la Svezia, benedirò la prima pietra della nuova chiesa cattolica che dev’essere costruita qui a Linköping. Come prima pietra, simboleggia la solidità e la crescita della comunità cattolica - fatta di pietre viventi - che è chiamata ad essere costruita come casa spirituale fondata su Cristo stesso (cf. 1 Pt 2, 5). Essa serve come incoraggiamento a tutti i cattolici svedesi a mantenere salda la fede che hanno ricevuto e a tramandarla alle generazioni future; è un segno di speranza per tutti coloro che hanno desiderio di conoscere Cristo come il sicuro fondamento che dà significato a tutta la loro vita. Come san Paolo, “dimentico del passato e proteso verso il futuro” (Fil 3, 13), possa questa comunità perseverare nel suo sforzo per edificare la Chiesa di Cristo nella fede, nella speranza e nell’amore. Al Vescovo Brandenburg e al Vescovo Kenney, esprimo la mia gratitudine per il loro zelo in nome del Vangelo e la vita spirituale affidata alle loro cure pastorali.

In questa pietra, vedo anche simboleggiata la forza e la promessa del giovane popolo della Chiesa. A Vadstena ho visto molti cuori vivere nell’amore di Cristo e sono divenuto molto fiducioso. A voi, giovani cattolici della Svezia e di tutti gli altri paesi nordici, rivolgo un fervente appello: sia Gesù Cristo il fondamento delle vostre vite e fonte della vostra gioia. Il futuro della Chiesa del Nord Europa è già nelle vostre mani. Non abbiate timore dello sforzo, del sacrificio e della disciplina che sono necessari per amare Cristo con tutto il vostro cuore. Non esitate ad adoperare le vostre energie a servizio degli altri, specialmente dei bisognosi, di quelli meno fortunati di voi.

3. Questa pietra è molto preziosa per un’altra ragione, perché proviene dalla cattedrale medievale di Linköping ed è stata presentata alla comunità cattolica dal Vescovo Lönnebo e da tutta la comunità luterana di Linköping. Questo nobile gesto richiama la nostra comune eredità, e ci sprona verso una maggiore unità in Cristo. Essa è un segno della grande speranza per tutto il Popolo di Dio. Nonostante le nostre divisioni storiche, stiamo sinceramente cercando di rispondere alla grazia di Dio e insieme stiamo cercando di ricomporre ciò che un tempo fu diviso. Considero una grande benedizione essere riuscito ieri ad incontrare ed a pregare con i capi di altre Chiese cristiane e comunità ecclesiali a Uppsala. Possa questa Chiesa ricordarvi sempre che Cristo solo è il fondamento della nostra unità e perfezionatore della nostra fede (cf. Eb 12, 2). Egli è “la pietra angolare” in cui “ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore” (Ef 2, 20-21).

All’Arcivescovo Werkström e al Vescovo Lönnebo, rinnovo i miei ringraziamenti per tutta l’assistenza che ho ricevuto dalla Chiesa svedese e per la vostra sincera testimonianza di apertura e cooperazione ecumenica. La mia gratitudine si estende anche ai rappresentanti delle varie Chiese libere per la loro presenza e partecipazione a questi eventi. Vorrei anche rivolgere una parola di ringraziamento al coro della cattedrale di Linköping per la sua musica che ci ha aiutato ad elevare il nostro cuore al Signore in preghiera.

4. Caro popolo della Svezia: ti ringrazio ancora una volta, dal più profondo del cuore per la tua gentilezza nei miei confronti e per la tua apertura al Vangelo di Cristo che io ho predicato. Quel Vangelo è ascoltato in Svezia da più di mille anni ed ha dato forma alle più nobili aspirazioni della vostra società. Anche adesso, continua ad essere un riflesso sulla vostra vita e nella fede di così tanti Svedesi. Possa continuare a sfidarvi come individui e a modellare la vostra vita come un popolo che riconosce ed onora Dio come il Padre dell’umanità e che lavora per costruire un mondo di vera pace e di solidarietà universale, basato sulla fratellanza di tutti i figli di Dio.

Il Papa ha poi benedetto i presenti in lingua svedese dicendo:

Dio benedica la Svezia, Dio benedica voi tutti.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II AI RAPPRESENTANTI DELLE OPERE DI ASSISTENZA TEDESCHE

Stokholm (Svezia) - Venerdì, 9 giugno 1989

Cari fratelli e sorelle!

Durante la mia visita nei cinque paesi della Confederazione Episcopale Nordica ho potuto rendermi conto che molti luoghi quali chiese, cappelle, canoniche sono state ristrutturate o costruite ex novo. Ciò rappresenta un precedente importante, a dimostrazione del fatto che la Chiesa può adempiere in ogni modo il suo compito come viene richiesto dalle forme di vita e dalle aspettative odierne.

Senza l’aiuto straordinario che viene offerto alla Chiesa nordica della diaspora da amici e sostenitori come la Germania Federale, in primo luogo, questi nuovi edifici non sarebbero sorti. Il Bonifatiuswerk, il Sankt-Angarius-Werk e altri istituti caritativi hanno fatto molto in questo senso.

Inoltre mi è stato anche spiegato che il vostro sostegno non si limita al progetto architettonico. Con grande e sempre nuovo zelo andate via via scoprendo sempre nuove possibilità per la promozione e lo sviluppo della vita e dell’opera della Chiesa nella diaspora settentrionale così come per i vostri preti e collaboratori pastorali.

Tra l’altro il vostro aiuto si concretizza attraverso il finanziamento dei paramenti e gli arredi sacri per la santa Messa così che il servizio liturgico possa svolgersi in modo degno; offrite inoltre materiale didattico per la catechesi e alcuni veicoli. È d’obbligo citare anche le molte donazioni che vengono utilizzate per il sostentamento del clero e per delle concrete iniziative pastorali.

Desidero dunque ringraziare voi, i vostri collaboratori e i molti benefattori per queste importanti donazioni. Potete stare certi di aver fatto il vostro dovere che è di grande importanza per la crescita della Chiesa in questi paesi. Il mio grazie va a voi anche per l’aiuto che offrite agli immigrati perché possano trovare veramente una nuova patria, ma anche per la vostra apertura nel dialogo ecumenico con i cristiani non cattolici.

Spero che voi stessi - forse anche attraverso le annuali settimane di studio per sacerdoti, laici, e religiosi - vi formiate la convinzione che questo aiuto non può essere considerato soltanto come puro e semplice sostegno materiale. Si tratta piuttosto di una vera e propria collaborazione tra le Chiese locali che si è venuta sviluppando nella solidarietà cristiana e nella disponibilità all’aiuto reciproco per arrivare ad una vera amicizia.

Le esperienze pastorali nella diaspora dei paesi nordici possono a loro volta esservi di aiuto per fronteggiare meglio le difficoltà con le quali vi confrontate in modo analogo nelle vostre Chiese locali. La sfida di una crescente secolarizzazione ci pone di fronte nuovi problemi per la cui soluzione dobbiamo raccogliere nuove esperienze tutti insieme. Se volessimo confrontarci soltanto con i nostri problemi particolari verrebbe a mancarci la nostra natura cattolica, vale a dire la capacità di essere Chiesa universale. Rimaniamo cattolici soltanto quando sappiamo essere solidali e legati con tutte le Chiese particolari della terra, e questo vale sia per l’ambito materiale che per quello spirituale. Per tutti i cristiani vale in egual misura la parola dell’apostolo Paolo: “Per il momento la nostra abbondanza supplisca la vostra indigenza . . .” (2 Cor 8, 14).

Amati fratelli e sorelle, raccomando il vostro lavoro futuro alle preghiere del vostro grande patrono, san Bonifacio l’apostolo dei tedeschi, e a quelle di sant’Ansgar, il primo missionario cristiano di queste terre del Nord. Possano essere questi santi dei modelli e sostegno per la vostra opera e per tutti voi anche nel futuro!

Ancora grazie dal profondo del mio cuore per il vostro lavoro fedele. Mi unisco alla vostra preghiera perché scenda su di voi e sui vostri instancabili collaboratori la benedizione divina.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE SUPERIORI MAGGIORI DURANTE LA VISITA ALLA CHIESA DI SAN LORENZO

Uppsala (Svezia) - Venerdì, 9 giugno 1989

Care sorelle, superiore religiose di Svezia, cari amici in Cristo. La Pace sia con voi!

1. Sono lieto di avere questa opportunità di essere qui, anche se per breve tempo, per condividere con voi la gioia della sequela di Cristo servendolo e portandolo agli altri. La presenza delle donne religiose è una grande benedizione per la Chiesa in Svezia. Voi vivete i consigli evangelici in uno spirito di carità e di abnegazione, ed esercitate vari tipi di apostolato che include anche l’insegnamento nelle scuole e negli asili, la cura dei malati, l’editoria, ed altre forme di servizio. Voi lavorate in vero spirito ecumenico, rispettando la fede degli altri mentre offrite un’eloquente testimonianza cattolica di Cristo fra la gente che è spesso poco familiare con la Chiesa e il suo insegnamento.

La fedeltà a Cristo vi sfida nella crescita della vostra testimonianza di castità, povertà ed obbedienza. Nel mondo di oggi la testimonianza di povertà, in modo particolare, colpisce molti cuori. Votarsi alla povertà parla un linguaggio di fede nella divina Provvidenza che è contrario agli orientamenti di una società che va verso un eccessivo consumismo ed un progresso semplicemente materiale. Seguendo le orme di Cristo che era povero, mie care sorelle, voi ispirate molti altri nella loro ricerca di uno stile di vita più semplice e più autentico. Voi potete diventare veri insegnanti dei modi di donarsi, seguendo l’esempio di Cristo che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).

Voi siete senza dubbio preoccupate riguardo il futuro della vita religiosa in Svezia, considerando il fatto che il numero di coloro che scelgono la vita religiosa non è così alto come voi vi augurereste. Ricordate sempre, comunque, che la chiamata del Signore non può mai essere compresa in termini puramente umani; essa è un mistero, opera dello Spirito Santo. Una vocazione “non sempre emerge in un’atmosfera favorevole ad essa; a volte la grazia della vocazione passa attraverso un ambiente sfavorevole e anche attraverso l’opposizione di genitori o delle famiglie” (Epistula universis Presbyteris, Feria V in Cena Domini, anni MCMLXXXIX missa, 7, die 12 mar. 1989 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII, 1 [1989]). Per questa ragione, dobbiamo continuare a pregare affinché la voce del Signore non venga soffocata o passi inosservata tra i giovani.

2. Desidero ringraziarvi, voi membri del consiglio parrocchiale per la vostra opera nel servizio reso alla Chiesa e per il dono del vostro tempo e talenti nella costruzione della parrocchia che, come dice il Concilio Vaticano II, “offre un luminoso esempio di apostolato comunitario” (Apostolicam Actuositatem , 10). Vi ringrazio anche per la vostra generosa cooperazione con i vostri sacerdoti nell’affrontare le sfide pastorali che fronteggiano la Chiesa. In quanto membri della parrocchia di san Lars, potete attingere dalle preghiere e dall’esempio del vostro santo patrono. Ispirati dall’esempio di san Lorenzo, esempio di servizio e di martirio come diacono nell’antica Roma, possiate voi e i vostri parrocchiani portare Cristo alla Svezia dei giorni nostri, alle vostre famiglie, al vostro prossimo e ai vostri amici.

A tutta la gente di Uppsala che mi sta ascoltando desidero offrire i miei più cordiali saluti, la mia profonda gratitudine per il caloroso benvenuto e il mio incoraggiamento nel Signore. Che possiate continuare con gioia e fiducia sul sentiero sul quale Dio vi ha chiamati. Possa il vostro amore per Dio e per il prossimo essere sempre più visibile in Svezia, mentre proclamate il Vangelo a coloro che sono sia lontani che vicini (cf. Is 57, 19). Come pegno della nostra fede con il costante aiuto e con la protezione di Maria, la madre del Signore, affidiamo le nostre vite ed opere a lei nella preghiera.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LA COMUNITÀ UNIVERSITARIA SVEDESE

Aula Magna dell’Università di Uppsala (Svezia) Venerdì, 9 giugno 1989

Maestà, altezze reali, rettore magnifico dell’università di Uppsala e rettori magnifici delle università e degli istituti di istruzione superiore di Svezia, vostra eccellenza Arcivescovo Werkström, distinti ospiti e cari studenti.

1. È con profondo senso della storia che prendo parte, come vostro ospite, a questa augusta assemblea. La ringrazio, onorevole rettore, per le sue cordiali parole di benvenuto. Permettetemi di esprimere a voi tutti la mia profonda gratitudine.

Quale Vescovo di Roma, non posso che rallegrarmi per il fatto che questa università di Uppsala deve la sua nascita ad un atto ufficiale del mio predecessore, Papa Sisto IV, nell’anno 1477. Su richiesta dell’allora Arcivescovo di Uppsala, Jakob Ulfsson, l’università fu fondata con l’intento di rafforzare le relazioni intellettuali e spirituali tra i paesi nordici e l’Europa tutta. Il fatto che più di cinque secoli dopo il successore di Sisto IV abbia il privilegio di visitare questa prestigiosa università, un tempo istituita dalla Santa Sede, mi commuove profondamente.

In verità i tempi sono cambiati molto dalla fondazione dell’università di Uppsala. Quella modesta istituzione che verso la fine del XV secolo iniziò con un piccolo gruppo di docenti e di studenti, fu erede dei più alti ideali intellettuali del medioevo cristiano. L’università si identificò subito con la storia della Svezia e condivise da vicino il destino dei suoi re, dei suoi nobili, del suo popolo. Lo “Studium” generale di Uppsala entrò a far parte con onore della famiglia delle grandi università europee che con il tempo sorsero in tutto il continente. I nomi di famosi maestri di Uppsala divennero familiari nella storia intellettuale dell’Europa e del mondo: solo per menzionarne alcuni, potremmo ricordare Celsius, Swedenborg e Linnaeus. L’università ha coltivato una tradizione illustre nelle discipline delle arti liberali, nella giurisprudenza, nella scienza, nella filosofia, nella medicina e nella teologia. Pur avendo sperimentato gli sfortunati eventi che portarono con la riforma alla separazione dei cristiani europei. L’università ha anche dato testimonianza, in anni recenti, della crescente aspirazione, viva in molti cristiani, alla restaurazione dell’unità in Gesù Cristo, una aspirazione che ha trovato espressione nello impegno ecumenico di molte eminenti personalità di Uppsala, compreso Nathan Söderblom, già Arcivescovo luterano di questa città.

2. Signore e signori: è nel nome del nostro comune retaggio cristiano che oggi intendo riflettere con voi sulla missione di un’università al servizio della persona umana entro il contesto storico e culturale dei nostri giorni. Noi dobbiamo creare insieme, per il nostro presente, una forma di istruzione superiore che porti alle giovani generazioni i valori duraturi di una tradizione intellettuale arricchita da due millenni di esperienza umanistica e cristiana.

In passato, l’ideale della “Universitas” era quello di impegnarsi per la unificazione della conoscenza cercando di riconciliare tutti gli elementi di verità deducibili dalle scienze naturali e sacre. Ciò che venne rivelato grazie allo studio umano fu compreso alla luce della Rivelazione racchiusa nel Vangelo. La verità della grazia è anche la verità della natura, secondo quella bellissima espressione che costituisce il motto dell’università di Uppsala: “Gratiae veritas naturae”. Certamente, l’odierno sviluppo scientifico e la dimensione prodigiosa della ricerca moderna rendono impensabile qualsiasi sintesi elementare della conoscenza nel momento attuale. Non esistono versioni moderne degli antichi “Summa, Compendium o Tractatus”. Ma molte tra le menti migliori del mondo universitario insistono oggi sulla ridefinizione, per il nostro tempo, di un concetto originale di “Universitas” e “Humanitas”, che dovrebbe ancora perseguire in modi nuovi una necessaria integrazione del sapere, se vogliamo veramente evitare le insidie di una professionalizzazione troppo pragmatica e di una iper-specializzazione isolata nei programmi universitari. È in gioco il futuro di una cultura autenticamente umana aperta ai valori etici e spirituali.

3. Si richiede esplicitamente un nuovo umanesimo cristiano e una nuova versione dell’istruzione nelle arti liberali e la Chiesa cattolica segue con il massimo interesse la ricerca e gli esperimenti che si stanno compiendo in rapporto a tale questione. In primo luogo, noi dobbiamo accettare realisticamente lo sviluppo e la trasformazione delle università moderne che sono notevolmente cresciute in numero e in complessità. I paesi moderni sono orgogliosi delle loro università, che sono istituzioni chiave per il progresso delle società avanzate. Ciò rende tanto più urgente dunque riflettere sulla vocazione specifica delle università europee, che è quella di mantenere vivo l’ideale di una istruzione liberale e i valori universali che una tradizione culturale, segnata dal cristianesimo, arricchisce con un sapere superiore.

Sono ormai lontani i giorni in cui le università europee facevano unanimemente riferimento al cristianesimo come unica autorità centrale. Le nostre società debbono vivere in un contesto pluralistico che richiede il dialogo tra tante tradizioni spirituali in una nuova ricerca di armonia e collaborazione. Ma è tuttavia essenziale per l’università, come istituzione, fare costantemente riferimento al retaggio intellettuale e spirituale che ha plasmato la nostra identità europea nel corso dei secoli.

4. Qual è questo retaggio? Pensiamo per un momento ai fondamentali valori della nostra civiltà: la dignità della persona, il carattere sacro della vita, il ruolo centrale della famiglia, l’importanza dell’istruzione, la libertà di pensiero, di parola e di professione delle proprie convinzioni o della propria religione, la tutela legale degli individui e dei gruppi, la collaborazione di tutti per il bene comune, il lavoro inteso come partecipazione all’opera precisa del Creatore, l’autorità dello Stato a sua volta governato dalla legge e dalla ragione. Questi valori appartengono al tesoro culturale dell’Europa, un tesoro che è il risultato di lunghe riflessioni, dibattiti e sofferenze. Essi rappresentano una conquista spirituale di ragione e giustizia che fa onore ai popoli dell’Europa che cercano di mettere in pratica, nell’ordine temporale, lo spirito cristiano di fratellanza insegnato dal Vangelo.

Le università dovrebbero essere il luogo speciale per dare luce e calore a queste convinzioni che sono radicate nel mondo greco-romano e che sono state arricchite ed elevate dalla tradizione giudaico-cristiana. Fu tale tradizione a sviluppare un concetto più alto della persona umana vista come immagine di Dio, redenta da Cristo e chiamata ad un destino eterno, dotata di diritti inalienabili e responsabile del bene comune della società. I dibattiti teologici relativi alle due nature di Gesù Cristo hanno consentito l’elaborazione di un concetto di persona, che è la pietra angolare della civiltà occidentale.

L’individuo è stato in tal modo collocato in un ordine naturale della creazione con condizioni ed esigenze oggettive. La posizione dell’uomo non è più affidata al capriccio dello statista o delle ideologie, ma poggia su un’oggettiva legge universale naturale. Questo principio fondamentale è stato enunciato chiaramente nella bolla di fondazione dell’università di Uppsala: la razza umana è governata ed ordinata dall’ordine naturale e morale - Humanum genus naturali iure et morali regitur et gubernatur. (Bolla Si iuxta sanctorum, ed. di J. Liedgren, in Acta Universitatis Upsalensis, c. 44, Uppsala 1983).

5. Oggi vi è una crescente consapevolezza morale della verità di tale principio condivisa ovunque dai popoli. Il valore e la dignità di un individuo non dipendono dai sistemi politici e ideologici ma sono fondati sull’ordine naturale, su un oggettivo ordine di valori. Tale convinzione portò, nel 1948, alla dichiarazione dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite, una pietra miliare nella storia dell’umanità, che la Chiesa cattolica ha difeso e ampliato in numerosi documenti ufficiali. I tragici avvenimenti di questo secolo hanno mostrato quanto gli esseri umani possano essere minacciati e distrutti quando i governi vengono a negare la dignità fondamentale della persona. Abbiamo visto grandi nazioni dimenticare le loro tradizioni culturali ed emanare leggi a favore dello sterminio di intere popolazioni e a favore di dolorose discriminazioni contro gruppi etnici o religiosi. Ma siamo stati tuttavia testimoni dell’integrità morale di uomini e donne che si sono eroicamente opposti a simili aberrazioni con atti di coraggio, di resistenza e compassione. Non posso non ricordare il vostro compatriota Raoul Wallenberg, che in modo encomiabile salvò così tanti appartenenti al popolo ebreo dai campi di concentramento nazisti. Il suo esempio induce a lottare con grande impegno per i diritti umani.

La dignità della persona può essere salvaguardata soltanto se la persona è considerata inviolabile dal momento del concepimento fino alla morte naturale. Una persona non può essere ridotta a semplice mezzo o strumento in mani altrui. La società esiste per promuovere la sicurezza e la dignità della persona. Perciò il diritto primario che la società deve difendere è il diritto alla vita. Sia nel grembo materno, che nella fase finale della vita, non si deve mai disporre di una persona per rendere la vita più facile ad altri. Ogni persona deve essere considerata come fine a se stessa, uomo o donna che sia. Questo è un principio fondamentale per tutta l’attività umana: nella cura sanitaria, nell’educazione dei figli, nell’istruzione, nei media. Gli atteggiamenti degli individui o delle società, a tale proposito, possono essere misurati con il trattamento riservato a coloro che per vari motivi non possono competere nella società - gli handicappati, gli ammalati, gli anziani e i moribondi. Se una società non considera la persona umana come inviolabile, la formulazione di principi etici consistenti diviene impossibile così come la creazione di un clima morale che promuova la tutela dei membri più deboli della famiglia umana.

6. Come ho avuto modo di dichiarare lo scorso anno, in occasione del IX centenario dell’università di Bologna, una delle eredità più significative della tradizione universitaria occidentale, è precisamente il concetto secondo cui una società civile, poggia sul primato della ragione e della legge. Quale Vescovo di Roma, figlio della Polonia e un tempo membro della comunità accademica polacca, con tutto il cuore incoraggio tutti i rappresentanti della vita intellettuale e culturale che sono impegnati nella rivitalizzazione del retaggio classico e cristiano della istituzione universitaria. Non tutti gli insegnanti, non tutti gli studenti sono ugualmente impegnati nello studio della teologia e delle arti liberali, ma tutti possono beneficiare della trasmissione di una cultura arricchita da quella grande tradizione comune.

Il vostro sistema universitario ha mantenuto vivo l’insegnamento della teologia e questo offre ampi spunti per lo studio della Parola di Dio e del suo significato per gli uomini e le donne di oggi. Il nostro tempo ha grande bisogno di ricerca interdisciplinare per affrontare le difficili sfide portate dal progresso. Questi problemi riguardano il significato della vita e della morte, le minacce racchiuse nella manipolazione genetica, le finalità dell’istruzione e la trasmissione della conoscenza e della saggezza alle giovani generazioni. Certamente dobbiamo ammirare le meravigliose scoperte della scienza, ma siamo anche consapevoli del potere devastante della moderna tecnologia, capace di distruggere la terra e tutto ciò che essa contiene. È dunque urgente e necessaria una mobilitazione delle menti e delle coscienze.

È essenziale per il futuro della nostra civiltà, che simili questioni vengano congiuntamente esaminate da esperti scienziati e da esperti teologi cosicché tutti gli aspetti dei problemi tecnici e morali possano essere attentamente considerati. Parlando all’UNESCO a Parigi il 2 Giugno 1980, mi appellai in modo particolare alla potenzialità di tutti gli uomini e le donne di cultura. Oggi, di fronte a questa illustre assemblea, ripeto quanto dissi allora: “Tutti insieme voi rappresentate un’enorme potenza: la potenza delle intelligenze e delle coscienze! Dimostrate di essere più potenti dei più potenti nel nostro mondo moderno! Siate risoluti nel dar prova della più nobile solidarietà verso l’umanità: la solidarietà fondata sulla dignità della persona umana”. In questo grande compito troverete un’alleata nella Chiesa cattolica, un’alleata desiderosa di collaborare pienamente con i suoi fratelli e sorelle cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà.

7. Noi cristiani proclamiamo apertamente il Vangelo di Gesù Cristo ma non imponiamo la nostra fede o le nostre convinzioni a nessuno. Noi riconosciamo la mancanza di unanimità nel modo in cui i diritti umani sono fondati filosoficamente. Ciononostante, siamo tutti chiamati a difendere ogni essere umano che è il soggetto di inalienabili diritti umani e ad operare, tra i nostri contemporanei, per ottenere un consenso unanime sulla esistenza e sulla sostanza di tali diritti umani. Tale atteggiamento di realistico dialogo è stato decisivo per lo sviluppo di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite cui è stato affidato il compito di costruire la pace e di incoraggiare la collaborazione nel mondo. La Svezia, impegnandosi a fondo, ha fatto proprio lo spirito e le conquiste delle Nazioni Unite, anche grazie alla dedizione di Dag Hammarskjöld, nobile figlio di questa terra.

Il nostro tempo esige da parte delle menti migliori delle università, dei circoli intellettuali, dei centri di ricerca, dei media, delle arti creative un generoso impegno nell’analizzare i contorni di una nuova solidarietà mondiale connessa alla ricerca della dignità e della giustizia per ogni individuo e ogni popolo. Gli intellettuali e gli studenti nordici hanno uno specifico contributo da offrire. La vostra tradizione culturale vi avvantaggia poiché riunisce insieme tutte le tradizioni viventi del continente: quella scandinava, tedesca, celtica, slava e latina. Voi rappresentate un crocevia, un punto di incontro tra l’Est e l’Ovest, e potete incoraggiare un dialogo che porti ad una più stretta collaborazione tra le università dell’Europa orientale e occidentale, un’impresa che sarebbe intellettualmente decisiva per la costruzione della più grande Europa del domani.

L’Europa ha ancora una grande responsabilità nel mondo. A motivo della sua storia cristiana, la vocazione dell’Europa è di apertura e di servizio all’intera famiglia umana. Ma oggi l’Europa ha un obbligo molto speciale verso le nazioni in via di sviluppo. Un’importante sfida del nostro tempo è precisamente quella legata allo sviluppo di tutti i popoli nel pieno rispetto delle loro culture e della loro identità spirituale. La nostra generazione ha ancora molto da fare se vuole davvero sottrarsi al rimprovero della storia per non aver lottato con tutto il cuore e la mente, per sconfiggere la miseria di così tanti milioni di nostri fratelli e sorelle.

Questo è il messaggio da me illustrato nella mia lettera enciclica Sollicitudo Rei Socialis sullo sviluppo dei popoli. Noi dobbiamo lottare contro tutte le forme di povertà, fisica come pure culturale e spirituale. Lo sviluppo certamente ha una sua necessaria dimensione economica, ma non sarebbe un autentico sviluppo umano se fosse limitato ai bisogni materiali. “Uno sviluppo non soltanto economico si misura e si orienta secondo questa realtà e vocazione dell’uomo visto nella sua globalità, ossia secondo un suo parametro interiore” (Sollicitudo Rei Socialis, 29). Oggi noi parliamo giustamente della dimensione culturale dello sviluppo e sono certo che nel promuovere un simile modello di sviluppo, gli intellettuali e gli studiosi universitari hanno un indispensabile contributo da offrire.

8. Per concludere, vorrei rinnovare i sentimenti manifestati nel messaggio conclusivo del Concilio Vaticano II agli uomini e alle donne di pensiero e di scienza: “Felici sono coloro che possedendo la verità, la continuano a cercare, per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, marciano verso essa con cuore sincero . . . Forse mai, è apparsa così bene come oggi la possibilità d’un accordo profondo fra la vera scienza e la vera fede, entrambe a servizio dell’unica verità . . . Abbia fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza!”.

Signore e signori: vi lascio con questi pensieri, manifestati nella stima e nell’amicizia. Che Dio vi sostenga, uomini e donne di cultura, nel vostro servizio alla verità, nella vostra dedizione alla bontà e nel vostro amore per la bellezza. Che la grande università che oggi ospita noi tutti, prosperi nei secoli a venire. Dio benedica voi tutti! Grazie.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE L’INCONTRO ECUMENICO NELLA CATTEDRALE LUTERANA

Uppsala (Svezia) - Venerdì, 9 giugno 1989

“Perché tutti siano una cosa sola . . . perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).

Cari fratelli e sorelle.

1. Con queste parole del Vangelo dinanzi a noi, desidero ringraziare Dio onnipotente che nella sua amorevole provvidenza mi ha permesso di essere oggi insieme a voi. Rivolgo il mio cordiale saluto alle loro maestà Re Carlo Gustavo e la Regina Silvia per la loro gradita presenza, a cui unisco fervide preghiere per la pace e il benessere della Nazione. Desidero inoltre esprimere il mio ringraziamento all’Arcivescovo Werkström, che ha spalancato le porte dell’amicizia per questo servizio ecumenico. A tutti voi che questa mattina siete venuti qui a pregare con il Vescovo di Roma tendo la mano di fratellanza e di pace nel nostro Signore Gesù Cristo.

Le letture della Scrittura che abbiamo appena udito dal libro del profeta Isaia e dal Vangelo di Giovanni rispondono alle più profonde aspirazioni all’unità e alla pace del cuore umano. Nel libro della Genesi leggiamo come questi doni siano andati perduti a motivo del peccato. L’assassinio di Abele da parte di suo fratello Caino (cf. Gen 4) e in particolare la costruzione della torre di Babele (cf. Gen 11) mostrano come la realtà del peccato si sia diffusa e moltiplicata. Dimenticando Dio gli uomini hanno cercato di costruire una torre con le loro sole forze, solo per finire nell’incomprensione e nella divisione. La torre di Babele è il primo di numerosi episodi dell’antico testamento che mostrano le conseguenze degli errati tentativi dell’uomo di fare da solo senza rivolgersi a Dio che lo ha creato.

Ma nella prima lettura di oggi il profeta Isaia annuncia la promessa del ristabilimento dell’unità e della pace con Dio e fra gli uomini che il Signore stesso effettuerà sul monte Sion. Egli proclama questa visione di speranza: “Il monte del tempio del Signore . . . sarà più alto della cima dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore . . . perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri . . . un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”” (Is 2, 2-4). A differenza dei costruttori di Babele, Isaia riconosce che unità e pace non sono garantite da alcun programma umano ma giungeranno attraverso la conoscenza di Dio attraverso l’obbedienza alla legge divina, attraverso la conoscenza delle vie di Dio e “camminando sui suoi sentieri”. Isaia riconosce la natura spirituale del “tempio” in cui verranno ristabilite l’unità e la pace con Dio e fra gli uomini.

Questa visione di Isaia si compie nel nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Egli è l’eterno Sacerdote, che alla vigilia della sua morte inizia una preghiera per l’unità e la pace che continua ad offrire fino al suo perfetto compimento alla fine dei tempi: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17, 20-21). Con la sua morte e la sua Risurrezione Cristo divenne il tempio spirituale a cui “accorrono tutte le nazioni”. Con la sua rivelazione della verità su Dio e sull’uomo, Cristo mostra che l’aspirazione umana all’unità e alla pace ha il suo inizio e la sua fine in un mistero trascendente: l’unione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

2. Cari fratelli e sorelle, questo Vangelo riguarda ciascuno di noi personalmente. La preghiera sacerdotale di Cristo comprende noi, giacché anche noi siamo diventati credenti attraverso la parola degli apostoli. Il dono della salvezza, che restituisce l’uomo alla comunione con Dio e con gli altri, è rivolto a tutti. “Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse” (Lumen Gentium , 9). All’unità dell’unica Chiesa di Cristo, quindi, Dio chiama tutti coloro che credono che Gesù è “autore della salvezza e principio di unità e di pace” (Lumen Gentium, 9). Egli infatti ha costituito la sua Chiesa “perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di questa unità salvifica” (Lumen Gentium, 9).

L’unità è una caratteristica essenziale della Chiesa. Lungi dall’essere un’organizzazione meramente umana con un messaggio, la Chiesa è il corpo e la sposa del suo Signore, nata dal suo costato sulla Croce. La sua unità scaturisce dalla sua natura intrinseca ed è essenziale alla sua missione. È parte del piano salvifico di Dio. È la volontà e la preghiera di Cristo. Riconosciamo anche che affinché la Chiesa sia un segno credibile di redenzione e comunione con Dio, essa deve vivere in conformità con ciò che è e con quanto proclama. In verità tutti coloro che guardano a Gesù come l’“autore della salvezza e il principio di unità e di pace” (Lumen Gentium, 9) vorranno fare tutto il possibile per essere segni e strumenti efficaci di quella unità e pace “perché il mondo creda” (Gv 17, 21). Per questo motivo la preoccupazione per l’unità dei cristiani, con cui ci siamo raccolti in preghiera questa mattina non è un problema piccolo o superficiale.

3. Dobbiamo riconoscere con dolore che i cristiani non sono uniti. Allo stesso tempo possiamo essere fiduciosi che il Signore della storia non ci ha abbandonati alle nostre divisioni. Egli con saggezza e pazienza ci conduce con la sua grazia ad un maggiore ravvedimento e ad un maggiore desiderio dell’unione (cf. Unitatis Redintegratio , 1).

Nonostante tutti i dissensi e le divisioni nel corso dei secoli, la fede nel nostro unico Signore e salvatore e l’unione con lui attraverso il Battesimo assicura una certa comunione, anche se imperfetta. Il Battesimo, che è il legame sacramentale fra tutti coloro che sono nati a nuova vita, è allo stesso tempo un dinamico punto di partenza. Una volta battezzati, dobbiamo impegnarci per la pienezza della vita in Cristo, una pienezza che è espressa nella completa professione di fede e nell’unità e fratellanza sacramentale della Chiesa, così come Cristo ha voluto che fosse (cf. Unitatis Redintegratio, 22). Come ho detto lo scorso anno a una delegazione della Federazione luterana mondiale: “Poiché noi condividiamo già vincoli di unità in Cristo attraverso il Battesimo, non possiamo ritenerci soddisfatti se non con la piena comunione” (Ad quosdam seiunctos Fratres coram admissos, 3, die 4 mar. 1988 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI, 1 [1988] 552).

I protestanti e i cattolici in Svezia condividono anche uno straordinario retaggio storico, di cui questa grande cattedrale di Uppsala è un magnifico ricordo. Fu costruita come santuario nazionale al tempo in cui tutto il popolo svedese condivideva la stessa fede. Tutt’ora la tomba di sant’Erik è conservata qui. La fede che ha ispirato la costruzione di questa cattedrale ha guidato un tempo i cistercensi, i domenicani e i francescani nel vostro Paese. Essa ispirò santa Brigida, le cui rivelazioni furono lette in tutta l’Europa. Perfino dopo la riforma, molto dell’eredità cattolica fu custodito qui, più che in altri paesi.

4. Il riferimento alla storia e il riconoscimento di questo retaggio comune rendono le nostre divisioni ancora più dolorose. Esse infondono in noi uno spirito di pentimento. Il decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II ricorda l’ammonimento della prima lettera di Giovanni: “Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (Gv 1, 10). Estende questo monito ai peccati contro l’unità e ci esorta a chiedere “perdono a Dio e ai fratelli separati, come pure noi rimettiamo ai nostri debitori” (Unitatis Redintegratio, 7).

Cari fratelli e sorelle, è una sfida per noi perdonarci l’un l’altro, ma il Signore ci ha comandato di farlo. Dopo quattrocento anni di separazione, occorre del tempo perché il processo di riconciliazione e di risanamento abbia luogo. Non tutto può essere fatto subito, ma dobbiamo fare oggi quello che possiamo nella speranza di ciò che sarà possibile domani.

Nel cercare una maggiore comprensione, il dialogo paziente può fare molto. Chiediamoci: Cosa possiamo imparare gli uni dagli altri? Come possiamo arricchirci l’un l’altro? Il dialogo ci permette di esaminare nuovamente i profondi problemi sorti al tempo della riforma, senza polemiche e sfiducia. Ma una cosa è chiara: non troveremo mai l’unità cercando un minimo denominatore comune che possa essere accettabile per tutti. I nostri sforzi saranno fruttuosi soltanto se scopriremo e accoglieremo insieme la piena e autentica eredità di fede data da Cristo attraverso i suoi apostoli. Continuiamo a cercare di trovare sempre di più in quella fede la nostra forza per vivere una vita veramente cristiana (cf. Unitatis Redintegratio, 8).

Vivere in Cristo offre un indispensabile fondamento spirituale alla nostra ricerca dell’unità fra i cristiani. È molto importante, quindi, che vi sia un impegno spirituale all’unità da parte di ciascuno e di tutti i cristiani. L’ecumenismo ci sfida ad intensificare la nostra preghiera privata e pubblica, a riconvertirci, a crescere in santità di vita. Solo in questo modo saremo in grado di discernere la volontà di Dio e di aprirci all’intera verità su Cristo e la sua Chiesa. Quando consideriamo la grandezza del compito ecumenico, dobbiamo riconoscere la nostra inadeguatezza. Ma il Signore ci assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre . . . lo Spirito di verità” (Gv 14, 16-17). Questo Spirito di verità renderà testimonianza a Cristo e guiderà il credente alla completa verità, poiché “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito” (Gv 16, 13). Per quanto noi ci impegniamo per l’unità, essa rimane sempre un dono dello Spirito Santo. Saremo disponibili a ricevere questo dono nella misura in cui avremo aperto le nostre menti e i nostri cuori a lui attraverso la vita cristiana e soprattutto attraverso la preghiera.

5. Mi unisco a voi nel rendere grazie per i molti modi in cui lo Spirito Santo ha accompagnato il movimento ecumenico in Svezia nel corso degli anni e ha riavvicinato i cristiani. Pensiamo soltanto alla vita e all’opera di persone come il grande Arcivescovo di Uppsala, Nathan Söderblom, che è sepolto in questa cattedrale e i cui sforzi per l’unità dei cristiani e per la pace mondiale sono ben noti. Ricordo con grande piacere gli scambi verbali ed epistolari con la mia compatriota Ursula Ledochowoska, quella donna eccezionale che è vissuta per diversi anni in Svezia durante la prima guerra mondiale e il cui nome è stato scritto e annoverato fra i “Beati”.

È inoltre consolante vedere quanto sia vasta la cooperazione tra i cristiani oggi in Svezia. Occorre fare una menzione speciale dell’appello al dialogo ecumenico pubblicato nel 1987 dall’Arcivescovo Werkström a nome dei Vescovi della Chiesa luterana svedese e indirizzato a tutti i leaders delle Chiese in Svezia. Oltre agli importanti dialoghi che hanno luogo a livello internazionale tra luterani e cattolici, vi sono state anche discussioni teologiche in spirito veramente fraterno fra la Chiesa cattolica e la Chiesa luterana svedese. Queste discussioni hanno portato a importanti documenti sul matrimonio e la famiglia cristiana e sull’ufficio del Vescovo.

In Svezia dobbiamo prendere atto con gratitudine di un nuovo spirito di buona volontà fra cattolici, luterani e membri delle Chiese libere. In molti luoghi in cui i cattolici non hanno una Chiesa i loro vicini protestanti hanno messo a disposizione gli edifici necessari al culto. Esiste inoltre un cordiale rapporto fra i cattolici e i loro fratelli e sorelle ortodossi in Svezia. Ricordo le parole di san Paolo: “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2 Cor 5, 18).

6. Cari amici: sono venuto nel vostro Paese in uno spirito di amore quale vostro fratello in Cristo, quale Vescovo di Roma, successore di Pietro, a cui il Signore disse: “Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32). Sono venuto come servitore e testimone di Cristo, come pastore del suo gregge. Vi saluto a nome della Chiesa cattolica e vi porto i saluti e le preghiere di tutti coloro che sono in piena comunione con la Chiesa di Roma, di cui sin dai tempi antichi è stato detto che “ha il primato dell’amore” (S. Ignatii Antiocheni, Ad Romanos).

Qui a Uppsala, in questa grande cattedrale, come un fratello, esorto sia i protestanti che i cattolici a “combattere la buona battaglia della fede” (1 Tm 6, 12), ad avvicinarvi sempre di più a Gesù Cristo, che mori “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52). In questo modo ci avvicineremo sempre di più gli uni agli altri.

Fratelli e sorelle, non cessiamo mai di perseguire l’unità. Saliamo insieme sul “monte del Signore”. Amiamoci gli uni gli altri, “perché il mondo creda”. Amen.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA VISITA ALLA CATTEDRALE DEDICATA A SANT’ERIK

Stoccolma (Svezia) - Giovedì, 8 giugno 1989

Cari Vescovi Brandeburg e Kenney, cari fratelli e sorelle in Cristo.

1. È molto opportuno poter professare la nostra fede in questa gioiosa occasione usando le parole del Credo. Facendo ciò noi ricordiamo che sono l’oggetto della nostra fede cristiana. L’antico Credo conferma la nostra comunione vivente con coloro che ci hanno preceduto e con tutti quelli che in ogni tempo e luogo hanno professato la fede riposta da Cristo nella Chiesa “Una, Santa, Cattolica ed apostolica”.

La predicazione del Vangelo e la professione di fede che costituisce la tradizione vivente della Chiesa sono una luce che risplende nelle tenebre “finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1, 19). La fede che abbiamo ricevuto come un dono è una verità sacra che dobbiamo portare agli altri. Esiste una urgenza circa la verità del cristianesimo, una dimensione missionaria del suo messaggio di salvezza. La fede è intesa come buona Novella per gli altri, così come per noi stessi.

Come una volta i santi apostoli Pietro e Paolo ricolmarono il mondo con il nome di Gesù, così anche io, successore di Pietro, considero mio primo dovere predicare Cristo a coloro che sono sia vicini che lontani e incoraggiarvi, miei “fratelli nella fede” (Gal 6, 10) “a correre con perseveranza nella corsa” (Eb 12, 1). In questa cattedrale, il centro della vita ecclesiale della diocesi di Stoccolma, mi unisco a voi nel rendere grazie a Dio per il dono della fede che avete ricevuto, e chiedo a lui di rafforzarvi nel vostro amore per Cristo e per la sua Chiesa, e nel vostro impegno a predicare la buona Novella agli altri.

2. Oggi Cristo chiama ciascuno di noi, attraverso la vocazione che abbiamo ricevuto come Vescovi, sacerdoti, religiosi o laici, a parlare al cuore della Svezia. Per mille anni la storia e la cultura della Svezia sono state forgiate dal Vangelo. In ogni generazione, la Chiesa deve proclamare il Vangelo di nuovo. Essa deve ripetere, in occasioni opportune e non opportune (cf. 2 Tm 4, 2), gli imperativi che stanno al cuore di tutta la predicazione cristiana: “Lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5, 20) e “rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24). Questa insistente chiamata deve essere ascoltata nella Svezia di oggi, e siete voi che Dio ha scelto ed inviato come suoi araldi.

Prima di poter portare il messaggio di conversione e di riconciliazione in Cristo agli altri, dobbiamo viverlo noi stessi. Non è mai abbastanza per noi rivolgerci a Cristo; in un certo senso noi siamo diventati Cristo per mezzo del Battesimo. Con le parole di sant’Agostino: “Lasciateci rallegrare e rendere grazie: noi siamo diventati non soltanto Cristiani, ma Cristo stesso . . . Siate meravigliati e rallegratevi; siamo diventati Cristo” (In Ioann. Evang. Tract, 21, 8). Con la nostra unione battesimale con Cristo nel mistero della sua morte e Risurrezione, noi abbiamo ricevuto una vocazione alla santità (Rm 6, 9-12), una chiamata ad essere perfetti, come il nostro Padre celeste (cf. Mt 5, 48).

Cari fratelli e sorelle: la Svezia ha bisogno di segni viventi di Cristo, che mantiene salda la Parola di Dio nei cuori, che permette di conformarsi a lui mediante i sacramenti, che permette di trasformare le beatitudini in pratica e che ama tutti, specialmente gli ultimi tra i suoi fratelli e sorelle. Questo è ciò che significa essere consacrati nella fede (cf. Gv 17, 19) e vivere la fede che noi professiamo nel Credo.

3. Ai miei cari fratelli sacerdoti desidero oggi dire che questa è la vostra vocazione con un particolare significato: che voi siate santificati (1 Tm 4, 3) e poi, operando “in persona Christi”, voi possiate santificare altri. Non dimenticate mai che voi siete, con le parole di san Paolo, “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4, 1). Come ministri dei sacramenti, voi portate il dono della salvezza al Popolo di Dio e alimentate la vita divina che essi hanno ricevuto da Cristo. Come pastori fidati, voi siete anche il loro medico spirituale e la loro guida. Voi dovrete rafforzare il debole, incoraggiare il dubbioso, e ritrovare coloro che si sono smarriti.

Per realizzare questa speciale vocazione, voi avete bisogno di conformarvi sempre più strettamente all’immagine di Cristo, sommo sacerdote, l’obbediente Figlio del Padre e vincitore della Croce. Soltanto diventando un altro Cristo, “alter Christus”, in ogni fibra del vostro essere, troverete compimento nella vostra chiamata ad essere fedeli alla grazia che Dio ha diffuso su di voi alla vostra ordinazione. La sfida che propone Cristo richiede una conversione costante. Come già ho detto nella mia prima lettera del giovedì santo ai sacerdoti: “Dobbiamo riscoprire ogni giorno il dono datoci da Cristo stesso nel Sacramento dell’Ordine, imparando ad apprezzare l’importanza della missione salvifica della Chiesa, riflettendo sulla nostra vocazione nel contesto di quella missione” (Epistula ad universos Ecclesiae Sacerdotes adveniente feria V in Cena Domini, anno MCMLXXIX, 10, die 8 apr. 1979 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 857 ss.).

Cari fratelli: questo è ciò che il Popolo di Dio si aspetta da noi. Questo è ciò che il Popolo di Dio in Svezia si aspetta da voi. Essi vogliono vedere Cristo in voi. Essi vogliono ascoltare il suo messaggio da voi, anche se questo messaggio parla della Croce, della morte della nostra vecchia vita e di un modo umano di pensare, per risorgere a nuova vita in Dio. Essi vogliono essere ispirati dalle vostre parole e dal vostro esempio, per poter così compiere il proprio dovere nella vita in accordo con la volontà del Signore. E sebbene essi potrebbero non ammetterlo, molti di coloro che si proclamano non credenti hanno un desiderio segreto di essere trovati da Dio. In quanto sacerdoti voi avete una responsabilità speciale nel ricercare coloro che si sono smarriti. Prego affinché voi possiate essere sempre sostenuti dall’immancabile grazia di Dio in tutto ciò che farete nel suo nome.

4. Cari fratelli e sorelle nella vita religiosa, desidero incoraggiare anche voi nel vostro servizio reso a Cristo e alla sua Chiesa in Svezia. Questo servizio è particolarmente evidente nei vostri differenti apostolati, specialmente l’educazione dei giovani e la cura dei malati, degli anziani e dei poveri. Ma molto più importante di ciò che voi fate è ciò che siete: persone consacrate a Dio in Gesù Cristo come sua proprietà esclusiva (cf. Redemptionis Donum , 15).

Voi siete segni speciali del Regno di Dio in Svezia oggi - un Regno che “non è di questo mondo” (cf. Gv 18, 36) che trasforma questo mondo dall’interno. Vivendo una vita di servizio in castità, povertà e obbedienza, voi ricordate alla gente che c’è di più in questo mondo che non soltanto ciò che si vede con gli occhi. Esiste un trascendente, una vocazione spirituale e un destino al quale ogni persona è chiamata da Dio. Questo è il messaggio che la Svezia ha bisogno di ascoltare da voi, riprendendo la lunga tradizione di vita religiosa in questo paese che arriva fino a sant’Ansgar e santa Brigida.

Per poter sfidare il mondo con un messaggio di conversione e di riconciliazione, voi per primi dovete ascoltarlo e accettarlo dentro voi stessi, e all’interno dei vostri istituti religiosi. Con la preghiera, la riflessione e un più generoso dono di sé, voi troverete l’amore di cui avete bisogno per poter vivere in comunità e per portare avanti i doveri del vostro apostolato “non con tristezza né per forza ma con gioia” (2 Cor 9, 7). Anche se la via potrà essere a volte “stretta e angusta” (Mt 7, 14), voi potrete riconoscere sempre più chiaramente che il Signore è in “mezzo a voi” (cf. Mt 18, 20). Vi esorto a crescere in maturità cristiana ogni giorno, per approfondire la vostra comprensione di ciò che significa seguire Cristo come religiosi, così che possiate poi portare lui ad altri, ed altri a lui.

5. Cari membri del consiglio pastorale e tutti gli altri uomini e donne laici della diocesi di Stoccolma, anche voi siete stati chiamati per ricercare la santità e condividerla pienamente nella missione della Chiesa, non meno dei sacerdoti e religiosi che sono i vostri fratelli e sorelle nel Signore. Come ho detto l’anno scorso nella mia esortazione apostolica Christifideles Laici : “I fedeli laici debbono guardare alle attività della vita quotidiana come occasione di unione con Dio e di compimento della sua volontà, e anche di servizio agli altri uomini, portandoli alla comunione con Dio in Cristo” (Christifideles Laici, 17).

Sebbene come cattolici voi costituiate una minoranza religiosa in Svezia, la libertà religiosa vi mette in grado di partecipare pienamente alla vita del vostro paese. Il compito più importante sarà quindi accettare la sfida e dare un contributo alla società svedese meritevole di valori morali e della fede cattolica, in collaborazione ecumenica con i cristiani delle altre Chiese e comunità ecclesiali. Tra i vostri vicini, amici, parenti - a casa, a scuola e nei vostri posti di lavoro - voi siete Cristo, che invita la gente a “rivestire l’uomo nuovo”, “a lasciarsi riconciliare con Dio”.

Desidero richiamare l’attenzione in particolare su due grandi compiti menzionati nella mia esortazione apostolica rivolti particolarmente alle donne laiche per favorire la missione di salvezza della Chiesa oggi. Il primo è “il compito, anzitutto, di dare piena dignità alla vita matrimoniale e alla maternità . . . proprio grazie all’intervento intelligente, amorevole e decisivo della donna” (Christifideles Laici, 51). Il secondo è il “compito di assicurare la dimensione morale della cultura, la dimensione cioè di una cultura degna dell’uomo” (Christifideles Laici, 51). Tutto ciò assume una particolare importanza in un tempo in cui lo sviluppo della scienza e della tecnologia non è sempre ispirato e misurato da vera saggezza, ma offre piuttosto l’odiosa prospettiva di rendere la vita sempre più “disumanizzata”. In virtù della loro particolare sensibilità, le donne possono dare un grande contributo per la promozione del vero benessere della persona, iniziando con il fondamentale valore della vita stessa (cf. Christifideles Laici, 51).

Questi compiti, cari fratelli e sorelle, sono solo due esempi dei numerosi modi in cui i fedeli laici possono dare testimonianza del Vangelo trasformando l’umanità alla luce di Cristo. Ed è anche un segno incoraggiante per la Chiesa in Svezia vedere quanti fra voi rendono servizio come catechisti, o fanno parte dei consigli parrocchiali, o sono impegnati in attività caritatevoli, lavoro con i giovani, o altro.

6. Per finire, a tutti voi qui presenti - clero, religiosi e laici - dico: non abbiate paura! Molti fra voi sono venuti in Svezia da altri paesi per sfuggire difficoltà economiche o politiche, o come sacerdoti o religiosi per servire i cattolici di questa terra. Questo comporta molte difficoltà, sacrifici e sfide, ma con san Paolo “Ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostro cuori” (Rm 5, 3-5). Sì, cari fratelli e sorelle, con l’amore di Dio nei nostri cuori non dobbiamo temere.

Non indietreggiate mai di fronte al compito di predicare il Vangelo e professare la vostra fede tra coloro che sono indifferenti o non credenti. Non perdete mai la fiducia nella fondamentale bontà dell’uomo, creato ad immagine di Dio e redento in Cristo. Per mezzo della grazia di Dio anche il più indifferente e incredulo cuore può essere aperto alla verità, alla bellezza ed alla bontà, per cui siamo stati creati. E soprattutto, non perdete mai la fiducia nel potere di Dio che accompagna la nostra proclamazione della Parola, un potere che è capace di fare “molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3, 20).

Cari fratelli in Cristo: affinché noi possiamo essere degni delle benedizioni del Signore, preghiamo con le parole che Gesù stesso ci ha insegnato.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto Internazionale «Arlanda» di Stoccolma (Svezia) Giovedì, 8 giugno 1989

Sua altezza reale Bertil e principessa Liliane, Arcivescovo Werkström, Vescovo Brandenburg e Vescovo Kenney, distinti membri del governo, membri del corpo diplomatico, caro popolo svedese, Gud välsigna Sverige! (Dio benedica la Svezia). Con questa preghiera saluto tutti gli abitanti del vostro Paese e prego Dio di benedirvi con la sua pace.

1. È con grande gioia che sono giunto in Svezia questa mattina ed ho iniziato la mia visita a questo nobile Paese. Sono grato a sua altezza reale per la calorosa accoglienza che mi ha riservato in nome di sua maestà il Re. Desidero esprimere inoltre la mia gratitudine a sua eccellenza il ministro degli affari esteri ed al governo svedese che insieme alla comunità cattolica ed alla Chiesa svedese mi ha gentilmente invitato qui oggi.

Giungo oggi presso un popolo il cui passato è stato segnato da una profonda fede cristiana e da un impegno verso gli obiettivi della pace, della tolleranza e per il progresso di una vera dignità umana. È mia preghiera che questa eredità e questi valori possano continuare a fiorire fra voi ed essere una luce di speranza che rischiari il futuro della vostra società e di tutti i suoi membri.

2. Sono venuto in Svezia come ministro del Vangelo di Gesù Cristo e come Vescovo di Roma. Come predicatore del Vangelo mi affido alla grazia di Dio nell’annunciare a tutti gli abitanti di questo Paese la grazia e la pace di Dio, “Padre Misericordioso” (2 Cor 1, 3). Come Vescovo di Roma desidero visitare i membri della Chiesa cattolica di questo Paese. Cari fratelli e sorelle nella fede cattolica: durante questi giorni avrò la gioia di partecipare alla vostra vita ecclesiale, ascoltando le vostre preoccupazioni e le vostre speranze per la Chiesa in Svezia, pregando con voi e celebrando l’Eucaristia, il mistero della nostra fede!

Nel Vescovo Brandenburg e nel Vescovo Kenney saluto i cattolici svedesi con amore e grande affetto. La diocesi di Stoccolma rispecchia la ricchezza e la diversità della gente che caratterizzano l’intera Chiesa cattolica. Ciò può quindi per grazia di Dio recare una testimonianza eloquente dell’unità e della carità che dovrebbero caratterizzare la vita di tutti i seguaci di Cristo. Nella Chiesa di Dio “non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo” (Gal 3, 28).

3. E inoltre mia ardente speranza che questa visita pastorale possa contribuire alla crescita della comprensione e dell’amore fraterno fra tutti quelli che professano il nome di Cristo. La Chiesa di Roma continua tuttora a venerare la memoria di santa Brigida di Svezia, la cui intrepida fede cristiana contribuì notevolmente al rinnovamento spirituale della Chiesa circa sei secoli fa. Nel visitare la patria di santa Brigida non possono fare a meno di ricordare la lunga e ricca eredità cristiana che è condivisa da tutti gli Svedesi cristiani nonostante le divisioni che si sono verificate. Questa eredità ha la forza di ispirare noi tutti nella nostra ricerca di obbedire alla volontà di Dio e di ristabilire i legami di unità nella fede fra i cristiani. Con questa convinzione, porgo il mio sincero saluto nel Signore, all’Arcivescovo Werkström ed a tutti i fedeli della Chiesa luterana svedese.

Nel nome di Gesù Cristo, saluto tutti gli abitanti di questo Paese e vi assicuro delle mie preghiere affinché possiate continuare a godere di pace e prosperità. Il Vangelo che io predico è un messaggio di speranza ed è rivolto a tutti, uomini e donne, a persone di ogni razza e lingua (cf. Ap 5, 9). Sono grato per l’opportunità di portare il messaggio a questi lidi e ringrazio voi tutti per l’amichevole interesse suscitato dalla notizia della mia venuta.

4. La Svezia è conosciuta e rispettata in tutto il mondo per i suoi sforzi di garantire il benessere a tutto il suo popolo. Certamente, la Svezia gode di una “qualità della vita” che anche considerata in termini puramente materiali rappresenta un notevole traguardo. È anche ben noto il vostro interesse per la cooperazione internazionale e per il disarmo. Queste iniziative, insieme alla vostra generosità nell’aiutare gli altri paesi, servono come incoraggiamento per le altre nazioni che cercano di dare il meglio alla loro popolazione secondo le loro possibilità ed alla luce della loro storia. I successi raggiunti dalla Svezia in campi come l’assistenza sanitaria, l’educazione e la sollecitudine per il benessere degli immigrati vanno considerati come un segno di speranza sull’orizzonte di un autentico sviluppo e di un progresso del mondo.

Il vostro primato in tutti questi campi è una fonte di gratificazione per la Santa Sede, che cerca di promuovere la causa di un vero sviluppo, della giustizia e della pace nella comunità delle nazioni. In questo contesto sono lieto di ricordare che nel 1982 la Svezia e la Santa Sede hanno stabilito formali rapporti diplomatici riprendendo così i tradizionali rapporti che risalivano al XVI secolo. Io prego affinché i vostri costanti sforzi per promuovere la comprensione fra i popoli portino molti frutti e vi rendano degni della benedizione che è riservata a coloro i quali sono operatori di pace e saranno quindi chiamati figli di Dio (cf. Mt 5, 9).

5. La vera pace, la pace che è opera della giustizia (cf. Is 32, 17), richiede una continua sensibilità ai valori etici e religiosi che sono alla base di tutte le attività umane. Fra questi valori il rispetto per il dono della vita in tutte le sue forme, affiancato da un disinteressato aiuto al prossimo - specialmente ai bisognosi e a quelli meno fortunati di noi - costituiscono il fondamento essenziale di una società giusta ed umana. Il perseguire questi scopi ha profonde radici spirituali e rappresenta il frutto di quella aspirazione del cuore umano per il profondo appagamento che la Bibbia chiama “shalom”, pace (cf. Sal 121, 6-9).

Cari amici, possa la pace di Dio, la pace che sorpassa ogni intelligenza (Fil 4, 7), dimorare nei vostri cuori e nelle vostre case. Possa Dio continuare a benedire la Svezia e tutto il suo popolo.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON IL CORPO DIPLOMATICO NELLA NUNZIATURA APOSTOLICA

Copenhagen (Danimarca) - Mercoledì, 7 giugno 1989

Signore e signori.

1. Sia in Vaticano sia nella mie visite alla Chiesa in varie parti del mondo, ho spesso l’opportunità di incontrare membri della comunità diplomatica. Oggi ho il grande piacere di incontrare voi, distinti capi della missione e personale diplomatico accreditato presso sua maestà di Danimarca. Saluto tutti voi e vi ringrazio per la vostra presenza qui. Attraverso voi rendo omaggio alle nazioni ed ai popoli che rappresentate. Nel servizio che prestate ai vostri rispettivi paesi ed alla comunità mondiale vedo un contributo diretto alla realizzazione della viva speranza che arde nell’animo umano ovunque. Speranza che un mondo sempre più pacifico ed umano risulti dalle trasformazioni che avvengono nei popoli e nelle relazioni fra le forze che modellano la nostra storia.

Desidero parlarvi questa mattina come amico della nostra comune umanità, come persona preoccupata per un autentico benessere e progresso della famiglia umana, e come discepolo di Gesù Cristo la cui Chiesa sono stato chiamato a servire nel ministero di unità e fede.

Preparando questa visita in Danimarca, mi sono ricordato di due pensatori danesi. Quale ex professore di etica nel mio paese, sono stato a lungo a contatto con gli scritti di uno di loro: Søren Kierkegaard. Kierkegaard era profondamente pervaso dal senso della natura limitata e finita dall’esistenza, e da un conseguente senso di timore, un presagio di male che lui concepiva come qualcosa di non puramente psicologico ma essenzialmente metafisico, e perciò inevitabilmente presente in tutte le esperienze umane. Per Kierkegaard, questa angoscia rappresentava la categoria fondamentale che definisce il rapporto fra l’individuo e il mondo. Per lui, tutta l’esistenza è permeata dalla possibilità del non essere. Perciò ogni cosa è in certo modo, allo stesso tempo, niente. “Ciò che sono”, ha scritto Kierkegaard, “è niente” (Intimate Diary).

La fuga di Kierkegaard da questa negatività avveniva attraverso la sua fede cristiana e la sua obbedienza a Dio. In un certo senso egli andava contro il clima intellettuale del suo tempo riportando l’attenzione sull’individuo e sul rapporto personale fra l’individuo e Dio. Alcuni filosofi più recenti furono molto colpiti dal concetto di Kierkegaard del timore esistenziale. Alcuni di questi non trovarono nessun modo se non quello di esaltare l’orientamento verso la morte e verso la nullità, inerente all’essere “situati” nel mondo. In quella scuola, lo spirito umano venne preparato alla disperazione radicale ed alla negazione del significato della libertà nella vita.

L’altro studioso danese che viene alla mente è lo scienziato del XVII secolo Niels Steensen, il famoso anatomista e fondatore di paleontologia, geologia e cristallografia scientifica. Come ho avuto occasione di ricordare durante la cerimonia di beatificazione dello scorso anno di questo illustre figlio della Danimarca, la sua vita ha avuto un doppio corso: egli era un attento osservatore del corpo umano e della natura inanimata, e al tempo stesso era un cristiano che credeva profondamente, che metteva se stesso al servizio della volontà di Dio in maniera umile ma tuttavia sincera e senza paura. La sua volontà di conoscenza scientifica lo portò a frequentare le università di Amsterdam, di Leyden, di Parigi e di Firenze. Il suo viaggio di fede lo condusse ad una profonda esperienza di conversione, alla sua ordinazione come sacerdote, a diventare Vescovo e missionario. La sua santità personale era così ragguardevole che la Chiesa lo considera un esempio per i fedeli e un intercessore per loro presso di Dio.

2. Il ricordo di questi due intellettuali e credenti danesi ci fa riflettere su cose che non possono essere escluse dalle nostre preoccupazioni della vita di tutti i giorni ma che anzi costituiscono il fondamento di ogni pensiero e decisione, e perciò determinano, come se ne fossero il vero senso, i nostri sforzi quotidiani, sia personali che collettivi. Queste riflessioni sono legate al significato della vita con le sue ovvie limitazioni, le sue sofferenze e la sua misteriosa conclusione che è la morte. Essi riguardano il posto che occupa la religione nella storia, nella cultura e nella società e la domanda, sempre attuale, sul rapporto tra fede e ragione. Sul piano pratico, essi riguardano il pressante bisogno di collaborazione tra uomini e donne di religione, scienza, cultura, politica ed economia per affrontare i gravi problemi del mondo: la conservazione del pianeta e delle risorse, la pace tra le nazioni e i gruppi, la giustizia nella società e una pronta ed efficace risposta alla tragica situazione della povertà, della malattia e della fame che affliggono milioni di esseri umani.

Il nostro secolo ha sperimentato guerre terribili e terribili tensioni politiche, offese contro la vita e la libertà, inconcepibili sorgenti di sofferenza - comprese le attuali tragedie del commercio internazionale di droga e della crescente diffusione dell’AIDS - per cui alcune persone possono esitare ad esprimere speranza o ad essere eccessivamente ottimiste circa il futuro. Tuttavia molti saranno d’accordo che il mondo vive un momento di straordinario risveglio. I vecchi problemi restano e nuovi ne compaiono; ma c’è anche una crescente consapevolezza dell’opportunità offertaci per creare un’era nuova e migliore: un tempo che ci coinvolga in una collaborazione vera e franca per rispondere alle grandi sfide che l’umanità deve affrontare alla fine del XX secolo. L’opportunità di cui parlo non è qualcosa di chiaramente definibile. È piuttosto come la confluenza di molti sviluppi complessi e globali nel campo della scienza e della tecnologia, nel mondo economico, nella crescente maturità politica della gente e nella formazione della pubblica opinione. Forse è giusto dire che ciò che stiamo sperimentando è un cambiamento, anche se lento e fragile, in direzione delle preoccupazioni del mondo e un’aumentata, seppure a volte avara, volontà di accettare le implicazioni di un’interdipendenza planetaria dalla quale nessuno può veramente sfuggire.

Vi parlo di queste cose, distinti membri del corpo diplomatico, a causa della vostra capacità personale e professionale di dare una appropriata risposta alle sfide che sono comparse all’orizzonte del progresso dell’umanità. Il mio è un invito a voi, e a tutti gli uomini e donne con responsabilità per la vita pubblica delle nazioni, a fare tutto il possibile per incoraggiare questo risveglio morale e a perseverare nei processi di pace che cercano di realizzare la libertà, il rispetto per la dignità e i diritti umani nel mondo. In questo voi e i vostri governi e i popoli avranno il pieno incoraggiamento della Chiesa cattolica.

La Chiesa non può darvi consigli tecnici, né promuovere un programma economico o politico. La sua missione è principalmente spirituale e umanitaria. Essa cerca di essere fedele a Gesù Cristo, suo divino fondatore, che ha dichiarato: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36), ma che, al tempo stesso, fu mosso a compassione alla vista delle sofferenze delle moltitudini. (cf. Mt 9, 36). La Chiesa esiste per proclamare la potenza di Dio, Padre amorevole, sul creato e sull’uomo e cerca di educare le coscienze della gente ad accettare la responsabilità per se stessi e per il mondo, per i rapporti umani e per il comune destino della famiglia umana. In particolare la Chiesa insegna una dottrina di creazione e Redenzione che pone l’individuo al centro della concezione del mondo e della sua attività. Il suo obiettivo temporale è il pieno sviluppo dell’individuo. Essa stimola e si appella alla responsabilità personale. Incoraggia e esorta la società a difendere e promuovere l’inalienabile valore e i diritti della persona e a salvaguardare questi valori attraverso le legislazioni e le politiche sociali. Essa desidera perseguire questi obiettivi in cooperazione con tutti coloro che servono il bene comune.

Dall’inizio del mio pontificato mi sono impegnato a dare voce alla preoccupazione che è già presente nel riferimento biblico degli sforzi umani volti a costruire un mondo senza richiamarsi a Dio. Oggi questa preoccupazione è diventata tanto più interessante, a causa del potenziale immensamente esaltato, per il bene o per il male che l’uomo ha forgiato. Il pericolo risiede nel fatto che “mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali, e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo, ed egli stesso divenga oggetto di manipolazione” (Redemptor Hominis , 16).

Mentre l’uomo si prende sempre più cura del mondo, il problema fondamentale rimane sempre lo stesso: “se l’uomo, come uomo, nel contesto di questo progresso, diventi veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri, in particolare verso i più bisognosi e i più deboli” (Redemptor Hominis, 15).

I problemi basilari, quindi, sono quelli collegati alla verità e al significato, al bene e al male morali. Questi sono problemi che esistono da sempre, da quando ogni generazione ed anche ogni individuo, viene chiamato a rispondere ad essi, nelle circostanze sempre mutevoli della vita. Lo sviluppo non equilibrato in atto oggi e che minaccia la stabilità del mondo - in cui le ricchezze degli uni che aumentano, sono in stridente contrasto con la povertà e la miseria di altri - non è il risultato di forze cieche ed incontrollabili, ma di decisioni prese da individui e gruppi. Sono pienamente convinto, e così ho scritto nella mia enciclica del 1987 sulla sollecitudine sociale della Chiesa, che alcune forme di moderno “imperialismo”, che sembrano essere ispirate dalla politica e dall’economia, sono in realtà vere forme di idolatria: l’adorazione del denaro, l’ideologia, la casta e la tecnologia. La vera natura di queste ineguaglianze che sono la piaga del nostro mondo è quella del peccato mortale. Riconoscere questo è importante, “diagnosticare così il male significa identificare esattamente, a livello della condotta umana, il cammino da seguire per superarlo” (Sollicitudo Rei Socialis , 37).

Signore e signori: questi sono i pensieri che desidero lasciarvi, confidando che condividerete la mia preoccupazione per la direzione verso cui l’umanità si dirige, alla fine del secondo millennio cristiano. Il cammino che porta avanti è un cammino di profonda solidarietà, “che non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante d’impegnarsi per il bene comune” (Sollicitudo Rei Socialis, 37). Questo impegno alla solidarietà porta dei benefici alla vostra condizione di diplomatici al servizio della pace e del progresso. Il mio appello quindi è che si possa lavorare insieme per costruire un’era di effettiva solidarietà mondiale nella apertura alle dimensioni morali insite in ogni sforzo umano.

Che Dio onnipotente sia con voi nel vostro lavoro. Che le sue benedizioni scendano sopra di voi e sulle vostre famiglie e sul paese che servite. Grazie.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I RAPPRESENTANTI DELLE CONFESSIONI CRISTIANE NEL «MOLTKES PALACE»

Copenhagen (Danimarca) - Mercoledì, 7 giugno 1989

Miei cari fratelli e sorelle, cari amici in Cristo.

1. Vorrei esprimere la mia gratitudine per l’opportunità di incontrare oggi questa delegazione della Chiesa luterana danese, come pure i rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali in Danimarca. Saluto anche il Rabbino Capo Melchior Ben. In particolare desidero ringraziare il Vescovo Christiansen e il reverendo Werner Jenssen per le loro cortesi parole e per le riflessioni che hanno offerto sul tema delle Scritture e della fratellanza umana.

Quali cristiani che si sforzano di lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, lo spirito di verità (cf. Gv 16, 13), ci viene costantemente ricordata la preghiera che Gesù ha fatto per i suoi discepoli la notte prima di morire: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa . . .” (Gv 17, 20-21). L’unità di tutti coloro che credono in Cristo è chiaramente l’espressione della volontà di Dio. Essa tocca proprio il cuore della vita e della missione della Chiesa nel mondo. Ci obbliga a riconoscere che, per mancanza di unità, la nostra testimonianza del Vangelo e la nostra credibilità quali discepoli di Cristo sono state seriamente ostacolate. Essa ci impegna anche a servire la causa della riconciliazione, poiché noi stessi siamo stati riconciliati con Dio in Cristo (cf. 2 Cor 5, 18). È Cristo che, una volta per tutte, ha abbattuto il muro di ostilità tra Israele e le nazioni, e adesso chiama tutti i suoi discepoli a perfezionare l’unità (cf. Gv 17, 22).

Circa quattrocento anni fa, i legami di piena comunione ecclesiale che avevano unito la maggior parte dei cristiani in Danimarca con la Chiesa di Roma, furono recisi. Questa tragica separazione, spesso segnata da ostilità e sfiducia reciproca, è durata fino ai nostri giorni. Oggi, nel palazzo di Moltke, vengo a voi come un fratello in Cristo e come un discepolo dell’unico Maestro, per sottolineare il mio impegno personale e l’impegno di tutta la Chiesa cattolica a operare per il ristabilimento dell’unità fra i cristiani secondo la volontà del Signore. Senza dubbio il Vangelo ci impone di operare e pregare insieme per il ripristino della piena unità “nel vincolo della pace” (Ef 4, 3). La fedeltà alla piena verità di Cristo ci obbliga non soltanto a riconoscere le differenze che ci separano, ma anche a cercare la loro soluzione, con fiducia nella potenza dello Spirito Santo. È questo infatti l’obiettivo dell’importante dialogo teorico che attualmente ha luogo fra la Chiesa cattolica romana e le Chiese e le comunità ecclesiali, i cui rappresentanti sono qui presenti, compresa la Federazione luterana mondiale. In questo dialogo dobbiamo innanzitutto riconoscere quanto già condividiamo nella speranza di superare la sfiducia e di promuovere una maggiore comprensione reciproca.

2. Fratelli e sorelle. Il Concilio Vaticano II ha fatto importanti affermazioni dottrinali sulla Sacra Scrittura, sul suo posto nella Chiesa di Cristo e sul suo ruolo nel movimento verso l’unità dei cristiani. La Bibbia è un grande dono di Dio che tutti i cristiani, indipendentemente dalle loro differenze, continuano a condividere. Ispirato dal nostro amore comune per la Parola scritta di Dio, vorrei esprimere, in questa assemblea ecumenica, alcuni pensieri personali su questo grande dono e sul suo ruolo nel nostro lavoro per una maggiore comprensione reciproca.

Il decreto sull’ecumenismo del Concilio afferma solennemente: “nello stesso dialogo (la sacra Scrittura) costituisce l’eccellente strumento nella potente mano di Dio per il raggiungimento di quella unità, che il Salvatore offre a tutti gli uomini” (Unitatis Redintegratio , 21). “Eccellente strumento nella potente mano di Dio”. La Sacra Scrittura è infatti proprio la Parola di Dio. Per tutti i cristiani questo è un dogma fondamentale della fede. I padri conciliari, nel decreto che ho appena citato, lo riconoscono in modo esplicito: “Invocando lo Spirito Santo, essi (i nostri fratelli cristiani) cercano nelle sacre Scritture Dio che parla a essi in Cristo” (Unitatis Redintegratio, 21). E quasi nello stesso momento proseguono dicendo: “L’amore e la venerazione e il quasi culto delle sacre Scritture e conducono i nostri fratelli al costante e diligente studio del libro sacro” (Unitatis Redintegratio, 21).

Tutti i cristiani “cercano Dio” nella sua Parola scritta. Noi siamo convinti che nostro Signore Gesù Cristo si rivela a noi, oggi e sempre, attraverso le Scritture. Il Verbo incarnato di Dio continua a parlare alla Chiesa attraverso i libri sacri. Quindi leggendo e studiando le Scritture, i cristiani cercano di conoscere Dio e di comprendere il suo disegno per la famiglia umana. Lo studio tecnico e scientifico è solo uno strumento al servizio di questo obiettivo più vasto. In primo luogo, la Parola di Dio ha lo scopo di costruire e sostenere la Chiesa; di infondere forza ai suoi figli, di procurare cibo per l’anima e di essere una fonte pura e permanente di vita spirituale (cf. Dei Verbum , 21). Ecco perché cattolici e luterani, come pure i membri di altre comunità ecclesiali fanno della Parola di Dio una componente fondamentale della liturgia la quale, secondo i padri della Chiesa, consiste nella “mensa della parola” come pure nella “mensa dell’Eucaristia”.

3. Non è forse da trovarsi in questo un “principio di unità”? La convinzione della nostra dipendenza dalla Parola scritta di Dio non fornisce forse un solido fondamento all’unità dei cristiani?

La risposta a questi interrogativi è certamente affermativa, come può dimostrare il presente stato dei nostri rapporti. Ciò è vero non soltanto a motivo di una certa convergenza psicologica che è andata maturando fra di noi, ma soprattutto perché Dio, colui che parla nella Scrittura e attraverso la Scrittura, è all’opera in coloro che la leggono con cuore puro e sincero. È proprio per questo motivo che il Concilio afferma che la Scrittura è un potente strumento nella mano di Dio per raggiungere l’obiettivo dell’unità che il Salvatore offre a tutti (cf. Unitatis Redintegratio, 21).

La portata della nostra crescente convergenza è testimoniata dal fatto che usiamo gli stessi metodi critici e spesso giungiamo alle stesse conclusioni esegetiche, che ascoltiamo sempre di più la voce della Tradizione nell’interpretazione della Parola di Dio e che, a livello pratico, è aumentata la collaborazione tra noi nella traduzione, pubblicazione e diffusione dei testi sacri.

4. Tuttavia, fratelli e sorelle, siamo ben consapevoli che molto resta ancora da fare per rendere la Scrittura quello strumento di unità che il Signore vuole per essa - e per noi. Ed è triste riconoscere che l’interpretazione della Scrittura talvolta rimane un fattore di divisione e quindi di disunione fra i cristiani. Ciò accade non tanto perché leggiamo in modo differente, o addirittura divergente, alcuni testi o passaggi particolari. Piuttosto è perché abbiamo diversi punti di vista sul “rapporto tra la Scrittura e la Chiesa” e sul ruolo dell’ufficio di autentico Magistero della Chiesa nella sua interpretazione (cf. Unitatis Redintegratio, 21).

Questi punti di vista divergenti sono adesso importanti argomenti nell’agenda del nostro dialogo. Sono convinto che proseguendo questo dialogo con fiducia e perseveranza, e soprattutto con la preghiera, saremo in grado di superare le nostre differenze senza venir meno alla nostra fedeltà a quanto appartiene all’integrità della fede cristiana. Saremo portati a rafforzare la nostra fedeltà alla Parola rivelata di Dio, con l’assistenza dello Spirito Santo che “ci guida alla verità tutta intera” (cf. Gv 16, 13). È proprio in questo sforzo, per quanto difficile, che lo “strumento potente” della sacra Parola di Dio può servire a costruire quella “pace” tra noi che “sorpassa ogni intelligenza” (cf. Fil 4, 7).

In tal modo la strada dinanzi a noi è chiaramente indicata. Siamo chiamati a continuare ad approfondire il nostro studio comune della Sacra Scrittura, il nostro dialogo sul suo contenuto e la sua interpretazione e la nostra collaborazione per renderla più accessibile e comprensibile.

Soprattutto, quali cristiani individualmente e nelle nostre comunità ecclesiali, siamo chiamati a mettere in pratica nelle nostre vite il messaggio di riconciliazione, di vittoria sul peccato, di amore e pace in Cristo, quali sono rivelati nelle Scritture. Dobbiamo essere rinnovati nello Spirito così da diventare più fedeli alla Parola rivelata di Dio e all’insegnamento di Cristo diventando “santi, perché egli è santo” (cf. 1Pt 1,16). In questo modo convergeremo verso un’unità più profonda, in autentica fede e amore attivo. Ciò è quanto il Concilio Vaticano II intende quando afferma: “Siccome ogni rinnovamento nella Chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l’unità” (Unitatis Redintegratio, 6).

5. Cari fratelli e sorelle in Cristo: con le Sacre Scritture tutti i cristiani hanno ricevuto un tesoro comune, una regola di fede, una fonte di crescita spirituale e un incoraggiamento a conoscere e a servire l’unico vero Dio. Nel mondo di oggi, così profondamente segnato dalla perdita del senso di Dio, in un mondo che ha dimenticato il significato della vita e della realtà del peccato e del perdono, in un mondo che manca di speranza trascendente, le Scritture offrono a tutti il messaggio di salvezza nel nostro Signore e salvatore Gesù Cristo. Per voi, cristiani di Danimarca, la Bibbia è una chiave preziosa che apre la porta alla comprensione di una cultura che per millenni ha tratto ispirazione dal suo insegnamento. Attraverso il potere della Parola di Dio, giungete ad una sempre nuova consapevolezza dei profondi principi religiosi e morali che sono alla base delle migliori tradizioni della nostra società. Insegnando questo messaggio ai giovani, trasmetterete loro la saggezza di cui hanno bisogno per distinguere tra bene e male, tra vita e morte, quando prendono decisioni importanti per il loro futuro e per il futuro della Danimarca. Guidandoli ad una devota lettura della Sacra Scrittura, sarete sfidati dal messaggio che risponde pienamente alla domanda sul significato della vita, quell’interrogativo su cui molti dei nostri contemporanei sono confusi.

Nel concludere queste riflessioni, ringrazio nuovamente tutti voi per il vostro cortese invito e prego affinché ciascuno di voi, in tutto ciò che fa, serva sempre il Signore in obbedienza alla sua sacra Parola. Che Cristo benedica gli sforzi di tutti coloro che predicano il suo nome e si sforzano di fare la sua volontà. Che il suo Santo Spirito ci guidi sempre nei nostri sforzi per superare le divisioni che separano i cristiani gli uni dagli altri. A Dio, “che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa in Cristo Gesù per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Amen” (Ef 3, 20-21).

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE COMPONENTI DELLA COMUNITÀ CATTOLICA NELLA CATTEDRALE DI SAN ANSGARIO

Copenhagen (Danimarca) - Mercoledì, 7 giugno 1989

Cari fratelli e sorelle.

Questo incontro all’inizio del secondo giorno della mia visita pastorale nel vostro Paese mi dà una grande gioia. In voi sacerdoti, in voi religiosi di varie congregazioni e rappresentanti dei laici saluto tutto il Popolo di Dio nella vostra diocesi di Copenhagen, in mezzo al quale ed insieme al quale voi continuate ad essere testimoni di Gesù Cristo e del Regno di Dio già presente nel mondo, con spirito di sacrificio e forza di fede.

1. Cari confratelli nel sacerdozio.

Mi rivolgo innanzitutto a voi con particolare affetto e simpatia, voi che siete i più stretti collaboratori del vostro Vescovo nel suo servizio pastorale. Alcuni di voi sono originari di questa terra, la maggior parte però sono giunti qui da altre Chiese locali, per potere servire come sacerdoti la Chiesa cattolica in Danimarca. Fra di voi vi sono sacerdoti di ogni parte del mondo e molti membri di diverse comunità religiose, alcune delle quali hanno già oltre un secolo altre invece sono presenti e attive in Danimarca solo da poco.

Mi fa piacere sentire che la comunità sacerdotale fra voi è cordiale e compatta, nonostante le molteplicità e le differenze accennate. Un’unione fraterna che si manifesta sia nel vostro consiglio presbiteriale che nei vostri incontri presbiteriali occasionali, è di grande importanza per il vostro lavoro pastorale spesso isolato nella situazione di diaspora nella quale vivete insieme alle vostre comunità. Perciò vi incoraggio di cuore a curare con particolare attenzione questa comunione fraterna e solidale tra voi anche in futuro.

La diversa provenienza, l’appartenenza a diverse comunità religiose, come pure gli studi compiuti in diversi paesi, rappresentano una grande ricchezza per il vostro presbiterio. Perciò un vivo scambio di idee, la discussione comune delle diverse esperienze pastorali e dei compiti, in una società in rapido cambiamento, può approfondire e rendere più feconda la vostra collaborazione fraterna e la vostra azione pastorale e personale nelle vostre comunità. Particolarmente auspicabili, a questo scopo sono i corsi di studio e di perfezionamento, come pure gli esercizi spirituali ed i giorni di meditazione, nei quali voi potete prendere coscienza davanti a Dio della vostra vocazione e della vostra missione sacerdotale nella Chiesa e nel mondo di oggi, e attingere nuova forza e fiducia per il vostro lavoro quotidiano nella vigna del Signore.

“Non voi avete siete scelto me ma io ho scelto voi”, così ci dice il Signore (Gv 15, 16). Egli vi ha prescelti per continuare la sua missione di salvezza fra il Popolo di Dio. Lui vi ha costituiti ambasciatori della sua lieta Novella e amministratori dei misteri divini. Perciò dovete essere innanzitutto suoi amici e confidenti. Non voi, non le vostre comunità, bensì Cristo stesso deve essere l’oggetto e l’obiettivo ultimo della vostra azione sacerdotale. Il sacerdote non deve mai dimenticare che agisce “nel nome e nella persona di Gesù Cristo”, come ci insegna una lunga tradizione. Il sacerdote deve sempre mettersi nell’ombra del Signore che annuncia, il quale agisce per mezzo suo.

Poiché l’azione del sacerdote deriva dalla sua missione attraverso Cristo, tale azione deve essere sempre ricondotta a Cristo. Così la liturgia, soprattutto l’Eucaristia, che il Concilio Vaticano II indica come culmine e fonte della vita della Chiesa (cf. Sacrosanctum Concilium , 10), sarà anche il punto centrale di tutta la sua attività pastorale. Perciò dedicate cura e attenzione particolare all’impostazione dignitosa della funzione religiosa e dei sacramenti. Chiunque partecipi agli atti liturgici della Chiesa, deve essere consapevole del fatto che presta un servizio sacro, orientato all’adorazione e all’esaltazione di Dio.

Dall’intima comunione di vita con Cristo deriva il compito per ogni sacerdote e per ogni cristiano di essere testimone dinanzi al mondo, dell’impostazione cristiana della propria vita, della famiglia e della società. In questo compito incontrerete molte difficoltà, se volete essere testimoni attendibili del Regno di Dio, poiché esso non è di questa terra. Ma non lasciatevi scoraggiare! Con ciò partecipate al destino di Cristo stesso, come esprimete pienamente nella vostra vita esteriore. Opponetevi con tutte le vostre forze alla tentazione di conformare al mondo voi stessi e il messaggio di Cristo al mondo. Noi piuttosto siamo stati mandati per cambiare e rinnovare noi stessi e gli uomini nello Spirito del Vangelo. Perciò l’invito alla conversione e alla penitenza deve rimanere l’esortazione fondamentale della vostra predicazione.

Quando i problemi e le difficoltà della vostra attività pastorale vi sembrano insuperabili siate consapevoli del fatto incoraggiante che avete fra le mani un dono prezioso da offrire agli uomini, che gli uomini desiderano ardentemente nel profondo dei loro cuori forse senza saperlo: la buona Novella della salvezza e la speranza di una vita eterna piena in Dio.

Come Cristo ha mandato i suoi primi apostoli come una piccola schiera di fedeli, anche voi siete mandati dal Signore della Chiesa. Non abbiate paura, poiché in lui trovate la forza e la vostra ricchezza. Egli che ha iniziato in voi la sua opera buona, la porterà anche a compimento. Lui che vi ha chiamati, vi darà anche la forza di portare a termine il compito che vi ha affidato di restare fedeli alla vostra vocazione fino alla fine. Con la stessa fiducia curate allo stesso tempo che il Signore della messe mandi sempre nuovi lavoratori nella vostra comunità per il suo raccolto, e preoccupatevi anche che la lode e l’esaltazione di Dio non vengano mai meno.

2. Care religiose!

Con la stessa simpatia e stima rivolgo la mia parola a voi, che condividete con i vostri sacerdoti i numerosi compiti e le fatiche per la costruzione del Regno di Dio, e servite in vari modi gli abitanti di questo Paese nell’amore di Gesù Cristo.

Dall’introduzione della libertà di religione in Danimarca nel 1849, le religiose cattoliche, giunte qui da vari paesi e da varie comunità religiose, hanno contribuito in vari modi alla costruzione della Chiesa cattolica in questo Paese. Le religiose sono state spesso di grande aiuto per l’attività dei sacerdoti e per le comunità. Non di rado case e chiese sono state costruite con il loro sostegno. In un tempo in cui gli uomini, in molti luoghi, soprattutto nelle grandi città, soffrivano a causa di gravi carenze, le religiose, lavorando negli ospedali e negli asili, hanno reso un servizio inestimabile. Per mezzo loro sono state fondate anche molte scuole cattoliche, che costituiscono ancora oggi il punto centrale di molte attività benefiche.

Allo stesso tempo sono sorti monasteri di vita contemplativa, i quali indicano che la dimensione più importante della Chiesa è la preghiera e la massima vocazione dell’uomo è la lode di Dio. Io vi saluto di cuore, care sorelle e vi ringrazio per il servizio che voi e le vostre comunità avete offerto in passato e ancora oggi continuate a offrire alla Chiesa e agli uomini di questo Paese. Sebbene il vostro numero si sia ridotto, voi continuate a costituire una componente importante ed indispensabile di questa Chiesa locale.

Oggi come allora con la vostra esistenza e la vostra attività voi date testimonianza inestimabile di una vita, che volete seguire rinunciando ai beni materiali, alla famiglia, al matrimonio, e attraverso il dono generoso di sé nell’obbedienza a Dio e per amor suo desiderate anche aiutare gli uomini. La vostra costante testimonianza di vita cristiana è tanto più necessaria in quanto una società orientata alle cose materiali considera valori inestimabili la proprietà, la ricchezza, i piaceri dei sensi e il godimento delle gioie terrene, l’autoaffermazione e l’esercizio del potere.

Insieme a voi ringrazio Dio per la grazia della vostra vocazione e per la nobile disponibilità con cui voi, come Maria, avete pronunziato il vostro “Fiat”, il vostro “Sì” alla speciale chiamata al seguito di Cristo. Da questo legame irrevocabile con lui dipendono il senso e la fecondità della vostra vita. Nella nostra epoca di paura dei legami siete chiamate a rendere testimonianza che un legame definitivo con Dio, decisione che coinvolge tutta la vita, è possibile; ancor meglio, siete chiamate a rendere testimonianza che vale la pena osare tale legame, poiché vi rende libere e liete, se lo rinnovate ogni giorno con cuore sincero. Il vostro “Sì” pronunziato da voi anni, o decenni fa, deve essere rinnovato spesso davanti al Signore. Per fare questo è necessaria la disponibilità quotidiana alla chiamata del Signore che sempre si rinnova, ed il quotidiano immergersi nel suo amore crocifisso. Soltanto lui può mantenere vivo in voi il dono della vocazione. Soltanto lui, per mezzo del suo Spirito, può superare le debolezze che sempre si rinnovano e donarvi perseveranza fino al definitivo compimento in Dio. (cf. Homilia, Ottingae, in urbis platea, ad Religiosus utriusque sexus habita, die 18 nov. 1980 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1323 ss.).

Care religiose, le circostanze vi hanno costrette ad abbandonare molte delle vostre grandi istituzioni ricche di tradizioni: ospedali, cliniche, e centri di istruzione. Voi stesse state cercando nuove strade per la testimonianza cristiana e per il servizio al prossimo all’interno di piccole comunità.

Possano queste comunità rimanere fedeli allo spirito delle fondatrici e dei fondatori dei vostri ordini, e consentirvi di trasmettere la luce del Vangelo e l’amore di Gesù Cristo al vostro prossimo nel vostro ambiente. Possa il vostro esempio invitante, come pure la vostra preghiera e il vostro sacrificio, incoraggiare anche in futuro giovani donne a rispondere con gioia e generosità alla chiamata di Dio. Dio non chiama soltanto ad una vita di sacrifici e di rinunce, ma anche ad una vita di intima gioia e di pienezza. La manifestazione della gioia è sempre stata la caratteristica delle religiose. Ciò fa della vostra vita un segno convincente di ciò che ha detto il Signore “il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero” (Mt 11, 30).

Infine vorrei rivolgere un saluto particolare alle religiose qui in Danimarca, che dopo una lunga vita di servizio fedele e disinteressato hanno raggiunto un’età avanzata, e si stanno preparando con grande speranza e con grande fiducia all’incontro definitivo con il Signore. Quando sentite la debolezza della età, quando la malattia e la sofferenza vi opprimono ed infine quando sentite avvicinarsi l’ora del ritorno alla casa del Padre, lasciate che la vostra sofferenza e la vostra morte diventino testimonianza di Cristo, che vi è particolarmente vicino proprio in questo momento di prova. Siate certe che attraverso la vostra pazienza, la vostra fede, la vostra preghiera e l’offerta della vostra sofferenza nel segreto della Chiesa, che è il corpo mistico di Gesù Cristo, potete offrire un grandissimo servizio.

Accompagno con la mia benedizione e la mia preghiera particolare voi e le vostre consorelle, come pure tutti i sacerdoti, attraverso i quali la comunione e l’amore di Gesù Cristo stesso vi sono vicini, dandovi forza e consolazione.

Parlando poi in lingua inglese il Santo Padre ha così proseguito:

3. Cari membri del consiglio pastorale.

Vorrei ringraziare il vostro presidente il signor Jan Lange, per le sue gentili parole pronunciate a vostro nome. Desidero inoltre esprimere il mio apprezzamento per il modo vitale in cui voi, laicato cattolico di Danimarca, continuate ad edificare l’unico Corpo di Cristo insieme al vostro Vescovo, al clero ed ai religiosi, uomini e donne. In mezzo alle diverse vocazioni nelle quali la nuova vita di grazia si esprime si trovano le persone come voi che sono in primo piano nella missione della Chiesa. Quale popolo sacerdotale formato e governato dai pastori della Chiesa, voi santificate il mondo e lo trasformate secondo il modello di Cristo all’interno delle comuni circostanze della vita quotidiana (cf. Lumen Gentium , 10. 31). Negli anni successivi al Concilio Vaticano II, la partecipazione laica in Danimarca è cresciuta in ampiezza e dinamicità, come si riscontra nell’attività del consiglio pastorale diocesano e del consiglio parrocchiale locale sin dalla loro fondazione nel 1970.

Quali sono le sfide che deve affrontare oggi in Danimarca il laicato cattolico? Io so che il matrimonio e la famiglia costituiscono una grande preoccupazione, ed è su questi argomenti che desidero riflettere con voi. Come i cristiani in molte altre parti del mondo, voi dovete affrontare la triste realtà del divorzio, di famiglie distrutte, della confusione circa il ruolo dell’uomo e della donna, e di una certa mentalità ostile alla vita che porta non solo alla contraccezione artificiale e all’aborto ma anche a mettere in dubbio un autentico interesse per la vita. L’insegnamento della Chiesa, che incoraggia la moralità della tradizione religiosa ebraico-cristiana, è considerata da alcuni anni non in contatto con le realtà moderne oppure troppo invadente in questioni che si considerano “private” e perciò libere da “interferenze esterne”.

Ben lungi dall’essere un’intrusione nell’intimità delle relazioni coniugali e della famiglia, il Vangelo, che è la fonte dell’insegnamento della Chiesa, porta un messaggio liberatorio di verità e di luce. Apporta un fondamento insostituibile per la scoperta di se stessi e per gli elementi di solidità e di amore che sono parte essenziale delle relazioni umane. La grazia si fonda su leggi naturali: il Vangelo non ci rivolge richieste disumane. Esso, illumina, eleva e perfeziona ciò che è umano, per mezzo della forza della grazia di Dio. La fedeltà esclusiva e duratura per la vita del matrimonio, la paternità responsabile che rispetta il dono di Dio nella vita umana, il rispetto per ogni essere umano dal momento del concepimento sino alla morte naturale, la pari e complementare dignità dell’uomo e della donna: questi, cari fratelli e sorelle, fanno parte della trama della verità cristiana tessuta dal Vangelo.

Spesso possiamo domandarci quale sia il modo migliore per rispondere alle domande dei giovani nella loro ricerca di Dio, o come arrivare a toccare i cuori e le menti degli indifferenti, come portare Cristo ai non credenti. È mia convinzione che se noi conformiamo le nostre vite al Vangelo in tutta la sua pienezza, accettando le sue richieste ed avendo fiducia nella sua saggezza, allora nonostante lo scetticismo di alcuni ed il ridicolo di altri, noi riusciremo a condurre a Cristo molte persone, e persino intere società. Poiché nessuno può rimanere indifferente alla santità o rimanere freddo di fronte ad una vita che è pienamente umana poiché è vissuta in Dio.

Io esorto ognuno di voi e tutto il laicato della Danimarca a rendere questo genere di testimonianza profetica sia nella vita pubblica che nella vita privata. Non abbiate paura di vivere tutte le richieste del Vangelo come è proclamato dalla vostra fede cattolica. Non scoraggiatevi nell’accettare il Vangelo in tutta la sua fermezza e carità. Come cristiani con una missione che viene da Cristo stesso, cercate la vostra forza in lui, poiché come egli stesso ci dice: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

A tutti voi qui riuniti vorrei esprimere il mio profondo apprezzamento. Il Signore benedica voi ed i vostri cari, specialmente i bambini e coloro che sono malati. Come testimonianza di forza e di pace nel Signore vi imparto cordialmente la mia benedizione apostolica.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON GLI IMMIGRATI POLACCHI NELLA NUNZIATURA APOSTOLICA

Copenhagen (Danimarca) - Martedì, 6 giugno 1989

Vi ringrazio molto della visita. Ho già incontrato tanti emigrati polacchi in Danimarca, durante la Messa a Aasebakken. Devo dire che hanno fatto sentire alte le loro voci per non passare inosservati, per farsi riconoscere da me. Non è difficile riconoscervi. Vi ringrazio molto per questa visita. Saluto tutti quelli che sono venuti qui e quanti vivono in Danimarca.

Probabilmente domani ci sarà un’altra occasione per un simile incontro, in un altro luogo del Paese; del resto i Polacchi, già alcune generazioni fa sono venuti qui come emigrati, agli inizi in cerca di lavoro, nei tempi più remoti e ultimamente per altri motivi. La storia del nostro popolo ha questa particolarità: tutti siamo partecipi di un grande peregrinare, così come scrisse Mickiewicz nei “Libri della Nazione e della peregrinazione polacca”. Per di più avete adesso un Papa itinerante.

Auguro a tutti che qui, in Danimarca, diano una bella testimonianza della nostra Nazione e della nostra Chiesa. Siete parte della Chiesa universale, cattolica, parte radicata nel nostro millennio polacco, nel cristianesimo polacco, nelle nostre tradizioni, nella nostra cultura; e questa parte è stata come trapiantata in un altro suolo, e in questo suolo mette le nuove radici, dà una forma nuova alla sua vita che non è più soltanto polacca, ma anche danese. Voi dovete vivere la vostra vita polacca adeguandola a quella danese, e, in un certo senso, vivere la vita danese alla maniera polacca. Ciò vale soprattutto per la vita della Chiesa (parlo ovviamente della Chiesa cattolica), che qui, in Danimarca, è in minoranza, ed è formata come si vede e si sente da gruppi di persone di diverse nazionalità. Lo si è potuto vedere e sentire oggi, e lo potremo costatare anche domani. Tuttavia la Chiesa cresce qui, su questo suolo, in questa società, cresce con quanti nella nazione danese si sono sentiti cattolici e nella nostra comunità cercano un loro posto preciso. Bisogna dunque che questa Chiesa, che è universale, cresca qui attraverso tutti: attraverso i Danesi e attraverso tutti gli emigrati, tutti i pellegrini, ed anche attraverso “I libri delle peregrinazioni polacche del XX secolo”; bisogna che cresca anche attraverso il Papa-pellegrino.

Vorrei rivolgere il mio pensiero al passato per rendere onore a quegli emigrati polacchi che sono venuti qui per primi, nei tempi più lontani, e per primi hanno gettato le basi della comunità polacca, e nello stesso tempo, di quella cattolica. Alcuni di loro vivono ancora, anche nelle congregazioni religiose femminili; che Dio li ricompensi dei loro sforzi, della loro fedeltà, del loro amore per Cristo e per la patria, quella vecchia e quella nuova.

E a voi, che siete qui, vorrei impartire la benedizione pensando a tutti i vostri cari, alle vostre famiglie, alle vostre comunità, alla vostra pastorale, ai vostri pastori (il vostro pastore, lo vedo sotto quell’ippocastano; questi ippocastani sono molto simili a quelli polacchi, ed anche la stagione è la stessa).

A tutti, quindi, va la mia benedizione, portatela con voi affinché vi accompagni nella vostra vita nella terra danese. Ricordatevi sempre che quel che voi siete in Danimarca è importante per quello che i Polacchi sono in Polonia, ed anche per quello che la Polonia è nella terra polacca, dove la Nazione vive e si impegna per una giusta forma di vita. Noi confidiamo nella Madre santissima, Signora di Jasna Gora, e confidiamo nelle energie che esistono nella nostra Nazione, credendo che questo impegno per una forma giusta ed autentica della vita polacca porterà dei frutti sempre più maturi.

È questo il nostro augurio ai nostri connazionali in Polonia, è la nostra preoccupazione comune, ed anche la nostra comune speranza.

Per concludere cantiamo “Maria, Regina di Polonia” perché è un canto che ci unisce profondamente.

Adesso prego sua eccellenza il Vescovo di Copenhagen, il vostro Vescovo, di benedire insieme a me tutti i presenti.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I VESCOVI DELLA CHIESA LUTERANA DI DANIMARCA

Roskilde (Danimarca) - Martedì, 6 giugno 1989

Venerati fratelli in Cristo.

1. Con immensa gratitudine ho accettato l’invito fattomi dal Vescovo Wiberg e dagli altri Vescovi della Chiesa luterana danese di partecipare ad una funzione serale qui nel duomo di Roskilde e ad un incontro in un luogo così ricco di tradizione.

Il duomo di Roskilde, carico di ricordi storici del popolo danese tra i quali spiccano la chiesa e la reggia, riporta alla nostra memoria un secolo che fu caratterizzato, più di cinquecento anni fa, da una solida unità del cristianesimo e nel quale anche la Chiesa di Danimarca viveva in piena unità con il Vescovo di Roma. Ma questa casa di Dio ci ricorda anche che, a metà di quel secolo, avvenne una frattura tra i cristiani della riforma e la Chiesa cattolico-romana.

Nel giorno in cui il Vescovo di Roma viene a rendere visita per la prima volta a questo luogo, è mia intima speranza che questo incontro possa contribuire ad abbattere quegli steccati che sorti nel corso di questi cinquecento anni, ci dividono e che ci rendono ancora ostili gli uni verso gli altri.

Incontrandovi in questo luogo, venerati Vescovi, io invoco la benedizione del Signore su di voi e sul vostro servizio in favore dei cristiani che vi sono affidati. Nonostante le asprezze che la divisione di fede tra di noi ha generato, nonostante tutte le divisioni che sono state espresse, io riaffermo con gratitudine e gioia che, a motivo del dono della grazia del Battesimo e dell’annuncio del Vangelo che Cristo ci ha portato, rimaniamo legati l’un l’altro da una comune eredità. Per questo, con gratitudine, posso rivolgermi a voi con le stesse parole del Concilio Vaticano II sulle Chiese e le comunità cristiane che non sono in piena comunione con Roma. Nonostante le differenze che ancora esistono tra voi e la Chiesa cattolica in materia di morale e di disciplina, che noi consideriamo ostacoli per una piena comunione, il Concilio afferma con chiarezza che queste Chiese e comunità cristiane “quantunque crediamo che abbiano delle carenze nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, di cui il valore deriva dalla stessa premessa della grazia e della virtù che è stata affidata alla Chiesa cattolica” (Unitatis Redintegratio , 3).

2. Il cristianesimo ha lasciato una traccia profonda nella storia e nella cultura danese non soltanto in età medievale ma anche dopo la riforma del XVI secolo. Ha sempre dimostrato che lo Spirito di Cristo suscita sempre una nuova vita e incoraggia alla sequela del Signore. È cosa nota che la letteratura danese è caratterizzata da un copioso numero di autori cristiani e che la Tradizione cattolica della Chiesa - non ultima quella della Chiesa antica sia in Oriente che in Occidente - ha trovato piena espressione nelle bellissime traduzioni e nel riadattamento di Gurndtvigs. Ma anche in altri grandi e famosi poeti cristiani come Kingo, Brorson e Ingemann la Chiesa cattolica ha trovato spazio per la sua tradizione tanto è vero che ancora oggi molti versi di questi poeti vengono cantati dai cattolici danesi durante le funzioni liturgiche.

Il cristianesimo ha anche contribuito, mediante l’annuncio del Vangelo al popolo danese negli ultimi secoli, ad un approfondimento della consapevolezza della dignità e inviolabilità dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali attraverso la libertà della coscienza, la responsabilità comune per il bene di tutti, soprattutto per quello dei poveri e dei meno fortunati. Su questo e su molti altri temi possiamo, come dice il Concilio “sentire la necessità che i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani promananti dal comune patrimonio, che si trovano presso i fratelli da noi separati” (Unitatis Redintegratio, 4).

3. A partire dal Concilio Vaticano II sono cominciati importanti dialoghi ecumenici. Il primo dei colloqui bilaterali ha segnato l’inizio del dialogo tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale luterana. Il professore danese Kristen Skydsgaard, che aveva partecipato in qualità di osservatore al Concilio Vaticano II, è stato uno dei promotori di questo dialogo.

Questi colloqui hanno incrementato in vari modi la collaborazione tra le nostre Chiese. Tuttavia esistono ancora, in tempi di dialogo ecumenico, dei grandi ostacoli. Molti ne individuano uno nella persona di Martin Lutero e nella condanna di alcuni suoi insegnamenti che la Chiesa cattolica aveva in quei tempi pronunciato. I risultati della sua scomunica hanno prodotto ferite profonde che, ancora, dopo più di quattrocentocinquant’anni non si sono rimarginate e che non possono esser sanate attraverso un atto giuridico. Dopo che la Chiesa cattolica ha compreso che la scomunica ha fine con la morte di ogni uomo questo tipo di provvedimenti sono visti come misure nei confronti di qualcuno finché è in vita. Quello di cui oggi noi abbiamo bisogno soprattutto è una valutazione nuova e comune dei molti interrogativi che sono sorti da Lutero e dal suo messaggio. Per questo motivo ho potuto affermare nel corso della ricorrenza dei cinquecento anni della nascita di Martin Lutero: “Nella pratica gli sforzi scientifici dei ricercatori evangelici e di quelli cattolici, che, nel frattempo, hanno raggiunto lusinghieri risultati, hanno condotto ad un pieno e differenziato panorama della personalità di Lutero e ad un complicato intreccio degli eventi storici nella società, nella politica e nella Chiesa della prima metà del XVI secolo. Ciò che è comunque emerso in modo convincente è la profonda religiosità di Lutero che ardeva dell’ansia bruciante per il problema della salvezza eterna” (Epistula Em.mo P. O. Ioanni Willebrands, V expleto saeculo ab ortu Martini Luther, missa, die 31 oct. 1983 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI, 2 [1983] 980).

4. Alcune richieste di Lutero relative ad una riforma e a un rinnovamento hanno trovato risonanza presso i cattolici da diversi punti di vista: così quando il Concilio Vaticano II parla della necessità di una permanente riforma e di un rinnovamento: “La Chiesa pellegrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui essa stessa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno in modo che se alcune cose sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica e anche nel modo di esporre la dottrina - il quale deve essere diligentemente distinto dallo stesso deposito della fede - sono state, secondo le circostanze di fatto e di tempo, osservate meno accuratamente, siano in tempo opportuno rimesse nel giusto e debito ordine”. (Unitatis Redintegratio, 6). Il desiderio di ascoltare nuovamente la parola del Vangelo e di convincersi della sua veridicità che animava anche Lutero deve guidarci a cercare il bene negli altri, a donare il perdono, e a rinunciare a visioni che sono in contrasto e nemiche della fede.

A proposito della storia della nostra separazione desidero ripetere le parole che ho pronunciato in occasione della mia visita pastorale nella Germania Federale: “Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri” (Rm 14, 13). Vogliamo ancora una volta rispondere reciprocamente delle nostre colpe. Anche alla luce della grazia dell’unità vale vale la frase di san Paolo: “Tutti abbiamo peccato” (Rm 3, 23). In tutta onestà dobbiamo confrontarci e parlare e tirare le conseguenze” (Mogontiaci, allocutio ad reverendos Viros adscitos in consilium Ecclesiae Evangelicae Germaniae habita, die 17 nov. 1980 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1254). “Non evitiamo i fatti, perché soltanto allora diveniamo consapevoli che colpe umane hanno portato alla dolorosa separazione tra i cristiani e che il nostro rifiuto accresce gli ostacoli verso l’unità che è invece possibile e necessaria” (Mogontiaci, allocutio ad Christianos fratres a Sede Apostolica seiunctos habita, die 17 nov. 1980 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1259). Come ho già detto in altre occasioni faccio mie le parole che il Papa Adriano VI pronunciò nel 1523 nell’anniversario di NÜrnberg: “Noi tutti dobbiamo perciò dare onore a Dio e sottometterci a lui. Ciascuno di noi dovrebbe riflettere sul perché di quanto è accaduto e dirigersi di sua volontà verso la direzione in cui Dio lo aveva posto nel giorno dell’ira”. (Mogontiaci, allocutio ad Christianos fratres a Sede Apostolica seiunctos habita, die 17 nov. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1259).

L’ufficio petrino, secondo quanto insegna la Chiesa cattolica, è stato fondato da Cristo per essere di aiuto all’unità di tutti i cristiani. Quando il Papa secondo una antica definizione, chiama e stesso il “Servo dei Servi di Dio” esprime proprio il fatto che questa carica esiste per seguire la volontà di Gesù Cristo “che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Possano tutte le difficoltà che gravano su questo ufficio essere superate affinché appaia sempre più evidente che uno solo è il suo scopo: quello di guardare al Vangelo di Gesù Cristo nella pienezza della sua verità e di essere un contributo all’unità che egli, il Signore della Chiesa, ha voluto quando ha condannato ogni barriera di divisione e ha superato ogni inimicizia per riunire tutti in un solo corpo e per donare a tutti il perdono di Dio attraverso la sua Croce (cf. Ef 2, 14-16).

È fonte di dolore, sia per i cattolici che per i luterani il fatto che non esista tra di noi una comune Eucaristia e che non ci sia un reciproco avvicinarsi alla mensa del Signore. A questo proposito il decreto sull’ecumenismo ha così stabilito: “Tuttavia la comunicazione in cose sacre (“communicatio in sacris”) non la si deve considerare come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per il ristabilimento dell’unità dei cristiani. Questa comunicazione dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione di mezzi della Grazia. La manifestazione dell’unità per lo più vieta la comunicazione. La partecipazione della Grazia talvolta la raccomanda” (Unitatis Redintegratio, 8).

La strada verso il desiderato obiettivo di una Eucaristia comune in piena unità travalica le forze e le possibilità umane. Per questo la Chiesa con il Concilio ha riposto la “sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo. “E la speranza non inganna, poiché l’amore di Dio è stato largamente diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato” (Rm 5, 5)” (Unitatis Redintegratio, 24).

Lo Spirito di Dio continui ad accompagnarci e ad illuminarci con la sua luce nel nostro cammino comune sulla strada della piena unità di tutti i cristiani nell’amore e nella verità di Gesù Cristo.

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CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto militare di Copenhagen-Vaelrose (Danimarca) Martedì, 6 giugno 1989

Signor primo ministro, spettabili membri del governo, amato popolo di Danimarca.

1. È con molto piacere che saluto voi e tutto il popolo di Danimarca. La mia visita nel vostro Paese esprime la stima che nutro per il regno di Danimarca e per tutto il suo popolo. In tutta la sua storia, la Danimarca ha sempre goduto del rispetto dei paesi confinanti e non solo per il coraggio dei guerrieri, ma anche, ed è un motivo più importante, per gli elevati ideali che hanno favorito la sua crescita come Nazione. Oggi, questi ideali continuano a trovare espressione in una fervida vita culturale ed intellettuale. Essi garantiscono il sostegno ad una vita civica e sociale, e trovano una profonda fonte di ispirazione e di rinnovamento nella fede religiosa di tantissimi uomini e donne che operano fra di voi. All’interno della comunità internazionale, la Danimarca è stata a lungo stimata perché quegli ideali hanno trovato espressione nella generosità e nella solidarietà che caratterizzano il vostro rapporto con le nazioni del mondo che sono in via di sviluppo.

A causa dell’antica forza di coesione interna alla Nazione, i Danesi non sono peraltro mai stati isolati dal concesso delle nazioni. Per più di mille anni la Danimarca ha costituito un punto di unione geografica fra i popoli nordici ed il resto d’Europa. Il suo notevole contributo alla scienza, alle arti e alla letteratura è stato fonte d’arricchimento per il mondo intero. Quest’eredità è al tempo stesso motivo d’orgoglio e stimolo per un’ulteriore azione in questo senso.

Per questi motivi sono lieto, oggi, di avere l’opportunità di mettere piede in terra danese. Desidero esprimere la mia gratitudine alla regina Margrethe, a lei, signor primo ministro, e a tutte le autorità civili e religiose che hanno contribuito a rendere possibile questa visita.

2. Sono giunto in Danimarca come Vescovo di Roma, come ministro del Vangelo di Gesù Cristo, e come uomo impegnato, come voi nella ricerca di un’autentica pace per il mondo. Il mio viaggio mi conduce dai cattolici di Danimarca, miei fratelli e sorelle in Cristo. In accordo con il ministero ricevuto sono venuto a pregare con loro, a celebrare con loro i sacramenti ed a incrementare i legami di comunione ecclesiale che li uniscono alla Chiesa cattolica diffusa su tutta la terra. È mia speranza che questa visita del successore di Pietro servirà a confermarli nella fede che hanno ricevuto, così che possano giungere ad una più profonda conoscenza di Cristo Gesù e del potere della sua Risurrezione (cf. Fil 3, 10).

Sono venuto anche con l’intenzione di incontrare i Vescovi e il popolo della Chiesa luterana di Danimarca, così come i rappresentanti delle diverse comunità ecclesiali presenti in Danimarca. Mi è caro questo aspetto ecumenico della mia visita. Ai nostri giorni, i cristiani stanno tentando in tutto il mondo di superare le divisioni e i disaccordi che a lungo li hanno separati. In conformità col volere di Cristo, che pregò affinché i suoi seguaci fossero una sola cosa (cf. Gv 17, 21) noi cerchiamo la grazia della riconciliazione ed un rinnovato impegno nel portare al mondo il messaggio di speranza racchiuso nel Vangelo. Sono grato per questo momento privilegiato, e prego affinché la mia presenza, ed il Vangelo che io predico, possano incoraggiare tutti i cristiani ad amare più profondamente il dono di fede che abbiamo ricevuto.

3. La fede cristiana al giorno d’oggi continua ad essere ispirazione e sostegno per il popolo di Danimarca così come è stato per mille anni. Lo stesso simbolo della vostra esistenza di popolo, il “Dannebrog”, è contraddistinto dal segno della Croce. Sotto questo simbolo la Danimarca è cresciuta forte nella sua identità di Nazione ed il suo popolo ha prosperato. Ai giorni nostri, la cooperazione e il reciproco sostegno fra le nazioni sono diventate la nostra unica speranza per il raggiungimento della pace e di una giusta ripartizione dei beni della terra. Anche in questo la Danimarca ha dimostrato una generosa solidarietà in accordo alle sue migliori tradizioni. Nella comunità internazionale, il vostro Paese è conosciuto per la sollecitudine nella salvaguardia e nel progresso dei diritti umani. La vostra ospitalità ai rifugiati ed agli stranieri fa a gara con il vostro sostegno alle nazioni del Terzo Mondo in via di sviluppo.

Questi generosi contributi allo sviluppo dei popoli ed al loro progresso sociale, sono espressione di valori profondamente radicati nell’animo del popolo danese. Possiate essere sempre fedeli a questi valori, facendone tesoro come parte delle più grandi ricchezze del vostro Paese e tramandandole ai vostri figli. La nostra epoca ha bisogno di essere sfidata da quest’esempio. Essa aspira ad una testimonianza di autentica generosità e di sacrificio personale per il bene degli altri. In un tempo in cui molti sono tentati di vivere alla giornata e di sfruttare in maniera egoistica le risorse che la natura ha messo a disposizione di tutti, la Danimarca può alzare la voce in difesa di tutti coloro che quella voce non hanno: i poveri, coloro che non godono di privilegi e coloro che non sono ancora nati. Nel comportarsi così, sarà fedele al “Dannebrog”, fedele alla sua reale identità.

Cari amici: ogni giorno che passa, un nuovo mondo sta lottando per nascere. L’umanità è in bilico fra un futuro di speranze e promesse e un futuro di violenza e povertà. Ciascuno di noi, nelle nostre famiglie e comunità, nelle nostre Chiese e nei nostri governi, deve dare il suo contributo alla nascita di questo mondo nuovo. Vi sono grato per tutto quello che avete fatto, per tutto quello che state facendo per permettere il sorgere di un’era di comprensione e cooperazione fra i popoli, un impegno per il benessere di tutti, specialmente di quelli che hanno più bisogno del vostro aiuto. Il vostro impegno nel raggiungere questi nobili mete avrà sempre il mio appoggio e la mia gratitudine. In questo senso sono molto lieto di ricordare l’inizio dei rapporti diplomatici tra Danimarca e Santa Sede. È mia speranza che questi rapporti serviranno alla causa di una crescente comprensione fra i popoli e contribuiranno alla crescita di quella pace che noi tutti desideriamo. Dio vi benedica tutti! Possa egli benedire la Danimarca e tutto il suo popolo!

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON GLI ANZIANI E I MALATI NELLA CATTEDRALE CATTOLICA DI SANT’HENRIK

Helsinki (Finlandia) - Martedì, 6 giugno 1989

Sia lodato Gesù Cristo! Cari fratelli e sorelle.

1. Il Signore ci ha condotto a questo nuovo giorno. Egli è con noi in quest’ora del mattino mentre ci raduniamo all’interno di questa nobile cattedrale e lo ringraziamo per il dono della vita e per le meraviglie della sua grazia. Nello stesso tempo affidiamo a lui il nostro futuro. Ieri, oggi e domani appartengono a lui.

Per la prima volta nella storia il Vescovo di Roma entra in questa cattedrale, intitolata a sant’Henrik, il santo patrono della Finlandia. Il mio cuore gioisce nel celebrare questo con voi: gli anziani, i malati ed anche i sacerdoti, i religiosi e le religiose di Finlandia. Parlarvi è per me un privilegio, stare con voi, perché voi tutti siete speciali agli occhi del Signore.

2. Abbiamo appena ascoltato le meravigliose parole delle beatitudini: “Beati i poveri”. Queste parole sono rivolte a noi tutti, ma in particolare a coloro cui tocca portare la pesante croce del dolore e della malattia. Questa mattina il Signore vi dice: “Siate benedetti”. Nel vostro stato di fragilità e dipendenza voi concretizzate meglio di chiunque altro l’ideale secondo il quale noi tutti siamo deboli, fragili e in ultima analisi dipendenti da Cristo, che ci dice: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 5).

Voi vi domanderete, come posso essere benedetto? Nella maggior parte dei casi la società moderna idolatra la salute, la giovinezza, il potere e la bellezza. I malati ed i poveri sembrano mancare proprio di quelle qualità che il mondo così tanto ammira. Ma a questo punto subentra una maggiore saggezza: una saggezza che ci rivela il vero significato della nostra umana debolezza e del nostro dolore. Questa saggezza ci è rivelata in Cristo. Egli conosce cosa vuol dire soffrire; lo ha sperimentato sulla via del Calvario. Egli venne flagellato ed incoronato di spine; dovette portare la Croce ed essere crocifisso.

È nel modo più intimo che egli accomuna in se stesso tutti coloro che soffrono. Se qualcuno fra i vostri parenti, fra i vostri vicini, fra coloro che si prendono cura di voi non comprende appieno il valore della vostra sofferenza, è certo che Cristo è in grado di farlo. Il Signore non solo comprende le nostre sofferenze, ma ci insegna che sia esse che il dolore, l’invecchiamento e la stessa morte acquistano un immenso valore allorché associate con la sua propria Passione e morte. Infatti Gesù dice che nessuno può dirsi suo seguace senza prendere la propria croce.

3. Nel vangelo di san Giovanni leggiamo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Gesù Cristo è la Parola decisiva di Dio nei confronti della condizione umana, e quindi anche riguardo alla sofferenza. Nel piano di Dio ogni momento della vita ha valore, perché fin dal momento del concepimento sussiste un incontro, un dialogo fra il Creatore e la creatura, fra il divino e l’umano. Questo dialogo assume la forma più sublime nella preghiera e nell’adorazione, e raggiunge una speciale intensità nella nostra obbedienza alla volontà di Dio che ci è dettata dall’amore, ed anche quando noi accettiamo la vita, con tutte le difficoltà e le sofferenze, viste come contributo all’opera della Redenzione.

Tutti voi perciò avete un particolare apostolato, essere uniti a Dio e pregare per coloro che non lo conoscono. Vi chiedo di pregare per me e per la Chiesa cattolica di tutto il mondo. Vi chiedo di pregare per coloro che non possono pregare e non sanno come farlo, e per tutti coloro che hanno perso la fede in Dio e nella sua misericordia. Fate sì che la luce e la presenza di Cristo che sana risplenda nelle vostre vite così che tutti coloro che vengono in contatto con voi possano scoprire la dolcezza del Dio che ci ama.

4. Anche la presenza in questo luogo di sacerdoti, religiosi e religiose è motivo di gioia. Cari fratelli e sorelle: la vostra particolare vocazione ci parla del mistero della grazia di Dio operante nei vostri cuori che attraverso il vostro operato, edifica il suo Regno in questa parte del mondo. Secondo le parole di san Paolo siete stati chiamati al sacerdozio o alla vita religiosa “per la misericordia di Dio” (2 Cor 4, 1). La sua grazia è la garanzia e la sorgente della vostra felicità e della vostra efficacia spirituale.

La grazia di Dio ci è stata data attraverso la Redenzione compiuta dal Figlio suo e dalla discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa. Come ministri della grazia di Dio, fratelli miei nel sacerdozio, possiate proclamare il Vangelo e celebrare i sacramenti con una profonda venerazione per il mistero che trasforma la vita di tutti i credenti. Nel pregare, riflettete spesso sul ministero che vi è stato affidato da Cristo. È lui che voi servite, ed è lui che in molti modi nascosti possiamo essere certi che procuri un ricco raccolto da quanto voi seminate.

Miei cari religiosi e religiose: in un mondo che troppo spesso cerca appagamento nel benessere materiale e nell’accumulo di potere, un mondo che insegue la felicità senza un chiaro riferimento a Dio, voi siete simboli che rimandano a più elevati valori. Il vostro immedesimarvi in Cristo e la vostra osservanza del dettato evangelico richiamano le parole di Cristo: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36). Voi siete gli ambasciatori di colui che proclamò il messaggio delle beatitudini che hanno inaugurato una “nuova” vita che i nostri contemporanei cercano ma non sempre sanno come trovare. Essi desiderano un mondo nuovo, senza carestie né guerre, senza la minaccia della distruzione nucleare, senza le atrocità e le ingiustizie che sviliscono la vita umana; ma essi non sempre riconoscono la profondità della conversione e della riconciliazione, che una tale metamorfosi di vita richiede. Questa è la saggezza che voi dovete approfondire attraverso la preghiera e la contemplazione, così da condividerla generosamente insieme a coloro che “vi domandano ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

Io saluto ciascuno di voi. Mi rallegro della vostra fedeltà e prego affinché nel “vedere le vostre buone opere” generosi giovani, uomini e donne, di Finlandia seguano le vostre orme per la gloria del Padre nostro che è nei cieli (cf. Mt 5, 16).

5. Il termine della mia visita pastorale in Finlandia è ormai prossimo. Sono giunto qui con un messaggio d’amore e di pace per tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Fin dal primo momento mi sono reso conto della situazione della Chiesa cattolica di Finlandia, e ringrazio Dio per la vostra comunione con la Sede di Pietro e la vostra fedeltà agli insegnamenti della Chiesa cattolica. Vi incoraggio, laici, preti, e religiosi, a rimanere costanti nell’amore di Cristo e nell’unità della Chiesa. Come la Chiesa primitiva, siete una piccola comunità. Vi ricordo le parole di Cristo nel libro dell’Apocalisse: “Non temete; Io sono il Primo, l’Ultimo e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1, 17). Sì, Cristo è la vostra forza oggi e sempre!

L’inno medievale in onore di sant’Henrik ha il seguente ritornello, che esprime una certezza infallibile per un mondo spesso marcato dalla mancanza della speranza: “Ergo plebs fennonica, / Gaude de hoc dono / Quod facta es catholica / Verbi Dei sono”.

“Dunque popolo della Finlandia, / Gioisci per questo dono / per essere divenuto cattolico / attraverso la predicazione della Parola di Dio”.

Popolo della Finlandia, non perdere la speranza!

Sii fermo nella tua fede e generoso nell’amore!

Fra breve ci riuniremo nella preghiera a Dio Padre in lingua finlandese. Possiamo elevare i nostri cuori con certezza e gioia, sapendo che è santo il nome di colui che ci dà il pane quotidiano e che è la sorgente di ogni bontà e amore.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI DELLA «SOCIETÀ PAAVISIKIVI» NELLA SALA DEI CONCERTI DELLA «FINLANDIA HALL»

Helsinki (Finlandia) - Lunedì, 5 giugno 1989

Signor Presidente, eccellenze, signore e signori.

1. Vorrei ringraziarvi, signor Presidente, per le gentili parole di benvenuto. Sono felice di salutare tutti voi, membri dei questa prestigiosa “Società Paasikivi”, i diplomatici e le eminenti personalità che onorano con la loro presenza questo incontro. La mia venuta a questa “Finlandia Hall”, è una risposta al vostro cordiale invito e desidera manifestare ancora una volta il forte appoggio della Santa Sede al processo che ha avuto inizio proprio in questo luogo l’1 agosto 1975 alla conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.

Il documento finale di Helsinki, firmato da tutti gli Stati d’Europa insieme con il Canada e gli Stati Uniti, deve essere considerato come uno degli strumenti più significativi del dialogo internazionale. In quell’occasione tutti i trentacinque paesi firmatari arrivarono ad un accordo su un fatto fondamentale, vale a dire che la pace non è sicura quando le armi tacciono; piuttosto la pace è il risultato della cooperazione degli individui da una parte e delle società stesse dall’altra, e il risultato anche del rispetto di alcuni imperativi etici.

I famosi “dieci principi” che aprono il documento finale di Helsinki costituiscono la base sulla quale i popoli d’Europa, che sono stati per anni vittime di così tante guerre e divisioni, desiderano ora consolidare e preservare la pace, in modo tale da permettere alle generazioni future di vivere in armonia e nella sicurezza.

2. Gli autori del documento finale hanno compreso chiaramente che la pace sarebbe molto precaria senza una cooperazione tra le nazioni e tra i singoli, senza una migliore qualità della vita e senza la promozione dei valori che gli Europei hanno in comune. Ecco la ragione per cui tra quei dieci principi il settimo parla di “rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, comprese le libertà di pensiero, di coscienza, di religione o di credo”. Inoltre, nel terzo paragrafo, inserito per l’iniziativa della Santa Sede, si legge che gli Stati aderenti, cito: “riconoscono e rispettano la libertà dell’individuo di professare e praticare, solo o in comune con altri, una religione e un credo, agendo secondo i dettami della propria coscienza”.

Nel sottolineare il rispetto per la libertà religiosa tra i fondamenti della pace in Europa, il documento finale non soltanto è rimasto fedele all’eredità spirituale europea, permeata fin dalle origini dal messaggio cristiano, ma ha messo in evidenza la convinzione della Chiesa cattolica - e di molti altri credenti - che il diritto dei singoli e delle comunità alle libertà sociali e civili in materia di religione è uno dei pilastri che sorreggono l’edificio dei diritti umani.

Eccellenze, signore e signori: nella conferenza di Helsinki i negoziatori hanno riaffermato il principio che i credenti che si sentono discriminati a motivo della loro fede non possono partecipare con pienezza alla costruzione della società nella quale vivono. Quando vengono represse la libertà e i diritti umani fondamentali, l’armonia sociale di un’intera nazione ne viene in qualche modo turbata. Di conseguenza, è il lavoro per la pace ad essere ostacolato.

Ma gli autori del documento finale hanno anche compreso un’altra dimensione della libertà religiosa, sulla quale la delegazione della Santa Sede non ha mancato di insistere tutte le volte che la circostanza lo richiedeva: la dimensione “sociale” della pratica religiosa. Al di sopra e al di là della libertà di “culto”, l’appartenenza ad una comunità di fede presuppone contatti e incontri tra le persone che professano la stessa fede. È proprio alla luce di questa considerazione che si dovrebbe leggere il seguente paragrafo del terzo “canestro” dedicato ai contatti umani: i firmatari “confermano che i culti religiosi e le istituzioni ed organizzazioni religiose, operanti nel quadro costituzionale degli Stati partecipanti, ed i loro rappresentanti possono, nell’ambito della loro attività, avere fra loro contatti e incontri, nonché scambiare informazioni”.

3. Desidero ricordare che nell’invocare una sempre più efficace libertà di pratica religiosa di questo tipo, la Santa Sede ha sempre preso in considerazione le opinioni degli altri cristiani e delle altre denominazioni non cristiane. Non c’è stata penuria di consultazioni e molte famiglie spirituali separate dalla Chiesa cattolica hanno espresso il loro appoggio a questa maniera nuova di affrontare il problema. Hanno anche assicurato efficacemente che le idee sviluppate durante le consultazioni di Helsinki e di Ginevra avrebbero trovato una reazione favorevole tra i responsabili dei loro paesi.

Durante i numerosi incontri che si sono susseguiti nella scia dell’accordo di Helsinki, la Santa Sede si è sempre preoccupata di dimostrare a tutti i delegati in che misura un libero ed efficace esercizio della pratica religiosa contribuisca al rafforzamento della sicurezza e della cooperazione tra i popoli, e ha anche identificato penosi casi di totale negazione della libertà religiosa alle comunità cattoliche di rito orientale che hanno addirittura perso il diritto di esistere all’interno delle nuove strutture politiche e giuridiche del periodo post-bellico.

Alla luce del divario tra i principi affermati e i gravi ostacoli che alcune comunità di credenti in Europa hanno di fronte, mi è sembrato opportuno, pochi mesi prima dell’inizio del secondo seguito alla riunione di Madrid, di scrivere a tutti i capi di Stato di tutti i paesi firmatari di aiutare i negoziatori a definire la libertà religiosa in modo più preciso, di considerarla in tutte le sue dimensioni, e specialmente di mettere in evidenza il contributo che la libertà religiosa può offrire al mantenimento della pace e alla cooperazione tra i popoli. Signore e signori, sono felice di comunicarvi che alcuni di questi prestigiosi capi di Stato non soltanto furono così gentili da rispondermi ma espressero anche la loro adesione al tenore del mio messaggio. Quel messaggio era in armonia con la dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, che afferma con chiarezza che una corretta applicazione del principio della libertà religiosa aiuta anche ad educare i cittadini a riconoscere le istanze dell’ordine morale così che “nell’agire seguano le loro iniziative e godano di una libertà responsabile, non mossi da coercizioni bensì guidati dalla coscienza del dovere” (Dignitatis Humanae , 8).

Come ricorderete, a Madrid fu possibile inserire nel documento conclusivo il seguente paragrafo: “Gli Stati partecipanti riaffermano la loro volontà di riconoscere, rispettare e avanzare azioni comuni necessarie per assicurare la libertà del singolo di professare e praticare, da solo o in comunità con altri, il proprio credo o la propria religione, agendo in accordo con i dettami della propria coscienza. In questo contesto consulteranno, ogni qualvolta sarà necessario, le diverse fedi religiose, le istituzioni e le organizzazioni, che operano all’interno della struttura costituzionale dei loro rispettivi paesi”. Tali contatti sono sempre positivi e ho ritenuto opportuno, come qualcuno ricorderà, di riproporli quando mi sono recato in visita alla sede delle Nazioni Unite, il 2 ottobre 1979.

Il documento di Madrid pone anche il problema di una corretta collocazione legale delle fedi religiose, delle istituzioni e delle organizzazioni che la richiedono e che sono pronte a praticare la loro fede all’interno della struttura costituzionale relativa. Stabilisce inoltre che gli Stati sono decisi a facilitare l’attività e i contratti tra le varie comunità e i loro delegati nella sfera della loro attività spirituale. Questo tema è stato affrontato ancora più nei dettagli nella riunione di esperti sui contatti tra i popoli, svoltasi a Berna nel 1983.

È confortante poter affermare che alcune idee si sono fatte strada, nonostante serie difficoltà che ancora esistono in alcuni paesi. Penso specialmente a quelle comunità cattoliche obbligate a vivere un’esistenza clandestina; ai giovani che vengono discriminati durante i loro studi e le loro carriere a causa del loro credo religioso; e a quelle diocesi private dei loro Vescovi. Fortunatamente, almeno a livello di principi, si sono già fatti dei progressi nella riunione di Ottawa del 1985, dedicata al tema dei diritti umani, e ai dibattiti del forum culturale svoltosi in quello stesso anno a Budapest.

4. Quando nel novembre del 1986 la terza grande riunione che seguiva la conferenza si aprì a Vienna, fu chiaro che la maggior parte delle delegazioni non si sarebbero accontentate di una nuova stesura del documento finale o del documento di Madrid. Cercavano di fare un salto qualitativo: un testo preciso, con impegni concreti. L’opinione pubblica aveva infatti compreso che il processo messo in moto a Helsinki non significava soltanto consolidare i principi ma porre rimedio a situazioni che non potevano essere giustificate.

Nella sfera della libertà di coscienza e di religione i negoziatori cominciarono da due premesse. La prima era che la costituzione di tutti i paesi rappresentati garantiva ai loro cittadini la libertà religiosa. La seconda era che nella pratica questa è la libertà fondamentale più frequentemente violata.

Come sapete, questo fu l’inizio di quello che sicuramente fu il più fruttuoso dibattito sulla libertà religiosa all’interno della conferenza. Per mesi, le delegazioni riuscirono a spiegare in che modo i loro governi mettevano in pratica le decisioni prese ad Helsinki e a Madrid. Da parte sua, la delegazione della Santa Sede fu in grado di fornire spiegazioni e di volta in volta di correggere alcune valutazioni eccessivamente ottimistiche dei fatti. È sorprendente notare l’interesse suscitato dall’argomento. Quattro “proposizioni” furono elaborate da differenti gruppi di paesi - inclusa la Santa Sede - in vista della stesura del documento conclusivo.

Voi già conoscete bene il testo che è stato adottato a Vienna lo scorso gennaio. Da molti punti di vista, e particolarmente in questo campo che più suscita il nostro interesse, in questo momento rappresenta un progresso significativo. La perseveranza dei negoziatori e alcuni sviluppi positivi, nei paesi dell’Europa centrale e orientale hanno reso possibile questo soddisfacente risultato.

Troviamo nel documento di Vienna una serie di misure che mirano ad assicurare un più libero esercizio della libertà religiosa. Voglio soltanto dare una breve indicazione dei provvedimenti più importanti: - libero accesso ai luoghi di culto; - il diritto delle comunità di organizzazione secondo la propria struttura gerarchica; - una prontezza ad entrare in consultazioni con fedi e organizzazioni religiose per ottenere una migliore comprensione delle loro richieste; - il diritto di dare e ricevere una educazione religiosa; - il diritto di ottenere, possedere e utilizzare materiale religioso necessario per la pratica della religione; - l’accesso dei credenti ai mezzi di comunicazione; - la possibilità per i credenti e per le comunità di mantenere contatti diretti fra di loro sia nel proprio paese che all’estero.

Questi sono i provvedimenti concreti adottati dai responsabili di trentacinque nazioni e per i quali essi risponderanno di fronte ai loro cittadini. Infatti, qui sta l’originalità del documento finale e dei documenti di Madrid e di Vienna: coloro che li approvano si assumono una serie di obbligazioni non soltanto rispetto agli altri Stati ma anche di fronte ai loro cittadini, ai quali questi documenti riconoscono diritti ben precisi.

Si può dire che il modo in cui questi impegni sono applicati e messi in pratica costituirà una “prova” di sviluppo o di stagnazione. Alcuni paesi dovranno persino modificare le loro legislazioni in materia di libertà religiosa per renderle conformi a questi testi. Infatti il documento di Vienna specifica che gli Stati partecipanti devono prendere iniziative per assicurare che le leggi e le loro politiche corrispondano effettivamente alle misure adottate all’interno della struttura della conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa (cf. Principles, n. 3). A Vienna furono adottate delle procedure di verifica nel campo dei diritti umani, che permetteranno di esercitare una vigilanza ancora maggiore nel futuro. Un contributo a questo problema dovrebbe venire dalla riunione sulla dimensione umana della conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa, che è ora in corso a Parigi.

5. Eccellenze, signore e signori: ho evidenziato i più importanti sviluppi degli ultimi quattordici anni all’interno della struttura della conferenza sul problema della libertà religiosa. In un certo senso si può affermare che il “canale” sempre aperto rappresentato dal processo di Helsinki ha permesso alle “forze dello spirito” di anticipare in una qualche misura la distensione politica di cui siamo stati testimoni negli ultimi mesi. Le idee seminate con pazienza sono giunte a maturazione. Dobbiamo ringraziare tutti coloro che hanno aiutato questo lento processo dal quale osiamo aspettarci frutti ancora più abbondanti!

La libertà religiosa è divenuto un tema comune all’interno del contesto degli affari internazionali. Il problema è divenuto parte della cultura del nostro tempo, poiché i nostri contemporanei hanno imparato molto dagli eccessi del passato recente, e hanno capito che credere in Dio, praticando la religione e unendosi agli altri nell’esprimere la propria fede, è una speciale espressione di quella libertà di pensiero e di espressione che ha origine non da una concessione elargita dallo Stato ma dalla dignità stessa della persona umana.

Certamente si potrebbero trovare delle formule più complete e si potrebbe sperare in restrizioni legali meno accentuate. Almeno per il momento, comunque, la norma dell’unanimità all’interno della conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa, così come le differenze ideologiche, rendono impossibile ottenere dei risultati completamente soddisfacenti.

In ogni caso gli sviluppi di questi ultimi anni, e i progressi fatti nella stesura dei vari testi emanati dalla conferenza, dimostrano sempre più chiaramente che la libertà religiosa può esistere in differenti sistemi sociali. Ciò che le Chiese chiedono è che alla vita religiosa non venga negata la libertà della quale ha bisogno. Ciò che lo Stato deve garantire, come indica la dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, è la protezione di questa libertà per tutti i suoi cittadini attraverso leggi giuste e assicurando condizioni favorevoli allo sviluppo della vita religiosa (cf. Dignitatis Humanae, 6). L’idea che la religione sia una forma di alienazione non è più di moda perché, fortunatamente, i capi delle nazioni e i popoli stessi hanno capito che i credenti costituiscono un fattore potente a favore del bene comune. Odio e fanatismo non possono trovare alcuna giustificazione tra coloro che chiamano Dio “Padre nostro”. Chi infatti potrebbe negare che il comandamento della carità, del perdono e della cura per gli abbandonati - tutto questo si trova al centro del messaggio di molte famiglie spirituali - costituisca un patrimonio incalcolabile per la società? Ad ogni modo questi sono tra i valori che i cristiani devono offrire, quale loro specifico contributo alla vita pubblica e internazionale. Inoltre, proprio dal fatto che essi provengono da tutte le classi sociali, da tutte le culture e nazioni, i membri di denominazione religiose costituiscono una forza efficace per l’opinione e la cooperazione tra i popoli.

6. Aiutiamo l’Europa a scoprire le sue radici, ad identificarsi più da vicino con il suo passato. D’altra parte la vita religiosa non è minacciata soltanto da restrizioni vessatorie; può essere anche minacciata dalla diffusione di falsi valori - come l’edonismo, la ricerca del potere e l’avidità - che stanno compiendo grandi progressi in vari paesi e che in pratica minano le aspirazioni spirituali di un grande numero di persone. Ecco perché è di vitale importanza per i credenti essere in grado di partecipare liberamente al dibattito pubblico e presentare così un’altra visione del mondo - quella ispirata dalla loro fede. In questo modo essi contribuiscono alla crescita morale della società in cui vivono. Le nazioni europee hanno sempre più acquisito la consapevolezza che un franco confronto di idee e di convinzioni è stato una condizione indispensabile del loro sviluppo globale. Per questa ragione l’Europa e il mondo possono a buon diritto aspettarsi dalle religioni un efficace contributo alla ricerca della pace.

Ad Helsinki, una città situata geograficamente al crocevia di così tante correnti umane, le parti interessate al documento finale decisero di far sì che i popoli d’Europa imparassero le lezioni del loro passaggio e si impegnassero per una maggiore unità nell’imminenza dell’anno duemila. Il mondo guarda a questo continente, che ha ancora un grande potenziale e che sarà, ne sono sicuro, così pronto nel futuro come nel passato a condividere con il resto del mondo i valori che lo hanno formato.

Signor Presidente, eccellenze, signore e signori: è con ardente speranza, che io mi congedo da voi. Ma prima di concludere, permettetemi di dire che nel nobile compito di portare a termine il processo di Helsinki la Chiesa cattolica non mancherà di essere accanto a voi, al vostro fianco, in quel modo discreto che caratterizza la sua missione religiosa. Essa è infatti convinta della validità dell’ideale incarnato qui quattordici anni fa in un documento che per milioni di Europei è più di un documento finale: è un “atto di speranza!”.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE L’INCONTRO ECUMENICO NELLA CATTEDRALE LUTERANA DI TURKU

Turku (Finlandia) - Lunedì, 5 giugno 1989

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16).

1. Cari fratelli e sorelle, queste parole del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo ci ricordano che il nostro essere discepoli è un dono, è opera della grazia. La ricchezza spirituale della nostra vita è il risultato di una missione che abbiamo ricevuto dal Signore, al quale siamo legati come i rami della vite e senza il quale non possiamo agire (cf. Gv 15, 5).

Oggi, in questa antica cattedrale di Turku, ci siamo riuniti come discepoli di Cristo per glorificare il Padre nello Spirito Santo. È un’occasione di gioia, perché noi riconosciamo in mezzo a noi la presenza del Signore risorto che ci ha promesso che in qualunque posto vi siano due o tre persone riunite nel suo nome, egli sarà in mezzo a loro (cf. Mt 18, 20). Per noi è anche un’occasione per riflettere sulla sua preghiera, affinché noi, suoi discepoli, diventiamo “una sola cosa . . . perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). Questo costituisce una sfida speciale, perché quando ascoltiamo la Parola del Signore, ci ricordiamo che i suoi discepoli in tutto il mondo non sono una cosa sola. Nonostante la preghiera che Gesù ha rivolto in nostro favore, noi restiamo divisi in molti modi e continuiamo a portare il peso di molti secoli di separazione e di ostilità. Tuttavia, Cristo, che è seduto alla destra del Padre (cf. Eb 12, 2), non ci ha abbandonati. Sappiamo che anche adesso egli vive per intercedere per noi (cf. Eb 7, 25), e la sua volontà per il nostro essere uniti sfida continuamente la sua Chiesa, nel suo pellegrinaggio nei secoli.

Se, come suoi discepoli, dobbiamo fare la volontà del Signore e perciò glorificare il Padre, dobbiamo lavorare insieme per abbattere le barriere che ci hanno a lungo separati. Dobbiamo cercare di risolvere le controversie che ci hanno a lungo diviso, e crescere insieme, come i rami di un’unica vite, nella vita che abbiamo ricevuto da Cristo.

2. Oggi, a Turku, io rendo grazie a Cristo per questo incontro ecumenico e per la sempre maggiore fraternità fra i suoi discepoli che esso simboleggia. Come vostro ospite, sono particolarmente lieto di condividere con voi questo momento di comune preghiera. Sono profondamente grato a lei, Arcivescovo Vikström, per il suo gentile invito, e a tutti voi, miei fratelli e sorelle nel Signore, per la calorosa accoglienza che mi avete riservato.

In questi ultimi decenni, importanti progressi sono stati fatti nelle discussioni dottrinali e nella collaborazione pastorale fra i cristiani. A un livello ancora più profondo, abbiamo anche testimoniato una crescente consapevolezza di questi elementi dell’eredità apostolica che, nonostante le nostre divisioni, abbiamo ancora in comune. Questi elementi molto importanti della nostra comune eredità dovrebbero essere di ispirazione perché “deposto tutto ciò che è di peso e il peccato . . . corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù . . .” (Eb 12, 1). Essi ci aiutano a riconoscere che ciò che condividiamo diventa un dono di Dio per coloro che egli chiama ad essere una cosa sola. È in questo contesto, durante la prima visita di un Vescovo di Roma in Finlandia, che desidero parlarvi del ministero papale che io ho ricevuto e che esercito in quella comunione che è la Chiesa cattolica universale (cf. Lumen Gentium , 23).

3. Chi sono io? Come tutti voi, sono un cristiano e nel Battesimo ho ricevuto la grazia che mi unisce a Gesù Cristo nostro Signore. Attraverso il Battesimo io sono vostro fratello in Cristo.

Inoltre e senza alcun merito da parte mia sono stato chiamato al sacerdozio e ordinato per il ministero della Parola, la celebrazione della santa Eucaristia e il perdono dei peccati. Più tardi, nella natia Polonia, sono stato ordinato Vescovo e ho ricevuto la chiamata ad esercitare la pienezza del sacerdozio nella cura pastorale del Popolo di Dio. Infine il disegno di Dio su di me era quello di affidarmi la missione del ministero speciale di Vescovo di Roma, successore di Pietro, nel quale secondo gli insegnamenti cattolici, il Signore istituì “il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione” (Lumen Gentium, 18).

La fede della Chiesa cattolica vede il ministero del Papa come la permanenza del ministero di Pietro. La mia missione come Vescovo di Roma richiede che io mi preoccupi sia della Chiesa locale di Roma sia della Chiesa universale. In modo speciale, ho ereditato “la preoccupazione per tutte le Chiese” di cui san Paolo diceva (cf. 2 Cor 11, 28), io faccio affidamento sulla grazia di Cristo perché mi sostenga nel mio compito.

Come successore di Pietro, io non predico alcun altro messaggio che non sia il Vangelo, la buona Novella dell’amore di Dio com’è rivelata nelle parole di Gesù Cristo: “come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9). Io proclamo il nome di Gesù Cristo, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2). Io testimonio che per la nostra salvezza Cristo ha portato la Croce e ci ha lasciato il suo esempio affinché non ci stanchiamo o perdiamo d’animo (cf. Eb 12, 2-3).

4. Come successore di Pietro lavoro anche per l’unità di tutti i discepoli di Cristo. Mentre i cristiani restano divisi su molti punti importanti, noi possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che la ricerca dell’unità dei cristiani dev’essere principalmente radicata in Cristo. Gesù stesso disse “chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Il punto di riferimento per tutte le Chiese e comunità ecclesiali è nostro Signore Gesù Cristo e la Chiesa apostolica che egli fondò, quella comunità di discepoli che lui ha creato durante, e subito dopo, la sua vita terrena. Per la Chiesa cattolica la fedeltà incondizionata alla volontà di Cristo come appare nella Chiesa apostolica e nella sua Tradizione costituisce la base della nostra esistenza.

Dato che l’ecumenismo ricerca l’unità in Cristo attraverso lo Spirito Santo per la gloria del Padre, deve anche essere fondato sulla preghiera. In questo contesto, Arcivescovo Vikström, ricordo l’occasione in cui, nel gennaio 1985, insieme al compianto Arcivescovo Pavali della Chiesa ortodossa in Finlandia e al Vescovo Verschuren della Chiesa cattolica, mi avete fatto visita a Roma. Siete venuti a inaugurare una cappella nella chiesa di santa Maria sopra Minerva per la devozione dei Finlandesi delle varie Chiese che vivono a Roma. Questo è stato un segno tangibile del valore della preghiera ecumenica in comune.

5. La presenza nel Concilio Vaticano II di osservatori delle altre Chiese cristiane e comunità ecclesiali come la Federazione Mondiale Luterana ci ha dato un grande incoraggiamento nelle relazioni ecumeniche che abbiamo sviluppato da allora. Oltre all’importanza della preghiera, il Concilio ha insegnato il significato della conversione personale della mente e del cuore così come il rinnovamento nella Chiesa stessa per promuovere l’unità dei cristiani (cf. Unitatis Redintegratio , 6-8). Essa chiedeva un rinnovamento riguardo alla diffusione della Parola di Dio, alla catechesi, alla riforma liturgica, all’apostolato dei laici e molti altri aspetti della via ecclesiale. Questo rinnovamento ha avuto importanti implicazioni per la vita interna della Chiesa cattolica. Ha portato il mistero della Chiesa alla nostra attenzione e in questo modo ha rafforzato il nostro proponimento di camminare sulla strada dell’unità di tutti i cristiani.

L’unità che noi cerchiamo può soltanto basarsi sull’unità della fede. Il dialogo teologico, in cui ognuno può parlare con l’altro ad uno stesso livello (cf. Unitatis Redintegratio, 9) resta indispensabile per il raggiungimento della comunione di fede nella fedeltà alla Tradizione apostolica. Qui, vorrei dire una parola di apprezzamento per il lavoro del Dialogo Internazionale Luterano e Cattolico e il Dialogo Ortodosso-Cattolico. Entrambe le commissioni hanno prodotto risultati significativi. A suo tempo essi dovranno essere studiati dalle stesse Chiese per vedere sino a che punto i dialoghi ci hanno condotto all’unità della fede. Nel frattempo, la mia speranza è che questa ricerca continui e che metta sempre più in luce la realtà della Chiesa stessa. L’obiettivo per cui stiamo lavorando è impossibile da raggiungere per l’uomo da solo, ma per colui che prega obbedendo alla Parola del Signore, niente è impossibile.

Parlando di dialogo colgo l’occasione per esprimere gratitudine alla Chiesa luterana di Finlandia per l’apertura ecumenica che ha dimostrato a questo riguardo. Mi hanno riferito dell’importanza del suo dialogo con la Chiesa russa ortodossa e di quello con alcune comunità protestanti finlandesi. Esprimo gratitudine anche alla Chiesa ortodossa di Finlandia per la generosità con cui ha ospitato il dialogo internazionale ortodosso-cattolico tenutosi nel 1988 in questo Paese, nel monastero di New Valamo. Tutti questi sforzi, speriamo, ci condurranno un giorno a condividere la Tradizione apostolica nella sua pienezza da parte di tutti i cristiani.

6. “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato” (Gv 15, 7). Cari fratelli e sorelle in Cristo: se rimanete fedeli alla volontà del Signore e rimanete in lui, non vi saranno divisioni che la sua grazia non possa eliminare, nessun ostacolo che il suo amore non possa superare. Che il suo Santo Spirito ci guidi sempre, che quanti credono in lui siano veramente una cosa sola e che il Padre sia glorificato nel nostro recare abbondanti frutti. Amen.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON IL PRESIDENTE DELLA FINLANDIA, SIG. MAUNO KOIVISTO

Palazzo presidenziale di Helsinki (Finlandia) Domenica, 4 giugno 1989

Signor Presidente, illustri membri del governo, signore e signori.

1. Iniziando la mia visita pastorale in Finlandia, desidero esprimere la mia gratitudine per questo incontro. Salutando lei, Presidente Koivisto, e i membri del governo, desidero salutare tutto il popolo della Finlandia con calore e affetto. Ero ansioso di fare questa visita, perché sono cosciente dei legami che da molto tempo esistono tra la vostra Nazione e la Santa Sede. Il mio primo pensiero per la Finlandia e il suo popolo è espresso semplicemente da queste parole del salmista: “Sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi” (Sal 122, 7).

Nel venire in Finlandia, sono venuto a un popolo ben conosciuto per la sua indipendenza e per la sua dedizione alla causa della pace internazionale. Il vostro impegno per la pace e la auto-determinazione dei popoli è forte, anche perché esso è stato a lungo provato nel crogiuolo della sofferenza. La lotta per mantenere l’indipendenza della Finlandia ha lasciato il suo segno non soltanto nelle memorie di avversità a suo tempo sopportate per la salvezza della libertà, ma anche nella determinazione e nella tenacia con cui voi avete costruito una moderna e prospera società all’indomani della devastazione e della guerra. La forza della Finlandia non deriva dalla sua prosperità materiale, ma da una ferma fiducia negli ideali che vi hanno guidato attraverso gli avvenimenti della vostra storia.

Ciò che voglio richiamare oggi è proprio questa ricchezza spirituale. In un mondo che desidera ardentemente liberare se stesso dallo spettro della guerra e delle annose ostilità tra nazioni, la Finlandia ha un’esperienza da condividere. Le vostre lotte per l’indipendenza e l’auto-determinazione in questo secolo vi hanno aiutato a forgiare il vostro carattere come popolo. La fedeltà agli ideali che hanno guidato queste lotte è la chiave non solo per la continua crescita della Finlandia come popolo, ma anche per il suo futuro contributo alta comunità delle nazioni.

2. Come lei sa, signor Presidente, la Santa Sede fu una tra le prime, all’interno della comunità internazionale a riconoscere l’indipendenza della Finlandia. Più tardi, nel culmine della seconda guerra mondiale, la Santa Sede e la Repubblica della Finlandia stabilirono relazioni diplomatiche ufficiali. Gli anni che seguirono hanno ulteriormente consolidato le nostre buone relazioni e la nostra effettiva collaborazione nella ricerca di un ordine internazionale fondato più saldamente sulla giustizia, sulla pace e su un autentico sviluppo dei popoli. È mia profonda speranza, signor Presidente, che questi sforzi possano ulteriormente promuovere il bene di tutti gli individui, di tutte le nazioni e di tutti i popoli.

La presenza della Santa Sede all’interno della comunità internazionale sottolinea la fondamentale importanza dei valori spirituali i quali ispirano e sorreggono tutti gli sforzi genuini per avanzare nella causa della pace e del rispetto della dignità umana. In aggiunta ai suoi sforzi diplomatici, la Finlandia dà testimonianza a quegli stessi valori in modo notevole attraverso il suo contributo nel mondo delle arti, delle lettere, e allo sviluppo della scienza. Questa presenza attiva e valida, ha ampliato il vostro apprezzamento per lo spirito umano, e ha così contribuito a promuovere una comprensione più profonda tra i popoli. In questo contesto, sono lieto di ricordare gli stretti rapporti che esistono tra l’istituto finlandese a Roma e il Vaticano. Sono convinto che una tale cooperazione continuerà per poter dare risultati fruttuosi nello scambio reciproco e per avanzare nella nostra conoscenza del passato così come nell’amore per i tesori dell’arte che i popoli di ogni età hanno creato.

3. La mia visita pastorale è motivata dal desiderio, come Vescovo di Roma, di rafforzare i legami della comunione ecclesiale che uniscono i cattolici della Finlandia con la Sede Apostolica. Il mio ministero mi affida la predicazione del Vangelo di Gesù Cristo e l’esercizio della cura pastorale di tutte le Chiese (cf. 2 Cor 11, 28). Il mio desiderio è di essere strumento per l’approfondimento della fede dei cattolici della Finlandia, così che essi possano crescere nella loro conoscenza della speranza alla quale li ha chiamati Cristo, delle ricchezze della sua gloriosa eredità e dell’incommensurabile grandezza della sua potenza in coloro che credono (cf. Ef 1, 18-19).

Domani, nella cattedrale di Turku, parteciperò ad un servizio ecumenico di preghiera per l’unità di tutti i cristiani. Anche questa è una parte significativa del mio pellegrinaggio in Finlandia. Il movimento ecumenico, che cerca di superare tutte le divisioni tra coloro che credono in Cristo, è veramente un segno della grazia di Dio all’opera nel nostro tempo. Sono grato ai miei fratelli cristiani, miei fratelli e sorelle nel Signore, per il gentile invito a pregare con loro sulla tomba di sant’Henrik. Vorrei sperare che l’amicizia che si è sviluppata tra la Chiesa cattolica e le Chiese luterana ed ortodossa adesso, possa poi essere ulteriormente rafforzata da questa visita pastorale.

Come amico della Finlandia, sono venuto per tutto il suo popolo, per i credenti e per i non credenti. Il messaggio che porto, il Vangelo che sono stato incaricato di predicare, tende a raggiungere i cuori di tutti gli uomini e di tutte le donne. Esso ha il potere di risvegliare e rianimare tutto quanto di nobile c’è nello spirito umano, e di indicare la strada verso un mondo di autentica pace e vero progresso. Per secoli, esso ha formato la visione e la coscienza del popolo finlandese. Nei nostri giorni, esso offre una guida sicura a coloro che ricercano la verità e vogliono costruire una società caratterizzata dalla giustizia, dalla armonia e dalla solidarietà universale.

4. Signor Presidente, illustri signore e signori in occasione di questa prima visita di un Vescovo di Roma in Finlandia, faccio mia la preghiera che le buone relazioni esistenti tra il vostro Paese e la Santa Sede possano continuare a crescere negli anni a venire. Possano i vostri sforzi per costruire una società più umana e per contribuire al benessere di tutto il vostro popolo essere sempre radicati negli alti principi morali e sociali che sono parte della più preziosa eredità della Finlandia.

Il Signore onnipotente, autore della pace e fonte di ogni bene, benedica la Finlandia e tutto il suo popolo con una pace duratura.

Jumala siunatkoon Suomea. Jumala siunatkoon kaikkia.

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CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto Reykjavik-Keflavik (Islanda) Domenica, 4 giugno 1989

Cari amici.

1. Mentre mi accingo a lasciare l’Islanda, desidero esprimere ancora una volta la mia gratitudine per la deliziosa ospitalità che mi avete offerto. Sono particolarmente grato a sua eccellenza il Presidente, al primo ministro ed alle altre autorità civili per tutto il loro aiuto che ha reso possibile questa visita. È mia fervente preghiera che questa visita pastorale possa servire come stimolo per un rinnovato vigore spirituale per il popolo d’Islanda.

2. Durante il mio soggiorno, ho reso testimonianza al messaggio dell’amore di Dio, rivelato in Gesù Cristo. Ho cercato di confermare i miei fratelli e sorelle cattolici nella fede, ed ho innalzato il mio cuore in preghiera insieme con molti altri che credono in Cristo. In tutto ciò che è stato detto e fatto, ho ricordato i valori evangelici che i cristiani hanno in comune e offrono al genere umano. Siamo fermamente convinti che questi valori sono un segnale di speranza per un mondo che sempre di più desidera conoscere la vera pace e un’autentica realizzazione umana.

Radicati nel messaggio del Vangelo, i valori formano parte integrante della cultura e dell’eredità spirituale dell’Islanda. Attraverso la vostra storia, voi siete cresciuti come popolo nell’unità mediante la vostra comune fiducia nella dignità di ogni persona umana, nel rispetto che è dovuto alla vita umana, e nella nobiltà dell’animo umano nella sua ricerca della pace. Parimenti, voi avete cercato di promuovere quei valori all’interno del circolo familiare, tra i giovani e nella vita civile. La moderna Repubblica di Islanda è fondata su quei valori, e il vostro continuo benessere come società dipende da quanto essi continueranno ad offrirvi ispirazione per il futuro.

3. Cari amici; lasciando l’Islanda, sono grato per gli innumerevoli modi in cui io stesso ho sperimentato le ricchezze spirituali dell’Islanda. La profonda fede e l’amore pronto dei miei fratelli e sorelle cattolici mi fanno sentire come a casa tra i membri della famiglia di Dio (cf. Ef 2, 19). La calorosa accoglienza che ho ricevuto dai miei fratelli e sorelle luterani a Thingvellir mi è servita per ricordare non soltanto la grande eredità comune che continuiamo a condividere come cristiani, ma anche il potere dello Spirito Santo, che ora più che mai ci spinge ad una unità più profonda nella comunione della fede e dell’amore. Da tutto il popolo d’Islanda, da coloro che credono e da coloro che si dichiarano non credenti, ho avuto rispetto e accoglienza che dimostrano una ospitalità che viene dal cuore.

4. Ringrazio Dio per tutto ciò che ho ricevuto da voi, e prego che il messaggio che ho portato possa aiutare voi tutti a scoprire una maggiore felicità, pace e appagamento. Le molte benedizioni che Dio ha dato all’Islanda nel passato sono una garanzia per il futuro benessere del vostro Paese e del suo popolo. In lui che è l’artefice della pace e la fonte di ogni bene, possiate arrivare ad una più chiara comprensione di voi stessi, della vostra Nazione, e della chiamata che avete ricevuto all’interno della più ampia comunità delle nazioni. Mentre lavorate per la pace nei vostri cuori, nelle vostre famiglie e nelle vostre Chiese e comunità, possiate continuare a conoscere la costante forza e l’alta visione che solo la fede può dare.

Dio benedica l’Islanda e tutto il suo popolo!

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE L’INCONTRO ECUMENICO NEL SANTUARIO NAZIONALE DEL PAESE

Thingvellir (Islanda) - Sabato, 3 giugno 1989

Carissimi fratelli e sorelle.

1. Thingvellir. Questo santuario nazionale è legato eternamente alla storia cristiana e civile dell’Islanda e sono profondamente consapevole del particolare significato di questa celebrazione ecumenica in questo luogo.

“Abbiamo tutti una legge sola e una religione sola”.

Fu qui, all’“Abisso di tutti gli uomini”, Almanagja, che Thorgeir Ljosvetningagodi espresse la sua decisione dopo la “vigilia del mantello” di ventiquattr’ore. Fu allora, quasi mille anni fa, che l’Islanda diventò cristiana.

Signora Presidente: la ringrazio di essere presente in questa occasione molto speciale, che è anche un omaggio a grandi momenti della storia del suo Paese.

Vescovo Jolson, fratelli e sorelle della fede cattolica: vi saluto di nuovo, nell’amore del nostro Signore Gesù Cristo.

A lei, Vescovo Pétur Sigurgeirsson, desidero rivolgere una speciale parola di ringraziamento per tutto ciò che ha fatto per sottolineare l’importanza di questo avvenimento, come espressione di amicizia e di carità cristiana. La sua presenza qui mi è cara, e la saluto nella fratellanza che è nostra attraverso Cristo. Saluto cordialmente anche lei, Vescovo Olafur Skulason, e le faccio i miei auguri per il nuovo incarico che assumerà tra breve.

Nella grazia di Dio e nella pace di Gesù Cristo, saluto questa assemblea ecumenica. Insieme a voi, fratelli e sorelle carissimi, cattolici e luterani, rendo grazie al Padre per la buona Novella della nostra salvezza attraverso il nostro Battesimo e la nostra fede in Gesù Cristo.

2. La religione cristiana fu portata in Islanda da missionari i quali risposero alle parole di Cristo che abbiamo ascoltate ora dal Vangelo secondo san Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (28, 19-20). I vostri antenati risposero a questa chiamata accogliendo Cristo e cercando di forgiare una società fondata sui suoi insegnamenti. Ebbe allora inizio una grande era cristiana di religione, di cultura e di santità, tanto che le parole del salmista esprimono bene ciò che fu compiuto dalla fede nei secoli successivi. “Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione” (Sal 89, 1).

Più di cinque secoli dopo, le divisioni che scossero l’Europa cristiana furono portate qui. Cominciò allora un’epoca dolorosa, i cui effetti persistono ancora oggi. Il fedele Vescovo Jon Arason resistette ai mutamenti che si verificavano nella fede e nella cultura islandese e diede la vita per la sua fede. Per quanto fragile nel corpo, manifestò il tipico coraggio dell’islandese, uomo di Chiesa e Vescovo, spargendo il suo sangue a Skalholt.

Ma i cambiamenti furono accettati. Anche in questo nuovo contesto, molti Islandesi servirono il Signore nella santità e furono generosi in opere di evangelico amore e misericordia. Per dare un solo esempio, il grande Hallgrimur Petersson chiamò la Nazione al Signore con i suoi “Inni della Passione”. Una preghiera da lui scritta risponde bene alle speranze spirituali ed alle lotte di molti nella nostra epoca:

“Spesso non credo / Tu mi conosci, Signore / Come quello che insiste nel suo errore, / Che è dimentico della tua parola / Ma voglio realmente sforzarmi / Di ubbidire ai tuoi comandi, / Rinunciare alla mia insubordinazione. / Effondi su di me la tua grazia, ti prego”.

3. Sono state inflitte profonde ferite al mondo cristiano occidentale, ferite ancora bisognose di essere rimarginate. Dobbiamo perseverare sulla via all’unità, non per motivi di convenienza, ma perché questa è la manifesta volontà di Cristo, “capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo” (Ef 5, 23).

È importante ricordare che nel corso dei secoli i luterani ed i cattolici ed altri cristiani hanno continuato ad avere molto in comune. Attraverso il Battesimo siamo incorporati tutti nel Cristo crocifisso e glorificato. Nella lettura che abbiamo ascoltato, san Paolo si rivolge ai Corinzi, e ribadendo il fatto che sono uniti a lui in una stessa unica fede, ricorda loro che “noi tutti siamo stati battezzati per formare un solo corpo . . . e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1 Cor 12, 13). Il Battesimo, come inizio della salvezza in ciascun individuo, contiene un dinamismo interno che “dipende interamente all’acquisto della pienezza della vita in Cristo” (cf. Unitatis Redintegratio , 22). È quindi “orientato all’integra professione di fede, all’integrale incorporazione nell’istituzione della salvezza, come lo stesso Cristo ha voluto, e infine, alla piena inserzione nella comunione eucaristica” (Unitatis Redintegratio, 22). La sfida che ci si pone è di superare a poco a poco gli ostacoli a questa comunione e crescere insieme in quella unità di Cristo che è una sola, quella unità della quale la dotò sin dall’inizio. La serietà del compito vieta ogni precipitazione o impazienza, ma il dovere di rispondere alla volontà di Cristo esige che restiamo saldi sulla via verso la pace e l’unità tra tutti i cristiani.

Sappiamo bene che non siamo noi quelli che rimargineranno le ferite della divisione e che ristabiliranno l’unità - siamo semplici strumenti che Dio potrà utilizzare. L’unità tra i cristiani sarà dono di Dio, nel suo tempo di grazia. Umilmente tendiamo a quel giorno, crescendo nell’amore, nel reciproco perdono e nella reciproca fiducia.

4. Mentre rendiamo omaggio alle fondamenta cristiane dell’Islanda, i nostri occhi si volgono al futuro. Vediamo apparire all’orizzonte un nuovo millennio, dal quale ci separa appena un decennio. Il ritmo precipitoso della vita moderna mostra che la Nazione, anzi l’intero mondo, si trova ad affrontare sfide nuove mentre ci avviciniamo al ventunesimo secolo. Gli sviluppi della vita economica e politica, le nuove possibilità nelle scienze della vita, chiedono da voi un saggio discernimento delle verità e dei valori inerenti alle vostre migliori tradizioni. Sono verità e valori che devono essere fermamente sostenuti, se la libertà spirituale e il benessere autentico delle future generazioni di Islandesi devono essere salvaguardati.

La vita familiare è stata già profondamente influenzata da cambiamenti, non sempre in bene. Il focolare islandese tradizionale è sempre stato una scuola di fede, di amore e di insegnamento morale. Il suo spirito si rispecchia in un episodio scritto dal vostro amato padre Jon Svensson, della Società di Gesù, recentemente scomparso, chiamato affettuosamente “Padre Nonni”. Sua madre lo saluta alla sua partenza con parole semplici che trovano le loro radici più profonde nelle vostre tradizioni. “Sii onesto”, gli dice; “e non dimenticarti di Dio”. Ma è un fatto che le famiglie devono fare fronte a pressioni nuove e gravi, che esigono un rispetto rinnovato e più profondo per la vita e per l’amore. È essenziale che venga recuperata una consapevolezza della supremazia dei valori morali, che si rifletta sul significato ultimo della vita e sul suo destino trascendente.

In questa materia così importante, vi è molto che tutti i cristiani possono fare insieme. Vi incoraggio a continuare a lavorare insieme per individuare i problemi più profondi che si presentano alla vostra società, e per rispondere a questi problemi con saggezza evangelica.

5. L’incertezza e la confusione create da certi mutamenti nella vita sociale e familiare richiamano alla mente tre priorità che sono di natura pastorale e che sono pienamente conformi alla decisione di accogliere il cristianesimo, decisione che fu presa mille anni fa. Queste priorità hanno un grande significato per i cristiani sempre e dovunque.

La prima di queste è: come cristiani, la nostra vita deve essere saldamente radicata in Cristo. Egli è “roccia del mio rifugio” (Sal 94 (93), 22), “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). L’Islanda lo riconobbe nell’anno 1000, e l’Islanda è chiamata a rinnovare quella fede al giorno d’oggi. È significativo il fatto che il comando di Gesù ai suoi discepoli di andare ad ammaestrare tutte le genti sia immediatamente seguito dalla sua promessa. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Sì, “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!” (Eb 13, 8). In mezzo ai cambiamenti, Cristo rimane la nostra costante speranza. Nessuno pensi che il messaggio cristiano sia in qualche modo contrario al progresso umano o alle legittime aspirazioni dell’uomo alla verità, alla libertà e alla giustizia. Non ci promette forse il Vangelo di san Giovanni la realizzazione di queste aspirazioni nel senso più profondo, quando proclama: “il Figlio vi resta (nella casa) per sempre . . . se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Gv 8, 35-36)?

La seconda priorità è questa. poiché siamo radicati in Cristo, dobbiamo dare sempre testimonianza di lui. È insito nella natura stessa dell’essere cristiani evangelizzare, diffondere la parola in ogni occasione opportuna e non opportuna (cf. 2 Tm 4, 2), testimoniare il Vangelo in tempi di calma e in tempi di agitazione, con il nostro modo di vivere. Specialmente quando la civiltà è in un momento di transizione, quando sembra che emerga una nuova serie di valori secolari, gli uomini sentono allora il bisogno di ascoltare il Vangelo dell’amore di Dio per noi in Cristo, la buona Novella che “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi . . . perciò ora . . . siamo stati riconciliati con Dio” (Rm 5, 8-10). Questo è particolarmente il momento perché tutti i cristiani diano testimonianza con vigore del grande atto di riconciliazione compiuto per noi da Dio attraverso Gesù Cristo.

La terza priorità coinvolge la nostra responsabilità per l’unità. Non è forse evidente che coloro che testimoniano Cristo, “attraverso il quale abbiamo ricevuto ora la nostra riconciliazione” con il Padre (Rm 5, 11; cf.2 Cor 5, 18-20), debbano anche riconciliarsi gli uni con gli altri? Non possiamo ignorare il compito ecumenico. In questo Paese prevalentemente luterano, desidero esprimere il mio incoraggiamento al dialogo internazionale ora in corso tra la Federazione Mondiale Luterana e la Pontificia Congregazione per l’Unità dei Cristiani, dialogo che si pone come obiettivo di risolvere le difficoltà storiche e dottrinali che hanno costituito ostacoli tra luterani e cattolici. Vogliamo appoggiare questi sforzi e pregare per il loro successo.

6. È vero che il mondo si trova ad affrontare sfide nuove. Ma il Vangelo di Gesù Cristo è la nostra speranza. Per i cristiani un tempo di cambiamento non è un tempo che deve destare paura, ma un tempo per costruire, per portare la buona Novella di salvezza a tutti. Il decennio che ci sta avanti, che c’introduce al terzo millennio cristiano, offre ai cristiani di questo Paese illustre di esploratori, di coraggiosa gente di mare, di tenaci coltivatori e di uomini e donne impegnati, una grande occasione per portare una comune testimonianza al Vangelo, in risposta alle esigenze più profonde della società.

Qui nell’“Abisso di tutti gli uomini”, nell’“Almanagja”, non ci riesce forse d’immaginare un decennio in cui i cattolici ed i luterani islandesi andranno avanti insieme per affrontare i compiti del nostro tempo? Il dialogo nella preghiera può contribuire a chiarire ciò che avete in comune, e dove si trovano i punti di divergenza e di divisione. Potete conoscervi meglio gli uni gli altri, per costruire sulla comunione reale, per quanto imperfetta, che esiste già tra fratelli cristiani in virtù del loro Battesimo e della loro fede in Cristo.

Possa questa tribuna - appositamente costruita per segnare questo incontro storico - restare come simbolo della vostra volontà di camminare la mano nella mano come fratelli e sorelle nel Signore che è uno.

7. I vostri antenati adoravano il Signore e ne facevano il centro della loro vita. Tra i diversi modi con cui rendevano lode a Dio nei secoli vi era la loro particolare venerazione a Maria, madre del Redentore. Ai bambini è stato dato di generazione in generazione il suo nome: Maria. Questo culto è immortalato nella Maria Saga. L’inno mariano “Lilja”, composto nel 1350, canta le lodi di Maria.

Stefan fra Hvitadal rifletteva questa devozione scrivendo:

“Santa Madre di Dio/ dall’alto dei cieli/ sii tu la luce del loro ultimo viaggio/ quando i loro occhi si chiuderanno”.

Oggi, mentre la Chiesa cattolica celebra la festa del Cuore Immacolato di Maria, è giusto che io le chieda di intercedere per voi e per l’Islanda. Possano le preghiere della beata Madre del nostro Signore Gesù Cristo accompagnarvi sempre!

Carissimi fratelli e sorelle: vi ringrazio del vostro benvenuto e di questo tempo di preghiera che stiamo condividendo a Thingvellir. “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi” (1 Ts 5, 28).

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE COMPONENTI DELLA COMUNITÀ CATTOLICA NELLA CATTEDRALE DI CRISTO RE

Reykjavik (Islanda) - Sabato, 3 giugno 1989

Caro Vescovo Jolson, miei fratelli e sorelle in Cristo.

1. All’inizio della mia visita pastorale in Islanda, faccio mie le parole di san Paolo: “Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo” (1 Ts 1, 2). Saluto il mio confratello nell’Episcopato, il Vescovo Jolson, e i sacerdoti, i religiosi e i laici qui riuniti. Vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro cordiale benvenuto.

L’Islanda ha una lunga tradizione cristiana. Le radici della Chiesa cattolica, risalgono all’anno mille quando l’assemblea legislativa (Althing) riconobbe il cristianesimo. Ma anche prima di quella memorabile data i semi della “vita nuova” erano già stati sparsi grazie ai coraggiosi sforzi dei primi coloni. Fino ai nostri giorni, la fede cattolica in Islanda è stata vissuta con perseveranza, con uno spirito ecclesiale che non si scoraggia facilmente. Anche se il vostro numero è esiguo, voi rendete una potente testimonianza di perseveranza fedele, volontà indomabile e fermezza che vi vengono dalla conoscenza di Cristo.

2. Vorrei ora parlare direttamente ai miei confratelli nel sacerdozio. Desidero affermare subito che il vostro ministero della Parola e dei sacramenti è indispensabile per la vita cristiana del Popolo di Dio in Islanda. Quali uomini che amate Cristo e custodite la sua Parola, potete star certi che lui e il Padre sono venuti da voi e dimorano in voi (cf. Gv 14, 23). Voi a vostra volta dovete conformarvi a Cristo attraverso la vostra santità personale radicata in una vita spirituale sempre più profonda. Poiché voi agite “in persona Christi” quando celebrate l’Eucaristia e gli altri sacramenti, voi vorrete renderlo il centro del vostro sacerdozio, di tutto quanto siete e fate. Con san Paolo dovete dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

L’ambiente sociale e culturale di oggi esige inoltre una profonda formazione dottrinale da parte di tutti i sacerdoti. Ciò è essenziale se dovete essere maestri efficaci di dottrina cristiana in collaborazione con il vostro Vescovo. La formazione permanente fa sì che voi siate in grado di presentare la fede cristiana in tutta la sua pienezza “in stagione e fuori stagione”, in risposta ai numerosi interrogativi dei nostri giorni. Vi aiuterà inoltre ad approfondire la vostra comprensione e il vostro amore per il sacerdozio. Attraverso lo studio serio sarete sfidati a cercare la luce, a crescere nella vostra conoscenza dei misteri della fede e a pregare per la sapienza che può venire soltanto dallo Spirito Santo.

Infine vi chiedo di incoraggiare e pregare per le vocazioni al sacerdozio in Islanda. Giovani uomini risponderanno generosamente a questa nobile chiamata se saranno ispirati dalla vostra fede, dal vostro impegno e dalla vostra perseveranza. Essi risponderanno alla sfida del sacerdozio quando vedranno Cristo in sacerdoti santi e fedeli. Non abbiate paura di invitare - di chiamare per nome - giovani generosi a donare la propria vita al servizio del Signore. Fate veder loro con l’esempio della vostra vita sacerdotale quale grande gioia sia essere sacerdoti di Cristo oggi in Islanda.

3. Desidero anche rivolgermi alle religiose che sono presenti: le vostre vite sono un segno per tutti, anche per coloro che non credono in Dio, che avete dedicato voi stesse a qualcosa di speciale. Per le persone di fede, la vostra professione di castità, povertà e obbedienza è un dono che Cristo ha fatto alla sua Chiesa. Con tutto il Popolo di Dio siete state chiamate a una consacrazione particolare, “che ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale e ne è un espressione più piena” (Perfectae Caritatis , 5). Rispondendo alla chiamata di Dio con un profondo e libero dono di sé, voi sollecitate una risposta da parte degli altri al Regno di Dio, già presente in mezzo a noi. Per grazia di Dio, voi potete manifestare cosa significa fare un dono totale di sé come Gesù ha fatto al Padre.

Dall’inizio della vita della Chiesa in Islanda, uomini e donne consacrati hanno offerto un importante contributo allo sviluppo umano e cristiano della Nazione. In un certo periodo della storia esistevano in Islanda nove monasteri degli Ordini Benedettino e Agostiniano e due conventi di suore benedettine. Molti capolavori della letteratura islandese risalgono a quel periodo legando così il patrimonio culturale e artistico di questo Paese alla presenza monastica. Questa effusione dello Spirito si manifestava anche nella sollecitudine verso i bambini, gli ammalati e gli anziani, una tradizione che si perpetua oggi grazie alle suore di san Giuseppe, alle suore francescane missionarie di Maria, alle carmelitane e alle suore della Misericordia, che si dedicano all’assistenza degli ammalati e alla educazione dei bambini.

Proseguendo in lingua tedesca, il Papa ha detto:

Vorrei oggi esprimere la mia sentita gratitudine alle suore di san Giuseppe, che hanno iniziato il loro apostolato in quest’isola con la costruzione di una casa di cura per ammalati; innanzitutto per i pescatori di Faskruösfjöröur. In questo modo esse hanno costruito il primo ospedale dell’isola.

Attraverso di voi, care sorelle, molti uomini hanno trovato la fede in Dio, attraverso la vostra amorosa sollecitudine si sono convertiti dei cuori non credenti. Anche quando vi ritirate dal servizio attivo voi proseguite la vostra opera apostolica attraverso la preghiera e il sacrificio. Vi saluto tutte di cuore: voi, che siete qui presenti, ma anche voi che siete i loro malati. Vi assicuro con tutto il cuore della mia preghiera costante con la mia speciale benedizione apostolica.

Il Santo Padre, in francese, ha poi detto:

Rivolgo un cordiale saluto alle suore francescane missionarie di Maria, che si dedicano così generosamente alla cura dei malati e all’educazione dei fanciulli. A nome della Chiesa vi ringrazio per la vostra presenza a Stykkisholmur, Reykjavik e oggi ad Hafnarfjöröur! Portate in eredità la gioia di san Francesco! Egli non conosceva maggior felicità che quella di dedicarsi a coloro che sono poveri materialmente e spiritualmente. Approfondendo il vostro carisma francescano, sarete in grado di raggiungere coloro che, malgrado l’abbondanza dei beni di questo mondo, restano angosciati ed insoddisfatti. Attraverso la vostra vita consacrata e i servizi che rendete, guidate il vostro prossimo verso Cristo, sorgente di vita e sorgente di gioia, di una gioia che nulla può cancellare. (cf. Gv 16, 22).

In polacco, il Papa ha così proseguito:

E voi, care suore carmelitane, ringrazio di cuore delle vostre preghiere, del vostro sacrificio e del vostro lavoro pieno di dedizione. Attraverso il silenzio, l’attento ascolto della Parola di Dio ed una particolare devozione all’Eucaristia, voi diventate strumenti della salvezza, come Maria unita al suo Figlio divino. La vostra è una testimonianza eloquente della vita dedita alla solitudine, alla preghiera e alla penitenza. Religiose contemplative, voi avete un posto privilegiato nella vita della Chiesa. Prego ardentemente affinché molti giovani scorgano nella vostra vita quella gioia che è il frutto della completa dedizione a Cristo.

4. Infine vorrei dire una parola speciale a tutti i laici presenti. Come ho detto prima, la perseveranza è la caratteristica della vita e della fede dell’Islanda! Il contadino e il pescatore lottano contro le forze della natura e talvolta devono superare gravi ostacoli. Siamo alla vigilia della giornata in cui vengono onorati gli uomini del mare e le loro famiglie - tutti coloro che conoscono il significato del coraggio e della perseveranza.

La perseveranza e la fedeltà da parte di tutti sono quanto mai necessarie per compiere la missione della Chiesa. Esiste la perenne sfida della costruzione della comunità dei credenti, di portare la fede ai giovani, soprattutto con il buon esempio degli autentici seguaci di Cristo. Vi è la sfida a promuovere la vita morale in conformità al Vangelo. I cattolici islandesi sono chiamati ad offrire un positivo contributo cristiano alla società, come hanno fatto i loro antenati prima di loro. Come il vostro eroe nazionale, il Vescovo Jon Arason, siete chiamati a formare la vostra identità cattolica e a manifestare la vostra obbedienza a Cristo in tutto ciò che dite e fate.

In questo grande compito voi, che siete i fedeli laici dell’Islanda - genitori, celibi, nubili, giovani - avete un ruolo essenziale da svolgere. La recente esortazione post-sinodale si è dilungata sulla vostra dignità di laici e sui vantaggi della vostra vocazione (cf. Christifideles Laici , 5). Fra l’altro ha sottolineato che la caratteristica distintiva dello stato laicale di vita è il suo carattere secolare. La vostra vocazione è la testimonianza all’interno della Chiesa dell’importanza delle realtà temporali terrene nel piano salvifico di Dio (Christifideles Laici, 55).

I problemi del matrimonio, famiglia, lavoro e casa, le responsabilità della vita sociale, politica, culturale ed economica: nulla di tutto ciò è estraneo alla vocazione alla santità che avete ricevuto da Dio. Né tali realtà sono estranee alla vostra partecipazione alla missione della Chiesa. La sfida per tutti noi di rinnovare la vita della società con il Vangelo. Questo compito di ri-evangelizzazione chiama ognuno di noi ad un amore e ad una conoscenza più profonda della nostra fede e ad un più forte impegno a portarla agli altri: “Tutti sono chiamati a crescere continuamente in intima unione con Gesù Cristo, in conformità alla volontà del Padre, in devozione agli altri, in carità e giustizia” (Christifideles Laici, 60).

Vorrei rivolgere ora una speciale parola di saluto ai giovani presenti che presto riceveranno il sacramento della Confermazione! Cari giovani: la Confermazione vi legherà più intimamente a Cristo e alla Chiesa. E verrete rafforzati con i doni dello Spirito Santo, per poter rendere testimonianza di fede agli altri membri della comunità, soprattutto ai vostri coetanei. Ricordate, Cristo vi chiama ad essere i suoi amici e la Chiesa ha bisogno di ciascuno di voi per portare agli altri la buona Novella di salvezza.

5. Miei cari amici: sacerdoti, religiose e laici, mi appello a tutti i cattolici di Islanda e a tutti i credenti cristiani affinché cooperino per rendere il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo l’anima della vostra Nazione: la sua ispirazione e la sua forza, la sua luce e il suo metro. In questo modo Dio sarà glorificato e tutti i cittadini dell’Islanda vedranno realizzata la loro aspirazione più profonda per ciò che è vero e buono, per ciò che è degno della vita umana e della chiamata eterna.

La sfida della vita cristiana è esigente, ma noi sappiamo per fede che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). La grazia e l’amore di Cristo non mancheranno. Non scoraggiatevi mai, perché proprio nella vostra debolezza si manifesterà il potere di Dio (cf. 2 Cor 12, 9). Attraverso il suo Spirito potrete dire: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12, 10). Quando sentite il peso della giornata o degli anni, sappiate che Cristo è lì a sostenervi con la grazia della vostra vocazione cristiana.

A tutti voi che proclamate il Vangelo di Cristo con la vostra perseveranza nella fede, nella speranza e nell’amore, imparto di cuore la mia benedizione apostolica.

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CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto Reykjavik-Keflavik (Islanda) Sabato, 3 giugno 1989

Signor primo ministro e membri del governo, Caro Vescovo Jolson, cari bambini, amato popolo di Islanda.

1. È con grande gioia e soddisfazione che metto piede sul suolo d’Islanda e saluto il suo popolo. Mentre mi avvicinavo al vostro Paese e guardavo incantato i suoi magnifici paesaggi e le vette delle montagne, io rendevo grazie a Dio onnipotente per questo momento e per il tempo prezioso che passeremo insieme. Che Dio, che è il Signore di tutta la creazione e il Padre di tutte le nazioni, benedica l’Islanda con pace e prosperità. Che egli continui a esortare voi e i vostri bambini, a custodire come un tesoro tutto ciò che è bello, tutto ciò che è nobile e tutto ciò che è vero.

Per molti secoli, l’Islanda ha condiviso le sue bellezze naturali e le sue antiche tradizioni di generosità ed onore con i visitatori giunti in quest’isola da lontano. Sono profondamente grato a sua eccellenza il Presidente della Repubblica, a lei, signor primo ministro e ai membri del governo per il cordiale invito e per la calda accoglienza che avete riservato a questo novello visitatore della vostra terra. La mia visita in Islanda è un’espressione del mio interesse personale e della profonda stima che nutro per il vostro Paese e per il ruolo che esso occupa in seno alla famiglia delle nazioni. In verità, a motivo del ricco retaggio spirituale racchiuso nei tesori della poesia e delle saghe che vi sono stati tramandate dai vostri antenati, l’Islanda ha molto da dire ad un mondo che desidera ardentemente essere ispirato dalla verità e creare una società di giustizia, pace e armonia universale.

2. Sono venuto in Islanda, come sapete, nell’adempimento del mio ministero di Vescovo di Roma. In seno alla Chiesa cattolica, mi è stato affidato il compito di incrementare la comunione delle Chiese locali nell’unità della fede, della speranza e dell’amore. Tale compito mi ha portato in paesi e tra popoli di tutto il mondo, poiché cerco di essere al servizio dei miei fratelli e sorelle nella fede e di rendere testimonianza a Gesù Cristo, “il figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). In questa visita pastorale in Islanda, sono ansioso di pregare insieme con il Vescovo Jolson, con i sacerdoti e con i religiosi della diocesi di Reykjavik, e con l’intera comunità cattolica. Nella nostra celebrazione della liturgia della Chiesa, renderemo lode a Dio per il dono della fede e per le molte benedizioni che egli ci ha concesso.

Inoltre, la mia visita pastorale intende incoraggiare i buoni rapporti instauratisi tra i cattolici di Islanda e i membri delle altre comunità ecclesiali. Nonostante le tragiche divisioni che per lungo tempo hanno separato i cristiani, tutti noi dobbiamo sforzarci, nella fedeltà alla volontà del Signore, di essere strumenti della sua riconciliazione, mantenendo l’unità dello Spirito nel vincolo della pace (cf. Ef 4, 3). Qui in Islanda, il nome di Cristo viene predicato da mille anni. Il messaggio del Vangelo ha formato il cuore e la coscienza del vostro popolo nel corso della sua storia. A Thingvellir, luogo in cui la Chiesa di Cristo mise per la prima volta radici in Islanda, mi unirò in preghiera con i nostri fratelli e sorelle della Chiesa luterana e delle altre comunità ecclesiali. Nel rendere grazie a Dio per tutto ciò che abbiamo ricevuto, pregheremo per la pace dell’Islanda e per la salvezza spirituale di tutto il suo popolo.

3. Oggi, in Islanda e in tutto il mondo, uomini e donne di buona volontà sono sempre più consapevoli della necessità di una pace duratura tra le nazioni e i popoli. Essi capiscono che questa pace può essere solo frutto di un giusto ordine economico e sociale. Di fronte alle nuove forme di violenza e di oppressione essi continuano ad attendere ardentemente il giorno in cui tutte le nazioni saranno sicure della loro libertà e tutti gli uomini e le donne potranno usufruire della loro giusta parte dei beni del mondo. Preoccupandosi per il futuro del mondo in cui i loro bambini vivranno essi hanno compreso la minaccia di un materialismo che sacrificherebbe l’ambiente stesso al perseguimento di uno sterile progresso materiale.

L’Islanda e il suo popolo hanno molto da dire ad un mondo che cerca sempre più ardentemente la stabilità, l’armonia e la pace, e che tuttavia avverte la sua stessa condizione di fragilità e le scelte decisive che deve fin da adesso cominciare a compiere. La millenaria storia del vostro Paese vi ha dato una visione che può ancora ispirare un mondo che spesso teme di perdere la sua stessa anima. Cari amici: vi incoraggio ad essere fermi e a mantenere salde le tradizioni che avete ricevuto (cf. 2 Ts 2, 15). Restate fedeli ai nobili valori che hanno plasmato la vostra storia cristiana e la vostra vita come popolo. Quei valori sono il tesoro più grande dell’Islanda e offrono la più sicura speranza per il vostro futuro e il futuro del nostro mondo. Essi hanno il potere di ispirarvi e di sostenervi mentre vi sforzate di costruire quella che il mio predecessore, Papa Paolo VI, ha definito “la civiltà dell’amore”: una società fondata su una solidarietà autentica, un’apertura ai bisogni di tutti ed un rispetto per i deboli e per chi è meno capace di difendersi.

4. Caro popolo d’Islanda: il messaggio che proclamo a ciascun popolo da me visitato è sempre lo stesso. È il messaggio della grazia e della pace che viene da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo (cf. Rm 1, 7). Quel messaggio ha ispirato i vostri antenati e ha guidato la vostra crescita di popolo nel corso dei secoli. Che esso continui a produrre un abbondante raccolto nelle vostre vite, nelle vostre case e nei cuori dei vostri figli. Che esso vi esorti ad essere fedeli a quanto vi è di meglio nel nobile retaggio dell’Islanda e vi guidi in ogni vostro contributo a un mondo che desidera ardentemente conoscere la verità, quella verità che sola può renderci liberi (cf. Gv 8, 32).

Dio benedica l’Islanda! Dio benedica voi tutti!

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE L’INCONTRO ECUMENICO NELLA CATTEDRALE LUTERANA DI NIDAROS

Trondheim (Norvegia) - Venerdì, 2 giugno 1989

Cari amici.

1. “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Ef 1, 2).

Queste parole di san Paolo descrivono adeguatamente i miei doverosi auguri a ciascuno di voi e a tutto il popolo della Norvegia. Rendo grazie a Dio per questa opportunità di ascoltare la Parola di Dio insieme con voi e di riflettere con voi sul suo significato per la vita della Chiesa e del mondo.

Il mio speciale saluto va ai Vescovi della Chiesa luterana di Norvegia, ai rappresentanti delle altre Chiese e delle comunità ecclesiali, ai funzionari statali e municipali, ai miei fratelli cattolici e a tutti coloro che oggi sono qui presenti. Sono particolarmente grato al Vescovo Bremer per avermi invitato, a nome della Chiesa luterana di Norvegia, in questo venerabile luogo di culto.

2. Questa cattedrale di Nidaros fu costruita dai vostri antenati sulla tomba del grande sant’Olav, che ebbe un ruolo decisivo nella diffusione del cristianesimo in questa terra. In questo e in molti altri modi, la cattedrale rende testimonianza della storia spirituale, politica e culturale della vostra Nazione. Essa ci parla anche di un’epoca in cui i cristiani non avevano ancora conosciuto la tristezza delle divisioni. Sia i protestanti che i cattolici della Norvegia guardano a sant’Olav per ritrovare le loro radici passate e per trarre l’ispirazione di cui hanno bisogno per vivere nel presente una vita autentica cristiana.

Certamente, questa cattedrale è più di un semplice edificio di pietra. È un luogo in cui, per secoli, il popolo è rinato quale figlio di Dio nel Battesimo, in cui esso ha ascoltato la Parola di Dio proclamata nelle Scritture, come noi abbiamo fatto oggi, ed ha offerto a lui il culto della Chiesa; un luogo in cui nella preghiera personale esso ha manifestato a Dio i suoi bisogni e lo ha ringraziato per le sue benedizioni. Per i pellegrini del medioevo che giungevano a Nidaros dopo un viaggio lungo e faticoso, la cattedrale era anche il riflesso della Gerusalemme celeste verso la quale noi tendiamo nel nostro pellegrinaggio terreno. In verità, una cattedrale come questa è più di un edificio di pietra. Essa fa volgere il nostro sguardo spirituale al cielo. Essa eleva le nostre menti e i nostri cuori a Dio.

3. Cari fratelli e sorelle: noi dobbiamo riconoscere davvero che la mente e il cuore dell’uomo moderno hanno bisogno di essere elevati a Dio. Noi dobbiamo ammettere che per tutte le conquiste della scienza moderna e della tecnologia che stanno trasformando il nostro modo di vivere, l’umanità, nelle parole di san Paolo, ancora “geme in se stessa” (cf. Rm 8, 23) in attesa di qualcosa di più. In verità, l’intera creazione “geme nel travaglio” (cf. Rm 8, 20. 22) per qualcosa che va al di là di quanto le nostre umane possibilità possono darci.

La scienza e la tecnologia attraverso le quali le preoccupazioni materiali e i fardelli della vita vengono via via alleggeriti, sono autentiche conquiste dell’energia creativa e dell’intelligenza dell’uomo. Ma una conoscenza di questo tipo crea problemi proprio così come li risolve. Pensiamo soltanto all’impatto ambientale e sociale del nostro moderno modo di vivere o ai danni causati dall’uso che facciamo dell’atomo o delle tecniche biomediche. La scienza e la tecnologia, come la vita economica da esse generata, non possono esprimere in se stesse il significato dell’esistenza o degli sforzi umani. Non possono spiegare in se stesse, né tanto meno eliminare, il male, la sofferenza e la morte.

Né possiamo dimenticare che l’“uomo moderno” di cui parliamo non è un’astrazione, ma piuttosto la persona concreta che ciascuno di noi è, un essere umano con un cuore con una mente. Anche qui ci troviamo di fronte a molti dilemmi. Noi lottiamo per l’amore, senza il quale non possiamo vivere, eppure oggi i rapporti fondamentali di amore nel matrimonio e nella famiglia sono minacciati dal divorzio, da fratture in seno ai nuclei familiari e da una radicale messa in discussione dell’autentico significato dell’essere uomo e donna. Noi lottiamo per la sicurezza, il benessere e per un senso di autostima, eppure le tradizioni della comunità, della famiglia, della casa e del lavoro vengono insidiate dalle trasformazioni che non sempre riconoscono la dimensione etica insita in tutte le attività e gli sforzi umani. Noi vogliamo essere liberi, ma senza una comune comprensione di ciò che noi dovremmo fare e non semplicemente di ciò che possiamo fare, la libertà finirà nella tirannia dell’egoismo e della forza superiore.

Ciò che è necessario tra questi mali individuali e sociali è una saggezza superiore che trasformi la mente, il cuore e la volontà: una saggezza che perfezioni l’intelletto umano portandolo dolcemente a cercare e ad amare ciò che è vero e bene, conducendo così l’uomo attraverso le realtà visibili a quelle che non possono essere viste. I Vescovi cattolici del Concilio Vaticano II ammonivano che: “L’epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più umane tutte le sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi” (Gaudium et Spes , 15).

4. Cari amici: oggi in questa cattedrale di Nidaros, edificata per la gloria di Dio quale faro puntato verso il cielo, nel mezzo del mondo moderno, stiamo insieme per proclamare la buona Novella della Redenzione in Gesù Cristo. Attraverso di lui noi apprendiamo il significato della creazione e dell’attività umana entro il disegno di Dio. Gesù Cristo è la nostra saggezza. Egli è la via, la verità e la vita (cf. Gv 14, 6). Se la creazione è ancora “soggetta a futilità” lo è nella speranza di essere trasformata in Cristo. Se l’umanità “geme nel travaglio”, questo avviene nella misura in cui le menti e i cuori della gente non sono elevati con Cristo a Dio, e le coscienze non si sono conformate attraverso Cristo alla saggezza che viene da Dio.

Come cristiani noi proclamiamo una saggezza che riconosca e sostenga la priorità dell’etica sulla tecnologia, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia (cf. Redemptor Hominis , 16). Noi siamo in grado di fare queste affermazioni perché Cristo ci ha mostrato che il nostro destino umano è un destino personale, morale e spirituale; esso consiste in un rapporto filiale con Dio.

Attraverso la fede e il Battesimo noi abbiamo compreso che la saggezza viene offerta come dono divino, ma anche che essa confonde l’intelletto umano se rimane chiusa al trascendente. È una saggezza rivelata che ci insegna che il Dio dell’universo non è una forza impersonale o inconoscibile, ma un Padre. Nei momenti di illuminazione interiore, le parole di Gesù riecheggiano nei nostri cuori: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25).

5. Il nostro compito è aprire la mente dell’uomo moderno alla saggezza divina, aprire il cuore dell’uomo moderno a Dio. Dobbiamo far questo alla maniera di Cristo, che è “dolce e umile di cuore”, e il cui “giogo è soave e il fardello leggero” (cf. Mt 11, 29-30). Proclamando il Vangelo in parole ed opere, noi rendiamo testimonianza di fronte a tutti del cammino che conduce alla vita. E non facciamo questo come individui isolati, ma come persone unite in Cristo attraverso il nostro Battesimo.

Chiaramente tale testimonianza costituisce una sfida ecumenica per tutti coloro che, come dice san Paolo, hanno “ascoltato la parola della verità” e hanno “ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso” (Ef 1, 13). Oggi alla vigilia del terzo millennio cristiano, il mondo ha bisogno di sentire la buona Novella della salvezza non meno di quanto fece nel primo e nel secondo millennio. È ancor più urgente che i cristiani operino per la graduale eliminazione delle loro differenze e rendano comune testimonianza al Vangelo.

Oggi in questa cattedrale, rendo grazie a Dio per la grazia del movimento ecumenico che abbiamo sperimentato nel nostro tempo. Grazie all’opera dello Spirito Santo nuove relazioni si sono venute a creare tra i cristiani che per secoli sono stati divisi gli uni dagli altri. Desidero anche manifestare la mia gratitudine a tutti coloro che in Norvegia hanno risposto a questa grazia ed hanno operato con dedizione per promuovere l’unità dei cristiani conformemente alla volontà di Cristo. Possiate voi perseverare lungo questo cammino con pazienza e amore, cosicché il dialogo tra noi continui nella fiducia e nel rispetto reciproci mentre cerchiamo l’unità nella piena verità di Cristo.

I preparativi per la celebrazione dei mille anni dalla fondazione di Trondheim, nel 1997, offriranno la opportunità ai luterani, ai cattolici e a tutti i cristiani della Norvegia di riflettere ulteriormente sulle comuni radici della vostra fede e sui valori del Vangelo che hanno plasmato la vostra storia comune. Offriranno inoltre un’opportunità di preghiera fervida, incessante preghiera per l’unità di tutti i seguaci di Cristo, poiché alla fine noi sappiamo che l’unità verrà solo come un dono di Dio.

6. Cari fratelli e sorelle: di fronte a noi sta il dovere di aprire nella storia un nuovo capitolo cristiano in risposta alle molte sfide di un mondo che cambia. Nei secoli passati la Chiesa ha condotto i popoli dell’Europa al fonte battesimale, e l’identità culturale dell’Europa è scaturita dalla fede cristiana. La centralità della persona, il ruolo della famiglia nella società, i diritti dell’individuo e dei gruppi, i valori etici e morali che diedero orientamento e ispirazione al comportamento umano, tutto questo si è sviluppato a contatto con il Vangelo e con l’insegnamento della Chiesa. Nell’Europa di oggi, tuttavia, sta nascendo uno scontro culturale dalle gravi conseguenze: è uno scontro tra due visioni di vita. L’una rivelata in Cristo in cui Dio viene accettato come fonte ultima e riconosciuta di verità, bontà e libertà; l’altra del mondo, chiusa alla trascendenza, in cui tutto deve essere costruito sugli sforzi dell’umanità per dare significato e orientamento a se stessa attraverso il consenso sociale. I cristiani comprendono che cosa è in gioco. La storia del nostro stesso secolo mostra chiaramente che dove non viene riconosciuta alcuna norma trascendente le persone rischiano di arrendersi a delle forze che prendono il sopravvento sulla società senza curarsi degli individui e della loro libertà.

La Chiesa cattolica non cerca privilegi ma si aspetta soltanto che la libertà civile e religiosa venga effettivamente garantita cosicché ella possa proclamare il suo messaggio e rivolgere l’attenzione alle domande fondamentali poste dall’esistenza umana nel mondo contemporaneo. Parlando al Parlamento europeo nell’ottobre dello scorso anno, sottolineai che “se il sostrato religioso e cristiano di questo continente dovesse essere emarginato dal suo ruolo di ispirazione dell’etica e dalla sua efficacia sociale, non è soltanto tutta l’eredità del passato che verrebbe negata, ma è ancora un avvenire dell’uomo europeo . . . che verrebbe gravemente compromesso” (Allocutio ad “Parlamento Europeo”, 11, die 11 oct. 1988 ).

Ecco il tempo della saggezza da parte di ciascuno! Ecco il tempo di una rinnovata testimonianza di fede da parte dei cristiani. Siamo sfidati a portare all’umanità il Vangelo di Cristo, la buona Novella della Redenzione e dell’adozione a figli di Dio. Siamo sfidati a rendere testimonianza della saggezza del Verbo incarnato. Cristo la “luce delle Nazioni” (cf. Lc 2, 32), una luce che porta alla pienezza di vita per coloro che l’accolgono. Di fronte a così grandi sfide lo Spirito di verità ci esorta a perseverare nel compito ecumenico.

Con fiducia in Dio, “colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare” (Ef 3, 20), accogliamo la sfida di una nuova evangelizzazione. Proclamiamo una volta di più la saggezza delle beatitudini ad un mondo che ha bisogno di pace, di amore e di fratellanza. Proclamiamo una volta di più la verità di Cristo, il nostro salvatore crocifisso e risorto. Egli è “il fine della stona umana, “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni” (Gaudium et Spes, 45). Che Dio sia con tutti voi. “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. Amen.

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CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto Internazionale «Fornebu» di Oslo (Norvegia) Venerdì, 2 giugno 1989

Signora primo ministro, cari amici.

1. La mia visita in Norvegia è iniziata ad Oslo ed ora mi porta a Trondheim, dove prenderò parte ad un incontro ecumenico di preghiera presso la tomba di sant’Olav. A Trondheim e Troms incontrerò anche i pastori e la gente delle comunità cattoliche.

Nel lasciare Oslo, esprimo la mia gratitudine sia alle autorità civili che a quelle ecclesiastiche perché hanno contribuito con il loro benevolo aiuto a rendere possibile questa visita. In modo particolare ringrazio sua maestà il re Olav e lei, signora primo ministro. È mia fervida speranza che i buoni rapporti esistenti tra la Norvegia e la Santa Sede si mantengano e si rafforzino al servizio della pace mondiale conseguita attraverso una maggiore comprensione tra tutti i popoli. La pace e la comprensione sono cause vicine ai cuori di tutti i Norvegesi e trovano loro fonte nelle più alte aspirazioni dello spirito umano. Attraverso la generosità e l’impegno della vostra Nazione nell’aiutare i bisognosi e attraverso la vostra appartenenza ad organizzazioni internazionali appropriate, voi avete mostrato una straordinaria determinazione ad operare per un mondo migliore. Che Dio vi benedica nel vostro sforzo di condividere le molte benedizioni che avete ricevuto.

2. Il calore e la cordialità del popolo norvegese non sono stati in nessun’altra occasione così evidenti come nella Messa di ieri e nel successivo incontro ecumenico. Questa risposta è stata particolarmente gratificante per me, perché il mio ministero come Papa mi impegna al rafforzamento dei legami che uniscono tutti coloro che credono in Cristo. È mia speranza che tutti i cristiani qui in Norvegia, approfondendo la loro fede e collaborando gli uni con gli altri, alimentino le virtù e i valori che da mille anni costituiscono la base del carattere del vostro Paese e del vostro modo di vivere. Sono profondamente grato per la libertà con cui la Chiesa cattolica può proclamare i suoi insegnamenti e per il generoso sostegno che i cattolici ricevono dal sistema educativo della Norvegia che li incoraggia nei loro sforzi volti ad educare i propri figli nella conoscenza della loro fede e al servizio di tutto ciò che è bene.

3. I cattolici di Norvegia, nonostante l’esiguo numero, costituiscono una parte importante della Chiesa cattolica universale e sono molto vicini al mio cuore. La loro fede, radicata nelle verità del messaggio evangelico, ha molto da offrire alla Norvegia che guarda al futuro. Un ruolo significativo nella Chiesa cattolica di Norvegia viene svolto dalla gente di altri paesi che ha fatto di questa terra la sua nuova patria. Questi cattolici portano molti doni sia alla loro Chiesa, che alla loro terra di adozione. Ringrazio voi tutti per la sollecitudine e l’aiuto offerto a questi immigrati, in particolare a coloro che sono venuti qui nella speranza di iniziare una nuova vita in libertà e pace.

4. Cari amici: nel mondo di oggi, c’è una grande sete di autentica pace e di armonia fondate sulla giustizia per tutti i popoli e sul rispetto per il mondo in cui viviamo. Oggi più che mai noi avvertiamo l’interdipendenza di tutti gli individui e tutte le nazioni. Nella mia enciclica Sollicitudo Rei Socialis , ho usato il termine “solidarietà” per descrivere la risposta morale che ora ci viene chiesta. La solidarietà consiste in una ferma e perseverante determinazione ad impegnarci al bene comune, al bene di tutti e di ciascun individuo, fondata sulla nostra responsabilità gli uni verso gli altri (cf. Sollicitudo Rei Socialis 38). Ho manifestato la convinzione che tale solidarietà è la via verso la pace e l’autentico sviluppo (Sollicitudo Rei Socialis, 39). Tra le nazioni, la Norvegia ha avuto un importante ruolo diplomatico ed umanitario nel rafforzare i vincoli della collaborazione internazionale. La Chiesa cattolica, che ricerca l’autentico sviluppo dell’uomo e della società, uno sviluppo che rispetti e promuova tutte le dimensioni della persona umana vi è grata per i vostri sforzi. Nel lasciare la vostra capitale, prego affinché la società norvegese continui a crescere nelle vie della pace e in conformità con il meglio delle vostre tradizioni.

“Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo” (2 Ts 3, 16). Dio benedica la Norvegia! Dio benedica voi tutti!

“Gud velsigne Norge!”. (Dio benedica la Norvegia).

“Gud velsigne hele det norske folk!”. (Dio benedica il popolo norvegese).

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I SACERDOTI, LE RELIGIOSE E IL CONSIGLIO PASTORALE

Cattedrale Cattolica di Oslo (Norvegia) - Venerdì, 2 giugno 1989

Cari fratelli e sorelle in Cristo.

1. È una grande gioia per me vedere qui riuniti nella pro-cattedrale di sant’Olav i sacerdoti della diocesi, le suore e i rappresentanti dei laici. In voi abbraccio tutta la diocesi di Oslo, riunita attorno al suo Pastore, il Vescovo Gerhard Schwenzer, e saluto tutti voi con le parole di san Paolo: “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1, 2).

La cattedrale è sempre il cuore della diocesi. È il centro da cui irradia la luce della vita cristiana, manifestata nell’adorazione piena di fede al Signore e nelle vite di santità e di servizio. È tanto vero questo che è proprio qui che il successore di Pietro sente il dovere di confermare i suoi fratelli e le sue sorelle (cf. Lc 22, 32) e di incoraggiarli a perseverare nella vita sacramentale, nell’evangelizzazione e nella catechesi, e in tutte le forme di servizio cristiano. La professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippi è al centro del ministero petrino. Oggi e sempre il Vescovo di Roma è vincolato a quelle semplici e chiare parole pronunciate da Pietro che rispondeva alla domanda di Gesù: “Voi chi dite che io sia?” con le parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Questa è la fede che condivido con voi e che riaffermo oggi dinanzi ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici di Oslo.

2. Innanzitutto saluto i sacerdoti che lavorano nella vigna del Signore in questa diocesi. È mio desiderio incoraggiarvi nel vostro ministero. Voi siete stati “prescelti per annunziare il Vangelo di Dio” (Rm 1, 1). Nulla nelle vostre vite può prendere il posto del vostro speciale rapporto con Cristo, la vostra sacramentale configurazione a lui e la vostra partecipazione al suo mistero pasquale. Perché voi siete veramente testimoni e ministri di una vita diversa da quella terrena. Voi siete i portavoce, gli speciali costruttori del Regno guadagnatoci da Cristo attraverso la sua vittoria sul peccato e la morte. Quali “araldi del Vangelo e pastori della Chiesa” avete il compito speciale di aver cura della crescita spirituale del Corpo di Cristo (cf. Presbyterorum Ordinis , 6).

La mia preghiera per voi è che siate sempre più autentici testimoni di Cristo, con una profonda vita di preghiera, fedeli nella celebrazione dei sacramenti attraverso i quali la Chiesa viene edificata, instancabili nell’insegnare. Dovete lavorare nelle difficili condizioni della diaspora, in cui la distanza e il clima spesso rendono difficile ai parrocchiani riunirsi insieme e difficile per voi raggiungerli. Non vi scoraggiate e non vi sgomentate mai per l’esiguo numero del vostro gregge. Ricordate che siete sempre uniti con vincoli indissolubili alla Chiesa intera, sia sulla terra che in cielo. Gesù Cristo vi ha scelti e vi ama. Egli vi manterrà fedeli fino alla fine. La sua grazia vi sosterrà nel generoso servizio alla sua Chiesa!

3. Care sorelle.

In voi rendo omaggio a una lunga storia di devota consacrazione e testimonianza a Cristo nella diocesi. La presenza della Chiesa in Norvegia, sia nell’ultimo secolo che al giorno d’oggi, non sarebbe stata possibile senza di voi. Molti Norvegesi hanno avuto il loro primo contatto con la Chiesa cattolica attraverso i vostri ospedali, scuole e asili. Hanno visto nel vostro generoso servizio Cristo il servitore, il guaritore e il maestro.

I consigli evangelici della castità, povertà e obbedienza per amore del Regno sono l’espressione dell’amore supremo di Dio: l’amore di Dio per voi, che è all’origine della vostra vocazione, e il vostro amore per lui, che è un chiaro segno per il resto della comunità della “vita nuova ed eterna acquistata dalla redenzione di Cristo” (Lumen Gentium , 44). Ciò significa che il vostro posto quali donne consacrate è proprio nel cuore della Chiesa. In voi i vostri fratelli cattolici e tutti gli altri dovrebbero vedere l’essenza di ciò che significa la vita battesimale. Ciò che fate quali persone consacrate è di grande importanza, ma ciò che siete attraverso la vostra consacrazione religiosa è ancora più centrale per il mistero della presenza salvifica di Dio nelle cose umane. Per questo, qualsiasi sia lo stile di vita scelto dalle vostre singole famiglie religiose - contemplativa e apostolica - la vostra vita consacrata è una testimonianza immensamente potente dell’amore di Cristo.

Care sorelle: sapete quanto la comunità cattolica della Norvegia ha bisogno di voi. Il Papa vi incoraggia e la comunità ecclesiale vi è grata. Che la grazia di Dio vi sostenga e vi ricolmi di gioia!

4. Saluto i rappresentanti dei laici che sono qui presenti ed anche i molti laici che essi rappresentano.

Cari amici: in mezzo alla società è vostro compito speciale essere testimoni di Cristo e portare la vostra fede cristiana nelle realtà della famiglia, della vita sociale e lavorativa, affinché tutte le cose vengano rinnovate in Cristo (cf. 2 Cor 5, 17). Essere cristiano significa portare una “novità” nella vita e nel mondo che ci circonda. Questa responsabilità ha il suo fondamento nel nostro Battesimo, in cui ognuno di noi ha condiviso la morte di Cristo. Le parole di san Paolo descrivono ciò che è accaduto a ciascuno di noi: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6, 4).

Ogni pressione che viene esercitata sulle persone, sia giovani che anziane, affinché si conformino ai valori della società secolare in cui vivono è molto forte. Ma san Paolo dice ai cristiani: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Rm 12, 2). Questo “rinnovamento” è avvenuto una volta per tutte nell’acqua del Battesimo, ma esso deve diventare una realtà che condiziona sempre più profondamente le nostre vite, “trasformandoci” affinché i nostri pensieri e valori siano i pensieri e i valori di Gesù Cristo stesso.

Come accade questo? I sacramenti della Chiesa, soprattutto l’Eucaristia e il sacramento della Penitenza, conformano le nostre vite sempre più strettamente a quella di Cristo, così che noi viviamo veramente in un mondo “degno del vangelo di Cristo” (Fil 1, 27). Riunendovi con gli altri per pregare e per servire la Chiesa e la comunità civile - lavorando fra i rifugiati e gli immigrati, nei vostri consigli parrocchiali, assistendo i bisognosi, aderendo alla società dei giovani cattolici, all’associazione delle donne cattoliche e ad altri consigli e organizzazioni che rendono servizi così importanti in questa diocesi - in tutti questi modi voi fate esperienza della Chiesa come una comunità, una vera comunione, come una grande sinfonia di culto, preghiera e servizio.

5. Cari fratelli e sorelle: in questa grande sinfonia ogni persona ha un posto e un ruolo specifico. Ciascuno di noi - sacerdote, religioso e laico - è chiamato a suonare uno “strumento” particolare, e tutti insieme siamo chiamati alla partecipazione attiva e armoniosa. Perciò, per esempio, la celebrazione parrocchiale domenicale, tutte le volte che le vostre condizioni di diaspora lo consentano, dovrebbe essere una riunione gioiosa di tutta la comunità. La preghiera nelle famiglie e in piccoli gruppi - soprattutto quando la distanza dal luogo in cui si celebra la Messa è molto grande - può anche contribuire a salvaguardare la dimensione comunitaria della fede, poiché la fede non può e non deve essere confinata alla sfera personale e individuale.

Nel culto e nel servizio tutti sono chiamati a lavorare insieme: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10). Il ministero pastorale e il servizio nella Chiesa devono essere caratterizzati dall’unità e dall’armonia. Nelle ben note parole del Concilio, la Chiesa è “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1). Vivere questa unità e armonia può essere talvolta difficile; talvolta dobbiamo rinunciare alle nostre idee per amore di prospettive più ampie e più alte, e ciò può causare sofferenza. Ma anche questa è un modo di conformarsi a Cristo, che è venuto non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha mandato (cf. Gv 6, 38).

6. La nostra vocazione non è quella di rendere testimonianza a una dottrina semplicemente umana (1 Cor 2, 1), ma di rendere testimonianza a Gesù Cristo e al potere della sua Risurrezione (cf. Fil 3, 10). Ciò è stato il compito costante della Chiesa in Norvegia, dai primi giorni della sua presenza qui. Talvolta è stata la testimonianza del sangue, come è stato per sant’Olav e san Hallvard, il santo patrono di Oslo, che ha dato la vita per difendere i deboli. Per tutti noi qui presenti oggi in questa cattedrale, il compito è lo stesso: guardare oltre noi stessi, guardare a Gesù Cristo, che è nostra speranza e nostra vita, che solo può rispondere agli interrogativi e soddisfare i desideri dei cuori umani, Gesù Cristo che solo è “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6).

Cari fratelli sacerdoti, sorelle religiose e laici, uomini e donne: “Ringrazio Dio . . . ricordandomi sempre di voi nelle mie preghiere” (2 Tm 1, 3). Ringrazio voi e coloro che rappresentate per la testimonianza della vostra fede cattolica. Vi incoraggio ad andare avanti, con gioia e fiducia, nell’amore e nella pace di nostro Signore Gesù Cristo. La Norvegia ha bisogno di una nuova fiducia nella sua vocazione cristiana. Ha bisogno di guardare a Gesù Cristo, il redentore, in cerca di luce e di forza per venire incontro alle necessità di una società che ha fatto un grande progresso materiale, ma che talvolta è incerta su come rispondere alle esigenze dello spirito. Tale rinnovamento di fede dipende moltissimo da ognuno di voi.

Che Maria, la Madre di Gesù e madre della sua Chiesa, vi sostenga con le sue preghiere e che tutti i santi della Norvegia vi rafforzino.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LA CONFERENZA EPISCOPALE DELLA SCANDINAVIA

Oslo (Norvegia) - Giovedì, 1° giugno 1989

Carissimi confratelli.

1. “Pace a voi” (Gv 20, 19). Con la benedizione che nostro Signore risorto impartì agli apostoli io oggi saluto voi e i Pastori di queste fedeli Chiese locali dei Paesi nordici. Vi ringrazio di cuore per l’amichevole invito a compiere questa visita pastorale, che mi avete rivolto durante la vostra visita “ad limina” a Roma nel febbraio 1987. Mi rallegro con voi che questo incontro possa svolgersi, due anni e mezzo dopo, in piena armonia con le altre Chiese cristiane e con le altre comunità ecclesiali insieme alle autorità statali di ciascun Paese.

Il mio grazie va anche al presidente della vostra Conferenza Episcopale, il Vescovo Verschuren, per il suo fraterno indirizzo di saluto che egli, anche a nome vostro, mi ha rivolto. Desidero a mia volta ricambiarlo soprattutto di fronte al nuovo Pastore di Reykjavik, il Vescovo Jolson, che possiamo accogliere in mezzo a noi oggi per la prima volta.

2. Con ragione possiamo considerare il nostro incontro di oggi, come ha già sottolineato il vostro presidente, quale prosecuzione del fraterno scambio di idee che abbiamo avuto durante la vostra ultima visita “ad limina” a Roma. Nel volgere lo sguardo al passato, possiamo ringraziare dal profondo del cuore la Provvidenza divina che alcune istanze pastorali che allora avevamo avanzato ancora in forma di desiderio o di progetto, nel frattempo, con l’aiuto di Dio, sono divenute realtà. Penso soprattutto alla beatificazione del vostro grande testimone della fede, Niels Stensen, che ha avuto luogo in Vaticano il 23 ottobre del 1988. Possa il nuovo beato fare da intercessore in cielo ora come io già allora mi ero augurato: “Accompagni egli con la sua assistenza e il suo appoggio particolare il futuro cammino della Chiesa nelle vostre comunità” (Allocutio ad Episcopos Scandinavios occasione eorum visitationis “ad limina”, coram admissos, 2, die 26 febr. 1987 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 1 [1987] 430). Inoltre voi siete riusciti, nel frattempo, ad inaugurare a Stoccolma il progettato seminario per aspiranti sacerdoti che è aperto anche ad altre diocesi e che dovrà dare impulso e approfondire il lavoro pastorale e catechetico nelle vostre Chiese locali. Io saluto la fondazione di questa nuova e prestigiosa istituzione e domando per voi la benedizione di Dio per un fruttuoso adempimento dei compiti che vi siete dati. Al tempo stesso riconosco che questa mia stessa visita pastorale rappresenta una tangibile conferma dell’ulteriore progresso delle relazioni ecumeniche tra le Chiese cristiane e le comunità ecclesiali nei vostri Paesi nordici. Rappresenta anche una conferma delle aperture del Concilio Vaticano II e in questo anche voi – come proprio ora è stato sottolineato nell’indirizzo di saluto – riconoscete una delle principali direzioni del vostro compito pastorale. Proprio lo sviluppo dell’ecumenismo nei vostri Paesi ci dà motivo di ringraziare Dio per aver potuto superare negli ultimi decenni molte accuse e malintesi e per avere messo a fuoco i molti elementi che abbiamo in comune. Anche se molto cammino è rimasto da percorrere sulla strada della pienezza della fede e della comunione ecclesiale è tuttavia molto importante che i cristiani, di fronte alla crescente scristianizzazione del mondo di oggi, facciano insieme tutto quanto è possibile e augurabile. Perseverate dunque nel dialogo ecumenico e nella collaborazione fiduciosa con le comunità cristiane non cattoliche. Dio vi conceda che anche questa mia visita pastorale possa contribuire ad una più profonda comprensione reciproca e ad un più deciso sforzo comune per raggiungere la piena unità nell’amore e nella verità di Gesù Cristo.

3. Come avevo messo in rilievo nel mio discorso durante la vostra visita “ad limina”, tutte le Chiese cristiane si trovano di fronte, nella società di oggi, alla comune sfida della secolarizzazione. Il senso di una verità trascendente e di una vita divina si è molto affievolito o è quasi scomparso in molti uomini. In un mondo secolarizzato, che basta a se stesso e che si impegna solo per se stesso, la religione e la Chiesa sembrano non avere più alcuna utilità. E anche tra i cristiani la fede, nella vita concreta di tutti i giorni, ha perso la sua forza. Questo fatto non è estraneo alla diminuzione della frequenza nelle chiese e della preghiera nella vita dei singoli e delle famiglie. L’allontanamento di molti battezzati dalla vita comunitaria della Chiesa continua a crescere. Si diffonde un relativismo a tutti i livelli che nega e mette in pericolo le verità assolute del cristianesimo mettendo sullo stesso piano, senza differenze, le diverse visioni del mondo.

Questi fatti preoccupanti non possono e non devono mai diventare per la Chiesa, per noi Vescovi, e per i nostri sacerdoti e fedeli motivo di pusillanimità e rassegnazione. Per questo nel nostro incontro di oggi desidero incoraggiarvi e richiamarvi affinché non siate rassegnati di fronte al processo di secolarizzazione e al deterioramento della vita di fede. È giunto il momento di recuperare le fondamenta perdute della fede attraverso comuni sforzi, rinnovati e rafforzati. Questo è un dovere che si fa sempre più pressante e totalizzante. Io, in altre occasioni, e già molte volte, l’ho definito con la parola “nuova evangelizzazione” di cui necessita non solo la società moderna ma anche vasti settori della Chiesa stessa. È perciò necessario che il dovere primario e più importante dei Vescovi e dei sacerdoti nel nostro tempo sia proprio questo: dedicarsi alla trasmissione fedele delle verità di fede e ad un suo continuo e persistente approfondimento. Questa istanza pressante trova rispondenza nella frase della Bibbia che voi avete scelto per la mia odierna visita pastorale: “Vai in tutto il mondo e annuncia la Buona Novella a tutti gli uomini”. È lo stesso comandamento di Cristo che ci obbliga a rifondare su base missionaria la nostra pastorale nella moderna società industriale.

4. Ecco come dobbiamo nuovamente portare la nostra testimonianza di cristiani: vivere davvero come giovani e come Chiesa di Gesù Cristo nel tessuto vivente del Vangelo per riportare alla luce nel nostro mondo il volto nascosto di Dio. Solo da una riflessione sui fondamenti e le radici della nostra fede può nascere una nuova vita. Il presupposto di tutto ciò risiede in una seria presa di coscienza della Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Allora, come dice san Gerolamo: “Chi non conosce la Scrittura, non conosce Cristo”.

Ascoltare con attenzione la Parola di Dio e diffonderla con coraggio e fiducia è un compito che spetta soprattutto a noi Vescovi e ai nostri sacerdoti. La mediazione della fede attraverso la Parola, i sacramenti e il servizio dell’amore ci permette, innanzitutto, di apparire come veri e propri testimoni di Gesù Cristo. Essere testimoni significa: impegnarsi con tutta la propria esistenza alla diffusione della fede. Soltanto chi ha meditato la Parola di Dio nel profondo del proprio cuore può trasmetterla in modo credibile agli altri. Da questo consegue la grande necessità che i sacerdoti e i loro collaboratori pastorali, che a motivo del loro incarico sono obbligati a trasmettere la fede, ricevano una adeguata preparazione e una formazione permanente affinché il messaggio di gioia di Gesù Cristo possa giungere agli uomini in modo convincente anche nel nostro tempo.

La Chiesa vive e diffonde la sua fede in modi diversi: nelle comunità e nelle parrocchie, nelle associazioni e nei gruppi – ciascuno secondo le proprie realtà concrete. Ma il nucleo più importante – viste anche le possibilità limitate dovute alla vostra situazione di diaspora – rimane la famiglia, vissuta e organizzata secondo principi cristiani, che il Concilio Vaticano II definisce come una “sorta di Chiesa domestica” nella quale i genitori “devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede” (Lumen Gentium , 11). Trasmettere la fede richiede soprattutto un colloquio fiducioso tra le generazioni in modo da giungere ad uno scambio di esperienze religiose e ad un reciproco arricchimento. Ancora una volta è la famiglia il luogo naturale per esercitare questo colloquio nella fede. Per questo motivo desidero ancora una volta raccomandarvi una cura e una attenzione particolare per la pastorale della famiglia e della gioventù.

Dalla perdita dei valori morali fondamentali deriva soprattutto lo sradicamento della morale di coppia e familiare. Di fronte alla crescente pratica del divorzio e alla perdita generalizzata del senso del peccato, che ad essa è legata, noi abbiamo il pressante dovere di comunicare agli uomini l’autentico insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia in una più profonda catechesi di fede così come è scritto dettagliatamente nella esortazione apostolica Familiaris Consortio .

5. Come dice l’Apostolo la fede viene dall’ascolto (cf. Rm 10, 14). Perciò dobbiamo come priorità inserire nei nostri progetti pastorali e nella nostra azione l’annuncio vivente e la fiducia nella Parola di Dio attraverso le prediche, la catechesi, nella famiglia e nell’insegnamento della religione e nel lavoro con i giovani. Al servizio della Parola spetta la precedenza rispetto a qualunque altra cosa, anche rispetto a qualcosa di molto importante e necessario. Ciò di cui hanno bisogno gli uomini e ciò che – forse anche inconsapevolmente – attendono è il messaggio di liberazione del Regno di Dio che è già in mezzo a noi, che guarisce e trasforma il mondo. Da qui ha origine il giusto orientamento spirituale e morale per la vita.

Attraverso questa nuova evangelizzazione che viene oggi richiesta si giunge ad una fede cattolica intatta e alla morale della Chiesa cui si è vincolati. Ma soprattutto da una nuova evangelizzazione scaturisce la realtà di trasmettere, predicare e diffondere i fondamenti della fede così come sono, ogni credente riceve la visione e il valore della vita e del mondo nella sua totalità e nel suo pieno significato soltanto da Gesù Cristo. Mi riferisco ad ogni spirito religioso, attraverso il quale le famiglie e le comunità, i nostri paesi e l’Europa possano ritrovare veramente la loro impronta cristiana.

6. Tornate dunque, cari confratelli, alle vostre diocesi dopo questo nostro incontro, nella legge e nello spirito di Gesù Cristo con nuovo coraggio e fiducia e annunciate la buona Novella a tutti gli uomini. Conosciamo la grandezza del nostro compito e anche le sue difficoltà, incontrate soprattutto nel mondo di oggi e in particolare nella situazione di diaspora delle vostre Chiese locali. Cercate dunque insieme ai vostri sacerdoti e ai vostri collaboratori pastorali i mezzi e i modi migliori per diffondere ancora più pienamente e più efficacemente nel nostro tempo il messaggio di Cristo.

In questa occasione desidero ringraziare dal profondo del cuore voi, i vostri sacerdoti e tutti i collaboratori laici: proprio voi che finora, con ogni forza, vi siete impegnati nelle vostre diocesi e nelle vostre parrocchie per una vita cristiana attiva e fruttuosa. Siate sempre consapevoli del fatto che, anche in una situazione di diaspora delle vostre Chiese locali, voi non siete una parte dimenticata, né perduta. Anche nella “dispersione” siete in molti modi legati ai cristiani di altri paesi e con la Chiesa di tutto il mondo che vi offre attraverso numerose iniziative, degne di ogni lode, sostegno e appoggio fraterno nel vostro lavoro pastorale. Anche per questo vi rivolgiamo il nostro comune e sincero grazie.

Ma soprattutto, nella vostra viva fede, siate sempre felici perché Dio è sempre al vostro fianco e fa crescere e prosperare con la sua grazia i vostri semi e le vostre piante nella sua vigna. Anche da questo deriva la nostra testimonianza di fede e la trasmissione della nostra fede nella sua forma più alta, nella celebrazione del servizio divino, nell’ascolto comunitario della Parola di Dio, nella lode e nella preghiera, nell’offrire e nel ricevere i sacramenti: anche nella liturgia della Chiesa nella quale non più noi, ma Cristo stesso, è il protagonista, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che è l’origine e il centro di tutta la vita cristiana e della Chiesa. Laddove due o tre sono raccolti nel nome di Cristo, Cristo è in mezzo a loro, così come egli stesso ci ha detto: è in mezzo a loro. (cf. Mt 18, 20). Dove arriva Cristo, là è la Chiesa, là è l’inizio del Regno di Dio in questo mondo.

Dio onnipotente e pieno di bontà, che è diventato in Cristo “il nostro “Emmanuele”, il nostro “Dio con noi”” vi dia forza e vi guidi ancora nel vostro compito episcopale. Egli benedica voi e le vostre Chiese locali e faccia crescere tra di voi il Regno della verità e dell’amore. Sia lodato Gesù Cristo.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE L’INCONTRO ECUMENICO NELLA SALA DI RE CRISTIANO IV

Castello di Akershus di Oslo (Norvegia) Giovedì, 1° giugno 1989

Caro Vescovo Aarflot, cari amici.

1. In questa gioiosa occasione il mio cuore è ricolmo di gratitudine e lode a Dio onnipotente, che ci ha riuniti nel nome del suo amato Figlio, Gesù Cristo.

Sono venuto in Norvegia innanzitutto per visitare i miei fratelli e le mie sorelle cattolici, per incoraggiarli e confermarli nella loro fede, così come Gesù ha pregato Pietro di fare per il suo gregge (cf. Lc 22, 32). Ma sono venuto anche in uno spirito fraterno di rispetto e amore per salutare tutti i cristiani, che attraverso la fede e il Battesimo sono rinati ad una vita nuova. Sono venuto qui come un fratello in Cristo, nella speranza che la mia visita possa essere per tutti i popoli un segno concreto dell’amore infinito di Dio.

Per questo motivo desidero ringraziare tutti voi, rappresentanti della Chiesa luterana e delle altre Chiese e comunità ecclesiali in Norvegia, per la vostra presenza qui. Sono particolarmente grato a lei, Vescovo Aarflot, per le sue cortesi parole di benvenuto questa sera e in modo particolare per la sua gradita lettera dello scorso anno, in cui mi ha detto che la visita del Papa in Norvegia era attesa con gioia e aspettativa. Poiché ella è stato uno degli osservatori ecumenici al Sinodo straordinario dei Vescovi tenutosi a Roma nel 1985 per celebrare il ventesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, lei ha contribuito alla preparazione del rapporto che gli osservatori hanno sottoposto al Sinodo. In esso si legge fra l’altro: “Desideriamo ringraziarvi per la fiducia che avete riposto nelle nostre Chiese. Non ci avete visti come estranei o rivali, e noi non ci siamo sentiti tali. Ci avete accolti come fratelli in Cristo attraverso la fede e il battesimo, anche se non ancora in comunione perfetta” (Information Service, SPCU, 60, 20). Oggi, in Norvegia, anche io posso dire di essere stato accolto non più come un estraneo o un rivale, ma come un fratello in Cristo, e di ciò mi rallegro moltissimo.

2. Il nostro desiderio di avvicinarci sempre di più è rafforzato dal fatto che protestanti e cattolici in Norvegia condividono un’eredità comune. Il Vangelo è stato portato qui secoli fa, assai prima degli avvenimenti del sedicesimo secolo. L’unica Chiesa fioriva in questo Paese, nutrita dalla testimonianza di cristiani impegnati quali il grande martire sant’Olav, al quale guardano sia cattolici che protestanti come fonte di ispirazione. Questa storia degli inizi e in stridente contrasto con il periodo successivo alla riforma, quando, per oltre quattrocento anni, fra amarezze e sospetti, i cristiani divisi si sono reciprocamente sbarrati le porte. Per tutti questi secoli siamo coesistiti nella separazione. Nonostante ciò rimaneva una certa comunione, anche se imperfetta (cf. Unitatis Redintegratio , 3).

La comune eredità di protestanti e cattolici in Norvegia - le loro radici comuni - è tanto più importante oggi, in quanto il movimento ecumenico crea nuove possibilità e una nuova speranza che un giorno possa essere ristabilita l’unità fra i seguaci di Cristo. Come afferma il Concilio Vaticano II: “Il Signore dei secoli . . . ha incominciato a effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unione” (Unitatis Redintegratio, 1). Oggi con la grazia di Dio non cerchiamo altro che quella pienezza di unità fra i cristiani che Cristo voleva per la sua unica e sola Chiesa.

3. Il ristabilimento della comunione nella piena unità che perseguiamo, esige un impegno comune al compito ecumenico. Non posso mai abbastanza sottolineare quanto profondamente questo impegno sia divenuto una parte irrevocabile della vita della Chiesa cattolica. Il Concilio Vaticano II ne ha stabilito la direzione nel suo storico decreto sull’ecumenismo nel 1964. Il nostro nuovo Codice di Diritto Canonico ha cercato di applicare l’insegnamento conciliare affermando ancora una volta che “per volontà di Cristo” la Chiesa è impegnata a promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani (cf. Codex Iuris Canonici, can. 755, §1 ). Chiarisce inoltre che è dovere del Vescovo promuovere l’ecumenismo trattare con umanità e carità coloro che non sono in piena comunione con noi (cf. Codex Iuris Canonici, can. 383 §3 ). Il Sinodo straordinario dei Vescovi nel 1985 ha osservato che “l’ecumenismo si è iscritto profondamente e indelebilmente nella coscienza della Chiesa” (Synodi Extr. Episc. 1985, Relatio Finalis, II, C, 7).

Sono consapevole che fra i cristiani esistono diverse interpretazioni del significato e dello scopo del ministero del Vescovo di Roma, anche quando questo ministero è un servizio all’unità. Personalmente mancherei gravemente al mio dovere quale successore dell’apostolo Pietro se non cercassi costantemente e con forza di promuovere l’unità fra i cristiani. Lo faccio in obbedienza a Cristo che voleva l’unità fra i suoi discepoli e in risposta alla grazia dello Spirito Santo che è all’opera nel promuovere questa unità nel nostro tempo (cf. Unitatis Redintegratio, 1).

Da parte sua, la Chiesa luterana di Norvegia ha dato allo stesso modo contributi significativi al movimento ecumenico. Un riconoscimento speciale va tributato alla memoria del Vescovo Berggrav e del professor Einer Moland, due grandi campioni dell’ecumenismo. Più recentemente - a Stavanger nel 1985 - la Chiesa luterana di Norvegia ha ospitato l’assemblea plenaria della commissione sulla fede e l’ordine. Questa non è stata soltanto un’espressione di generosa ospitalità, ma anche la manifestazione di una crescente consapevolezza del fatto che, nonostante la fede cristiana metta radici nelle culture individuali, essa trascende anche ogni distinzione di razza e nazione.

4. L’impegno all’ecumenismo è anche un impegno alla preghiera e al dialogo. In carità, fiducia e sincerità fraterna, senza interpretare erroneamente le nostre importanti differenze, cerchiamo attraverso il dialogo nella preghiera di raggiungere la pienezza di comunione. Nel far ciò noi impariamo ad apprezzare la reciproca diversità e le esperienze uniche di vita cristiana. Cerchiamo di giungere ad una pienezza di amore e di verità: nelle parole di san Paolo, “secondo la verità nella carità” (Ef 4, 15). Solo in questo modo il dialogo teologico può produrre frutti durevoli.

Al termine del Concilio Vaticano II, nel suo discorso di commiato agli osservatori delegati, Papa Paolo VI disse che “quale risultato del Concilio noi abbiamo iniziato nuovamente ad amarci l’un l’altro, conformemente alle parole di Cristo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35; cf. Pauli VI Allocutio in Basilica S. Pauli extra Moenia, die 4 dec. 1965)”. Ma la pienezza dell’amore che perseguiamo attraverso il dialogo implica anche pienezza di verità. “Per loro io consacro me stesso” dice Gesù. “Perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19). L’unità nell’amore dovrebbe condurre all’unità nella fede, unità nella verità di Cristo.

Il dialogo sulla piena verità della fede è fondamentale per la questione della nostra condivisione dell’Eucaristia. I cattolici credono fermamente che la celebrazione dell’Eucaristia è la suprema espressione della fede della Chiesa. Ma quando nella liturgia il celebrante si rivolge alla comunità dicendo: “Proclamiamo il mistero della fede”, cattolici e protestanti devono riconoscere che non possiamo ancora proclamare una fede comune nel mistero dell’Eucaristia e della Chiesa. La posizione cattolica sulla condivisione dell’Eucaristia non intende offendere i nostri compagni nel dialogo. Piuttosto essa è un’espressione della nostra profonda convinzione, radicata nella nostra dottrina e in sintonia con un’antica pratica, che l’Eucaristia può essere condivisa soltanto da quanti sono in piena comunione fra loro.

Il problema della condivisione eucaristica non può essere risolto prescindendo dalla nostra comprensione del mistero della Chiesa e del ministero al servizio dell’unità. Tutti questi problemi sono in rapporto fra loro. Attendiamo con ansia il giorno - e dobbiamo pregare e lavorare duramente per raggiungerlo in cui, professando insieme l’unica fede in Cristo ricevuta dagli apostoli, potremo condividere il suo Corpo e il suo Sangue di nuovo quali membri della stessa famiglia di fede. Così avrebbe dovuto essere dalle origini. Questo deve essere l’obiettivo comune del dialogo e lo scopo della nostra costante preghiera.

Il dialogo inoltre ci aiuta a trovare i fondamenti della comune testimonianza cristiana nel mondo e dell’azione comune per alleviare le sofferenze dell’umanità e per promuovere la giustizia e la pace. E mia preghiera che il popolo cristiano della Norvegia, nonostante le sue divisioni, continui ad essere unito nell’alleviare le sofferenze e nel promuovere l’autentico sviluppo dell’umanità quale parte della sua comune testimonianza al Vangelo.

Sono lieto di apprendere che diversi dialoghi bilaterali e multilaterali vengono portati avanti oggi in Norvegia. Desidero menzionare in particolare il dialogo fra la Chiesa luterana di Norvegia e la Chiesa cattolica, che è dovuto all’iniziativa personale del Vescovo Aarflot. Questo foro di discussione è dedicato allo studio di documenti emanati dalla Commissione Internazionale del Dialogo luterano/cattolico che da molti anni è occupata nello studio di temi di grande importanza ecumenica sia per i luterani che per i cattolici. Giunto alla sua terza fase, il dialogo attualmente si sta occupando degli importanti problemi della giustificazione, ecclesiologia e sacramentalità. I risultati di questo dialogo devono successivamente essere valutati ufficialmente dalle autorità che hanno promosso il dialogo. Questo è un passo di importanza vitale che i partecipanti al dialogo internazionale hanno richiesto più di una volta.

5. Cari fratelli e sorelle, cari amici in Cristo: nella sua lettera agli Efesini, san Paolo li sollecitava ad essere zelanti “cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace, (perché vi è) un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti”(Ef 4, 3-6).

Questo passaggio viene oggi proclamato a noi: nelle nostre Chiese, nel nostro insegnamento, nella preghiera personale e nella meditazione dei discepoli di Cristo ovunque. Dobbiamo accoglierlo come una sfida ecumenica e allo stesso tempo come un’affermazione della nostra vocazione cristiana. Che le parole di san Paolo possano condurci ad una comunione di fede ancora maggiore, ad una più profonda pienezza di amore e verità, affinché, superando ogni divisione, possiamo essere del tutto uno in Cristo.

Vi ringrazio ancora una volta per il vostro cordiale benvenuto e prego affinché gli sforzi positivi che state compiendo al servizio del Signore per promuovere l’unità dei cristiani, possano portare abbondanti frutti, per amore del Vangelo del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo. La grazia e la pace siano con tutti voi. Amen.

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA, FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto Internazionale «Fornebu» di Oslo (Norvegia) Giovedì, 1° giugno 1989

Signora primo ministro, membri del governo, confratelli Vescovi, eccellenze, amato popolo della Norvegia.

1. Qui, sul suolo della Norvegia, sono pienamente consapevole dello speciale significato di questa occasione. Per la prima volta in assoluto un Vescovo di Roma, un successore dell’apostolo Pietro, è giunto in Norvegia e nei Paesi nordici. Non vengo come rappresentante di un interesse politico o nazionale, ma come testimone del Vangelo di nostro Signore e salvatore Gesù Cristo, come un fratello profondamente preoccupato del benessere dei suoi fratelli e delle sue sorelle in ogni parte del mondo. Vengo in Norvegia come un amico, pieno di stima e di amore per il suo nobile popolo e per la sua millenaria eredità cristiana.

2. Le mie parole di saluto sono dirette innanzitutto a sua maestà re Olav V e ai membri della famiglia reale, che sono ansioso di incontrare.

A lei, signora primo ministro e ai membri del governo esprimo il mio apprezzamento e la mia gratitudine per tutto ciò che avete fatto per rendere possibile questa visita e per il caldo benvenuto che mi avete esteso.

3. Assicuro ai Vescovi e ai membri della comunità cattolica che è con intensa gioia che effettuo questa visita pastorale. Sono immensamente grato a Dio la cui amorevole provvidenza mi consente di assolvere al ministero petrino anche grazie al contatto personale con le Chiese locali in molte parti del mondo. Attraverso l’Eucaristia e attraverso la preghiera la nostra unione nella fede e nell’amore si rafforzerà; insieme potremo proclamare la nostra fedeltà a Cristo e ricevere da lui la forza per un servizio cristiano ancora più intenso.

4. Il mio pellegrinaggio in Norvegia è anche in risposta al cortese invito della Chiesa luterana a partecipare ad un servizio di preghiera per l’unità dei cristiani presso la cattedrale Nidaros, il venerato santuario nazionale in cui è sepolto sant’Olav, re e martire. Vi ringrazio, cari fratelli e sorelle luterani, per questa gentilezza e per il clima di amicizia e di comprensione ecumenica che essa dimostra.

La mia visita ai Paesi nordici è una conferma dell’impegno della Chiesa cattolica nel compito ecumenico di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. Venticinque anni fa il Concilio Vaticano II ha insistito chiaramente sull’urgenza di questa sfida alla Chiesa. I miei predecessori hanno perseguito questo obiettivo con perseverante attenzione alla grazia dello Spirito Santo, che è la fonte divina ed il garante del movimento ecumenico. Fin dall’inizio del mio pontificato ho fatto dell’ecumenismo una priorità della mia sollecitudine ed azione pastorale. Voglia Dio che la mia visita ci porti sempre più vicini a quella piena comunione nella fede e nell’amore che Cristo stesso voleva per i suoi seguaci (cf. Gv 17, 21).

5. Sono venuto nei Paesi nordici come un pellegrino spirituale per onorare la memoria dei santi che hanno chiamato alla fede i vostri antenati, che hanno portato loro il Battesimo e dato coraggiosa testimonianza a Cristo, fino al punto di versare il proprio sangue per amor suo. I grandi santi del Nord erano uomini e donne profondamente immersi nel proprio contesto storico, persone che sapevano come applicare il messaggio dell’amore eterno di Dio - rivelato in Gesù Cristo - agli importanti problemi della loro gente e del mondo che li circondava. Il loro esempio ci parla ancora oggi delle profonde verità e valori su cui si è fondata tutta la civiltà europea e in cui si è sviluppata la vostra cultura norvegese, verità e valori che nulla hanno perso della loro importanza per la società contemporanea, poiché rivelano “la sfera più profonda dell’uomo” e conferiscono “significato alla sua vita nel mondo” (cf. Redemptor Hominis , 10). Ricordare gli eventi e gli influssi che hanno formato una nazione significa comprendere meglio le fonti della sua attuale direzione storica.

6. Qui a Oslo, desidero lodare la speciale attenzione che la Norvegia di oggi riserva alla promozione e alla tutela della libertà e dei diritti umani. In ambito internazionale avete manifestato il vostro appassionato interesse per il benessere di altri popoli e vi impegnate a levare la voce ovunque la dignità umana ed i diritti umani fondamentali sono minacciati o violati. La Norvegia è generosa nell’offrire assistenza ai paesi in via di sviluppo. I vostri soldati - non senza sacrificio - hanno un ruolo importante nel contingente di pace delle Nazioni Unite. Tutte queste forme di solidarietà manifestano la maturità della vostra vita nazionale e la vostra consapevolezza dell’interdipendenza dei popoli nel raggiungere livelli più alti di sviluppo e maggior partecipazione alla vita sociale e politica. Si serve stabilmente la pace quando si soddisfano le più profonde aspirazioni dei popoli alla giustizia, alla libertà e alla dignità.

Signora primo ministro, anche il suo lavoro come presidente della commissione per lo sviluppo e l’ambiente ha contribuito a sviluppare una nuova consapevolezza per quanto riguarda il bisogno di collegare lo sviluppo alla protezione dell’ambiente.

7. La Norvegia, e in effetti tutta la Scandinavia, ha aperto le sue porte a molti rifugiati costretti a fuggire dalla propria patria in cerca di salvezza e libertà. Essi hanno perso tante cose care e voi avete dato loro nuova speranza. Da voi hanno ricevuto una genuina compassione e assistenza umanitaria. Venendo qui hanno dovuto adattarsi a molte cose che erano loro estranee, ma, a vostra volta, voi avete ricevuto da loro i tesori del loro retaggio culturale e spirituale. Li amerete e li servirete al meglio se consentirete loro di preservare e sviluppare le loro qualità uniche. So bene che molti dei vostri nuovi immigrati sono cattolici, e sono ansioso di incontrarli nel corso di questa visita.

8. Signora primo ministro, cari amici Norvegesi: esprimo nuovamente la mia gratitudine per il benvenuto che mi avete dato. La mia permanenza fra voi sarà breve ma intensa. Possa essa servire a rafforzare l’amicizia fra di noi, un’amicizia confermata fin dal 1982, quando sono stati stabiliti rapporti diplomatici pieni fra la Norvegia e la Santa Sede.

“Ja, Vi Elsker Dette Landet.” (Sì, noi amiamo questo Paese) (Excerptus “Inno Nazionale”).

“Gud velsigne Norge!”. (Dio benedica la Norvegia).

“Gud velsigne hele det norske folk!”. (Dio benedica il popolo norvegese).

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI GIOVANI DELLA FONDAZIONE «LES ORPHELINS APPRENTIS D’AUTEUIL»

Castel Gandolfo - Venerdì, 28 luglio 1989

Cari giovani, cari amici.

Certo voi vi aspettate che anche il Papa faccia la sua parte! In questo caso, il mio compito sarà più breve e più facile del vostro!

Per prima cosa, vi esprimo la mia profonda riconoscenza. Anche se questa venuta a Castel Gandolfo rappresentava per voi un bel sogno e una festa, avete avuto da risolvere dei problemi organizzativi. Ma, al di là di questo, la mia gratitudine ha per oggetto la vostra commedia musicale. Mi ha enormemente colpito.

Desidero congratularmi con gli attori, i cantori, i musicisti, i coristi, i tecnici. Nella sua parte, ciascuno è stato perfetto. Nel suo armonioso sviluppo, la vostra opera mi ha fatto pensare - con vivo desiderio - all’avvento di una società in cui le necessarie differenze e le indispensabili complementarietà possano realizzare il magnifico e benefico concerto degli individui e dei popoli.

Infine, voglio incoraggiarvi a far conoscere più ampiamente la vostra creazione artistica, soprattutto tra i giovani. Se la figura biblica del giovane Gionata è commovente, per la sua morte prematura sul monte Gelboè e, prima, per le sue grandi sofferenze a causa della rivalità tra suo padre, il re Saul, e David, la vostra rappresentazione descrive in qualche modo tutta la gioventù contemporanea segnata da difficili prove. Voi le avete ben descritte, non occorre ripeterle. Insomma, “Gionata, seme d’amore” è “il mistero della sofferenza vinta dalla speranza”, il superamento morale e spirituale di tutti i Gionata del mondo. Questo “mistero”, nel senso medievale del termine, ricorda molto il “Mistero della Passione e della Risurrezione di Gesù di Nazaret”. Siete riusciti a presentare con uno stile attuale la più grande sfida o il più grande paradosso della storia: la Croce, simbolo di tutte le forme di sofferenza, può condurre alla luce e alla vita. La vostra opera, o meglio la vostra testimonianza di giovani ha già riacceso la speranza in tanti cuori. Sarebbe bello che altri giovani nel mondo, nella propria cultura, realizzassero un lavoro simile al vostro, per dischiudere dappertutto le porte della speranza.

Affido a Cristo, redentore dell’uomo, le vostre persone, le vostre intenzioni, e l’opera ammirabile del vostro fondatore, il beato Daniel Brottier. Raccomando ugualmente alle vostre ferventi preghiere l’esito del grande raduno per i giovani di Santiago di Compostela.

E ora vi imparto di cuore la mia apostolica benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI RAPPRESENTANTI DEL MOVIMENTO «AIDE A TOUTE DÉTRESSE - QUART MONDE»

Giovedì, 27 luglio 1989

Cari amici.

Voi siete felici e commossi di vivere questo incontro a nome di tutte le famiglie collegate con il movimento “Aide à toute dètresse - Quart Monde”. Vi assicuro che sono anch’io lieto e commosso quanto voi. Qualcuno, invisibile ai nostri occhi mortali ma vivo presso il Signore, condivide la nostra gioia: è il padre Joseph Wresinski.

Mentre parlavano i vostri rappresentanti, li ascoltavo con profonda attenzione e pensavo - ricordando una forte espressione dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani - che l’umanità continua a gemere nelle doglie del parto. L’evento difficile, il parto doloroso di un mondo di dignità e di fraternità, di giustizia e di pace! Tutte le forme di povertà di cui voi soffrite, e con voi tante altre famiglie, sono uno scandalo. È uno scandalo insopportabile, dal momento che queste realtà di povertà sono il risultato della libertà degli individui e delle nazioni, che si tramuta in egoismo, in potere, in indifferenza o perfino in emarginazione. Ci sono dei poveri, molti poveri, che non ne possono più. Allora si rassegnano alla fatalità del destino. Altri piangono e protestano contro l’opulenza e lo sfruttamento dei paesi ricchi. Altri subiscono la tentazione di accusare Dio. Qui, nel più grande rispetto delle vostre credenze, mi permetto di parlare di una visione del mondo che nasce dalla fede cristiana. Le sofferenze, così come il male, non vengono da Dio. Hanno la loro sorgente nella libertà umana mal compresa e mal utilizzata, persino traviata. Gli uomini non sono dei robots - questa è insieme la loro grandezza e la loro possibilità di caduta -, sono capaci del bene e del male. Ma la libertà autentica, che ha bisogno di educazione a livello delle persone e dei popoli, è capacità di apertura agli altri, di slancio profondo di pietà e di solidarietà nelle disgrazie, di volontà costante di costruire la pace nella giustizia. Meraviglia e ambivalenza della libertà! È dunque necessario - e lo sarà sempre - lottare, con lucidità, con determinazione non violenta, contro le povertà umilianti e contro le strutture che le mantengono o le accrescono.

Detto questo, e tenendo conto delle situazioni descritte, il mio compito è di rafforzare in voi almeno due convinzioni in grado di mantenere viva la vostra speranza e di orientarvi con risolutezza sul cammino già iniziato della vostra liberazione.

La missione della Chiesa è essenzialmente di carattere spirituale. Ma essa non può dimenticare che il suo Fondatore è stato il difensore e l’amico dei poveri. Nel corso della sua storia, bisogna riconoscere che molto essa ha fatto. E se, in un qualche momento, la Chiesa ha dato l’impressione di restare inerte accanto alla miseria dell’uomo, dei santi si sono levati a suscitare dei volontari della carità evangelica, della solidarietà con i poveri. Vorrei ricordare solo san Vincenzo de’ Paoli, universalmente conosciuto, o anche la beata Anne-Marie Javouhey, che ha operato per la liberazione degli schiavi negri. Attraverso le sue organizzazioni caritative o socio-caritative fondate in tutti i paesi, la Chiesa cerca di venire in aiuto di tutte le povertà, con il rispetto e la tenerezza del suo divino Fondatore, ma anche con le qualità umane di perspicacia e di obiettività, di metodo e di perseveranza. Essa veglia, almeno per i movimenti che da lei strettamente dipendono, perché nessuno possa rivendicare una sorta di monopolio della miseria e del suo affronto. La convergenza o la complementarietà delle organizzazioni di aiuto e promozione è indispensabile. Incoraggio vivamente il vostro movimento “Aide à toute dètresse - Quart Monde”, davvero meritevole, a esaminare e valutare la possibilità di un rapporto più stretto o anche nuovo con i responsabili delle Chiese particolari o anche con le Conferenze Episcopali. L’azione concertata è sempre una forza, specialmente di fronte alle terribili situazioni di povertà di tutto il mondo.

Desidero stimolare in ciascuno di voi un altro convincimento, affinché lo partecipiate a tutti i vostri fratelli e sorelle nella miseria. I poveri possono e debbono essere i salvatori dei poveri. La Chiesa non può compiere da sola tutto questo lavoro. I governi svolgono il loro ruolo nel vegliare a un’equa distribuzione dei beni nei loro paesi. Per quanto riguarda le vostre possibilità di collaborare alla vostra liberazione, sembrerebbe - e molte esperienze lo confermano - che la vostra presa di coscienza matura, cui fanno seguito delle iniziative ben preparate presso le istanze socio-politiche di una città, di una regione, di un paese possa ottenere se non proprio una soluzione completa, almeno delle soluzioni graduali. Inoltre, la ripresa continua del dialogo con le autorità competenti valorizza i delegati del vostro movimento, responsabilizzandoli gradualmente, e può condurre a risultati impressionanti. Dalla sua fondazione, “Aide à toute dètresse - Quart Monde” ha fatto davvero molta strada. Oltre a questi interventi ben ponderati e condivisi da tutti i membri dell’associazione, dovunque si trovino, è importante sensibilizzare coloro che hanno dei beni, non classificandoli tutti come oppressori. Molti responsabili dell’economia e dell’industria - che hanno gravi problemi da risolvere - hanno bisogno di una giusta informazione. In questo voi potete forse lavorare armonizzando il lavoro di informazione con altre realtà simili alla vostra, confessionali o meno.

Tutte queste intenzioni, in famiglia e come eco alle vostre, non costituiscono delle dichiarazioni solenni. Il Papa, contrariamente ad alcune convinzioni dell’opinione pubblica sulle sue possibilità, non può e non deve sostituirsi ai legittimi responsabili della vita di un paese. La sua missione è di risvegliare le coscienze. Le coscienze dei cristiani e anche dei responsabili delle nazioni. Ovunque, dove mi è stato dato di compiere delle visite pastorali, non ho mancato di farlo. E ancora lo farò.

Cari amici, siate certi che la causa dei poveri è nel mio cuore. E voi, più che mai, abbiate coraggio e fiducia!

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SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II AI FEDELI DI CASTEL GANDOLFO

Venerdì, 21 luglio 1989

Saluto cordialmente Castel Gandolfo, tutti i cittadini di questa amata città legata alla permanenza del Papa durante le vacanze. Saluto le autorità, il signor Sindaco, la Giunta Comunale. Saluto poi la parrocchia ed il padre parroco che è qui, davanti a me, e tutti i parrocchiani e le parrocchiane. La parrocchia di Castel Gandolfo fa parte della diocesi di Albano. Allora saluto anche la diocesi di Albano ed il Vescovo di Albano, monsignor Bernini.

Castel Gandolfo, durante le vacanze, è accogliente. Non solamente accoglie il Papa, ma anche gli altri ospiti, i pellegrini, i villeggianti. Allora saluto tutti i nostri ospiti, le diverse comunità, le comunità religiose che si vedono qui, come anche altri gruppi, associazioni che trascorrono le ferie estive vicino a questo Lago di Albano. Auguro a voi come a me una buona permanenza a Castel Gandolfo.

Penso che Castel Gandolfo abbia esperienza nell’offrire una buona permanenza ai Papi. Allora possiamo essere sicuri che lo si ripeterà anche quest’anno. E già l’undicesimo anno della mia permanenza estiva a Castel Gandolfo. Tutti e due abbiamo qualche esperienza: gli abitanti di Castel Gandolfo ed il Papa.

Mi auguro anche la vostra preghiera. Anzi mi raccomando alla vostra preghiera, alla preghiera di tutta la comunità cristiana ed in modo speciale dei sofferenti, di coloro che possono attribuire alla loro preghiera anche quel grande peso dell’amore e del sacrificio che costituisce la grazia della loro vocazione e nello stesso tempo la croce della loro vocazione. La croce ci ha portato la grazia e sempre ci porta la grazia di Gesù Cristo.

Allora mi raccomando a Gesù Cristo che è dappertutto lo stesso e vive fra noi. Dove sono due o tre riuniti nel suo nome, egli si trova al loro centro.

Mi affido anche alla sua Madre, che è sempre vicina a lui e, a causa sua, sempre vicina a noi, perché ci è stata lasciata come Madre di tutti: Ecco il tuo figlio.

Così saluto Castel Gandolfo nella prima serata del nostro incontro. Speriamo che ci saranno ancora altre circostanze per ripetere questi incontri e forse approfondirli. Sia lodato Gesù Cristo.

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SANTUARIO MARIANO DI OROPA E VALLE D’AOSTA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI GIOVANI DELLA VAL D’AOSTA DURANTE L’INCONTRO DI PREGHIERA A LES COMBES

Les Combes (Aosta) - Giovedì, 20 luglio 1989

Preparandoci alla benedizione conclusiva di questa nostra preghiera, preghiera sinodale per introdurre il Sinodo diocesano della diocesi di Aosta, vorrei fare una breve riflessione sulla circostanza in cui questa nostra preghiera ha luogo. Ecco, la Val d’Aosta, ecco le montagne, le Alpi. In queste montagne tante persone, persone di questa terra, Italiani, ospiti di altre terre di diverse nazionalità, tutti vengono qui. Vengono con una speciale sfida.

Le montagne sono una sfida. Le montagne provocano l’uomo, la persona umana, i giovani, e non solamente i giovani, a fare uno sforzo per superare se stessi. Ciascuno di noi potrebbe camminare sulle strade, sulle piazze delle nostre città con tutte le comodità, e viaggiare, perché oggi camminare vuol dire sempre di più usare un veicolo. Invece qui nelle montagne si viene per trovarsi davanti a una realtà geografica che ci supera e ci provoca ad accettare questo superamento, a superare noi stessi. Superare noi stessi. E si vedono questi camminatori, si vedono questi turisti, questi alpinisti, questi scalatori qualche volta eroici che, seguendo la parola tacita, la parola maestosa, l’eloquenza perenne delle montagne, camminano, scalano superando se stessi per arrivare alle vette molte volte tra difficoltà, molte volte con una speciale tecnica alpinistica. Ecco la Val d’Aosta, la vostra regione, la vostra patria ci parla di questo grande problema umano: superare se stesso.

L’uomo è chiamato a superare se stesso. È chiamato non solamente alle montagne nella sua dimensione fisica, corporale. È chiamato da Dio in Gesù Cristo. Ecco la mistica montagna di tutte le generazioni di tutta la storia umana: Gesù Cristo, in cui l’uomo è chiamato da Dio a superare se stesso e ad attingere il suo destino soprannaturale: soprannaturale e, nello stesso tempo, pienamente umano, mostratoci in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

Ecco il cammino, il cammino spirituale, il cammino della vita cristiana, il cammino che provoca, che sfida, che invita ciascuno di noi, specialmente voi giovani perché, per voi giovani, Cristo in un senso speciale è la via, la verità e la vita. Per noi tutti e per ciascuno, ma per voi che vi trovate all’inizio del vostro cammino, della vostra esperienza esistenziale, Cristo in senso speciale è via, verità e vita. E ci invita come in un certo senso ha invitato i due discepoli di Emmaus, che camminavano da Gerusalemme a Emmaus, forse fuggendo, sfuggendo da quella città in cui avevano vissuto la tragedia del loro maestro. A un certo momento Cristo, sì crocifisso, sì sepolto, camminava con loro e spiegava loro il mistero della sua Passione, il suo mistero pasquale come era iscritto in tutta la tradizione veterotestamentaria dei profeti. Non poteva essere altro il Messia, non poteva essere altro il Cristo. Solamente così, solamente attraverso la Croce, fino alla Risurrezione. Questo per lungo tempo non poterono capirlo. Ma venne un momento in cui poterono capirlo. “In fractione panis”.

Ma vorrei tornare ancora una volta a questo “camminare” alpinistico così tipico delle montagne della vostra regione, la Val d’Aosta, le più superbe montagne delle catene alpine, le più superbe montagne di tutta l’Europa. Si vede che questi camminatori alpini, scalatori mai camminano da soli. Specialmente se hanno un programma alpinistico più ambizioso e più rischioso, camminano sempre in due, in tre, in quattro. Possiamo dire che il modo di fare l’alpinismo è un modo “sinodale”. Si deve trovare una strada comune, un cammino comune, e questo è anche il metodo tradizionale della Chiesa, che viene dalla esperienza dei dodici, dal Cenacolo e poi si trasferisce nelle generazioni sempre nuove.

La Chiesa nel suo cammino spirituale ha trovato e poi confermato il metodo sinodale.

Camminare insieme, incontrarsi, incontrarci, trovare una strada comune, una strada in cui noi due, noi tre, noi cento, noi diecimila stiamo insieme per arrivare a quella meta spirituale che è la vita in Gesù Cristo, per arrivare personalmente, collegialmente nella dimensione della comunità di una diocesi, di una provincia ecclesiale, di un popolo, di tutta la Chiesa.

Ecco, si vede come le esperienze degli alpinisti e le esperienze dei cristiani sono vicine, perché qui e là c’è una sfida. Bisogna superare se stessi, bisogna rispondere a colui che ci ha superato: Gesù Cristo. Ma non ci ha superato per lasciarci nella nostra situazione bassa. Ci ha superato per insegnarci come superare noi stessi, come trovare la vita con lui, come realizzare in lui la nostra vita, il nostro cammino, come scoprire in lui la pienezza della verità.

Queste sono le mie riflessioni ispirate anche un po’ dalle circostanze esterne, ma soprattutto indirizzate a voi giovani, che siete qui insieme con il vostro Vescovo e con i vostri sacerdoti, siete in questa riunione diocesana per pregare e anche per introdurre l’esperienza sinodale tra voi e in tutto il Popolo di Dio della diocesi di Aosta. Vi ringrazio per questo incontro, ringrazio tutti i presenti. Fra voi sono anche gli alpini, questa parte famosa dell’esercito italiano tanto legata alle montagne, alle Alpi. E ci sono anche altri rappresentanti della regione, della cultura regionale. Saremo molto lieti di ascoltarli, e poi anche di osservare, di vedere con compiacimento le loro caratteristiche danze regionali.

Per tutto questo ci vuole anche il fuoco. Cercheremo di fare questo fuoco, poi cercheremo anche di risolvere quel difficile problema ecclesiologico che ci ha posto il vostro Vescovo; se questa sera non ha parlato nessuna donna, ma solamente un giovane, e non una giovane, c’è sempre una Madonna che sta fra noi e che ci guarda coi suoi occhi materni e ci parla più di ogni giovane, maschio o femmina, e ci parla più di ogni sacerdote, di ogni apostolo e di ogni Papa. Vi lascio, per il futuro della vostra diocesi e specialmente di questo Sinodo che comincia il suo cammino, con questa “Donna”, a cui si riferisce nel senso supremo tutto quello che possiamo dire nella Mulieris Dignitatem . E adesso, insieme col vostro Vescovo, voglio offrire a tutti una benedizione.

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SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI INTROD

Introd (Aosta) - Domenica, 16 luglio 1989

Sia lodato Gesù Cristo.

Fratelli e sorelle carissimi, voglio salutare tutti i presenti, tutti i parrocchiani, di questa parrocchia di Introd, diciamo parrocchiani per tutto l’anno, come anche tutti coloro che sono parrocchiani estivi, tra i quali in questi giorni devo contare anche me stesso. Vi ringrazio per la vostra presenza, per la vostra riunione, vi ringrazio per le parole del signor sindaco ed anche per le parole del vostro parroco. Vi ringrazio per i doni molto significativi. Il primo di questi doni è san Paolo, apostolo delle genti, apostolo convertito. Ecco, sappiamo bene come nella conversione di Paolo che era un fariseo accanito nemico di Cristo, ci sia voluta tutta la forza di Cristo crocifisso e risorto. Ma poi egli è diventato un santo difficilmente paragonabile con tanti altri santi della Chiesa.

Allora san Paolo ci parla della conversione. E volevo dire che ci sono diversi modi in cui Dio ci invita alla conversione. Penso che anche la bellezza della natura è uno di questi modi, di questi mezzi per convertirci a Dio, per far alzare il nostro spirito verso ciò che è trascendente, ciò che supera tutto. Come si vede il superamento della natura nelle montagne, così anche si deve trovare un superamento di quello che è naturale, umanamente naturale che è solamente umano, superamento nel soprannaturale, nel divino. Certamente molte volte la montagna, come la natura in genere, è servita come un predicatore di Dio, testimone di Dio creatore, Dio onnipotenza, Dio di grandezza e Dio di bellezza.

Allora vi ringrazio per questo dono significativo, per questo dono che dice: se tu sei venuto nella nostra regione è perché anche tu devi convertirti, devi convertirti per portare bene il pastorale. Certamente il pastorale è lo strumento dei pastori nelle montagne che guidano le pecore; ma è anche strumento dei Pastori della Chiesa per guidare spiritualmente il Popolo di Dio. Grazie per questo dono offerto dalla vostra parrocchia.

Ringraziandovi per questa occasione d’incontro auguro a tutti di vivere da buoni cittadini in questa regione speciale. Si sa bene che la Val d’Aosta ha la caratteristica di essere bilingue. Una bella tradizione. Una bella realtà. Ma vi auguro anche di essere buoni parrocchiani, o in permanenza, o almeno in questi mesi estivi durante le vacanze. Vi auguro tutto questo di cuore e voglio insieme al vostro Vescovo di Aosta offrire una benedizione a tutti i presenti, alle persone a voi care, alla vostra comunità religiosa, ecclesiale e alla comunità civile.

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BENEDIZIONE DEL NUOVO MONASTERO DI CLAUSURA DELLE MONACHE CARMELITANE DI VALLE D’AOSTA-QUART

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI FEDELI DELLA VALLE D’AOSTA

Quart (Aosta) - Domenica, 16 luglio 1989

Carissimi fratelli e sorelle della Valle d’Aosta.

1. Prima di ogni altra cosa desidero esprimere la mia gioia di trovarmi ancora fra voi, dopo la visita pastorale fatta alla vostra diocesi nel settembre del 1986.

Saluto e ringrazio il Vescovo, le autorità civili e quanti hanno reso possibile e gradevole il soggiorno in questa meravigliosa località, che accoglie il visitatore con lo spettacolo suggestivo dei suoi panorami e lo conforta con la freschezza e la salubrità del suo clima.

Tre anni or sono, al termine della Messa, ebbi la gioia di benedire la prima pietra dell’erigendo monastero delle carmelitane. E dopo vi dissi, come ben ricordo, che in valle d’Aosta le pietre sono abbondanti, e quindi è facile costruire monasteri. Ma sapevo bene che unire insieme e cementare saldamente le pietre per farne un bel monastero, come quello che avete costruito, non sarebbe stato cosa facile. Se in così breve tempo tante pietre sono state unite ed hanno formato il vostro Carmelo, è perché i vostri cuori ed i vostri intenti si sono uniti per formare questa casa di preghiera, questa mistica dimora di Dio fra gli uomini.

Mi è stato detto che alla costruzione del monastero hanno contribuito con vero slancio numerose persone. C’è stato chi ha offerto il terreno, e chi l’artistico progetto; ci sono state poi le offerte di poveri e umili fedeli, che hanno affrontato non lievi sacrifici pur di vedere realizzata questa opera. Tra i sostenitori merita una doverosa menzione la vostra amministrazione regionale che mediante la concessione di un mutuo a lunga scadenza, ha permesso di condurre avanti i lavori senza particolari difficoltà. Su tutti i benefattori invoco la ricompensa del Signore, mentre esprimo loro il mio compiacimento.

2. Di fronte alle gravi difficoltà della Chiesa e del mondo contemporaneo, qualcuno potrebbe pensare che sia preferibile avere nella vostra diocesi suore di vita attiva, anziché di vita contemplativa. In altre parole; che agire valga più che pregare. In realtà non è così.

Senza togliere l’onore, il merito e la gratitudine alle care suore, che in mille modi testimoniano l’amor di Dio per i poveri, per i piccoli, per gli infermi, bisogna riconoscere che la Chiesa ha ancor più bisogno di anime dedite alla preghiera contemplativa, come è praticata nei monasteri. La contemplazione sta alle sorgenti dell’azione: da essa derivano le energie spirituali che sostengono il Popolo di Dio nel suo cammino verso la salvezza.

Una pagina celebre dell’antico testamento ci presenta Mosé che prega sul monte, mentre il suo popolo lotta per aprirsi la via che porta alla libertà della terra promessa. Mosé è la guida del Popolo di Dio; una guida che invece di combattere nella pianura sta sul monte a pregare. La cosa più ammirevole è che, finché Mosé prega, il popolo vince; quando invece interrompe la preghiera il popolo soccombe. Evidentemente dalla preghiera dipende la vittoria sugli ostacoli che il Popolo di Dio incontra sulla via della salvezza (cf. Es 17, 8-15).

3. Sul valore della vita contemplativa s’interrogò anche santa Teresa di Gesù Bambino, una carmelitana come quelle che verranno a popolare il monastero ora eretto ad Aosta. La santa trovò la risposta al suo problema nella lettera di san Paolo ai cristiani di Corinto (cf. 1 Cor 12-13), là dove l’apostolo presenta la Chiesa ed afferma che in questo corpo le membra sono molte e hanno tutte un compito specifico. Nella Chiesa non si può essere al tempo stesso apostoli, profeti o dottori, così come nel corpo l’occhio non può essere al medesimo tempo la mano o il piede o un altro membro. Le vocazioni sono diverse e tutte necessarie. Nella stessa lettera però si afferma che nella Chiesa c’è una “via migliore di tutte” è la via dell’amore (cf. 1 Cor 12, 31). Ora la vita contemplativa è precisamente questa via, “migliore di tutte”. Contemplare non è stare in ozio; è invece amare Dio e, in lui, amare tutta la umanità. Per amore dei fratelli le anime contemplative assumono nella loro vita e nella loro preghiera tutte le necessità del mondo per presentarle a Dio, tutto il male del mondo per espiarlo davanti a Dio.

La contemplazione, quindi, stimola e sostiene ogni forma di vita attiva nella Chiesa, ne è l’anima profonda e più vera. La presenza dei contemplativi in seno al Popolo di Dio compie lo stesso ufficio della presenza del cuore nel corpo umano; come il cuore, pur rimanendo nascosto, è all’origine di tutta l’attività che il corpo sviluppa, così la contemplazione, dal nascondimento, dà vita e santità alla Chiesa.

Quando santa Teresa scoprì questa verità, trasalì di gioia ed esclamò: “Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero annunziato il vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi che l’amore è tutto e abbraccia in sé tutte le vocazioni” (S. Theresia a Iesu Infante “Autobiogr.”).

4. Io son certo che il carmelo della Valle d’Aosta sarà un centro d’amore per Dio e per gli uomini, se le religiose che in esso confluiranno sapranno vivere la loro consacrazione in piena fedeltà allo spirito della fondatrice, santa Teresa d’Avila. Auspico che esso davvero divenga in breve tempo il cuore di questa comunità cristiana e stimoli un salutare movimento di fede in tutto il Popolo di Dio qui pellegrino. E vi auguro che dalle correnti di preghiera, che di qua saliranno al cielo nascano vocazioni sacerdotali e vocazioni religiose, di vita attiva e contemplativa; che di qua derivino santità per le famiglie, crescita in sapienza e grazia per le giovani generazioni, serenità per chi soffre nelle malattie del corpo e dello spirito, pazienza gioiosa per chi nel lavoro porta a compimento la opera della creazione; che di qua sorgano anche propositi di conversione per chi si è allontanato dalle vie di Dio.

Davvero ogni monastero è il cuore pulsante della comunità che l’ha voluto nel suo territorio. Voi, fratelli e sorelle della Valle d’Aosta, avete costruito il vostro carmelo proprio nel centro geografico della valle, quasi per affermare, anche visivamente, che il carmelo è il centro della diocesi.

5. Di tutto questo mi congratulo con voi e, in segno del mio compiacimento, imparto alle monache che presto giungeranno, ai progettisti dell’opera, ai benefattori, alle maestranze dell’impresa edile ed a tutta la Chiesa che vive in Valle d’Aosta la benedizione apostolica.

Al termine il Santo Padre ha pronunziato le seguenti parole:

Una parola di ringraziamento per questi doni. Essi hanno un fondamento realistico, ma anche un valore simbolico. Pensando soprattutto alle future carmelitane vedo che non mancherà loro la casa, la loro dimora con Dio e quella di Dio con loro e di tutti noi con loro e con Dio. Ma non mancherà anche qualche cosa da mangiare. Lo si vede subito. Sono i primi doni per la cucina carmelitana.

Lasciandovi, non posso non ricordare un elemento molto significativo. Ecco il carmelo della Valle d’Aosta porta il nome della Madre della misericordia. Allora il centro principale di questa devozione alla Madre della divina misericordia si trova abbastanza lontano da qui, in un paese certamente conosciuto di nome, in Lituania.

La nella città capitale della Lituania si trova questa famosa immagine della Madre della divina misericordia. Quella città si chiama in lituano Vilnius, in polacco Vilno. Allora qualche volta le vostre suore e con loro tutti voi dovete pellegrinare, fare un pellegrinaggio in questa terra che ha tanto bisogno della nostra comunione di preghiera, verso questo popolo coraggioso e tanto cattolico, tanto fedele alla sua tradizione cristiana e lituana.

Allora vi lascio anche questa ultima osservazione perché è parte della tradizione carmelitana. Vicino al santuario della Madonna di “Ausros Vartai”, Madonna della divina misericordia, si trovano i padri carmelitani, è uno dei loro posti pastorali e contemplativi.

Carissimi cittadini della Val d’Aosta, mantenete nei vostri cuori anche questa terra lontana e tanto vicina, attraverso la Chiesa, attraverso le tradizioni cristiane comuni, tanto vicina a noi, anche se geograficamente così lontana. Sia lodato Gesù Cristo.

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SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA POPOLAZIONE DI POLLONE

Pollone (Vercelli) - Domenica, 16 luglio 1989

Cari fratelli e sorelle.

1. L’essere qui tra voi, oggi, mi riempie lo spirito di gioia. E, pur nella brevità del tempo in cui questo nostro incontro fraterno si svolge, mi è caro salutarvi e incoraggiare le vostre aspirazioni ed i vostri propositi di fattivo impegno nella vita ecclesiale e civica di Pollone.

Rivolgo, innanzitutto, il mio saluto alle autorità religiose e civili presenti, ed elevo per esse la mia preghiera alla Vergine Maria, affinché con la sua materna intercessione ottenga loro di svolgere sempre i rispettivi compiti con zelo e dedizione, con integrità e saggezza.

2. Mentre ringrazio tutti voi, fratelli e sorelle carissimi, per questo gesto di affetto, che vi ha raccolti intorno alla mia persona, saluto i familiari di Pier Giorgio Frassati, in particolare la sorella signora Luciana Gawronska Frassati.

Sono stato poc’anzi presso la tomba di Pier Giorgio, illustre vostro concittadino. È anche per lui che sono venuto: volevo render omaggio ad un giovane che ha saputo testimoniare Cristo con singolare efficacia in questo nostro secolo. Mi congratulo con voi che potete annoverarlo tra coloro che hanno maggiormente onorato la vostra comunità. Ben a ragione voi lo considerate uno dei vostri: Pollone è, infatti, il luogo d’origine della sua famiglia, qui egli era solito trascorrere le sue vacanze, qui ha compiuto tappe significative del suo cammino di crescita umana e cristiana. Io vedo in tutto questo anche una prova della fecondità dei valori evangelici, propri delle vostre tradizioni: fioriture come questa possono svilupparsi soltanto su di un tronco che affonda le radici in un terreno ricco di fede.

Anch’io, nella mia giovinezza, ho sentito il benefico influsso del suo esempio e, da studente, sono rimasto impressionato dalla forza della sua testimonianza cristiana.

Mi piace sottolineare, in particolare, il suo impegno nella conferenza di san Vincenzo de’ Paoli e nell’Azione Cattolica, di cui egli resta uno degli esponenti più ricchi di fascino. La peculiare incisività della sua testimonianza nasce dal radicalismo della sua adesione a Cristo, dalla limpidezza della sua fedeltà alla Chiesa, dalla generosità del suo impegno missionario. Egli ha offerto a tutti una proposta che anche oggi non ha perso nulla della sua forza trascinatrice. Auguro a ciascuno, specialmente ai giovani, di saper trarre dalla sua rapida ma luminosa vicenda ispirazione e incitamento per una vita di coerente testimonianza cristiana.

3. Carissimi, la fede in Cristo impegna ogni credente all’osservanza lieta e generosa del comandamento della carità. Proprio la fede e la carità hanno contraddistinto la giovane figura di Pier Giorgio Frassati. Sappiate dunque essere persone attente al vero bene della vostra comunità.

La fede, vissuta in modo intelligente e generoso, favorisce anche il progresso civile e sociale, perché apre l’animo dei cittadini alla promozione di uno stile di convivenza fondato sull’amore del prossimo, sulla giustizia e sulla solidarietà. L’esperienza insegna che dall’accettazione volonterosa dei valori evangelici e delle norme etiche che li incarnano non deriva soltanto una adeguata risposta alle insopprimibili esigenze di beni spirituali che pulsano nel cuore umano, ma è stimolato anche il progresso umano nel suo insieme ed è facilitata la partecipazione ad esso da parte di tutti in modo completo e conforme alla dignità della persona.

4. Vi esorto, pertanto, ad accogliere con fiducia nella vostra vita il Signore Gesù, il cui messaggio evangelico si rivolge a tutti gli uomini. Quando egli parla “è la sua vita stessa che parla, la sua umanità, la sua fedeltà alla verità, il suo amore che abbraccia tutti” (Redemptor Hominis , 7). Con la forza suadente del suo insegnamento e del suo esempio egli ci propone modelli di comportamento veramente degni dell’uomo, perché fondati sulla sulla verità della comune chiamata a far parte della stessa famiglia di Dio. Quanto più l’uomo sa riconoscersi, in Cristo, figlio dell’unico Padre, che è nei cieli, tanto più compiutamente realizza se stesso sulla terra, aprendosi costruttivamente alla collaborazione con i fratelli.

Nell’affidarvi queste riflessioni, vi auguro di custodire sempre la vostra fedeltà alle nobili tradizioni di questa terra, e soprattutto di tener alto il sentimento cristiano e religioso, che vi caratterizza, mentre imparto di vero cuore a ciascuno di voi, ai vostri familiari, a tutti gli abitanti di Pollone e a tutti coloro che sono qui convenuti la benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA PARTENZA DA OROPA

Oropa (Vercelli) - Domenica, 16 luglio 1989

Prima di lasciare questo santuario di Oropa, vorrei ringraziare soprattutto la divina Provvidenza che mi ha concesso di essere qui come era mio grande desiderio da molti anni. In questo anno 1989, il mio desiderio si è potuto realizzare.

Ringrazio poi tutti quelli che mi hanno invitato, non solamente in forma ufficiale, come soprattutto il Vescovo di Biella, ma anche con l’invito meno formale che si ripeteva tante volte, improvvisamente, durante la udienze generali. “Quando vieni a Oropa? “Quando vieni a Oropa?”. Vorrei ringraziare soprattutto quelli che con la loro preghiera e con il loro sacrificio hanno fatto il “corpo” spirituale, il corpo, direi, “mistico” di questa visita, di questo pellegrinaggio, perché non poteva essere altro. Non poteva essere solamente una visita esterna, doveva essere un “pellegrinaggio della fede” che coinvolge la comunità della Chiesa.

Ringrazio pertanto tutti questi miei benefattori, che mi hanno aiutato a venire fin qui e a incontrarmi con la Madonna di Oropa, con il mistero di Maria vissuto in questo luogo splendido, montuoso, alpino; vissuto da tanti secoli nella fede, nell’esperienza cristiana di tante generazioni dei nostri antenati e altrettanto della nostra generazione. Ringrazio per tutto questo.

Così mi sono iscritto, come persona, come sacerdote, come Vescovo, come Papa in questa lunga fila dei pellegrini a Oropa; tra tutti questi con la stessa riconoscenza, con la stessa umiltà, con lo stesso amore al mistero di Maria Redemptoris Mater , al mistero del Verbo incarnato, al mistero stesso della Redenzione. Io mi faccio, insieme a voi, questo grande augurio di fede: possa crescere sempre nei cuori, nelle consapevolezze, nelle vite delle persone e delle comunità, questo mistero salvifico, questo mistero che ci porta sui cammini dei nostri destini, dei nostri destini soprannaturali: Dio stesso. Ecco il significato di un santuario mariano, un significato in cui acquista senso la vita di ciascuno di noi, l’esistenza terrena dell’uomo, del cristiano.

Io auguro a questo carissimo santuario di Oropa che svolga sempre la sua missione di dare significato alle esistenze della gente biellese, della gente di questa regione subalpina, della gente dell’Italia intera, dei paesi vicini e anche del mondo.

Il Padre celeste, il Figlio, lo Spirito Santo hanno destinato per la madre del Cristo questi luoghi privilegiati, in cui ella deve lavorare di nascosto. La sua missione è stata sempre nascosta. Era nascosta nel momento dell’Annunciazione, era nascosta durante tutta la vita di Gesù a Nazaret, a Betlemme, e sotto la Croce. Una missione umiliante, un’altra Croce nel cuore della madre. Era nascosta anche nel Cenacolo a Pentecoste e rimane così. Ma è la sua forza in questo nascondimento, la forza di Maria, la forza della serva, perché deve servire, deve servire nel grande destino di tutti noi di farci figli del Figlio di Dio, unico Figlio, eterno Figlio, suo Figlio. Di farci noi, poveri peccatori, figli di questo Figlio. Ecco la sua missione nascosta, la sua missione fruttuosa. Non so se si potrà alla fine di questa visita nella casa della Vergine Maria, augurare qualcosa a lei, ma se si potesse le augurerei soprattutto che la sua missione nascosta continui sempre dappertutto e sempre con più forza.

Maria, abbiamo bisogno di te! I nostri tempi sconvolti hanno bisogno di te! Della tua maternità, della tua missione nascosta. Allora ti auguriamo di essere sempre come hai detto nel momento dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la Serva del Signore”. Ti auguriamo di essere sempre questa serva del Signore per il bene dell’umanità.

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SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II AL SINDACO DI BIELLA

Biella (Vercelli) - Domenica, 16 luglio 1989

Sia lodato Gesù Cristo.

Vorrei ringraziare di cuore il signor sindaco di Biella per le parole rivoltemi in questo momento in cui sono tanto lieto di poter realizzare un mio desiderio che già da tanti anni ho portato nel cuore: il desiderio di pellegrinare, di fare un pellegrinaggio con tanti pellegrini italiani e forestieri a questo santuario di Oropa.

Sono molto grato per le parole rivoltemi, sono molto grato per la presenza, qui, dei cittadini, dei pellegrini, ma sono soprattutto grato alla Provvidenza per avermi dato la possibilità di essere qui con voi, di pregare la Madonna, qui, con voi e affidare la mia missione petrina alla protezione materna che oggi si esprime in modo specifico con la commemorazione del Carmelo, dello “scapolare” mariano. Vorrei a questa protezione, a questo scapolare mariano affidare la mia missione petrina nella Chiesa, in tutta la Chiesa, nella vostra terra e nel mondo. Sia lodato Gesù Cristo.

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PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II IN RICORDO DI MONSIGNOR PIETRO SALVATORE COLOMBO

Domenica, 16 luglio 1989

Ed ora, vorrei ricordare con voi nella preghiera la figura cara ed esemplare di monsignor Pietro Salvatore Colombo, Vescovo di Mogadiscio, morto domenica scorsa per mano di un ignoto assassino.

La sua scomparsa ha suscitato profonda commozione e rimpianto. Egli aveva fatto dono del suo sacerdozio alla missione in Somalia, prodigandosi con zelo e grande carità apostolica nella cura delle anime ed al servizio dei fratelli. La testimonianza che egli ha reso alla verità, le molte iniziative della sua sollecitudine per i bisognosi, l’opera di pace costantemente svolta restano in benedizione nella memoria di quella Chiesa e di tutto il popolo somalo. Per lui imploriamo la ricompensa che il Signore riserva al suo “servo buono e fedele”.

Il nostro pensiero affettuoso si rivolge ai familiari di monsignor Colombo, ai suoi confratelli dell’ordine francescano dei Frati Minori ed a tutti i missionari che, in ogni parte del mondo, spendono generosamente la loro vita per la causa del Vangelo, talora fino al supremo sacrificio. Li affidiamo alla protezione di Maria santissima, madre dolorosa, regina degli apostoli.

Una preghiera, infine, ed un ricordo di fraterna solidarietà per la piccola comunità cattolica della Somalia, che piange la perdita di una Pastore stimato ed amato: chiediamo al Signore di confortarla in questa prova dolorosa, affinché essa possa perseverare, con fiducia e con speranza, sul cammino tracciato da monsignor Colombo, per il bene di quella nobile e diletta nazione africana.

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PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA MESSA PER I CAPITOLARI DEI MISSIONARI SAVERIANI

Martedì, 11 luglio 1989

Siamo raccolti davanti all’altare per rinnovare il sacrificio della Croce, e per celebrare la carità di Cristo, presente in mezzo a noi, che mette nelle nostre mani il memoriale della sua Passione, morte e Risurrezione. Rinnoviamo il mistero del suo Corpo “dato” e del suo Sangue “versato per voi e per tutti”.

“Per tutti”: ecco, cari padri capitolari della pia società di san Francesco Saverio per le missioni estere, la ragione del vostro essere qui uniti e del vostro essere missionari. Non c’è vera missione infatti, se non si vive in profondità il mistero eucaristico, come comunione con Cristo: vivo, vero, sacramentalmente presente, agnello immolato per la salvezza di tutti gli uomini. Cari padri saveriani, non mediteremo mai abbastanza sulla ricchezza spirituale che ci viene da questa intima comunione di fede, di volontà, di pensieri e di sentimenti con Gesù eucaristico.

Ma non c’è neppure vera missione se non si vive il mistero eucaristico anche come comunione con i fratelli, con la Chiesa intera. È Paolo di Tarso che ce lo ricorda: “Dal momento che vi è un solo pane, noi, che siamo molti, formiamo un solo corpo: poiché tutti noi partecipiamo di questo unico pane” (1 Cor 10, 17). In realtà, il mistero eucaristico fonde in unità tutti i credenti che siamo noi, ma raggiunge virtualmente anche i non cristiani, perché l’Eucaristia ha una forza irradiante che tocca in qualche modo anche coloro, ai quali non brilla ancora la luce della fede.

Questa celebrazione liturgica, nel contesto del vostro capitolo generale, ravvivi in voi queste convinzioni profonde e accenda nel vostro cuore un nuovo slancio, un nuovo fervore, nuove energie per la causa missionaria di Cristo, sull’esempio del vostro venerato fondatore, il servo di Dio Guido Maria Conforti, del quale, come sapete, sono state riconosciute le virtù eroiche. Con questa Eucaristia vogliamo raggiungere e abbracciare il vasto campo delle vostre missioni e dei vostri missionari saveriani, sparsi in quasi tutti i continenti: la carità eucaristica li spinga e li sostenga nel loro sforzo apostolico di offrire ad ogni uomo la luce del Vangelo e nel loro impegno di rinnovata vitalità religiosa.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A S.E. IL SIGNOR BOODHUN TEELOCK, NUOVO AMBASCIATORE DI MAURIZIO PRESSO LA SANTA SEDE

Lunedì, 10 luglio 1989

Signor ambasciatore.

È per me un grande piacere accoglierla in Vaticano alla presentazione delle lettere che la accreditano come ambasciatore straordinario e plenipotenziario di Maurizio presso la Santa Sede. La ringrazio per le cortesi parole di saluto e augurio trasmesse da parte di sua eccellenza il governatore generale, il primo ministro e il popolo di Maurizio. La prego di ricambiare con l’assicurazione dei miei voti e le mie preghiere per la pace e il bene di tutti i suoi connazionali.

Ho notato con soddisfazione che lei ha ricordato l’impegno continuo della Santa Sede per la promozione della pace nel mondo e per un rispetto sempre maggiore della fraternità e solidarietà umana, così necessarie per la pace e lo sviluppo. La dedizione della Santa Sede alla causa della pace nel mondo e dello sviluppo autentico si basa sulla sua convinzione dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani. Ho sottolineato nella mia lettera enciclica “Sollicitudo Rei Socialis ” il legame intrinseco che esiste tra l’autentico sviluppo e il rispetto dei diritti umani personali, sociali, economici e politici. Non è possibile limitare lo sviluppo solo agli aspetti economici, poiché questo troppo spesso riduce la persona umana a un semplice oggetto, un mezzo per la produzione e il profitto. Piuttosto, il carattere morale dell’autentico sviluppo e la sua necessaria promozione sono garantiti quando viene assicurato il più rigoroso rispetto delle esigenze che nascono dall’ordine della verità e del bene, adeguato alla persona umana (Sollicitudo Rei Socialis cf. 33).

Desidero incoraggiare l’impegno del suo governo per salvaguardare il diritto alla libertà religiosa. Nel mio messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1988 ho affermato che la libertà di praticare la propria religione tocca la profondità autentica dello spirito umano ed è come la ragion d’essere delle altre libertà. Essa rende possibile la ricerca e l’accettazione della verità sull’uomo e sul mondo e perciò rende possibile agli uomini giungere ad una più profonda comprensione della loro dignità personale. Più ancora, la libertà religiosa aiuta le persone ad assumersi con più grande responsabilità i propri doveri. Una relazione onesta con la verità è una condizione per la libertà autentica (cf. Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1988, 3 die 8 dec. 1987 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X 2, [1987] 1331).

Lei ha parlato della mia prossima visita pastorale a Maurizio in ottobre. Come lei sa, verrò a Maurizio come Vescovo di Roma e Pastore supremo della Chiesa cattolica, per testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo e per rafforzare nella fede i miei fratelli e sorelle cattolici. Attendo di poter vedere di persona la vita della Chiesa di Maurizio, il cui dinamismo apostolico ben conosco e a cui desidero rendere onore elevando alla dignità cardinalizia l’infaticabile Vescovo Jean Margèot. Sono grato della possibilità di visitare il suo paese e offrire al suo popolo una parola di incoraggiamento nella ricerca della solidarietà con le altre nazioni del mondo.

Vostra eccellenza ha parlato della stima del suo governo e del suo popolo per l’impegno della Chiesa nel lavoro per migliorare le condizioni della società. La Chiesa considera questo impegno come una conseguenza della sua missione religiosa (cf. Gaudium et Spes , 42). Attraverso le sue diverse attività nel campo dell’educazione come pure nell’assistenza caritativa ai malati e ai bisognosi, essa cerca di essere una fonte di comprensione e pace, di sviluppo e solidarietà per tutto il suo popolo. Attraverso i suoi sforzi per promuovere l’armonia tra i diversi gruppi etnici, culturali e religiosi la Chiesa opera in accordo con la sua più intima natura, poiché è, “per il suo rapporto con Cristo, segno sacramentale e strumento di intima unione con Dio e di unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium , 1).

Lei ha detto, signor ambasciatore, che sarà suo compito, come rappresentante del suo Paese, animare e rafforzare i vincoli di amicizia e collaborazione tra Maurizio e la Santa Sede, e desidero assicurarle la piena collaborazione dei diversi dicasteri della Santa Sede.

All’inizio della sua missione, colgo l’occasione per assicurarla delle mie preghiere, e invoco su vostra eccellenza, il governo e il popolo di Maurizio l’abbondanza delle benedizioni di Dio onnipotente.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI BAMBINI TERREMOTATI DELL’ARMENIA

Lunedì, 10 luglio 1989

Mi è veramente caro ricevere in udienza voi tutti, cari rappresentanti dell’associazione “Insieme per la Pace”, che, con la presidente signora Maria Pia Fanfani, avete voluto accompagnare qui i bambini armeni, i quali, dopo aver trascorso, per vostro interessamento, un periodo di vacanza nella colonia marina di Jesolo, nel Veneto, sono oggi di passaggio a Roma nel loro viaggio di ritorno in patria.

Vi ringrazio per questa gradita visita e soprattutto per la benemerita iniziativa umanitaria, che la vostra associazione ha compiuto in favore di questi bambini, i quali hanno potuto trascorrere un periodo sereno in Italia grazie alle gentili premure ed alla solidarietà di tutti voi.

Il Signore vi renda merito perché vi siete prodigati per questi cari bambini, duramente provati dalle conseguenze di quell’immane terremoto, che nello scorso autunno ha causato così gravi rovine in quella nobile terra.

In pegno della mia benevolenza imploro su di voi la continua assistenza divina e vi imparto la mia benedizione.

Il Papa ha poi salutato i bambini in lingua armena:

Carissimi figli e figlie . . .

Avendo appreso la notizia del terremoto nel dicembre scorso, avevo sofferto molto, mi ero sentito vicino a voi e avevo pregato per voi.

Ormai questo brutto momento è passato e nei vostri cuori si sono risvegliate di nuovo la vita, la gioia e la speranza.

Venendo in Italia voi avete voluto ringraziare questo popolo che ha manifestato amore, simpatia e solidarietà verso la vostra Patria.

Accogliendovi nel loro paese, le ragazze e i ragazzi Italiani hanno visto in voi bontà, disciplina e gratitudine verso di essi.

Oggi approfittando della gioiosa occasione di accogliervi vi raccomando di amare Dio, nel cui nome benedico voi, i vostri cari e la vostra Patria.

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PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA MESSA PER I PELLEGRINI POLACCHI

Domenica, 9 luglio 1989

Nel nome della Santissima Trinità saluto tutti coloro che partecipano a quest’assemblea eucaristica: tutti i sacerdoti, i religiosi, i pellegrini dalla Polonia, i gruppi parrocchiali o altre comunità.

Ci uniamo nella preghiera eucaristica, nell’Eucaristia. Portiamo a questo altare allestito nei giardini vaticani, tutte le nostre cose quotidiane, le cose dei nostri cari, di coloro che portiamo nel cuore e di cui siamo responsabili, le questioni familiari e quelle delle nostre comunità, parrocchie, ambienti di lavoro, vicinato, e le questioni di tutta la nostra Patria. Ci uniamo a tutti i nostri connazionali in Patria, nel nostro Paese, ed a coloro che vivono all’estero.

Siamo solo una piccola parte di questa grande comunità e desideriamo parlare a Dio a nome di tutti e sottoporre i problemi di tutti alla sua maestà santissima in quest’offerta, nella quale il pane e il vino sono il nostro dono. Ma si tratta solamente di un dono-materia. Il vero dono in quest’offerta è Cristo stesso, il suo Corpo e il suo Sangue, il suo sacrificio in Croce, la Passione e la morte, la Risurrezione e l’Ascensione, tutto il suo mistero pasquale. Possa contenere questo mistero pasquale tutte le nostre cose quotidiane, tutti i nostri sacrifici, tutte le nostre preoccupazioni e le speranze relative alla vita dell’umanità intera ed in particolare relativi alla vita ed al futuro della nostra Patria terrena.

Raccomandiamo questa nostra preghiera e il nostro sacrificio alla Madre di Cristo, regina della Polonia, di Jasna Gora ed a tutti i nostri santi patroni.

Dopo la Messa, prima della benedizione il Papa conclude con le parole seguenti.

Preghiamo ora la Santissima Trinità affinché conceda una benedizione a tutti noi che abbiamo partecipato a questa Eucaristia, chiediamo una benedizione per tutti coloro che abbiamo portato qui nel ricordo e nel pensiero, invochiamo una benedizione per la nostra Patria, specialmente nel difficile momento che sta vivendo attualmente.

“Dio, Governatore e Signore delle Nazioni, non farci allontanare dalle tue mani e dalla tua disciplina, e con l’aiuto di Maria, la nostra Regina Santissima, benedici la nostra Patria, affinché rimanga sempre fedele a Te e porti la gloria al tuo nome, e conduca i suoi figli alla felicità. Dio eterno ed onnipotente, dacci un profondo e sincero amore verso i fratelli e verso la nostra amatissima Madre Patria affinché dimenticando i vantaggi personali possiamo servire onestamente il Paese e il tuo popolo. Per Cristo nostro Signore”.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’EQUIPAGGIO DEL SOMMERGIBILE BRITANNICO «HMS TURBOLENT»

Sabato, 8 luglio 1989

Cari amici.

È un grande piacere ricevervi qui, ufficiali e uomini del “HMS Turbolent”, in visita ufficiale nel porto di Napoli. Nel salutarvi, estendo un caloroso benvenuto alle vostre famiglie ed amici di casa.

Avete desiderato far visita al Papa durante il vostro viaggio, e sono lieto di questa opportunità di incoraggiarvi a seguire gli ideali di pace che sono al centro dei vostri doveri navali. Anche quando vi sottoponete a un rigido addestramento alla difesa ed imparate a maneggiare armi sofisticate, il vostro dovere primario è costruire la pace e salvare vite umane. Questo richiede coraggio ed impegno personale.

Nell’attuale momento di diminuzione delle tensioni internazionali e riduzione nella corsa agli armamenti tra Est e Ovest, il vostro impegno deve essere orientato senza dubbio al rafforzamento del clima di pace. La pace autentica non potrà essere raggiunta per un semplice processo di disarmo progressivo, per quanto questo vada visto positivamente; la pace si alimenta piuttosto nel rispetto della dignità propria di ogni persona e nella promozione di uno spirito di fraternità nell’intera famiglia umana. Cristo, nostro fratello, che nelle parole di san Paolo “è la nostra pace” (Ef 2, 14), ci ha insegnato che il comandamento più grande è quello dell’amore, un amore che supera le barriere nazionali e i blocchi politici ed è rivolto verso tutti.

Oggi esprimo una fervida speranza che è anche una preghiera: nell’adempimento del vostro dovere testimoniate sempre l’amore di Dio vivendo in amicizia e rispetto nello spirito di fraternità che conduce alla pace.

Il Signore vi protegga mentre solcate i mari. Sia la stella che vi guida nella ricerca per essere strumenti della sua pace.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI DIPLOMATICI LATINOAMERICANI

Venerdì, 7 luglio 1989

Egregi signori e signore.

È motivo di soddisfazione avere questo incontro con voi, funzionari del corpo diplomatico latinoamericano, che avete concluso a Firenze un corso di specializzazione in relazioni internazionali, patrocinato dal ministero degli esteri italiano.

Ringrazio per le gentili parole che uno di voi, a nome di tutti, ha avuto la cortesia di rivolgermi e che riflettono anche i sentimenti di tanti vostri concittadini che vedono nella Chiesa e nella sua missione evangelizzatrice una voce che difende la pace, la libertà, la giustizia e i diritti dell’uomo.

Sono qui rappresentati tutti i paesi latinoamericani che ho visitato o spero di visitare. Il fatto stesso di aver partecipato insieme a questo corso, deve stimolarvi a lavorare solidalmente per accrescere progressivamente l’intesa e la necessaria cooperazione fra i popoli e le nazioni, tanto necessari ai giorni nostri. Infatti, il vostro mandato, come diplomatici, è lavorare per il dialogo, la pace, la convivenza e lo sviluppo integrale delle nazioni. Questi sono degli obiettivi che meritano la maggior attenzione possibile e le migliori energie.

La Chiesa, da parte sua, cerca di promuovere la crescita umana e spirituale, come anche il progresso morale, a tutti i livelli sociali, affinché ogni persona possa godere pienamente della sua dignità. Così, la Chiesa cerca di dare testimonianza del senso trascendente dell’esistenza umana senza dimenticare la necessaria solidarietà che unisce tutti gli uomini, figli di Dio, nella costruzione di un mondo sempre più fraterno.

Concludendo questo gradito incontro, chiedo a Dio che vi ispiri e aiuti nel vostro alto e importante incarico, affinché possiate affrontarlo con spirito aperto e generoso, con un deciso spirito di servizio e profonda coscienza morale. A lui raccomando le vostre persone e le vostre famiglie, insieme agli abitanti dei vostri paesi, mentre imparto di cuore la mia benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PADRI CAPITOLARI DELLA PICCOLA MISSIONE PER I SORDOMUTI

Venerdì, 7 luglio 1989

Cari padri della Piccola Missione per i sordomuti!

1. Sono lieto di questo incontro con voi, in occasione del capitolo generale, che si aprirà il 14 luglio, giorno anniversario del pio transito da questa terra del vostro venerato fondatore, il servo di Dio don Giuseppe Gualandi.

Vi sono grato di questa visita, che mi consente di manifestarvi il mio apprezzamento per l’opera tanto benemerita che svolgete a favore delle persone prive dell’udito. Essi non potrebbero arrivare alla conoscenza dei misteri della fede e a ricevere consapevolmente i sacramenti senza un appropriato intervento educativo specifico, che di ciò li renda capaci.

Il capitolo generale riveste una importanza tutta particolare per la vita della vostra congregazione sia nei riguardi del rinnovamento per un maggiore fervore nella donazione al Signore, sia nei riguardi della attività, che essa svolge.

L’impegno fondamentale, che vi attende, sarà quello di riflettere sulla vita religiosa e sulle modalità in cui viverla, secondo il carisma concesso da Dio al vostro fondatore: egli vi ha indicato che la vostra vita dev’essere basata sulla fede e sull’amore a Dio e ai fratelli, e ispirata certamente alla fedeltà e alla generosità di modo che sia sorgente di santificazione per voi stessi e per le persone, alle quali prestate servizio per amore del Signore.

L’altro impegno del capitolo riguarderà la vostra attività specifica di missionari dei sordomuti. Oggi anche la vostra attività educativa si trova di fronte a impostazioni educative, che mettono in crisi le formule del passato. Occorre apertura e disponibilità per avviarsi su strade nuove. Sarà necessario mettere la vostra esperienza specifica e qualificata di educatori cristiani a disposizione di coloro che desiderano impegnarsi nel campo della pedagogia e della didattica, specificamente riservate ai sordi.

2. Alle persone non udenti - sia nel periodo della crescita che durante la maturità - è necessaria l’istruzione religiosa come base della loro vita civile e cristiana. Esse non devono rimanere emarginate fra il Popolo di Dio. Se non vi è qualcuno che si avvicini loro con amore e li educhi nella fede, essi “nulla sanno di Gesù e di Maria”, come osservava il vostro fondatore.

Bisognerà perciò porsi in atteggiamenti di ascolto e di ricerca per comprendere i segnali che certamente Dio vi invia per indicarvi nuove forme di attività e di apostolato; è da auspicare che queste coinvolgeranno anche coloro ai quali prestate il vostro servizio educativo e apostolico, così che non solo imparino a vivere da buoni cristiani, ma diventino a loro volta ministri di salvezza per i loro fratelli.

A questo riguardo esprimo un vivo compiacimento per la organizzazione del movimento apostolico sordomuti (MAS), che già opera tanto efficacemente per la diffusione del Regno di Dio tra i non udenti con il buon esempio di vita cristiana, con la preghiera e con la generosità, anche mediante testimonianze concrete di amore verso i fratelli di altri paesi, bisognosi di aiuto anche materiale.

3. Il Signore vi ha dato una dimostrazione chiara della sua volontà, aprendovi un vasto campo di azione missionaria per quanti sono privi dell’udito in Brasile e nelle isole Filippine, ove la vostra famiglia religiosa si sta sviluppando come segno che egli, padrone della vigna, vi chiama ad operare in mezzo a quelle popolazioni.

Gesù vi ha lasciato l’esempio commovente dell’amore che vi è necessario nell’esercizio della vostra nobile e grande missione quando ha guarito il sordomuto della decapoli, riferito dall’evangelista san Marco (cf. Mc 7, 35). Egli che fece udire i sordi e parlare i muti vi sarà sempre vicino con il suo amore onnipotente, affinché la vostra opera porti frutti abbondanti per il Regno dei Cieli.

La mia benedizione apostolica va ai membri della Piccola Missione - religiosi e religiose - a tutti i vostri collaboratori, agli alunni e alle alunne, in pegno di un’abbondante effusione di grazia, di luce, di forza per il vostro impegno di generosa dedizione nel vostro qualificato servizio.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELLO SRI LANKA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 7 luglio 1989

Cari fratelli nel Signore nostro Gesù Cristo.

1. Sono lieto di ricevervi, Vescovi dello Sri Lanka, per questo momento speciale di comunione collegiale durante la vostra visita “ad limina”. Siamo riuniti nel nome di Gesù, “il Pastore supremo” (1 Pt 5, 4) della Chiesa e il Signore e salvatore di noi tutti. Attraverso lui e nello Spirito Santo noi ringraziamo e lodiamo il Padre per la presenza della Chiesa nello Sri Lanka. La potenza del Vangelo si è radicata nel buon terreno che è la “Perla dell’Oriente” e ha fatto crescere la Chiesa.

Il cortese indirizzo di saluto dell’Arcivescovo Fernando a nome vostro e di tutti i vostri sacerdoti, religiosi e fedeli è stato molto gradito. Ciascuno di voi rappresenta una delle dieci Chiese locali dello Sri Lanka, e pertanto desidero tramite voi inviare il mio affettuoso saluto nel Signore Gesù e l’assicurazione del mio ricordo nella preghiera a tutto il Popolo di Dio affidato alle vostre cure pastorali. Con le parole di san Paolo vi dico: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, radicati e fondati nella carità” (Ef 3, 17).

Ho fiducia che voi tutti, come io stesso, sarete rafforzati dal nostro incontro di oggi, in cui rinnoviamo il vincolo dell’unità, della carità e della pace (Lumen Gentium , 22) che ci lega insieme in quanto successori degli apostoli nel Collegio Episcopale. Fratelli miei, come “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4, 1) vi conforti la verità che non lavorate da soli, ma siete sostenuti dal successore di Pietro e dall’intero Collegio dei Vescovi. Incoraggio ciascuno di voi nel vostro ministero pastorale e rendo grazie a Dio per “il vostro impegno nella fede, la vostra operosità nella carità e la vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 1, 2).

La vostra presenza qui porta testimonianza alla verità che il Signore Gesù ha scelto Simon Pietro come pastore di tutto il gregge (cf. Gv 21, 15 s.) e lo ha reso principio e fondamento dell’unità della Chiesa, nella fede e nella carità. Il nostro incontro ci consente di rinnovare ancora una volta la professione di fede di Pietro in Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16).

2. Nella mia sollecitudine pastorale per le vostre Chiese locali, desidero confermarvi la mia solidarietà con il popolo dello Sri Lanka, terribilmente provato dalla continua violenza, dal terrorismo e dai conflitti armati. Seguo con grande preoccupazione la vostra complessa situazione. Nella ricerca di una riconciliazione giusta è necessario rispettare le legittime aspirazioni dei diversi gruppi implicati. È mia fervida preghiera che le diverse componenti etniche e religiose della società cerchino di seguire la strada del dialogo e del negoziato perché si possa trovare una giusta soluzione ai problemi che impediscono una pace duratura.

In mezzo ai continui conflitti e divisioni nello Sri Lanka, Dio vi ha affidato “il ministero della riconciliazione” (2 Cor 5, 18), e davvero voi vi siete impegnati con abnegazione in questo compito. Conosco le numerose e chiare dichiarazioni della Conferenza Episcopale negli ultimi anni. Vi invito a perseverare in questa missione particolare che è segno di speranza viva, anche quando certe situazioni possono portare molti allo scoraggiamento. In questo voi siete chiamati ad essere testimoni del mistero pasquale nelle concrete circostanze della vita, testimoni che offrono la luce radiosa della speranza cristiana, soprattutto nei giorni dell’oscurità e della paura.

Soprattutto con la testimonianza cristiana la Chiesa può condurre al reciproco rispetto tra i diversi gruppi etnici, culturali e religiosi. Cercando di influenzare l’ordine temporale attraverso la sua missione come lievito evangelico (cf. Mt 13, 33), essa si dedica a lavorare in ogni cosa che rafforza la dignità e lo sviluppo umano. Essa manifesta la sollecitudine per l’unità incoraggiando la gente a rifiutare i pregiudizi, condannando il terrorismo, cercando di migliorare la qualità dell’educazione e della sanità, e promuovendo quelle condizioni che possono allentare le tensioni etniche e assicurare la pace.

3. Ricordo con soddisfazione la celebrazione nel 1986 del centenario della fondazione della gerarchia nello Sri Lanka, e questo ci rimanda a un tema costante nell’insegnamento del Concilio Vaticano II sull’Episcopato, e cioè l’unità. Il Concilio insiste sull’importanza dell’unità del successore di Pietro con i Vescovi, dei Vescovi gli uni con gli altri, dei Vescovi con i sacerdoti, dei Vescovi con i religiosi e i laici. La vostra unità non si rispecchia soltanto nelle vostre dichiarazioni ufficiali, ma anche nel coordinamento delle iniziative pastorali in ciascuna diocesi e nelle relazioni con il governo civile in ciascuna provincia. È sempre necessaria un’ampia consultazione nelle vostre iniziative congiunte a nome della Chiesa dello Sri Lanka, e nello stesso tempo dovete rispettare l’autorità pastorale di ciascun Vescovo nella sua diocesi.

4. Nel compimento del vostro ministero pastorale ricordate sempre il mandato del Signore: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni . . . insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20). Come Pastori, la vostra vita deve essere centrata su questo mandato di Cristo di insegnare tutto ciò che ha comandato agli apostoli. Per prima cosa voi siete chiamati a predicare il Vangelo e “conservarlo sempre integro e vivo nella Chiesa” (Dei Verbum , 7). Questo richiede da parte vostra una costante vigilanza e fedeltà, che sono segno dell’amore pastorale per il vostro popolo.

5. Desidero esprimere la mia gratitudine a tutti i sacerdoti che vi assistono attivamente nella guida del gregge di Cristo affidato alle vostre cure. Come autentici fratelli dei vostri sacerdoti, cercate con comprensione e compassione di condividere i loro pesi e rafforzarli nella loro identità di ministri della Parola e dei sacramenti. Ogni fratello sacerdote deve essere con voi “servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio” (Rm 1, 11).

Come sapete, nel sacrificio eucaristico il sacerdote trova la sorgente della sua carità pastorale (cf. Presbyterorum Ordinis , 14). Il Concilio Vaticano II insegna che “il loro servizio comincia con l’annuncio del Vangelo” (cf. Presbyterorum Ordinis, 2), ma continua dicendo che il ministero della Parola è diretto verso l’Eucaristia, che è “fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (cf. Presbyterorum Ordinis, 5).

Di grande importanza per la Chiesa nello Sri Lanka è il continuo aumento dei candidati al sacerdozio ministeriale e alla vita religiosa, che offre molto incoraggiamento e speranza per il futuro. Vi ricordo che la accurata attenzione verso i seminaristi come un autentico padre in Cristo (cf. Optatam Totius , 5) assicurerà la solida formazione dei vostri futuri sacerdoti diocesani. Una condizione essenziale per un programma efficace di formazione dei sacerdoti nei vostri seminari maggiori e minori è la presenza di sacerdoti ben qualificati come direttori spirituali. Essi possono davvero guidare i seminaristi a vivere gli ideali del sacerdozio ed aiutarli, con la grazia di Dio, a raggiungere le loro mete. Offro a ciascuno di voi il sostegno della mia preghiera nel compito della formazione dei sacerdoti, così vitale per la Chiesa.

6. In questa occasione della vostra visita “ad limina”, ricordo le eroiche virtù e lo zelo pastorale del venerabile padre Joseph Vaz, che molti chiamano l’apostolo dello Sri Lanka. Riconosco anche, ringraziando e lodando l’onnipotente Dio, il coraggioso impegno di tanti altri missionari, sacerdoti, suore e religiosi, che si sono dedicati nell’ultimo secolo alla proclamazione del Vangelo e alla crescita del Regno dei cieli in mezzo al vostro popolo.

Sono pieno di profonda e salda speranza per il futuro dell’azione missionaria nel vostro Paese. Considero la vita del venerabile padre Vaz come una fonte di ispirazione per il presente e un invito a proclamare il Vangelo di salvezza ai molti nello Sri Lanka che non lo hanno ancora sentito o accettato. Lodo le molte iniziative dei missionari e del vostro clero locale, dei religiosi e dei catechisti laici per proclamare il Vangelo nella vostra società, e prego che tutta la Chiesa nello Sri Lanka sia davvero una “luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32).

7. È compito vostro, miei cari fratelli, adottare i mezzi più appropriati per l’evangelizzazione in una società multireligiosa. La Chiesa ha un profondo rispetto per tutte le altre religioni non-cristiane, poiché “portano in sé l’eco di millenni di ricerca di Dio, ricerca incompleta, ma realizzata spesso con sincerità e rettitudine di cuore” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi , 53). La presenza in queste religioni di qualità morali e spirituali costituisce una base per il dialogo reciproco e la coesistenza pacifica. Tuttavia, l’impegno della Chiesa nel dialogo con i non-cristiani non altera in alcun modo la sua essenziale missione di evangelizzazione. La testimonianza cristiana attraverso l’esempio personale deve essere sempre accompagnata dall’annuncio di Cristo, che è fondamento della nostra fede, ragione della nostra speranza e sorgente del nostro amore (cf. Allocutio ad Secretariatum pro non Christianis, die 28 apr. 1987 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 1 [1987] 1449).

Come Pastori delle Chiese locali nello Sri Lanka, voi avete organizzato la vostra attività pastorale in due direzioni fondamentali. Per prima cosa, avete iniziato il dialogo con il buddismo e le altre famiglie spirituali nel Paese. Cercando in queste religioni degli elementi al servizio della verità, avete preparato la strada all’annuncio della buona Novella della salvezza e un eventuale programma di inculturazione al servizio del Vangelo.

Secondo, con grande sollecitudine pastorale vi siete dedicati ai vostri fedeli cattolici, nutrendoli con la Parola e i sacramenti, cercando di promuovere il loro sviluppo umano ed avendo cura di quanti sono nel bisogno. Avete così esercitato in mezzo a loro il ruolo del Buon Pastore.

8. Vi incoraggio nella vostra missione di annunciare Gesù Cristo e le sue beatitudini a tutti coloro che scelgono liberamente di ascoltare le vostre parole, perché “rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo Fondatore” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 51).

Vi ringrazio, amatissimi fratelli, per il vostro devoto servizio al Popolo di Dio nello Sri Lanka. Affidando voi e l’intera Chiesa nella vostra terra alla materna intercessione di Maria, nostra signora di Lanka, invoco su di voi la grazia e la pace del suo Figlio e imparto di cuore la mia apostolica benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A MONSIGNOR LUIGI BRESSAN, PRO-NUNZIO APOSTOLICO IN PAKISTAN

Giovedì, 6 luglio 1989

Caro monsignor Luigi Bressan, carissimi fratelli e sorelle.

Sono veramente lieto di accoglierla dopo la recente ordinazione a Vescovo della Chiesa di Dio, e prossimo alla partenza per la Nunziatura Apostolica in Pakistan; e sono lieto di accogliere con lei i suoi familiari e amici, e specialmente la sua amatissima mamma, alla quale il Signore ha concesso la gioia di vedere il figlio elevato alla pienezza del sacerdozio.

Saluto tutti di cuore, e vi ringrazio per la vostra visita.

L’occasione mi permette di rinnovarle la mia gratitudine per i servizi resi finora con fedeltà e diligenza alla Chiesa ed alla Santa Sede: in varie Nunziature Apostoliche, quindi nella segreteria di Stato, poi presso le organizzazioni internazionali a Ginevra e, più recentemente, come inviato speciale con funzioni di osservatore permanente presso il consiglio d’Europa e come delegato del consiglio per la cooperazione culturale dello stesso consiglio.

Ora ella si appresta a iniziare la missione di rappresentante pontificio in un nobile paese di Oriente, di antichissime tradizioni storiche, dove peraltro la comunità cattolica è un “piccolo gregge”, ma animato da un grande spirito di servizio per lo sviluppo integrale di quella grande Nazione, come dicevo alcuni giorni fa ai Vescovi del Pakistan durante la loro visita “ad limina”. La sua esperienza, caro monsignor Bressan, le consentirà di svolgere un’azione preziosa in questo senso, in piena intesa con le autorità civili e in profonda comunione pastorale con quell’Episcopato.

La mia preghiera la accompagna per chiedere al Signore l’aiuto necessario al servizio ecclesiale che ella sta per iniziare.

Mi rallegro poi, di vedere qui, insieme con la cara mamma, i suoi undici fratelli, venuti con le rispettive famiglie; ed esprimo il mio compiacimento per la vostra bella famiglia, cresciuta nel segno della fede. La famiglia numerosa è una benedizione del Signor,; un esempio di coraggio nella Provvidenza, una sorgente di vocazioni.

Auguro a tutti l’effusione delle grazie celesti, di cui è pegno la mia particolare benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PELLEGRINI DELLA DIOCESI DI PLASENCIA

Giovedì, 6 luglio 1989

Cari fratelli nell’Episcopato, amatissimi figli e figlie.

La solenne celebrazione dell’ottavo centenario della erezione canonica della diocesi di Plasencia è il principale motivo del pellegrinaggio che vi ha portato a Roma, al fine di pregare davanti alla tomba dell’apostolo Pietro e manifestare così la vostra piena comunione con questa Sede apostolica, che presiede nella fede e nella carità tutte le Chiese particolari.

Desidero esprimere, prima di tutto, la mia profonda riconoscenza per la vostra numerosa presenza in questa gioiosa circostanza, e così pure ringraziare per le cortesi parole che il signor Vescovo della diocesi ha avuto la cortesia di dirigermi, nelle quali ho chiaramente percepito l’affetto filiale e l’adesione dei fedeli placentini nei confronti della persona e dell’insegnamento del Papa.

Questo significativo avvenimento, che non deve essere un mero ricordo, è in realtà per Plasencia un momento particolare di grazia. Momento particolare per gli abbondanti doni ricevuti da Dio durante questi otto secoli. Ma anche un momento di vero impegno cristiano a livello personale, familiare e comunitario nel quadro della pastorale diocesana. Nella stampa commemorativa, che è stata pubblicata in occasione di questo giubileo, ho potuto vedere il motto del centenario: “Per una Chiesa diocesana fedele al Vangelo e agli uomini di oggi”. Compito appassionante, bello ma anche difficile, questo che avete scelto: seguire Cristo e la sua Chiesa fedelmente, in un momento in cui la società si trova priva di Dio e dei valori spirituali. Per portare a termine quest’opera, è importante che ogni fedele piacentino si lasci illuminare dalla Parola di Dio, attraverso una lettura costante e meditata: sappia ascoltare gli insegnamenti del Vescovo, vero maestro in virtù della sua ordinazione episcopale. Così questo avvenimento che state commemorando sarà un momento di grazia particolare.

Nel cosiddetto “Privilegio di fondazione” si comprende il motivo reale del nome “Plasencia” o “Placensia”, che venne dato alla vostra città. I fondatori la chiamarono Placencia “ut placeat Deo et hominibus”, affinché piaccia a Dio e agli uomini. Questo motto, di ricco contenuto cristiano, racchiude in sé un programma operativo: punto costante di riferimento per la vostra comunità ecclesiale nella storia.

Compiacere Dio e testimoniare il suo nome è una esigenza ineludibile per ogni placentino.

Frutto di tale identità è il notevole contributo dato da Plasencia alla causa della evangelizzazione nel Nuovo Mondo. Da questa apprezzata diocesi sono usciti numerosi uomini e donne, come i dodici religiosi francescani del convento di Belvis de Monroy, “apostoli del Messico”, che lasciarono la patria e la casa per Cristo, e come altrettanti figli e figlie delle varie regioni della Spagna, per compiere una missione, quella di predicare in tutta la sua integrità la Parola di Dio (cf. Dominicopoli, allocutio ad Christifideles congregatos habita, die 11 oct. 1984 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 2 [1984] 874).

Un avvenimento ecclesiale non può essere solamente un giusto elogio di un passato onorevole; è una sfida per il presente e per il futuro. Come ben sapete, in America si e messo in moto il piano della nuova evangelizzazione, che presuppone una intensa missione e mobilizzazione spirituale. Speriamo che, con l’aiuto divino, Plasencia dia una decisa e generosa risposta a questa sfida pastorale. Che questa presa di coscienza porti ad una maggiore collaborazione ecclesiale con le Chiese sorelle dell’America Latina.

Per intercessione di nostra Signora di Guadalupe e dei vostri santi patroni, Fulgenzio e Fiorentina, elevo le mie preghiere all’Onnipotente affinché a Plasencia e in tutte le sue comunità continui a manifestarsi “con tutta la sua forza e perseveranza . . . l’integrità della fede, la santità dei costumi, la carità fraterna e la religione autentica” (Oratio commemorationis VIII saeculi expleti a canonica erectione), affinché Cristo sia sempre “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

A voi e a tutta la diocesi di Plasencia imparto di cuore la mia benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UNA DELEGAZIONE DEL CONGRESSO STATUNITENSE

Mercoledì, 5 luglio 1989

Signore e signori.

Sono lieto dell’opportunità di incontrare questa delegazione del congresso statunitense nel corso della vostra visita a Roma. Vi saluto molto cordialmente, saluto che estendo alle vostre spose e collaboratori.

Ho appreso con molto piacere del vostro impegno in programmi di assistenza all’estero, e così colgo l’occasione per incoraggiarvi in quest’opera che vi porta ad assicurare aiuto materiale e finanziario a quanti soffrono a causa di guerre e conflitti civili. E vi ringrazio per la generosità da voi dimostrata.

C’è una verità fondamentale sull’umanità che è in sé evidente ai cristiani, ma tuttavia conviene ripetere frequentemente: noi siamo un’unica famiglia umana, indipendentemente dalla razza, dalla cultura, dal linguaggio o dal retaggio storico. Questa verità ci invita a riconoscere la solidarietà e l’interdipendenza della famiglia umana come la base per la coesistenza pacifica. Quando vediamo i nostri fratelli e le nostre sorelle nel bisogno, nasce spontaneo il desiderio di raggiungere ed aiutare quanti sono colpiti dai disastri naturali, dalle guerre o dalle carestie. Lo spirito umano può e deve rispondere con generosità alla situazione critica dei sofferenti e dei meno fortunati. Il bisogno di solidarietà e di assistenza ci spinge a fare tutto ciò che possiamo per abbattere le barriere che ci impediscono di raggiungere, con amore e fiducia, tutti coloro che hanno necessità del nostro aiuto. La vera solidarietà umana non conosce delimitazioni politiche o ideologiche. Essa ha una dimensione etica che abbraccia tutti.

Spero che il nostro incontro di oggi rafforzi il nostro comune proposito di lavorare per un mondo dove la dignità umana sia adeguatamente rispettata e salvaguardata con efficacia. Prego il Signore onnipotente che continui a darvi il dono della saggezza e della comprensione, così che nel vostro nobile compito voi diate una guida ispirata e un sempre più generoso servizio in accordo con le migliori aspirazioni del vostro popolo e per l’autentico bene degli uomini, delle donne e dei bambini di tutto il mondo.

Dio vi benedica tutti.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A S.E. IL SIGNOR FERNANDO HINESTROSA FORERO, NUOVO AMBASCIATORE DI COLOMBIA PRESSO LA SANTA SEDE

Lunedì, 3 luglio 1989

Signor ambasciatore.

Con vivo compiacimento ricevo le lettere che la accreditano come ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Colombia presso la Santa Sede. Dandole poi il mio cordiale benvenuto durante questo solenne atto, desidero ringraziarla per il deferente saluto che mi ha trasmesso da parte del presidente della repubblica, e rinnovare l’affetto che provo per i figli di quella nobile Nazione.

Solo tre anni fa ho avuto l’immensa soddisfazione di visitare pastoralmente il suo Paese. La visita è stata ricca dal punto di vista spirituale e umano. Davanti ai miei occhi si è manifestata con tutta la sua intensità la fede e l’entusiasmo proprio di una Nazione animata da una profonda religiosità, che sa ispirare cristianamente i differenti aspetti della vita, tanto a livello familiare quanto individuale e sociale. Per questo, in tale indimenticabile circostanza ho parlato della speciale vocazione cristiana della Colombia.

Vostra eccellenza ha menzionato l’importante opera evangelizzatrice portata a termine dalla Chiesa nella difficile situazione del Paese. Come già affermava Paolo VI, evangelizzare significa “portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità e, con il suo influsso, trasformare dal di dentro l’umanità stessa” (Evangelii Nuntiandi , 18).

La salvezza di Cristo include anche la promozione e lo sviluppo integrale dell’uomo. Perciò, non deve meravigliare il fatto che i primi missionari giunti sul territorio colombiano abbiano cercato di promuovere, insieme alla fede, l’elevazione morale, sociale e culturale dell’individuo e della famiglia.

È ormai vicino il quinto centenario della presenza del cristianesimo nel continente americano, e la gerarchia colombiana si sforza di seguire e illuminare con spirito pastorale gli avvenimenti e le aspirazioni legittime della società.

La Chiesa, di fronte ai seri problemi che riguardano il bene comune e il giusto orientamento delle istituzioni pubbliche, non può rimanere indifferente. Nel momento attuale l’apporto del vero umanesimo cristiano e dei suoi valori etici e spirituali da parte dei cristiani, è un dovere che non è possibile eludere. Per questo la Chiesa in Colombia sente l’obbligo di offrire il suo aiuto e la sua collaborazione leale e positiva allo Stato e alla popolazione. La Sede apostolica segue con interesse lo sforzo del popolo colombiano per realizzare una serie di cambiamenti sociali, a beneficio soprattutto delle classi più povere ed emarginate.

Davanti al costante attacco della violenza, della guerriglia organizzata, della produzione e traffico di stupefacenti, della azione cieca di gruppi armati - fenomeni che riguardano anche altri paesi e che negli ultimi tempi hanno distrutto in Colombia innumerevoli vite umane e hanno causato molte sofferenze e singoli individui e famiglie intere - desidero appoggiare con decisione tutto quanto si realizza, nel quadro del massimo rispetto dei diritti inviolabili della persona e del vigente ordinamento giuridico, a favore della definitiva distruzione e dello sradicamento di tali flagelli, che impediscono il positivo sviluppo della vita di un popolo.

Chiedo sempre nelle mie preghiere a Dio onnipotente che gli sforzi volti a tale fine, in un clima responsabile e costruttivo, aprano definitivamente la strada per la tanto desiderata riconciliazione nazionale. Pace e riconciliazione è il grido unanime che nasce dal profondo della nazione colombiana. Sensibile a una aspirazione tanto legittima, la Conferenza Episcopale ha intrapreso all’inizio dell’anno, la “Grande Missione di Riconciliazione Nazionale”. Nella mia preghiera imploravo il Signore che questa missione di riconciliazione fraterna: “penetri assai profondamente nei cuori di tutti i colombiani . . . faccia superare le differenze, le inimicizie, gli antagonismi, e rafforzi la volontà di accordo e comprensione . . . affinché come figli dello stesso Padre, possiamo riconoscerci tutti fratelli nel suo nome”.

Come affermavo a Barranquilla, “solamente Gesù Cristo è capace di abbattere i muri della inimicizia e renderci uomini nuovi, riconciliati con il Padre per mezzo della croce. Egli è venuto ad annunciarci la pace” (Barranquillae, allocutio ad pacem et concordiam fovendam, 1, die 6 iul. 1986 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 [1986] 199). Vedendo tutto ciò confido pienamente nel fatto che la Colombia, attraverso un crescente e costante miglioramento, nella politica educativa, familiare e socio-economica, continui a sforzarsi nell’imprescindibile opera di procurare a tutti i suoi cittadini l’indiscriminato accesso al patrimonio comune dei beni materiali e spirituali della Nazione e la partecipazione piena e responsabile al compimento dei propri doveri e diritti. Solamente così tornerà a splendere quell’ordine voluto da Dio, in un quadro di dialogo e pace fraterna.

Signor ambasciatore, prima di concludere questo atto, desidero augurarle che la alta missione a lei affidata rafforzi i vincoli cordiali che la Repubblica di Colombia mantiene con la Sede Apostolica. Prego inoltre vostra eccellenza di avere la cortesia di trasmettere il mio più deferente saluto al signor Presidente della Repubblica, su cui invoco la costante protezione divina.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DEL PAKISTAN IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 3 luglio 1989

Caro Cardinale Cordeiro, miei cari fratelli Vescovi.

1. Con grande gioia accolgo e saluto ciascuno di voi. La vostra visita “ad limina” pone alla ribalta la realtà della Chiesa in Pakistan, dove Dio vi ha posto come Pastori del suo popolo così che la Chiesa, santa, cattolica ed apostolica possa essere presente e operare nel cuore e nella vita dei fedeli (cf. Christus Dominus , 11). Attraverso ciascuno di voi, saluto i sacerdoti, i religiosi e i laici delle vostre diocesi di Karachi, Faisalabad, Hyderabar, Islamabad-Rawalpindi, Lahore e Multan. Incoraggio voi tutti con le parole di san Paolo: “ringraziamo sempre Dio per tutti voi . . . memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel nostro Signore Gesù Cristo” (1 Ts 1, 2-3). Sebbene voi siate un “piccolo gregge” nel vostro Paese, siete pieni di speranza nell’invitare alla fede o confermare nella fede chi già la vive (cf. Christus Dominus, 12).

La vostra preghiera sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo, e il vostro colloquio con il successore di Pietro, il Vescovo di Roma, sono espressioni della lieta comunione di fede e di carità che unisce voi e le vostre Chiese locali con la Sede Apostolica e con tutto il corpo di Cristo nel mondo. Oggi noi celebriamo i vincoli che ci legano nel Collegio Episcopale e rinnoviamo l’impegno nel nostro ministero a servizio della Rivelazione e della realizzazione del Regno di Dio nel mondo (cf. Lc 22, 29). In quanto membri del Collegio dei Vescovi noi siamo nella successione apostolica, scelti per guidare la Chiesa fino alla fine del mondo (cf. Lumen Gentium , 18). Ai Vescovi è stato affidato in modo particolare il compito di proclamare e insegnare il nascosto “disegno di Dio” che si è manifestato in Cristo e continua nella sua Chiesa (cf. 1 Cor 2, 7) per la salvezza delle anime e la gloria della Santissima Trinità. Questa è la misura della nostra responsabilità davanti a Dio e alla Chiesa.

2. A questo punto della vostra visita “ad limina”, desidero confermarvi nella dedizione alla guida e l’animazione della vita ecclesiale nelle vostre Chiese particolari. Come Vescovi, voi siete pienamente consapevoli di quanto sia importante per tutti essere chiari nella concezione e nella pratica ecclesiale del primato della missione trascendente della Chiesa. Senza sminuire in alcun modo la natura e il valore dei molteplici servizi della comunità cattolica agli individui e alla società, è importante riconoscere che la Chiesa è innanzitutto la comunità di coloro che credono in Gesù Cristo, il Verbo eterno incarnato, e che vivono nella potenza dello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni dice che essere nel Padre e nel Figlio è la condizione essenziale “perché il mondo creda” (cf. Gv 17, 20). Essere nel Padre e nel Figlio attraverso lo Spirito Santo è un principio originale e fondamentale che caratterizza tutto ciò che la Chiesa è e fa nel mondo. È un principio che non può essere messo da parte nel programmare ed eseguire progetti di attività pastorale.

Il mondo guarda ai cristiani per una testimonianza convincente della salvezza totale offerta da Cristo. Com’è familiare la narrazione del Vangelo che descrive delle persone che si avvicinavano ai discepoli di Cristo per dirgli: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21). Nel Vangelo Gesù risponde a coloro che lo cercavano parlando del chicco di grano che cade a terra e muore per produrre molto frutto (cf. Gv 12, 24). E continua dicendo: “Se uno mi vuol servire, mi segua; e dove sono io, là sarà anche il mio servo; se uno mi serve, il Padre lo onorerà” (cf. Gv 12, 26). L’autentica vitalità della Chiesa universale e di ciascuna Chiesa particolare deve essere valutata in termini di amore di Dio e grazia diffusa nel cuore dei fedeli dallo Spirito Santo che ci è stato dato (cf. Rm 5, 5). La Chiesa deve essere sempre impegnata attivamente in un dialogo di verità e servizio d’amore con l’umana famiglia. Ma deve sempre confidare fiduciosamente nella “grazia” di Cristo che è al profondo della sua vita.

3. Parte importante del nostro ministero episcopale è la promozione della santità del Popolo di Dio. Nessuno sforzo in questo deve essere risparmiato. Né possiamo trascurare questa responsabilità a favore di altre preoccupazioni più immediate. Perciò noto con grande gioia la vostra dedizione alla formazione spirituale e pastorale dei sacerdoti, i seminaristi, e i molti catechisti del Pakistan. Siamo tutti ben coscienti del vitale contributo dei catechisti, essenziali collaboratori nell’annuncio della Parola di Dio al vostro popolo, soprattutto nelle zone rurali dove i cattolici sono spesso dispersi e lontani da un centro missionario. Allo stesso modo, avete dato considerevole attenzione al ruolo speciale e alle necessità dei religiosi e delle religiose che condividono così generosamente con voi il compito del ministero pastorale. Ho notato che nel vostro incontro con le religiose superiori maggiori avete dedicato grande attenzione al problema della formazione.

Per il vostro sapiente impegno in questo importante compito, e per quanto fate per sostenere e migliorare l’attività dei vostri seminari e case di formazione, e in particolare il seminario maggiore nazionale, vi ringrazio nel nome di Cristo e della sua Chiesa. Così pure vi incoraggio a continuare a dare un’attenzione speciale al centro catechetico nazionale di Khushpur, e agli altri centri diocesani e locali di formazione cristiana.

4. È significativo per la vita della Chiesa che i padri del Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985 abbiano dichiarato che “oggi abbiamo un enorme bisogno di santi” (Synodi extr. Episc. 1985 Relatio Finalis, 11 A 4). In questo senso siamo chiamati a comprendere meglio e stimare le grandi tradizioni spirituali di santità e di ascesi. L’impegno nella penitenza, la preghiera, la donazione di sé, la carità e la giustizia (cf. Synodi extr. Episc. 1985, Relatio Finalis, 11 A 4) è la strada fondamentale per il rinnovamento. È pertanto anche la strada per la Chiesa del Pakistan. Ancora: essere nel Padre e nel Figlio, per la grazia dello Spirito Santo, è la condizione essenziale e la sfida del vostro ministero e della vostra efficacia pastorale.

In particolare, nella cura pastorale per i giovani, i Vescovi e i loro collaboratori non dovrebbero mancare di presentare la sfida totale di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Da un tale incontro spirituale ci si può aspettare un aumento del numero di giovani che, nonostante le difficoltà, si impegnano in profondità nella vita cristiana. Tra loro ci sono certamente tanti che ascolteranno la chiamata di Cristo a seguirlo più da vicino nel sacerdozio e nella vita religiosa. Questa è una delle più urgenti necessità della Chiesa nel vostro Paese al momento attuale, così come in altre parti del mondo. Il Signore della messe vi dia la gioia della crescita del numero delle vocazioni, per affrontare le sempre maggiori esigenze della comunità cristiana.

5. C’è una stretta connessione tra la santità della vita e la promozione di un modo di vivere più umano nella società (cf. Lumen Gentium, 40), perché è da un cuore convertito e riconciliato che nascono bontà e giustizia nelle relazioni umane. Lo stesso amore spinge la Chiesa a servire l’uomo come membro della città terrena (Congr. pro Doctr. Fidei Libertatis Conscientia, 63). Lo stesso amore spinse Cristo a dare se stesso sulla Croce per redimere il genere umano e insieme ad avere compassione delle moltitudini e a guarire il figlio della vedova. Le due forme di servizio sono tra loro complementari, ma l’una non può essere ridotta all’altra o resa indipendente.

Le molte attività della Chiesa in Pakistan, nel campo dell’educazione, della salute, dell’assistenza e dello sviluppo, sono ultimamente strumenti dell’amore, attraverso i quali i discepoli di Cristo testimoniano il primato del nuovo comandamento dell’amore trasmesso durante l’ultima Cena. Da quell’amore queste attività ricevono impulso e direzione. Lo scopo è di assicurare alle persone uno stile di vita in armonia con il loro inalienabile valore e con la dignità dei figli di Dio. A quanti sono impegnati in questo lavoro mando il mio incoraggiamento e il sostegno della mia preghiera.

La Chiesa del Pakistan è molto impegnata nel campo dell’educazione cattolica. So che le difficoltà da voi incontrate non sono poche e che, attraverso la commissione della Conferenza Episcopale per l’educazione, cercate di mettere a fuoco le necessità e stabilire un programma in ciascuna diocesi e a livello nazionale per servire meglio la comunità ecclesiale e contribuire efficacemente allo sviluppo dell’intera Nazione. C’è da sperare che la comprensione e la collaborazione tra le pubbliche autorità e la Chiesa risolva le diverse questioni emerse sulla libertà di educazione, e che tutti si convincano della necessità di fare il possibile per provvedere a questo servizio fondamentale per i giovani pakistani ad ogni livello sociale.

6. In quanto piccola minoranza in una società a maggioranza musulmana, la Chiesa del Pakistan vive ed opera in una realtà che invita a un grande amore per i fratelli e sorelle musulmani, e insieme esige il rispetto per quella libertà di religione e di coscienza che è il segno che caratterizza una società giusta e pacifica. Nelle vostre buone relazioni con la comunità musulmana ci sono talune questioni su cui è necessaria la ricerca di un sincero e illuminato dialogo interreligioso. So che voi siete consapevoli di questa necessità e che in tutto seguite la strada indicata dal decreto conciliare Nostra Aetate (Nostra Aetate, 3). Ci sono molti ambiti di giustizia sociale, valori morali, pace, sviluppo e libertà in cui cristiani e musulmani possono fare causa comune, in uno spirito di fraternità adeguato a persone che adorano l’unico Dio e Padre del cielo.

7. Fratelli miei nell’Episcopato: voi siete impegnati nella buona Novella del Regno di Cristo di “giustizia, fede, amore e pace” (2 Tm 2, 22). Voi manifestate una grande sollecitudine per la Chiesa del Pakistan. Continuate ad essere generosi e pieni di abnegazione nel vostro ministero. Sostenetevi a vicenda con la preghiera e con una concreta collaborazione nelle molte difficili necessità del vostro servizio ecclesiale.

Su voi tutti e sulle vostre diocesi invoco l’amorevole aiuto materno della beata Vergine Maria. Vi ispiri ella nel lavoro per ricondurre ogni cosa a Cristo. La sua pace sia con tutti voi.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA VISITA ALLA CASA GENERALIZIA DELLE SUORE DELLA SACRA FAMIGLIA

Domenica, 2 luglio 1989

Care suore, voglio ringraziare oggi, insieme con voi, la Santissima Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, per la vocazione della vostra congregazione, la congregazione della Sacra Famiglia di Nazaret. È un dono di Dio per la Chiesa, per la Chiesa in Roma, in Polonia, negli Stati Uniti, nei diversi paesi dell’Europa, in Australia e ovunque la vostra congregazione si è radicata.

Voglio ringraziare per questo dono con il quale la divina Provvidenza ha arricchito la Chiesa e la società per mezzo della vostra fondatrice, la beata Maria Siedliska.

Voglio ringraziare, insieme con voi, per il dono della sua vocazione personale, per il cammino che ella ha compiuto dalla sua terra natale fino a Roma per realizzare ciò che il buon Pastore la chiamava a compiere.

Voglio ringraziare per tutte le sue opere, per la benedizione della divina Provvidenza sulla sua attività come fondatrice della congregazione della Sacra Famiglia.

Infine, voglio ringraziare, insieme con voi, per il dono della beatificazione, che ha confermato l’eroicità della sua vita nell’anno del Signore 1989.

Per tutto questo ringraziamo presso questo altare, insieme con tutti i presenti ed anche insieme con tutti la vostra congregazione, ovunque si trovi nel mondo per lavorare per il fine fissato dalla vostra fondatrice e in sintonia con il suo carisma.

Al termine della Messa, prima di impartire la Benedizione, Giovanni Paolo II si rivolge nuovamente alle religiose.

Imploriamo ora la benedizione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo su tutti i presenti, su tutte le vostre consorelle nel mondo, ovunque si trovino, su tutti coloro che sono abbracciati dal vostro apostolato: innanzitutto le famiglie, la gioventù, coloro che avvicinate attraverso l’apostolato nelle scuole, attraverso la catechesi, attraverso le parrocchie, attraverso l’apostolato fra i malati e gli anziani, tutti coloro ai quali deve giungere il cuore della Sacra Famiglia. Attraverso l’intercessione della Sacra Famiglia di Nazaret, Gesù, Maria e Giuseppe, imploriamo la benedizione della Santissima Trinità su tutti coloro che portate nei vostri cuori e su tutti coloro che hanno speciale bisogno di questa benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A S.E. IL SIGNOR MICHEL AKIS PAPAGEORGIOU, NUOVO AMBASCIATORE DI GRECIA PRESSO LA SANTA SEDE

Sabato, 1° luglio 1989

Signor ambasciatore.

Ho ascoltato con profondo interesse l’indirizzo di saluto da lei pronunziato alla presentazione delle lettere credenziali come ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica greca presso la Santa Sede. La ringrazio di cuore e la prego di trasmettere la mia gratitudine e sua eccellenza il Presidente Christos Sartzetakis per la sua nomina all’alto incarico che lei assume oggi. Quanto a lei, signor ambasciatore, le do il benvenuto a nome della Santa Sede e formulo voti cordiali per il successo della sua missione e anche per il suo soggiorno a Roma, dal momento che lei sarà il primo ambasciatore di Grecia presso la Santa Sede a risiedere a Roma in permanenza.

Vostra eccellenza ha molto ben sottolineato l’attaccamento del suo Paese agli ideali proposti, nell’antichità, a tutta l’umanità, come pure ai valori spirituali e morali del cristianesimo. Questa profonda e ricca tradizione costituisce una fonte di ispirazione per elaborare vie che conducano allo sviluppo integrale della persona umana e alla felicità dei popoli. Lei si è premurato di precisare che, da parte sua, il governo di Atene mette in atto un impegno a livello nazionale e internazionale per favorire il dialogo delle persone, dei gruppi sociali, degli Stati. Non è forse questa la dinamica interna che conduce la Nazione ellenica sulla strada della collaborazione e della solidarietà con le popolazioni della terra che soffrono di ritardi nello sviluppo o di calamità endemiche?

Questo impegno dei suoi responsabili e dei suoi connazionali è certo in armonia con la sollecitudine della Santa Sede in materia di difesa e promozione dei diritti della persona umana, della giustizia e della pace nel mondo contemporaneo. Posso ricordare due encicliche dei miei venerati predecessori? Penso alla “Pacem in Terris ” di Giovanni XXIII del 1963, indirizzata per la prima volta a tutti i capi di Stato, e, d’altra parte, ricordo con gratitudine la Populorum Progressio , firmata da Paolo VI nel 1967 e di cui io stesso ho sottolineato la portata con un documento speciale nel ventennale. Con il passare del tempo, diventa chiaro che questi due documenti hanno molto contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica a quanto la Chiesa fa e dice nel campo dei diritti umani, della condivisione dei beni della terra, della priorità da dare ai diseredati, dei rischi corsi dall’umanità quando la scienza e la tecnica si chiudono davanti alla coscienza, delle sue iniziative, ufficiali e non, a favore della pace.

Ascoltandola dire di essere risoluto a non risparmiare alcuno sforzo nello svolgimento della sua alta missione, sono felice di incoraggiare vostra eccellenza a rafforzare le buone relazioni già esistenti tra la repubblica di Grecia e la Santa Sede e, in senso lato, ad operare per i valori umani, morali e spirituali, senza i quali le civiltà conoscono delle crisi drammatiche, quando addirittura non sono destinate a scomparire.

Ho la certezza fiduciosa che la sua missione contribuirà in particolare alla tranquillità e al felice inserimento, nella società greca, delle comunità cattoliche, di rito latino o bizantino.

Al termine di questo incontro, ho il piacere di sottolineare il fatto che lei è l’ambasciatore del decimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra il suo Paese e la Sede Apostolica di Roma. Desidero assicurarle, eccellenza, che godrà ampiamente, in questa Città del Vaticano, del rispetto, della comprensione e del sostegno che ha il diritto di aspettarsi. E le auguro di trovare le soddisfazioni desiderate nell’esercizio del suo alto incarico.

A Dio affido la sua missione che oggi ha inizio, e insieme la prosperità, la concordia e il benessere della sua nazione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’ARCIVESCOVO E AI FEDELI TLALNEPANTLA

Sabato, 1° luglio 1989

Caro fratello nell’Episcopato, Amatissimi sacerdoti e fedeli diocesani.

È motivo di profonda soddisfazione darvi il più cordiale benvenuto a questo incontro, che vuole essere l’espressione dell’affetto e dell’apprezzamento che il Papa prova non solo per la comunità ecclesiale di Tlalnepantla, divenuta di recente arcidiocesi, ma anche per la nazione messicana.

Prima di tutto, desidero ringraziarla, signor Arcivescovo, per le gentili parole con cui ha voluto manifestarmi la vicinanza e l’adesione di questa Chiesa particolare. Il ricordo del pallio ricevuto, segno della comunione degli Arcivescovi metropolitani con il successore di Pietro, deve essere un richiamo per tutti a vivere annunciare il Vangelo, con un atteggiamento “di fraternità, di unità di pace” (Ad Gentes , 8). Non si può dimenticare che la Chiesa intera, e in modo particolare i suoi Pastori, hanno ricevuto da Cristo il solenne mandato di proclamare in tutta la terra il messaggio di salvezza.

Così, la vostra Chiesa particolare, che si trova in un deciso processo di rinnovamento cristiano e pastorale, spinta dallo Spirito Santo deve cooperare con tutti i mezzi a sua disposizione per la realizzazione del disegno di Dio, che vuole salvare gli uomini per mezzo di Cristo. Ciò costituisce il centro dell’opera evangelizzatrice in un momento difficile della storia, nel quale la persona e la società attuale, particolarmente i giovani, si sentono tanto assetati di Dio e dei valori spirituali.

Chiedo a nostra Signora di Guadalupe, consolazione e speranza per il fedele popolo messicano, che offra una costante intercessione presso il suo divino Figlio.

Come pegno di costante protezione celeste vi imparto di cuore la benedizione apostolica, che estendo volentieri alla comunità diocesana di Tlalnepantla e a tutti i Messicani.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO MONDIALE DI GEMELLOLOGIA

Castel Gandolfo - Lunedì, 28 agosto 1989

Professor Gedda, signore e signori.

1. Sono lieto di ricevervi, illustri fisici, biologi, psicologi ed educatori venuti a Roma per partecipare al sesto congresso internazionale di gemellologia. Vi presento i miei migliori auspici per un fecondo scambio di ricerche ed idee.

L’importanza di questo congresso appare non solo dalla vastità e complessità delle questioni in discussione, ma anche dall’approccio multidisciplinare scelto dalla Società Internazionale di Gemellologia per ciascuno dei suoi congressi. La vostra società raggiunge i prefissati obiettivi di ricerca e sviluppo in tutti i campi scientifici legati agli studi di gemellologia. Ne risulta un notevole contributo alla nascente scienza della gemellologia e insieme un affronto delle concrete necessità dei gemelli e delle loro famiglie.

2. Attualmente è ampiamente riconosciuto che lo studio dei gemelli, in particolare nel campo della fisiologia e della patologia, ha ampliato significativamente la nostra conoscenza della genetica in generale e dell’ereditarietà in particolare. Anche qui la vostra società ha dato un apporto significativo, e ha stimolato nuovo interesse da parte di molti scienziati e ricercatori.

Davvero i gemelli sono una ricca fonte di nuovi dati biologici sugli inizi della vita umana. La comparsa di processi biologici presenti nei gemelli ha aiutato a chiarificare fino a che punto l’ambiente e l’ereditarietà determinano la vita umana. Di conseguenza, i numerosi sviluppi nel campo della gemellologia servono a far crescere la vostra conoscenza non solo di diverse questioni di genetica, ma anche di questioni che riguardano il fenomeno specifico dei gemelli: la loro comparsa e insieme i problemi sollevati in termini fisiologici, familiari o sociali.

Lo studio delle gravidanze multiple tende a rafforzare la convinzione che la difesa della vita e della dignità della persona umana deve essere la preoccupazione fondamentale in tutta la ricerca scientifica. Ugualmente, sviluppi recenti nella nostra comprensione del fenomeno dei gemelli tendono ad eliminare una certa tendenza che considerava l’interruzione della gravidanza come un procedimento medico accettabile. Tali sviluppi hanno anche dimostrato che è inaccettabile, sia in termini morali che strettamente scientifici, qualsiasi forma di manipolazione genetica.

Ulteriori scoperte della gemellologia hanno prodotto risultati utilizzabili nel campo della fisiologia umana generale e patologia. Questo progresso a sua volta è servito a confermare il fatto che, quando il dono divino della vita diventa oggetto di studio e ricerca, ogni contributo individuale alla nostra conoscenza diventa immediatamente al servizio dell’intero genere umano e di ciascuno dei suoi membri. La gemellologia ha così contribuito al crescente riconoscimento della sacralità di ogni vita umana e che ogni offesa alla vita, soprattutto l’aborto procurato, è di fatto un’offesa alla legge divina scritta nel cuore di ogni persona.

3. Il gran numero dei gemelli nel mondo contemporaneo e le molte questioni connesse con la loro formazione ed educazione, in casa e nella società, hanno sollevato un gran numero di problemi complessi. Il vostro congresso ha scelto di esaminarne alcuni, relativi all’adattamento dei gemelli all’interno della famiglia e della società. Per risolvere questi problemi sarà necessario non solo riunire le forze, ma anche formare personale specializzato e sensibilizzare le famiglie e le diverse istituzioni sociali di fronte ai problemi dei gemelli. Sono certo che questo congresso, composto da così illustri scienziati provenienti da tutto il mondo, contribuirà in modo significativo a un progresso in questa direzione.

Il programma del vostro congresso si ispira chiaramente ai fini e agli obiettivi della vostra società. Ma se si guarda il vostro lavoro da un punto di vista spirituale, si può constatare che esso si ispira anche a una visione dell’uomo che trova nella Rivelazione cristiana una base ferma per la sua speranza e per un ottimismo veramente costruttivo. Il tempo in cui viviamo, più che ogni altro periodo nel passato, esige che le nuove scoperte siano sempre più “umane”, sempre più a favore dell’umanità. È la misura di un umanità matura può essere solo un pieno e incondizionato servizio offerto alla vita.

Su questa terra, l’uomo è la sola creatura creata e voluta da Dio per se stessa, dal momento che Dio ha creato direttamente l’anima di ogni essere umano. Dio solo è Signore della vita, dal suo inizio alla fine naturale. Quando la ricerca e lo studio sull’uomo e la sua condizione traggono la loro ispirazione da questa verità elementare eppur profonda, non solo si pongono autenticamente al servizio dell’uomo, ma conoscono un progresso reale e irreversibile, qualunque sia l’area di riflessione o ricerca. Questa verità ha avuto un’impressionante conferma nei recenti sviluppi della gemellologia.

Signore e signori: come scienziati, voi siete venuti da tutto il mondo per comunicarvi i risultati delle vostre ricerche, per affrontare nuove questioni e per attuare una sempre più feconda collaborazione vicendevole. Tutto quello che fate in questi giorni sia un’autentica difesa e promozione della dignità della persona umana. Dio onnipotente benedica il vostro nobile lavoro, le vostre famiglie e tutti coloro che beneficiano del vostro servizio pieno di dedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DEL CILE IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Castel Gandolfo - Lunedì, 28 agosto 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Siete venuti dal Cile, sempre presente nelle mie preghiere, per “vedere Pietro” (cf. Gal 1, 18). La vostra visita “ad limina Apostolorum” è l’espressione ecclesiale di questa profonda volontà di conservare e accrescere ancora di più la comunione con chi è a capo del Collegio Episcopale e centro visibile dell’unità della Chiesa. Perciò desidero ringraziarvi vivamente per le cortesi parole che monsignor Carlos Gonzáles, Vescovo di Talca e Presidente della Conferenza Episcopale, ha avuto la cortesia di rivolgermi anche a nome degli altri Vescovi qui presenti. Vi porgo il mio più cordiale benvenuto con fraterna letizia e ricevo con gioia la vostra ferma manifestazione di fedeltà alla Sede Apostolica. Da parte mia vi offro degli orientamenti con cui desidero esercitare la missione che Gesù, nostro salvatore, ha affidato all’apostolo Pietro, di confermare la fede dei suoi fratelli (cf. Lc 22, 32).

Quando ricevetti il primo gruppo di Vescovi cileni, lo scorso mese di marzo, in occasione della loro visita “ad limina”, esposi loro con affetto alcune linee pastorali indirizzate, come ben capite, non solo a loro ma a tutti i Vescovi cileni. È stato, dal punto di vista pastorale, assai soddisfacente sapere che tali orientamenti sono stati ampiamente diffusi nel vostro Paese e accolti assai positivamente da parte vostra, del clero e dei fedeli. Le mie parole in questo incontro vogliono servire da complemento a quella precedente allocuzione e da approfondimento di alcuni dei suoi aspetti.

2. La missione di annunciare il Vangelo è sempre stata una sfida. In ogni tempo e luogo si verifica ancora una volta la parabola del chicco di senapa (cf. Mt 13, 31 s.), ossia la radicale sproporzione fra i mezzi umani e la grandezza dell’opera da realizzare. Di fronte a questo fatto, gli apostoli, fedeli alla missione loro affidata da Cristo, predicando la parola di verità. crearono le Chiese (cf. S. Augustini, Enarrat. in Ps. 44, 23; CCL XXXVIII). Dunque “non c’è vera evangelizzazione, se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il regno, il mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio non siano proclamati” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi , 22). L’incarico degli apostoli è riassunto dalle parole di san Paolo, predicare “Cristo crocifisso: scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 23 s.). Come avrebbero potuto gli apostoli intraprendere un’opera di tale importanza se non fossero stati sostenuti dal potere dello Spirito Santo? Come avrebbe potuto la Chiesa resistere alle persecuzioni, e persino alle terribili prove interne della eterodossia e dello scisma, se non avesse sperimentato in modo irrevocabile, insieme a lei e con lei, la presenza di Gesù Cristo che le promise il suo fedele aiuto “fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)?

L’evangelizzazione dell’America Latina, come quella di tutti i popoli della terra, è anche una manifestazione visibile di come Dio spinga la Chiesa a creare nuovi spazi, nuove comunità nelle quali Cristo sia principio e fine.

L’opera dell’evangelizzazione comincia, ma non termina. Successive generazioni aspettano l’annuncio del Vangelo. Successivi cambiamenti culturali richiedono luci nuove per poter superare l’immanenza asfissiante che distrugge la persona perché non ha voluto ascoltare e accogliere Dio. Gli uomini sono così privati della dimensione trascendentale della loro esistenza, vivendo come a tentoni in mezzo a “tenebre e ombre di morte” (cf. Mt 4, 16).

3. L’evangelizzazione - di qualunque continente e luogo -, il catechista, è un uomo affascinato dall’esempio e dalla chiamata di Cristo, mosso dalla volontà di salvare i suoi fratelli. Gli uomini che non conoscono Gesù Cristo giacciono ai margini della strada, come il viandante ferito della parabola del buon samaritano (cf. Lc 10, 30-37), accanto al quale passarono indifferenti un sacerdote giudeo e un levita, che non si preoccuparono, né si interessarono a ciò che sarebbe successo più tardi al ferito. Il samaritano invece, sentì come fossero suoi lo smarrimento e la sofferenza dell’uomo aggredito; lo curò, lo bendò e si fece carico di lui.

Questa è un’immagine modello di quelli che devono essere i sentimenti dell’evangelizzazione: l’uomo che si affligge con chi soffre, gioisce con chi è nella gioia e si dona a tutti, affinché tutti siano partecipi della sua profonda letizia. Esorto voi, cari fratelli, e con voi i vostri sacerdoti, diaconi e fedeli tutti, affinché diate testimonianza di questo fervore, di questa carità pastorale, di questa santa inquietudine davanti ai vostri fratelli. Siete responsabili dei vostri fedeli sì, ma lo siete anche, a titolo molto speciale, di coloro che, per qualsiasi motivo non sono nell’ovile. A noi Vescovi si adatta, in senso assai speciale, la parola del profeta: “Mi divora lo zelo per la tua casa” (Sal 69, 10).

Vi invito poi a pensare a qualcosa che voi sapete molto bene: nulla è tanto necessario e importante per l’uomo contemporaneo, come l’annuncio della buona Novella di salvezza. Nulla possiamo dargli che sia più utile di questo prezioso tesoro che il Signore ha affidato al nostro ministero. Date! Date senza posa! Così il dono di Dio sarà la beatitudine di coloro che lo accolgono e di coloro che lo donano.

Affermando che la Chiesa è cattolica vogliamo dire che è evangelizzatrice, missionaria e apostolica; se non avesse tali caratteristiche non sarebbe la vera Chiesa di Gesù Cristo. La vitalità della Chiesa si misura dalla sua dimensione e proiezione missionaria ed evangelizzatrice! “Il Vangelo che ci è stato affidato - diceva il mio predecessore Paolo VI - è anche parola di verità . . ., verità su Dio, verità sull’uomo e sul suo destino misterioso, verità sul mondo” (Evangelii Nuntiandi, 78).

4. Il fine di tutta l’evangelizzazione è suscitare la fede. Così lo ricorda l’Apostolo: “Come invocheranno colui in cui non hanno creduto? Come crederanno a colui che non hanno ascoltato? Come ascolteranno senza che si predichi loro? Perciò la fede deriva dalla predicazione, e la predicazione dalla parola di Dio” (Rm 10, 14-17). Questa fede, dono di Dio ci introduce nella realtà più profonda dell’uomo e di quanto lo circonda, perché solo mediante la fede si possono valutare le cose e i fatti così come Dio li valuta.

Negli ultimi tempi sono stati grandi i progressi della scienza e della tecnologia; grande è anche la ripercussione di tutto questo sull’umanità; però ciò non raggiunge il livello più profondo della realtà, e neppure dà una risposta veramente positiva e completa ai numerosi interrogativi dell’uomo. Desidero ricordare quanto, a questo riguardo, dice la lettera agli Ebrei: “Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede” (Eb 11, 3). Questo lo percepisce la fede che è “fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,1).

I santi sono soprattutto coloro che hanno avuto una conoscenza globale più esatta di Dio, e l’hanno acquisita attraverso una fede vivissima, nutrita nella contemplazione e sostenuta dal dono della saggezza. Quando san Paolo afferma che “il giusto vivrà per la fede” (Rm 1, 17; cf. Gal 3, 11; Eb 10, 38), sta annunciando una verità fondamentale della vita cristiana, perché i criteri con cui un uomo vive in forma coerente come figlio di Dio, membro del corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, non sono criteri puramente umani. La Vergine Maria e san Giuseppe, suo sposo, furono persone di grande fede. Elisabetta lodò Maria per aver creduto (cf. Lc 1, 45). Giuseppe dimostrò la sua fede profonda e totale, non con le parole ma con i fatti, che sono quelli che contano sul piano divino (cf. Mt 1, 18-25; 2, 13-15). Essi vissero il mistero dell’Incarnazione nell’oscurità della fede, “senza comprendere” (cf. Lc 2, 50), ma accettando umilmente e fiduciosamente i disegni di Dio.

5. È vero che molte realtà del piano salvifico di Dio non si comprendono se non alla luce della fede, e ai suoi margini perdono il loro pieno significato e persino la loro identità cristiana. Quando la fede non è profonda, queste realtà acquisiscono contorni incerti, si riducono, si minimizzano o vengono coperte con una cortina di silenzio; se ciò accadesse nella coscienza dei fedeli e nell’insegnamento dei Pastori, sarebbe un segnale inequivocabile del fatto che la fede ha perso la sua profondità e, forse, contenuto.

La fede, il cui essenziale contenuto è il disegno salvifico di Dio, espresso nell’Incarnazione di suo Figlio e nella sua opera redentrice fino alla fine dei secoli, attraverso la sua Chiesa, è il fondamento di ogni vita cristiana, nella quale sono indissolubilmente unite la adesione alla verità e la sua concreta proiezione sulla vita personale e sociale. Nulla, assolutamente nulla nella vita dell’uomo può sfuggire alla valutazione morale che deriva dalla fede. Pretendere che un solo elemento della vita umana sia autonomo rispetto alla legge di Dio, è una forma di idolatria (cf. Gal 4, 20). L’uomo che grazie alla fede adora Dio in spirito e verità, sa che questa adorazione e questo amore non sarebbero tali se negasse di riconoscere nel fratello l’immagine di Dio (cf. Gv 4, 20; Mt 25, 31 ss.).

La reale crescita della Chiesa consiste nell’accrescimento della fede e della carità dei suoi membri. Perciò evangelizziamo. E siccome in questa vita non si ottiene la piena illuminazione, la Parola di Dio deve continuare a risuonare fra il popolo, grazie a coloro che hanno ricevuto mediante l’imposizione delle mani il compito di insegnare ai loro fratelli “e imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Ef 3, 8).

Incoraggio voi, cari fratelli, e per mezzo vostro i vostri sacerdoti e diaconi, ad annunciare con perseveranza e con entusiasmo il mistero della fede; felici di poter comunicare agli altri ciò di cui hanno tanto bisogno: la luce della vita eterna. Il messaggio del Vangelo “è necessario. È unico. È insostituibile. Non sopporta né indifferenza, né sincretismi, né accomodamenti. Rappresenta la bellezza della Rivelazione. Comporta una saggezza che non è di questo mondo” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 5).

6. In questi quasi undici anni di pontificato, ho avuto occasione di trattare con voi e di conoscere la vostra difficile opera pastorale. Ho conosciuto personalmente molti dei vostri sacerdoti e fedeli, e ho potuto visitare, nell’aprile del 1987, alcune delle vostre comunità ecclesiali. Ho avuto anche occasione di parlare con ciascuno di voi, e di rivolgermi alla Conferenza Episcopale in varie circostanze. In questo modo si sono rafforzati i vincoli di fede e comunione fra le Chiese particolari del Cile e questa Sede Apostolica.

Spesso i miei pensieri si rivolgono a voi, ai vostri cari sacerdoti, così come a tutti i religiosi, le religiose e i laici, che collaborano con voi nel campo dell’apostolato. Penso alle comunità delle vostre grandi città, come anche a quelle più lontane, del sud del Cile, dell’isola di Pasqua e dell’altopiano del Nord. Spero vivamente che ogni comunità parrocchiale sia profondamente unita al suo Vescovo, di modo che questi sia veramente il padre e il Pastore del suo gregge.

Effettivamente, nella Chiesa ogni Vescovo sa che ha una responsabilità propria e inalienabile nel disimpegno della sua missione di insegnare, santificare e governare il Popolo di Dio. Questo è un potere che ogni Vescovo esercita in nome di Cristo, sperando che i fedeli sappiano accettare ciò che i Vescovi dispongono per il bene delle proprie diocesi.

Nelle vostre rispettive circoscrizioni ecclesiastiche, dovete fomentare il cammino della santità per i vostri sacerdoti, religiosi e laici, secondo la peculiare vocazione di ognuno, persuasi che dovete essere, come gli apostoli, “sale della terra e luce del mondo” (cf. Mt 5, 13.14) e obbligati pertanto “a dare l’esempio di santità nella carità, umiltà e semplicità di vita” (Christus Dominus , 15). Che la testimonianza di tanti benemeriti Pastori che vi hanno preceduto vi aiuti nel vostro ministero.

Lo Spirito Santo vi ha affidato la stessa missione, che portate a termine in diverse circostanze. C’è chi lavora in diocesi ben organizzate, altri in prelature e vicariati apostolici, con problemi tipici di tali circoscrizioni ecclesiastiche, ed è peculiare anche il ministero pastorale che deve svolgere il Vescovo castrense, in collaborazione con gli altri Vescovi diocesani. Tutti comunque siete coscienti di collaborare per la edificazione della Chiesa santa di Dio con la parola e l’esempio, confidando sempre nell’aiuto del Signore.

7. Prima di concludere, desidero chiedervi di portare il mio affettuoso saluto a tutti i membri delle vostre Chiese diocesane: ai sacerdoti, i religiosi, le religiose, i diaconi e i seminaristi, come pure ai cristiani impegnati nell’apostolato; ai giovani e alle famiglie; agli anziani, ai malati e a coloro che soffrono. In modo particolare dite ai sacerdoti e alle persone consacrate a Dio che il Papa li ringrazia per il loro faticoso lavoro per il Signore e per la causa dell’evangelizzazione, tanto da avere piena fiducia nella loro fedeltà.

Ringrazio voi, Vescovi del Cile, in nome del Signore, per la vostra sollecitudine pastorale per la Chiesa di Dio. Nella vostra dedizione generosa al Vangelo, contate sulla benedizione e la intercessione della Madre di Dio. Chiedo oggi alla vostra patrona, nostra Signora del Carmine di Maipú, che vi accompagni con la sua protezione materna, soprattutto in questi momenti in cui ci stiamo preparando al quinto centenario dell’arrivo della fede nel nuovo mondo, che ha segnato indelebilmente la nazione cilena con il simbolo vivificatore della Croce di Cristo.

Alla Vergine Maria, signora della pace e madre degli uomini, raccomando una volta ancora la amata società cilena affinché, in un ambiente di reciproco rispetto e di ricerca del bene comune, vada via via progredendo verso la pace e il benessere sociale.

Vi accompagno nella vostra opera pastorale con le mie preghiere e la mia sollecitudine apostolica, mentre imparto la mia benedizione, estesa agli amati figli del Cile che ricordo con tanto affetto.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL PELLEGRINAGGIO DELL’ASSOCIAZIONE PARTIGIANI CRISTIANI D’ITALIA

Castel Gandolfo - Domenica, 27 agosto 1989

1. Sono lieto di rivolgervi il mio cordiale saluto, cari aderenti all’associazione partigiani cristiani - sezione di Parma, che, guidati dai vostri dirigenti, avete voluto ricambiare la mia visita alla vostra regione nel giugno dello scorso anno.

Per il tramite del vostro cappellano capo monsignor Nino Rolleri Negri, che mi ha fatto pervenire un nobile indirizzo di omaggio, voi avete ribadito la vostra fedeltà a Cristo ed al suo Vicario nel quotidiano impegno di una vita coerente con gli insegnamenti del Vangelo, affinché nel mondo crescano giustizia e carità.

2. In un drammatico periodo della storia d’Italia, d’Europa e del mondo quest’impegno vi ha portato ad opporvi con tutte le vostre forze a progetti di società incompatibili con la dignità dell’uomo. Sceglieste allora di resistere non per opporre violenza a violenza, ma per affermare il diritto e la libertà per voi, per i vostri cari e per tutti gli altri cittadini, non esclusi gli stessi figli degli oppressori. Per questa giusta causa, in ogni paese, uomini e donne mossi dai vostri stessi ideali, sacrificarono la propria vita, affrontando talvolta la morte da vittime inermi, offerte in olocausto, o difendendo in armi la propria libera esistenza, come singoli e come popoli.

Per l’Italia, in particolare le cifre relative ai sacerdoti e ai laici di Azione Cattolica, vittime della violenza di opposte ideologie, sono drammaticamente eloquenti ed attestano l’importanza del contributo dato dai cattolici alla edificazione di una Patria più libera e più giusta.

Mentre mi associo con voi nel ricordo orante per questi generosi testimoni di una fedeltà al dovere che ha saputo spingersi fino alla donazione suprema, volentieri vi incoraggio nel proposito di trasmettere alle future generazioni quella carica ideale, grazie alla quale i cattolici italiani hanno dato uno specifico ed importante contributo alla crescita religiosa e civile del loro amato Paese.

Con questi sentimenti imparto di cuore a voi ed ai vostri cari la mia benedizione, propiziatrice di copiosi favori celesti.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL SINODO DEL PATRIARCATO CATTOLICO ARMENO

Castel Gandolfo - Sabato, 26 agosto 1989

Beatitudine, cari fratelli nell’Episcopato.

1. Con grande gioia vi ricevo oggi. Voi siete riuniti in Sinodo, fedeli ad una antica tradizione della Chiesa. Eusebio di Cesarea non racconta forse che, nel corso della controversia pasquale del II secolo, i Vescovi si riunirono in Sinodo per provincia (Hist. eccl., V, XXIII, 2-3)? Le più antiche leggi canoniche sui Sinodi li considerano come il modo autentico di trattare le questioni ecclesiastiche e assegnano loro il compito di assicurare la concordia tra i Vescovi, “affinché Dio sia glorificato attraverso Cristo nello Spirito Santo” (cf. XXXIV can. Apostolorum dictum).

2. In questo Sinodo voi dovete provvedere delle sedi vacanti. Questo da secoli è uno dei compiti principali dei sinodi (cf. Conc. Nic. I, can. 4). Questa responsabilità è strettamente legata all’unità e alla concordia della Chiesa, perché si tratta di scegliere coloro che dovranno guidare i fedeli affidati alla loro sollecitudine pastorale nel cammino della fede “trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Conc. Nic. I, can. 3), e nel progresso della vita cristiana.

Nella prospettiva di questo apostolato essenziale, voi pensate naturalmente ai vostri primi collaboratori, i sacerdoti, come pure ai seminaristi che si preparano a raggiungerli. Abbiate cura di sviluppare in loro il “sensus Ecclesiae”, così profondamente radicato nella spiritualità armena, e, in generale, una formazione solida ed equilibrata è ancor più necessaria per i sacerdoti che, molto spesso, devono conservare e trasmettere le tradizioni del vostro popolo.

So che voi siete particolarmente preoccupati anche della formazione di laici attivi e responsabili: il vostro venerabile Patriarca l’ha opportunamente sottolineato in una lettera pastorale, poco dopo il Sinodo dei Vescovi dedicato alla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.

3. Voi dedicate gran parte del vostro Sinodo al rinnovamento della liturgia. Anche in questo vi trovate al cuore della vostra missione e nello spirito del Concilio Vaticano II: “Il Sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli . . ., ritiene quindi di doversi interessare in modo speciale della riforma e dell’incremento della liturgia . . . La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium , 1. 10). E altrove il Concilio ribadisce: “C’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri” (Sacrosanctum Concilium, 41).

La partecipazione piena ed attiva di tutti alla celebrazione: ecco il fine del rinnovamento liturgico che voi realizzate con decisione e nella concordia. Seri studi l’hanno preparata. Si trattava di ritrovare in tutta la sua purezza lo spirito originale della vostra liturgia, così profondamente legato al genio del vostro popolo e alla sua cultura. Essa si è formata in questa cultura e, a sua volta, l’ha ispirata e alimentata nel corso del suo sviluppo. Come non ricordare a questo punto san Gregorio di Narek: la sua opera, di ispirazione biblica, ha segnato la vostra liturgia; ma è insieme uno degli esempi più illustri e significativi della poesia armena.

Lavorare per il rinnovamento liturgico non è fare dell’archeologia. Si tratta di rendere alla liturgia le sue forme autentiche e semplici, in armonia con la mentalità del vostro popolo. Se per far questo voi dovete sfrondare degli sviluppi non autentici, risultato di influenze diverse che provengono da tradizioni liturgiche e paraliturgiche estranee alla vostra tradizione armena, è possibile che così facendo, voi dobbiate raddrizzare certe consuetudini popolari. Lo farete, ne sono certo, con fermezza e delicatezza, avendo anzitutto a cuore la partecipazione piena e attiva di tutti alle celebrazioni perché, con un cuor solo e una sola voce, Dio sia glorificato in armonia attraverso Cristo che la vostra santa liturgia acclama come “Agnello e Pane celeste, Sommo Sacerdote e Vittima, perché lui dona e lui a noi si è donato”.

4. L’unità e la concordia, di cui il vostro Sinodo è strumento all’interno della vostra Chiesa armena e cattolica, voi la realizzate anche con tutta la famiglia cattolica partecipando alle assemblee della gerarchia dei diversi paesi del Medio Oriente o alle Conferenze Episcopali dei paesi della vostra diaspora. L’unità e la concordia sono un’esigenza primaria della testimonianza che dobbiamo dare ovunque, ma nel Medio Oriente di oggi è, più che mai, una necessità vitale per i cristiani, non solo per i cattolici. Solo in un accordo costruttivo potranno contribuire con efficacia alla riconciliazione di tutti e al ristabilimento della pace nel mutuo rispetto e nella giustizia per tutti.

Beatitudine, la sua sede è in Libano. L’atroce agonia di questa terra biblica non vi ha permesso di riunire il Sinodo a Bzommar. Nella preghiera, voi portate le sofferenze e le angosce dei vostri numerosi fedeli che avevano trovato rifugio nel paese dei cedri. Il popolo armeno possa brillare per la fede e le opere e possa portare il suo specifico contributo alla rinascita del Libano che tutti desiderano e auspicano ardentemente!

Voi sapete quanto io stesso sia angosciato per veder continuare la terribile situazione attuale, quanto io desideri contribuire ad affrettare il ritorno alla pace in un Libano in cui i diversi gruppi che costituiscono la Nazione si possano ritrovare di nuovo in una fraterna collaborazione e una sana emulazione in vista del bene comune e in amicizia con i paesi vicini. Intensifichiamo la nostra supplica all’Agnello immolato, al Signore della storia, affinché cambiando il cuore degli uomini, egli possa realizzare ciò che i nostri sforzi non sono riusciti a fare fino al presente.

5. Vorrei ricordare anche, cari fratelli, la grande prova del terremoto per gli Armeni nella Repubblica d’Armenia. Questo tragico avvenimento è stata l’occasione per un grande slancio di solidarietà cristiana, segno di una vera carità disinteressata. Ho chiesto al Cardinal Etchegaray, presidente di “Cor Unum”, di coordinare gli aiuti cattolici e vedo con piacere che questa azione di soccorso continua metodicamente, in collaborazione con altre organizzazioni cristiane e in stretto legame con il Cattolicossato di Etchmiadzina. Durante la recente riunione del Comitato centrale del consiglio ecumenico delle Chiese, il rappresentante di sua santità Vasken I ha dichiarato pubblicamente la sua gratitudine per l’aiuto ricevuto dalla Chiesa cattolica attraverso la Caritas internazionale.

Lei stesso, beatitudine, ha fatto visita a sua santità Vasken I e l’accoglienza fraterna ricevuta ha aiutato a prendere atto con più esattezza dei bisogni immensi della ricostruzione e le ha consentito di assumere delle responsabilità precise in questo immenso sforzo. Mi auguro che questa solidarietà, al di là dei risultati concreti, possa far progredire tutti gli Armeni verso la piena comunione ritrovata. Durante i secoli di prova, la Chiesa è stata insieme il cuore e l’ossatura della Nazione. La sua unità deve essere un fattore decisivo per l’avvento di giorni migliori. Conosco, beatitudine, le relazioni fraterne che avete con i cattolici di Antelias, sua santità Karekine II Sarkissian, che ho avuto la gioia di ricevere a Roma. So anche che uno dei Vescovi del vostro Sinodo è Presidente della commissione ecumenica della Conferenza Episcopale di Turchia e ha rapporti fraterni con il Patriarca Snork Kalustian, cui ho fatto visita nel mio indimenticabile viaggio a Istanbul. Questi, tra gli altri, sono segni dell’azione dello Spirito che raduna il suo popolo. Chiediamogli di concedere a tutti e ciascuno di essere attenti a “ciò che dice alle Chiese” (Ap 2, 7) e docili alla sua ispirazione.

6. Attraverso voi venerabili fratelli, vedo tutto il popolo da voi rappresentato: un popolo che ha dovuto affrontare sofferenze e prove terribili. Desidero confermarvi la mia comprensione. Ma, al di là degli avvenimenti che tutti gli Armeni ben ricordano, tocca in particolare ai cristiani operare senza tregua perché i pregiudizi, l’odio e il risentimento non prevalgano sull’impegno di tanti uomini di buona volontà per una riconciliazione autentica tra i popoli e i gruppi.

La vera pace dipende dal perdono delle offese e dalla collaborazione di tutti perché mai più si ripetano delle tragedie indegne dell’uomo.

Questi sono gli auspici che formulo per voi, cari fratelli, per la Chiesa armena cattolica e per tutti i popoli in cui vivete.

Portate ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose e ai fedeli delle vostre comunità il saluto affettuoso del successore di Pietro.

Prego il Signore di accordare a tutti la grazia della sua benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL PELLEGRINAGGIO DELLA DIOCESI DI EISENSTADT

Castel Gandolfo - Giovedì, 24 agosto 1989

Signor Vescovo, sorelle e fratelli in Dio!

È sempre una grande gioia per me poter incontrare il Vescovo e i fedeli della diocesi di Eisenstadt. La mia ultima visita pastorale nel vostro Paese più di un anno fa è stata per me un incontro del tutto particolare ed un dono di Dio. Ricordo con piacere la festosa celebrazione eucaristica di Trausdorf, alla quale partecipò una moltitudine di fedeli provenienti sia dai Laender che dall’Ungheria e dalla Croazia.

So che avete dedicato particolare cura alla preparazione della mia visita pastorale. So anche che il vostro Vescovo, al quale mi lega una lunga amicizia, ed i suoi collaboratori non si sono risparmiati alcuna fatica. Il mio cordiale ringraziamento va ancora una volta a lui ed a tutte le sue collaboratrici ed ai suoi collaboratori.

Il vostro incontro odierno col successore di Pietro, per ricambiare la mia precedente visita pastorale, è ulteriore segno del particolare legame con Cristo e la sua Chiesa, secondo quanto ha detto il Vescovo Làszló nel suo discorso di saluto.

Rivolgo un particolare benvenuto anche al rappresentante del vostro Paese presso la Santa Sede, sua eccellenza signor Georg Hohenberg, che presenzia questo incontro.

Quest’anno l’opera pastorale della vostra diocesi è stata improntata sul motto: “La fede supera qualsiasi frontiera”. Le attività promosse dalla vostra diocesi a questo riguardo sono state molteplici: ritiri spirituali, corsi di aggiornamento di teologia, seminari sulla Bibbia, pellegrinaggi, prediche e numerose altre iniziative. Vi siete impegnati a sviluppare questo tema sia dal punto di vista teologico che pastorale, allo scopo di continuare ad approfondire la mia visita pastorale anche dopo la mia partenza.

Chi ha sostenuto i vostri sforzi? Chi vi siete prefissi come esempio da seguire?

Il patrono della vostra diocesi e del vostro paese, san Martino, costituisce il miglior esempio a questo proposito. Egli ha mostrato a noi tutti come si può giungere alla fede e come questa fede personale possa superare qualsiasi frontiera. San Martino ci appare come un uomo che è entrato in rapporto con il Signore, che ha inteso e praticato il proprio sì alla fede come un sì alla vita. Solo in questo modo gli è stato possibile superare ostacoli interni ed esterni e testimoniare ad altri uomini la fede.

Sorelle e fratelli carissimi! Anche voi siete chiamati ad agire a questo modo come cristiani. Dovete adempiere ad una doppia funzione di ponte. Da un lato dovete adoperarvi affinché la fede si diffonda nell’ambito della vostra diocesi, in modo da poterla trasmettere alla nuova generazione come un bene prezioso. Per questo motivo ciascuno di voi dovrebbe chiedersi come può contribuire alla diffusione della Parola di Dio nel proprio ambiente sia di lavoro che familiare.

Apritevi alla Parola di Dio e siate apostoli della buona Novella in questo mondo!

Inoltre, come ho già fatto in occasione della mia visita pastorale, vi esorto nuovamente ad oltrepassare anche in futuro le frontiere della vostra diocesi voluta da Dio nello spirito di san Martino, costruendo un ponte di fede per raggiungere i paesi dell’Est. In questo modo offrirete un prezioso contributo anche alla Chiesa.

So che, in collaborazione col vostro Vescovo, svolgete questa funzione di ponte da molti anni e ve ne ringrazio di cuore.

Continuate su questa strada e siate soprattutto sempre pronti a rinnovare la vostra fede!

A questo scopo imparto di cuore a voi tutti ed ai vostri cari rimasti a casa, soprattutto agli anziani, agli ammalati ed ai bambini, la mia benedizione apostolica.

Sia lodato Gesù Cristo!

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SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II AI COMPONENTI DELLA FAMIGLIA SALESIANA

Castel Gandolfo - Giovedì, 24 agosto 1989

Sono lieto di accogliervi, carissimi fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana, in occasione del vostro Convegno sulla animazione vocazionale.

In questa memoria liturgica dell’Apostolo san Bartolomeo celebriamo l’Eucaristia, centro e sorgente di irradiazione della grazia di Cristo nella Chiesa. Dal mistero eucaristico il Signore Gesù continua ad illuminare e sostenere il cammino di quanti si impegnano nell’annuncio del Vangelo. Con grande intuizione pedagogica e soprannaturale Don Bosco amava dire che il sacramento eucaristico è una delle colonne dell’edificio educativo, insieme con la penitenza, la devozione alla Vergine Maria, l’amore alla Chiesa.

Chiediamo la grazia di saper leggere attentamente con gli occhi di Cristo le caratteristiche dei giovani d’oggi, per avere luce e forza nell’orientare le loro coscienze, quando essi si interrogano sul loro futuro e sul servizio che sarà loro richiesto per il bene della Chiesa e della società. Chiediamo di saper indicare in maniera convincente, che Cristo è la risoluzione delle loro più pressanti istanze, aprendone il cuore ad accogliere l’eventuale invito: “Andare anche voi nella mia vigna”.

Il Signore doni a tutti voi qui riuniti spirito di chiarezza e di discernimento, zelo e generosa carità, affinché siate efficaci suscitatori e guide esperte di nuove vocazioni.

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VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI DEL «REGIO PATRONATO DELLA GROTTA E DEL SANTUARIO DI COVADONGA»

Covadonga (Asturie - Spagna) - Lunedì, 21 agosto 1989

Altezza reale.

Mi è gradito avere questo incontro con lei e con i membri del regio patronato della grotta e santuario di Covadonga in queste prime ore della giornata.

In questo luogo senza pari, chiamato “casa luminosissima della Spagna e dell’Ispanità”, ha la sua sede il regio patronato che sua altezza presiede, quale principe delle Asturie. Tra gli obiettivi del patronato vi è quello di favorire “lo studio, il coordinamento e la realizzazione di opere, installazioni e servizi che apportino il maggiore splendore possibile ed effettività ai valori religiosi, storici . . .” (Boletín Oficial del Principado de Asturias, y de la Provincia, Ley 2/87 de 8 de abril de 1987, articulo 1). Ma in questa opera religiosa e sociale, potete contare sulla sensibilità, la collaborazione e l’appoggio del governo, della Chiesa e del generoso popolo che vedono in questo santuario mariano la culla della rinascita della Spagna. Sin dai lontani tempi di Pelagio, fino all’epoca odierna, Covadonga è vista e considerata quale l’essenza della Spagna. Per questo, non deve sembrare strano al viandante ed al pellegrino che le mura della Basilica di nostra Signora diano fraterno riparo a tutte le bandiere dell’America Latina, accanto a quelle della Spagna e delle Asturie. È come se volessero manifestare, alla soglia del quinto centenario della scoperta e dell’evangelizzazione del nuovo mondo, l’unione fraterna che vi è tra la Spagna e l’America. Unione che spende in modo fulgido grazie alla fede cristiana. Fede dalla profonda radice mariana. “Per Mariam ad Iesum”! Per Maria a Gesù! Questo si applica in modo concreto alla religiosità popolare spagnola e americana.

Quando, tra pochi minuti, mi inginocchierò dinanzi alla venerata immagine della Santina, vi assicuro che raccomanderò vostra altezza e i membri di questo alto patronato perché il servizio religioso e sociale che svolgete raggiunga gli scopi che si propone. Così si realizzeranno le speranze dei figli e delle figlie dell’Asturia e di tutta la Spagna, speranze che questo meraviglioso luogo, opera mirabile dell’Onnipotente, continui a conservare la propria profonda identità spirituale.

Benedico di cuore lei e la sua famiglia.

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VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

PREGHIERA DI GIOVANNI PAOLO II DAVANTI ALLA «SANTINA» NELLA SANTA GROTTA DI COVADONGA

Covadonga (Asturie - Spagna) - Lunedì, 21 agosto 1989

1. Dio ti salvi, Regina e Madre di misericordia!

Sono salito sulla montagna, sono venuto alla tua grotta, / Vergine Maria, per venerare la tua immagine, / “Santina di Covadonga”. / Con i tuoi figli delle Asturie e di tutta la Spagna / voglio oggi proclamare le tue glorie e unirmi al tuo canto: / Tu sei la serva del Signore, nostra Madre e regina! / Come pellegrino che desidera rafforzare la propria speranza vengo a questo / santuario, che è stato testimone nel corso della storia / di tanta fede e tanto amore, focolare sicuro. sotto la tua protezione, tra i monti, / dove hai fissato la tua dimora e senza posa elargisci i doni del tuo Figlio.

2. Insieme ai pastori e ai fedeli di questa Chiesa delle Asturie, / a te che sei dolcezza e speranza di quanti ti implorano, / chiedo il dono della speranza che illumina il futuro, / la gioia perenne della fede, il raggiante ardore della carità. / Aiutaci a vivere in sincera comunione, / sapendoci Chiesa di Dio, fratelli di Cristo e figli tuoi, / per dar testimonianza d’unità e ravvivare nel nostro popolo la fede. / Ti prego, Signora, da questo cuore delle Asturie che è la tua grotta, / per tutti coloro che invocano il tuo nome in tanti altri templi, / che, sparsi per il territorio del principato, / sono fari di fede, santuario da cui sgorga il fervore della speranza, / dimora tua dove i tuoi figli si raccolgono attorno all’altare.

3. Voglio presentarti e porre davanti ai tuoi piedi, Vergine di Covadonga, / tutti i tuoi figli delle Asturie, la gente dei campi / e gli uomini del mare, / i minatori con il loro lavoro duro e inclemente, / i bambini e gli anziani, / gli infermi e tutti coloro che soffrono nel corpo e nell’anima, / le famiglie e, soprattutto, i giovani, promessa del futuro, / che cercano la ragione e il senso del loro vivere. / Ottieni per tutti da Dio, “ricco in misericordia”, con la tua possente intercessione materna, / la grazia del perdono e della riconciliazione / che Cristo tuo Figlio ha meritato / per noi affinché viviamo in pace con Dio e coi fratelli.

4. Proteggi, Vergine santa di Covadonga, / quanti giungono al tuo tempio santo / per unirsi in matrimonio sotto il tuo sguardo materno. / Fa’ che sperimentino, come gli sposi di Cana, / la grazia della tua intercessione e la presenza salvifica di tuo Figlio, / affinché la fede cristiana sia fondamento incrollabile della loro famiglia / e il vero amore rafforzi la loro unione e s’apra fecondo alla vita. / Guarda, Madre delle Asturie, tutti gli emigranti di questa terra, / che da lontano volgono gli occhi verso questo santuario, / in attesa di poter ritornare nella loro patria e contemplare il tuo volto / che attrae i cuori e irradia luce e pace.

5. “Santina di Covadonga”, “motivo della nostra letizia”, / illumina quanti arrivano a queste montagne / affinché riconoscano, in mezzo a tanta bellezza, / colui che “col solo guardarle e con la sua presenza / le rivestì di tanta avvenenza” / e si lascino così affascinare dalla bontà e dalla magnificenza del Creatore / che fece di te il culmine della bellezza umana e divina. / Suscita, Madre delle Asturie, / tra i figli e le figlie delle famiglie cristiane / vocazioni di apostoli e missionari: / nuovi sacerdoti, religiosi e religiose, / persone consacrate e laici impegnati, / al servizio del Regno e della civiltà dell’amore. / Fa’ che, oggi come ieri, i figli delle Asturie / seguano il tuo Figlio sulla via della santità / e spargano il seme del Vangelo / da qui fino ai confini della terra.

6. Madre e maestra della fede cattolica, / fa’, che Covadonga continui ad essere, come è stata in passato, / altare maggiore e battito del cuore della Spagna. / E a noi che ti cantiamo come “Regina della nostra montagna” / e a tutti i fratelli in pellegrinaggio sui sentieri della fede, / mostra Gesù, frutto benedetto del ventre tuo, / che sempre ci offrì come Salvatore e Fratello nostro. / O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!

Amen.


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VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

INCONTRO SERALE AL MONTE DE GOZO CON OLTRE 600.000 GIOVANI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Santiago de Compostela (Spagna) - Sabato, 19 agosto 1989

1.I - La Via

1.1. Amati giovani: vi saluto nel nome di nostro Signore Gesù Cristo: “la Via, la Verità e la Vita”. Ringrazio voi, che siete venuti da tutte le città della Spagna e dalle diverse nazioni dell’America Latina, così come da tanti paesi del mondo, per aver accettato il mio invito a compiere insieme questo pellegrinaggio, questo cammino fino alla tomba dell’apostolo Giacomo.

In lingua gallega il Papa ha detto:

Saluto ora i giovani di tutta la Galizia e, in particolare, quelli della arcidiocesi di Santiago. Voi avete la fortuna di offrire rifugio e ospitalità ai pellegrini che giungono alla vostra terra, terra privilegiata perché custodisce la mèta di un cammino che conduce alla letizia, alla gioia, a Gesù Cristo.

Desidero ora rivolgere il mio saluto in alcune lingue qui rappresentate da giovani pellegrini:

Salutando i giovani italiani il Papa ha detto:

Saluto tutti voi, giovani di lingua italiana: vi auguro che questo pellegrinaggio vi serva a rafforzare il vostro cammino di fede e a consolidare la vostra gioia di seguire e di amare Cristo in tutte le vie della vostra vita.

In francese ha poi così proseguito:

Saluto di tutto cuore i giovani di lingua francese e li ringrazio di avere risposto in così gran numero al mio invito. Amati giovani, siate i benvenuti a questo incontro straordinario che ho tanto desiderato! Che la gioia e la pace di Cristo siano sempre con voi.

Salutando i giovani di lingua inglese ha detto:

Il mio cordiale saluto va anche ai numerosi pellegrini di lingua inglese che sono con noi in questa felice occasione. Cari giovani, siete venuti a Santiago de Compostela, seguendo le orme dei pellegrini cristiani che giungevano da luoghi e tempi molto diversi. Possiate essere rinnovati nella fede cattolica che ci viene dagli Apostoli qui, sulla tomba dell’apostolo Giacomo. In unione con tutta la Chiesa. possiate impegnarvi generosamente a seguire Gesù Cristo, che solo è “la Via, la Verità e la Vita”.

In tedesco il santo Padre ha poi così proseguito:

Il mio cordiale saluto va anche ai giovani che vengono dai paesi di lingua tedesca. Nel Vangelo Gesù ci invita a seguire la sua Parola e il suo esempio. Fate sì che la parola di Gesù non sia per voi una proposta, bensì un incoraggiamento per la maturazione umana e cristiana. Abbiate il coraggio dell’abnegazione nel servizio! Voi troverete in tal modo il vostro autentico essere, che non dipende dall’“avere”, e vi sentirete molto arricchiti.

Rivolgendosi poi ai giovani di lingua portoghese il Papa ha detto:

Siate benvenuti anche voi giovani di lingua portoghese, qui ampiamente rappresentati dai giovani e dalle giovani della nazione vicina: il Portogallo. Il Papa sentiva già la vostra nostalgia! A tutti, con viva simpatia ed affetto, ripeto una domanda già a suo tempo fatta a Lisbona: siete consapevoli di essere “alleati naturali di Cristo” per evangelizzare? Che da questo incontro portiate ancor viva ed operosa la consapevolezza che siete testimoni di Cristo, nostra vita, pace e gioia.

Ai suoi connazionali polacchi il Papa ha detto:

Vi saluto cordialmente, giovani polacchi venuti dalla Polonia e dalle comunità polacche all’estero fino a Santiago de Compostela per la Giornata Mondiale della Gioventù dell’anno del Signore 1989, seguendo l’antichissima rotta dei pellegrini.

Esprimo la mia profonda gioia per il fatto che in questo luogo, legato alla memoria di san Giacomo, apostolo e martire, desiderate pregare insieme con il Papa e confermarvi nella vostra vocazione, il cui modello è lo stesso Cristo, nostra via, verità e vita.

Il Papa ha poi così salutato i giovani olandesi:

Saluto di cuore i giovani fiamminghi e olandesi. Possano, con il pellegrinaggio a Santiago de Compostela, comprendere meglio che la loro vita è un pellegrinaggio ininterrotto verso la patria celeste e che Gesù Cristo è la via per percorrere questo cammino.

Rivolgendosi ai giovani croati ha detto:

Saluto cordialmente anche tutti i giovani croati. Che Cristo sia sempre per voi, per i vostri coetanei e per tutto il vostro popolo via, verità e vita.

Di cuore imparto a tutti la mia benedizione apostolica.

Ai giovani sloveni presenti il Papa ha detto:

Saluto anche cordialmente tutti i giovani della Slovenia. Che Cristo sia sempre per voi e per tutti i vostri coetanei “Via, Verità e Vita”.

Che vi accompagni ovunque la mia benedizione apostolica.

Quindi il santo Padre ha così salutato i giovani provenienti dal Giappone:

Sia lodato Gesù Cristo!

Desidero salutare tutti i giovani giapponesi venuti qui dall’Estremo Oriente per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù, a questo incontro delle speranze giovanili.

Vi auguro che, uniti a Cristo, con l’aiuto della Vergine, insieme a tutti i giovani del mondo, possiate costruire un mondo nuovo.

Sia lodato Gesù Cristo!

Erano presenti anche giovani vietnamiti ai quali il Papa ha detto:

Saluto tutti i ragazzi e le ragazze del Vietnam. A tutti voi, che siete giunti da così lontano, auguro che, avendo compreso la missione dei laici nella Chiesa, andiate a testimoniarla per il mondo nel nome di Gesù: egli è “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

Conclusi i saluti il Papa ha proseguito in spagnolo il suo discorso:

Insieme a voi, che siete qui convenuti in così gran numero, ricordo, perché si sono uniti spiritualmente a noi, i tanti giovani e le tante giovani di tutto il mondo che hanno comunicato la loro vicinanza e partecipazione a questa giornata.

Ringrazio anche i Cardinali e i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici che vi hanno accompagnati in questo cammino sulle orme di san Giacomo.

La via. È questa la parola che meglio esprime la caratteristica di questo incontro mondiale della gioventù.

Vi siete messi in cammino da tutti i paesi d’Europa, da tutti i continenti. Alcuni di voi sono venuti a piedi come gli antichi pellegrini; altri in bicicletta, in nave, in autobus, in aereo . . . Siete venuti per riscoprire qui, a Santiago, le radici della nostra fede, per impegnarvi, con cuore generoso. nella “nuova evangelizzazione”, alle soglie, ormai, del terzo millennio.

Nel corso dei secoli, innumerevoli pellegrini ci hanno preceduto sul cammino di Santiago. All’inizio del primo quadro di questa rappresentazione scenica abbiamo visto i pellegrini con i caratteristici e tradizionali simboli della “rotta di Santiago”: sombrero, bastone, conchiglia e borraccia. Quando tornerete ai vostri Paesi - nelle vostre case e negli ambienti di studio - questi simboli vi faranno ricordare l’incontro di questa notte e soprattutto il suo significato.

Per noi, come per i pellegrini che ci hanno preceduto nelle epoche passate, questo cammino rappresenta un profondo spirito di conversione. Un desiderio di tornare a Dio. Un cammino di purificazione e di penitenza, di rinnovamento e di riconciliazione.

Perciò, per tutti noi, come per i pellegrini che ci hanno preceduto, è molto importante concluderlo con un incontro con il Signore, attraverso i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. So che molti di voi li hanno ricevuti durante questi giorni. “La purificazione del cuore e il ritorno al Padre del cielo sono - come hanno scritto i Vescovi delle diocesi della “ruta Jacobea” nella loro lettera pastorale - ispirazione e motivazione fondamentale del cammino di Santiago” (Episc. Dioec., Epistula pastoralis, n. 57).

1.2. Meditiamo sul significato della parola “cammino”, perché questa conversione del cuore e l’incontro con il Signore, che stiamo vivendo, diano senso alla nostra vita.

La parola “cammino” è molto collegata all’idea della “ricerca”. Questo aspetto è stato messo in risalto nella rappresentazione a cui stiamo assistendo.

Pellegrini, cosa cercate? è la domanda che fa il crocevia dei cammini. Questo crocevia rappresenta la domanda che l’uomo si pone sul senso della vita, sulla mèta che vuole raggiungere, sulle ragioni del proprio comportamento.

Abbiamo visto rappresentate, in modo molto espressivo, alcune delle cose che, spesso, molti uomini si pongono come obiettivo della loro vita e della loro azione: il denaro, il successo, l’egoismo, il benessere. Ma i giovani pellegrini della rappresentazione si sono resi conto che alla lunga questo non soddisfa l’uomo. Queste cose non possono riempire il cuore umano.

1.3. Pellegrini, cosa cercate? Questa domanda dobbiamo porcela tutti noi qui presenti. Soprattutto voi, cari giovani, che avete tutta la vita dinanzi a voi. Vi esorto a decidere in modo definitivo la direzione del vostro cammino.

Con le stesse parole di Cristo vi chiedo: “Che cercate?” (Gv 1, 38). Cercate Dio?

La Tradizione spirituale del cristianesimo non soltanto sottolinea l’importanza della nostra ricerca di Dio. Mette in evidenza qualcosa di ancor più importante: è Dio che cerca noi. Egli ci viene incontro.

Il nostro cammino di Compostela significa voler dare una risposta alle nostre necessità ai nostri interrogativi, alla nostra “ricerca” e anche andare incontro a Dio che ci cerca con un amore così grande che difficilmente riusciamo a comprendere.

1.4. Questo incontro con Dio si realizza in Gesù Cristo. È in lui, che ha dato la vita per noi, nella sua umanità, che sperimentiamo l’amore che Dio ha per noi. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).

Così come Gesù chiamò san Giacomo e gli altri apostoli, egli chiama ciascuno di noi. Ciascuno di noi qui, a Santiago, deve capire e credere: “Dio mi chiama, Dio mi manda”. Fin dall’eternità Dio ha pensato a noi e ci ha amati come persone uniche e irripetibili. Egli ci chiama, e la sua chiamata si realizza attraverso la persona di Gesù Cristo che ci dice, come ha detto agli apostoli: “Vieni e seguimi”. Egli è la via che ci conduce al Padre!

Bisogna però riconoscere che noi non abbiamo né la forza, né la costanza, né la purezza di cuore sufficiente per seguire Dio con tutta la nostra vita e con tutto il nostro cuore. Chiediamole a Maria, lei che è stata la prima a seguire il cammino di suo Figlio, interceda per noi.

Gesù desidera accompagnarci, come accompagnò i discepoli lungo il cammino di Emmaus. Egli ci indica la direzione del percorso da seguire. Egli ci dà la forza. Nel tornare a casa, come i discepoli nel passo evangelico, potremo dire che il nostro cuore ardeva quando ci parlava lungo il cammino e che lo abbiamo riconosciuto mentre spezzava il pane (cf. Lc 24, 22. 25). Sarà il momento di presentarci ai nostri fratelli, soprattutto agli altri giovani, come testimoni. Sì! Testimoni dell’amore di Dio e della sua speranza di salvezza!

II - La Verità

2.1. “Noi cerchiamo la verità”. È necessario che queste parole dell’ultimo canto risuonino nei nostri cuori, poiché ci indicano il significato più profondo del cammino di san Giacomo: cercare la verità e proclamarla.

Dov’è la verità? “che cos’è la verità”? (Gv 18, 38). Prima di voi qualcuno ha già rivolto questa stessa domanda a Gesù.

Durante la rappresentazione, abbiamo assistito a tre risposte che la gente dà a queste domande. La prima: porre tutto il nostro impegno nella soddisfazione immediata dei nostri sensi, cercare continuamente i piaceri della vita. A questo, i pellegrini hanno risposto: “Ci siamo divertiti ma . . . continuiamo a camminare nel vuoto”.

Anche la seconda risposta, quella dei violenti che si preoccupano soltanto del potere e del dominio sugli altri, non è stata giudicata valida nemmeno dai pellegrini del secondo quadro. Questa risposta conduce non solo alla distruzione della dignità dell’altro - fratello o sorella - ma anche alla distruzione di se stessi. Alcune esperienze di questo secolo che continuano fino ai nostri giorni, mettono in evidenza dove si giunge quando si ha come obiettivo il potere e la supremazia sugli altri.

La terza risposta, data dai tossicodipendenti, è cercare la liberazione e la realizzazione della persona attraverso l’evasione dalla realtà. È la triste esperienza fatta da tante persone e fra queste da molti giovani della vostra età che hanno intrapreso questo cammino, o altri simili. Invece di condurli verso la libertà, queste vie li portano alla schiavitù e al tempo stesso all’autodistruzione.

2.2. Sono convinto che, come quasi tutti i giovani d’oggi, voi siete preoccupati per l’inquinamento dell’aria e del mare e che il problema dell’ecologia vi sta a cuore. Siete colpiti dal cattivo uso dei beni della terra e dalla distruzione progressiva dell’ambiente. E avete ragione. Occorre intraprendere una azione coordinata e responsabile prima che il nostro pianeta subisca dei danni irreparabili.

Ma, cari giovani, esiste anche un inquinamento delle idee e dei costumi, che può condurre alla distruzione dell’uomo. Questo inquinamento è il peccato, da cui nasce la menzogna.

La verità e la menzogna. Occorre riconoscere che molto spesso la menzogna ci si presenta sotto le spoglie della verità. È quindi necessario acuire il discernimento per riconoscere la verità, la Parola che viene da Dio, e rifuggire le tentazioni che vengono dal “Padre della menzogna”. Intendo parlare del peccato, che consiste nel negare Dio, nel rifiutare la luce. Come dice il Vangelo di Giovanni, “la luce vera” era nel mondo: il Verbo “da cui il mondo fu fatto, ma che il mondo non riconobbe” (cf. Gv 1, 9-10).

2.3. “Alla radice del peccato umano sta la menzogna come radicale rifiuto della verità contenuta nel Verbo del Padre, mediante il quale si esprime l’amorevole onnipotenza del Creatore: l’onnipotenza ed insieme l’amore di Dio Padre, creatore del cielo e della terra” (Dominum et Vivificantem , 33).

“La verità contenuta nel Verbo del Padre”. Ecco ciò che vogliamo dire quando riconosciamo Gesù Cristo come la verità, “Cos’è la verità?” gli chiedeva Pilato. La tragedia di Pilato è stata che la verità era dinanzi a lui nella persona di Gesù Cristo, e che lui non è stato capace di riconoscerla.

Cari giovani, questa tragedia non deve ripetersi nella nostra vita. Cristo è il centro della fede cristiana; la fede che la Chiesa proclama oggi, come ha sempre fatto, a tutti gli uomini e a tutte le donne. Dio si è fatto uomo. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Gli occhi della fede vedono in Gesù Cristo l’uomo quale può essere e come Dio vuole che sia. Al tempo stesso Gesù ci rivela l’amore del Padre.

2.4. Come ho già scritto nel messaggio per questa Giornata Mondiale della Gioventù, la verità è l’esigenza più profonda dello spirito umano. Innanzitutto dovete avere sete di verità su Dio, sull’uomo, sulla vita e sul mondo.

Ma la verità è Gesù Cristo. Amate la verità! Vivete nella verità! Portate la verità al mondo! Siate testimoni della verità, Gesù è la verità che salva; egli è la verità intera verso la quale ci condurrà lo Spirito di verità (cf. Gv 16, 13).

Cari giovani: cerchiamo la verità su Cristo, sulla sua Chiesa! Ma dobbiamo essere coerenti: amiamo la verità, viviamo nella verità, proclamiamo la verità! O Cristo, mostraci la verità! Sii per noi l’unica verità!

III - La Vita

3.1. Infine, carissimi giovani, Cristo è la vita! Sono certo che ciascuno di voi ama la vita, non la morte. Voi desiderate vivere la vita in pienezza, animati dalla speranza, che nasce da un progetto di ampio respiro.

È giusto che abbiate sete di vita, di vita piena. Siete giovani proprio per questo. Ma in che cosa consiste la vita? Qual è il senso della vita e qual è il modo migliore per attuarlo? Poco fa avete cantato con entusiasmo: “Somos peregrinos de la vida, caminantes unidos para amar”. Non c’è in questo lo spunto per la risposta che cercate?

La fede cristiana pone un legame profondo tra amore e vita. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: “Dio ha tanto amato il mondo da fare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). L’amore di Dio ci porta alla vita, e questo amore e questa vita si fanno realtà in Gesù Cristo. Egli è l’amore incarnato del Padre; in lui “si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, il suo amore per gli uomini” (Tt 3, 4).

Cristo, carissimi giovani, è dunque l’unico interlocutore competente, al quale potete porre le domande essenziali sul valore e sul senso della vita: non solo della vita sana e felice, ma anche di quella gravata dalla sofferenza, quando sia segnata da qualche handicap fisico o da situazioni di disagio familiare e sociale. Sì, Cristo è l’unico interlocutore competente, anche per le domande drammatiche, che è possibile formulare più con i gemiti che con le parole. Lui interrogate, lui ascoltate!

Il senso della vita, egli vi dirà, sta nell’amore. Solo chi sa amare fino a dimenticare se stesso per donarsi al fratello realizza a pieno la propria vita ed esprime nel massimo grado il valore della propria vicenda terrena. È il paradosso evangelico della vita che si riscatta perdendosi (cf. Gv 12, 25), un paradosso che trova la sua piena luce nel mistero del Cristo morto e risorto per noi.

Proseguendo a parlare in spagnolo il Papa ha detto:

3.2. Cari giovani, nella dimensione del dono si presenta la prospettiva matura di una vocazione umana e cristiana. Ciò è importante soprattutto per la vocazione religiosa, nella quale un uomo o una donna attraverso la professione dei consigli evangelici, fa proprio il programma che Cristo stesso realizzò sulla terra per il Regno di Dio. Essi si impegnano a rendere una testimonianza particolare dell’amore di Dio al di sopra di tutto, e ricordando a ciascuno la chiamata comune all’unione con Dio nell’eternità.

Il mondo attuale ha bisogno come non mai di questi testimoni, perché è sempre così preso dalle cose terrene che si dimentica di quelle del cielo.

Voglio qui ricordare in modo particolare le quattrocento giovani religiose di vita contemplativa della Spagna, che mi hanno manifestato il loro desiderio di essere presenti a questo incontro. Sono certo che sono molto unite a tutti noi attraverso la preghiera nel silenzio del chiostro. Sette anni fa molte di loro assistettero all’incontro che ebbi con i giovani nello stadio Santiago Bernabeu di Madrid. In seguito, rispondendo generosamente alla chiamata di Cristo, lo hanno seguito per la vita. Ora si dedicano a pregare per la Chiesa, soprattutto per voi giovani, perché sappiate rispondere con uguale generosità alla chiamata di Gesù.

Con profonda gioia mi fa piacere proporvi anche, come modello di sequela di Cristo, l’encomiabile figura del servo di Dio Rafael Arnáiz Barón, morto come oblato trappista a ventisette anni di età nell’abbazia di san Isidoro de Duenas (Palencia). Di lui giustamente è stato detto che visse e morì “con un cuore lieto e con molto amore verso Dio”. Fu un giovane, come molti di voi, che accolse la chiamata di Cristo e lo seguì con decisione.

Parlando nuovamente in italiano il Papa ha così proseguito:

3.3. Tuttavia, giovani che mi ascoltate, la chiamata di Cristo non si rivolge soltanto a religiose, religiosi e sacerdoti. Egli chiama tutti; chiama anche chi, sorretto dall’amore, si avvia verso il traguardo del matrimonio. È Dio infatti che ha creato l’essere umano maschio e femmina, introducendo così nella storia quella singolare “duplicità”, grazie alla quale l’uomo e la donna, pur nella sostanziale parità dei diritti, si caratterizzano per quella meravigliosa complementarietà degli attributi, che ne feconda la reciproca attrazione. Nell’amore che sboccia dall’incontro della mascolinità con la femminilità s’incarna l’appello di Dio stesso, il quale ha creato l’uomo “a sua immagine e somiglianza”, proprio come “uomo e donna”. Questo appello Cristo ha fatto proprio, arricchendolo di valenze nuove nell’alleanza definitiva stipulata sulla Croce. Ebbene, miei cari, nell’amore di ogni battezzato egli chiede di poter esprimere l’amore suo verso la Chiesa, per la quale ha sacrificato se stesso, affinché “potesse comparirgli davanti gloriosa, senza macchia, né ruga, né altro di simile, ma santa e irreprensibile” (Ef 5, 27).

Carissimi giovani! A ciascuno di voi, come a quel vostro coetaneo di cui riferisce il Vangelo (cf. Mt 19, 16-22), Cristo rinnova l’invito: “Seguimi!”. Qualche volta quella parola significa: “Ti chiamo ad un amore totale per me”; ma molto spesso con essa Gesù intende dire: “Segui me che sono lo sposo della Chiesa; impara ad amare la tua sposa, il tuo sposo come io ho amato la Chiesa. Diventa partecipe anche tu di quel mistero, di quel sacramento, di cui nella lettera agli Efesini si dice che è “grande”: grande appunto «in riferimento a Cristo e alla Chiesa»” (Ef 5, 32).

Giovani che mi ascoltate! Cristo desidera insegnarvi la meravigliosa ricchezza dell’amore sponsale. Lasciate che egli parli al vostro cuore. Non fuggite da lui. Egli ha qualcosa di importante da dirvi per il futuro del vostro amore. Soprattutto, con la grazia del sacramento, egli ha qualcosa di decisivo da darvi, perché il vostro amore abbia in sé la forza necessaria per superare le prove dell’esistenza.

Molte voci intorno a voi parlano oggi un linguaggio diverso da quello di Cristo, proponendo modelli di comportamento che, in nome di una “modernità” affrancata da “complessi” e da “tabù”, - come si è soliti dire - riducono l’amore ad esperienza provvisoria di gratificazione personale o anche di mero godimento sessuale. A chi sa guardare con occhio libero da pregiudizi questo genere di rapporti, non è difficile scorgere dietro l’orpello delle parole la realtà deludente di un atteggiamento egoistico, che mira principalmente al proprio tornaconto. L’altro non è più riconosciuto nella sua dignità di soggetto ma è declassato al rango di oggetto, di cui si dispone secondo criteri ispirati non ai valori ma all’interesse.

Lo stesso figlio, che dovrebbe essere il frutto vivo dell’amore dei genitori, che in esso s’incarna e in certo modo si trascende e si perpetua, finisce per essere sentito come una cosa, che si ha diritto di pretendere o di rifiutare a seconda del proprio soggettivo stato d’animo.

Come non riconoscere in tutto ciò il tarlo di una mentalità consumistica che ha lentamente svuotato l’amore di quel contenuto trascendente, in cui si manifesta una scintilla del fuoco che arde nel cuore stesso della Trinità santissima? Bisogna riportare l’amore a questa sua eterna sorgente, se si vuole che esso continui a generare appagamento vero, gioia, vita.

A voi, giovani, il compito di farvi testimoni in mezzo al mondo di oggi della verità sull’amore. È una verità esigente, che spesso contrasta con le opinioni e con gli “slogans” correnti. Ma è l’unica verità degna di esseri umani, chiamati a far parte della famiglia di Dio!

Il Santo Padre ha poi così continuato parlando in spagnolo:

IV - La chiamata di Cristo

4.1. Voi siete venuti a questo monte della Gioia, pieni di speranza e di fiducia, mettendo da parte le insidie del mondo, per incontrare veramente Gesù, “la Via, la Verità e la Vita”, il quale vi invita tutti a seguirlo con amore. È una chiamata universale, che prescinde dal colore della pelle, dalla condizione sociale o dall’età. In questa notte, così emozionante per il suo significato religioso, per la fraternità e la gioia giovanile, Cristo amico è in mezzo all’assemblea per chiedervi personalmente se volete seguire con decisione la via che egli vi indica, se siete disposti ad accettare la sua verità, il suo messaggio di salvezza, se desiderate vivere pienamente l’ideale cristiano.

È una decisione che dovete prendere senza paura. Dio vi aiuterà, vi darà la sua luce e la sua forza perché sappiate rispondere con generosità alla sua chiamata. Chiamata a una vita cristiana totale.

Rispondete alla chiamata di Gesù Cristo e seguitelo!

4.2. Ma, più di uno di voi si starà chiedendo: Che vuole Gesù da me? A che cosa mi chiama? Qual è il significato della sua chiamata per me?

Per la gran parte di voi l’amore umano si presenta come una forma di autorealizzazione nella formazione di una famiglia. Perciò, nel nome di Cristo desidero domandarvi:

Siete disposti a seguire la chiamata di Cristo attraverso il sacramento del Matrimonio, per essere procreatori di nuove vite, educatori di nuovi pellegrini per la città celeste?

Nella storia della salvezza, il matrimonio cristiano è un mistero di fede. La famiglia è un mistero di amore, poiché collabora direttamente all’opera creatrice di Dio. Carissimi giovani, una gran parte della società non accetta gli insegnamenti di Cristo e, quindi, prende altre direzioni: l’edonismo, il divorzio, l’aborto, il controllo delle nascite e i contraccettivi. Questi modi di intendere la vita sono in chiaro contrasto con la legge di Dio e gli insegnamenti della Chiesa. Seguire fedelmente Cristo significa mettere in pratica il messaggio evangelico, che implica anche la castità, la difesa della vita, così come l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che non è un semplice contratto che si possa rompere arbitrariamente.

Vivendo nel “permissivismo” del mondo moderno, che nega o minimizza l’autenticità dei principi cristiani, è facile e piacevole respirare questa mentalità corrotta e soccombere al desiderio passeggero. Ma tenete presente che coloro che agiscono in questo modo non seguono né amano Cristo. Amare significa camminare insieme nella stessa direzione verso Dio, che è l’origine dell’amore. In questa dimensione cristiana, l’amore è più forte della morte, perché ci prepara ad accogliere la vita, a proteggerla e a difenderla dal seno materno fino alla morte. Perciò torno a chiedervi:

Siete disposti a difendere la vita umana con la massima cura in tutti i momenti, anche nei più difficili? Siete disposti, come giovani cristiani, a vivere e difendere l’amore attraverso il matrimonio indissolubile, a proteggere la stabilità della famiglia che favorisce l’educazione equilibrata dei figli, sotto la protezione dell’amore paterno e materno che si completano reciprocamente?

Questa è la testimonianza cristiana che ci si attende dalla maggior parte di voi giovani. Essere cristiano significa dare testimonianza della verità cristiana e, soprattutto oggi, significa mettere in pratica il senso autentico che Cristo e la Chiesa danno alla vita e alla piena realizzazione dei giovani attraverso il matrimonio e la famiglia.

Parlando in portoghese il Santo Padre ha così proseguito:

4.3. Sì, miei cari giovani, Cristo vi chiama non solo per camminare con lui in questo pellegrinaggio della vita. Egli vi invia in sua vece per essere messaggeri della verità e per essere suoi testimoni nel mondo, concretamente, dinanzi ad altri giovani come voi, perché molti di loro oggi nel mondo intero sono in cerca della via, della verità e della vita, ma non sanno dove andare.

“L’ora è venuta per intraprendere una nuova evangelizzazione” (Christifideles Laici , 34); e voi non potete mancare a questo importante appello. In questo luogo, dedicato a san Giacomo, il primo fra gli apostoli che diede testimonianza della fede attraverso il martirio, ci impegniamo ad accettare il mandato di Cristo: “mi sarete testimoni . . . fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8).

Cosa significa essere testimoni di Cristo? Significa semplicemente vivere secondo il Vangelo: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente . . . Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37. 39).

Il cristiano è chiamato a servire i fratelli e la società, a promuovere e a sostenere la dignità di ogni essere umano, a rispettare, difendere e promuovere i diritti della persona, ad essere artefice di una pace duratura ed autentica basata sulla fratellanza, sulla libertà, sulla giustizia e sulla verità.

Nonostante le meravigliose possibilità offerte all’umanità dalla tecnologia moderna, nel mondo c’è ancora molta povertà e molta miseria. In molti luoghi della terra le persone vivono sotto la minaccia della violenza, del terrorismo e addirittura della guerra. Il nostro pensiero si rivolge ancora una volta al Libano e ad altri paesi del Medio Oriente, così come a tutti i popoli e a tutti i paesi in cui esistono guerra e violenza.

C’è un’urgente necessità di poter contare su inviati di Cristo e messaggeri cristiani, E voi, giovani tutti, ragazzi e ragazze, sarete in futuro questi inviati e messaggeri.

Infine il Santo Padre ha concluso in spagnolo il suo discorso:

4.4. La chiamata di Cristo ci conduce lungo un cammino che non è facile da percorrere, perché può condurre anche alla Croce. Ma non esiste altro cammino che porti alla verità e dia la vita. Senza dubbio non siamo soli in questo cammino. Maria, con il suo “Fiat” ha aperto un nuovo cammino all’umanità. Lei, per mezzo della sua accettazione e donazione totale alla missione di suo Figlio, è il prototipo di ogni vocazione cristiana. Lei camminerà con noi, sarà nostra compagna di viaggio e con il suo aiuto potremo seguire la vocazione che Cristo ci offre.

Cari giovani, incamminiamoci con Maria; impegniamoci a seguire Cristo via, verità e vita. Saremo così ardenti messaggeri della nuova evangelizzazione e generosi costruttori della civiltà dell’amore.

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON GLI INFERMI E GLI INVALIDI NELLA CHIESA DEL SEMINARIO MAGGIORE

Santiago de Compostela (Spagna) - Sabato, 19 agosto 1989

Cari fratelli e sorelle.

1. In questo significativo giorno in cui tanti giovani e tante giovani di tutto il mondo, riunitisi a Santiago de Campostela o nei luoghi più remoti dell’“orbe”, si sentono uniti con il Papa per celebrare Cristo redentore, voi costituite il centro dell’attenzione ecclesiale, perché la sofferenza vi rende specialmente vicini a Cristo; più ancora fa di voi un Cristo vivente in mezzo al mondo, poiché “l’uomo sofferente è via della Chiesa perché egli è anzitutto via di Cristo stesso, il buon samaritano che “non passa oltre”, ma “ne ha” compassione, si fa vicino . . . gli fascia le ferite . . . si prende cura di lui”! (Lc 10, 32-34)” (Christifideles Laici , 53).

Per questo io provo una particolare soddisfazione pastorale nell’avvicinarmi a voi per salutarvi - vorrei farlo a ciascuno personalmente -, per dialogare sulla vostra situazione, per incoraggiarvi, per benedirvi e per far vedere dinanzi a tutti gli altri uomini e donne ciò che voi siete e quel che significate per l’intera umanità.

Desidero inoltre ringraziare per le vive espressioni con cui un vostro rappresentante ha manifestato i vostri desideri e la vostra disponibilità alla volontà del Signore; espressioni e testimonianze di vita che sono riassunte nel libro che mi avete consegnato.

Desidero inoltre dimostrare il mio apprezzamento per i sentimenti di vicinanza e di solidarietà con voi che soffrite o che siete menomati manifestati da un giovane della vostra età.

Parlando in galiziano il Santo Padre ha detto:

A motivo della vostra malattia, non soltanto siete privilegiati agli occhi di Dio, ma siete coloro che più possono chiedere e far sì che la gioventù del mondo incontri Gesù Cristo, via, verità e vita. In un tempo in cui la Croce è nascosta, voi, accettandola, siete testimoni che Gesù Cristo ha voluto abbracciarla per la nostra salvezza.

Riprendendo a parlare in spagnolo il Papa ha così proseguito:

2. Giovani malati e handicappati! Proprio nel periodo più bello della vita, in cui il vigore e il dinamismo costituiscono una caratteristica propria dell’uomo, voi vi trovate fragili e senza le forze necessarie per compiere tante attività, così come è dato di fare a tanti altri ragazzi e ragazze della vostra età.

Infatti tanti vostri coetanei sono venuti oggi, camminando fino al monte del Gozo (monte della Gioia), dove ci riuniremo questo pomeriggio. Voi non siete in condizione di camminare, ma - lasciatemelo dire con un paradosso - siete giunti prima di tutti al “monte della gioia”. Sì, perché il Calvario, dove Gesù è morto e risorto e dove voi siete con lui, è, guardato con gli occhi della fede, il monte della gioia, la collina dell’allegria perfetta, la vetta della speranza.

3. Anche io conosco - perché l’ho provata nella mia persona - la sofferenza che causa la limitazione fisica, la debolezza propria della malattia, la mancanza di energie per il lavoro, il non sentirsi in forma per svolgere una vita normale. Ma so anche - e vorrei farvelo comprendere - che quella sofferenza ha anche un altro aspetto, sublime: dà una grande capacità spirituale, perché la sofferenza è purificazione per sé e per gli altri e se viene vissuta nella dimensione cristiana può trasformarsi in dono offerto per completare nella propria carne “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24).

Per questo la sofferenza abilita alla santità, dato che racchiude grandi possibilità apostoliche ed ha un valore salvifico eccezionale quando è unita alle sofferenze di Cristo.

È incommensurabile, inoltre, la forza evangelizzatrice che il dolore possiede. Per questo, quando chiamo tutti i fedeli cristiani alla grande impresa missionaria di effettuare una nuova evangelizzazione, ho presente che in prima linea vi saranno, quali eccezionali evangelizzatori, i malati, i giovani malati. “Anche i malati sono mandati come operai nella sua vigna”. Perché “il peso, che affatica le membra del corpo e scuote la serenità dell’anima, lungi dal distoglierli dal lavorare nella vigna, li chiama a vivere la loro vocazione umana e cristiana ed a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose” (Christifideles Laici, 53).

4. Nella lettera apostolica Salvifici Doloris, ho parlato diffusamente sul senso cristiano della sofferenza e ho fatto riferimento ad alcune delle idee che ho esposto prima. Vorrei che questa lettera fosse come una guida per la vostra vita, così che possiate contemplare sempre la vostra situazione alla luce del Vangelo, fissando lo sguardo su Gesù Cristo crocifisso, Signore della vita, Signore della nostra salute e delle nostre malattie, padrone dei nostri destini.

Voi, offrendo al Signore, le forze limitate, siete la ricchezza della Chiesa, la riserva di energie per la sua missione evangelizzatrice. Siete l’espressione di una sapienza ineffabile, che viene soltanto dalla sofferenza: “Bene per me sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti” (Sal 119 (118), 71). Con il dolore la vita si fa più profonda, più comprensiva, più umile, più sincera, più solidale, più generosa. Nella malattia comprendiamo meglio che la nostra esistenza è gratuita e che la salute è un immenso dono di Dio.

Voi, miei cari amici nel dolore, attraverso la sofferenza scoprirete più facilmente ed insegnerete a noi a scoprire Gesù Cristo “Via, Verità e Vita”. Guardate il Signore, uomo dei dolori. Fissate la vostra attenzione su Gesù che, anche lui giovane come voi, con la sua morte in Croce mostrò all’uomo il valore inestimabile della vita, che comporta necessariamente l’accettazione della volontà di Dio Padre.

5. Prima di concludere questo incontro, desidero rivolgermi a quanti, per vincoli di sangue o per la propria professione medica e di assistenza umana e sociale, sono in continuo contatto con i nostri cari giovani malati.

Esprimo a voi il mio apprezzamento per la generosità, e talvolta abnegazione, con cui vi sforzate di creare attorno a loro, immagini vive del Cristo dolente, un ambiente familiare accogliente e sereno. Voi sentite il dovere di compiere il vostro lavoro come un vero servizio, da fratello a fratello. Sapete bene che chi soffre non cerca soltanto un sollievo al suo dolore o alle sue limitazioni, ma cerca anche il fratello o la sorella capace di comprendere il suo stato d’animo e di aiutarlo ad accettare se stesso e a sopportare la sua vita di tutti i giorni.

Per questo è fondamentale la fede, che vi consente di scorgere nel malato il volto amico di Cristo. Non è stato forse lui a dire: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25, 36)? In questa dimensione cristiana il vostro servizio, talvolta continuo e faticoso, ha un valore inestimabile dinanzi alla società, e soprattutto, dinanzi al Signore.

Cari malati e handicappati, vi benedico con il mio affetto più grande e sentito. E mi è gradito estendere questa benedizione ai vostri cari e a quanti vi assistono e vi accompagnano nell’ambito spirituale, umano e sanitario.

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VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

PREGHIERA DI GIOVANNI PAOLO II DINANZI ALLA TOMBA DI SAN GIACOMO

Santiago de Compostela (Spagna) - Sabato, 19 agosto 1989

San Giacomo!

Sono qui, nuovamente, presso il tuo sepolcro / al quale mi avvicino oggi, / pellegrino da tutte le strade del mondo, / per onorare la tua memoria ed implorare la tua protezione./ Giungo dalla Roma luminosa e perenne, / fino a te che ti sei fatto pellegrino sulle orme di Cristo / ed hai portato il suo nome e la sua voce / fino a questo confine dell’universo. / Vengo dai luoghi di Pietro / e, quale suo successore, porto a te / che sei con lui colonna della Chiesa, / l’abbraccio fraterno che viene dai secoli / ed il canto che risuona fermo ed apostolico nella cattolicità. / Viene con me, san Giacomo, un immenso fiume giovanile / nato dalle sorgenti di tutti i paesi della terra. / Qui lo trovi, unito e sereno alla tua presenza, / ansioso di rinnovare la sua fede nell’esempio vibrante della tua vita. / Veniamo a questa soglia benedetta in animato pellegrinaggio. / Veniamo immersi in questo copioso esercito / che sin dalle viscere dei secoli è venuto portando le genti fino a questa Compostela / dove tu sei pellegrino ed ospite, apostolo e patrono. / E giungiamo qui al tuo cospetto perché andiamo uniti nel cammino. / Camminiamo verso la fine di un millennio / che desideriamo sigillare con il sigillo di Cristo. / Camminiamo ancora oltre, verso l’inizio di un millennio nuovo / che desideriamo aprire nel nome di Dio. / San Giacomo, / abbiamo bisogno per il nostro pellegrinaggio / del tuo ardore e del tuo coraggio. / Per questo veniamo a chiederteli / fino a questo “finisterrae” delle tue imprese apostoliche. / Insegnaci, Apostolo ed amico del Signore, / la via che porta a lui. / Aprici, predicatore delle Spagne, / alla verità che hai imparato dalle labbra del Maestro. / Dacci, testimone del Vangelo, / la forza di amare sempre la vita. / Mettiti tu, patrono dei pellegrini, / alla testa del nostro pellegrinaggio di cristiani e di giovani. / E come i popoli all’epoca camminarono verso di te, / vieni tu in pellegrinaggio con noi incontro a tutti i popoli. / Con te, san Giacomo apostolo e pellegrino, / desideriamo insegnare alle genti d’Europa e del mondo / che Cristo è - oggi e sempre - / la via, la verità e la vita.

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VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE IL «RITO DEL PELLEGRINO» DAVANTI ALLA CATTEDRALE DI SANTIAGO

Santiago de Compostela (Spagna) - Sabato, 19 agosto 1989

1. “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore. / E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” (Sal 122, 1-2).

Cari confratelli nell’Episcopato, fratelli e sorelle in Cristo.

Come un pellegrino tra gli altri desidero ringraziare il Signore, da cui proviene ogni bene, perché mi trovo a Santiago de Compostela. Dinanzi a questo maestoso “Portico della Gloria”, che ammiro per la seconda volta, mi sento veramente scuotere da quell’emozione accesa nei cuori di migliaia e migliaia di pellegrini di Santiago che nel corso dei secoli hanno posato lo sguardo su questo singolare e originale monumento di pietra, immagine evocatrice della vera Gerusalemme celeste.

Prima di varcare la soglia della casa e del tempio di san Giacomo, per venerare il suo sepolcro ed abbracciare la sua statua, desidero salutare i presenti, giunti anch’essi in pellegrinaggio al sepolcro dell’Apostolo.

Innanzitutto desidero porgere il mio fraterno saluto al Pastore di questa arcidiocesi, monsignor Antonio Maria Rouco Varela, che ringrazio per le cordiali parole che ha voluto rivolgermi. Saluto inoltre il suo Vescovo ausiliare, monsignor Ricardo Blazquez Perez, i signori Cardinali e gli altri Vescovi presenti, giunti da altre diocesi della Spagna e del mondo, accompagnati da tanti pellegrini. Insieme a loro saluto anche i numerosi sacerdoti, religiosi e religiose.

Porgo inoltre il mio cordiale saluto ai seminaristi ed ai giovani che, in rappresentanza di tutti gli altri e con il mantello da pellegrino sulle spalle, mi hanno accompagnato fino alla cattedrale.

In modo particolare rinnovo il mio affettuoso saluto alle loro maestà i sovrani di Spagna, che hanno voluto partecipare a questa liturgia. Attraverso di loro mi sia concesso rivolgere ancora una volta il mio affettuoso saluto all’amato popolo spagnolo.

Il Santo Padre ha poi aggiunto in gallego:

Dio ha voluto che, come Vescovo di Roma, successore di san Pietro, nato nella Galizia orientale, giungessi ancora una volta, come pellegrino, e mi incontrassi in questo luogo santo, nella Giustizia occidentale del Finisterre ispanico, con giovani pellegrini di tutto il mondo a lode di Gesù Cristo via, verità e vita.

Riprendendo a parlare in spagnolo il Papa ha così proseguito:

2. “Gerusalemme è costruita / come città salda e compatta. / Là salgono insieme le tribù, / le tribù del Signore, / secondo la legge di Israele, / per lodare il nome del Signore” (Sal 122, 3-4).

Questo pellegrinaggio assume un significato eccezionale, poiché è la mèta di tutti coloro che partecipano alla quarta Giornata Mondiale della Gioventù.

Compostela, focolare spazioso e dalle porte aperte, dove è stato distribuito per secoli e secoli, senza alcuna discriminazione, il pane della “perdonanza” e della grazia, vuole trasformarsi, a partire da questo momento, in luce splendente di vita cristiana, in riserva di energia apostolica per nuovi cammini di evangelizzazione, sulla spinta della fede dei giovani, di una fede sempre giovane.

Sono una moltitudine quanti si sono uniti al mio pellegrinaggio - ne sono presenti in spirito anche molti altri -, perché si sentono tutti chiamati dalla parola di Cristo: “Io sono la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). Questi stessi pellegrini trasmettono al mondo contemporaneo il seme della speranza di una nuova generazione di discepoli di Cristo, intimamente fiduciosi e generosamente impegnati, così come l’apostolo san Giacomo nell’avventura di diffondere e radicare la buona Novella fra gli uomini. Questa evangelizzazione si presenta come prerogativa dei giovani di cuore generoso e creativo, aperti alla costruzione di un mondo senza frontiere, in cui prevalga una civiltà dell’amore, i cui protagonisti devono essere tutti i figli di Dio sparsi per il mondo.

3. “Domandate pace per Gerusalemme: / sia pace a coloro che ti amano, / sia pace sulle tue mura” (Sal 122, 6-7).

Oggi, qui, dinanzi al “Portico della Gloria”, questo pellegrinaggio della quarta Giornata Mondiale della Gioventù si presenta come un segno chiaro ed eloquente per il mondo. Le nostre voci proclamano unanimemente la nostra fede e la nostra speranza. Desideriamo accendere un fuoco di amore e di verità che attiri l’attenzione del mondo, come in passato le luci misteriose viste in questo luogo. Desideriamo scuotere il torpore del nostro mondo, con il grido convinto di migliaia e migliaia di giovani pellegrini che annunciano Cristo redentore di tutti gli uomini, centro della storia, speranza delle genti e salvatore dei popoli.

Con loro e con tutti i presenti dinanzi a questo “Portico”, rivive davanti ai nostri occhi l’incontro di una moltitudine di pellegrini davanti alle porte del tempio di san Giacomo descritto dal Codex Callistinus: “Quivi giungono innumerevoli genti da tutte le nazioni . . . Non vi è lingua né dialetto le cui voci non vi risuonino . . . Le porte della Basilica non si chiudono mai, né di giorno né di notte . . . Tutto il mondo vi giunge esclamando: «E-ultr-eia (Avanti, orsù!) E-sus-eia (In alto, orsù!)»”. Sì. Per un momento Santiago de Compostela è oggi la tenda dell’incontro, la mèta del pellegrinaggio, il segno eloquente della Chiesa pellegrina e missionaria, penitente e in cammino, orante ed evangelizzatrice che va per i sentieri della storia “fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga” (cf. Lumen Gentium , 8).

4. “Per i miei fratelli e i miei amici / io dirò: su di te sia pace! / Per la casa del Signore nostro Dio, / chiederò per te il bene” (Sal 122, 8-9).

Sono venuto innanzitutto per proclamare e confermare in tutti voi che la Chiesa è Popolo di Dio in cammino. È dunque non senza ragione che i primi cristiani che seguirono Cristo furono chiamati gli uomini del cammino (cf. Eb 9, 2). La Chiesa, lungo il suo percorso sui sentieri della storia, non cessa di affermare costantemente la presenza di Gesù di Nazaret, poiché sul cammino di ogni cristiano è presente il misterioso Pellegrino di Emmaus, che continua ad accompagnare i suoi illuminandoli con la sua Parola chiarificatrice ed alimentandoli con il suo Corpo e Sangue, pane di vita eterna.

Per questo, non deve sembrare strano che “la strada di Santiago” sia stata considerata talvolta paradigma del pellegrinaggio della Chiesa nel suo cammino verso la città celeste; cammino di preghiera e penitenza, di carità e solidarietà; tratto della vita in cui la fede, facendosi storia negli uomini, rende a sua volta cristiana la cultura. Le chiese e le abbazie, gli ospedali e gli asili della strada di Santiago parlano ancora di quell’avventura cristiana del pellegrinaggio, in cui la fede si faceva vita, storia, cultura, carità, opere di misericordia.

Ormai alle soglie dell’anno duemila la Chiesa desidera continuare ad essere compagna di viaggio per l’umanità; anche per la nostra umanità, a volte dolente e abbandonata a causa di tante infedeltà e sempre bisognosa di essere guidata verso la salvezza attraverso la densa nebbia che le incombe dinanzi quando si affievolisce la coscienza della comune vocazione cristiana, persino fra gli stessi fedeli. Lasciandosi condurre dallo Spirito, i cristiani semineranno ovunque i valori di pace e di verità che scaturiscono dal Vangelo, capace di dare un significato nuovo, una linfa nutritiva al mondo e alla società attuale.

È quindi necessario che il ricordo di uno straordinario passato cristiano sproni tutti i figli della Chiesa e, aggiungerei, in particolare i figli e le figlie della nobile Spagna, ad impegnarsi in un’opera appassionante: far fiorire un nuovo umanesimo cristiano, che dia pieno significato alla vita in un momento in cui vi è tanta sete e fame di Dio.

5. “Riconoscete che il Signore è Dio . . . / Varcate le sue porte con inni di grazie, / i suoi atri con canti di lode, / lodatelo, benedite il suo nome” (Sal 100, 3-4).

Ecco la ragione prima che mi ha spinto a giungere fino alla tomba dell’Apostolo: annunciare da qui che Cristo è e continuerà ad essere la via, la verità e la vita. In queste parole così evocatrici troviamo la radice della Rivelazione totale di Cristo all’uomo, ad ogni uomo, che deve accoglierlo come via, se non vuole perdersi, accettarlo come verità, se non vuole cadere nell’errore, ed aprirsi all’effusione della vita - la vita eterna - che scaturisce da lui, se non vuole farsi catturare da ideologie e culture di morte e di distruzione.

Oggi come ieri, abbiamo bisogno di scoprire personalmente, come il nostro Apostolo, che Cristo è il Signore, per trasformarci in servitori ed apostoli, in testimoni ed evangelizzatori e costruire così una civiltà più giusta, una società umana più vivibile. Questo è il retaggio che san Giacomo ha lasciato non solo alla Spagna e all’Europa, ma a tutti i popoli del mondo. E questo è anche il messaggio che il Papa, successore di Pietro, desidera affidare a voi perché la buona Novella della salvezza non si trasformi in sterile silenzio, ma trovi un’eco favorevole e produca abbondanti frutti di vita eterna.

Nel “Portico” di questa cattedrale, che con grande efficacia chiamate “Portico della gloria” per la sua bellezza architettonica e il suo profondo significato spirituale, possiamo ammirare l’immagine della beata Vergine Maria, in un espressivo gesto di accettazione della volontà divina. Possa ella, pellegrina della fede e Vergine del cammino, aiutare tutti noi a pronunciare con fermezza e sottomissione il “sì” definitivo al progetto divino, affinché possa essere nella Chiesa e nel mondo la vera forza rinnovatrice della grazia e tutti gli uomini possano tornare a camminare come fratelli sulla via che conduce alla dimora eterna.

In gallego il Papa ha poi aggiunto:

Vi chiedo, dal profondo della mia anima, di non trascurare ciò che vi appartiene: il retaggio storico di san Giacomo, e che rendendo grazie a Dio per il passato, non cessiate di guardare al futuro di modo che, mantenendovi fedeli alla vostra fede cattolica, professata sempre in comunione con il successore di Pietro, possiate presentare sempre al mondo, con giovanile freschezza, l’eterno messaggio evangelico dell’Apostolo.

In spagnolo il Papa ha così proseguito:

“Poiché buono è il Signore, / eterna la sua misericordia, / la sua fedeltà per ogni generazione” (Sal 100, 5).

Intercedano san Giacomo e nostra Signora per voi dinanzi al trono dell’Altissimo!

E così sia!

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VISITA PASTORALE A SANTIAGO DE COMPOSTELA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto «Labacolla» - Santiago de Compostela (Spagna) Sabato, 19 agosto 1989

Maestà.


La ringrazio per le sue cortesi parole di benvenuto, che ravvivano in me il ricordo delle indimenticabili prove di simpatia ricevute nel corso delle mie precedenti visite pastorali in Spagna. Alla mia sincera gratitudine nei riguardi delle vostre maestà, per essere venute a Santiago a ricevermi, si unisce spontaneamente il mio affettuoso saluto a tutti gli amatissimi figli della Spagna ed in particolare a quelli della Galizia e delle Asturie. Tutti sono qui degnamente rappresentati dai miei fratelli nell’Episcopato e dai membri del governo della Nazione e dalle autorità delle regioni autonome, che saluto con gran rispetto e con stima.

Nell’iniziare la mia terza visita pastorale in Spagna non posso tacere la mia gioia, perché giungo a Santiago de Compostela per incontrarmi con giovani cattolici di tutto il mondo. Sin dai luoghi più lontani, da tutti i continenti si danno appuntamento fraterno presso il venerato sepolcro dell’Apostolo, per vivere delle intense giornate sotto il segno comune della fede cristiana. Molte e svariate sono state in questi giorni le “strade di Santiago”, ma unico è stato l’itinerario spirituale che ha guidato questi giovani, trasformati in pellegrini di Santiago. Con enorme sacrificio e fatica, con spirito di penitenza, sono confluiti fin qui, desiderosi di rinsaldare l’amicizia con Dio e con gli uomini lasciandosi inondare dalla luce e dalla pace che Compostela irradia ancora da secoli.

In questo luogo privilegiato, mèta di pellegrini e di penitenti, la giovane Europa trovò uno dei suoi potenti fattori di coesione: la fede cristiana, ravvivata incessantemente, che avrebbe costituito una delle sue più stabili e feconde radici. Trovandoci ormai quasi alla soglia dell’anno duemila, nel vedere tanti giovani che vengono in cerca di questo orizzonte di grazia e di perdono, possiamo felicemente comprendere come il pellegrinaggio di oggi costituisca non soltanto un obbligato omaggio al passato, ma anche un atto di fiducia nelle sue prospettive di rinnovata vitalità per il presente e per il futuro.

Quest’anno è stato commemorato il quattordicesimo centenario del III Concilio di Toledo; una celebrazione che può suscitare un’eco di ammirazione ed un insieme di suggerimenti tra i giovani giunti a questo incontro di Santiago. Il III Concilio di Toledo, oltre ad essere una tappa importante nel conseguimento della concordia e dell’unione nella storia spagnola, ci offre la chiave per comprendere la comunione della Spagna con la grande tradizione delle Chiese di Oriente. Come non rammentare le figure dei santi fratelli Leandro e Isidoro? Entrambi, santi e diffusori del sapere, favorirono l’unione dei popoli ed il superamento delle rotture provocate dalla eresia ariana. Con essi la Chiesa cattolica si presentava ai popoli come lo spazio creatore di libertà in cui si trovavano contrapposte le culture ispano-romana e gotica. Fu così possibile inaugurare una nuova epoca e andare oltre le differenze e le divisioni che offrivano aspetti non facilmente conciliabili. Frutti pregevoli di quell’avvenimento ecclesiale furono l’armonizzazione profonda di prospettive tra la Chiesa e la società, tra fede cristiana e cultura umana, tra ispirazione evangelica e servizio all’uomo.

La Spagna ha avuto sempre una vocazione universale, cattolica. Chiarissimo simbolo di questa vocazione è Santiago de Compostela, la città che, con la forza della memoria apostolica, attrae popoli diversi a trovare l’unità in una stessa fede. Il nome di Santiago rafforza la presenza della Spagna nella storia delle terre di America. Per questo, nel visitare la Spagna per la seconda volta, ho raccomandato alla Vergine del Pilar in Saragoza l’ormai prossima celebrazione centenaria della scoperta e dell’evangelizzazione dell’America. Più di una volta ho avuto l’opportunità di riconoscere l’incomparabile impresa missionaria della Spagna nel Nuovo Mondo. La Chiesa d’oggi si prepara ad una nuova cristianizzazione, che si presenta ai suoi occhi come una sfida, cui dovrà rispondere adeguatamente come in tempi passati.

Giungo, quindi, a Santiago, città dagli innumerevoli riferimenti per innumerevoli popoli. Giungo come successore di Pietro per incoraggiare i miei fratelli; per ravvivare le forze dei giovani e confortarmi con essi e per annunciare Gesù Cristo come via, verità e vita. Per impegnare tutti nell’edificazione di un mondo in cui splenda la dignità dell’uomo, immagine di Dio e sia promossa la giustizia e la pace. E seguendo la testimonianza dell’apostolo protomartire, Giacomo, desidero invitare i giovani ad aprire i loro cuori al Vangelo di Cristo e ad essere suoi testimoni; e, se fosse necessario testimoni-martiri, alle porte del terzo millennio.

Dio ci benedica sempre!

Ci accompagni l’apostolo San Giacomo! A Maria, prima di andare a Covadonga, affido questo incontro con la gioventù.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI COMPONENTI DELL’ORCHESTRA INTERNAZIONALE GIOVANILE DI LANCIANO

Giovedì, 17 agosto 1989

Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani.

1. Al termine di questa pregevole esecuzione musicale, esprimo sentita gratitudine alla presidente, ai dirigenti della associazione amici della musica “F. Fenaroli” ed a tutti voi, che avete voluto compiere questo gesto di attenzione nei confronti della mia persona.

Mi è caro dirvi il mio compiacimento anche per le parole, con le quali il vostro giovane collega si è fatto portavoce dei vostri sentimenti ed ha introdotto il “concerto per violino e orchestra” (opera 64) di Mendelsohn.

Le profonde emozioni, che la musica suscita nell’animo di chi ascolta come di chi la esegue, consentono di asserire ragionevolmente che l’esperienza artistica ha notevoli somiglianze con quella religiosa, ed entrambe richiedono uno spirito di contemplazione. Vale a dire quell’atteggiamento umano che fa guardare alla realtà con stima, attenzione e amore.

2. Come la preghiera, ogni espressione artistica e, in particolare, quella musicale eleva l’animo a ciò che trascende la mera esistenza terrena, e consente di porsi davanti alla vita ed a Dio, che l’ha creata, con umile devozione, aperti allo splendore della sua verità.

Ma c’è un’altra, non minore motivazione che pone in rilievo l’importanza della musica: questa, sia per essere composta che per essere eseguita, necessita di molto impegno e di costante disciplina.

3. Carissimi, l’augurio che di vero cuore formulo per ciascuno di voi è che la seria applicazione, con la quale vi dedicate alla vostra professione e che - come avete mostrato questa sera - dà pregevoli frutti, sia del pari usata nella vita di ogni giorno per facilitare rapporti di mutuo rispetto e di cordiale fraternità con tutta la famiglia umana, così bisognosa di pace.

Nel nostro tempo, in cui il bene prezioso della pace è frequentemente e da più parti minacciato, c’è bisogno di persone che lavorino per renderlo stabile e forte.

Concludo questo breve incontro con voi, assicurandovi della mia preghiera affinché il Signore di ogni bellezza e bontà vi conceda ogni desiderata grazia. Prego altresì perché, pure mediante il vostro lavoro artistico, possiate avere una miglior conoscenza di Dio e cresca in voi l’efficace desiderio di servirlo e di amarlo.

Ed ora desidero salutare i giovani musicisti provenienti da diverse nazioni, rivolgendomi loro nelle rispettive lingue.

Je salue très cordialement ceux d’entre vous qui sont d’expression française. Je vous remercie pour cet heureux moment musical passé avec vous. Et je vous offre tous mes vœux pour votre avenir de musiciens, d’hommes et de femmes ouverts à une coopération harmonieuse par-delà les frontières.

I also wish to thank the English-speaking members of the Orchestra for this fine performance. May God, the author of all harmony and peace, inspire you always to dedicate your talents to his glory, and to the uplifting of the human spirit.

Ciesz• si• bardzo, •e w zespole Mi•dzynarodowej Młodzie•owej Orkiestry Symfonicznej znajduj• si• tak•e moi Rodacy.

Serdecznie Was witam i pozdrawiam. Dzi•kuj• Wam za dzisiejszy wspaniały koncert, owoc Waszego talentu, pracy i serca.

•yczenia moje wyra•• słowami •w. Pawła Apostoła z Listu do Kolosan: “Słowo Chrystusowe niech w was przebywa z całym swym bogactwem. Pod wpływem łaski •piewajcie Bogu w waszych sercach”.

Polecam Bogu w modlitwie Was, Wasze rodziny i •rodowiska, i z serca wszystkim błogosławi•.

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SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALLA IV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

Carissimi giovani provenienti da tutto il mondo.

Nel momento in cui giungete a Santiago de Compostela mi è caro accogliervi con un cordiale “benvenuto”.

Fra pochi giorni ci incontreremo, ma desidero dirvi subito che il Papa vive con voi tutti gli intensi momenti che scandiscono la vostra permanenza presso la tomba di san Giacomo, ed ha percorso con voi, spiritualmente, l’antica “strada di Santiago” lastricata dalla fede e dall’ardore di intere generazioni.

Per la vostra quarta Giornata Mondiale avete seguito un itinerario privilegiato nella “geografia della fede”: vi siete fatti - anche concretamente - pellegrini audaci per incontrarvi, come Giacomo, più da vicino con Cristo “Via, Verità e Vita” (cf. Gv 14, 6).

Maria, la madre che alla verità ha dato la carne ed ha generato la vita nella storia, indichi anche a voi la via del vostro cammino.

Vi benedico con affetto in attesa di incontrarvi.

Dal Vaticano, 10 agosto 1989.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI GIOVANI PARTECIPANTI ALLA «MARCIA FRANCESCANA»

Venerdì, 4 agosto 1989

1. È con vera letizia che mi trovo in mezzo a voi, religiosi e laici, ragazzi e ragazze, partecipanti a questa nuova “marcia francescana”, che ha avuto inizio dai vostri paesi d’origine, da varie parti d’Italia e dell’estero, con tappa ad Assisi, e che oggi, dopo una sosta di preghiera nella Basilica di san Giovanni in Luterano, si conclude qui a Castel Gandolfo. Vi accolgo volentieri, mi congratulo con voi e vi auguro di andare sempre avanti affinché il vostro cammino, sull’esempio del grande assisiate, abbia uno sbocco coerente e continuo.

Questa iniziativa francescana, nata dieci anni fa ad opera di poche persone, è cresciuta via via, come il corso di un fiume, ed ora siete così numerosi da contare parecchie migliaia.

Do a tutti il benvenuto; saluto in particolare il padre John Vaughn, ministro generale dell’Ordine Francescano dei Frati Minori, che ringrazio vivamente per le amabili parole, che ha voluto rivolgermi, interpretando anche i sentimenti di tutti i presenti.

2. Voi oggi avete dato compimento alla “marcia francescana verso Assisi”. Ma il vostro itinerario, con quella connotazione che le è propria, assume un significato di un preciso orientamento di vita. Il Poverello d’Assisi è un santo che ha molto da dire ai giovani; la freschezza e attualità del suo messaggio non si sono mai spente, né attenuate attraverso il corso dei secoli. Una volta che egli ebbe la fortuna di incontrarsi in maniera viva e personale con Gesù non dubitò di lasciare tutto per vivere radicalmente le esigenze del Vangelo. Alla Verna, ricevendo le stimmate, raggiunse, per così dire, il culmine della conformità a Cristo crocifisso.

Voi siete giunti ad Assisi il 2 agosto, giorno in cui san Francesco ottenne dal Papa l’indulgenza della Porziuncola, estesa poi a tutta la Chiesa. Nella suggestiva Basilica di santa Maria degli Angeli, avete dato vita ad una veglia di preghiera. Il vostro cammino di conversione, sulle orme del padre serafico, rappresenta una manifestazione di fede allo scopo di portare il messaggio di Assisi per le vie del mondo.

Ad imitazione del vostro venerato modello che fu un grande camminatore, voi avete voluto compiere questo pellegrinaggio per ricordare che su questa terra siamo tutti in cammino, viandanti verso un traguardo che non e di questo mondo. Perciò il vostro pellegrinaggio è stato caratterizzato dalla preghiera, dalla penitenza e dall’esperienza di stare insieme, per annunziare la gioia dell’incontro con Cristo. È stato un momento forte; una sincera ricerca della via, a cui ciascuno di voi è chiamato dalla divina Provvidenza, per maturare ulteriormente la vocazione di laici veramente impegnati nella famiglia e nell’ambiente di lavoro, o quella della vita sacerdotale e religiosa.

3. Cari ragazzi e ragazze, quest’anno la marcia di Assisi ha raggiunto anche Roma, sui passi di san Francesco, che venne a piedi a Roma per ottenere dal mio predecessore Innocenzo III, che lo ricevette in Laterano, l’approvazione della sua Regola. Egli, che tanto amò il Cristo Signore, volle anche così manifestare il suo amore alla Chiesa, sua mistica sposa, e al Papa, suo capo visibile. Proprio per questo fu straordinaria la sua fedeltà alla Chiesa, che egli contribuì a rinnovare, rinnovando se stesso e creando un nuovo stuolo di imitatori di Cristo.

Di questi seguaci c’è più che mai bisogno in questa nostra epoca contrassegnata talora da indifferentismo religioso. Auspico che la marcia continui spiritualmente per raggiungere traguardi sempre più alti; nell’amore a Cristo e alla Chiesa, nell’amore ai fratelli, ai poveri e agli emarginati.

Vi benedico tutti di cuore.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA VISITA DI S. G. ROBERT RUNCIE, ARCIVESCOVO DI CANTERBURY

Sabato, 30 settembre 1989

Vostra grazia, cari fratelli e care sorelle.

Vi rivolgo stamane il mio saluto nell’amore del nostro Signore Gesù Cristo, estendendo il mio più cordiale benvenuto all’Arcivescovo Runcie e a coloro che lo accompagnano, in rappresentanza della comunione anglicana.

Il nostro incontro di stamane, vostra grazia, ha l’appoggio delle speranze e delle preghiere per l’unità che salgono dai cuori dei cattolici e degli anglicani in tutto il mondo. Il nostro pensiero si volge in questa circostanza anche a coloro che ci hanno preceduto e alla loro azione fondamentale, in risposta agli impulsi dello Spirito Santo, che ci guida e ci sollecita a percorrere la via dell’unità, secondo le indicazioni della volontà di Cristo. Durante gli ultimi decenni, le relazioni tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana hanno assunto, a svariati livelli, una intensità nuova. Quanto è stato compiuto e per noi motivo di gioia e sollecitiamo la guida del Signore per gli anni a venire.

Durante il loro incontro, nel 1966, i nostri venerati predecessori, di felice memoria, Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Michael Ramsey, istituirono la prima commissione internazionale anglicana-romano cattolica. Gli anni che seguirono, furono un tempo di diligente lavoro per la commissione. Ne abbiamo constatato i progressi, ma è anche vero che le caratteristiche ed i presupposti delle differenze che ancora ci separano, sono venute più chiaramente alla luce. Dobbiamo affrontarle con onestà, ma anche con mente aperta e con una sconfinata speranza. Questa circostanza mi offre la possibilità di assicurare i membri della commissione e tutti coloro che operano per una più piena comunione tra cattolici ed anglicani, della mia continua preghiera e del mio sostegno.

Possa la forza e la sapienza dello Spirito Santo sostenere tutti noi nel compito ecumenico a cui siamo stati chiamati. Possano le sue copiose benedizioni scendere ovunque sui cattolici e sugli anglicani.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL PELLEGRINAGGIO DI REGGIO CALABRIA

Sabato, 30 settembre 1989

Venerati fratelli nell’Episcopato, signori delle amministrazioni locali, carissimi fratelli e sorelle!

1. Sono veramente lieto di incontrarmi per la terza volta nel giro di cinque anni con una distinta rappresentanza della Chiesa che è in Reggio Calabria. Il vostro pellegrinaggio di oggi richiama alla mia mente lo spettacolo di fede offertomi nel corso delle mie visite nella vostra bella terra.

Ringrazio l’Arcivescovo monsignor Aurelio Sorrentino per le parole che a nome di tutti mi ha rivolto, manifestando fervidi sentimenti di comunione e generosi propositi per il futuro. Lo ringrazio anche per l’omaggio di tre volumi degli atti sulla preparazione e celebrazione del Congresso Eucaristico Nazionale, quando Reggio si trovò al centro della solenne manifestazione religiosa che fu provvidenziale occasione per una ripresa di fede nell’arcidiocesi e in tutte le altre Chiese che sono in Italia.

Sono altresì grato alle autorità civili della regione, della provincia e del comune per questa loro presenza, nella quale mi piace ravvisare l’attestazione della volontà di operare sempre più incisivamente a servizio delle popolazioni amministrative.

Ringrazio infine di cuore voi, sacerdoti, religiosi e laici, venuti per confermare, a nome di tutte le componenti delle vostre rispettive comunità la piena consonanza di intenti con colui che dal Maestro e Redentore dell’umanità ha ricevuto il divino mandato di confermare i fratelli nella fede.

2. Carissimi, voi avete avuto la grande fortuna di ricevere l’annuncio del messaggio evangelico fin dall’alba della storia della Chiesa. Riferisce il libro degli Atti che san Paolo, l’apostolo prescelto per annunciare il Vangelo di Dio, come egli stesso dice (cf. Rm 11, 1), nel suo viaggio dalla terra di Gesù verso Roma fece tappa nella vostra città di Reggio (cf. At 28, 13). Proprio per questo, nove anni or sono, ritenni opportuno proclamarlo patrono principale della vostra arcidiocesi. Probabilmente Reggio ebbe altre visite dai primi discepoli di Gesù. In ogni caso, la vostra è stata una delle prime comunità cristiane d’Europa.

Il vostro passato, carissimi, vi onora e vi impegna. Io vi esorto a mantenere sempre viva la consapevolezza delle vostre tradizioni cristiane e a sforzarvi di rendervene sempre più degni. Lo stesso san Paolo, nel ricordare ai fedeli di Roma l’avvenuta riconciliazione con Dio mediante il sacrificio redentore di Cristo, aggiungeva testualmente: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?... Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 35).

Queste parole di san Paolo assumono per voi, cittadini di Reggio, che ricordate con fierezza il suo approdo sul litorale della vostra terra, una particolare carica di significato e devono tradursi in un preciso impegno di coerenza. La fede è il dono più grande, e chi ha avuto la fortuna di riceverla ha il dovere di viverla, di custodirla gelosamente, di difenderla contro le insidie, subdole o aperte, del tempo in cui la provvidenza lo ha posto a vivere. Egli, peraltro, sa di poter contare, nell’adempimento di questi suoi doveri, sul sostegno dell’amore di Cristo, da cui nessuna forza mondana, per quanto temibile, potrà mai separarlo. In un’epoca, come la presente, nella quale i mezzi di cui dispongono i predicatori del Vangelo appaiono così deboli, se confrontati con gli strumenti di cui possono avvalersi le forze del male, il cristiano deve riaffermare la sua fiducia incrollabile nell’onnipotenza dell’amore di Dio, che nella debolezza vittoriosa del Crocifisso ha avuto la sua Rivelazione definitiva.

3. Il vostro arcivescovo, carissimi fratelli e sorelle ha voluto fare riferimento all’enciclica Sollicitudo Rei Socialis , e a quanto in essa è detto dell’Eucaristia come sorgente di carità che ci unisce non solo con Dio, ma anche tra noi. È un rilievo importante. Il cristiano deve attingere alla mensa eucaristica incitamento e stimolo per un generoso impegno anche nell’ambito sociale.

Come sapete, l’enciclica, sviluppando l’insegnamento dei precedenti documenti pontifici sulla questione sociale e, in particolare, le indicazioni date dal Papa Paolo VI, ricorda che un autentico sviluppo non si può realizzare senza la collaborazione di tutti, nel quadro della più ampia solidarietà dei popoli, legati fra loro dai vincoli di una sempre più stretta interdipendenza. I cristiani devono essere all’avanguardia in questo cammino di solidarietà sulla strada di un progresso aperto alla dimensione trascendente dell’uomo.

Cari fratelli e sorelle di Reggio, ciò che ho scritto nell’enciclica avendo dinanzi le dimensioni mondiali dei problemi, ha pure una sua validità per la vita sociale su scala regionale. Io so che la vostra è una terra di antica civiltà e di nobili tradizioni che, per il variare delle vicende umane, oggi si trova ad affrontare i drammi della emarginazione, del sottosviluppo, della disoccupazione cronica, della violenza organizzata, con tutto il peso di sofferenze che ciò comporta. Conosco però anche gli sforzi, che, nel corso degli ultimi quarant’anni si sono fatti nel meridione d’Italia per colmare il divario con altre regioni più prospere.

Molto, tuttavia, resta ancora da fare. Questi problemi non si risolvono senza il convergente ed energico impegno di tutte le forze in campo. In particolare, non si risolvono senza una coraggiosa riscoperta dei valori, senza una coerente opera di moralizzazione ad ogni livello, senza una generosa disponibilità di tutti ad assumersi la propria parte di responsabilità.

Mobilitate, dunque, le molte forze sane di cui disponete. Rivolgo in special modo la mia esortazione alle organizzazioni cattoliche, perché si impegnino a promuovere la maturazione della coscienza pubblica di fronte ai molti ed urgenti problemi che attendono soluzioni adeguate.

Il Signore vi assista e renda fecondi gli sforzi vostri e di tutte le persone di buona volontà. Con questo auspicio vi benedico tutti di cuore.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DEL PERÙ IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 29 settembre 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Siate i benvenuti in questo incontro collegiale che è per me motivo di profonda gioia e che mi consente di condividere le vostre preoccupazioni e soddisfazioni e conoscere le aspirazioni e le speranze che vi spronano alla costruzione delle comunità che il Signore ha affidato alle vostre cure pastorali.

In questi momenti di intimità il mio pensiero si rivolge a tutte le diocesi che rappresentate, ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli tutti. Vi ringrazio vivamente per questa visita che avete preparato con tanta cura e che viene a rafforzare il vincolo interiore che ci unisce nella preghiera, nella fede e nell’amore operoso.

Durante i colloqui personali che abbiamo avuto, ho riscontrato ancora una volta la vitalità delle vostre Chiese particolari, che sento tanto vicine al mio cuore di Pastore. Sono ancora vive nella mia mente le intense giornate dei miei pellegrinaggi apostolici nel vostro Paese, nel corso dei quali i cattolici peruviani hanno mostrato in ogni momento uno speciale affetto ed adesione al successore di Pietro.

Questo incontro mi offre inoltre l’opportunità di manifestarvi la mia gioia e la mia gratitudine per il vostro generoso impegno nel perpetuare la missione dell’annuncio del Vangelo perché “la Parola del Signore si diffonda e sia glorificata” (2 Ts 3, 1) e sia proclamata ed instaurata la potestà di Dio su tutta la terra. Voi, quali Vescovi, siete i principali responsabili della costruzione e della crescita delle Chiese locali che vi sono state affidate. Come principio visibile di comunione (cf. Lumen Gentium , 23) è vostra missione quella di consolidare l’unità del Popolo di Dio sulle solide e ferme basi della verità, della fede e della carità. Per raggiungere quegli obiettivi non dovete cessare di promuovere la retta trasmissione della fede ed il rispetto per la disciplina comune di tutta la Chiesa (cf. Lumen Gentium, 23), vedendo in ciò una concreta manifestazione del vostro amore verso il gregge di Cristo.

2. Qualche volta è stato possibile pensare erroneamente che la libertà di indagine del teologo ed il pluralismo ecclesiale limitano la portata della vigilanza del Pastore sulle dottrine che mettono in pericolo l’unità del gregge e la stessa vita cristiana. Ciò nonostante, sappiamo bene, per la testimonianza del Buon Pastore (cf. Mt 18, 12-14; Lc 15, 4-7; Mt 26, 31; Mc 6, 34; Gv 10, 1-15. 26-29; 21, 15-17), che nulla deve ostacolare la vigilanza di un Vescovo sulla crescita della porzione di Popolo di Dio affidato alla sua cura, nella costante aspirazione che i fedeli in Cristo crescano nella verità della fede, si rafforzino nella speranza e si infiammino di zelo nella carità (cf. Christus Dominus , 12. 15). Oltre a ciò, l’ardore della carità deve portare il Pastore a venire incontro a quanti hanno smarrito la via, invitandoli, con premura, a correggere la rotta e chiamandoli nuovamente alla pienezza della fede della Chiesa ed a rendere esplicita la loro adesione agli insegnamenti e agli orientamenti del Magistero (cf. Conf. Episc. Peruviae, Documentum de teologia liberationis, 73).

D’altra parte, come ho avuto occasione di farvi presente durante il nostro ultimo incontro a Lima, “la vita urbana del Perù, scossa da anni dalla violenza e dal terrorismo, dalla povertà, dal traffico della droga, dal deterioramento della morale e da altri mali, non può restare in alcun modo al margine della vostra parola orientatrice” (Limae, allocutio ad episcopos peruanos, die 15 maii 1988 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI, 2 [1988] 1430).

3. Il grande compito del momento attuale è quello di promuovere la rinnovata evangelizzazione e riconciliazione delle vostre Chiese locali, affinché così evangelizzate e riconciliate siano a loro volta evangelizzatrici e riconciliatrici di tutti quanti ne hanno bisogno (cf. Pauli VI, Evangelii Nuntiandi , 13; Reconciliatio et Paenitentia , 8-9). Le molteplici fratture che sorgono dal peccato degli uomini e che si riflettono in una crisi di valori ed in strutture ingiuste sono ostacoli alla realizzazione delle persone ed alla loro crescita in dignità. Dimostrando il loro contrasto con il disegno di Dio, queste fratture manifestano l’urgente bisogno di un’evangelizzazione portatrice di amore, di autentica pace, di perdono, di fratellanza che porti la riconciliazione ai cuori infranti dal dolore, vittime della violenza, emarginati dall’odio.

La nuova evangelizzazione in cui, con la Chiesa pellegrina in altre nazioni latinoamericane, siete impegnati, implica un profondo rinnovamento della vita di ciascun cristiano e della comunità ecclesiale nel suo insieme. La Chiesa, formata da uomini che sono segnati dall’impronta del peccato. è insieme “santa e sempre bisognosa di purificazione” e ciò richiede l’instancabile applicazione alla penitenza e al suo rinnovamento (cf. Lumen Gentium, 8), riaffermando la piena fedeltà, e rifiutando ogni riduzione della verità evangelica. “Il vostro ufficio di Pastori e maestri della fede comprende in modo ineludibile l’obbligo di discernere, chiarire e proporre rimedi alle deviazioni che si presentino, ogni qualvolta si renda necessario” (Liame, allocutio ad episcopos peruanos, die 15 maii 1988: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI, 2 [1988] 1430).

4. Le necessità più urgenti che riscontrate nella realtà del Perù hanno il loro culmine nell’insieme delle circostanze che minacciano l’uomo concreto che soffre dinanzi ai colpi della crisi economica, dinanzi a situazioni che attentano alla sua dignità umana e al suo diritto a una vita degna della sua condizione di persona e dinanzi all’insicurezza e alla violenza che minano la fratellanza fra connazionali. È proprio per cercare di dare una risposta a una situazione tanto angosciosa e alle cause profonde radicate nel peccato e nella crisi dei valori, avete proclamato che la maggiore ricchezza che la Chiesa possa offrire ai Peruviani per giungere al rinnovamento della vita personale e alla riconciliazione sociale è Gesù Cristo (cf. Conf. Episc. Peruviae, Nuntius de hodierna situatione, 1). Soltanto un incontro personale e sincero con il Signore può aiutare a raggiungere la vera pace, la giustizia, la fortezza, l’amore, la riconciliazione cui anelano i cuori dei Peruviani.

Come avete ben detto, la crisi ha la sua origine nel cuore degli uomini. Dinanzi a tanta confusione e dolore è indispensabile tornare all’uomo; approfondire la sua personale identità per scoprire le autentiche vie che conducono al senso pieno della vita umana e alla realizzazione del disegno di Dio per la società. E come si può fare ciò senza la luce di Cristo? Come farlo senza ricorrere a colui che mostra all’uomo la sua identità in quanto uomo? (cf. Gaudium et Spes , 22). È per questo che la Chiesa desidera “che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno, percorrere la strada della vita, con la potenza di quella verità sull’uomo e sul mondo, contenuta nel mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, con la potenza di quell’amore che da essa irradia” (Redemptor Hominis , 13).

5. Il rinnovamento della vita sociale passa attraverso l’annuncio del Signore Gesù, che salva, libera e riconcilia l’essere umano. La Chiesa, di conseguenza, fedele alla sua missione, deve porre un’attenzione particolarissima nell’annuncio del Vangelo quando viene incontro all’uomo nella sua realtà concreta, con le sue angosce e speranze. Il compito di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo spetta a tutti i credenti. Ciò nonostante i sacerdoti, “resi partecipi in modo speciale del sacerdozio di Cristo” (Presbyterorum Ordinis , 5), quali immediati collaboratori dei Vescovi (cf. Lumen Gentium, 21) e collaboratori del disegno salvifico di Dio, rendono manifesta la salvezza in Cristo mediante la celebrazione dei santi misteri (cf. Presbyterorum Ordinis, 22), come araldi e ministri della riconciliazione di Cristo sino ai confini della terra (cf. 2 Cor 5, 18; At 1, 8).

Vegliate pertanto affinché i sacerdoti, convocati dal Signore quali vostri collaboratori, possiedano una solida formazione umana, intellettuale e spirituale. Osservate bene le qualità dei chiamati al sacerdozio, poiché è preferibile avere meno sacerdoti che permettere che quanti non possiedono i requisiti dovuti accedano alla vita sacerdotale.

Poco fa abbiamo ricordato con la Chiesa dell’America Latina il ventesimo anniversario della conferenza di Medellin. Già allora, accogliendo gli orientamenti del Concilio Vaticano II, i Vescovi latinoamericani dicevano: “Venga curata l’integralità dottrinale dinanzi ad una tendenza verso novità non sufficientemente fondate. Si insista inoltre su un approfondimento che raggiunga, se è possibile, un alto livello intellettuale, tenendo presente in particolare la formazione del Pastore” (Medellin, 13.17; cf. Optatam Totius , 15 et 16; Pauli VI, Allocutio in aperitione II Conferentiae generalis episcoporum Americae Latinae, die 24 aug. 1968: Insegnamenti di Paolo VI, VI [1968] 403 ss.).

Insieme al Vescovo, servitore di una Chiesa serva di Dio, il sacerdote deve lasciarsi compenetrare affinché il servizio di Cristo aderisca al suo essere e si esprima in un atteggiamento cordiale, fraterno, al di sopra di ideologie o gruppi, per annunciare il Signore, per trasmettere salute, per portare gioia e consolazione a coloro che più soffrono, ai poveri, a quanti non hanno voce, a quanti vedono schiacciata la propria dignità umana.

6. La Chiesa riconosce con gratitudine ed apprezzamento l’enorme opera che le famiglie religiose hanno sviluppato nel radicamento della fede in America Latina. Anche oggi esse svolgono un ruolo insostituibile nell’apostolato e nell’azione ministeriale in molte delle vostre circoscrizioni ecclesiastiche. Accanto alla testimonianza dei loro carismi specifici, è di particolare importanza approfondire la coscienza dell’unità ecclesiale che rende possibile il superamento delle difficoltà che si possono presentare e rafforza la piena integrazione dei religiosi e delle religiose nella pastorale d’insieme. L’intima unione con i legittimi Pastori e la docilità agli insegnamenti della Chiesa susciterà anche “tra il clero diocesano e le comunità dei religiosi rinnovati vincoli di fraternità e di collaborazione. Si dia perciò grande importanza a tutti quei mezzi, anche se semplici né propriamente formali, che giovino ad accrescere la mutua fiducia, la solidarietà apostolica e la fraterna concordia” (cf. Ecclesiae Sanctae I, 28; Mutuae Relationes , 37).

Dinanzi all’esiguità del clero, nel far fronte ai bisogni spirituali delle vostre comunità più lontane, dovete ricorrere ai catechisti e ad altri operatori pastorali, che effettuano una encomiabile opera quali collaboratori vostri e dei sacerdoti. Alla vigilia del quinto centenario dell’evangelizzazione dell’America Latina, non posso fare a meno di ricordare quei valorosi e fedeli maestri di dottrina che in passato hanno istruito nella fede e nei buoni costumi gli abitanti del Perù, quali efficaci collaboratori dei sacerdoti che avevano la cura delle anime nei vasti altopiani della vostra Nazione. Ai nostri giorni i catechisti devono ricevere una formazione intensa ed adeguata che renda la loro azione pastorale sempre più rispondente al rinnovamento della Chiesa dinanzi al terzo millennio del cristianesimo. Dovete mostrare una particolare sollecitudine nei confronti delle comunità indigene nella necessaria opera di evangelizzazione integrale, che porti, al tempo stesso, al consolidamento dei gruppi etnici e ad un maggiore sviluppo dei loro valori autoctoni.

7. Nel quadro dell’azione evangelizzatrice, la famiglia cristiana deve essere l’oggetto prioritario delle vostre cure; la sua santità di vita deve essere promossa a partire da ogni singola famiglia, ricordando agli sposi cristiani che il Signore li chiama ad approfondire l’amore che è al tempo stesso affetto umano e carità soprannaturale. Quali Pastori della Chiesa, dovete ricordare il disegno di Dio per la famiglia cristiana e la sua missione di rendere presente l’amore e la donazione di Cristo alla sua Chiesa. È importante, oggi più che mai, insistere sui grandi principi di comportamento che devono ispirare gli sposi cristiani, il loro compito specifico nella società, il loro ruolo di formatori e la loro missione di evangelizzatori partendo dallo stesso nucleo familiare. La famiglia è, infatti, il luogo di incontro con Dio e l’ambiente favorevole per perfezionare la grazia propria del sacramento del Matrimonio.

8. Come avete ripetutamente manifestato, siete coscienti dei mali che affliggono l’istituzione familiare nel vostro Paese. A questo proposito, non avete omesso di segnalare il basso indice di matrimoni che è chiaramente inferiore a quello delle coppie che si dichiarano cattoliche, la radicata abitudine di unioni illecite “per prova”, la disgregazione della vita familiare con il divorzio, l’infedeltà o l’abbandono, la violazione del diritto alla vita e l’esclusione della fecondità. A tutto ciò si uniscono altri fattori derivanti dalla situazione di povertà in cui vivono molte delle vostre famiglie: la mancanza di un’abitazione dignitosa, la disoccupazione, la remunerazione non rapportata al costo della vita, i deleteri effetti del consumismo, la corruzione, la sfida della pornografia.

È quindi urgente intensificare un’azione pastorale che, rispondendo alle diverse sfide che si presentano, porti le famiglie a compiere la missione di essere cenacolo dell’amore e luogo di santificazione per i loro membri, in una autentica apertura verso gli altri, in un impegno solidale ed effettivo che renda concreti gli ideali della carità cristiana. Attraverso l’unione stabile e la fedeltà coniugale, la famiglia è chiamata ad essere testimonianza della forza unificatrice dell’amore in una società tanto spesso divisa, afflitta da lotte tra fratelli, vittima talvolta della tentazione della violenza. Questo avete ripetuto nel vostro documento collettivo dello scorso mese di aprile: “Perù, scegli la vita!”.

9. Quando penso al vostro Paese, uno dei ricordi che tornano alla mia mente è l’impressionante immagine di quelle centinaia di migliaia di giovani, lieti e festosi, ma anche silenziosi e disponibili all’ascolto, che si sono incontrati con il successore di Pietro per accogliere il suo messaggio in ognuna delle mie indimenticabili visite quale pellegrino del Vangelo nella vostra cara terra. Lì ho potuto rendermi conto personalmente, cari fratelli nell’Episcopato, che i giovani del Perù hanno fame di Dio, una provvidenziale fame di Dio. Certamente molte persone hanno anche fame di pane, e vivono nell’angoscia e nel dolore; ma quelle situazioni, che devono essere risolte urgentemente e con la collaborazione di tutti, non placano la fame di Dio, il cui clamore risuona nelle manifestazioni di quei giovani che anelano a convertirsi, che cercano un senso per le loro vite, che esigono ideali alti e nobili, e che se non dovessero riceverli potrebbero traviarsi e cadere vittime di “succedanei quali le ideologie che conducono all’esasperazione dei conflitti e dell’odio” o di altre manifestazioni del materialismo che sparge nel mondo una cultura di morte.

Sono lieto di sapere che in Perù operano diversi movimenti ecclesiali orientati verso la gioventù. Nel vostro Paese, dove per prima è fiorita la santità in America Latina, sono sorte, per opera dello Spirito di Dio, vigorose ed originali manifestazioni apostoliche che vogliono rispondere alle sue inquietudini più profonde e che per la loro affinità latinoamericana cominciano già a estendersi ad altre nazioni sorelle. I movimenti apostolici sono una nuova benedizione del Signore per la sua Chiesa per cui, come Vescovi, dovete prestar loro una grande sollecitudine, incoraggiandoli e vegliando che siano fedeli alla fede della Chiesa e docili agli orientamenti dei suoi Pastori. Essi saranno l’alba del domani se, come la Madre del Signore, i giovani accoglieranno Gesù nel loro cuore e si identificheranno in lui, per essere testimoni di Cristo dinanzi al mondo e dinanzi agli altri giovani, annunciando il Salvatore del mondo e Signore della storia.

10. Riflettendo sui semi della fede che gettati nei solchi delle vostre terre hanno dato alla luce un popolo credente - la cui identità più profonda è legata alla Chiesa - troverete indubbiamente stimolo ed entusiasmo per portare a compimento la rinnovata evangelizzazione di ciascuna delle vostre comunità ecclesiali e per annunciare la speranza che la vita cristiana può offrire quale cammino efficace e concreto di superamento individuale e sociale.

Con il vostro sollecito orientamento, le Chiese locali devono trasformarsi in veri e propri fari di speranza per tutti coloro che cercano soluzioni ai problemi umani secondo il disegno liberatore e riconciliatore che Dio ha manifestato.

È l’ora della speranza cristiana, l’ora in cui la Chiesa in Perù, alzando la bandiera della giustizia, mostri agli uomini che il messaggio di Gesù è attuale e si esprime in modo concreto nella vita di ciascun cristiano impegnato e cosciente della sua dignità di figlio di Dio. È l’ora della speranza cristiana, in cui la fedeltà ai principi del Vangelo richiederà, in non poche occasioni, dolorose rinunce e silenziosi martirii, conosciuti soltanto da Dio. È l’ora della fiducia, in cui è necessario che il grano continui a crescere nel grembo della terra, affinché un luminoso mattino si trasformi in spiga dorata dall’abbondante frutto.

Tornando alle vostre diocesi, vi prego di trasmettere ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose, operatori di pastorale e fedeli il saluto affettuoso del Papa che prega per tutti affinché il Signore dei miracoli effonda in tutto il Perù i suoi doni di pace e di giustizia nella concordia e nell’amore fraterno.

Vi benedico tutti di cuore.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELL’ORDINE CARMELITANO DELL’ANTICA OSSERVANZA

Venerdì, 29 settembre 1989

Cari fratelli.

Il mio animo si apre al più cordiale saluto nell’accogliere in voi i qualificati rappresentanti dell’Ordine Carmelitano dell’Antica Osservanza, riuniti in questi giorni a Sassone per i lavori del capitolo generale. Ringrazio il priore generale John Malley per le parole di omaggio, con cui ha voluto aprire questo incontro. A lui e a tutti voi esprimo i miei fervidi auguri per un rinnovato slancio nella ripresa della attività proprie del vostro benemerito ordine.

1. Il capitolo generale è un grande momento di grazia per ogni famiglia religiosa. È un momento di rinnovato impegno e di fedeltà al proprio carisma, di memoria comunitaria della presenza dello Spirito in mezzo alla famiglia. L’Ordine Carmelitano, a cui appartenete, affonda le sue radici nella terra di Gesù e di Maria; sul monte Carmelo, ricco di simbolismo spirituale e di memorie legate al profeta Elia. Il cammino pellegrinante verso i luoghi della Redenzione ha marcato l’esperienza di Dio e la spiritualità che formano la eredità più preziosa che il Carmelo tiene viva nel Popolo di Dio.

Più volte in questi ultimi anni ho voluto invitare i fedeli e le persone di buona volontà a volgere con speranza, ma anche con rinnovata fedeltà, lo sguardo al terzo millennio dell’era di Cristo. Ultimamente con l’anno mariano tutta la Chiesa è stata chiamata a prepararsi con Maria a questo evento che “apre come una nuova prospettiva” (Redemptoris Mater , 49) alla umanità intera sotto il segno di Cristo, redentore dell’uomo.

2. Sono contento che l’Ordine Carmelitano ha voluto rispondere a queste esortazioni scegliendo come tema focale del capitolo generale: “Carmelo 2000: Eredità, Profezia e Sfida. Elia, che fai tu qui?” (cf. 1 Re 19, 13). La situazione attuale del mondo manifesta le trasformazioni che fondano speranze valide per un futuro migliore per tutti quanti, però rivela anche molteplici minacce finora sconosciute (Dives in Misericordia , 2). La famiglia carmelitana, insieme con tutta la Chiesa, deve avere la fortezza di venire incontro a questo futuro con coraggio.

Questo tema del vostro capitolo generale è destinato a sollecitare una maggiore consapevolezza del dono prezioso della spiritualità carmelitana e a prendere coscienza in modo sempre più avvertito della stima di cui il carisma carmelitano gode nella Chiesa. Esso infatti è un dono dello Spirito alla Chiesa, che contribuisce ad edificarla con la secolare esperienza di interiorità, di contemplazione, di fraternità e di servizio profetico.

3. L’eredità dell’ordine è legata alla prima chiamata sul monte Carmelo degli eremiti che si davano alla contemplazione e alla solitudine; essa ricorda come l’ordine si è messo al servizio della Chiesa e del Vangelo; ha testimoniato attraverso i secoli i valori della vita religiosa, imitando il profeta Elia, e Maria, splendore e madre del Carmelo, ascoltatrice attenta della Parola di Dio, solidale con il popolo dell’alleanza e con la sofferenza degli oppressi di ogni genere.

La profezia del carisma dell’ordine si rifà ad Elia, appassionato assertore della presenza viva di Dio nella storia e negli eventi. I carmelitani, gli unici nell’Occidente che celebrano la festa e il messaggio di Elia, sono chiamati ad essere profeti e testimoni nella “notte oscura” dello spirito che la nostra società sta vivendo. L’esempio zelante di Elia deve risvegliare in tutta la famiglia carmelitana uno sguardo vigile di fede profonda, sulla situazione attuale dell’uomo di oggi e sulle minacce che ne avvelenano l’ambiente e le radici stesse della vita: il suo rapporto con Dio, il senso della vita, del lavoro, della giustizia e della oppressione, della dignità autentica di ogni vivente.

La sfida poi rivolta all’Ordine del Carmelo nel suo viaggio verso l’anno 2000 è la stessa che è di fronte a tutta la Chiesa: di offrire al mondo secolarizzato il volto di Cristo come fonte di speranza e di dignità. È una sfida di fede che lancia tutta la Chiesa verso un futuro sconosciuto, ma certamente pieno di potenzialità e ottimismo per il Regno di Dio. Il Carmelo deve portare il proprio contributo, camminando in compagnia di ogni uomo e donna, verso le sfide che, in dimensioni ormai cosmiche, l’umanità si trova ad affrontare.

4. So che questo capitolo generale ha lavorato in un clima di speranza e di fiducia verso il futuro, tenendo però sempre presente la tradizione antica dell’ordine. Con questo spirito avete voluto ristrutturare il vostro governo centrale, senza tradire il patrimonio peculiare della vostra spiritualità, ma anzi, per renderlo sempre più rispondente alle esigenze del servizio di tutto l’ordine. In questo modo avete preso considerazione delle varie divisioni del mondo attuale (cf. Sollicitudo Rei Socialis , 20) e avete voluto dare maggior attenzione alle zone emergenti del mondo (cf. Pauli VI, Populorum Progressio ), ai problemi inerenti ad una vera evangelizzazione, alla vostra opzione preferenziale per i poveri di ogni nazione e al vostro impegno per la giustizia e la pace nel mondo. La dimensione internazionale del vostro ordine vi arricchisce e vi fa tener presente anche l’aspetto della famiglia carmelitana allargata e l’importanza dei laici che condividono il vostro carisma.

È su questo scenario universale che deve aprirsi la già ricca tradizione di spiritualità del Carmelo che si sente profondamente coinvolto in questa sfida che il mondo attuale pone alla missione evangelizzatrice della Chiesa.

5. Durante questo capitolo generale avete voluto non solo rivedere la vostra legislazione e scegliere un governo centrale secondo le strutture rinnovate, ma avete voluto anche programmare le linee operative del prossimo sessennio, valutando precisamente i criteri di azione e identificando i problemi più gravi e urgenti. Lo stesso tema del capitolo dovrebbe suscitare stimolo e speranza nei cuori. Il capitolo generale è una celebrazione della vostra fraternità internazionale; un incontro con la realtà esistenziale dell’ordine con i suoi limiti e i suoi pregi. Perciò alla fine del capitolo generale, con tutti i piani fatti, tutti devono sentirsi ispirati ed incoraggiati a camminare con Cristo, accompagnati da Maria ed Elia verso il terzo millennio, verso quel futuro del quale solo Gesù è Signore!

A questo scopo vi imparto la benedizione apostolica, che estendo a tutti i membri del vostro ordine.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II IN RICORDO DEI SOMMI PONTEFICI DEFUNTI PAOLO VI E GIOVANNI PAOLO I

Giovedì, 28 settembre 1989

La celebrazione anniversaria in suffragio dei Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo I ci riconduce qui, presso la loro tomba e presso il sepolcro dell’apostolo Pietro, per una comune preghiera nel ricordo del loro generoso servizio ecclesiale e della loro testimonianza di totale dedizione a Dio e ai fratelli. Non possiamo compiere questo atto di cristiana pietà senza fermarci, almeno per un istante, a riflettere sulla eredità spirituale che questi due Pontefici hanno lasciato a tutta la Chiesa.

È a tutti nota la multiforme ricchezza del pontificato di Paolo VI, il Papa che portò avanti coraggiosamente e felicemente concluse il Concilio Vaticano II, avviato non senza un’ispirazione dall’Alto dal predecessore, Giovanni XXIII. Egli conobbe profondamente e seguì con assidua attenzione le trasformazioni del mondo moderno, nel costante assillo di raccoglierne gli aspetti positivi, di correggerne le devianze, di orientarne gli sviluppi verso mete di autentico progresso. Soprattutto, egli si dedicò con appassionato trasporto a scandagliare il mistero umano-divino della Chiesa al quale dedicò la sua prima enciclica e sul quale volle si concentrasse con impegno preferenziale l’attenzione del Concilio. Egli operò, altresì, instancabilmente per la pace, ricordando a tutti con chiarezza, fin dal messaggio istitutivo dell’annuale Giornata Mondiale, che “di pace non si può legittimamente parlare, ove della pace non si riconoscano e non si rispettino i solidi fondamenti”.

Il Papa Giovanni Paolo I, nel suo breve pontificato, lasciò alla Chiesa un messaggio la cui eco continua a risuonare insistentemente nell’animo dei fedeli. Egli insegnò con incisiva chiarezza il valore fondamentale delle virtù teologali della fede, della speranza e della carità, ravvivando nelle coscienze la consapevolezza del ruolo che tali virtù svolgono nella vita soprannaturale; ed inoltre indicò ciò che la catechesi deve essere nel cammino della Chiesa dei nostri tempi, ricordando a tutti che in essa si fonda e si realizza l’insostituibile e fondamentale compito di ogni apostolo del Signore.

Noi invochiamo da Dio la pace ed il premio eterno per questi due suoi servi fedeli, che gli hanno reso una luminosa testimonianza davanti al mondo contemporaneo. Al tempo stesso, ad essi chiediamo di intercedere per la Chiesa, che tanto hanno amato e per la quale si sono generosamente spesi fino all’estremo respiro. Per parte nostra, ci impegniamo a mantener viva nei nostri cuori la loro immagine, e a raccogliere dall’esempio della loro vita e dalla ricchezza del loro messaggio indicazioni preziose per una più coerente ed incisiva presenza apostolica nel mondo.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA TRADIZIONALE «PESCA» CON I DIPENDENTI

Castel Gondolfo - Martedì, 26 settembre 1986

Il mio soggiorno estivo comincia sempre con la santa Messa celebrata la prima domenica e si conclude, come oggi, con questo incontro di congedo e la tradizionale “pesca”. Questa “pesca”, è, come ha ricordato il direttore, un momento anche gioioso perché porta con sé un dono piccolo o grande, più o meno prezioso, ma imprevisto, inatteso o forse anche atteso. E ciò corrisponde perfettamente alla struttura della nostra vita, al suo dinamismo, poiché in essa ci troviamo continuamente di fronte a doni imprevisti, e anche a delle sofferenze, a delle ferite impreviste, a gioie, dunque, e a tristezze. Ecco possiamo dire che la vita umana sia in questo senso molto simile ad una “pesca”.

Vorrei tornare però a quella Messa con la quale iniziammo la nostra coesistenza estiva in queste Ville. L’Eucaristia non ci parla di un dono fortuito, di un dono passeggero, che dà gioia perché l’abbiamo “pescato”. Ma ci parla di un dono assoluto, ci parla della grazia di Dio, ci mette sempre davanti agli occhi la realtà della nostra fede, della nostra esistenza cristiana, ci porta la presenza di Cristo, Figlio di Dio che si è fatto uomo e ha dato se stesso per noi, per ciascuno di noi, per farci vivere in modo nuovo, a sua immagine, come figli di Dio. Allora ogni volta che celebriamo la Messa, ogni volta che partecipiamo a questo sacrificio incontriamo un Assoluto, un Assoluto che viene da Dio, un’assoluta bontà, un’assoluta verità, la grazia. La grazia è la vita nuova di ciascuno di noi, ma in Dio. E questo è un destino non passeggero, non fortuito: è un dono definitivo col quale diventiamo ricchi, anche se siamo poveri; diventiamo nuovi, anche se siamo vecchi; diventiamo giovani, anche se siamo anziani. Io oggi concludendo con la “pesca” il mio periodo di permanenza tra voi, faccio tornare al mistero eucaristico la vostra attenzione per centrare i miei auguri soprattutto su quella realtà, sul mistero della grazia divina con la quale Dio stesso, per il tramite dello Spirito Santo, ci fa essere nuovi, giovani, ricchi e felici nella prospettiva della felicità eterna. Questo è quanto esprime la santa Messa e tutto questo corona la nostra esistenza transeunte, passeggera.

Voglio così formulare il mio augurio in quest’ultima giornata tornando alla prima; voglio augurare questo bene soprannaturale, questo bene che non cambia, che non si perde. Voglio augurarlo a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai più anziani che conoscono bene il peso della vita ed hanno già una piena esperienza dell’esistenza terrena, ed anche a questi giovani che affrontano il futuro, cercano le strade della loro vocazione, della loro professione, e lo auguro anche a questi più piccoli per i quali la vita è ancora un’incognita e dunque la vivono ancora felici nella inconsapevolezza di quello che la vita realmente è, ma questo è un loro diritto. Vi auguro dunque questo bene della grazia, un bene che Dio ha previsto per ciascuno di noi, ancor più che questo piccolo bene che il Papa e gli organizzatori hanno previsto per questa serata, perché il dono di Dio è stato previsto nella prospettiva della nostra esistenza perenne, immortale.

Con questo augurio ringrazio tutti per il contributo che ciascuno di voi porta nella vita di questo bene comune che sono le Ville di Castel Gandolfo. Vi benedico tutti, presenti ed assenti, in particolare il più giovane, quello appena nato.

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CONGEDO DALLA COMUNITÀ DI CASTEL GANDOLFO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Palazzo Pontificio - Martedì, 26 settembre 1989

Signor sindaco, signori della giunta comunale!

Questo incontro di commiato alla fine della mia permanenza a Castel Gandolfo è una bella consuetudine, la quale consente a me e a voi di manifestare reciproca stima, deferenza ed affetto. Sentimenti, questi che provo anche verso l’intera popolazione di Castel Gandolfo.

Nel dirle, signor sindaco, il mio compiacimento per l’indirizzo di saluto, con il quale ella ha inteso farsi espressione dei sentimenti dei suoi collaboratori e concittadini, desidero ringraziare tutti per la cordiale accoglienza. Essa mi ha confermato che la vostra ospitalità è offerta non ad una persona estranea, ma a una persona amica, che è partecipe della vita e dei problemi di questa diletta città.

Egregi signori, a voi, che siete responsabili di questa amministrazione, rivolgo l’esortazione a continuare nell’espletamento del vostro compito, ispirandovi ai principi cristiani della dignità della persona umana. In tal modo, nel promuovere il progresso sociale e civile di Castel Gandolfo non sottovaluterete l’azione che incrementa il retto e doveroso sviluppo morale. Infatti la crescita etica è ben ordinata quando si ispira al disegno che Dio ha iscritto nel cuore di ogni persona ed ha rivelato nel vero, grande amore del Redentore.

A testimonianza della mia particolare benevolenza e con i voti cordiali di una vita serena ed operosa, vi imparto la benedizione apostolica.

Ed ecco il testo del discorso rivolto dal Santo Padre a Dirigenti, Ufficiali, Funzionari ed Agenti delle Forze dell’ordine.

Cari agenti della pubblica sicurezza, della polizia stradale, e dell’arma dei carabinieri.

Come è ormai consuetudine, anche quest’anno, prima di lasciare questa amena cittadina di Castel Gandolfo, non posso non esprimere a tutti voi la mia gratitudine per il vostro prezioso servizio, col quale mi avete accompagnato ed assistito negli incontri con i numerosi gruppi di pellegrini e di visitatori, nelle quotidiane attività pastorali, nei viaggi e negli spostamenti per l’udienza generale del mercoledì.

Vi ringrazio per la dedizione e la premura con cui avete curato il buon andamento delle udienze e delle manifestazioni religiose. Il vostro impegno ha fatto sì che tutto fosse in ordine, e regnasse una atmosfera di serenità, di tranquillità e di sicurezza, che dispone gli animi alla riflessione e all’ascolto delle verità che il Papa, quale successore di Pietro sente di dover annunciare agli uomini di buona volontà nel nome di Cristo.

Chiedo al Signore ed alla “Virgo Fidelis”, protettrice delle forze dell’ordine, che il vostro lavoro diligente, puntuale e coraggioso vi sia ricompensato non solo dalla giustizia umana, ma anche dalla bontà divina, con quella abbondanza di grazie che solo Dio può concedere a coloro che lo servono nei fratelli.

Ancora grazie vivissime! Scenda la mia affettuosa benedizione su di voi, sui vostri familiari, i vostri colleghi, i vostri superiori e su tutte le persone care.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MEMBRI DEL CAPITOLO GENERALE DELL’ORDINE AGOSTINIANO

Castel Gandolfo - Martedì, 26 settembre 1989

Carissimi.

Sono ben lieto di accogliervi, superiori e delegati dell’Ordine Agostiniano, convenuti a Roma da tante parti del mondo per celebrare il centosettantaseiesimo capitolo generale. Saluto tutti voi ed in particolare il padre Miguel Angel Orcasitas Gómez, al quale, come priore generale da voi eletto, avete affidato il governo dell’ordine per i prossimi sei anni.

1. Avete scelto come tema del capitolo generale: “Gli Agostiniani verso il 2000”. Con piacere vedo in questa scelta una chiara volontà di camminare con la Chiesa e per la Chiesa alla soglia del terzo millennio della sua storia, e il sincero impegno di affrontare con essa le sfide del nostro tempo, risolvendole a vantaggio dell’uomo “prima fondamentale via della Chiesa” (Redemptor Hominis , 14), tracciata da Cristo stesso nel mistero della sua Incarnazione e Redenzione.

L’esperienza e la dottrina del vostro padre sant’Agostino offrono a voi indicazioni precise e autorevoli circa la presenza e la missione che vi spetta nella Chiesa e nel mondo di oggi.

2. Sant’Agostino, come ben sapete, ha studiato a fondo il “problema dell’uomo” (cf. Confessiones IV, 4, 9: PL 32, 397), le sue angosce e le sue aspirazioni. Egli è riuscito in qualche modo a sintonizzarsi con ogni uomo, avendone conosciuto e sperimentato la miseria e la grandezza. Nel suo incontro con Cristo attraverso la conversione, sant’Agostino ha individuato la vera soluzione del problema. L’uomo non si comprende senza un riferimento a Dio; solo Cristo può offrire la liberazione e la salvezza che egli va cercando (cf. Allocutio in aedibus Athenaei Augustiani, XVI expleto saeculo a conversione S. Augustini, episcopi et Ecclesiae doctoris, 4, die 17 sept. 1986 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 [1986] 645).

Questa stessa esperienza, vissuta da ciascuno di voi nelle vostre comunità è ancora oggi un dono prezioso da custodire e da offrire all’uomo contemporaneo, sempre alla ricerca di verità e di soluzioni liberanti. Con una esperienza di Cristo forte, gioiosa e trasparente voi potete contribuire all’impegno costante della Chiesa nel suo ministero a favore di tutti gli uomini.

3. Sant’Agostino è stato anche un grande contemplativo, ed ha avuto il pregevole merito di saper tradurre la sua forte passione per Dio in un infaticabile servizio verso ogni categoria di persone, in risposta alle diverse “necessità” della Chiesa del suo tempo. Mentre non ha cessato di coltivare l’interiorità nell’intimo della quale c’è Dio (cf. De Trinitate, VIII, 7, 11: PL 42, 957), egli non si è mai sottratto alle esigenze del “Cristo povero”, ogni qualvolta questi ha bussato alla porta della sua pace (In Jo. Ev., tr. 57, 4: PL 35, 1791). Allo studio incessante della Parola di Dio e dei problemi del suo tempo, Agostino ha saputo unire con grande ed invidiabile equilibrio una carità sempre pronta ad accogliere le richieste del “Cristo bisognoso” di pane e di verità.

Ecco un altro vostro importante compito a vantaggio della Chiesa e dell’uomo contemporaneo; una convinta e profonda contemplazione dell’amore e della bellezza di Dio, che vi permetta la diffusione del buon profumo di Cristo (cf. Regula, VIII, 1: PL 32, 1 384). In un mondo in cui purtroppo si registrano ancora molteplici squilibri per mancanza di amore e di fiducia verso Dio e la sua giustizia, e quanto mai importante la testimonianza di chi fonda la sua vita sull’ascolto e sulla contemplazione di questo Dio, per servire poi i fratelli ispirandosi al modello del suo amore gratuito e misericordioso. Le vostre comunità dovrebbero diventare, perciò in maniera sempre più evidente luoghi ricchi di umanità e di accoglienza, proprio perché in esse si prega e si gusta l’incontro con Dio.

4. Sant’Agostino si è costantemente ispirato alla prima Chiesa di Gerusalemme, descritta da san Luca negli Atti degli Apostoli (At 2 et At 4), quale fecondo modello di comunione e di condivisione. Le sue stesse comunità monastiche sono state da lui modellate su questa comunità, perché fosse ancor più evidente il significato che per l’intera umanità riveste la Chiesa, “mistero di comunione e di unità” (cf. Lumen Gentium , 1; S. Augustini, Enarr. in Ps. 132, 9: PL 37, 1735).

Questo periodo postconciliare è stato caratterizzato dalla riflessione di tutta la Chiesa sulla propria identità. Ora però, nella prospettiva di una rinnovata evangelizzazione occorrono modelli vivi ed efficaci di vita ecclesiale; occorre che si “rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità” (cf. Christifideles Laici , 34). Chi, dunque, più di voi può aiutare la Chiesa in questo servizio di comunione nella Chiesa e nel mondo? Auspico di cuore che questo capitolo segni l’inizio di un sincero e rinnovato impegno della vostra famiglia religiosa, perché diventi segno e fermento di nuove comunità ecclesiali in cui tutti i cristiani - laici, religiosi e sacerdoti - si sentano un solo Corpo con Cristo, il “Cristo unico”, il “Cristo totale” (cf. S. Augustini, Epist. 243, 4: PL 35, 1056; In Io. Ev. 21, 8: PL 35, 1568; cf. Augustinum Hipponensem, II).

5. Desidero concludere con un auspicio ed una esortazione. L’auspicio che la “dottrina di sant’Agostino sia studiata e largamente conosciuta e il suo zelo pastorale imitato, affinché il magistero di tanto dottore e pastore continui nella Chiesa e nel mondo a favore della cultura e della fede” (Epist. 243, 4: PL 35, 1056; In Io. Ev. 21, 8: PL 35, 1568; cf. Augustinum Hipponensem, II, conclusio). L’esortazione che con un atteggiamento profetico e di fede, vi apriate coraggiosamente alle nuove frontiere della Chiesa, impegnandovi a ridare vitalità alla vostra esperienza con una maggiore consapevolezza della vostra identità e con un costante e peculiare lavoro per la proposta vocazionale e la formazione dei nuovi candidati al vostro ordine.

La Vergine Maria, che voi onorate particolarmente con i bei titoli di madre della consolazione e del buon consiglio, accompagni i vostri passi e interceda perché possiate fare sempre tutto ciò che il Figlio suo Gesù vi dirà (cf. Gv 2, 5).

Invocando la grazia del Signore, imparto di cuore la benedizione apostolica a voi qui presenti, a tutti i fratelli dell’Ordine Agostiniano, alle dilette monache agostiniane di vita contemplativa, ai membri degli istituti che fanno parte della famiglia agostiniana e a tutti i laici a voi in qualche modo legati da vincoli di amicizia e di collaborazione.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON UN GRUPPO DI PARLAMENTARI BRITANNICI

Castel Gandolfo - Lunedì, 25 settembre 1989

Signore e signori.

Sono lieto di questa opportunità di incontro con voi, illustri membri del Parlamento britannico, e vi do il benvenuto, con le vostre spose, a Castel Gandolfo. I miei migliori auguri per il pieno successo del vostro lavoro di membri del gruppo parlamentare britannico-italiano.

La promozione di una positiva collaborazione tra i popoli è un compito urgente in un mondo che sempre più sente l’interdipendenza di tutte le nazioni. All’interno della comunità internazionale, la Santa Sede ha sempre cercato di promuovere questa collaborazione. La sua azione si basa sulla convinzione che la solidarietà sociale, politica ed economica tra i popoli è una necessità che scaturisce dall’ordine morale stesso. L’unità della razza umana esige che tutti i suoi membri collaborino nella costruzione di un ordine sociale che salvaguardi la pace, difenda la giustizia e rispetti la dignità umana.

Come membri del gruppo parlamentare britannico-italiano, voi siete particolarmente consapevoli dell’importanza di una collaborazione solida e responsabile. Il vostro sforzo per raggiungere questa mèta possa contribuire ad una maggior comprensione, rispetto e cooperazione in quei settori della società di cui vi occupate. Nell’assicurarvi le mie preghiere per il lavoro del vostro gruppo, invoco su voi tutti le benedizioni e la pace di Dio onnipotente.

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VISITA PASTORALE A PISA, VOLTERRA E LUCCA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA 46ª BRIGATA AEREA DELL’AERONAUTICA MILITARE ITALIANA

Pisa - Domenica, 24 settembre 1989

Signor generale, ufficiali e sottufficiali, carissimi avieri.

1. Sono lieto di incontrarmi con voi, al termine della mia visita a Pisa, sede di codesta gloriosa brigata aerea, che da quasi cinquant’anni sta operando al servizio della Patria in un crescendo di attività, che hanno come scopo la sicurezza del Paese e varie forme di soccorso in caso di pubbliche calamità.

Ringrazio il comandante per il gentile indirizzo di saluto, col quale ha voluto altresì presentarmi brevemente le finalità ed i compiti del reparto. Desidero congratularmi vivamente con tutti voi, suoi membri, per gli svariati e provvidenziali interventi che svolgete non solo in Italia, ma anche all’estero, laddove vi chiama il dramma dell’uomo sofferente o indifeso. Il pensiero va, in particolare, agli aviatori caduti a Kindu, nel 1961, durante una missione di pace. Con commozione ho sostato poco fa a pregare per loro nella cappella che ne ricorda il sacrificio.

Vedo in voi, nella vostra disciplina, nella vostra preparazione, nel vostro coraggio e nella vostra generosità a servizio del prossimo, una peculiare manifestazione di quelle alte qualità morali che fanno la grandezza dell’uomo.

2. La vostra stessa specialità - il volo - invita al pensiero delle cose alte e celesti, cose ardue, perché richiedono uno sforzo di ascensione, ostacolato dalla pesantezza del corpo; e come le alte cime della perfezione morale richiedono, per essere conseguite, un lungo esercizio ascetico, così le vostre audaci e rapide imprese aviatorie, che vi rendono padroni dei cieli e degli spazi, sono rese possibili solo al prezzo di un’analoga intensa e coscienziosa disciplina, legata al possesso di virtù quali il senso del dovere, il sacrificio, l’obbedienza, la solidarietà umana, la semplicità di vita, che sono pure necessarie per le ascensioni dello spirito. La vostra professione vi dispone, pertanto, alla comprensione e all’apprezzamento di quei valori che sono propri dell’ideale cristiano, il quale non nega, ma purifica, convalida ed innalza gli slanci più generosi, più nobili ed onesti del cuore umano alla ricerca del bene e della giustizia.

La vostra professione aviatoria è simbolo ed espressione del bisogno proprio dello spirito umano di spaziare e di dominare al di sopra delle realtà terrene e materiali alla conquista dell’infinito, di quel Dio che la tradizione religiosa dell’umanità e la stessa Sacra Scrittura collegano col simbolo del “cielo”.

3. Vi esorto, quindi, a proseguire con generosa apertura d’animo nell’adempimento del vostro dovere. Coloro tra voi che fanno esplicita professione di fede cristiana, si sentano tenuti ad offrire un’esemplare testimonianza, nei confronti dei commilitoni, per quanto attiene all’assolvimento fedele degli incarichi o delle missioni loro affidate. Chi non partecipa della vostra fede deve essere indotto dal vostro stesso comportamento ad interrogarsi sulla sorgente del vostro entusiasmo e del vostro spirito di sacrificio. Il cristianesimo è e resta sempre una grande scuola di umanità, anche se a ciò non si limita, giacché eleva l’uomo oltre se stesso, alla dignità di figlio di Dio.

Con questi pensieri vi imparto la mia benedizione, che volentieri estendo a tutte le persone care.

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VISITA PASTORALE A PISA, VOLTERRA E LUCCA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I SACERDOTI, I RELIGIOSI E I LAICI IMPEGNATI

Pisa - Domenica, 24 settembre 1989

Venerato fratello nell’Episcopato, carissimi fratelli e sorelle!

1. L’esperienza dell’incontro fraterno nel Signore, soprattutto in questa bella chiesa cattedrale, centro della vita spirituale della diocesi, è sempre una preziosa grazia divina, che ci fa sentire Dio presente tra noi, unisce i nostri cuori nel mutuo conforto e nella mutua edificazione, e coordina meglio i nostri sforzi per il conseguimento del Regno di Dio. Occorre profittare di queste speciali occasioni di grazia e farne tesoro per il nostro lavoro, per i momenti lieti e per quelli, purtroppo inevitabili, di solitudine e di sconforto.

Il Pastore della diocesi ha felicemente avviato questo clima di fraternità manifestando, anche a nome vostro, la gioia per aver tra voi il successore di Pietro, venuto per conoscervi e per incoraggiarvi nel vostro cammino di fede e di comunione.

2. Mentre ringrazio monsignor Plotti per le affettuose espressioni con cui ha interpretato i comuni sentimenti, rivolgo a tutti voi il mio più cordiale saluto, e desidero esprimere anch’io la mia gioia per il dono che oggi ci fa la Provvidenza.

La vita di fede, soprattutto per il clero ed i laici impegnati, si attua in modo primario mediante un’intensa partecipazione alla vita diocesana, che oggi opportunamente si esprime e struttura in programmazioni pastorali pluriennali, come appunto avviene nella vostra diocesi, che ha elaborato un “piano pastorale”, articolato in una prima fase, dal 1986 a quest’anno, dedicata all’evangelizzazione della famiglia, e in una seconda, a partire dall’anno corrente fino al 1992, dedicata alla pastorale giovanile. Il concentrare l’attenzione su di un tema specifico, senza perdere d’occhio gli altri problemi o interessi, è un ottimo metodo per coordinare gli sforzi e favorire la collaborazione reciproca, così da esercitare sulle anime e sull’intera società un influsso più incisivo.

Tale collaborazione, tuttavia, suppone un clima di vera fraternità. Essa, per una diocesi, è un bene impagabile. Riattualizza infatti, in qualche modo, l’esperienza della comunità primitiva, della quale parlano gli Atti (At 2-5), e fa rivivere oggi qualcosa del fervore di allora nella sua contagiosa capacità di irraggiamento missionario.

3. Per quanto concerne il clero la fraternità s’esprime soprattutto in condivisione di vita. Per voi, membri di istituti religiosi e di società di vita apostolica, tale condivisione si attua in particolare nelle norme che regolano la vita comune, ed io colgo volentieri l’occasione per esortarvi a mantenerne viva in voi la stima.

Per voi, sacerdoti diocesani, la condivisione ha significati molteplici. Ma io vorrei qui sottolineare che anche per voi la vita comunitaria, pur con i necessari adattamenti, resta raccomandabile. Non pochi sacerdoti in cura d’anime hanno trovato nell’adozione di opportune forme di vita comunitaria un efficace aiuto sia per le loro esigenze personali che per l’esercizio del loro ministero pastorale.

Esorto pertanto soprattutto quelli tra voi, ai quali è affidata l’assistenza spirituale di piccole comunità parrocchiali, a voler sperimentare, col consiglio ed il consenso del Vescovo, qualche opportuna forma di convivenza, che consenta di meglio provvedere a se stessi e all’adempimento dei doveri apostolici.

Il ministero, vissuto lietamente nella comunione fraterna, contribuirà, oltretutto, a suscitare negli altri, soprattutto nei giovani, stima per il sacerdozio, così da far scoprire in esso, da parte di coloro che sono chiamati da Dio, il senso vero e irrinunciabile della loro vita.

Vi esorto, carissimi sacerdoti, a porre un forte impegno nella pastorale delle vocazioni, un impegno che nasca da un grande amore per il vostro sacerdozio. Un sacerdote che portasse avanti il proprio lavoro stancamente, abitudinariamente o in un modo troppo umano e secolaresco, non potrebbe mai suscitare in chi lo avvicina interesse per il sacerdozio, anzi, trasmetterebbe idee sbagliate su di esso. Diffonderemo attorno a noi l’amore per il sacerdozio, se noi per primi lo ameremo intensamente, secondo la piena verità della sua essenza, così come il Vangelo e il Magistero della Chiesa ce lo presentano; se lo vivremo generosamente e disinteressatamente, secondo l’esempio di quei sacerdoti santi di cui tutta la storia della Chiesa è costellata.

4. Ed ora anche per voi, carissimi laici, una fraterna parola per esprimervi quell’incoraggiamento nel cammino della fede, del quale ho parlato all’inizio.

Una delle grandi consegne fatte ai laici dal recente Concilio è stata quella di farsi promotori della cultura cattolica, che un tempo era patrimonio quasi esclusivo del clero e dei religiosi. Il moltiplicarsi delle iniziative culturali in campo laicale ed in particolare il sorgere, nelle diocesi, di appositi centri di formazione teologica per i laici, è da considerarsi certamente una grande benedizione del cielo ed un cospicuo risultato della riforma conciliare, da cui possiamo attenderci una ricca messe di bene.

Esiste, inoltre, tutto un campo di discipline - in specie le scienze umane, psicologiche e sociali - che, per lo stretto contatto con le realtà temporali, possono e devono trovare in voi laici cattolici, che per vocazione animate cristianamente i valori temporali, dei cultori eminenti, autorevoli ed altamente specializzati, tanto da poter essere, in qualità di esperti, di grande aiuto anche ai Pastori della Chiesa.

Per questo esorto caldamente coloro che tra voi ne hanno la possibilità o l’attitudine, a seguire con attenzione la scuola di formazione teologica e la scuola di formazione all’impegno sociale e politico della “Casa Toniolo”, esistenti nella vostra diocesi.

Altra provvidenziale istituzione del Concilio Vaticano II è stata quella dei consigli pastorali, parrocchiali e diocesani, strutture anch’esse quanto mai opportune per l’affermazione del contributo laicale nell’edificazione della Chiesa e nel servizio cristiano alla società. È importante che tali consigli siano operanti in ogni comunità parrocchiale, e raggiungano un loro equilibrio, così da evitare sia un’eccessiva passività ed una specie di inerzia, sia, al contrario, una soverchia autonomia e intraprendenza. Il rapporto col sacerdote - col parroco o col Vescovo - sul quale, in ultima analisi, pesa la principale responsabilità della vita della comunità credente, deve portare, superando eventuali difficoltà, ad una collaborazione serena e costruttiva, nel rispetto delle competenze di ciascuno. Ciò sarà certamente favorito dalla coscienziosa fedeltà a quanto le leggi della Chiesa prevedono in materia, senza trascurare gli impulsi della carità, che sa trovare sempre la via per superare ogni forma di contrasto o di incomprensione.

5. Nella parrocchia emergono tutti i bisogni dell’uomo, della Chiesa e della società. Così la parrocchia è una fondamentale scuola di umanità, di socialità e di ecclesialità. Essendo essa un campo aperto a tanti bisogni, necessità, prospettive e progetti, come non vi sarà spazio per la vostra inventiva, carissimi laici, per la vostra generosità, per la vostra disponibilità? Quanto oggi la parrocchia ha bisogno di voi! E quanto oggi voi, con la vostra maggior preparazione culturale e spirituale, potete fare in modo anche più incisivo che in passato!

La parrocchia è una comunità ministeriale. Tutto in essa dev’essere visto come servizio ecclesiale, anche le più umili prestazioni, da quelle della amministrazione economica a quelle della manutenzione.

La parrocchia è anche la comunità della carità fraterna, una comunità proiettata verso i bisogni degli altri - le persone dell’isolato, del quartiere, della zona - specie dei più poveri e dei sofferenti, di chi patisce ingiustizia o emarginazione. La parrocchia dev’essere, nel modo più concreto ed immediato, un centro irradiante amore fraterno, “perché il mondo creda”. Di qui l’importanza della “Caritas parrocchiale”, dalla cui funzionalità dipende in non piccola parte l’immagine che i lontani si fanno della comunità credente.

6. Voglio ricordare, infine, l’importanza della pastorale familiare, alla quale avete dedicato il piano pastorale dell’ultimo triennio. Essa si può considerare come elemento portante, anche se non unico. di tutta l’evangelizzazione, soprattutto nella visuale della moderna teologia, nata dopo il Concilio. Come sappiamo bene oggi, le famiglie stesse devono essere le prime evangelizzatrici delle famiglie. Il sacerdote, indubbiamente, ha una responsabilità speciale nella preparazione al matrimonio e nel sostegno alla famiglia come realtà soprannaturale; ma una competenza specifica ed insostituibile spetta pure alle coppie degli sposi, che vivono in prima persona la realtà dell’amore e della responsabilità familiare. La nuova evangelizzazione non potrà fare a meno del contributo delle famiglie cristiane.

Mettiamoci dunque tutti all’opera, ciascuno secondo la sua vocazione, il suo carisma, il suo ministero, nella profonda unità e nella meravigliosa varietà in cui s’esprime la realtà del Corpo mistico di Cristo.

Con tali auguri e voti vi benedico tutti di cuore, estendendo il mio affettuoso pensiero ai vostri cari.

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VISITA PASTORALE A PISA, VOLTERRA E LUCCA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I PROFESSORI E CON GLI STUDENTI NELL’AULA MAGNA DELL’UNIVERSITÀ DI PISA

Domenica, 24 settembre 1989

Illustri docenti, collaboratori e carissimi studenti dell’ateneo pisano!

1. Debbo innanzitutto esprimere un vivo ringraziamento per il saluto tanto cordiale e sincero che tutti voi qui presenti mi avete porto per il tramite del rettore magnifico, vostro rappresentante e portavoce. Al saluto rispondo con l’augurio non solo di personale benessere per ciascuno di voi, ma per le “sorti” di questa storica università, e tale augurio estendo alle comunità accademiche della scuola normale superiore e della scuola superiore di perfezionamento sant’Anna, che visiterò tra breve.

Sono davvero lieto di questo triplice incontro, e ritengo molto significativo per il mio ministero pastorale trascorrere con voi e con i colleghi di dette scuole una buona parte di questa mattinata di domenica. Dopo la sosta nella chiesa cattedrale, mi è gradito trattenermi in queste prestigiose sedi accademiche della città, le quali si configurano in cattedre di altro tipo e finalità, ma non estranee alla mia missione pastorale. Dalla cattedra della fede cristiana son passato alla cattedra delle scienze, che sono finalizzate a preparare, a formare, a innalzare l’uomo: e dov’è l’uomo, lì per un suo nativo diritto e dovere deve essere anche la Chiesa! Penso, pertanto, che l’itinerario che sto compiendo stamane possa indicare simbolicamente il cammino che connette tra loro scienza e fede.

2. Formulando i miei auspici per le “sorti” della vostra università non mi riferisco solo al suo sviluppo, al miglioramento delle sue strutture, alla sua efficienza organizzativa e amministrativa, ma soprattutto alla sua crescita “ab intus” nel rispondere con tempestività e saggezza alle sue connaturali finalità educative e formative, nell’interpretare le nuove istanze di questa nostra età, nel proporsi come imprescindibile traguardo il servizio dell’uomo.

In realtà, proprio in vista del servizio all’uomo, il discorso sul rapporto tra scienza e fede, che è tema ricorrente della problematica filosofica lungo i secoli ed oggetto di assidue e spesso sofferte riflessioni, si dimostra ancora una volta attuale ed aperto ad ulteriori, proficui approfondimenti.

Permangono, infatti, con immutata e stimolante validità gli interrogativi: sono forse contrapposti Dio e l’uomo? E se questi arriva a Dio per la via della fede, gli sarà forse precluso ogni accesso per la via della ragione? E se appartiene alla ragione promuovere la ricerca ed arrivare alla scienza, non sono forse possibili la ricerca di Dio e la scienza di Dio?

3. Questi interrogativi - che ripropongono il tema dell’“intellectus quaerens fidem” e dell’indagine che media il passaggio dalla fase del “quaerere” a quella dell’“invenire” - assumono più concreta consistenza, se vengono inquadrati e integrati nella dimensione etica. Nel suo irrinunciabile impegno di ricerca e di servizio, la scienza ha un’intrinseca moralità da rispettare: mentre gli orizzonti verso cui essa si muove appaiono sempre più vasti, l’uomo che la coltiva e la sviluppa scopre, al tempo stesso. nuovi limiti, dubbi e difficoltà. Alla luce delle esperienze fatte, dei traguardi già raggiunti o intravisti e, purtroppo, anche dei possibili pericoli, oggi più che in passato si impone il discorso sul rapporto tra ricerca ed etica. Dinanzi all’uomo di scienza, che indaga ed approfondisce per capire sempre di più e sempre meglio, si fanno vicini e quasi palpabili i misteri della natura e, prima di tutto, il mistero stesso dell’uomo. Spingendosi fin verso i confini della realtà e della vita, egli avverte come un brivido nel suo stesso osare e non può non interrogarsi, oltre che sul senso generale del proprio lavoro conoscitivo, sull’esito finale e sulla validità morale di tanto impegno. Puntando lo sguardo sulle forze più nascoste della natura ed appropriandosi delle metodologie più ardite per dominarle e utilizzarle, l’uomo avverte il rischio di sconfinamenti e abusi.

Parlo ad un uditorio esperto: posso quindi limitarmi ad accennare a fatti innegabili, quali il pericolo ecologico, l’accumulo di armi dagli effetti disastrosi, la fondatezza di certe denunce e accuse. E nel campo della vita umana, tutti conoscono i mirabili progressi della biologia e della bioingegneria, ma sono noti parimenti i pericoli di operazioni troppo ardite, che comportano forme inaccettabili di manipolazione e di alterazione. Come sapete, io stesso in varie occasioni ho richiamato l’urgenza e il dovere di procedere in materia tanto delicata con la massima cautela: il che vuol dire - senza imporre mortificanti limiti alla ricerca - rispetto delle leggi supreme della natura e della vita, adeguamento in ciascuna fase della ricerca alle esigenze derivanti dalla dignità della persona. Vuol dire, in una parola, senso di responsabilità.

4. Dinanzi a talune contraddizioni tra le finalità della conoscenza scientifica e gli esiti, a cui essa può condurre sul piano pratico, il parlare di responsabilità non può rimanere un discorso puramente teorico - come se imputata fosse la scienza in se stessa -, ma deve raggiungere i soggetti che vi sono implicati in prima persona. È non solo conveniente, ma necessario e obbligante parlare della responsabilità degli scienziati, la quale dovrà dimostrarsi nell’aderire a quell’“ordo rerum” che essi vanno via via scoprendo nella sua mirabile articolazione, nel rispettare la trascendenza ontologica della persona sugli altri esseri del mondo della natura, quando ad essa applicano gli strumenti della ricerca scientifica, nel tener conto infine delle conseguenze che possono avere, sul piano applicativo, le conoscenze raggiunte o raggiungibili in ambito puramente teorico.

Stiamo vivendo purtroppo un’esperienza inedita e terribile: quella di un grave deterioramento ecologico, imputabile non già ad agenti esterni, ma all’incongruenza di certi nostri comportamenti. Proprio una tale esperienza, lungi dall’allontanarci, deve piuttosto avvicinarci e ricondurci al centro della nostra esistenza, poiché ripropone imperativamente il tema del senso della vita e del nostro essere nel mondo. Lo scienziato, dalle sue stesse indagini e scoperte e dalle applicazioni che se ne fanno, è posto come dinanzi ad un bivio, in quanto egli ed il frutto del suo lavoro possono favorire o danneggiare l’uomo: a lui prima che agli altri si presenta in maniera del tutto particolare, ineludibile e, direi anche, preliminare l’istanza etica. Prima ancora che si accinga al suo specifico lavoro, a lui può esser riferito l’invito di sant’Agostino che, se non fu scienziato nel senso moderno del termine, fu finissimo pensatore e indagatore appassionato della verità: “Noli foras ire; in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas” (De vera religione 39, 72: PL 34, 154). Unitamente, anzi anteriormente all’approccio esterno con le cose, gli è necessario un attento e penetrante sguardo in se stesso per valutare modi e forme, mezzi e fini della sua attività. Da un tale esame risulterà più sicuro e più maturo il senso veramente personale della sua responsabilità di uomo, di studioso e di ricercatore.

5. Oggi si lamenta da parte degli stessi scienziati la “parcellizzazione specialistica” e giustamente si afferma l’esigenza di nuove sintesi in grado di connettere la pluralità delle acquisizioni, delle cognizioni, delle tecniche che si accumulano con sorprendente rapidità nei vari ambiti disciplinari e sub-disciplinari. Ma se è vero che la scienza non si limita a osservare e a catalogare, ma interviene sui processi per trasformare il reale - e si tratta a volte di interventi radicali che possono anche intaccare i ritmi naturali e introdurre gravi disordini nell’assetto del mondo -, non ci saranno nuove sintesi valide se non si integrano in esse il senso autentico della vita ed una compiuta visione etica. Di fronte ai perduranti misteri del microcosmo e del macrocosmo, cresce nonostante i prodigi delle scienze e delle tecnologie la coscienza della “finitudine” delle forze umane, e le certezze della ragione, pur reali e solide, ad un certo punto si arrestano, così che si è indotti ad invocare, per sciogliere i dubbi e per risolvere i problemi drammatici, l’approdo ad altre certezze, basate su una diversa scala di valori regolata dall’amore ed illuminata dalla fede.

Mentre si ridimensionano certe promesse eccessive della cosiddetta “speranza tecnologica” e declinano le concezioni di un benessere imperniato su falsi valori, s’avverte l’urgente necessità di un’operazione di ricupero. Tocca primariamente a voi, come studiosi e ricercatori, distinguervi in questo orientamento. Ne guadagnerà la qualità del vostro lavoro e - grande elemento morale da considerare - la dignità umana della scienza.

6. La mia non vuol essere una riflessione limitativa di quella giusta libertà o “legittima autonomia” (è parola del Concilio Vaticano II), di cui deve godere chi come voi è impegnato o, per dir meglio, implicato nella ricerca sulle frontiere avanzate della scienza contemporanea. Tutt’altro! La Chiesa ha fiducia, promuove e incoraggia il vostro impegno. Mi piace ricordarvi in proposito una breve espressione dello stesso Concilio: “Applicandosi allo studio delle varie discipline, quali la filosofia, la storia, la matematica, le scienze naturali e occupandosi delle arti, l’uomo può contribuire moltissimo ad elevare la famiglia umana alle più alte ragioni del vero, del buono e del bello” (Gaudium et Spes , 57).

Vi parlavo all’inizio di connessione tra la chiesa cattedrale e le cattedre di scienze di cui si compone questa università: anche l’uomo di scienza è chiamato ad esercitare un “suo” sacerdozio. Sì, in un certo senso ogni vero scienziato è un sacerdote: quel fine che il Signore Dio ha assegnato al primo uomo al momento della creazione e che si ripropone con indubbia rilevanza etica ad ogni uomo che viene a questo mondo - essere dominatore del creato - ha una applicazione particolare e privilegiata per l’uomo di scienza. Proprio perché vede meglio e di più, più stringente è il suo dovere, da una parte, di riconoscere, lodare, ammirare, ringraziare Dio nelle opere della sua creazione e, dall’altra, di fare un uso retto e responsabile del proprio ingegno e delle conquiste piccole e grandi che ne sono il frutto.

Proprio da una lettura che la liturgia assegna a questo giorno mi piace ricavare lo spunto conclusivo del mio saluto. In una lettera al discepolo Timoteo san Paolo afferma che è volontà di Dio “che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4). Nel cammino, lungo e faticoso, di avvicinamento alla verità, la Provvidenza ha assegnato un ruolo anche a voi, illustri docenti e cari studenti dell’ateneo pisano, sulle orme dei maestri insigni che qui insegnarono e vissero: primo fra tutti il sommo Galileo Galilei, poi la folta schiera di clinici e matematici e, in età a noi più vicina, sociologi come Giuseppe Toniolo, fisici come Enrico Fermi e tanti altri cultori delle scienze umane.

Con la verità ricercata, amata, difesa, proclamata, procederà parallelamente l’opera umano-divina, temporale ed escatologica, della salvezza. Né solo per voi, ma anche per ogni altro uomo, che voi giustamente sentite come vostro collega, come vostro studente, allievo, ma sempre come vostro fratello.

Prima di congedarsi dalla comunità universitaria il Papa così si rivolge ai giovani universitari.

Vi ringrazio per la vostra presenza, cari studenti, care studentesse, e vi auguro di essere parte costitutiva di questa comunità universitaria come lo è stato per tanti secoli, dall’inizio della sua fondazione. Vi auguro di approfittare per voi stessi, certamente, per la vostra formazione intellettuale, culturale, morale, religiosa ma anche per il bene degli altri. Il principio fondamentale che riguarda la persona umana è che non si vive per se stessi ma si vive per gli altri e io dico anche che non si studia per se stessi solamente ma si studia per gli altri, per i vicini e per i lontani, per la vostra patria e per l’umanità intera.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE RELIGIOSE DELL’ARCIDIOCESI DI PISA

Duomo di Pisa - Domenica, 24 settembre 1989

Carissime religiose.

1. Sono molto lieto di questo incontro. Saluto in voi una componente eletta della comunità diocesana, una sua parte preziosa ed insostituibile. Con le qualità proprie della donna consacrata, voi contribuite in modo determinante alla vita ed allo sviluppo della Chiesa locale, alla sua crescita nella fede e nella santità, ed alle sue molteplici attività indirizzate alla promozione umana, alle opere della giustizia e della misericordia e, in definitiva, al bene della stessa società civile.

Saluto in voi, sorelle carissime, le valide ed operose collaboratrici, in primo luogo, dei sacerdoti, che si votano completamente alla causa del Regno di Dio e, più in generale, di tutti coloro che sentono l’urgenza di porsi a disposizione del Signore e dei suoi piani misteriosi, per accendere nel cuore degli uomini la fiamma di quel “fuoco” (Lc 12, 49), che Cristo è venuto a portare sulla terra.

Anche a nome della comunità diocesana il Papa vi ringrazia per quello che siete, per la testimonianza che date mediante la risposta generosa e totale alla chiamata del Signore.

2. Vedo riunite, in questa bella cattedrale, non solo le suore di vita attiva, ma anche le monache claustrali benedettine e domenicane, totalmente votate alla contemplazione nel silenzio, nella solitudine, nell’offerta orante di se stesse. Voi, care sorelle, spendete la vostra vita nella preghiera, perché l’amore di Cristo trionfi nelle anime scacciando i fermenti dell’errore, dell’odio, della divisione e del peccato; perché il mondo comprenda questo amore infinito e possa essere rinnovato e redento dalla luce della grazia.

Grande, pertanto, è la vostra missione, care sorelle! Anche se siete nascoste, la vostra testimonianza resta sempre un punto di riferimento essenziale per tutta la comunità diocesana. Molta parte del fervore spirituale della diocesi trae alimento dal vostro contatto costante col mistero divino. Dai vostri monasteri si riversa su tutta la diocesi un’onda di grazia, a conforto delle anime che sono alla ricerca della verità e della pace, che solo Dio può dare. Nella potenza dello Spirito, voi potete e dovete “consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siete consolate voi stesse da Dio” (cf. 2 Cor 1, 4).

La clausura non separa le comunità contemplative dalla realtà diocesana; al contrario, essa si pone, a suo modo, come il segno e la condizione materiale di una più profonda comunione con la Chiesa locale. La separazione fisica, regolata dalle leggi canoniche e dagli usi monastici, è tutta in funzione di una maggiore unità d’intenti, d’amore e di collaborazione soprannaturale, in virtù della comunione dei santi, col Corpo mistico di Cristo.

3. La comunione invisibile delle varie comunità religiose con la Chiesa locale, si esplicita grazie alla mediazione del Vescovo, al quale va la responsabilità di collegare tra loro le varie componenti della diocesi, siano esse di vita attiva o di vita contemplativa. Come è importante, care sorelle, di vita attiva e di vita contemplativa questo vostro collegamento reciproco! Quanto fruttuoso per la vostra santificazione, e quanto efficace per la testimonianza da dare al mondo! Vi esorto tutte, pertanto, ad incrementare la collaborazione tra voi per un autentico servizio alla Chiesa locale. Il carisma di cui un istituto gode sia di giovamento anche agli altri e, anziché assolutizzare la propria esperienza spirituale, ciascun istituto sia sempre pronto ad apprezzare quella degli altri, in modo che, grazie a questa stima reciproca, sia accresciuta l’efficacia apostolica di tutti.

4. Nell’attuazione di questo scopo altissimo vi sarà di grande aiuto il far riferimento, di comune intesa, alla paterna guida che vi viene dal vostro Arcivescovo per il tramite del suo rappresentante, il vicario episcopale per i religiosi e le religiose, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto.

L’opera di sostegno e di coordinamento, da questi svolta, vi consentirà di avere una visuale d’insieme più precisa dei bisogni della diocesi e di scoprire i campi dove l’impegno pastorale è più urgente. L’individuazione di tali “priorità” è oggi particolarmente doverosa: la scarsità delle forze disponibili induce, infatti, ad un uso delle stesse, che non indulga a dispersioni o sprechi.

Ciascun istituto, pertanto, pur senza venir meno agli obblighi derivanti dalla fedeltà al proprio carisma, dovrà aver sempre una speciale attenzione alla situazione generale della Chiesa pisana. In altre parole, occorre evitare che sia esagerata la portata delle autonomie giuridiche e delle finalità interne, affinché l’istituto non finisca per ripiegarsi su se stesso, trascurando le necessità pastorali della diocesi, nella quale vive ed opera.

5. Un impegno urgente per gli istituti religiosi è sicuramente quello della pastorale vocazionale e giovanile. Voi, religiose, avete sempre svolto una funzione insostituibile in questo campo delicato della formazione umana e cristiana. Per quanto poi riguarda la pastorale delle vocazioni non di rado voi potete arrivare là dove lo stesso sacerdote incontrerebbe difficoltà.

È importante che in quest’opera di promozione vocazionale sappiate essere totalmente disinteressate, tenendo conto soltanto di ciò che, nella scelta concreta della strada da percorrere, corrisponde meglio alle predisposizioni personali del soggetto. Non sono le anime al servizio degli istituti, ma gli istituti al servizio delle anime. Promuovere le vocazioni vuol dire aiutare il giovane o la giovane a scoprire il piano di Dio su di sé e ad accoglierlo con generosa disponibilità.

Un ambiente particolarmente adatto, anche se non sempre facile, per un’opportuna formazione dei giovani in questa città, è costituito dai pensionati universitari da voi gestiti. È chiaro che per tale azione formativa si richiedono persone altamente specializzate, che sappiano unire alle capacità morali ed educative una preparazione culturale specifica. Occorre infatti che la religiosa sia in grado di rispondere alle domande e di soddisfare alle esigenze spirituali ed umane connesse sia con quel particolare periodo della vita che con l’esperienza universitaria in atto. Se un istituto si assume questo incarico, è necessario che si impegni a fornire i propri elementi degli strumenti culturali adeguati per farvi fronte. Mentre vi do atto volentieri, care sorelle, di quanto già fate in questo campo, vi esorto a qualificare ulteriormente la vostra presenza, per cooperare sempre meglio col Signore, che certo non manca di operare in tanti cuori giovanili.

Rendo atto a tutte voi, sorelle carissime, del grande impegno con cui collaborate su tutto il territorio diocesano in varie forme di pastorale a favore dei giovani: scuole, oratori, istituzioni caritative e assistenziali.

Vi ringrazio per la generosità con cui operate e tutte vi invito a perseverare in questa opera di bene.

6. A conclusione di questo incontro, auguro a tutte voi, sorelle carissime, di poter approfondire sempre più la vostra vocazione: questa è la cosa importante, a prescindere dal posto particolare nel quale Dio, attraverso i vostri superiori, vi ha messo.

È l’esercizio di questa fedeltà e di questa perseveranza - a volte crocifiggente ma sempre fruttuosa - che vi dona quella pace alla quale aspirate e rende certamente feconda la vostra testimonianza. La Vergine Maria, che è in modo speciale modello per tutte voi, e della quale voi siete come una vivente immagine, vi conduca ad una conoscenza sempre più profonda del mistero di Cristo, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2, 3).

Ed io di cuore vi benedico insieme con i vostri cari e con tutti coloro ai quali prestate il vostro generoso servizio di carità.

Prima di lasciare le religiose, il Santo Padre così si rivolge all’assemblea.

Una benedizione particolare alle suore ammalate e anche una preghiera: che siano sempre vicine con i loro sacrifici.

Vedo che la maggioranza delle suore qui presenti è composta da Italiane, ma c’è una forte minoranza di suore del Kerala, Indiane. Auguro a tutte le giovani di Pisa, dell’Europa, come anche dell’India, di seguire Gesù in questa vocazione splendida, in cui si esprime il mistero sponsale. Cristo sposo, la Chiesa sposa. E la Chiesa sposa siete specialmente voi, vergini consacrate, espressione di questo carattere della Chiesa sposa. Vi auguro di continuare questo mistero.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA VISITA AGLI OSPITI DEL «CENTRO ITALIANO DI SOLIDARIETÀ»

Lucca - Sabato, 23 settembre 1989

Carissimi giovani!

1. La Chiesa considera un dono la vostra presenza al suo interno, così come essa vuole essere un dono per voi.

E lo è attraverso la disponibilità verso di voi di operatori sociali e di volontari del servizio civile, che, con questo impegno, non scelgono una professione, ma uno stile di vita improntato all’accoglienza, all’ascolto, alla sobrietà, alla corresponsabilità.

La droga, infatti, è il sintomo evidente di una società che non riesce più a vivere i veri valori e spinge chi ne fa parte all’egoismo, all’incomunicabilità, alla solitudine. In questo clima le mete da perseguire diventano il denaro, il potere, la carriera, i beni di consumo: si e disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di ottenerli!

Questo male, insito sia nelle persone che nelle strutture, chiede di essere vinto con un nuovo impegno di responsabilità all’interno delle strutture della vita civile e, in particolare, mediante la proposta di modelli di vita alternativi.

Le varie istanze pubbliche, a livello nazionale e internazionale, sono chiamate a porre un freno all’espandersi del mercato delle sostanze stupefacenti. Per questo occorre che vengano, innanzitutto, portati alla luce gli interessi di chi specula su tale mercato; siano, poi, individuati gli strumenti e i meccanismi di cui ci si serve; e si proceda, infine, al loro coordinato ed efficace smantellamento. Occorre, inoltre, operare per lo sviluppo integrale di quelle popolazioni che, per la loro sussistenza si dedicano alla produzione di tali sostanze. Al tempo stesso, si cercherà di promuovere reti collegate di servizi che operino per una reale prevenzione del male e sostengano il recupero e il reinserimento dei giovani, che ne sono coinvolti.

2. Ma tutto ciò non è sufficiente: è necessaria anche la proposta di valori e di modelli di vita alternativi.

È soprattutto su questo piano che la Chiesa si sente interpellata, perché dare un significato all’esistenza di un giovane è già per se stesso combattere la droga. Con alto senso profetico, quando ancora non si coglieva in tutta la sua drammaticità il problema del diffondersi della tossicodipendenza, il mio predecessore Paolo VI richiamava l’attenzione del mondo su questa piaga tremenda. Io stesso, nel mio primo anno di pontificato, ho denunziato l’urgenza di proporre ai giovani valori capaci di orientarne la vita e la necessità di mettere l’uomo al centro della riflessione sul male sociale della droga. La Chiesa è tornata sul problema della tossicodipendenza in un’occasione solenne come il Sinodo dei Vescovi del 1980 e ha ribadito i principi che animano il suo operare in questo così delicato ambito della vita personale e sociale. Lo stesso vostro Arcivescovo è intervenuto più volte in merito, levando la sua voce insieme a quella di altri illustri e stimati Pastori. Da allora si sono moltiplicate le iniziative e i servizi, che la Chiesa ha ispirato e guidato, chiedendo e suscitando la collaborazione di tutti.

Essa sa di poter contare, a questo fine, proprio sulla vostra esperienza, quella delle vostre famiglie, e di coloro che nei centri e nelle comunità si dedicano al vostro aiuto per uscire da questa triste esperienza e avviare una esistenza personale e sociale improntata ai valori della dignità umana, della responsabilità, della condivisione e del servizio.

Per questo, vi dicevo, la Chiesa è un dono per voi, a motivo di ciò che è in grado di offrirvi; e, allo stesso tempo, voi siete un dono per la Chiesa, per la testimonianza che potete offrire e la sfida al cambiamento e alla ripresa che, col vostro esempio, voi costituite.

Voi, giovani, che siete passati attraverso il dramma della tossicodipendenza, e voi, giovani, che nella scelta coraggiosa del volontariato e del servizio civile offrite modelli alternativi di realizzazione personale e familiare, dimostrate con chiarezza che la droga si combatte non soltanto con provvedimenti di ordine sanitario e giudiziario, ma anche - e soprattutto - instaurando nuovi rapporti umani, ricchi di valori spirituali ed affettivi. Solo così, infatti, si può ridare senso pieno alla vita, suscitando in chi si trova in difficoltà rinnovato entusiasmo nella lotta quotidiana e ravvivando in lui la fiducia nella vittoria finale.

I modelli che vi proponete - quello dell’accoglienza e dell’ascolto, come sono vissuti nei vostri centri, e quello della corresponsabilità e della collaborazione, proprie delle vostre comunità - sono modelli validi, perché capaci di orientare verso scelte e atteggiamenti ispirati ai valori evangelici della povertà, del servizio e della condivisione; essi dimostrano che è possibile aiutare gli interessati a vincere la droga, e porre concrete barriere all’espandersi sociale del fenomeno.

3. Carissimi giovani, mentre vi esorto a continuare la vostra coraggiosa esperienza, vi assicuro che sono accanto a voi con la preghiera e con la mia benevolenza, in segno della quale vi imparto ora la benedizione apostolica.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE CONGREGAZIONI CLAUSTRALI DELL’ARCIDIOCESI DI LUCCA

Santuario di Santa Gemma Galgani - Sabato, 23 settembre 1989

Carissime sorelle.

1. Ringrazio voi tutte qui presenti in questa chiesa dove si trovano le spoglie mortali, ma anche, possiamo sperare, l’anima gloriosa di una vostra consorella e concittadina: santa Gemma Galgani. Voglio manifestarvi, in questo centro privilegiato, la mia grande gioia di essere oggi qui tra voi, che formate le nove comunità contemplative femminili di questa arcidiocesi, alle quali s’aggiunge la comunità dei monaci certosini: un vero “capitale di grazia” per questa Chiesa locale.

So quanta affettuosa stima nutra per voi il vostro Arcivescovo, il quale vede nella vostra vita, orante ed offerente, una sorgente di grazia per l’intera arcidiocesi. Con l’esemplarità della vostra immolazione al Signore, voi siete, per così dire, la “voce” stessa di questa comunità diocesana davanti al Signore.

Grazie, pertanto, care sorelle, per quello che fate, per quello che siete, per quello che offrite. Con queste mie parole voglio confermarvi nella vostra eccelsa vocazione, nel vostro cammino di fede, che è così prezioso per il bene della Chiesa.

2. Vorrei ricordarvi la necessità di una chiara percezione e fervorosa attuazione della finalità propria e dell’ispirazione originaria dei vostri singoli istituti. Sforzatevi sempre, con molto impegno, di compenetrarvi dello spirito e degli insegnamenti dei vostri fondatori, cercando di attualizzare il loro messaggio nelle circostanze concrete del presente, alla luce dei “segni dei tempi” e delle direttive della Chiesa. In tal modo, il carisma proprio di ciascun istituto, pur restando, nel tempo, sostanzialmente identico a se stesso, potrà rivivere nelle situazioni odierne, rivestendosi delle forme che si rivelano opportune perché il messaggio possa far presa sugli uomini del nostro tempo.

I principi della vita contemplativa sono essenzialmente gli stessi per tutte le forme di vita consacrata; ma nell’ambito di questa unità di fondo esiste poi una meravigliosa diversificazione, quale è testimoniata proprio qui, oggi, dalla vostra gioiosa assemblea. E perché tutto si realizzi nell’ordine, nella pace e nella verità, è necessario che ogni istituto ed anche ognuna di voi, care sorelle, ponga sempre la massima attenzione, sia ai principi comuni che alle prospettive proprie del carisma originario.

3. La comunità claustrale è chiamata a dare al mondo un luminoso esempio di comunione fraterna. L’esperienza privilegiata di contemplazione, che siete chiamate a compiere, suppone di per sé, per poter essere autentica, un alto grado di unità degli spiriti, e porta pure, come frutto, una forma elevata di mutua carità. E del resto, la struttura stessa del vostro vivere comunitario, che comporta un rapporto quotidiano ed incessante tra i membri della comunità, richiede necessariamente - e voi lo sapete bene - un esercizio assai impegnativo di tutte le virtù sociali proprie della convivenza cristiana; diversamente la vita comune diventerebbe assai difficile, forse insopportabile. Vi esorto, pertanto, a mettere sempre la massima cura nello sviluppo delle virtù comunitarie, sia in ordine al pieno adempimento della vostra vocazione, sia per dare alle vostre comunità, diciamolo pure con san Bernardo, quel sapore di “paradiso” che esse debbono avere (cf. De diversis, c. 42, 4).

E naturalmente più di ogni altra comunità cristiana, le claustrali non devono conoscere limiti nel loro sentirsi ed essere in comunione: la loro interna unità non sarebbe vera, se non si esprimesse in una sincera volontà di comunione con ogni istanza della Chiesa locale, in particolare con gli altri monasteri. Le vostre comunità, carissime sorelle, saranno così, agli occhi di tutti, segno luminoso della carità che permea la Chiesa di Cristo, mantenendone l’unità profonda, pur nella varietà dei carismi suscitati in essa dallo Spirito.

4. Ci siamo riuniti, sorelle carissime, in questo tempio dedicato a santa Gemma Galgani. Voi mi permetterete di accennare brevemente a un tema particolarmente caro alla spiritualità passionista, ma che, per la sua universalità ed essenzialità, vale per tutti: il tema della Passione di Cristo, con particolare riferimento alla sua indispensabile funzione di riconciliazione e di pace. Ogni monaca contemplativa, come sappiamo, è chiamata a vivere con particolare intensità la Croce di Cristo. Il suo Sposo, come diceva santa Teresa di Gesù Bambino, è uno “Sposo di sangue” (Epistula V ad Celinam). Ebbene, ciò significa allora che un aspetto essenziale della missione della claustrale è la riconciliazione degli animi divisi, mediante l’offerta della propria croce quotidiana per la riunificazione dei cuori separati dal peccato e dall’inimicizia. La monaca, nutrendosi del sangue di Cristo, e rivivendo nel suo corpo e nel suo cuore la Passione di Cristo, come Cristo “riavvicina i lontani”, secondo quanto è detto nella lettera agli Efesini (cf. Ef 2, 13). Con la sua vita di immolazione in Cristo, la monaca, come il suo divino Sposo, “abbatte il muro di separazione” (Ef 2, 14), che purtroppo esiste tra tante creature umane, e contribuisce potentemente a riconciliare gli uomini “con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce” (Ef 2, 16), della sua croce quotidiana in unione con quella di Cristo.

Ecco, sorelle carissime, un aspetto essenziale e preziosissimo della vostra missione! Certamente, si tratta spesso di un lavoro nascosto, noto solo a Dio; ma è tale lavoro nascosto che, per volontà di Dio, dà spesso all’azione di coloro che operano e si affaticano nel mondo per la pace - pastori della Chiesa, governanti, operatori sociali, educatori, formatori di coscienze - un misterioso supplemento di efficacia che serve effettivamente alla soluzione dei conflitti, dei problemi, delle controversie, forse a loro stessa insaputa. Ma un giorno, in cielo, tutto verrà alla luce. E allora brillerà in tutto il suo splendore la gloria eterna che vi siete acquistata col vostro sacrificio umile e nascosto. Voi, che molti considerano come le “ultime”, sarete le “prime”.

5. Santa Gemma Galgani ha vissuto con particolare intensità, nella piccolezza e nel nascondimento, quest’opera di riconciliazione dell’uomo con Dio mediante la partecipazione alla Passione di Cristo: ella non vi ha contribuito dedicandosi a speciali attività esteriori, ma mediante la totale offerta di se stessa. Ed a voi tutte, care sorelle qui presenti, e non solo alle religiose passioniste, io oggi voglio riproporre il suo esempio. Ella vi ispiri dal cielo un sempre più intenso bisogno di offerta di voi stesse per la salvezza dell’umanità.

Ringraziando il Signore per averci concesso questo incontro, vi assicuro uno speciale ricordo nella santa Messa e, mentre affido alle vostre preghiere il mio ministero, vi benedico tutte di cuore, insieme con le consorelle e le persone care assenti, soprattutto quelle sofferenti e maggiormente provate da quel Dio che permette l’esperienza della croce solo perché vuole farci più santi.

A causa del ritardo che si sta accumulando nel programma previsto, il Santo Padre dà soltanto una lettura sintetica del discorso preparato per le claustrali. Esse, per lo stesso motivo, devono rinunciare a rivolgere al Papa, per bocca di una loro rappresentante, il loro benvenuto. Prima di lasciarle, però, Giovanni Paolo II vuole indirizzare alla suore le seguenti parole improvvisate.

Devo rivelarvi un “segreto di ufficio”, un segreto un po’ personale: quando leggerete quel discorso indirizzato a voi troverete una lunga esortazione. Ma io voglio essere tra quelli che, trattando con chi non ha voce, abbiano anch’essi un po’ meno voce.

C’è ancora un’altra spiegazione che è inerente all’orario di questa visita che è, come dire, un orario un po’ surrealistico.

La vostra vita invece non ha niente a che vedere con il surrealismo. È sì soprannaturale, vivete in una realtà che è sopra-realistica, pienamente realistica, ma soprannaturale. Questa è la vostra esperienza. Sappiamo bene che questa esperienza qualche volta è anche dolorosa. Esperienza delle notti spirituali. Lo sappiamo bene. Ma allo stesso tempo questa è l’esperienza soprannaturale. Vi trovate più all’interno di questa realtà realissima che è Dio stesso. Vi trovate più pienamente in questa realtà, che altri molto più condizionati dalle realtà della vita quotidiana, dalla esperienza di questa terra, dei suoi valori, delle sue attrattive ma anche dalle sue minacce. E voi con la vostra esperienza soprannaturale di Dio cercate di essere sempre vicine a tutti noi che ne abbiamo tanto bisogno.

Non ho altro da offrirvi se non una benedizione.

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PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II IN RICORDO DEL PELLEGRINAGGIO A SANTIAGO DE COMPOSTELA

Lucca - Sabato, 23 settembre 1989

Vedo davanti a me una domanda insistente: “Cosa vuol dire, oggi, essere liberi?” È una domanda centrale a cui do una risposta breve e suggerita dall’esperienza. Io penso che i giovani che ho incontrato a Santiago de Compostela - devo dire che per me e per molti Vescovi presenti è stata una grande sorpresa - hanno già trovato la risposta a questa domanda, o, almeno, sono nel cammino, nella strada per trovarla. Mi riferisco alla vostra esperienza, soprattutto all’esperienza dei giovani europei. Una parte dei giovani venuti a Santiago de Compostela provenivano dall’Italia, probabilmente ve ne sono parecchi anche qui tra voi. L’esperienza dei giovani di Compostela reca la risposta alla domanda “Come si può essere liberi oggi?”. È una risposta veramente centrale, perché si può sempre essere liberi nel senso proprio e costruttivo, creativo, della parola. Ma si può anche essere liberi nel senso contrario, abusivo, della parola.

Carissimi, per concludere vi dico: la Chiesa ha bisogno di voi per portare il messaggio di Cristo all’uomo di oggi che corre dietro a molti pseudo-valori. Voi avete l’arduo compito di annunciare la verità sull’uomo e sull’ambiente dell’uomo alle soglie del nuovo millennio. Lo sviluppo disordinato, il degrado dell’ambiente naturale, il dislivello culturale ed economico tra il Nord e il Sud del mondo, il dilagare del modello consumistico, e molti altri fenomeni preoccupanti, rendono urgente l’impegno di ciascuno per promuovere una inversione di tendenza. Inversione, ecco la parola. Spetta a voi. È una sfida epocale per voi giovani promuovere una inversione delle tendenze sulle quali cammina il mondo e specialmente il nostro mondo occidentale, libero e opulento. Voi sapete che la soluzione piena dei problemi del mondo sta sempre nell’incontro con Cristo, salvatore e redentore dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo. Ecco a voi il compito di incontrare Cristo. Il compito di annunciare Cristo con la vostra vita, ma anche con la vostra parola. Non arrendetevi di fronte alle difficoltà. La vostra testimonianza sarà preziosa nella misura in cui ne pagherete in prima persona il prezzo. E ciò che mi ha commosso nei giovani di Compostela è vedere come essi erano disposti a pagare il prezzo di quella grande esperienza, di quel grande pellegrinaggio, pagarne il prezzo in prima persona. Se il Signore vi chiama, vi chiama sempre a qualcosa di nuovo e di grande. Non mancate al suo appello.

Voglio concludere con una benedizione per tutti i giovani di Lucca, dell’arcidiocesi, per tutti i presenti e per tutti quelli che almeno intenzionalmente sono con noi collegati o forse che sono intenzionalmente non presenti.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I GIOVANI IN PIAZZA ARRIGONI A LUCCA

Sabato, 23 settembre 1989

Carissimi giovani!

1. Vi saluto con affetto e vi ringrazio per questa vostra calorosa accoglienza. In questa visita alla Chiesa di Lucca era giusto che vi fosse un incontro anche con voi, che rappresentate la speranza del domani. Voi avete un posto speciale nel cuore del Papa. Egli guarda a voi con fiducia, perché sa quali ricchezze di generosità e di entusiasmo custodite nell’animo.

Sì, il Papa - e con lui tutta la Chiesa - guarda a voi come a un dono fatto da Dio al mondo per ravvivare il suo presente e per prepararne il domani. Un dono di Dio, tuttavia, che resta condizionato all’utilizzo che ciascuno di voi saprà fare delle proprie capacità e delle proprie energie. È possibile, infatti, che un giovane sprechi le ricchezze di cui Dio lo ha fornito e finisca per ritrovarsi nella condizione squallida del figlio prodigo della parabola evangelica: “. . . Io qui muoio di fame!” (Lc 15, 17).

2. Occorre, perciò, che ciascuno prenda coscienza dei “talenti”, di cui Dio lo ha arricchito e si impegni per moltiplicarli. Sono talenti, ad esempio, la vostra voglia di amare, la curiosità del conoscere, la spinta alla lotta; ed ancora, la freschezza di energie, l’immaginazione, l’entusiasmo . . . L’enumerazione potrebbe continuare.

È bene che ciascuno e ciascuna di voi passi attentamente in rassegna i propri “talenti”, per cominciare a servirsene in modo creativo, per cominciare a moltiplicarli.

Non senza, tuttavia aver chiarito con se stesso, fin da principio, che tutto ciò non è possibile senza fatica e sacrificio. Occorre sapersi applicare con diligenza e costanza, occorre saper accettare le necessarie rinunce, programmare il proprio sforzo, perseverare.

Se avete capito questo, carissimi giovani, non vi meraviglierete che chi ha più anni di voi e quindi maggior esperienza - i genitori, gli insegnanti, il sacerdote - vi parli per mettervi in guardia da possibili rischi, per richiamarvi in caso di eventuali sbandamenti, per incitarvi nei momenti di stanchezza e di scoramento.

Chiederete piuttosto che vi si dica dove poter trovare quel supplemento di luce e di energia, di cui le vicende non sempre liete della vostra giovinezza vi fanno sentire a volte l’urgente bisogno. Dove trovarlo?

Io sono qui per dirvi che la risposta a questa vostra domanda esiste, una risposta risolutiva. Questa risposta è Cristo. L’ho detto ai giovani di Santiago de Compostela e lo ripeto ora a voi: in Cristo “Via, Verità e Vita” voi troverete la possibilità di una piena realizzazione dei vostri talenti.

Cercate, dunque, Cristo; fidatevi di lui e accoglietelo al centro della vostra vita; crescete nella sua amicizia. Voi, che sentite l’urgenza di fare sempre nuove esperienze; cercate questa esperienza decisiva: l’esperienza del Signore.

Se la vostra fede non si fonda in questa esperienza, come potrete rendere conto della vostra speranza a voi stessi ed agli altri? Come potrete superare i dubbi e le crisi proprie della vostra età? Aprite le porte del vostro cuore all’esperienza del Signore. Quando lui è presente, le nebbie del dubbio e della paura scompaiono e nel cuore torna la gioia.

3. Voi mi chiederete come sia possibile fare questa esperienza diretta di Cristo, come incontrarlo in questo preciso momento della storia. Io vi rispondo: voi potete incontrare Cristo nell’ascolto attento della sua Parola, nella celebrazione consapevole dei sacramenti, nella partecipazione attiva alla vita della Chiesa.

Alcuni di voi avanzano delle riserve nei confronti della Chiesa: la sentono più come un ostacolo che come un aiuto per incontrare Cristo. Si sentono così poco capiti dalla Chiesa, da domandarsi addirittura se la Chiesa li conosca.

Che cosa posso dire a questi giovani in difficoltà? Ecco, io comincerei col chiedermi, di rimando, se essi conoscono veramente la Chiesa. Succede infatti spesso che della Chiesa vengono offerte all’opinione pubblica immagini deformate, interpretazioni distorte, valutazioni preconcette ed arbitrarie.

Certo, la Chiesa è fatta di esseri umani, uomini e donne che portano dentro di sé il peso di una natura fragile. Non deve quindi sorprendere se anche nelle strutture della Chiesa si riscontrano le infiltrazioni del peccato. È un rischio che Gesù stesso ha scelto di correre, fondando la sua Chiesa non su angeli, ma su esseri umani come tutti noi.

Come anche voi, cari giovani che mi ascoltate. Anche voi, infatti, siete Chiesa. E chi di voi si sente così trasparente e puro da poter “lanciare la prima pietra?” Chi si sentirebbe, se comparisse Cristo in questa piazza, di alzare la voce per condannare gli altri, sapendo che egli scruta la coscienza di ciascuno fin nelle profondità più nascoste?

Eppure, nonostante le nostre carenze, la Chiesa ci accoglie tutti tra le sue braccia di madre comprensiva e paziente. Ci accoglie per purificarci con i sacramenti di cui Cristo l’ha arricchita e per condurci verso le sorgenti della santità.

4. Sì, perché la Chiesa, per disposizione amorevole di Cristo, custodisce in sé i tesori della grazia, che alimentano ogni fioritura di santità. I santi, che in ogni epoca della storia hanno fatto risplendere nel mondo un riflesso della luce di Dio, sono i testimoni visibili della santità misteriosa della Chiesa.

Questa vostra terra, carissimi giovani, è stata percorsa, anche in tempi recenti, da santi a voi familiari. Per conoscere in profondità la Chiesa è a loro che dovete guardare!

E non soltanto ai santi canonizzati, ma anche a tutti i santi nascosti, anonimi, che hanno cercato di calare il Vangelo nella ferialità dei loro doveri quotidiani. Essi esprimono la Chiesa nella sua verità più intima; e, al tempo stesso, essi salvano la Chiesa dalla mediocrità, la riformano dal di dentro, la sollecitano ad essere sempre più ciò che deve essere, la sposa di Cristo senza macchia né ruga (cf. Ef 5, 27).

Cari giovani, i santi sono per ciascuno di voi un richiamo di Dio: siate santi anche voi e contribuirete ad attrarre alla Chiesa quanti ancora non ne conoscono il volto autentico.

5. Perché questa è la verità: la Chiesa ha bisogno di voi per portare il messaggio di Cristo all’uomo di oggi, che corre dietro a molti pseudo-valori. Voi avete l’arduo compito di annunciare la verità sull’uomo e sull’ambiente dell’uomo alle soglie del nuovo millennio.

Lo sviluppo disordinato, il degrado dell’ambiente naturale, il dislivello culturale ed economico tra il Nord ed il Sud del mondo, il dilagare del modello consumistico e molti altri fenomeni preoccupanti rendono urgente l’impegno di ciascuno per promuovere un’inversione di tendenza. Voi sapete, però, che la soluzione piena dei problemi del mondo sta solo nell’incontro con Cristo, salvatore e redentore dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo.

A voi il compito di annunciare Cristo con la parola e con la vita. Non arrendetevi di fronte alle difficoltà. La vostra testimonianza sarà preziosa nella misura in cui ne pagherete in prima persona il prezzo.

Il Signore vi chiama a qualcosa di nuovo e di grande. Non mancate all’appello!

Il Papa è con voi, vi porta nel cuore e vi benedice!

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I RAPPRESENTANTI DELLA CHIESA LOCALE

Cattedrale di San Martino (Lucca) - Sabato, 23 settembre 1989

Venerato fratello nell’Episcopato, fratelli e sorelle carissimi!

1. Ricambio innanzitutto il cordiale saluto rivoltomi dal Pastore della diocesi, che si è fatto interprete dei vivi sentimenti di devozione della Chiesa lucchese verso il successore di Pietro, il quale è oggi con voi per adempiere il principale dovere del suo ufficio, quello di confermare nella fede i fratelli.

Confermare nella fede! In verità, questo compito eminentemente sacerdotale non riguarda solo il Papa, ma si estende ai Vescovi e a tutti i sacerdoti. Per questo il sacerdote dev’essere particolarmente ricco di fede, per poterla trasmettere agli altri; saldo nella fede, per poter aiutare gli altri nelle tentazioni e nelle debolezze; illuminato nella fede, per poter svelare agli altri le false dottrine contro la fede, i “falsi cristi e i falsi profeti” (Mt 24, 24), come dice il Signore Gesù.

Occorre, dunque, crescere nella fede: è un cammino che voi sacerdoti carissimi, potrete compiere seguendo, tra l’altro, con particolare attenzione quanto la vostra arcidiocesi vi propone nel campo della formazione sacerdotale permanente. La vita di fede non può essere un qualcosa di statico e ristagnante, perché le immutabili verità del Vangelo devono essere sempre meglio conosciute ed applicate nella vita di tutti i giorni; e voi, cari sacerdoti, dovete essere i primi in questo sano spirito di ricerca, stimolando gli altri in questa direzione.

2. La perseveranza sul cammino della verità è assicurata, soprattutto per quanto concerne la fede, da una profonda volontà di comunione ecclesiale, in unità con colui che, per mandato di Cristo è, nella diocesi, il principale fautore e responsabile di tale comunione e di tale unità: il Vescovo. Non basta essere uniti in un modo qualunque: occorre essere uniti attorno a quella parola di verità che è annunciata dal Vescovo, nel nome del Signore e nel nome della Chiesa universale. L’unità nasce dalla verità e si consolida nella carità; ma è anche vero che nell’unità e nella comunione fraterna attorno al Vescovo, sempre meglio possiamo crescere nella verità e sempre meglio possiamo viverla.

Il presbiterio è tenuto a dare ai fedeli della Chiesa locale uno speciale esempio di unità interna sulla base della retta fede. Per questo tramite il popolo credente trova assistenza e aiuto sulla via della salvezza. L’opera del Vescovo, attraverso l’unità del presbiterio, riceve quella efficacia che da essa ci si attende.

3. La comunione diocesana non è facile da realizzare: come ogni forma di carità fraterna, richiede che siamo pronti a rimuovere quelle escrescenze dell’orgoglio e dell’egoismo che sempre sottilmente tendono ad insinuarsi anche nell’opera di noi sacerdoti, provocando divisioni che compromettono l’unità ecclesiale. D’altra parte, non è possibile attuare questa salutare ascesi senza un sincero amore per la Croce, che porta con sé anche quello spirito di umiltà e di obbedienza di cui Cristo - modello eterno del sacerdote - ci ha dato supremo esempio.

È questa totale e sincera disponibilità alla verità, conquistata al prezzo di un’ardua disciplina, che allarga la nostra intelligenza di fede, e rende generoso il nostro cuore, così da farci autentici missionari ed apostoli della Parola di Dio, in leale spirito di servizio ai fratelli e di rinuncia ad ogni desiderio di autoaffermazione. È nel sincero e totale amore per il Vangelo, che noi sacerdoti possiamo affrontare la fatica della disciplina che la nostra missione richiede, e fare veramente presa sulle anime, conducendole con sicurezza alla santità.

La devozione alla santa Croce e al Volto santo, che segna profondamente la fede e la pietà di questa Chiesa particolare, trovi efficace espressione nella vostra personale ascesi, soprattutto in un così delicato settore della vita ecclesiale, qual è la ricerca dell’unità del presbiterio.

4. La continua vigilanza su noi stessi, la pratica generosa del sacrificio, la continua revisione della nostra vita sacerdotale devono essere accompagnate da un’altrettanta vigile attenzione, ricca di spirituale discernimento, ai problemi, ai valori, alle carenze della società contemporanea. Solo così potremo ordinare il nostro cammino di fede al bene della società e trovare, di rimando, nei valori di quest’ultima un incentivo a vivere meglio il nostro impegno ministeriale.

Il sacerdote è certamente maestro della fede nei confronti della società, ma, nel contempo, quanti utili suggerimenti per la sua stessa vita sacerdotale egli può ricavare da una intelligente lettura delle realtà temporali, nelle quali non mancano mai tracce dell’azione dello Spirito.

5. Ed ora a voi, carissimi religiosi e religiose, voglio rivolgere una parola. Nella Chiesa voi siete un particolare richiamo ai valori evangelici della penitenza, della perfezione, della santità, della contemplazione. Siete un annuncio vivente di quella nuova umanità che dovrà realizzarsi nella futura risurrezione. E ciò avviene e deve avvenire in molteplici forme, secondo lo splendore visibile del carisma proprio di ciascuno dei vostri istituti. La vostra testimonianza, se vissuta in pienezza e fedeltà, è estremamente bella ed utile per la vita della Chiesa: mentre da una parte dovete mostrare al mondo i comuni valori che vi qualificano universalmente come persone totalmente votate alla causa del Vangelo e del Regno di Dio, dall’altra dovete anche mostrare al mondo la meravigliosa e provvidenziale varietà dei modi, delle forme e dei gradi, con i quali quei valori comuni, secondo il dettato delle vostre rispettive costituzioni e regole, devono realizzarsi, in conformità, peraltro, ai bisogni particolari dei tempi e dei luoghi, nei quali siete chiamati ad operare.

La visibilità, anche esteriore, dell’appartenenza ad un dato istituto non è priva di una sua utilità ecclesiale: siate perciò sempre rispettosi delle norme, in merito, del vostro istituto, evitando forme esteriori che sminuiscano l’apporto del vostro carisma al cammino di fede del Popolo di Dio.

6. Se la missione del religioso e della religiosa è quella di richiamarci ai valori della trascendenza, quella del laicato, come sappiamo, è di operare la purificazione e la santificazione dei valori temporali e storici alla luce del Vangelo. Il lavoro del laico nella Chiesa e come membro della Chiesa consiste, più specificamente, nel far sì che il messaggio evangelico diventi luce, lievito, anima e fermento delle molteplici realtà associative della vita di quaggiù: dalla comunità familiare, a quelle della scuola, del lavoro, della cultura, della politica e di tutte le libere manifestazioni dello spirito umano, dalle più semplici alle più complesse.

Una particolare responsabilità di voi, carissimi fratelli e sorelle laici, è data dalla vostra presenza nel contesto sociale e politico. In tale campo la vostra opera, per le virtù proprie e la particolare competenza che la devono distinguere, è veramente insostituibile. Né il sacerdote né il religioso possono avere la vostra competenza specifica, soprattutto se si tratta di affrontare temi e problemi particolarmente complessi ed impegnativi; e, d’altra parte, il sacerdote e il religioso svolgono una missione che, per la sua necessità, non può essere intralciata od ostacolata da altre attività, per quanto importanti esse siano.

7. Un altro aspetto della vitalità dei laici nella Chiesa è il sorgere incessante di gruppi, movimenti, associazioni, aventi loro specifiche qualificazioni e finalità. Occorre certamente, in questo campo, un attento “discernimento degli spiriti”, ed in ciò il pastore delle anime ha una particolare responsabilità. Esiste nella vostra arcidiocesi la consulta diocesana per l’apostolato dei laici, che ha precisamente lo scopo, sotto la presidenza dell’Arcivescovo, di riconoscere, valutare, promuovere, aiutare e coordinare il sorgere e il diffondersi della vita associativa laicale di questa Chiesa locale.

Vi chiedo di guardare con fiducia a questo organismo e di sentirlo, come veramente è, al vostro servizio. Certamente anch’esso è composto da esseri umani fallibili come tutti gli altri; per questo occorre da parte di tutti un costante esercizio di carità, di pazienza, di umiltà e di spirito di collaborazione, perché possa essere praticato il discernimento e promosso lo sviluppo, in questo campo complesso, in piena sintonia con ciò che lo Spirito suggerisce alla vostra Chiesa.

Voglio ricordare, infine, l’importanza, per voi laici, dello spirito missionario: il che vuol dire, fondamentalmente, mettersi a disposizione del Signore - come Maria santissima - per ciò che egli vuole operare in voi e mediante voi, per il bene dei fratelli.

Maria, modello supremo di disponibilità missionaria, vi ottenga dal Padre celeste la luce e la forza dello Spirito, lo Spirito di Gesù, per il compimento della vostra missione.

Maria ispiri a tutta questa eletta assemblea della Chiesa lucchese - sacerdoti, religiosi e laici - un nuovo fervore, un nuovo slancio missionario per l’edificazione di una nuova era cristiana di promozione umana e di presenza di Dio tra gli uomini, mentre a tutti imparto di cuore l’apostolica benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA CITTADINANZA E ALLE AUTORITÀ DI LUCCA IN PIAZZA NAPOLEONE

Sabato, 23 settembre 1989

Carissimi cittadini di Lucca!

1. A voi tutti il mio saluto cordiale, insieme con un grazie sincero per la calorosa accoglienza. Sono vivamente riconoscente all’onorevole Pier Mario Angelini, che mi ha recato il saluto del governo italiano; e grato sono pure al signor sindaco per l’indirizzo che mi ha rivolto anche a nome dei colleghi e dell’intera popolazione, di cui ha efficacemente tratteggiato le caratteristiche, i problemi, le speranze.

Sono venuto con gioia, carissimi lucchesi, in questa vostra città, che ama legare la propria storia al “Volto Santo”. Sono venuto per rendere omaggio alle vostre antiche tradizioni di fede: da tempi remoti Lucca ha accolto il dono del Vangelo, l’ha conservato nei secoli, continua ad annunciarlo, oggi.

Già nel 343-344 la vostra città è citata negli atti del Concilio di Sardica, ove è registrata la presenza del Vescovo Massimo. La serie ininterrotta dei successori degli apostoli giunge fino al vostro Arcivescovo Giuliano Agresti, che ha tanto sollecitato questa mia visita e al quale porgo il mio fraterno saluto.

2. Un segno eloquente della fede dei vostri padri, carissimi cittadini di Lucca, sono le belle ed antiche chiese, i monasteri, le pie istituzioni caritative, che costellano la città, suscitando l’ammirazione dei visitatori. Spetta però a voi, lucchesi di oggi, mostrare che questa fede è viva ancora ed è capace di tradursi nelle opere richieste via via dal mutare dei tempi. La vostra città, e il territorio che la circonda, hanno conservato ancor oggi quella dimensione “a misura d’uomo”, che esalta le libertà individuali, respinge le massificazioni, fa sviluppare le capacità di iniziativa, rende la collaborazione tra le persone e i gruppi una possibilità reale ed arricchente.

Tutto ciò è indubbiamente merito vostro. Vi esorto a perseverare in questa linea di rispetto per l’uomo e per le sue esigenze personali e sociali.

Gli strumenti da usare concretamente per realizzarla dipendono dalla vostra responsabilità e sono legati alle vostre scelte. Essi però devono essere ogni volta confrontati con l’insegnamento del Vangelo sull’uomo, sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente, come anche con la parola che la Chiesa, “esperta in umanità”, (Pauli VI, Populorum Progressio , 13) dice oggi, e può dire “anche in futuro, intorno alla natura, alle condizioni, esigenze e finalità dell’autentico sviluppo” (Sollicitudo Rei Socialis , 41) delle persone e dei popoli.

Continuate dunque, cari lucchesi, con rinnovato impegno, con generosità, con intelligente responsabilità in questo cammino, che fu tanto lodevolmente praticato dai vostri antenati.

3. Vi sono in ciò di esempio i vostri santi: donne del popolo, come Zita e Gemma, educatrici come Elena Guerra, dedite ai malati come Maria Domenica Brun Barbantini, missionari come Angelo Orsucci, sacerdoti e religiosi come Giovanni Leonardi e Antonio Maria Pucci; tutti sono l’espressione delle vostre virtù collettive.

Se essi vi rappresentano nelle vostre qualità migliori, voi avete il dovere di seguirne le orme nei due campi, nei quali essi si sono esemplarmente espressi: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo; l’amore per Dio che diventa sorgente di amore più grande per il prossimo.

Non a caso voi avete una antica e grande tradizione di volontariato, che è insieme libertà di iniziativa e superamento degli egoismi personali e di gruppo. A voi la mia lode e il mio incoraggiamento a proseguire su questa strada eminentemente evangelica.

Molti sono i problemi che interpellano la vostra comunità cittadina, come il sindaco ha ricordato. Tra questi primeggia sicuramente l’impegno di offrire ai giovani una prospettiva di vita serena per il futuro, mediante la profferta di occasioni di lavoro dignitoso e di benessere economico. Ciò suppone anzitutto la capacità di mettersi in ascolto dei bisogni e il coraggio di saper tentare, se necessario, soluzioni nuove.

Gioverà a questo fine l’efficace collaborazione tra le pubbliche istituzioni, le associazioni che qui sono in buon numero di ispirazione cristiana, la Chiesa in tutte le sue articolazioni.

Ma ricordate che “la pura accumulazione di beni e servizi . . . non basta a realizzare la felicità umana . . .; al contrario, l’esperienza degli anni più recenti dimostra che, se tutta la massa delle risorse e delle potenzialità, messe a disposizione dell’uomo, non è retta da un intendimento morale e da un orientamento verso il bene del genere umano, si ritorce facilmente contro di lui per opprimerlo”. Infatti, “l’avere oggetti e beni non perfeziona di per sé il soggetto umano, se non contribuisce alla maturazione ed all’arricchimento del suo essere, cioè alla realizzazione della vocazione umana in quanto tale” (Sollicitudo Rei Socialis, 28).

4. Occorrerà, pertanto, adoperarsi con energia perché la presente generazione e quelle che verranno non smarriscano quel mondo di valori cristiani su cui la vostra città ha costruito la sua storia gloriosa.

Occorrerà, in particolare, che l’intera comunità prenda rinnovata coscienza del fondamentale ruolo che la famiglia è chiamata a svolgere in essa e si impegni a salvaguardarla dai molti pericoli che la insidiano.

Quando la famiglia non è in grado di assolvere ai compiti che la natura stessa, e Dio creatore, le hanno affidato, gli sforzi delle organizzazioni sociali, e persino della Chiesa, per il futuro del mondo, rischiano di essere frustrati.

Purtroppo essa è oggi sottoposta a spinte disgregatrici, che rischiano di comprometterne - soprattutto nella coscienza dei giovani - le proprietà essenziali: l’unità, l’indissolubilità e la stessa missione di educazione dei figli. È necessario un grande sforzo unitario per contrastare questi fermenti negativi. Sostenere, favorire, difendere la famiglia, anche attraverso adeguate scelte di politica sociale, significa garantire il futuro stesso della nazione.

Chiedo a tutti voi un impegno rinnovato in questo senso; una civiltà come la vostra, che ha sempre riconosciuto la centralità del valore dell’uomo e delle sue libertà, è il terreno adatto per mettere in atto ogni iniziativa, dalla cultura alla solidarietà, finalizzata alla tutela di questa cellula primordiale della società e, quando essa mancasse, alla promozione di forme, per quanto possibile, adeguate di supplenza.

So che la vostra arcidiocesi è impegnata nell’accoglienza alle mamme, ai bambini soli, agli ex carcerati. State pure promuovendo case-famiglia per gli anziani e per i dimessi dagli ospedali psichiatrici. Sono opere importanti e mi auguro che gli enti pubblici, oltre ad assolvere i loro doveri istituzionali anche in tali settori, sappiano valorizzare l’apporto di queste iniziative ecclesiali. Unendo così gli sforzi, continuerete ad alimentare e ad esaltare il vostro secolare umanesimo.

Lucchesi, siate fieri di tutto ciò che la vostra città sa esprimere come risposta ai bisogni di chi è incapace di provvedere da solo a se stesso. Elevo una particolare preghiera al Signore Gesù, il “Volto Santo”, che i vostri padri proclamarono “re dei lucchesi”; egli vi guidi nel risolvere i nuovi problemi che la società contemporanea propone. Sentitevi dentro la storia, in profonda solidarietà con tutti gli uomini: solo così potrete far avanzare la vostra comunità sulla strada dell’autentico progresso.

Sappiate guardare in faccia a questo mondo, con i suoi valori e con i suoi problemi, con le sue inquietudini e con le sue speranze. È in questo mondo e non in un altro che i cristiani devono essere sale e luce, per recare il loro contributo alla vittoria del bene sulle forze del male.

Con questi sentimenti invoco la benedizione di Dio sul vostro impegno e su quello di tutte le persone di buona volontà: il “Volto Santo” del Signore sia sempre presente ai pensieri e alle opere degli abitanti di questa città e ispiri i lucchesi di oggi, di domani, di sempre!

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I GIOVANI DI VOLTERRA

Sabato, 23 settembre 1989

Carissimi giovani!

1. Vi ringrazio per le cortesi espressioni di saluto con cui mi avete accolto.

Sono contento di questo incontro con voi, giovani di Volterra! La vostra città conserva, accanto a tracce cospicue delle passate forme di civiltà, segni eloquenti della sua storia religiosa. Proprio questo è ciò che soprattutto colpisce: la permanenza, anche nei periodi più travagliati, di una forte sensibilità cristiana, che ha accompagnato e sorretto l’impegno dei vostri antenati sulla strada del progresso civile e sociale.

Volterra si distingue, nella sua storia, per la ricerca di una giustizia sempre più perfetta e di una stabile pace, fondata sul lavoro e sul rispetto dei diritti di ciascuno. Questo fervido impegno per una convivenza più equa e serena ha continuato a distinguere le vicende della vostra terra anche negli anni recenti.

2. Ora la fiaccola del giusto progresso passa a voi giovani, e voi per primi, proprio perché siete giovani, vi rendete conto che l’avvenire esige il vostro impegno e la vostra partecipazione responsabile.

Desidero anch’io, questa sera, incoraggiarvi in questa consapevolezza ed esortarvi alla conseguente assunzione delle vostre responsabilità. Sento però anche il dovere di ricordarvi che la via giusta per acquisire ed assicurare una vita sociale giusta e pacifica passa attraverso quella più profonda e completa visione dell’uomo, di cui Cristo si è fatto interprete ed annunciatore. Egli ha proclamato il valore della persona, ma ha avvertito, al tempo stesso, della forza disgregatrice del peccato, che opera in essa e si ripercuote nel suo agire personale e sociale. Ha perciò invitato ciascuno ad impegnarsi innanzitutto nella propria conversione interiore, per poter così contribuire in modo veramente efficace alla edificazione di una compagine sociale giusta, libera, pacifica.

Carissimi giovani, vi invito ad accogliere queste istanze evangeliche con animo aperto e disponibile e ad applicarvi a tradurle nella pratica con dedizione sincera e costante.

Il Signore vi accompagni, come vi accompagna ora la mia benedizione.

Al termine del suo discorso, il Santo Padre rivolge ai giovani di Volterra le seguenti parole.

Carissimi giovani. Sono parole brevi. Voglio ringraziarvi per la vostra presenza. Forse siete un po’ stanchi ma siete disposti ad essere presenti. È la prima volta che faccio visita a Volterra e questa città mi piace molto. Mi piace perché ha mantenuto tutta la sua caratteristica medioevale, tutti i tesori dell’arte e dell’architettura del passato, e allo stesso tempo, la freschezza e la giovinezza. Penso che vi troviate bene qui che è il vostro posto. Vi auguro di continuare bene in questa vostra città, in questa vostra Chiesa insieme con Cristo, redentore dell’uomo.

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I RAPPRESENTANTI DELLA CHIESA LOCALE

Cattedrale di Volterra - Sabato, 23 settembre 1989

Venerato fratello nell’Episcopato, carissimi fratelli e sorelle!

1. A tutti il mio saluto cordiale insieme con un vivo ringraziamento per questa calorosa accoglienza. Nell’esprimere la mia riconoscenza a monsignor Vescovo per le elevate parole con cui ha autorevolmente presentato questa chiesa e il generoso servizio che in essa svolgete, carissimi sacerdoti, religiosi, religiose e laici impegnati, desidero innanzitutto manifestare a ciascuno di voi il mio affetto e la mia stima. Voi siete coloro che hanno accolto nel sacerdozio l’invito di Cristo ad essere pescatori di uomini (cf. Lc 5, 10), che hanno scelto nella vita religiosa di essere testimoni di un amore consacrato all’intensa ed esclusiva amicizia con Cristo (cf. Gv 13, 12-17), che sentono il dovere, quali laici responsabili, di farsi fermento evangelico (cf. Lc 13, 21) nelle situazioni ordinarie di vita e di lavoro.

Sono venuto a Volterra per ricalcare le orme dei miei predecessori, che con questa comunità hanno avuto singolari rapporti: le orme di san Lino, l’immediato successore di Pietro, che voi considerate quale principale patrono, perché vostro concittadino; poi quelle degli altri Pontefici romani che ebbero frequenti contatti coi vostri pastori fin dai primi secoli dell’espansione cristiana ed operarono, con vicende alterne nel contesto di tempi tanto diversi dai nostri; infine, le orme del Papa che qui trascorse parte della sua giovinezza quale alunno delle Scuole Pie: Giovanni Maria Mastai Ferretti, che fu poi chiamato alla Sede di Pietro col nome di Pio IX.

Tali vincoli conservano anche per me tutto il loro valore ed oggi sono qui tra voi per confermare l’unità profonda della Chiesa romana e del suo Vescovo con la vostra comunità, nella realtà del Corpo mistico di Cristo, che “ben compaginato e connesso” (Ef 4, 16) è sacramento di carità e di grazia, in mezzo al mondo, al quale ha il compito di annunciare con coraggiosa coerenza le parole del divin Maestro.

2. In questo spirito di comunione desidero ripetere per voi le parole, fonte di intimo conforto, che l’apostolo Pietro scriveva per le comunità cristiane del suo tempo, e che san Lino echeggiò fedelmente durante il suo servizio nella Sede romana: “Fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà” (1 Pt 1, 13).

Questa esortazione vorrei che fosse sempre presente al vostro animo, carissimi, per sostenervi nelle fatiche e nelle vicissitudini dell’apostolato. Tanto la vita sacerdotale, infatti, quanto quella religiosa e laicale, è soggetta alle molte prove che nascono dalle tipiche sfide del nostro tempo.

Impegnati in ministeri difficili, che si rivelano spesso avari di successi visibili, molti sacerdoti, religiosi e laici si chiedono quale sia oggi il loro ruolo, quale la loro identità nel presente contesto sociale; oppure, quali siano le vie nuove che occorre cercare e sperimentare, per riconvertire a Dio una società che sembra averlo perduto o dimenticato o messo volutamente in disparte.

Pietro ci dice che bisogna fissare la speranza nella grazia. La speranza, appunto, perché il Signore ci ha lasciato come eredità la promessa della sua vittoria sul male e del finale convergere degli occhi di tutti sul suo mistero di crocifisso e risorto per la comune salvezza.

Occorre fissare la speranza nella grazia, cioè nella costante, misteriosa invisibile ma reale, azione di Dio nelle anime. Grazia è il cammino che Dio stesso percorre con ciascuno, segnando di inviti, di richiami, di intimi impulsi ogni suo passo sulle strade delle più diverse esperienze. Grazia è il senso di amarezza e di vuoto, che lasciano le evasioni verso “paesi lontani” per sperperarvi le proprie sostanze (cf. Lc 15, 13). Grazia è, soprattutto, la nostalgia della casa paterna e la spinta interiore che Dio suscita nell’animo di chi è sviato, affinché si rimetta in cammino per ritornare, pentito, fra le braccia del Padre (cf. Lc 15, 17-20).

Vi esorto a confidare nella forza vittoriosa della grazia, a coltivare la speranza in essa senza timori, senza perplessità, senza interpretazioni riduttive. Non fermatevi ai risultati appariscenti. Non sta in essi l’ultima Parola di Dio sulle vicende umane. Siate ottimisti nonostante tutto, perché il Signore sa quello che fa anche quando voi seminate nel pianto. Egli vuole adoperare il povero lavoro dei “servi inutili” che siamo noi (Lc 17, 10), quale segno e testimonianza della sua misericordia.

Per vivere in questo spirito occorre, però, saper accogliere innanzitutto in se stessi i suggerimenti interiori della fede e della carità ed orientare il proprio sforzo verso la conquista di un’autentica santità personale.

Il discorso intorno alla santità dei ministri di Dio, delle anime consacrate e dei laici deve essere ribadito e tenuto presente sempre, essendo questo l’essenziale obiettivo della nostra vita e condizione importante dell’efficacia soprannaturale dell’apostolato.

La santità è la pienezza ed il culmine di ogni vita cristiana, il traguardo a cui sono chiamati i fedeli di qualsiasi condizione. Essa è il fondamentale messaggio del Concilio Vaticano II a tutto il Popolo di Dio (cf. Lumen Gentium , 40). Orbene, che sarebbe se tale invito, se il “precetto” della santificazione personale non fosse adeguatamente apprezzato da coloro che servono il Signore nel sacerdozio, nella vita religiosa, nell’apostolato laicale? Che sarebbe di noi, se non facessimo della via della perfezione e della santità l’impegno fondamentale della nostra esistenza?

3. Desidero rivolgere una speciale parola di apprezzamento a voi, cari sacerdoti, per la generosità con cui affrontate i problemi pastorali tipici di questo vostro territorio, nel quale le distanze, spesso notevoli, e la scarsità delle forze disponibili rendono il “pondus diei” (cf. Mt 20, 12) particolarmente oneroso.

L’incremento delle vocazioni si pone, pertanto - e voi lo avvertite vivamente - come un’esigenza prioritaria della pastorale diocesana. Ciascuno di voi si impegni generosamente in essa, non dimenticando che la testimonianza della gioia con cui svolge il proprio ministero e il clima di fraternità che coltiva con gli altri sacerdoti e soprattutto con il Vescovo sviluppano una forte presa sull’animo giovanile.

Poiché, tuttavia, lo sbocciare della vocazione è innanzitutto dono di Dio, una nuova fioritura di vite totalmente consacrate al Regno sarà frutto principalmente della solidarietà orante di tutti coloro che condividono la medesima missione: i sacerdoti, i religiosi, le suore dedite alle opere caritative ed educative. Siano soprattutto le anime consacrate alla contemplazione a sentirsi, nella preghiera, parte viva di tale pastorale, e siano le famiglie di coloro che operano nelle organizzazioni di apostolato dei laici le prime ad attestare quanto apprezzino il dono della vocazione, chiedendola a Dio per qualcuno dei loro figli quale segno di predilezione e di grazia.

4. Una parola anche a voi, cari religiosi e religiose, per esortarvi a vivere in pienezza la vostra scelta di vita, attuando l’unità non solo all’interno delle vostre comunità, ma anche con le varie istanze della Chiesa locale. Rendetevi disponibili alla collaborazione con i programmi pastorali della diocesi. Tale collaborazione, evidentemente, non può non esprimersi secondo il carisma proprio di ciascuno di voi, ma, nel contempo, la fedeltà al carisma, per quanto importante e significativo esso sia, non deve impedirvi di corrispondere, quando sia possibile, a certe urgenti o gravi necessità della diocesi. L’autonomia e la vita interna dei vostri istituti, in sé valide e legittime, non possono mai farvi dimenticare che la finalità operativa delle vostre comunità resta sempre inscritta nel contesto del servizio alla Chiesa locale.

Un servizio particolarmente utile, che voi potrete rendere, sarà di fare delle vostre comunità dei forti e vivi centri di spiritualità. Come non vedere, infatti, lo stretto legame che intercorre tra la vita religiosa e quella “vita secondo lo Spirito”, della quale parla san Paolo? Il religioso e la religiosa devono essere eminentemente quell’“uomo spirituale” (1 Cor 2, 15), “guidato dallo Spirito di Dio” (Rm 8, 14), del quale parla l’Apostolo. Con la vostra vita povera, semplice, fraterna, distaccata dalle cure e dagli affanni del mondo, rilucente dell’esperienza del trascendente, voi potete e dovete essere un costante richiamo alla superiorità dei valori dello spirito ed alla ricerca dell’“Unico Necessario” (Lc 10, 42).

5. E voi laici, abbiate sempre coscienza della vostra dignità e della vostra responsabilità. Sentitevi membra vive del Corpo di Cristo e testimoniate francamente il Vangelo. Siate “sale della terra” e “luce del mondo”, assumendo di buon grado gli impegni della vita politica e sociale, adoperandovi poi per adempierli con sincera umiltà, in spirito di servizio.

“Non conformatevi alla mentalità di questo mondo” (Rm 12, 2); vogliate, invece, curare per voi stessi e specialmente per le nuove generazioni una solida formazione cristiana, secondo quanto ho avuto modo di indicare nell’esortazione apostolica Christifideles Laici , ricercando sempre una stabile base spirituale, una sana scuola dottrinale e una onesta attenzione ai valori umani (Christifideles Laici, cf. 60). Coltivate le forme aggregative per vivere la comunione ecclesiale (cf. Christifideles Laici, 29). Raccomando in particolare l’Azione Cattolica (cf. Christifideles Laici, 31), da cui la Chiesa volterrana in passato ha raccolto preziosissimi frutti e dalla quale ne attende altri, e abbondanti, in futuro.

6. Auspico che questa vostra Chiesa di Volterra sia veramente una famiglia: la famiglia di Dio! Il numero ridotto di abitanti e la distribuzione in piccole comunità parrocchiali vi offrono una preziosa possibilità di conoscenza reciproca e di più immediata collaborazione. I vantaggi di ordine ecclesiale che ne derivano sono evidenti: vi è possibile un continuo dialogo diretto con il Vescovo, una effettiva e pronta partecipazione di tutti ai fatti della vita quotidiana nelle varie comunità, una capillare attenzione nel servizio di carità che deve sempre contraddistinguere la vita di Chiesa, una celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti più attivamente partecipata. Fate tesoro di questi vantaggi e rimanete sempre “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32).

Nell’affidare questi miei voti all’intercessione della Vergine Maria, di san Lino e di tutti i santi Vescovi della vostra Chiesa, invoco su di voi il conforto della gioia che “nessuno vi potrà togliere” (cf. Gv 16, 22), perché germina dall’amore di Cristo.

A tutti ed a ciascuno la mia benedizione!

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I DETENUTI DELLA CASA PENALE DI VOLTERRA

Sabato, 23 settembre 1989

Carissimi.

1. Eccomi tra voi, fratello tra fratelli, per una visita attesa non soltanto da voi, ma anche da me a motivo dell’affetto che vi porto, come a persone che desiderano riconciliarsi con la società e prendere nuovamente in essa il proprio posto per collaborare costruttivamente al bene comune.

Nel ringraziare per la cordiale accoglienza, rivolgo a ciascuno di voi, come ai dirigenti della casa e al personale ausiliario, il mio affettuoso saluto.

2. L’amico, che a nome vostro ha espresso le aspirazioni e i proposito da cui siete animati, ha detto efficacemente che “il male del mondo sfigura il volto”, perché distrugge la persona e la sua dignità, mentre la grazia di Cristo “trasfigura” l’uomo perché ne esalta il valore ad un livello divino ed apre il cuore alla speranza di una vita serena, utile, compiutamente umana, destinata ad essere poi coronata con la finale partecipazione alla gioia stessa di Dio.

Io sono qui tra voi, cari amici, per portarvi l’annuncio del Vangelo, che è “lieta notizia” di liberazione. C’è una liberazione da vincoli fisici, che per l’essere umano ha certo una grande importanza, come voi potete ben testimoniare. Ma c’è anche - e più radicalmente - una liberazione da vincoli morali, che si rivela pregiudiziale ad ogni altra, non appena la persona prende coscienza del proprio destino trascendente, non chiuso entro l’orizzonte del tempo, ma aperto all’eternità.

In questa liberazione interiore ogni uomo deve sentirsi impegnato, giacché non c’è cuore umano che sia esente dai fermenti del peccato e dai “vincoli” che ogni cedimento morale porta con sé: “Chiunque commette peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34).

3. Cristo è liberatore dell’uomo. A lui dovete rivolgervi con animo confidente e fiducioso, giacché egli è colui che nella Redenzione ha ricostituito la dignità umana. Crescete nella sua amicizia, impegnandovi nell’osservanza della sua legge. Realizzerete così il disegno che Iddio ha su di voi, ponendo la vostra esistenza entro l’orizzonte della sua misericordia.

Profondamente lieto di essere oggi tra di voi per ripetervi che Cristo vi ama e vi chiama ad essere suoi “amici” (cf. Gv 15, 14) apprezzo vivamente il vostro proposito di praticare tra di voi la sua carità e di essere fedeli alla vocazione di figli di Dio.

Faccio mie le vostre speranze e le affido a Maria, specchio di giustizia e di misericordia, perché ella ottenga dallo Spirito del Signore luce ai vostri passi, perseveranza e forza al vostro desiderio di collaborare alla costruzione di una società libera e giusta.

Mentre ringrazio tutti coloro che hanno prestato il loro aiuto nella realizzazione di questo fraterno incontro, imparto a ciascuno di voi la benedizione apostolica, che desidero giunga a tutti i vostri cari.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA CITTADINANZA E ALLE AUTORITÀ DI VOLTERRA IN PIAZZA MARTIRI DELLA LIBERTÀ

Sabato, 23 settembre 1989

Signor sindaco di Volterra, autorità civili e religiose presenti, carissimi fratelli e sorelle!

1. È con profonda gioia che, nel corso di questo mio viaggio pastorale in terra di Toscana, incontro questa vostra antica ed illustre città. Rivolgo a tutti voi il mio saluto cordiale, esprimendo un fervido augurio per il felice avvenire di questa comunità, per la sua prosperità e la sua pace.

Desidero manifestare la mia sincera gratitudine anzitutto a lei, signor sindaco, per le cortesi e nobili parole di benvenuto, con cui ha interpretato i sentimenti dell’intera cittadinanza. Esprimo, altresì, la mia riconoscenza ai suoi colleghi e collaboratori del consiglio comunale, alle autorità civili e militari qui presenti, ed a quanti si sono adoperati per assicurare il sereno svolgimento della visita. Uno speciale saluto a tutti i sindaci della diocesi.

2. Vengo a Volterra mosso dal desiderio di incontrare la popolazione cattolica di questa Chiesa particolare, ma anche per porgere un cordiale augurio di bene a tutti i cittadini, credenti e non credenti, perché verso tutti mi sospinge la Parola del Vangelo di Cristo redentore.

Vengo con emozione ed affetto, nel ricordo di quanto la tradizione antica afferma circa la figura del primo successore dell’apostolo Pietro sulla Cattedra episcopale romana, il Pontefice san Lino. Egli era originario della Tuscia, e precisamente di questa vostra terra. Da sempre, pertanto, voi lo considerate come vostro concittadino, e lo venerate come patrono principale della diocesi.

Questa circostanza, ovviamente, suggerisce sentimenti di spirituale vicinanza tra il mio ministero pontificale e voi tutti, conterranei del primo Papa succeduto al pescatore di Galilea. Amo, per questo, rivolgere a voi l’augurio che emerge dalle parole con cui Pietro ammoniva la Chiesa delle origini - parole di cui san Lino si può ritenere un privilegiato testimone: “Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio” (1 Pt 2, 16).

3. Volterra ha sempre avuto un senso spiccato della libertà, per la quale ha lottato e sofferto. Dal primo affermarsi, durante il medioevo, delle libertà comunali, delle quali resta splendida testimonianza il palazzo dei priori, la vostra città ha coltivato e difeso con fiera determinazione questa fondamentale componente della dignità umana. I vostri antenati hanno capito che solo in un clima di libertà la persona può esprimere il meglio di se stessa e contribuire al comune benessere, alla fioritura delle arti e delle scienze, alla promozione di quell’insieme di valori in cui consiste la vera civiltà.

Certo, la libertà ha pure i suoi rischi e le sue patologie, dalle quali occorre guardarsi, come ammoniva l’apostolo Pietro. Confido che la lunga esperienza a cui potete riferirvi, carissimi volterrani, vi aiuti nella ricerca degli opportuni rimedi con cui tempestivamente contrastare eventuali deformazioni ed abusi che potessero insidiare la legittima fruizione di un bene tanto essenziale.

Auspico pertanto che nella libertà, prima esigenza della dignità umana e requisito indispensabile di una vera pace sociale, proceda spedita e sicura in mezzo a voi ogni iniziativa per uno sviluppo degno dell’uomo, in armonia con la vocazione storica della vostra città.

4. Un particolare augurio rivolgo ai giovani, ben sapendo che essi incontrano, oggi, peculiari difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro. Si tratta, come è noto, di circostanze che obbligano molti a lasciare il territorio d’origine e a stabilirsi altrove, mentre inducono altri a logoranti attese, nelle quali possono affiorare tentazioni insidiose di evasione e di disimpegno.

Pur comprendendo il senso di frustrazione profonda che nasce dal non potersi esprimere in forme di attività corrispondenti alla preparazione acquisita, esorto quanti al presente si trovano in questa situazione a non abbandonarsi allo scoraggiamento, ma a reagire, occupando intanto il proprio tempo nell’affinamento delle proprie capacità professionali.

Confido che i responsabili della cosa pubblica non mancheranno di intensificare i loro sforzi per favorire il superamento della presente congiuntura e l’avvento di condizioni socio-economiche tali da poter consentire a ciascuno un adeguato inserimento nelle strutture produttive. Lavorare è un dovere, ma prima ancora è un diritto di ogni essere umano, giacché nell’esercizio delle proprie capacità la persona trova il mezzo normale per autorealizzarsi pienamente.

5. La soluzione dei numerosi problemi che vi stanno dinanzi, carissimi cittadini di Volterra, richiede l’impegno di tutti. Esorto quindi ciascuno di voi a farsi carico generosamente della propria parte di responsabilità e a disporre l’animo alla solidarietà ed alla collaborazione, perseverando sulla via di una vigorosa, costante e sana promozione sociale.

Vi incoraggiano in ciò le vostre tradizioni di partecipazione responsabile alla gestione della cosa pubblica e i notevoli risultati che, grazie all’impegno solidale delle varie componenti cittadine, vi è stato possibile ottenere in momenti anche difficili.

Gli esempi del passato vi siano di ammaestramento e guida per il cammino che la vostra comunità è chiamata a percorrere nel presente ed orientino altresì le scelte da cui dipende il vostro futuro.

6. Affido questi miei pensieri e voti all’intercessione di san Lino ed alla protezione della Vergine Maria, alla quale è dedicata l’antica cattedrale, ed al cui affetto vi richiamano costantemente innumerevoli chiese e luoghi di culto della diocesi. La Vergine Annunziata, la cui immagine materna campeggia nell’antico affresco della sala consiliare nel palazzo dei priori, stenda la sua mano protettrice sulla comunità e sui suoi responsabili e sia per tutti propizia in ogni buona impresa.

Faccio mio l’augurio che i vostri antenati hanno voluto incidere sul portone d’ingresso del palazzo civico: “Sit splendor Domini super nos!”.

Sì, città di Volterra, sia su di te lo splendore del Signore, così che quanti vengono a visitarti trovino entro le tue mura, insieme ai monumenti del passato, una ricchezza spirituale sempre viva, e i tuoi figli, e i figli dei tuoi figli possano rendere testimonianza davanti al mondo di quel nome cristiano che li ha resi insigni nei secoli!

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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I GIOVANI NEL CENTRO SPIRITUALE DELLA DIOCESI DI PISA

Venerdì, 22 settembre 1989

Carissimi giovani.

1. Vi saluto tutti affettuosamente da questo luogo, che è il centro spirituale della diocesi - la cattedrale e la sede del Vescovo - dove l’arte e il bello esprimono in modo palpabile il messaggio stesso del Signore Gesù e la missione della Chiesa: la famosa e stupenda torre, per chiamare a raccolta i fedeli; il battistero, per consacrare i figli di Dio e discepoli del Signore; la chiesa primaziale che nel segno della Croce tutti aduna; gli ospedali, concreto segno delle opere di misericordia; ed il camposanto, che sospinge la mente verso la vita futura e la risurrezione.

Vi ringrazio di cuore per la vostra gioiosa presenza. La fiaccola che portate nella mano è un simbolo molto significativo della luce della vostra fede, del vostro amore a Cristo, della vostra fedeltà al Papa, del vostro voler essere comunità cristiana che illumina il mondo, seguendo la Parola di Cristo, e seguendo il Pastore della vostra diocesi, che rappresenta Cristo in mezzo a voi.

2. Col prossimo novembre avrà inizio l’attuazione del piano pastorale giovanile, programmato dalla vostra diocesi: esso avrà come centro d’interesse Gesù Cristo Signore della vita. Gesù ascoltato. Gesù seguito. Gesù imitato. Gesù servito nei poveri, nei bisognosi, nella Chiesa locale.

Mi auguro che l’incontro di questa sera, così ricco di significato spirituale, lasci molto spazio allo Spirito Santo, che desidera parlare ai vostri cuori, per infiammarli ed infervorarli a non anteporre alcun interesse alla ricerca di quella verità che è il Verbo, il Figlio di Dio incarnato. Egli è presente nel mondo per il tramite della sua Chiesa, segno della futura società dell’uomo libero dal peccato e dalla morte.

In questa serata così intensa, vi invito tutti a ribadire il vostro “sì” al Vangelo, la vostra totale fiducia nel Padre che è nei cieli - il Padre di Gesù -, il Padre che ogni giorno ci dona il nostro pane quotidiano, perdona i nostri peccati, ci dà forza nelle tentazioni e ci libera da ogni male.

3. Rinnovate insieme la vostra ferma volontà di vivere a fondo e coerentemente il vostro cristianesimo, di farne veramente il senso della vostra esistenza, la sorgente della vostra gioia, ciò per cui val la pena di vivere, faticare e sacrificarsi. Gesù non delude nessun cuore che ama la verità. Non trova Cristo solo chi non ama la verità.

Ribadite il vostro impegno a vivere meglio la vostra fede, come singoli e nelle famiglie, nei gruppi, nei movimenti o associazioni ai quali appartenete. Penso, in modo particolare, all’Azione Cattolica giovanile. Essa sta conducendo un buon lavoro, che ha bisogno di essere sostenuto. Chi già vi appartiene, s’impegni con fiducia, coerenza e piena comunione col Vescovo. Chi cerca un’associazione a cui aggregarsi, può guardare ad essa con la certezza di unirsi ad altri giovani che condividono i suoi ideali, in un movimento autenticamente ecclesiale. Dicendo questo voglio anche riferirmi agli altri gruppi e movimenti qui rappresentati.

4. Questa sera, giovani carissimi, nel nome del Signore Gesù vi voglio confermare nella vostra missione cristiana. La fiaccola che portate in mano è simbolo, come ho detto, della vostra fede e del vostro amore per Cristo. Non spegnete mai quel fuoco dello Spirito che è significato dalla fiaccola materiale. Diffondete, anzi, questo fuoco. Diffondetelo il più possibile. Questo è il mandato che voglio darvi questa sera, in questa notte luminosa di speranza. Sia questo il momento di una grande promessa a Dio. E Maria, la Vergine fedele, vi conceda la forza di adempiere tale promessa.

A tutti voi ed ai vostri cari la mia affettuosa benedizione.

Prima di concludere l’incontro, il Papa ha così proseguito:

E vorrei aggiungere ancora una parola venuta da Santiago de Compostela. Questa “parola” è soprattutto la presenza, il pellegrinaggio, il ritrovare le vestigia medioevali ma sempre attuali della nostra Europa, di questo continente chiamato a cercare di nuovo la sua anima. non può perdere la sua anima. Sappiamo bene che l’uomo che perde la sua anima muore. L’Europa non può, non può l’Italia, perdere la sua anima. È questo l’augurio che formulo per tutti voi prima di augurarvi la buona notte. Allora tutti voi qui presenti, soprattutto voi giovani, riceverete la mia benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLA CITTADINANZA DI PISA SUL «PONTE DI MEZZO»

Venerdì, 22 settembre 1989

Onorevole rappresentante del governo, signor sindaco, Fratelli e sorelle carissimi!

1. Sono lieto di incontrarmi con voi su questo Ponte di Mezzo, che congiunge le due sponde dell’Arno nel cuore della città e in un luogo che fu teatro dei più significativi eventi della vostra storia.

Ringrazio vivamente l’onorevole Pier Mario Angelini, per gli elevati sentimenti, espressi nel recarmi il saluto del governo italiano. E grato sono pure a lei, signor sindaco, che in modo così efficace ha saputo interpretare speranze e preoccupazioni dell’intera popolazione. Ringrazio infine voi, cittadini di Pisa, per il calore e la sincerità della vostra accoglienza. A tutti il mio saluto più cordiale!

2. Provo una viva emozione nel porre piede in questa illustre città. Pisa, uno dei grandi centri della cultura, dell’arte e della fede, è cara al cuore di quanti amano il bello, frutto della genialità creativa dell’uomo. In questa città, mentre significative vicende storiche si susseguivano, dalla repubblica marinara allo splendore mediceo, al risorgimento nazionale, l’arte ha raggiunto altissimi vertici nella vasta gamma delle sue espressioni. Tutto il centro storico, di qua e di là d’Arno, e questi stessi lungarni, celebrati dai poeti, sono giustamente considerati alta espressione d’arte e insigni monumenti.

Quello che voi tradizionalmente chiamate il “Campo dei miracoli” è già da solo una delle manifestazioni più nobili dello spirito umano. Come non pensare, contemplando un simile trionfo della creatività artistica, che all’origine c’è - e chiarissima - la forza dell’ispirazione religiosa? Il vostro duomo, che è dedicato all’Assunta, accoglie in sé una molteplicità di motivi e di stimoli e tutti li fonde in armoniosa unità, spingendo chi guarda ad elevarsi spontaneamente verso pensieri di cielo. Qui è la fede, è la carità, è la pietà che parlano attraverso le forme, le figure, le pietre stesse, lavorate sapientemente dall’uomo.

Ma in questa città non solo l’arte ha trovato accoglienza privilegiata: tante altre espressioni dell’intelligenza e dell’ingegno umano hanno lasciato testimonianze singolari. Come non ricordare almeno il nome di quel grande, che qui ebbe i natali e da qui mosse i primi passi verso una fama imperitura? Galileo Galilei, dico, la cui opera scientifica, improvvisamente osteggiata agli inizi, è ora da tutti riconosciuta come una tappa essenziale nella metodologia della ricerca e, in generale, nel cammino verso la conoscenza del mondo della natura.

Pur tralasciando i molti altri nomi di uomini illustri, che hanno contribuito efficacemente a dar lustro alla città e all’Italia, non posso tacere quello di Giuseppe Toniolo, professore di economia nella vostra università, promotore di una scuola di pensiero che, sotto l’ispirazione del Vangelo, mirava a fare della società moderna un luogo più degno di esseri umani, secondo gli immutabili principi della giustizia sociale e della vera libertà.

3. Pisani carissimi! La vita, come le acque del fiume che scorre qui sotto, è un continuo fluire, con fasi alterne di piena e di magra, di accelerazione vorticosa e di tranquillo scorrimento. Anche la storia della vostra città ha conosciuto fasi alterne, in cui a periodi di lotta e di difficoltà hanno fatto seguito fasi di prosperità e di pace. Resta tuttavia innegabile che nelle vicende liete e tristi del vostro passato la fisionomia cristiana della città non si è mai alterata né offuscata.

Secondo la tradizione, l’annuncio evangelico sarebbe stato portato in questa terra dallo stesso apostolo Pietro, il cui sbarco alla foce dell’Arno è ricordato dalla bella Basilica di san Piero a Grado, eretta sui resti di un tempio paleocristiano.

Il cristianesimo si diffuse nella vostra terra fin dai primi secoli: un cristianesimo vivo, fedele a Cristo e alla Chiesa, che si espresse nella vita di tanti santi e sante, tanto che i romani Pontefici, proprio per questa fedeltà della “gloriosa civitas”, furono con essa larghi di concessioni, promuovendo la Chiesa pisana alla dignità di arcivescovado e conferendole la primazia sulle vicine isole della Sardegna e della Corsica.

Col passare dei secoli la vostra Chiesa non ha tradito la fiducia in lei riposta, attendendo all’evangelizzazione, alla promozione della vita religiosa in mezzo al popolo, alla protezione degli studi, allo splendore del culto, allo sviluppo delle opere di carità. L’attenzione verso i piccoli, i malati, gli abbandonati e gli indifesi è stata una caratteristica costante della vostra storia, e ne restano i segni indelebili nei numerosi ospedali e ospizi locali. Né è senza significato il fatto che proprio qui Federico Ozanam abbia fondato nel 1852 quelle conferenze di san Vincenzo de’ Paoli, che hanno poi avuto larga diffusione in ogni parte del mondo.

4. Cari fratelli! Ripensando ad una storia tanto ricca di esempi, non potete sottrarvi ad uno spontaneo confronto. Il passato vi induce ad interrogarvi sul presente e vi pone di fronte alla responsabilità di un’eredità religiosa e civile che impegna il futuro.

Certo, la città è divenuta oggi un importante centro commerciale e industriale. Ma si può affermare che sia cresciuta proporzionalmente sulla via del miglioramento dei rapporti sociali e della loro elevazione alla luce della fede cristiana? Quale posto ha Dio nella vita etico-sociale di questo centro, che ha elevato a lui, nel corso dei secoli, monumenti insuperati di pietà e di arte?

Confido che voi, pisani di oggi, sappiate emulare un così nobile patrimonio di valori umani e cristiani contribuendo, come già i vostri antenati, al progresso della vostra città e all’affermarsi in essa di una convivenza sempre più degna dell’uomo.

Oggi c’è bisogno di pace, di collaborazione, di convergente impegno sui valori fondamentali del vivere personale e sociale. Ebbene, con Cristo l’uomo ha la possibilità di diventare più uomo e la società di strutturarsi in modo più fraterno. Chi meglio di voi, pisani, che avete alle spalle una così stimolante tradizione, potrebbe operare oggi la sintesi tra fede cristiana e scienza per dar vita a un nuovo e vero umanesimo?

Faccio appello tanto alle singole persone quanto ai movimenti e alle associazioni cittadine, perché cerchino concordemente il bene di ogni uomo e di tutto l’uomo.

Affido i vostri sforzi all’intercessione del venerato patrono di Pisa, san Ranieri, che in tempi difficili passò fra voi soccorrendo i bisognosi ed annunciando la pace. Egli benedica ogni proposito generoso e lo volga a vantaggio di questa città che amò intensamente mentre era sulla terra e per la quale non cessa di pregare ora che vive, glorioso, nel cielo.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MALATI E AL PERSONALE DELLA «CASA CARDINALE MAFFI»

Cecina - Venerdì, 22 settembre 1989

Cari fratelli e sorelle!

1. Con animo lieto e commosso inizio la mia visita pastorale all’arcidiocesi di Pisa incontrandomi con voi, che siete ospiti della “Casa Cardinale Maffi”, o in essa prestate il vostro caritatevole servizio.

A tutti rivolgo il mio saluto affettuoso, che intendo estendere a tutti coloro che risiedono o prestano la loro opera nelle altre case di riposo e di assistenza, suscitate nelle varie località dell’arcidiocesi dall’amore a Cristo e dalla sollecitudine per il prossimo.

Mentre esprimo il mio apprezzamento per queste istituzioni, ringrazio e saluto l’Arcivescovo monsignor Alessandro Plotti e le autorità civili e religiose, che sono qui convenute per la circostanza.

Un attestato di riconoscenza debbo riservare a monsignor Pietro Parducci, che di questa casa fu, tanti anni or sono, il fondatore. Sviluppando un’iniziativa generosa dell’indimenticabile Cardinale Maffi, egli ampliò l’iniziale asilo infantile, attrezzandolo anche come casa di accoglienza per le molte persone anziane o inabili, che la guerra aveva privato di ogni assistenza. Con l’aiuto di Dio e di tanti cuori generosi l’opera ha prosperato e, in questi quasi cinquant’anni di attività, ha offerto ospitalità e conforto a circa ottomila persone.

Mi unisco a tutta la Chiesa diocesana nel ringraziamento al Signore per il bene che è stato possibile compiere in questa istituzione nell’arco di quasi mezzo secolo, ed invoco sul fondatore e sui collaboratori il costante conforto della divina bontà.

2. Non posso al tempo stesso non rallegrarmi per il messaggio che da iniziative come questa giunge all’intera comunità. È un messaggio di rispetto per l’uomo in ogni fase della sua esistenza e per ogni dimensione della sua personalità. Il cristiano sa riconoscere in ogni uomo un fratello che Dio chiama a partecipare alla sua stessa vita. Egli si impegna, perciò, ad offrire una risposta non solo alle sue esigenze materiali, o più generalmente umane, ma anche a quelle religiose.

Con tale intento è sorta questa casa. Per non tradire le sue origini, a questo spirito essa deve restare sempre fedele. Esorto, pertanto, quanti in essa svolgono la loro attività a farsi guidare in ogni circostanza da quei principi ispiratori.

Impegnatevi, cari fratelli e sorelle, a far sì che le persone alle quali prestate le vostre cure possano sempre ravvisare in voi e nelle vostre azioni la bontà di Dio, il quale si china soprattutto su coloro che soffrono e sono soli, per lenire il dolore ed il senso di abbandono.

3. E voi, sorelle e fratelli, giovani ed anziani che avete trovato accoglienza tra queste mura ospitali, mantenete sempre viva nell’animo la certezza dell’amore che Dio ha per ciascuno di voi. L’avervi chiamato a partecipare alla sua Croce è un segno della fiducia che egli ha in voi e del contributo che voi potete recare alla sua opera redentrice.

Siate sempre aperti all’ottimismo e alla speranza. Voi siete parte eletta della Chiesa, che ha bisogno di voi, della vostra fede, del vostro coraggio. Anche il Papa conta su di voi e sul sostegno della vostra preghiera.

Vi affido tutti a Maria, madre della pietà, perché raccolga l’offerta della vostra sofferenza e vi ottenga da suo Figlio quanto il vostro cuore desidera.

La mia benedizione convalidi l’augurio di grazia e di pace, che di vero cuore formulo per ciascuno di voi.

Prima di lasciare l’istituto Cardinal Maffi, il Santo Padre si intrattiene brevemente con il personale che presta la sua opera per il funzionamento della Casa. Queste le sue parole di saluto.

Voglio ringraziare tutti i presenti per l’opera che svolgono in questa casa. Certamente per ciò che fate per i poveri ammalati, - abbiamo visto quanti, abbiamo visto quali - ma anche per Cristo, perché così lui ha detto di ogni buona opera, di un’opera samaritana, che è un’opera fatta a lui stesso, a Dio uomo. Vi auguro la benedizione del Signore per la vostra vita personale, per le vostre famiglie e per la vita professionale.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI AVVOCATI AMERICANI

Castel Gandolfo - Venerdì, 22 settembre 1989

Signore e Signori,

Sono lieto di questa opportunità di incontro con voi, illustri membri della International Academy of Trial Lawyers; benvenuti a Castel Gandolfo voi e le vostre spose. Come avvocati, voi lavorate per la soluzione di vertenze e il perseguimento della giustizia attraverso mezzi legali e razionali. Questo impegno è indispensabile per la costruzione di un ordine sociale autenticamente umano e armonioso, come testimonia eloquentemente l’esperienza giuridica secolare dell’Occidente.

La Chiesa ha sempre riconosciuto nella legge un importante aspetto della vita umana sociale e politica. La sua sollecitudine per un ordine sociale impregnato dello spirito e dei valori del Vangelo non ha portato solo alla formazione di un immenso e tecnicamente perfezionato corpus di legge ecclesiastica, il Corpus Iuris Canonici, ma anche all’elaborazione di teorie legali e canoniche che hanno unito tra loro una profonda saggezza umana con una visione dell’uomo e della società che nasce dalla fede cristiana. Al cuore di questo processo c’è la convinzione profonda, nata dalla fede, che una società giusta e ordinata è una esigenza della stessa natura umana, e consiste nel perseguimento del bene comune attraverso la collaborazione di ciascuno dei suoi membri, sotto una legittima autorità.

Oggi, come nel passato, questa convinzione deve essere difesa contro quelle forze nel mondo che vorrebbero negare e distruggere gli autentici valori umani su cui si basano il governo della legge e la ricerca del bene comune. Oggi più che mai, gli uomini e le donne sono chiamati a impegnarsi nella convinzione che la legge è uno strumento insostituibile e moralmente degno per raggiungere una società caratterizzata dalla giustizia e dalla pace durevole. Gli eventi del mondo costantemente ci ricordano che il desiderio di costruire una società fondata sul mutuo rispetto, la libertà e l’equità davanti alla legge è iscritto nel cuore umano ed è fondamentale per il progresso della civiltà.

Come uomini e donne impegnati nella pratica della legge, il vostro servizio agli altri sia ispirato da una fede profonda nell’uomo e nell’obiettivo di una società giusta e autenticamente umana. Consapevole dell’importanza del vostro lavoro, invoco su ciascuno di voi le benedizioni di Dio Onnipotente, autore della pace e sorgente di ogni giustizia.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI PELLEGRINI DI POMEZIA NEL 50° DI FONDAZIONE DELLA CITTÀ

Castel Gandolfo - Giovedì, 21 settembre 1989

Venerato fratello nell’Episcopato, cari fratelli e sorelle!

1. Vi ringrazio per la vostra visita, con la quale avete voluto festeggiare il cinquantesimo anniversario di fondazione della città di Pomezia, sita presso l’antichissima Ardea, quasi a significare una continuità ideale tra le origini della civiltà romana e la vitalità di quel popolo - il vostro, appunto - che da quelle lontane origini proviene, e che continua a dar prova di quello spirito civilizzatore, che ha caratterizzato, nei secoli, la cultura latina.

Una parola particolare di ringraziamento al vostro Vescovo, monsignor Dante Bernini, che ha avuto l’amabilità di rievocare la mia visita a Pomezia di dieci anni fa, ed in special modo il mio incontro con i lavoratori, e mi ha altresì tracciato un quadro sintetico della storia, della situazione e delle prospettive della vostra città.

Lo sviluppo di Pomezia si fonda sull’impegno non solo civile, ma anche religioso dei suoi abitanti. I fondatori della città - ha detto il Vescovo - “hanno sentito la necessità di ritrovarsi intorno alla Parola di Dio ed alla Eucaristia”, ad imitazione, quasi, dello spirito benedettino - e non per nulla la prima parrocchia fu intitolata a san Benedetto, grande promotore della civiltà cristiana. Quanti centri abitati, infatti, nel corso dei secoli, in Europa ed anche fuori, sono sorti attorno al monastero benedettino, come conseguenza dell’opera di bonifica, di valorizzazione dell’ambiente e di promozione economica, sociale e culturale, che quei venerandi monaci hanno sempre condotto nel nome di Cristo.

2. Sono contento anche di sapere che si è realizzata la parrocchia di san Bonifacio, secondo quanto auspicavo nel mio precedente incontro con voi. Il generoso gesto dell’ordinariato militare tedesco, che vi ha aiutato nell’attuazione economica del progetto, è stato veramente significativo e, direi, commovente, quasi a simboleggiare l’unità ideale e reale dell’Europa, quell’Europa che ricevette in larga parte la sua ispirazione cristiana dai figli di san Benedetto - e san Bonifacio era di questi -, quell’Europa che viceversa, venendo meno l’alimento dei principi sociali e morali del Vangelo, ha potuto conoscere, appena poche decine di anni fa, il baratro di un’immane ed inaudita carneficina.

La vostra cittadina, dunque, cari fratelli e sorelle, per la sua stessa storia e per le sue memorie storiche, è come un segno di riconciliazione e di speranza. Essa non è nata semplicemente, come sappiamo, dalla spontaneità delle esigenze naturali o da uno stato di necessità, ma - insieme con altre località del Lazio - per una precisa e deliberata volontà civilizzatrice; essa è nata da un coraggioso patto sociale, che ha visto l’accordo e la collaborazione di popolazioni diverse - inizialmente venete ed emiliane - legate dalla coscienza del comune destino umano e dalla ferma volontà di realizzarlo secondo i principi di giustizia, di solidarietà e di fratellanza. Ed a questi primi nuclei regionali, col passare del tempo, se ne sono aggiunti altri, provenienti da tutta Italia, ed anche dall’estero. Il vostro centro abitativo, anche se piccolo rispetto ad altri, offre dunque un esempio di convivenza e collaborazione fra persone di diversi paesi, mentalità e culture, nello sforzo, faticoso ma nobile ed esaltante, di sviluppare un progetto che, nato da una volontà di civiltà, deve essere portato avanti con la medesima prospettiva.

3. Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio in questi nobili propositi! Sentitevi personalmente chiamati a cooperare a questa grande impresa, ciascuno secondo i doni ed i compiti ricevuti: voi laici, soprattutto all’edificazione della società, ma anche a quella della Chiesa; i pastori, all’edificazione della Chiesa e, indirettamente, a quella della società. Il tutto alla luce del Vangelo e nella mutua collaborazione. Umanizzare il mondo, perché esso prepari l’avvento del Regno di Dio, che, quaggiù, è già in germe nella Chiesa, e attende di completarsi nella patria del cielo.

Costruite la Chiesa, perché essa sia “luce del mondo” e “sale della terra”, fermento di liberazione e promozione dell’uomo sul piano naturale come su quello soprannaturale, annuncio di una prospettiva di salvezza e di dignità che oltrepassa i confini della natura umana e raggiunge la condizione gloriosa dei figli di Dio. Ecco il cammino del cristiano.

Non vi spaventino le difficoltà. In certo senso è normale che ci siano, perché, affrontate e risolte con l’aiuto di Dio, esse danno occasione di provare e rafforzare la nostra virtù. L’importante è costruire sulla roccia. Sulla roccia della parola evangelica. Su quella “roccia” che è Pietro. Allora le bufere non potranno abbattere la nostra casa.

A tutti imparto con affetto la mia benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DEL VENEZUELA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Castel Gandolfo - Giovedì, 21 settembre 1989

Signor Cardinale, cari fratelli nell’Episcopato.

1. Con profonda gioia ricevo oggi i Pastori del Popolo di Dio in Venezuela. Sento che siete accompagnati con il pensiero da tutti i fedeli delle vostre rispettive diocesi. Insieme all’Apostolo rendo grazie “a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle mie preghiere, continuamente memore davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo” (cf. 1 Ts 1, 2-3).

Desidero ringraziare poi il Cardinale José Alí Lebrún Moratinos, Arcivescovo di Caracas e Presidente della Conferenza Episcopale, per le care parole che mi ha rivolto, anche a nome di tutti i presenti, facendosi portavoce dei vostri collaboratori diocesani e dei vostri fedeli.

Ricordo con particolare affetto il mio viaggio apostolico nella vostra Nazione. La religiosità del popolo venezuelano, la sua vicinanza spirituale con la Sede Apostolica, come anche i suoi valori di ospitalità, affetto e allegria, tolleranza e cordialità, resteranno impressi per sempre nel mio cuore. Speriamo che i frutti di quella visita pastorale continuino ad arricchire le vostre comunità con nuove vocazioni dirette ad una evangelizzazione più intensa.

2. In occasione della vostra visita “ad limina”, desidero anche ricordare un evento di profondo significato nella vita del vostro Paese. Quest’anno ricorreranno venticinque anni dalla firma della convenzione, fra la Santa Sede e il governo del Venezuela (6 marzo 1964). Tale accordo ha facilitato delle relazioni progressivamente più cordiali e coordinate fra la Chiesa e lo Stato. Fra queste hanno brillato in modo armonico il rispetto e la libertà mutua nello svolgimento delle rispettive funzioni. La Chiesa cattolica, a cui per la maggior parte appartiene il popolo venezuelano, è considerata ufficialmente l’interlocutore valido che apporta valori e comportamenti di vitale importanza per la realizzazione di un paese più fraterno e giusto, nel quadro del bene comune.

Questa visita alla Sede dell’apostolo Pietro dovrà promuovere un progresso nel vostro ministero pastorale perché - come ricorda il direttivo che la ispira - offre l’occasione di fare un bilancio profondo e una pianificazione più armonica ed efficace dell’azione pastorale. Non si tratta qui di analizzare ciascuno dei problemi che più vi preoccupano e che mi avete fatto conoscere. So molto bene che nelle vostre assemblee episcopali affrontate con prudenza questi temi concreti, a volte delicati e difficili, ma ineludibili, che riguardano la Chiesa e l’uomo venezuelano.

3. In questo incontro collettivo desidero riflettere con voi a proposito di alcune delle questioni di maggior importanza per la Chiesa venezuelana nel momento attuale.

Il Concilio Vaticano II ha messo in luce chiaramente la condizione essenzialmente missionaria della Chiesa. Infatti quest’ultima deve essere aperta verso tutti; deve essere un punto di riferimento e credibilità per tutti, obbedendo così al mandato di Gesù Cristo: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16, 15).

La Chiesa, in questo modo si presenta davanti al mondo “come un sacramento”, per poter attuare la salvezza degli uomini in Cristo (cf. Lumen Gentium , 1).

Oggi la nostra sfida è: come trasmettere il messaggio di salvezza in maniera integrale e vitale, di modo che possa essere accolto come grazia ed esigenza da parte di tutti gli uomini, qualunque sia la loro situazione personale, familiare e sociale?

Essa deve proclamare apertamente Gesù Cristo. Tutta la Chiesa e la sua attività ministeriale deve essere una grande testimonianza di Gesù Cristo morto e risuscitato. L’immagine visibile di Dio nel mondo, altra non è se non quella di Cristo crocifisso per amore. Occorre predicarlo e mostrarlo agli altri attraverso la propria vita, come dice Paolo: “Fatevi miei imitatori, guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi” (Fil 3, 17). Perché la stessa Parola di Dio non può trovarsi nella sola predicazione orale, ma esige anche la testimonianza di una vita cristiana impegnata e coerente.

Questo è stato il vostro obiettivo prioritario nel convocare una missione permanente in tutto il paese, per poter “formare uomini nuovi e donne nuove per un Venezuela nuovo”. Con questa missione cercate di coordinare gli sforzi per una pastorale globale, che vuole prestare attenzione soprattutto alla famiglia, alla gioventù, alle vocazioni e alla costruzione di una nuova società. Questo sforzo evangelizzatore è veramente adeguato, come preparazione alla celebrazione del quinto centenario dell’evangelizzazione dell’America.

4. L’impegno che vi siete riproposti è sicuramente importante e incoraggiante: volete formare “uomini nuovi”. Uomini che, superando il passato positivismo antireligioso o l’idea che la fede è un problema esclusivo di persone pusillanimi o di bambini, si sforzino di accrescere la loro formazione religiosa e si sentano chiamati a dare testimonianza del proprio impegno cristiano. Uomini e donne che siano presenti nella società a tutti i livelli: l’arte, la cultura, la politica, il lavoro. Non sono mancati fra voi grandi esempi di cristiani impegnati nel campo intellettuale e professionale, come ad esempio il dottor José Gregorio Hernández. Uomini nuovi perciò, “per un Venezuela nuovo”, più cristiano, cioè più giusto e fraterno.

A questo proposito, durante gli incontri personali, avete avuto occasione di riferirmi come la situazione economica del continente e del vostro Paese non sia certo confortante; per questo, oggi più che mai, la solidarietà è un messaggio che deve farsi attivo e operante nei settori meno protetti della società. Come ho avuto occasione di fare presente ai membri della commissione economica per l’America Latina e i Caraibi: “I poveri non possono attendere! Quelli che nulla posseggono non possono accettare un aiuto che giunga loro quasi come un rimbalzo della prosperità in genere della società” (Allocutio Iacobopoli, ad sodales oeconomici coetus pro America Latina et Insulis Caraibicis, 7, die 3 apr. 1987 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 1 [1987] 1014).

Permettetemi, a questo riguardo, di ricordarvi alcune parole della mia enciclica Sollicitudo Rei Socialis : “Con semplicità ed umiltà desidero rivolgermi a tutti, uomini e donne senza eccezione, perché, convinti della gravità del momento presente e della rispettiva, individuale responsabilità, mettano in opera - con lo stile personale e familiare della vita, con l’uso dei beni, con la partecipazione come cittadini, col contributo alle decisioni economiche e politiche e col proprio impegno nei piani nazionali e internazionali - le misure ispirate alla solidarietà e all’amore preferenziale per i poveri. Così richiede il momento, così richiede soprattutto la dignità della persona umana, immagine indistruttibile di Dio creatore, ch’è identica in ciascuno di noi” (Sollicitudo Rei Socialis, 47).

5. Per portare a termine il vostro compito evangelizzatore avrete bisogno, nei prossimi anni, di un buon numero di sacerdoti, religiosi e religiose, come anche di operatori della pastorale, tutti apostoli e laici corresponsabili. In questo senso sarà consigliabile portare a termine un’opportuna campagna di orientamento e selezione vocazionale, affinché la sfida della risposta e della perseveranza possano essere affrontate con garanzie. So bene che questo è un tema già affrontato in alcune delle vostre assemblee e che è presente anche nelle vostre priorità pastorali.

Un tema ancor più importante è quello della formazione dei futuri sacerdoti. Conosco la vostra attenzione pastorale e la vostra preoccupazione in questo campo. Sono necessari eccellenti educatori. Per questo cercate le persone meglio preparate, affinché la formazione integrale dei candidati al sacerdozio possa essere portata avanti in un clima di collaborazione fraterna.

Come Gesù Cristo chiamò i suoi apostoli “perché stessero con lui” (Mc 3, 14), gli aspiranti al sacerdozio dovrebbero approfondire progressivamente il messaggio e la persona di Gesù Cristo, in contatto profondo con la sua Parola e attraverso la preghiera personale e comunitaria, con il giusto tempo per il raccoglimento e il silenzio.

D’altra parte, le grandi zone urbane e dell’interno, non ancora sufficientemente seguite da parte della Chiesa nel vostro Paese - molte di queste assai povere - possono essere il campo in cui sacerdoti generosi e pronti all’abnegazione possono concretizzare le proprie ansie apostoliche con gli umili e i semplici, per portar loro il pane della Parola e i sacramenti.

Vi raccomando soprattutto i sacerdoti giovani. Questi hanno bisogno in modo particolare della vostra vicinanza, come anche della vostra comprensione e guida serena. Nella vita sacerdotale, specialmente all’inizio, si possono presentare momenti di solitudine o incomprensione, che richiedono una guida pastorale attenta - umana e spirituale - e un aiuto adeguato.

6. Nell’importante campo della collaborazione interecclesiale si colloca tutto ciò che viene riferito alla relazione e la comunione fra i Vescovi e i religiosi. Come sottolinea il documento Mutuae Relationes : “I Vescovi, in unione con il romano Pontefice, ricevono da Cristo-Capo, la missione di distinguere i doni dalle prerogative, di coordinare le innumerevoli energie e di guidare tutto il popolo a vivere nel mondo come segno e strumento di salvezza. Pertanto, anche ad essi è stata affidata la cura dei carismi religiosi . . . Per questo stesso motivo, promuovendo la vita religiosa e proteggendola secondo le proprie caratteristiche, i Vescovi compiono la propria missione pastorale” (Mutuae Relationes, 9 c).

I religiosi hanno avuto nel passato storico del Venezuela, come anche di tutta l’America, un ruolo di primaria importanza nell’opera di evangelizzazione. Oggi collaborano nelle vostre diocesi in diversi apostolati e ministeri. Per rafforzare la coscienza dell’unità ecclesiale, è necessario approfondire il dialogo Vescovo-religiosi, perché si superino le difficoltà che si possono presentare, e ciò renda possibile la piena integrazione in una pastorale d’insieme, con fedeltà alla Chiesa e con il dovuto rispetto nei confronti dei rispettivi carismi. Questo aiuterà anche a fomentare “la fraternità e i vincoli di cooperazione fra il clero diocesano e le comunità religiose. Perciò viene data grande importanza a tutto ciò che può favorire, anche se su di un piano semplice e non formale, la fiducia reciproca, la solidarietà apostolica e la concordia fraterna” (cf. Ecclesiae Sanctae , I, 28; Mutuae Relationes, 37).

7. In questo sforzo che state compiendo affinché la voce di Cristo risuoni e pervenga a tutti gli uomini e donne del vostro Paese, sono felice di congratularmi con voi per la presenza illuminante e significativa della Chiesa nei mezzi di comunicazione sociale. Avete già realizzato un intento lodevole nel campo della radio, della televisione e della stampa, che sta dando i primi frutti, così necessari in una società che si lascia sedurre facilmente da promesse fugaci.

Proseguite in quest’opera, sempre aperti allo Spirito, alla sua ispirazione e alle sue iniziative, per dare il vostro orientamento pastorale quando si presenteranno nuove realtà e problemi.

So che vi preoccupa l’incremento del proselitismo delle sètte nel vostro Paese, in particolar modo fra la gente meno fortunata economicamente e culturalmente. La Chiesa cattolica deve domandarsi qual è la sfida che queste sètte presentano all’azione pastorale e alla formazione cristiana e biblica dei fedeli. È importante perciò istruire, mediante una catechesi capillare, tutti i fedeli, perché conoscano la vera dottrina di Gesù Cristo e gli insegnamenti della Chiesa che è madre e maestra della nostra fede.

Secondo questa stessa linea catechetica, so che cercate di affrontare la preoccupante realtà per cui un’elevata percentuale della popolazione scolastica non riceve istruzione né alcuna preparazione religiosa. Fate un appello agli operatori della pastorale affinché nei prossimi anni, e nonostante la scarsità di mezzi, si dedichino con speciale attenzione a questo urgente settore della evangelizzazione: la catechesi.

8. All’interno della vostra missione come educatori nella fede, vedete la necessità di giudizio spirituale, rispettoso ma chiaro, riguardo ai gruppi “sincretisti esoterici”, particolarmente attivi oggi in molte zone del Paese. La stessa religiosità popolare deve purificarsi dalla eccessiva attrazione per ciò che è “misterioso” e “magico”, nel riferirsi ad avvenimenti straordinari che, apparentemente, superano i limiti della mente umana.

La Chiesa approva e incoraggia quelle manifestazioni esterne della religiosità popolare che aiutano la crescita della fede, che è autentica quando è basata sugli elementi essenziali del cristianesimo.

Mi riferisco in particolar modo alle celebrazioni liturgiche e ad altre manifestazioni religiose comunitarie: la venerazione dell’immagine della Vergine Maria e dei santi, d’antica tradizione nella Chiesa locale. Tutto ciò è in consonanza con l’incarnazione di Cristo e della Chiesa nel mondo e nell’anima di ogni essere umano.

9. Concludendo questo gradito incontro con voi, cari fratelli nell’Episcopato, desidero ringraziarvi vivamente per la vostra generosa opera come Pastori della Chiesa. Vi incoraggio e sprono nel vostro costante compito ministeriale. È molto quello siete riusciti a realizzare; ma restano ancora ampi settori in cui operare. Tutta quest’opera evangelizzatrice l’affido alla Vergine di Coromoto, patrona del Venezuela, affinché la faccia fruttificare e perché vi accompagni nel vostro ministero.

Sotto la costante protezione divina, vi imparto la mia speciale benedizione apostolica, che estendo a tutti i membri della amata Chiesa e nazione venezuelana.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II A MONACI CRISTIANI E BUDDISTI

Castel Gandolfo - Mercoledì, 20 settembre 1989

Cari amici.

Sono lieto di avere questo incontro con voi, monaci cristiani e buddisti. Saluto lei, Rimpoche’ e i monaci che la accompagnano nel pellegrinaggio di pace, presenti qui oggi insieme con l’abate primate benedettino e i membri della commissione per il dialogo inter-religioso monastico.

Per approfondire i vostri contatti con i cristiani avete voluto, nel corso del pellegrinaggio, incontrarvi con monaci dell’antica tradizione benedettina. Avete trascorso alcuni giorni nei magnifici dintorni di Camaldoli, con coloro che sono impegnati in una ricerca spirituale simile alla vostra in taluni aspetti, pur appartenendo a tradizioni religiose molto diverse.

Siete stati accolti dai monaci benedettini il cui motto è precisamente “pax”, pace. Vi siete esortati reciprocamente a promuovere questa pace di cui il mondo contemporaneo ha tanto bisogno. Ogni persona, consapevole della realtà del mondo contemporaneo, deve impegnarsi nella causa della pace, attraverso il servizio, attraverso i negoziati. Voi, come monaci, fate uso degli strumenti vostri particolari: la preghiera e la ricerca della pace interiore. Come dice san Benedetto ai monaci nel prologo della Regola: “Cerca la pace e seguila”.

Abbiamo fatto esperienza di questa verità ad Assisi, in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace. Se la preghiera viene abbandonata, tutto l’edificio della pace rischia di crollare. Il vostro dialogo a livello monastico è davvero un’esperienza religiosa, un incontro nel profondo del cuore, animato dallo spirito di povertà, la reciproca fiducia e un profondo rispetto per le rispettive tradizioni. È un’esperienza che non si può sempre descrivere a parole e che spesso si esprime meglio in un silenzio carico di preghiera.

Vi assicuro la mia preghiera e invoco su tutti voi copiose benedizioni divine.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI DIRIGENTI E IMPIEGATI DELL’IRI E DELLA SOCIETÀ AUTOSTRADE E ALLA POPOLAZIONE DI ORTE

Piazzale del casello di Orte sull’Autostrada del Sole Domenica, 17 settembre 1989

Fratelli e sorelle!

1. Rivolgo il mio sentito ringraziamento al Vescovo, monsignor Divo Zadi, al presidente della società autostrade ed al sindaco di Orte per le parole di omaggio a me ora indirizzate. Saluto le autorità religiose, politiche, militari, che hanno voluto onorare con la loro partecipazione quest’incontro. Ringrazio i presenti per la loro calorosa accoglienza, e tutti saluto di cuore, con un particolare pensiero per i dirigenti e gli impiegati dell’IRI e della Società Autostrade, che si sono generosamente prodigati per l’iniziativa che vede oggi il suo coronamento.

Sono lieto di aver potuto accogliere l’invito a benedire questo monumento, dedicato a Maria sotto il titolo di “Virgo prudentissima”, e collocato in questo punto panoramico dell’autostrada del sole, presso l’importante nodo stradale di Orte. Debbo complimentarmi con gli organizzatori di tale iniziativa, in particolare col padre Felice Rossetti, promotore dell’idea, e con lo scultore Roberto Joppolo, che l’ha realizzata. Siamo davanti a un’opera d’arte e di fede atta a richiamare alla riflessione e alla preghiera, in mezzo al flusso incessante del traffico e ai ritmi sempre più rapidi della vita moderna.

2. Questa statua in marmo bianco di Carrara, che si staglia sullo sfondo del cielo e delle colline, in mezzo a un ampio e suggestivo scenario naturale, è stata eretta a ricordo dell’anno mariano 1987-1988 e rappresenta la Vergine Madre come modello dell’umano pellegrinaggio. Per questo l’immagine assume un significato, che va al di là della semplice circostanza.

Maria, a imitazione del Figlio Gesù, è stata pellegrina sulla terra. L’evangelista san Luca la descrive “in viaggio verso la montagna” (Lc 1, 39), dopo l’annuncio dell’angelo. Da allora, la vita di Maria fu più volte segnata dalle esigenze del cammino. Il Vangelo ne segnala le tappe principali sia all’interno della Palestina, sia fuori: Nazaret, Betlemme, Egitto, Cana, Gerusalemme, e anche, talora, sulla scia dei viaggi apostolici del Figlio. E, dopo la sua Assunzione, una tradizione la presenta ancora a Efeso, in Asia Minore.

Maria sa che cosa vuol dire camminare per le strade della terra, con tutti i pericoli e gli imprevisti che ciò comporta. Come allora fu vicina al suo Figlio così lo è anche oggi a noi, con la sua materna presenza, perché le difficoltà o le attrattive del cammino terreno non ci distolgano dalla visione del finale traguardo del cielo.

3. Se Cristo è la via dell’uomo, Maria ne è la guida sicura.

Cristo è il sole divino, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. A Maria la Chiesa ha applicato le parole del libro dell’Apocalisse, dove si parla della donna “vestita di sole”. Illuminata dalla pienezza della luce del Cristo, Maria, mediatrice di grazie, lo riflette per donarlo a tutti i figli che sono ancora impegnati nella fatica e nei rischi del pellegrinaggio terreno.

Non è senza significato che questa immagine, collocata lungo l’asse di un’autostrada che prende nome dal sole, si trova entro i confini della parrocchia di santa Maria della Strada, dove mi recherò tra poco.

Su questo tratto dell’autostrada sfrecciano velocemente, ogni giorno, migliaia di automobilisti. Ora la statua della “Virgo prudentissima” è qui per richiamare dolcemente ciascuno alla necessità della prudenza, non solo come virtù soprannaturale, ma anche come dovere civico fondato sul rispetto del prossimo; essa inoltre ricorda a ciascuno che su questa terra l’uomo è soltanto di passaggio, e la mèta definitiva, a cui tutti tendiamo, è altrove. Questa statua di Maria si colloca, perciò, con finalità altissima e precisa, entro il tessuto della vita di oggi, ed aiuta i passanti a non smarrirsi ed a camminare più sicuri.

È il voto cordiale che porgo in questa circostanza felice.

Il salvatore Gesù, che conosce le strade della nostra terra, benedica per intercessione di Maria, madre sua e nostra, tutti coloro che transitano su questa e su tutte le altre vie di grande traffico, nonché quanti hanno collaborato alla realizzazione dell’opera e l’hanno sostenuta con spirito di fede.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI OFTALMOLOGI

Castel Gandolfo - Venerdì, 15 settembre 1989

Signore e signori.

Sono lieto di ricevervi a Castel Gandolfo durante il congresso internazionale su “Recenti progressi nella ricerca e nel trattamento dei disturbi vitreoretinali”, organizzato con il patrocinio della “Schepens International Society”. In diverse circostanze, in passato, i miei predecessori ed io abbiamo ricevuto specialisti in oftalmologia riuniti in congresso. C’è un simbolismo interessante in questo: il Papa è servo di colui che durante la sua missione di Salvatore nel mondo ha operato molte guarigioni di ciechi, come viene raccontato nei Vangeli. Parlando a un altro gruppo tre anni fa, ho ricordato la precisa descrizione, nel Vangelo di Giovanni, della guarigione di un cieco nato; in quel caso, la guarigione fisica era chiaramente collegata con la guarigione spirituale (Allocutio ad eos qui conventui ophtalmicorum interfuerunt, die 5 maii 1986 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 1, [1986] 1243 ss.). Nel simbolo della vista, Cristo adombra il mistero del nostro itinerario spirituale alla salvezza.

L’occhio è infatti, come allora, il punto di contatto tra la realtà del mondo e la realtà interiore dell’uomo, così come l’intelletto è il punto di incontro tra la scienza e la fede. Attualmente voi siete riuniti per studiare nuovi metodi per recuperare la funzione dell’occhio, e in particolare della retina, per proteggerla dagli effetti dell’età e vari fattori patologici. Potete giustamente parlare di sviluppi positivi a vantaggio della persona ammalata. La vostra opera è una nobile ricerca specialistica.

Oltre ai migliori auguri per il successo del vostro lavoro scientifico, esprimo la speranza che questo tipo di specializzazione sia più prontamente messa a disposizione dei settori più poveri dell’umanità, in cui la cecità è molto diffusa. Pare che ci siano ancora quaranta milioni di vittime della cecità nel mondo, di cui la maggior parte nelle nazioni sottosviluppate. Purtroppo le diseguaglianze che esistono nel mondo sono evidenti anche nell’ambito medico e scientifico. Esprimo la speranza che la scienza unisca i propri sforzi alla fede e alla solidarietà umana nell’impegno a recare sollievo là dove è maggiormente necessario. Preghiamo insieme perché venga il giorno in cui il Signore “tergerà ogni lacrima” dagli occhi dell’umanità sofferente (cf. Ap 21, 4). Nel nome del Signore della vita esprimo la mia stima per il vostro lavoro e la dignità della vostra missione. Su tutti voi invoco l’abbondanza delle divine benedizioni.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DEL LESOTHO IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Castel Gandolfo - Venerdì, 15 settembre 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. “Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1, 2). Nell’accogliervi a Roma in occasione della vostra visita “ad limina Apostolorum”, il mio pensiero va naturalmente al nostro ultimo incontro, esattamente un anno fa, nel cuore del Lesotho. Ricordo con particolare gratitudine la calorosa ospitalità incontrata tra i cattolici nel vostro regno montagnoso. Anche se durante la mia visita non sono mancati taluni di quei drammi che fanno parte della vita della Chiesa nell’Africa meridionale, sono stato benedetto dalla possibilità di testimoniare la solidità della fede radicata nel vostro popolo, le sfide che sa affrontare, e la promessa che è per il futuro del Lesotho.

Oggi noi qui riuniti ancora proviamo dolore per l’improvvisa scomparsa dell’Arcivescovo Morapeli. Il suo amore per la Chiesa e la sua saggezza di Vescovo e Metropolita restano di esempio e di incentivo per il vostro ministero pastorale. Ricompensi il Signore il servo fedele nel suo eterno amore.

2. Una fede forte nel Signore Gesù Cristo esige che noi “ci rinnoviamo nello spirito della nostra mente” (cf. Ef 4, 23), e impariamo a giudicare ogni cosa alla luce del Vangelo. Ho visto con piacere che la vostra recente lettera pastorale ai cattolici del Lesotho ha richiamato tutti i membri della Chiesa a fare un esame di coscienza sul loro contributo di credenti cristiani alla vita della società. Nell’intraprendere questo auto-esame, la Chiesa del Lesotho guarderà a voi, i Vescovi, per avere guida e suggerimenti. Questo è molto giusto, perché proprio attraverso il ministero dei suoi Vescovi il popolo del nuovo testamento è guidato e diretto nel suo cammino verso l’eterna felicità (cf. Lumen Gentium , 21).

Vi assicuro il mio fraterno appoggio nell’edificazione del Corpo di Cristo nel regno del Lesotho. La recente convocazione di una assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi è un segno della mia “preoccupazione per tutte le Chiese” (cf. 2 Cor 11, 28). Questa assemblea sarà un’occasione per tutti i Vescovi africani di valutare alla luce della fede la presenza della Chiesa nella vita dei vostri popoli alla soglia del terzo millennio.

3. Cari fratelli, al centro del vostro ministero di successori degli apostoli c’è il compito di predicare il Vangelo e aiutare il popolo a voi affidato ad applicare le verità della fede nella loro vita quotidiana. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che i Vescovi sono araldi e maestri autentici della fede - maestri, cioè, provvisti dell’autorità di Cristo stesso (cf. Lumen Gentium, 25).

Per rispondere a un mondo che desidera “vedere Gesù” (cf. Gv 12, 21), voi dovete incarnare nelle vostre persone la verità del Verbo divino e l’amore del Buon Pastore. Questo grande compito esige da voi una sempre più profonda configurazione di mente e volontà a Cristo, sommo sacerdote. La base per questa profonda imitazione di Cristo è già stata posta, per il dono dello Spirito Santo ricevuto alla vostra ordinazione episcopale. Per la grazia di Dio, voi siete stati resi capaci di sostenere la parte di Cristo stesso e agire in sua vece (cf. Lumen Gentium, 21). Come Pastori a immagine del Buon Pastore, voi siete chiamati a divenire “forma gregis”, il vero modello di quella fede fervente e di quella saggezza spirituale a cui sono chiamati tutti i cristiani. Dentro la Chiesa particolare, voi siete stati chiamati a discernere e ordinare i molti doni che lo Spirito elargisce per l’edificazione del Corpo di Cristo nella fede, nella speranza e nella carità.

4. Riflettendo sulla vita della Chiesa nel Lesotho, rendo grazie a Dio per i molti modi in cui il vostro ministero ha saputo portare la luce di Cristo al vostro Paese e al suo popolo. Ispirati dall’esempio e dalle preghiere del beato Joseph Gerard, avete portato avanti la grande opera della “implantatio” del Vangelo di Gesù Cristo nella mente e nel cuore della gente del vostro Paese. In mezzo a tensioni politiche e sociali, avete affrontato le necessità del vostro popolo con una lodevole sollecitudine per i valori morali e il desiderio di giustizia. In particolare, sono edificato dai pazienti e generosi sforzi fatti, in collaborazione con i responsabili di altre comunità ecclesiali, a favore degli esuli Basotho, il cui ritorno alla terra natale è un segno di speranza per il futuro del Lesotho, perché dove prevale la riconciliazione, l’amore, l’unità e la solidarietà rafforzano la determinazione del popolo di vivere in pace.

Vi esorto come “araldi e maestri autentici della fede” a compiere ogni sforzo per garantire che la fede cattolica sia sempre insegnata con cura e integralità a tutti i fedeli cristiani. Pochi aspetti del vostro ministero episcopale sono altrettanto importanti, perché la vitalità della Chiesa del Lesotho dipenderà dalla buona formazione nella fede del clero e dei laici. L’esame di coscienza che avete proposto ai cattolici del Lesotho porterà frutto solo se verrà fatto alla luce di una conoscenza pratica e adeguata della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa.

5. A questo proposito, desidero sottolineare l’importanza di una solida catechesi, attuata da persone generose e ben preparate. Nell’esortazione apostolica Catechesi Tradendae , ho affermato che “ogni battezzato, per il fatto stesso del Battesimo, possiede il diritto di ricevere dalla Chiesa un insegnamento e una formazione che gli permettano di raggiungere una vera vita cristiana” (Catechesi Tradendae, 14). Il lavoro della catechesi è un aspetto indispensabile del più ampio lavoro dell’evangelizzazione. Quando il credente ha ascoltato l’annuncio del Vangelo e accettato Cristo, egli o ella deve crescere in Cristo, e ponendosi alla sua sequela, “imparare a pensare come lui, a giudicare come lui, ad agire in conformità con i suoi comandamenti, a sperare secondo il suo invito” (Catechesi Tradendae, 20).

La crescita di una forte identità cattolica, radicata nell’imitazione di Cristo e in una salda conoscenza della dottrina, è cruciale per il successo della missione della Chiesa nella società contemporanea. Quando un popolo giovane si trova ad affrontare serie sfide per la fede e la fedeltà alla legge di Cristo, ha bisogno degli strumenti che gli consentiranno di condurre una vita degna della vocazione ricevuta. Una catechesi globale lo renderà capace di fronteggiare le sfide in modo pienamente cristiano e pienamente africano. Un ambito particolare del vostro impegno pastorale deve essere sempre la formazione di catechisti impegnati e ben preparati che conoscono e amano Cristo e desiderano condividere la fede della Chiesa con tutti quelli che incontrano.

Un luogo privilegiato di catechesi nel Lesotho è stato e continua ad essere la sua rete di scuole cattoliche. Queste scuole, e i religiosi consacrati e i laici che le dirigono, hanno avuto un impatto molto positivo sulla società. Hanno prodotto generazioni di studenti in un’atmosfera di apprendimento ispirata dalla fede che vede ogni conoscenza all’interno del disegno divino sul mondo e sul genere umano. Voi siete giustamente preoccupati per la qualità dell’educazione religiosa impartita nelle scuole e nei corsi di preparazione ai sacramenti nelle parrocchie. In molti aspetti, le scuole cattoliche svolgono un compito importante nella vostra società. Spero che qualsiasi difficoltà possano incontrare venga affrontata in un reale spirito di buona volontà e che le autorità pubbliche continuino a dar loro il sostegno necessario.

6. Un altro settore di primaria importanza per il futuro della Chiesa nel Lesotho è la formazione dei futuri sacerdoti. Anche qui, il vostro dovere di “maestri della fede” deve condurvi ad assicurare un’adeguata formazione nelle verità della dottrina cattolica e nella vita apostolica. Può darsi che in questo vi si richieda un particolare sacrificio. I seminaristi hanno bisogno della presenza e della guida dei vostri migliori sacerdoti - che siano capaci di ispirare ai giovani un profondo amore del Signore e un incrollabile impegno in una vita di zelo apostolico. Ci sono davvero pochi compiti in cui un sacerdote potrà avere una così profonda efficacia sul futuro della missione della Chiesa. “Spes messis in semine”: la speranza della messe dipende dalla generosità con cui il seme viene sparso.

Il sacerdozio ministeriale cui sono chiamati i vostri seminaristi è una partecipazione al sacerdozio di Gesù Cristo, che per la nostra salvezza “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 8). In un’epoca che esalta lo “status” sociale, il sacerdote è chiamato a servire gli altri, soprattutto i più poveri e bisognosi. Per questo motivo, la formazione spirituale, che è una parte così importante dell’educazione nel seminario, deve sottolineare la figura di Gesù come colui che è venuto tra noi per servire (cf. Lc 22, 27). Scopo della formazione deve essere rafforzare lo zelo nel servire gli altri, che si radica nella gratitudine per il dono ricevuto.

I religiosi e le religiose che operano nel Lesotho danno un grande contributo alla vita delle vostre Chiese locali. Le loro iniziative educative, assistenziali e pastorali sono indispensabili. Ma soprattutto essi danno alle vostre comunità la testimonianza della loro consacrazione religiosa. segno del Regno di Dio ed espressione di un amore preferenziale per Cristo che può aiutare tutti i membri della Chiesa al compimento dei loro doveri cristiani (cf. Lumen Gentium, 44). È compito vostro sostenerli in questo più profondo aspetto della loro vita consacrata e chiamata alla santità.

7. Cari fratelli: nel farvi partecipi di queste mie riflessioni, vi incoraggio nel vostro ministero a favore del Popolo di Dio. Mentre affrontate le sfide del presente e del futuro, non cessate di trarre nuova fiducia e speranza dalla grazia di Dio che opera nel cuore dei credenti. In questo, avete un esempio evidente nella vita del beato Joseph Gerard, la cui santità personale e abbandono alla volontà di Dio ha guidato tutto un popolo a Cristo.

Grato al Padre per tutti i suoi doni, vi chiedo di trasmettere il mio affetto e incoraggiamento ai miei fratelli e sorelle delle Chiese di Maseru, Leribe, Mohale’s Hoek e Quacha’s Nek. Dite loro nuovamente che il Papa li ama e prega per loro, perché possano crescere nella grazia e nella gioia che vengono dal servire il Signore con fedeltà e gratitudine. A loro e a voi, Pastori, imparto di cuore la mia apostolica benedizione, invocando su tutti voi l’amorosa protezione di Maria, madre della Chiesa.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELL’INDIA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Castel Gandolfo - Martedì, 12 settembre 1989

Cari fratelli Vescovi.

1. Questo incontro conclude l’attuale serie di visite “ad limina” dei Vescovi dell’India. Oggi sono lieto di ricevere voi, Vescovi delle province ecclesiastiche di Bangalore, Madras-Mylapore, Madurai e Pondicherry negli Stati di Karnataka e Tamil Nadu. “Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (2 Cor 1, 2). La vostra presenza costituisce un intenso momento della comunione ecclesiale che ci unisce nel servizio al corpo di Cristo, la Chiesa. Portate con voi - in pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo - una testimonianza della vita cristiana e della santità della parte di Popolo di Dio affidato alle vostre cure. Rendo grazie a Dio per la possibilità che mi ha dato, attraverso l’incontro con i Vescovi dell’India, di esercitare in modo personale e diretto il ministero universale affidato al successore di Pietro.

2. La Chiesa in India è una realtà viva piena di risorse di evangelizzazione. È ricca di riti differenti e molteplici forme di presenza ed azione in mezzo a gruppi di diverse origini sociali e culturali. Ha una storia lunga e varia da cui trae indicazioni per la sua vita e la sua missione attuale, tra cui l’esempio di grandi santi e sante cui può guardare per riceverne incoraggiamento ed ispirazione nell’affronto delle enormi sfide dell’evangelizzazione e del servizio.

Parlando con voi Vescovi, sono diventato più consapevole della situazione in cui vivono i vostri fratelli e sorelle nella fede, che abitano un grande Paese in lotta per raggiungere un più grande sviluppo, oltre che l’unità, l’armonia sociale e la giustizia per tutto il popolo. Tramite voi desidero inviare parole di incoraggiamento a tutti i membri della Chiesa cattolica dell’India. Nell’accogliere con gioia la buona Novella annunciata dalla Chiesa nel nome di Gesù e nella fedeltà generosa alla grazia da ciascuno ricevuta per l’edificazione del Corpo di Cristo, possano tutti i figli e le figlie della Chiesa in India “essere saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio” (Col 4, 12).

3. Uno dei molti ricordi della mia visita nel vostro Paese è l’incontro con i sacerdoti nella Basilica di Bom Gesù a Velha Goa, dove ho potuto pregare davanti ai resti di san Francesco Saverio. una delle figure eminenti nella storia missionaria della Chiesa. I sacerdoti presenti in quella circostanza, in rappresentanza di tutti i sacerdoti dell’India, erano “come servitori che offrono se stessi senza badare al costo, come guide che formano, ispirano e conducono l’unico Popolo di Dio sulle vie del Signore” (Allocutio ad Indiae Presbyteros in Basilica “Boni Jesus” habita, 3, die 6 febr. 1986 : Insegnamenti di Giovanni Poalo II, IX, 1 [1986] 350). Oggi di nuovo desidero esprimere la mia profonda affezione nel Signore per ciascuno di loro ed incoraggiarli, come dissi allora, a continuare a dare Gesù all’India.

Vescovi e sacerdoti sono uniti in un vincolo organico che scaturisce dalla natura propria della Chiesa, come segno sacramentale della presenza salvifica di Cristo nel mondo, una presenza che continua nel tempo in modo particolare attraverso l’azione di coloro che sono chiamati a partecipare all’unico ed eterno sacerdozio di Gesù Cristo. Possiate voi, che avete ricevuto la pienezza del sacerdozio, non venir meno all’importante dovere di edificare e mantenere i vincoli di profonda fraternità ed amicizia con i sacerdoti che partecipano con voi all’impegno quotidiano del ministero pastorale. In ciascuna diocesi il presbiterio dovrebbe essere una evidente testimonianza di unità, carità e mutuo sostegno tra tutti i suoi membri. Non dovrebbero esserci mai segni di discriminazione o divisione. Le difficoltà non mancheranno mai, ma con l’aiuto di Dio e la buona volontà di tutti quelli che se ne occupano la buona salute del presbiterio sarà un fattore importante per il benessere e la perseveranza di ciascuno dei vostri fratelli sacerdoti.

4. Desidero congratularmi con i Vescovi dell’India per la vostra sollecitudine manifesta per la vita e il ministero dei vostri sacerdoti. In particolare, noto con piacere quanto è scritto nell’introduzione della Carta della Formazione sacerdotale per l’India, approvata nel 1988: “La conferenza dei Vescovi cattolici dell’India è più impegnata per la formazione dei sacerdoti che per qualsiasi altra cosa. Il futuro della Chiesa in India dipende dalla qualità e la statura dei sacerdoti che escono dai nostri seminari e case di formazione”. Siete giustamente convinti che un’attenta selezione dei candidati e la loro salda e integrale formazione sia di singolare importanza e beneficio per le vostre diocesi e per tutta la Chiesa.

Davvero, in vista del Sinodo dei Vescovi del 1990, tutta la Chiesa cattolica è stata invitata alla riflessione, meditazione e dialogo e preghiera sulla formazione dei sacerdoti nelle situazioni concrete dei nostri giorni. Il tema è molto attuale perché offre ai Vescovi di tutto il mondo l’opportunità di esaminare lo stato del rinnovamento voluto dal Concilio in questo campo, le esperienze e i risultati ottenuti da allora e le nuove domande che continuamente nascono dalla vita della comunità ecclesiale. Si potrebbe dire che il prossimo Sinodo completa il precedente sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. Proprio in quel Sinodo si levarono molte voci a richiedere che i sacerdoti ricevano una solida formazione spirituale, che siano preparati a collaborare con i laici e che questa preparazione li spinga all’animazione dello stato laicale (cf. Lineamenta, 1).

5. È mio desiderio incoraggiarvi a coinvolgere tutta la Chiesa dell’India in una riflessione fino al Sinodo e sostenervi nella specifica responsabilità che è vostra in quanto Vescovi nel campo della formazione sacerdotale. I “Lineamenta” parlano del ruolo dei Vescovi e dei superiori maggiori dei religiosi nell’aspetto concreto della visita ai seminari e dell’essere informati del progresso dei seminaristi, nel guidare e sostenere il lavoro di quanti sono impegnati nella formazione (cf. Lineamenta, 22). Un Vescovo non dovrebbe lasciare ad altri la formazione dei suoi seminaristi, al punto di non essere personalmente coinvolto nel processo del discernimento vocazionale e del cammino verso l’ordinazione. Essendo colui che ha la responsabilità primaria del bene della Chiesa particolare cui presiede, è anche responsabile prima di tutti della vita e del ministero dei suoi sacerdoti e della loro formazione.

6. Nella Carta della Formazione sacerdotale per l’India avete giustamente precisato che la natura e la missione della Chiesa come sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano pone una sfida speciale in India, che è terra di molte e differenti realtà. La formazione sacerdotale, pertanto, per poter servire con efficacia alle necessità delle vostre diocesi, deve tener conto della cultura, del linguaggio e del modo di vita del popolo che il seminarista è chiamato a servire nel suo futuro ministero. Nello stesso tempo questa attenzione verso le condizioni locali non dovrebbe in alcun modo indebolire il senso dell’unità e unicità della Chiesa. I seminaristi dovrebbero imparare a distinguere tra l’unità essenziale nella fede, nella vita sacramentale e nella comunione gerarchica, e la legittima pluralità che si accorda con una reale cattolicità. Un’enfasi esagerata sul pluralismo, teologico, liturgico o pastorale, può talvolta condurre a un “pluralismo di posizioni fondamentalmente opposte” (cf. Synodi Extr. Episc. 1985, Relatio finalis, II, C, 2).

Ogni aspetto della formazione sacerdotale deve essere visto in relazione con la Chiesa come “mistero” del disegno eterno di Dio reso presente e visibile nella storia dell’uomo. Quelli che sono chiamati a esporre questo “mistero” - in particolare, i teologi, professori e persone del seminario incaricate della formazione sacerdotale - dovrebbero essere ricolmi di un atteggiamento di umile e amorosa adorazione del “pietatis sacramentum” (1 Tm 3, 16) che è la sorgente della vita e della missione della Chiesa.

7. Come Pastori di una comunità ecclesiale nel cuore dell’Asia, voi siete sensibili al grande anelito che percorre il vostro continente: la profonda sete di liberazione dall’oppressione e dalla povertà, dal pregiudizio e dalla violenza, il desiderio di rispetto della dignità dell’uomo. Voi sapete quanto profondamente i popoli dell’Asia aspirano alla verità religiosa e alla pienezza della salvezza. Voi sapete che, in questo contesto, il vostro compito principale - detto nel modo più semplice ma anche più vero - è condurre e incoraggiare le vostre Chiese particolari a manifestare il volto di Gesù Cristo, annunciare il suo messaggio e comunicare la “vita nuova” che scaturisce dal mistero pasquale. Il vostro primo compito di Vescovi è quindi essere fedeli a Gesù Cristo, ciascuno di voi e tutti insieme, e riflettere il meglio possibile la figura del Buon Pastore, “il testimone fedele” (Ap 1, 5).

I punti più importanti del vostro ministero, come l’annuncio del Vangelo, la sua “inculturazione” e presentazione in un modo corrispondente al “genio” del vostro popolo, il dialogo interreligioso con i seguaci di altre tradizioni spirituali, vi impegna in un necessario dialogo di fede e carità con la Chiesa universale, e in particolare con la Sede Apostolica. In questa occasione della vostra visita “ad limina”, desidero ringraziarvi, Vescovi della Chiesa in India. per la costanza e la serietà del vostro impegno in questo aspetto essenziale della collegialità.

Con profonda convinzione ricordo una cosa detta durante il nostro incontro a New Delhi il 1° febbraio 1986: “Il nucleo di tutta la vostra sollecitudine pastorale, cari confratelli, è l’unità della Chiesa. Nella sua unità riconosciamo la più grande delle benedizioni, il desiderio del Cuore di Gesù, l’espressione di fedeltà al Signore, il segno di credibilità della sua Chiesa ed il segno della credibilità della missione stessa di Cristo. Nell’unità della Chiesa vediamo la ragione per cui Cristo è morto: “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52)” (Delii, allocutio ad Indiae sacros Praesules, 7, die 1 febr. 1986 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 1 [1986] 264). Affido questa intenzione alle vostre preghiere, al vostro studio e alle opere da voi intraprese per il bene della Chiesa nella vostra terra. L’unità può non essere facile. Spesso richiede grandi sacrifici e sofferenze personali. Può essere sostenuta solo dalla grazia di Dio.

Maria, madre del Verbo incarnato, interceda per ottenere questo dono alla Chiesa dell’India.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLE PICCOLE SORELLE DI GESÙ NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA LORO FAMIGLIA RELIGIOSA

Castel Gandolfo - Lunedì, 11 settembre 1989

Care Piccole Sorelle di Gesù.

1. Nel vedervi qui, numerose e piene di letizia, penso istintivamente al versetto del Salmo 94: “Venite, applaudiamo al Signore, / acclamiamo alla roccia della nostra salvezza. / Accostiamoci a lui per rendergli grazie, / a lui acclamiamo con canti di gioia”. Con piena verità voi potete aggiungere, con il Salmo: “Il Signore . . . ci ha creati . . . / Egli è il nostro Dio, / e noi il popolo del suo pascolo, / il gregge che egli conduce”. La vostra famiglia religiosa, nata nella povertà più totale l’8 settembre 1939, mi fa pensare anche a uno dei prefazi dei santi: “Padre santo, tu rinnovi senza tregua le forze della tua Chiesa”. In realtà, accanto a congregazioni antiche, numerose e meritevoli, le Piccole Sorelle di Gesù hanno ricevuto da Dio la grazia di inventare una presenza nuova ed originale del mondo dei poveri, a imitazione di Charles de Foucauld.

2. L’umiltà del fratello Charles de Foucauld, sempre alla ricerca dell’ultimo posto, in un nascondimento che tutti i suoi discepoli cercano di continuare, non accetterebbe da me l’elogio della vostra fondazione. Tuttavia, la verità e la giustizia mantengono i loro diritti. A nome della Chiesa, rendo grazie di tutto cuore per la fioritura evangelica prodotta dalle prime Piccole Sorelle e le duecentottantanove fraternità di oggi presenti nei settori più sfavoriti o più incompresi, come anche negli ambienti religiosamente meno favoriti.

Inoltre, è molto raro e quasi unico vedere una fondatrice partecipare al giubileo della sua famiglia religiosa. Pur rispettando la sua volontà di nascondimento, la Piccola Sorella Madeleine di Gesù mi consentirà di ricordare almeno la formula che scandisce i suoi due volumi sulla nascita di una realtà che ella non aveva considerato affatto l’embrione di una congregazione nuova e cioè: “Dio mi ha preso per mano ed io, ciecamente, l’ho seguito”. Lo sviluppo delle fraternità ha del prodigioso. Molti ostacoli si sono opposti alla realizzazione del suo sogno sahariano. Era senza mezzi, con la salute precaria ed era presto rimasta sola. Ma ha resistito grazie al suo forte carattere lorenese e ancor più con l’aiuto evidente del Signore. Quante volte ha, ripetuto, come fratello Charles: “Gesù è Signore dell’impossibile!”.

Oggi, senza contare le Piccole Sorelle già ritornate presso il Signore, le “sue figlie” sono milletrecentocinquanta di cui centodiciotto giovani novizie. Provengono da una sessantina di nazionalità e vivono in sessantaquattro paesi. Chi non conosce le Piccole Sorelle di Gesù, pur così discrete? Il loro abito religioso, molto semplice, - vorrei dire povero - attira gli umili e interpella senza tregua i ricchi. Seguendo le orme dei Papi Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, che vi hanno dimostrato tanto interesse e sostegno, rendo grazie al Signore di avervi suscitato per la Chiesa e il mondo di oggi.

3. Ora, desidero sottolineare e incoraggiare vivamente taluni aspetti essenziali della vostra vita religiosa. Nelle vostre costituzioni, approvate dalla congregazione competente il 25 dicembre 1988, la vostra consacrazione religiosa è definita come un’esistenza vissuta nella vita ordinaria, seguendo l’esempio di fratello Charles che, lui pure, fu affascinato dal mistero di Betlemme e di Nazaret. Egli ha infatti approfondito e vissuto ardentemente il dialogo filiale di Gesù con il Padre nel corso degli anni nascosti di Nazaret. Care Piccole Sorelle, continuate su questo stesso cammino di spiritualità con umiltà e risolutezza.

La vostra prossimità evangelica con le minoranze meno accessibili, gli uomini e le donne più dimenticati o disprezzati, con gli ambienti caratterizzati dal materialismo o perfino un certo ateismo, questa prossimità è la parte visibile del vostro cammino verso il Padre. I poveri vi conducano a Dio! È un grande mistero che il Figlio di Dio, povero tra i poveri, ha rivelato dicendo: “Chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato” (Lc 9, 48). La via della vostra santificazione passa attraverso il vostro sguardo e i vostri gesti di bontà nei confronti dei poveri. È un dono prezioso del Signore. Non cessate di rendere grazie!

4. Le vostre costituzioni insistono anche su un atteggiamento che precede ed accompagna la carità: il rispetto di ogni persona. Alla sequela di Cristo e di fratello Charles, la vostra vocazione è di riconoscere in ogni persona, soprattutto la più disprezzata, un essere di speranza, un essere chiamato - al di là e nonostante i suoi limiti, i suoi peccati e talvolta i suoi crimini - a un avvenire completamente nuovo. Nel Vangelo, in effetti, Gesù non dice: questa donna è una pubblica peccatrice. Egli afferma: i suoi peccati le sono rimessi perché ha molto amato e la sua fede l’ha salvata (cf. Lc 7, 36-50). Gesù ammira la povera vedova che mette il suo obolo nella cassetta del tempio e chiede di imitare la sua generosità (cf. Lc 21, 1-4). Gesù non dice che il cieco dalla nascita ha peccato lui o i suoi genitori. Egli stupisce tutti proclamando che era necessario che si manifestassero in lui le opere di Dio (cf. Gv 9, 1-41). Quando Giuda lo tradisce, Gesù l’abbraccia e gli dice: “Amico” (cf. Mt 26, 47-50). Nessuno ha mai rispettato gli uomini come quest’Uomo! Egli è il Figlio unico di colui che fa brillare il sole sui buoni e sui cattivi. Care Piccole Sorelle, diventate sempre più le umili testimoni del rispetto dovuto a ciascuna persona!

5. Infine, attraverso tutta la vostra vita, come fratello Charles di Gesù, dovete annunciare il Vangelo. Per inserirvi quotidianamente negli ambienti segnati dalla povertà, è necessario che voi siate realmente in intimità con il Salvatore dell’universo. Ogni giorno Dio vi concede di collaborare alla sua creazione e di operare alla sua restaurazione, là dove l’uso pervertito della libertà umana la sfigura. Questa vocazione, Charles de Foucauld l’aveva presa sul serio quando scriveva: “Voglio gridare il Vangelo con tutta la mia vita”. Voi ardete dello stesso zelo apostolico, senza chiasso. Attraverso l’ordinarietà della vostra esistenza quotidiana, voi fate sì che quanti vivono a voi vicino possano leggere nella vostra vita la buona Novella, e vedere nel suo riflesso fedele il vero volto di Dio. Queste modalità di vita ordinaria sono evidentemente le vostre relazioni di vicinato, le amicizie stabilite sul lavoro, le vostre iniziative di solidarietà nei confronti degli uomini e delle donne a cui siete vicini nella gioia e nelle prove, la vostra disponibilità ad ascoltarli, consigliarli, risolvere i loro problemi quando ricorrono a voi, i vostri momenti di preghiera da loro ben conosciuti, la celebrazione semplice ed amichevole delle feste e degli anniversari e tante altre cose ancora. I gesti più semplici possono parlare di Gesù Cristo. C’è un certo modo di essere e di agire che è già una risposta all’attesa di quelli che si chiedono: “Queste Piccole Sorelle, che cosa ci dicono del loro Dio?”.

Con tutta la Chiesa, auspico che ogni Piccola Sorella ricavi dalla preparazione al cinquantenario della fondazione come nella celebrazione di questo giubileo una reale giovinezza dell’anima, fatta di amore appassionato a Gesù e ai suoi fratelli e sorelle poveri. La vostra storia è appena cominciata! Il Signore onnipotente, nel mistero della sua piccolezza a Betlemme e del suo nascondimento a Nazaret, susciti per gli anni a venire delle vocazioni generose nel mondo intero, e vi ricolmi delle sue benedizioni!

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI COMPONENTI DEL 31° STORMO DELL’AERONAUTICA MILITARE ITALIANA

Castel Gandolfo - Domenica, 10 settembre 1989

Signor comandante, signori ufficiali e sottufficiali.

1. Ringrazio innanzitutto per le cortesi e devote parole che mi sono state rivolte, nelle quali vedo un attestato di fede nel ministero che svolgo, nel nome di Gesù Cristo, per la salvezza dell’uomo.

Mi è sempre grato incontrarmi con voi che, col vostro prezioso servizio, mi consentite di svolgere in modo più agevole quella parte della mia missione apostolica, che mi porta in vari luoghi d’Italia ad annunciare il messaggio del Vangelo, per raggiungere tanti fratelli che desiderano avvicinare il successore di Pietro, per diffondere il più possibile la buona Novella della salvezza, per confermare i credenti nella fede, per incontrare tutti gli uomini di buona volontà.

La vostra disponibilità, la vostra perfetta organizzazione, la consapevolezza con la quale, da uomini di fede, vi sentite in qualche modo coinvolti nel lavoro che compio per il bene della Chiesa e delle anime, contribuisce a dare ai miei viaggi quella serenità e quel conforto, che mi permettono di dare con più gioia le mie forze per il compimento del mio dovere e della mia missione.

2. In segno di gratitudine per quanto ricevo da voi, desidero conferire ad alcuni di voi delle onorificenze, che vogliono riconoscere i meriti di coloro che si sono particolarmente distinti in un compito delicato che da tutti, peraltro, è svolto in modo egregio. Il riconoscimento ad alcuni sia di sprone per tutti, e chi è stato decorato si senta ora debitore verso gli altri, che cercano in lui un esempio da seguire. Questo vale non solo nella festosa circostanza odierna, ma in ogni occasione della vita, ed anche della vita cristiana, dove chi è posto più in alto è chiamato ad una maggiore responsabilità e ad un maggior servizio.

Attraverso le vicende della vostra professione vi conceda il Signore di comprendere le nobili ascensioni della vita spirituale, nelle quali diventa tanto più grande chi, sull’esempio del Cristo, si fa più “piccolo”.

Con questo pensiero vi saluto tutti cordialmente, insieme con i vostri familiari ed invocando su di voi lo sguardo amorevole della Madonna di Loreto, vostra protettrice, vi benedico di cuore.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DALLA CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA

Castel Gandolfo - Sabato, 9 settembre 1989

1. Sono ben lieto di incontrarmi con voi, delegati delle Università Cattoliche, eletti dal terzo congresso internazionale dello scorso aprile, e vi ringrazio sentitamente per il diligente e premuroso impegno con cui, in questi giorni, vi siete dedicati alla preparazione di un progetto di documento sullo spirito, la struttura ed i fondamenti istituzionali delle Università Cattoliche. L’argomento sta particolarmente a cuore a tutti coloro che operano negli istituti universitari cattolici ed è urgente approfondirlo per il bene della Chiesa e della sua missione nella società contemporanea.

Desidero anzitutto sottolineare che il lungo cammino, percorso assieme negli scorsi anni dagli organismi ecclesiali competenti per le Università Cattoliche, ha già portato frutti incoraggianti. Sia a livello di Chiese particolari che di Chiesa universale si e sviluppata una maggiore corresponsabilità circa il ruolo delle Università Cattoliche. Il lavoro intrapreso deve essere proseguito ed ulteriormente perfezionato col generoso contributo di tutti: del laicato come delle famiglie religiose, delle Conferenze Episcopali come delle organizzazioni tra le Università di cui la Federazione Internazionale Università Cattoliche è espressione autorevole.

La via del dialogo e della solidale comunione tra queste istanze ecclesiali e la Santa Sede è l’unica adatta per conseguire i frutti auspicati.

2. Nell’indirizzo rivolto al congresso sopra indicato rilevai come l’aggettivo “cattolico”, mentre da un lato qualifica l’Università, dall’altro l’aiuta a realizzarsi secondo la sua vera natura ed a superare i pericoli di distorsioni indebite. In quell’occasione accennai anche all’esigenza di una riflessione accurata sul senso ecclesiale dell’Università Cattolica, alla luce delle due costituzioni del Concilio Vaticano II, Lumen Gentium e Gaudium et Spes e della dichiarazione Gravissimum Educationis . È un aspetto su cui mette conto ritornare.

3. Una accurata riflessione sul senso ecclesiale dell’università dovrà svilupparsi sulla base dei principi ecclesiologici dei citati documenti. Si tratta, come è noto, di un’ecclesiologia di comunione, che presenta la Chiesa come Popolo di Dio gerarchicamente strutturato. Esso, in virtù della sua partecipazione al mistero salvifico di Cristo, è costituito sulla terra in comunità di fede, di speranza e di carità, attraverso la quale Cristo diffonde su tutti la verità e la grazia. Mediante il ministero dei sacri Pastori, ai quali è affidata la missione di discernere e di ordinare i carismi dei vari membri al bene di tutto il corpo, la Chiesa si pone come “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. In tal modo continua l’opera di Cristo nel mondo.

In questo contesto teologico deve collocarsi la missione e la responsabilità delle Università Cattoliche. Esse partecipano, ovviamente, in modo proprio e peculiare della missione della Chiesa stessa, poiché in seno ad essa vivono ed operano. Infatti nell’ambito dell’Università Cattolica compiono la loro missione apostolica, intimamente derivata dalla fede, persone rivestite di sacra potestà per il servizio dei fratelli, come pure, quali membri a pieno titolo del Popolo di Dio, laici dotati di specifici carismi o investiti di particolari responsabilità.

Ciò tuttavia non basta per definire la specifica funzione ecclesiale di un’Università Cattolica. Essa, in quanto espressione - in un certo senso - di Chiesa, partecipa della missione di questa a livello non soltanto di singole persone, ma anche di comunità. Ben a ragione, dunque, voi parlate anche di impegno istituzionale delle Università Cattoliche.

4. Da ciò deriva che, se il singolo cristiano, chiamato a condividere con l’intera Chiesa un compito apostolico, deve operare in sintonia con coloro che sono insigniti del munus pastorale, a maggior ragione ciò vale per gli organismi di apostolato ecclesiale operanti a livello istituzionale. Al riguardo vale anche quanto lo stesso Concilio ha detto nel decreto Apostolicam Actuositatem (Apostolicam Actuositatem, cf. 24) circa il rapporto tra apostolato dei laici e gerarchia.

Per questo le note essenziali di un’Università Cattolica, che il documento elaborato dal secondo congresso dei delegati, nel novembre del 1972, ha descritto, richiamano a ragione l’esigenza di un’intima comunione con i pastori della Chiesa.

5. Alla luce del Concilio Vaticano II, i Pastori della Chiesa non possono essere considerati quali agenti esterni all’Università Cattolica, ma partecipi della sua vita. Ho preso atto volentieri di quanto è stato detto a tale proposito in una raccomandazione del terzo congresso dell’aprile scorso. È opportuno che da tale raccomandazione si traggano le conseguenze pratiche, anche se, come è ovvio, in modo differenziato secondo il tipo di università, le varie facoltà, le peculiari condizioni dei luoghi.

6. In questa prospettiva si mettono in evidenza anche due responsabilità inseparabili: quella della Chiesa verso l’Università Cattolica e quella dell’Università Cattolica verso la Chiesa.

Da una parte occorrerà sensibilizzare maggiormente il Popolo di Dio circa l’indispensabile funzione delle Università Cattoliche nel mondo della cultura e particolarmente in alcuni contesti sociali. Oggi si nota sempre più chiaramente un risveglio della sensibilità ecclesiale nei confronti del ruolo delle Università Cattoliche, con la conseguente disponibilità al sostegno morale e materiale da parte della comunità dei fedeli, i quali, mediante iniziative appropriate ed a vari livelli, intendono far sì che ogni università possa perseguire adeguatamente i propri obiettivi.

Dall’altra parte, però, non si può negare che tale risveglio ecclesiale debba trovare un suo momento importante in seno alle stesse Università Cattoliche, giacché esse sono per loro natura un luogo privilegiato di promozione del dialogo tra fede e cultura, tra fede e scienza. Nell’università, inoltre, si formano i futuri uomini del sapere, i quali, assumendo compiti impegnativi nella società e testimoniando con coerenza la loro fede di fronte al mondo, contribuiranno ad alimentare ulteriormente la partecipazione comunitaria ai problemi dell’università.

Qui si fonda il dovere di ogni Università Cattolica di prestare ascolto alle legittime attese del Popolo di Dio, che all’università si rivolge per essere rinvigorito nell’intelligenza della fede e sorretto adeguatamente nella missione della testimonianza e dell’annuncio del Vangelo.

Tale dovere appare sempre più urgente, particolarmente se si tiene presente che oggi le domande circa i valori supremi sono diventate più insistenti, mentre la mentalità pragmatistica ed edonistica della vita porta a contrasti sociali e morali che possono gravemente compromettere tanto la dignità e la libertà delle persone, quanto il bene della società.

7. Ho appreso con soddisfazione che la congregazione per l’educazione cattolica ha curato un’inchiesta sui centri cattolici presenti nel mondo. Tale inchiesta ha portato alla redazione di un “Directory of Catholic Universities and other Catholic Institutions of Higher Education”, che registra ben novecentotrentasei istituzioni. Sotto questo aspetto si intravedono nuovi compiti di servizio anche per la Santa Sede e l’esigenza di rapporti adeguati ed aggiornati con gli organismi rappresentativi delle Università Cattoliche.

Nei miei viaggi pastorali, come è noto, ho sempre desiderato incontrarmi con le Università Cattoliche di ogni nazione per trattare gli aspetti e le problematiche peculiari di ciascuna università. Nel presente incontro, così qualificato per i partecipanti e per gli argomenti affrontati, ho ritenuto opportuno attirare l’attenzione di tutti voi su alcuni punti fondamentali, augurandomi che siano occasione di fecondi sviluppi e di conforto per la missione che vi riguarda.

Nell’invocare sulle vostre persone l’abbondanza dei divini favori, auspice la beata Vergine Maria, Sede della sapienza, a voi tutti imparto di cuore l’apostolica benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALLA RIUNIONE DELLA COMMISSIONE MISTA INTERNAZIONALE CATTOLICA-PENTECOSTALE

Castel Gandolfo - Venerdì, 8 settembre 1989

Cari amici.

Sono felice di incontrarvi, membri della commissione che vi avvicinate al termine della terza fase di un dialogo fruttuoso tra pentecostali e cattolici. Nel darvi il benvenuto oggi, esprimo la speranza che le vostre discussioni abbiano contribuito non solo alla crescita della mutua comprensione della nostra vita e delle nostre esperienze spirituali di cristiani, ma anche all’interiore conversione e cambiamento del cuore che sono così fondamentali per il movimento ecumenico (cf. Unitatis Redintegratio , 7-8).

Avete messo a fuoco diversi aspetti del tema della koinonia, della Chiesa come comunione. Lo studio di questo tema, che è stato approfondito ulteriormente al Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985, è di grande importanza per la Chiesa cattolica. “Comunione” è realmente un’espressione dell’autocomprensione da parte della Chiesa cattolica di se stessa e della propria vita.

Tutti i cristiani sono convinti che è loro responsabilità esaminare con amore per la verità di Cristo le differenze che ci dividono e cercare il modo in cui, nonostante queste divisioni, noi possiamo dare una comune testimonianza al mondo. Cristo stesso ha pregato per l’unità dei suoi discepoli. Egli ha fatto al Padre questa preghiera per amore del Vangelo: “perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). È perciò parte essenziale dell’impegno ecumenico crescere nella conoscenza della verità, abbattere le barriere dell’incomprensione e del pregiudizio, e crescere nell’amore gli uni per gli altri, così da poter annunciare più fedelmente Cristo a un mondo che ne ha tanto bisogno.

I cattolici e i pentecostali onorano la presenza dello Spirito Santo e i suoi doni spirituali. San Paolo ci esorta ad aspirare ai carismi più grandi (cf. 1 Cor 12, 31), e ricercare la carità più di ogni altra cosa (1 Cor 14, 1). Attraverso il dialogo cerchiamo quella carità che si compiace della verità e che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cf. 1 Cor 13, 6-7).

Vi assicuro le mie ferventi preghiere perché cresca la carità tra tutti coloro che lavorano per l’ecumenismo. Il vostro dialogo possa contribuire a una nuova comprensione tra i cattolici e i pentecostali, per amore del Vangelo di nostro Signore e salvatore Gesù Cristo.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI VESCOVI DEGLI STATI UNITI

Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo - Venerdì, 8 settembre 1989

Cari fratelli in Cristo.

Questa mattina, raccolti attorno all’altare, ci prepariamo a celebrare la festa della Natività della beata Vergine Maria. Commemorando la nascita di Maria la Chiesa ci spinge a meditare sulla sua vicinanza a noi nella nostra condizione umana. Ella pure è nata come figlia della razza umana. Ella è nostra sorella nella famiglia umana. Nello stesso tempo noi riconosciamo gioiosamente che è molto al di sopra di noi. Siamo felici di chiamarla nostra dilettissima Madre nell’ordine spirituale. La sua grandezza particolare è esito dell’unico e straordinario mistero dell’intervento di Dio “nella pienezza dei tempi”, quando non ha più parlato per mezzo di profeti, ma per mezzo del Figlio (cf. Eb 1, 1-2). Maria si è offerta come umile ancella del Signore, e così l’eterno Verbo si è fatto carne nel suo grembo e le immense ricchezze dell’amore redentivo si sono riversate nella storia umana. Tutta la vita della Chiesa di ogni età e di ogni luogo è inseparabilmente legata a questa giovane ebrea che ha risposto all’annuncio dell’angelo con totale obbedienza alla volontà di Dio: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

Nel disegno eterno di Dio, Maria è stata chiamata a far nascere il Salvatore il cui sacrificio sulla Croce ha riscattato il mondo dalla schiavitù del peccato e della morte. Compiendo la sua vocazione ella è rimasta intimamente unita all’opera redentrice del Figlio. Come madre della Chiesa, “Mater Ecclesiae”, Maria invita tutti quelli che sono rinati in Cristo ad una più profonda contemplazione del mistero della Chiesa. Ella ci ispira a riconoscere l’alta vocazione che ciascuno di noi ha ricevuto in Cristo e ci guida nel nostro cammino verso la speranza custodita per noi nei cieli.

Mentre ci rallegriamo per la sua nascita, invochiamo l’amore e la sollecitudine materna di Maria sul nostro ministero di Vescovi, un ministero che siete stati chiamati ad esercitare negli Stati Uniti d’America. Come nostra signora dell’Immacolata Concezione, Maria è patrona del vostro Paese. Possa continuare a guidare tutti i sacerdoti, i religiosi e i laici della vostra nazione verso il suo divino Figlio. E attraverso le sue preghiere, possa ciascuno di noi trovare la forza necessaria per vivere pienamente la nostra vocazione di ministri dell’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa di Cristo.

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APPELLO DI GIOVANNI PAOLO II A TUTTI I MUSULMANI IN FAVORE DEL LIBANO

1. Il dramma che il popolo del Libano vive mi spinge a rivolgermi a voi. Faccio ciò con fiducia e non a nome di un particolare gruppo o famiglia di pensiero, ma nel nome stesso di Dio che noi adoriamo e che ci sforziamo di servire.

2. I miei ripetuti appelli ai figli della Chiesa cattolica, ai responsabili delle nazioni come agli uomini di buona volontà vi sono noti. Tutti avevano lo scopo di contribuire a salvare, dopo più di quattordici anni di lotte omicide, il Libano, un paese che i suoi abitanti vogliono libero, indipendente e fedele al suo ricco patrimonio culturale e spirituale.

3. Il mondo intero ha sotto gli occhi una terra devastata, dove la vita umana sembra non valere più. Le vittime sono libanesi, musulmani e cristiani, ed è in terra libanese che - giorno dopo giorno - si accumulano rovine. Come potremmo noi credenti, figli di Dio misericordioso, nostro creatore, nostra guida, ma anche nostro giudice, restare indifferenti dinanzi a tutto un popolo che muore sotto i nostri occhi?

4. Il 15 maggio scorso, nel messaggio ai capi di diversi Stati ed ai responsabili di organizzazioni internazionali, ebbi l’occasione di dire: nell’ambito della vita internazionale si applica il principio della morale individuale, secondo il quale il più forte ha il dovere di venire in aiuto al più debole. È questo un imperativo al quale i credenti, in particolare, non possono sottrarsi. Lo dicevo, il 19 agosto 1985, rivolgendomi ai giovani musulmani che mi accolsero nello stadio di Casablanca: Dio “domanda a ogni uomo di rispettare ogni essere umano e di amarlo come un unico, un compagno, un fratello. Egli invita a soccorrerlo quando è ferito, quando è abbandonato, quando ha fame e sete, in breve quando egli non sa più dove trovare la propria via sulle strade della vita” (Allocutio Albae domi, on Marochio, ad iuvenes muslimos habita, 2, die 19 aug. 1985 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 [1985] 499).

5. Ecco perché ho voluto oggi rivolgermi a voi, fedeli dell’Islam, figli di una religione, dove la giustizia e la pace sono eloquentemente insegnate. Fate udire la vostra voce e, più ancora, ponete in atto ogni sforzo in unione con tutti coloro, che rivendicano per il Libano il diritto di vivere, di vivere nella libertà, nella pace e nella dignità! Si tratta di un dovere di solidarietà umana che la vostra coscienza di uomini e la vostra appartenenza alla grande famiglia dei credenti impongono a ciascuno di voi.

6. Voi comprendete facilmente come io viva già, nel pensiero, il momento, in cui mi sarà data la gioia di recarmi in Libano e di trovarmi in mezzo a tutti i suoi figli. Infatti, desidero andare a venerare questa terra fecondata dal sangue di tante vittime innocenti e ripetere a tutti i Libanesi che ho fiducia in loro, nella loro capacità di vivere uniti e di ricostruire un Paese ancora più bello del Libano di ieri.

7. Ma per tale scopo è ormai un imperativo che tutti gli amici del Libano, i suoi vicini e tutti coloro che vi hanno dei fratelli nella fede si uniscano, affinché le armi più non giungano e tacciano; affinché alla logica dei combattimenti si sostituisca il dinamismo del dialogo e del negoziato; affinché sia dato a tutti i Libanesi, liberi da ogni occupante, di elaborare insieme un progetto di vita nazionale, fondato sul diritto e sul riconoscimento delle legittime particolarità dei gruppi, che compongono la società libanese.

8. Senza di ciò, l’attuale situazione di stallo continuerà e non potrà che contribuire a paralizzare il dialogo, ad approfondire le divisioni ed a provocare il crollo sociale ed economico del Libano. In una tale situazione, tutti sono vinti, nessuna soluzione è possibile, nessuna acquisizione può essere rivendicata.

9. Cari fedeli dell’Islam, la vostra preghiera e la vostra azione non possono mancare al movimento di solidarietà che reclama la salvezza del Libano. Sappiate che potete sempre contare sulla collaborazione dei cristiani. In molti paesi il dialogo islamico-cristiano ha permesso una migliore conoscenza reciproca e, talvolta, realizzazioni comuni. Ciò è stato, per numerosi anni, in Libano.

10. Consentitemi, infine, di raccogliere qui una consegna dell’apostolo Paolo: “Coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone” (Tt 3, 8). Che Dio ci trovi fianco a fianco, musulmani e cristiani, al capezzale dei nostri fratelli libanesi, feriti nel cuore e nella carne! Che egli benedica gli sforzi di tutti coloro che, in mezzo a tanta violenza e disperazione, avranno saputo essere adoratori in spirito e verità!

Dal Vaticano, 7 settembre 1989.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO «JOURNÉES ROMAINES»

Castel Gandolfo - Giovedì, 7 settembre 1989

Cari fratelli nell’Episcopato, cari amici.

In occasione delle vostre “Journées romaines”, sono lieto di ricevervi per condividere un momento le vostre preoccupazioni, il vostro desiderio di essere testimoni del Signore nelle vostre fraterne relazioni quotidiane con i fedeli dell’Islam.

Le vostre situazioni sono diverse. Alcuni fanno parte delle Chiese orientali di cui auspichiamo che continuino a dare a tutta la Chiesa il contributo insostituibile delle loro tradizioni particolari; da diversi secoli, questi cristiani vivono sulle stesse terre dei musulmani. Altri rappresentano delle comunità molto minoritarie in paesi quasi interamente musulmani, dove i cattolici e i membri di altre confessioni cristiane sentono la necessità di una collaborazione ecumenica intensa nelle loro relazioni con il mondo dell’Islam. Altri ancora vengono da paesi dove, nel corso degli ultimi decenni, numerosi musulmani emigrati sono venuti a vivere e a lavorare.

I vostri incontri sono certo molto utili per mettere in comune le vostre esperienze e progredire nella riflessione, con l’aiuto del pontificio istituto di studi arabi e d’islamitica e di diversi esperti che ringrazio per il loro contributo.

Non posso riassumere qui tutti gli aspetti delle vostre preoccupazioni comuni. Vorrei solamente incoraggiarvi nella messa in atto, di giorno in giorno, degli orientamenti dati dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate , alla quale occorre sempre fare riferimento. Essenzialmente, voi vi collocate in una prospettiva pastorale, quella della vita e dell’azione ordinaria delle comunità cristiane, dal punto di vista delle relazioni con i vostri compatrioti e i vostri fratelli che appartengono all’Islam. Ne evidenzierò tre aspetti.

Il luogo abituale dei vostri incontri è la vita professionale, il lavoro sociale o l’attività educativa. È qui anzitutto che i cristiani devono mostrarsi fedeli alle esigenze della fede. Spesso discreta, o silenziosa, l’adesione al Vangelo di Cristo deve tuttavia caratterizzare il rapporto con tutti i fratelli, dare profondità e forza alla ricerca della giustizia e della fraternità. In questo spirito, voi vi interrogate sulla possibilità di giungere a un progetto di società comune con i musulmani. Questo presuppone l’esistenza di una reciproca fiducia, e che ci si impegni a farla crescere. Una buona intesa sulla qualità della vita della società può fondarsi solo sul rispetto dell’uomo, immagine di Dio, sul rispetto della sua dignità e dei suoi diritti, e anche sul servizio disinteressato di ciascun uomo in una solidarietà concreta.

D’altra parte, è chiaro - e i vostri incontri ne danno testimonianza - che stare accanto a credenti di un’altra tradizione religiosa costringe a una riflessione continua. È necessario che i cristiani imparino a conoscere meglio la fede dei loro fratelli e la rispettino. Ed è ugualmente auspicabile che, conoscendo bene la religione dei loro amici, possano aiutarli ad avere una conoscenza migliore del cristianesimo. Solo così potranno essere superati molti pregiudizi. Accenno solo a questa preoccupazione; so che voi lavorate in questo senso; in particolare, voi prendete in considerazione la riflessione portata avanti fin dalle origini del cristianesimo sulla diversità delle tradizioni religiose dell’umanità, e l’approccio rinnovato al dialogo inter-religioso dopo la dichiarazione del Concilio Vaticano II.

Per rimanere nella prospettiva pastorale che vi riguarda direttamente, il terzo aspetto che volevo ricordare è la grande esigenza spirituale che presentano le vostre diverse situazioni. Sarete testimoni autentici della fede, della speranza cristiana, della carità che viene da Dio, solo attraverso una vita di preghiera, l’accoglienza dei doni dello Spirito, la vita liturgica che esprime i vincoli autentici della comunità formata dalle membra del Corpo di Cristo. L’invito a essere perfetti come il nostro Padre celeste (cf. Mt 5, 47) ci viene rivolto dal Vangelo nello stesso contesto in cui ci viene chiesto di essere dei costruttori di pace dal cuore puro, di avere uno spirito da poveri, di essere misericordiosi, di non giudicare i nostri fratelli, di sopportare anche le prove. Il discorso della montagna di Gesù è il nostro “manifesto” comune, sappiate meditarlo in funzione di quello che vivete.

Auspico ardentemente che, ovunque incontrano i loro fratelli, i figli dell’Islam, i cristiani siano uomini tolleranti, rispettosi, fedeli al Signore morto e risorto per tutti gli uomini. Siano autentici costruttori di pace, nel nome di colui che ci ha lasciato la sua pace nel momento di dare la sua vita per la salvezza di tutti.

Cari amici, i vostri lavori vi siano di aiuto per il vostro ministero e i vostri compiti ecclesiali! Prego il Signore di benedirvi insieme ai vostri fratelli delle Chiese locali cui ritornerete.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI RELIGIOSI NON-CRISTIANI GIAPPONESI

Castel Gandolfo - Martedì, 5 settembre 1989

Carissimi e distinti leaders religiosi del Giappone, benvenuti a Roma!

Vi ringrazio per l’onore che mi avete fatto, venendomi a trovare dopo il raduno di preghiera per la pace in Varsavia.

Alcuni di voi li ho incontrati otto anni fa a Tokyo; con altri, accogliendo il mio invito di tre anni fa, abbiamo pregato insieme per la pace ad Assisi.

Così, mi ricordo bene del venerabile Etai Yamada che ho visto sia a Tokyo che ad Assisi, e ammiro davvero la sua passione per la pace, con la quale anche questa volta, all’età di novantacinque anni, ha guidato la delegazione giapponese a Varsavia.

Voi tutti siete stati in Polonia, mia patria, dove avete commemorato, attraverso la preghiera, il cinquantesimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale che ha culminato con le bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki. Siete anche particolarmente sensibili alla pace perché avuto questa terribile esperienza.

“Ricordare il passato è impegnarsi per il futuro”, ho ripetuto nel mio messaggio della pace a Hiroshima, che ho cominciato con queste parole: La guerra è opera dell’uomo. La guerra è distruzione della vita umana. La guerra è morte. Hiroshima e Nagasaki testimoniano perennemente questa verità.

Ho concluso il discorso con la preghiera che Dio ci desse la forza di rispondere sempre all’odio con l’amore, all’ingiustizia con la dedizione alla giustizia, al bisogno con la nostra condivisione, alla guerra con la pace.

Così, come la guerra viene concepita nel cuore umano, anche la pace deve essere generata dal nostro cuore. Nell’incontro coi rappresentanti religiosi giapponesi a Tokyo ho citato la frase del grande Saicho: “Dimenticare se stessi e servire gli altri è l’apice dell’amore-compassione”. La legge di Cristo pure si riassume nel comandamento dell’amore: Amare Dio con tutto il cuore e amare il prossimo come se stessi.

Noi, uomini religiosi, desideriamo dare al mondo la testimonianza di rispettarci ed amarci a vicenda e di pregare incessantemente per la pace del mondo.

Con questo augurio porgo i miei cordialissimi saluti a ciascuno di voi e alle vostre famiglie e istituzioni.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PELLEGRINI DELLA DIOCESI DI REGENSBURG

Castel Gandolfo - Martedì, 5 settembre 1989

Signor Vescovo, sorelle e fratelli carissimi della diocesi di Regensburg!

Milleduecentocinquanta anni fa, nel 739, san Bonifacio lasciò Roma per recarsi a Regensburg dove, su incarico del Papa, doveva predicare l’unità nella fede ed istituire il vescovado di Regensburg. Oggi, a milleduecentocinquanta anni dalla fondazione della vostra diocesi, siete venuti a Roma per provare la comunione della Chiesa nella preghiera, nella fede e nelle esperienze comunitarie.

I fedeli della vostra diocesi si sono recati in pellegrinaggio alla tomba di san Bonifacio a Fulda al motto del giubileo “Il futuro appartiene ai credenti”. Ho ricevuto un loro telegramma ed ho gioito per questa prova d’affetto. Quest’anno ho nominato Basilica la chiesa di Sankt Jakob di Straubing. Il legame particolare esistente tra questa chiesa ed il successore di san Pietro, deve diffondersi a tutta la vostra diocesi.

La ricca storia della fede del vostro vescovado è stata da voi ampiamente ricordata con delle mostre ed i venticinquemila cattolici che hanno partecipato a questa vostra celebrazione sono prova della viva fede che anima la vostra diocesi.

È particolarmente significativo il fatto che il giubileo della Chiesa di Regensburg non sia stato festeggiato solo entro i confini della diocesi. Vi siete infatti recati a Fulda, ed ora siete qui per visitare le tombe dei santi apostoli Pietro e Paolo. In questo momento voi rappresentate tutti i vostri fratelli e le vostre sorelle di Regensburg. Poiché il futuro sarà dei credenti solo se essi non terranno la fede solo per sé. La nostra fede si nutre della testimonianza comunitaria e con la Chiesa. Dobbiamo provare la nostra fede oltre gli stretti confini della nostra vita quotidiana e diffonderla a tutto il mondo.

Noi tutti siamo preoccupati per l’avvenire della fede cristiana in Europa. Io stesso non mi stanco mai di esortare alla rievangelizzazione di questo continente. Col motto “Il futuro appartiene ai credenti” anche voi vi siete uniti a questo appello. Con esso esprimete la vostra fiducia per l’avvenire della nostra fede in Europa. La vostra celebrazione del giubileo ha dimostrato che siete personalmente impegnati per la riuscita di questo rinnovamento e che volete dare una nuova svolta alla vita nell’ambito familiare, comunitario e del lavoro.

Vi esorto quindi a proseguire su questa strada per il rinnovamento della fede e ad approfondire e sviluppare in modo pastorale le molteplici esperienze spirituali vissute nell’anno del giubileo. Così l’anno del giubileo diverrà per voi, per la Chiesa di Regensburg e per tutta la Chiesa della Baviera un anno di grazia, benedizione e salvezza.

Il vostro Paese ha subìto notevoli cambiamenti dai tempi di san Bonifacio. Oggi appartenete ad una delle nazioni più ricche del mondo! Siate coscienti della responsabilità che ne deriva! Proprio dalla vostra disponibilità nei confronti del mondo intero dipende in quale misura il futuro apparterrà ai credenti.

Quest’anno la vostra diocesi si recherà in pellegrinaggio ad Altotting insieme ad altre diocesi nominate nello stesso anno: Salzburg, Munchen Freising e Passau. In questo modo vi avviate sul cammino del futuro accompagnati da Maria, madre di nostro Signore e di tutti i credenti. Rivolgetevi sempre a Maria, fulgido esempio della fede dell’uomo: Il futuro appartiene (anche se non sempre in modo evidente) ai credenti.

In questo cammino con Maria verso suo Figlio, a voi tutti, alle vostre famiglie ed a tutti i fedeli della diocesi di Regensburg va di cuore la mia benedizione apostolica.

Sia lodato Gesù Cristo!

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI PELLEGRINI DEL SENEGAL

Castel Gandolfo - Lunedì, 4 settembre 1989

Cari fratelli e sorelle del Senegal.

Benvenuti in questo luogo dove vi ricevo con grande gioia in occasione del vostro pellegrinaggio in Terra santa e a Roma, guidati da monsignor Adrien Théodore Sarr, Vescovo di Kaolak e Presidente della Conferenza Episcopale del Senegal, che sono lieto di salutare.

Un saluto cordiale anche a sua eccellenza André Coulbary e ai membri dell’ambasciata del Senegal, che lo accompagnano.

Avete appena visitato il paese di Gesù e ne avete approfittato per approfondire il suo messaggio, scoprendo le località dove egli ha vissuto, pregato, predicato, guarito i malati, costituito i primi discepoli della sua Chiesa e dove è morto offrendo la sua vita per la salvezza del mondo. Vi siete recati alla sua tomba dove le donne sono state le prime testimoni della Risurrezione.

Ed eccovi ora a Roma, dove sono venuti gli apostoli Pietro e Paolo, dove hanno versato il loro sangue per il loro amatissimo Maestro.

Sulla tomba di Pietro, l’umile pescatore di Galilea, si innalza la grandiosa Basilica che è il centro di attrazione dove confluisce la folla incessante dei pellegrini, dei visitatori e dei turisti.

E presso la tomba di Pietro si trova la Sede del suo successore, il Papa. Con i Vescovi, successori degli apostoli, il Papa è alla guida della Chiesa fondata da Gesù Cristo.

Questa Chiesa è aperta a tutti. Quattro, lo sapete, sono le sue caratteristiche essenziali. Essa è una, vive della stessa fede e dello stesso culto reso a Dio. Essa è santa, per il suo Fondatore, per il dono del Battesimo che santifica tutti i suoi membri e li spinge sulla via del Vangelo che sono chiamati a percorrere fino alla perfezione con l’aiuto dello Spirito Santo: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48). Essa è cattolica, perché è istituita a favore di tutti i popoli, per tutta l’umanità. Infine essa è apostolica, perché fondata sugli apostoli e retta dai loro successori, il Papa e i Vescovi uniti al Papa.

Auspico che il vostro pellegrinaggio a Roma rafforzi il vostro attaccamento e la vostra fedeltà alla Chiesa. Tornando in Senegal, continuerete ad edificarla, con i vostri pastori, dando ciascuno il proprio contributo personale, che è indispensabile. Soprattutto, continuerete a diffondere intorno a voi il messaggio di pace di Cristo, nel rispetto dell’identità religiosa delle persone con in cui vivete.

Nella vostra preghiera nella Basilica di san Pietro, non mancate di chiedere al grande Apostolo il dono della sua fede solida, lui che disse a Gesù: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

Di tutto cuore vi benedico insieme alle vostre famiglie e i vostri amici del Senegal.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELL’INDIA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Castel Gandolfo - Lunedì, 4 settembre 1989

Cari fratelli Vescovi.

1. Nel corso dell’anno ho già avuto il piacere di incontrare in due occasioni gruppi di Vescovi provenienti da diverse regioni dell’India. Oggi sono lieto di ricevere voi, Pastori della Chiesa nelle province ecclesiastiche di Ranchi e Hyderabad, insieme con alcuni Vescovi di altre giurisdizioni che hanno fissato insieme a voi la loro visita “ad limina”. Vi saluto con l’augurio di san Paolo agli Efesini: “La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo, con amore incorruttibile” (Ef 6, 24).

2. Il tema generale delle mie conversazioni con i Vescovi dell’India è stata la Chiesa, sacramento della nostra unione con Dio e di unità di tutto il genere umano. Come Vescovi, voi siete pienamente consacrati, soprattutto in ragione della grazia sacramentale ricevuta, attraverso l’imposizione delle mani, a servire con amore il Corpo di Cristo, la famiglia della fede, una parte del quale è stato affidato alla vostra cura e sollecitudine quotidiana. Parlando a un gruppo precedente di Vescovi indiani, ho già ricordato la necessità di riferirsi in modo esplicito a Cristo e alla Chiesa in tutto il ministero pastorale. Non esiste vita o servizio ecclesiale che non siano chiaramente fondati sulla suprema grazia della Redenzione. che si è realizzata nel mistero pasquale del Salvatore e viene resa presente e celebrata nel “sacramento della fede” con cui le persone vengono condotte alla santità e la Chiesa viene edificata e Dio viene opportunamente onorato (cf. Sacrosanctum Concilium , 59).

Anche se oggi ci sono alcuni che vorrebbero limitare o ridurre il Vangelo a un impegno puramente umanitario di buon vicinato o a un lavoro per il “progresso” sociale, che pure sono necessaria e giusta preoccupazione, è compito dei Vescovi ricordare il grido del grande apostolo Paolo: “Quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Cor 2, 1-2). La vita della Chiesa in ciascuno dei suoi membri e in ciascuna comunità è vita in Cristo attraverso lo Spirito, una vita di grazia e di santità, alimentata dalla Parola di Dio e sostenuta dall’assidua partecipazione ai sacramenti e una instancabile lotta contro la tentazione e il peccato, affinché possa vincere l’amore. L’obiettivo primario del vostro ministero pastorale di Vescovi in ogni Chiesa particolare deve essere il rafforzamento della comunione dei fedeli con la Santissima Trinità.

3. È chiaro che la comunità ecclesiale sarà meglio preparata al compimento della missione che promana dal Battesimo quando i suoi membri vivono una profonda attenzione per la santità di vita e l’obbedienza a Dio. Il mistero della comunione che rende la Chiesa “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (cf. Lumen Gentium , 4) è la sorgente di un’attività dinamica che riceve il suo impulso e la sua direzione dallo Spirito mandato da Cristo per guidare e santificare i suoi discepoli fino alla fine dei tempi. La vostra azione evangelizzatrice e missionaria mira a comunicare la conoscenza e l’esperienza della salvezza e della libertà portate da Gesù Cristo. Le parole della prima lettera di san Giovanni sono degne di costante meditazione da parte dei Vescovi e dei loro collaboratori: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (Gv 1, 3). Tutta la storia della Chiesa dagli inizi testimonia del fatto che la presenza cristiana è soprattutto una storia di santità e virtù, di fedeltà generosa a Dio, spesso fino al martirio.

Perché la Chiesa possa compiere la sua missione evangelizzatrice è necessario che ogni Chiesa particolare sia rafforzata in questo compito dall’essere essa stessa continuamente evangelizzata. Dalla profondità della vita di fede, speranza, carità scaturiscono tutti gli altri aspetti della vita della Chiesa nel vostro Paese, come l’azione nel campo dell’educazione e della sanità, il servizio ai poveri che è il grande segno della presenza di Cristo e l’espressione autentica della vitalità delle vostre comunità cristiane. Nell’ambiente multiculturale e multireligioso del vostro Paese, la comunità ecclesiale ha una vocazione particolare a promuovere la riconciliazione e la comprensione nel popolo di origini diverse e di incoraggiare un’aperta e seria riflessione sulle tematiche fondamentali di carattere etico o morale, vecchie e nuove, che sono al cuore del dovere della società di identificare e servire il bene comune di tutti i suoi membri. Tutto questo richiede un chiaro senso della nostra vocazione e missione cristiana.

4. Oggi desidero parlare anche della speciale responsabilità pastorale dei Vescovi per la crescita e lo sviluppo della vita consacrata dei religiosi. “I consigli evangelici, per mezzo della carità alla quale conducono, congiungono in modo speciale i loro seguaci alla Chiesa e al suo mistero” (Lumen Gentium, 44). Per questo il vostro servizio ai religiosi è una componente essenziale del vostro ministero di Vescovi. Il vostro primo obbligo a questo proposito è certamente di amare e difendere questo “dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e colla sua grazia sempre conserva” (Lumen Gentium, 43). I Pastori della Chiesa in India devono essere colmi di gratitudine per quanto la vita religiosa ha significato e significa ora per la vita della comunità ecclesiale nel vostro Paese. Dovete essere ispirati ed edificati dall’abnegazione e dalla dedizione della moltitudine di religiose e religiosi che testimoniano la vita evangelica in mezzo a voi.

Ho notato con piacere che la conferenza dei religiosi dell’India (CRI) ha deciso questo tema per la sua assemblea nazionale del dicembre 1989: “Il ruolo dei religiosi nell’evangelizzazione nella situazione indiana”. Al dibattito su questo tema i religiosi porteranno la grande eredità della loro esperienza di secoli di evangelizzazione in ogni parte dell’India, in tutti i settori della popolazione. In questo campo i religiosi e le religiose sanno che non lavorano per se stessi, che la responsabilità ultima della vita e della missione della Chiesa è dei Vescovi in unione con il successore di Pietro, e che pertanto devono aver cura di integrare e coordinare il loro apostolato con quello delle diocesi in cui operano. Essi sanno che non si tratta di reinventare continuamente il lavoro di evangelizzazione o di cambiare sempre scopi e metodi, ma di perseverare saggiamente e coraggiosamente nell’essenziale, adattando quegli aspetti che, una volta migliorati, fanno sperare in grandi benefici.

5. Il ministero del Vescovo nei confronti dei religiosi presenti nella sua diocesi è della stessa natura del suo ministero verso tutto il Popolo di Dio. È per compiere la missione sacerdotale, profetica e pastorale a lui affidata da Cristo in quanto membro dell’ordine episcopale. Poiché i religiosi appartengono inseparabilmente alla vita e alla santità della Chiesa (cf. Lumen Gentium, 44), egli deve esortarli con la parola e l’esempio a restare saldi nella strada della “sequela Christi” nella quale i loro voti li hanno radicalmente inseriti. Egli dovrebbe trovare delle occasioni per spezzare il pane eucaristico e il pane della parola di vita insieme a loro, per partecipare ad alcuni momenti di vita delle loro comunità nella comunione fraterna ed ecclesiale, con rispetto per la vita di ogni comunità secondo il suo carisma e le norme canoniche.

Un Vescovo ha una grande responsabilità di predicare il Vangelo e insegnare il modo di vita cattolico a tutto il suo popolo, compresi i religiosi e le religiose. Ha il diritto e il dovere di assicurare che venga insegnata e presentata nella sua diocesi la corretta dottrina. Questo comporta, qualora sia il caso, il compito di presentare una corretta esposizione teologica della stessa vita religiosa. In questo egli non si sostituisce ai responsabili della formazione nelle comunità religiose, ma il suo compito è di dare testimonianza autorevole alla verità divina e cattolica (cf. Lumen Gentium, 25), e in questo modo diventare un sicuro punto di riferimento per tutti i membri della Chiesa che cercano di identificarsi con Cristo che è la via, la verità e la vita.

Come Pastore, è dovere del Vescovo guidare la Chiesa particolare alla pienezza della vita cristiana. Questo dovere è particolarmente urgente in questioni liturgiche, nella cura delle anime e nella salvaguardia del bene pubblico della Chiesa. In tutti questi campi sono importanti il dialogo e la comunicazione con i religiosi che prestano servizio nelle vostre diocesi per il bene della comunità ecclesiale e per l’unità dell’azione pastorale. A questo proposito, degli incontri con i superiori maggiori dei religiosi sono una condizione necessaria per la comprensione e la collaborazione e, di conseguenza, il lavoro del comitato congiunto CBCI-CRI merita il vostro sostegno e incoraggiamento.

6. Cari fratelli: nel descrivere brevemente il ruolo del Vescovo in rapporto con la vita religiosa, la mia intenzione è anzitutto di esortarvi a fare dello sviluppo della vita religiosa una delle preoccupazioni fondamentali del vostro ministero individuale e collettivo. Lo farete, proponendo ai vostri religiosi alcuni specifici obiettivi come l’importanza di promuovere un sempre maggior senso della comunità e della vita consacrata tra gli stessi religiosi, la selezione e formazione dei candidati alla vita religiosa, l’eliminazione di tensioni che possono talvolta esistere tra religiosi e religiose e clero diocesano, una giusta inculturazione della vita religiosa che purifica anche certi aspetti delle culture locali, e in particolare la dignità e il ruolo delle donne nella società.

Preparandovi a tornare nelle vostre diocesi, vi chiedo di portare il mio saluto e la mia benedizione ai vostri sacerdoti, religiosi e laici. Ogni giorno nella preghiera io ricordo voi e i vostri collaboratori nella vigna del Signore, invocando su di voi la sollecitudine materna di Maria, nostra madre nella fede. Vi chiedo di essere autentici amici e padri del vostro popolo, offrendogli sempre l’esempio del Buon Pastore che dà la vita per le pecore.

“Ringrazio il mio Dio a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1, 5-6). Con la mia apostolica benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI STUDENTI DEL COLLEGIO MISSIONARIO «MATER ECCLESIAE»

Castel Gandolfo - Domenica, 3 settembre 1989

Voglio ringraziarvi per questa visita. Siamo vicini, in quanto la vostra casa si trova accanto a questa casa dove risiede il Papa. Ed anche per questa ragione era dovuta una visita che ogni anno, mi sembra, si ripete.

Vi ringrazio per questo incontro e vi ringrazio per la vostra permanenza, qui a Castel Gandolfo nel collegio “Mater Ecclesiae”. Rappresentate qui tanti paesi del mondo e tante Chiese, Chiese locali, particolari, presenti nei diversi paesi delle missioni, in tutti i continenti.

Vedendovi ed ascoltandovi penso a tutti i catechisti che sono la vera forza della Chiesa, forza apostolica della Chiesa in ogni paese. Lo dico, basandomi sulle esperienze dei vostri Vescovi, che, di volta in volta, vengono ad incontrarmi in visita “ad limina” e mi parlano di questa forza costituita dai catechisti e dalle catechiste, nelle loro rispettive diocesi, nei loro Paesi, nell’insieme dell’evangelizzazione.

Sono essi, il fondamento per la costruzione, per la edificazione delle Chiese locali. Questo fondamento è autentico, omogeneo perché cresce dal popolo, cresce nella sua possiamo dire, sostanza spirituale, nella sua tradizione, nella sua storia, nella sua cultura. E così si crea un tramite, un ponte tra quello che è ogni popolo, ogni ambiente e la buona Novella che è il Vangelo, che è la Parola di Dio.

Incontrandovi oggi, voglio ringraziare tutti i catechisti del mondo; e sono numerosi. Molti di loro sono eroici. Operano in paesi nei quali si registrano situazioni di guerra, di divisione, come in Africa ed in altri paesi. Tutto il lavoro della Chiesa, il cammino della Chiesa è basato sulla presenza e sulla missione, sul mistero dei catechisti. Ringrazio tutti. Ringrazio tutti nelle vostre persone perché voi siete quasi i rappresentanti di tutti i catechisti del mondo.

Ringrazio per questa opera di evangelizzazione, che è il vostro impegno. Tale opera presuppone un amore per Cristo, perché il Vangelo è suo, lui è la Parola di Dio, Parola del Dio vivente. Non è possibile portare questa Parola, predicare questa Parola, insegnare questa Parola, fare la catechesi se non si ama lui che è la Parola, la Parola del Dio vivente, la Parola incarnata, incarnata una volta, ma per tante altre volte incarnata in diversi popoli, in diverse persone, in diversi secoli della storia. Tutto questo costituisce un’opera gigantesca dal punto di vista spirituale, se ci si riferisce allo Spirito Santo che opera e costruisce questa opera. È lo Spirito di Cristo, lui ci ha meritato questo spirito sulla Croce; Lui ha donato questo Spirito Santo a ciascuno di noi ed a ciascuno di voi per essere testimoni, testimoni di Cristo.

Ecco, vi auguro di essere testimoni di Cristo, di continuare nella vostra missione. Siete qui a Roma per approfondire nel vostro collegio questa, possiamo dire, specializzazione nella catechesi, per prepararvi ancora meglio ad essere quello che siete.

Al termine di questo incontro voglio offrirvi una benedizione ed un rosario. La benedizione esprime la presenza della Santissima Trinità fra noi, nei nostri cuori, nella nostra comunità, nel vostro collegio. Il rosario esprime, sappiamo bene, la presenza materna della Vergine, che è anche Madre della Chiesa. Allora, che sia Madre della Chiesa nel centro di tutti quelli che compongono questo collegio “Mater Ecclesiae”.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I GIOVANI NELLO STADIO «IACOVONE» DI TARANTO

Domenica, 29 ottobre 1989

Carissimi giovani delle diocesi di Taranto, di Oria e di Castellaneta!

1. Ormai al termine del mio viaggio apostolico in terra tarantina, ho la gioia di incontrare voi, insieme con i vostri Vescovi e con i sacerdoti che quotidianamente vi accompagnano nella vostra vita ecclesiale. Il mio soggiorno, così intenso e ricco di emozioni, rimarrà perciò impresso in me con le immagini luminose e incoraggianti della vostra presenza e del vostro entusiasmo. Grazie, carissimi giovani e ragazze; grazie a tutti! Vedo in voi, nella vostra giovinezza, nel vostro entusiasmo, soprattutto nella vostra fede e nella generosità che lo Spirito Santo fa crescere in voi, la più sicura speranza per il futuro delle vostre Chiese e per la continuazione del cammino che insieme abbiamo intrapreso in questi due indimenticabili giorni.

Carissimi, la Chiesa vi conosce: vi conosce perché vi è vicina, perché vi vuole bene. Essa sa che il vostro animo è buono, pur nella fragilità della condizione umana; sa che siete sensibili ai grandi valori, che danno significato e dignità alla vita, come la solidarietà e la giustizia, la verità e la libertà. La Chiesa sa anche che spesso vi sentite soli, che troppe volte vi mancano sicuri e attendibili punti di riferimento, che la vostra speranza rischia di sentirsi tradita. Conosce in particolare il peso che grava su di voi e sul vostro futuro a causa del fenomeno drammatico della disoccupazione, che colpisce anzitutto voi, giovani e ragazze del mezzogiorno d’Italia.

La Chiesa conosce poi assai bene due tentazioni particolarmente insidiose, che minacciano la vostra giovinezza. Quella della droga, che significa negazione della parte migliore di se stessi, rottura di ogni autentico legame con i fratelli e, alla fine, distruzione della vita che Dio ci ha donato. Accanto a questa insidia, e spesso in stretto rapporto con essa, vi è l’altra tentazione, costituita dalle forme di devianza, che attirano i giovani con la lusinga del guadagno senza fatica e di una apparente affermazione di se stessi, ma che in verità li rendono prigionieri di forze e di legami oscuri e criminali, finendo molte volte col fare di loro stessi dei delinquenti, nemici non solo della vita dei fratelli, ma anche della propria vita.

La Chiesa, carissimi giovani, sa tutto questo, e sente di dover sconfiggere con voi le insidie del male, e di costruire insieme con voi quella esistenza più ricca di veri valori, quella società più giusta e più aperta al vostro futuro, alla quale aspirate.

2. Ma la Chiesa soprattutto conosce quel bisogno profondo, che in molti di voi è chiaro e consapevole, in altri rimane in qualche modo nascosto e inconscio, ma che è presente e bussa alla porta del nostro cuore.

È il bisogno di Dio, il bisogno di Cristo: il bisogno di colui che, solo, può offrirci una speranza che non delude e dare senso e significato alla vita delle persone come della comunità, nel presente come nell’eternità, per la quale ci ha creato.

Quindi, la Chiesa vi è debitrice; ha un debito con voi, giovani, e intende onorarlo con tutte le proprie risorse. O meglio: voi giovani, che siete voi stessi Chiesa, Chiesa giovane in questa terra ionica, insieme con tutta la comunità ecclesiale, con i vostri Vescovi, i vostri sacerdoti, i religiosi e le religiose, e tutti i vostri fratelli e sorelle nella fede, avete un debito grande verso l’intera gioventù della vostra provincia e, sia pure in forme diverse, verso ogni giovane del mondo. Questo debito si chiama Gesù Cristo.

Voi avete il compito di portare Cristo ai vostri fratelli, di presentarlo ad essi per quello che egli è: l’unica fonte di vita autentica, la vera speranza del mondo. E, chiaramente, per poterlo presentare in questo modo, dovete viverlo in voi stessi. Solo così potrete suscitare negli altri rispetto, attenzione, interesse. È questa la legge del missionario del Vangelo, della Chiesa comunità missionaria: evangelizzare continuamente se stessi, per poter a propria volta evangelizzare gli altri; lasciarsi convertire da Cristo e dal suo Spirito al Vangelo per diventare nelle sue mani, strumenti di fede e di conversione.

3. Il nostro trovarci insieme in questo stadio, cari giovani e ragazze di Taranto, Oria e Castellaneta, non deve servire soltanto a richiamare questi aspetti centrali del nostro essere cristiani: il Signore ci dà l’occasione di tradurli in precisi impegni di Chiesa e in scelte di vita.

So bene come questo mio viaggio apostolico, e in particolare il vostro incontro di oggi, siano stati preparati mediante l’invio di oltre cento “missionari giovani” in ogni parrocchia. So come sia in corso un forte rilancio della pastorale giovanile, che punta soprattutto sull’impegno missionario e sulle vocazioni: già se ne è raccolto un frutto altamente significativo col notevole incremento del numero dei seminaristi.

Qui voglio incoraggiare i sacerdoti, i religiosi e le religiose, le parrocchie, e soprattutto voi giovani, a sostenere con sempre maggiore determinazione la scelta preferenziale della Chiesa tarantina per la pastorale dei giovani e delle vocazioni. Occorre che le parrocchie spalanchino le proprie porte ai giovani, perché i giovani a loro volta spalanchino a Cristo le porte della loro vita.

4. Voglio aggiungere una parola specifica su un problema di particolare importanza, quello delle vocazioni femminili. Per poter svolgere la propria missione pastorale sui molteplici versanti della preghiera, dell’evangelizzazione, della catechesi, dell’educazione dei ragazzi e dei giovani, dell’assistenza agli ammalati e agli anziani, la Chiesa ha un grandissimo bisogno di donne che, accogliendo con fede e generosa dedizione la chiamata di Dio, si consacrino totalmente a lui e al servizio dei fratelli.

Mi rivolgo pertanto a voi, carissime giovani, perché apriate fiduciose il vostro cuore all’ascolto dell’invito del Signore; mi rivolgo ai sacerdoti, alle parrocchie, alle famiglie, perché incoraggino e sostengano le giovani che si inoltrano in questo cammino. Auspico per le diocesi di Taranto, Oria e Castellaneta un rifiorire delle vocazioni femminili non meno consistente e qualificato di quello delle vocazioni maschili.

5. Tra gli ambiti specifici di impegno missionario dei giovani e per i giovani, emergono con forte rilievo la pastorale degli studenti e quella dei giovani lavoratori. La scelta a favore dell’insegnamento della religione, che nelle vostre scuole avviene in misura tanto elevata da raggiungere talvolta l’unanimità, deve costituire non un punto di arrivo sul quale arrestarsi; ma piuttosto il punto di partenza per un comune impegno, che abbracci non soltanto lo studio e la scuola, ma la vita, e che si esprima nell’adesione pratica, coerente e coraggiosa a quei valori e a quei comportamenti, che trovano nel Vangelo di Cristo il riferimento e la loro motivazione essenziale.

Più ardue possono apparire le difficoltà per quanto riguarda la pastorale dei giovani lavoratori. A lungo infatti, anche tra voi, è stata debole la presenza cristiana nel mondo del lavoro; si è diffusa quindi la diffidenza nei confronti della Chiesa, e la sensazione che essa sia estranea ai problemi del lavoro. Ora si avvertono i segni di una inversione di tendenza, di una nuova consapevolezza che il “Vangelo del lavoro” è parte essenziale nel messaggio cristiano e che la Chiesa è e vuole essere sempre più vicina e solidale con i lavoratori.

Ma perché questa nuova consapevolezza si allarghi e metta solide radici occorre l’impegno di tutte le strutture della Chiesa tarantina in una pastorale organica del mondo del lavoro. Dico a voi, giovani lavoratori che mi ascoltate: la Chiesa è vostra, la Chiesa è mandata per voi, la Chiesa ha bisogno di voi, per portare Cristo ai vostri amici e colleghi, per camminare insieme su quella strada di libertà, di giustizia, di solidarietà, di salvezza che Cristo ha aperto per noi.

6. Una calda parola di affetto, di riconoscimento e di incoraggiamento desidero poi rivolgere a quanti sono impegnati nelle comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti: è un’opera delicata, ma di inestimabile valore, perché rivolta a dei vostri fratelli per aiutarli a ritrovare se stessi, a recuperare la fiducia nella vita; ed è un’opera di fede, perché Gesù ci viene incontro anzitutto in coloro che più gravemente e drammaticamente si trovano nel bisogno.

In questa luce di solidarietà cristiana, accanto al recupero dei tossicodipendenti si collocano tutte le altre iniziative di servizio all’uomo, che fioriscono nelle vostre Chiese. Non stancatevi, cari giovani e ragazze, di fare il bene, di donare qualcosa di voi stessi ai fratelli meno fortunati. E ancor meno stancatevi di offrire a tutti la Parola della vita, il Vangelo del Signore Gesù che è la verità di Dio e la verità dell’uomo, la verità che ci fa liberi e buoni.

7. All’inizio di questo incontro ricordavo i problemi che pesano sulla vostra vita di giovani, a cominciare da quello della disoccupazione. Vorrei ora lanciare un appello a tutta la gente di questa terra tarantina, e in particolare ai responsabili politici e delle istituzioni, ai rappresentanti dell’imprenditoria, dei sindacati, di ogni forza sociale, per un impegno solidale affinché sorgano in queste zone nuove possibilità e nuovi spazi di lavoro, soprattutto per i giovani. Sarà questo anche un contributo a prevenire i fenomeni di devianza e le varie patologie sociali.

Maria santissima, stella dell’evangelizzazione, che so da voi tanto amata e venerata, vi sostenga, carissimi giovani, con la sua materna e potente intercessione, sia per voi e per le vostre Chiese modello di una fede più forte di ogni dubbio e di ogni timore, sia guida ai vostri passi sulle vie dell’evangelizzazione!

A tutti la mia affettuosa benedizione!

Al termine del discorso ai giovani, il Santo Padre improvvisa le seguenti parole:

Prima di concludere, vorrei anche dire bravi, bravissimi. Vorrei dirlo per tutta la vostra adunanza, così numerosa, così vivace. E vorrei, allo steso tempo, dirlo per quanto avete preparato come vostra “parola”. Ho molto apprezzato l’introduzione della votra amica che ha parlato all’inizio, Fabrizia, ma voi avete espresso questa parola attraverso tutta la parte visuale, la visualizzazione di come voi cercate di esprimere la vocazione cristiana, le diverse vocazioni che confluiscono in una vocazione cristiana e, questa cristiana, è sempre vocazione all’apostolato. Tutto è cominciato con gli apostoli. Questi sono poi quasi scomparsi qui a lato e sono entrati i giovani con gli anelli, la vocazione matrimoniale. E poi i giovani e le giovani con le lampade, la vocazione alla vita consacrata. E tutto ciò ha costituito una visualizzazione del cammino del Popolo di Dio, della Chiesa che vive sempre da Gesù Cristo, dal suo Spirito e che vive sempre per Gesù Cristo e in lui. Era una visualizzazione molto suggestiva. Voglio ringraziarvi per questa “parola” espressa al Papa attraverso la visualizzazione di come i giovani di Taranto intendono e presentano, a se stessi, agli altri e anche al Papa, l’evangelizzazione, oggi. Vi ringrazio.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI SACERDOTI, AI RELIGIOSI E AI LAICI DELL’ARCIDIOCESI

Concattedrale di Taranto - Domenica, 29 ottobre 1989

Carissimi presbiteri, religiosi, suore e laici della Chiesa di Dio che è in Taranto!

1. A tutti voi il saluto della pace e della grazia di Cristo: pace nella carità e nella fede, nella piena comunione ecclesiale.

Con l’apostolo Paolo, anch’io “ringrazio il mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi, a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del Vangelo” (Fil 1, 3-5).

Vi saluto tutti. In particolare rivolgo il mio pensiero al diletto fratello, monsignor Salvatore De Giorgi, vostro Arcivescovo, ed al suo predecessore nel servizio pastorale dell’arcidiocesi tarantina, monsignor Guglielmo Motolese. L’uno e l’altro, testimoni di un costante ed instancabile donarsi a questa comunità, per l’approfondimento della fede e l’aggiornamento della vita pastorale, di fronte alla rapida crescita della realtà ionica in questi ultimi anni.

In questa concattedrale, simbolo della vostra vocazione a fare della società in cammino “un cuor solo e un’anima sola”, incontro tutti voi che operate, con diverse responsabilità ma con solidale condivisione dell’ansia apostolica, al servizio della comunità diocesana, consapevoli delle richieste dell’oggi nel solco della tradizione cristiana di questo popolo. Ed è un incontro tanto significativo perché la vostra concattedrale, con idea geniale e tanto eloquente, racchiude anche una cattedra per il Papa.

2. Mi è gradito rivolgere il pensiero anzitutto alla figura del santo patrono della vostra arcidiocesi, san Cataldo, tanto amato ed onorato da tutta la comunità.

La tradizione lo ricorda proveniente dall’Irlanda, pellegrino di Terra santa. Fatto Vescovo di Taranto. gettò le fondamenta di questa Chiesa, predicandovi la vera fede.

La sua testimonianza, resa significativa dalla permanenza nella terra di Cristo, nel desiderio di rivivere i misteri della sua vita e di ripercorrere la storia del suo amore salvifico, anche oggi sottolinea come il cammino di ogni comunità ecclesiale debba rifarsi sempre al ministero apostolico, operando in continuità con il mandato del Signore: “Avrete la forza dello Spirito Santo, che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Il vostro patrono san Cataldo vi riporta, dunque, al senso autentico della Chiesa particolare: in ogni diocesi “è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, una santa, cattolica e apostolica” (Christus Dominus , 11).

Anche voi desiderate incontrare il Signore nel vostro viaggio terreno, e ripercorrere i passi della sua vita. Come gli antichi pellegrini, dopo aver riconosciuto le testimonianze storiche del Figlio di Dio incarnato, se ne facevano missionari, anche voi dovete proclamare alle nuove generazioni che Gesù è risorto. La misericordia di Dio, rivelatasi nel Redentore, vi chiama ad un cammino di conversione e di apostolato. Come membri della Chiesa di Taranto, voi siete un popolo pellegrinante sulle orme di san Cataldo; come membri della Chiesa universale, siete popolo nato dall’esodo pasquale di Cristo Signore. Nella forza dello Spirito Santo, siete perciò chiamati tutti alla santità specifica del vostro servizio alla Chiesa e all’uomo.

3. Ecco, allora, miei cari, che cosa dà motivo di gioia al Papa: la vostra cooperazione nella diffusione del Vangelo, specialmente attraverso la pastorale vocazionale e giovanile.

La preoccupazione di evangelizzare i giovani sta come alla base di tutte le iniziative ecclesiali. Voi dovete portare la gioia e la speranza della fede nel cuore e nell’intelligenza delle generazioni giovanili. Voi lavorate per la Chiesa tutta, per il suo futuro. Un lavoro che, per essere catechesi costante e organica dei giovani, deve anzitutto preoccuparsi dell’adeguata preparazione di catechisti e di animatori. Un lavoro che imparerà a servirsi di ogni forma di dialogo e di testimonianza, affinché i giovani possano sentirsi amati nel loro cammino ed impegnati a testimoniare la freschezza di una vita vissuta secondo il Vangelo.

All’interno del processo di formazione umana, con le sue difficoltà naturali e le alternanze tipiche dell’età, sappiate presentare il messaggio del Vangelo senza temere la fatica ed anche gli insuccessi. Non mancate di offrire ai giovani modelli credibili di vita evangelica, curando la loro formazione anche attraverso la graduale assunzione di responsabilità nella vita parrocchiale e sociale. L’educatore, il catechista, il sacerdote dovranno essere testimoni esemplari e concordi. È l’esempio che aiuta i giovani ad aprirsi ai valori umani e cristiani ed a considerare le proposte sulle diverse vocazioni, specialmente sacerdotali e religiose, che saprete loro offrire in nome di Cristo, della Chiesa e dell’umanità di oggi.

Perseverate, dunque, in un lavoro parrocchiale e vicariale articolato e multiforme; stimolate i gruppi e le associazioni; camminate nella fiducia reciproca e nella collaborazione, riconoscendo che il lavoro pastorale poggia soprattutto sull’azione dello Spirito Santo.

4. Carissimi, proprio nella luce dello Spirito Santo considerate anche un altro delicato aspetto del vostro contesto pastorale. Mi riferisco alla religiosità tradizionale del vostra popolo, che sembra coesistere con taluni segni stridenti di secolarizzazione. La Chiesa italiana, proprio qui, di recente ha promosso un incontro di studio e di confronto.

Poiché la pietà popolare è sempre un veicolo corale che suscita attenzione verso l’annuncio della fede, voi non mancherete di arricchirla di contenuti biblici, liturgici e sociali, servendovi di elementi significativi delle tradizioni e della sensibilità del vostro popolo. Forse occorrerà purificarla da alcuni residui storici non del tutto in sintonia con la fede. Ma certamente bisognerà considerarla come una occasione privilegiata del servizio di formazione dei fedeli laici, che ogni diocesi deve ritenere prioritario (cf. Christifideles Laici , 57). In questo modo voi potete incontrare molti adulti, ai quali - come raccomandai ai Vescovi pugliesi in visita “ad limina Apostolorum” nel 1986 - siete tenuti ad offrire “una adeguata catechesi permanente, che faccia sempre più approfondire il messaggio ed il mistero della salvezza, per riviverne e realizzarne le esigenze, senza rispetto umano e con grande franchezza, nell’ambito della professione e del lavoro quotidiano” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 [1986] 2005).

L’attenzione agli adulti e alla famiglia vi spinga a nuova fiducia anche di fronte ai fenomeni dell’ateismo e della laicizzazione. Sappiamo bene che in ogni uomo esiste una fondamentale e radicale disponibilità alla fede, collegata con l’anelito alla giustizia, alla bellezza ed alla verità. Ogni uomo che cerca la verità, cerca anche Dio. “È proprio all’interno dell’uomo - ci ricorda il Concilio - che molti elementi si contrastano . . . Da una parte infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d’altra parte si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore” (Gaudium et Spes , 10).

A questa “situazione interiore” di ogni uomo noi vogliamo venire incontro per suggerire la risposta di Cristo a questioni che si pongono alla sua coscienza con sempre nuova acutezza: Che cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte? Che cosa valgono le conquiste del benessere, ottenute tanto spesso a così caro prezzo?

Dobbiamo avere fiducia che ogni uomo, quando riflette su tali interrogativi, già si trova nella condizione di presagire il valore dell’annuncio cristiano, che afferma, con grata sicurezza, che se l’uomo esiste, ciò è avvenuto perché Dio lo ha creato per amore e per amore non cessa di dargli l’esistenza e di chiamarlo a sé.

In questo lavoro di dialogo e di ricerca per condurre a Dio ogni persona ricordiamo sempre che la fede è, sì, apertura dell’animo alla verità divina; ma è soprattutto grazia di Dio, il quale comunica se stesso all’uomo e lo chiama alla partecipazione della sua stessa vita.

5. Carissimi, chiedo ora a Maria una parola di incoraggiamento per tutti voi. Da Cana ella vi dice: “Fate tutto quello che vi dirà!” (Gv 2, 5).

A voi, cari sacerdoti, religiosi e laici, ripeto le parole di Maria, sensibile ad ogni attesa dell’umana famiglia e pienamente fiduciosa nell’intervento del Figlio. Maria vi insegni ad essere servi della “gioia ritrovata”, del “vino nuovo” che Cristo ci dona nella sua Parola e nel suo Sangue.

La comunione con Cristo, ravvivata dalla presenza materna di Maria e dalla custodia di san Giuseppe, rinnovi ogni giorno la nostra missione di evangelizzatori, impegnati a promuovere lo “sviluppo autentico dell’uomo e della società” (Sollicitudo Rei Socialis , 1). Crescete nella comunione tra voi e con tutte le Chiese di Puglia e del sud. In questi giorni i Vescovi italiani ricordano la lettera collettiva dell’Episcopato Meridionale, uscita nel 1948, con un documento che esige da tutti nuove sintonie culturali e pastorali, nel vostro impegno ecclesiale a favore delle società meridionali. Siate anche voi interpreti attenti e operosi degli aneliti di giustizia e di pace di questo amato mezzogiorno d’Italia, guidandolo sulle vie dell’unità e della solidarietà percorse dai vostri santi. È la missione stessa di Cristo. Egli è con voi perché portiate frutto ed il vostro frutto rimanga.

E come pegno della grazia divina e dei doni dello Spirito di Cristo scenda su di voi la mia benedizione apostolica.

Prima di lasciare la concattedrale il Santo Padre rivolge ai presenti le seguenti parole:

Devo ringraziarvi, e lo faccio con il cuore pieno di riconoscenza per questa stupenda accoglienza che ho ricevuto durante questa visita a Taranto. Allo stesso tempo devo lasciarvi anche un augurio. Questo entusiasmo, questa accoglienza, sono certamente un segno della vostra fede, del vostro attaccamento alla Chiesa di Cristo e, soprattutto, a Cristo stesso, a Cristo crocifisso, a Cristo risorto, a Cristo che vive attraverso i secoli dei secoli e ci conduce tutti verso il Padre. Vi auguro, carissimi, di perseverare in questa fede, di continuare con entusiasmo l’opera salvifica in cui Cristo ci ha coinvolti tutti. Egli ci ha salvato ma ci ha anche fatto partecipi di questa opera della salvezza da lui compiuta. Con questo augurio voglio salutare i presenti e tutta la città di Taranto prima di ripartire per Roma dove è la mia Sede.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AGLI AGRICOLTORI E AGLI ARTIGIANI

Piazza XX settembre di Martina Franca (Taranto) Domenica, 29 ottobre 1989

1. Durante la mia visita all’arcidiocesi di Taranto non poteva mancare l’incontro con la vostra bella comunità di Martina Franca. Da questo luogo sono spinto a guardare l’orizzonte, cercando da un lato il mare Ionio e dall’altro l’Adriatico. Ma soprattutto lo sguardo cerca la suggestiva valle d’Itria, curata con amorevole fierezza dai coltivatori della terra e da tutto il popolo martinese. Nello stesso tempo, con uguale curiosità, gli occhi si dirigono verso il centro storico, alla ricerca delle raffinate manifestazioni della vostra tradizione artigianale.

Contemplando da questo singolare osservatorio l’insieme di case e strade, giardini e campi che formano Martina Franca, si prova subito un sentimento di ammirazione per il Creatore e per l’opera delle mani dell’uomo. È, la vostra, una terra strappata faticosamente alla roccia della Murgia, resa docile e feconda con il lavoro tenace di generazioni di contadini e di massari; una terra che ha fornito, per così dire, la materia prima alle tante e diverse botteghe di artigiani, abili nella lavorazione del legno e della pietra, della calce e della lana. Botteghe che - sappiamo bene - hanno gloriose tradizioni anche in altri centri di questa provincia: penso soprattutto a quelle della ceramica di Grottaglie.

Grande è stato il merito dei vostri padri, che hanno saputo custodire e coltivare i boschi, arricchire la terra di vigne ed ulivi, piegare la durezza della pietra e costruire i bianchi tipici “trulli”.

Altrettanto degna di ammirazione è la loro fede operosa, che ha costellato il territorio di cappelle, santuari e chiese, fra cui primeggia l’insigne collegiata di san Martino. Tutto questo testimonia un’antica, feconda comunione tra religione e lavoro, tra fatica e croce, tra sudore e preghiera, tra creatività e redenzione (cf. Laborem Exercens , 27).

2. Oggi, lo sappiamo, l’economia di questo territorio non è priva di difficoltà, al punto che le piccole aziende agricole a conduzione familiare cercano l’integrazione con altre attività, artigianali e non. L’agricoltura e l’artigianato vivono una complessa evoluzione, non solo e non tanto per le strutture e per i metodi di produzione, quanto piuttosto per il rapporto di dipendenza fra domanda e offerta, che impone limiti alla quantità e condizioni sempre più esigenti alla qualità e novità dei prodotti. Nessun settore produttivo può dirsi a sé stante.

Nella catena agro-industriale e agro-alimentare, l’agricoltura è anello del sistema economico del paese e specchio - con l’artigianato - di una interdipendenza sempre più marcata nello sviluppo. Proprio per questo anche il vostro lavoro è esposto al rischio di una nuova schiavitù imposta dal datore di lavoro “indiretto”. Ne ho parlato nella Laborem Exercens, mettendo in guardia contro una politica del lavoro non corretta dal punto di vista etico, proprio perché trascura un tale sistema di condizionamenti, gestito a volte dallo Stato stesso (cf. Laborem Exercens, 17). Sono qui ad incoraggiare e sollecitare sforzi di politica economica volti alla salvaguardia di diritti specifici dei lavoratori, particolarmente del sud.

La urgente diversificazione dell’economia ionica esige che l’agricoltura di tutta la provincia sia sostenuta con processi cooperativistici coordinati e corretti insieme con poli agro-industriali integrati; esige anche che l’artigianato non sia condizionato ad una sopravvivenza elitaria e volontaristica, ma incoraggiato con l’applicazione delle leggi di settore. La crisi mondiale dell’acciaio chiede che il bene comune sia perseguito attraverso una nuova, giusta e solidale regolazione dei rapporti fra le diverse economie.

3. Ho parlato di solidarietà. Essa è insieme sorgente e frutto della pace con Dio e con tutto il creato. Essa fonda ed alimenta quel rapporto sereno ed armonico degli uomini fra di loro e con le realtà del cosmo, che è stata tradizione feconda della civiltà rurale, come pure della cultura delle botteghe, vere e proprie scuole di vita.

Non posso fare a meno di consegnare a voi, martinesi, la mia sollecitudine per una delle sfide più pressanti della nostra generazione: come conciliare l’economia dello sviluppo con l’ecologia umana, con la qualità della vita.

Ricerche scientifiche, proposte ed iniziative di associazioni professionali e, soprattutto, la responsabilità degli operatori economici, devono stabilire la compatibilità “umana” fra le tecniche di produzione, trasformazione e commercio e il rispetto degli equilibri ambientali. “Nei confronti della natura visibile siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire” (Sollicitudo Rei Socialis , 34). Un compito, questo, che impegna ogni cittadino.

In questa vostra terra ancora relativamente immune dagli inquinamenti delle grandi aree urbane ed industriali, il Papa vi esorta alla lungimiranza di fronte a beni come l’aria pura e l’acqua limpida, i boschi verdi e le terre coltivate. Solo così consegnerete integro alle generazioni future il patrimonio di queste vostre ricchezze naturali, insieme con l’antico spirito di accoglienza operosa, cordiale ed esigente dei vostri padri. Solo così trasmetterete il senso genuino del creato e della fraternità ai vostri discendenti e a quanti abiteranno, domani, questa terra che vi è cara.

4. La qualità della vita non è solo il risultato di un ambiente sano e pulito, ma il frutto della promozione globale dei valori economici, culturali e morali di un popolo.

Tanti valori devono essere sempre riproposti, redenti e resi armonici mediante la sapienza evangelica.

In particolare, la qualità della vita morale e religiosa, che da sempre è anima e fermento della vostra civiltà, vi impegna tutti in un’opera di generosa rivitalizzazione. Le espressioni originali di religiosità popolare e di impegno sociale, che caratterizzano la vostra storia, vi stimolano in questa stagione ad una nuova semina, ovunque sia possibile: nelle associazioni di culto e nei luoghi di formazione, nell’apostolato della carità, nelle confraternite e nelle altre organizzazioni. Sapendo che “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12, 7), siate “operai della vigna”, gioiosi e laboriosi, affinché Martina Franca - che ha fornito uomini di genio e di cultura, Vescovi e sacerdoti, religiosi e laici, benemeriti della società e della Chiesa - continui a portare abbondanti frutti di cooperazione e solidarietà anche ai nostri giorni.

Popolo diletto di Martina Franca, accogli le tue nuove generazioni con costante e coraggioso amore alla vita, nel fiducioso ascolto della Parola di Dio. Saprai così resistere alla tentazione del consumismo e alla seduzione del secolarismo.

Aziende agricole e botteghe artigianali, ditte tessili e imprese edili, voi tutte espressioni del lavoro commerciale e delle attività culturali, artistiche e sportive di questo popolo tenace di Martina Franca, possiate proseguire verso nuovi traguardi di convivenza civica e di progresso sociale e spirituale. Vi animi l’amore alla vostra terra e all’unità delle vostre famiglie, vi orientino l’insegnamento della Chiesa e il richiamo della santità cristiana.

Con l’intercessione del celeste patrono san Martino, a tutti imparto la mia paterna benedizione.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON GLI ALUNNI DEL SEMINARIO REGIONALE DI TARANTO

Domenica, 29 ottobre 1989

1. Cari giovani alunni di questo seminario liceale interdiocesano, e cari ragazzi provenienti dal seminario ginnasiale di Taranto e Castellaneta!

Eccoci di nuovo insieme. Meno di un anno fa siete venuti a trovarmi in Vaticano ed avete partecipato alla santa Messa nella cappella Redemptoris Mater . Ora desidero restituirvi la visita in questa bella casa di formazione. Anche questa volta l’incontro avviene all’inizio della giornata, per effondere la prima lode al Signore.

Il mio saluto va a tutti voi, alle vostre famiglie ed ai vostri superiori, ai docenti ed a tutti i collaboratori di questi seminari. Saluto in particolare le religiose che consacrano a voi preghiere e fatiche: le carmelitane del vicino monastero “Gesù Sacerdote” e le suore missionarie del Sacro Costato qui presenti. Infine saluto di cuore tutti i vostri Vescovi, le vostre diocesi e le comunità religiose e parrocchiali da cui provenite.

2. Sono lieto di vedervi numerosi e di sapere che vi animano intenzioni generose, nel desiderio di consacrarvi a Dio per il bene della Chiesa di Puglia. L’antico albero del cristianesimo, che ha messo profonde radici in terra pugliese, è sempre vivo e pronto a mettere nuovi germogli, che fanno ben sperare per il futuro delle vostre Chiese.

È importante che voi, giovani orientati a diventare i sacerdoti del duemila per questo vostro popolo generoso, sappiate ascoltare la voce insistente della vostra storia religiosa, e non dimentichiate che il rinnovamento ecclesiale e sociale del sud sarà anche domani intimamente collegato con l’opera spirituale, morale e culturale del suo clero.

Sappiate ispirare la vostra formazione agli esempi luminosi che vi offrono pastori di questa vostra terra, totalmente dediti al loro gregge nell’annuncio della Parola di Dio e nella costruzione di comunità cristiane veramente impegnate. Stanno davanti a voi, per incitarvi, anche figure recenti di eroici missionari pugliesi, che non hanno temuto di dare la vita per il Cristo.

3. Il vostro itinerario di maturazione umana e cristiana, orientato al sacerdozio, è anzitutto una crescita nella capacità di ascolto. Vi parlano i santi della gioventù, raffigurati nella cappella del vostro seminario; vi parlano le eminenti personalità della vostra Chiesa e della vostra storia, vi parla il vostro cuore. Ma soprattutto vi parla Cristo. In questo cammino la sua voce si fa sempre più chiara ed esigente: Seguimi! (Lc 5, 27). Eppoi: - Vai anche tu a lavorare nella mia vigna! (cf. Mt 20, 4. 7) - Sarai mio testimone! (cf. At 1, 8) - Anche tu dovrai confermare i tuoi fratelli nella fede (cf. Lc 22, 32). - Voi siete miei amici, perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre (cf. Gv 15, 14-15).

Carissimi, vivete la beatitudine dell’ascolto e, se Dio vorrà, avrete la forza di “lasciare tutto” (Lc 5, 11) per seguire Gesù e servirlo nei fratelli.

4. Il primo presupposto per un costante ascolto di Cristo è la piena conoscenza di voi stessi. Un lavoro metodico ed intelligente sul vostro io vi aprirà alla formazione consapevole e gioiosa dell’uomo nuovo.

È una novità di vita che voi esprimete già da oggi, quando crescete nell’amore fraterno e nella libertà, facendo tesoro delle indicazioni che vi vengono dalle guide spirituali, dai compagni e dagli avvenimenti con cui il Signore arricchisce il vostro cammino. Soprattutto quando stimate la preghiera e le restate fedeli, alimentando un dialogo ininterrotto con Cristo, amico e fratello.

Imparate a riconoscere tale novità di vita ogni giorno sul volto di Maria, la Vergine dell’ascolto, modello di docilità allo Spirito e di servizio radicale a Dio per la salvezza dell’umanità.

5. Su tutti voi invoco le grazie necessarie per coronare il dono della vocazione sacerdotale: la luce del Signore, perché illumini le vostre coscienze, e la generosità del cuore di fronte agli inevitabili sacrifici. Invoco per voi e per i vostri educatori la sapienza di Cristo per realizzare il programma di crescita umana e cristiana che già vi impegna. Invoco, infine, sui vostri Vescovi e su tutti i vostri cari la consolazione di vedervi arrivare un giorno all’altare.

Maria, regina degli apostoli, vi conduca per mano e vi sostenga nel cammino.

Su tutti voi e sui vostri buoni propositi la mia benedizione apostolica.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE COPPIE DI SPOSI

Cattedrale di Taranto - Sabato, 28 ottobre 1989

Carissimi sposi.

1. Ringrazio il vostro Arcivescovo, e anche la coppia di sposi, per l’indirizzo di saluto rivoltomi a nome di tutti.

Ogni volta che entro in una cattedrale mi sento accolto da tutta la Chiesa particolare. Questa, sera, a conclusione della prima giornata a Taranto, sono lieto che siate voi, giovani coppie, a farvi interpreti della vostra Chiesa, insieme col vostro Pastore diocesano, nell’accogliere il Papa. La vostra festosa presenza, cari sposi, suscita, in questo antico tempio, un atmosfera di giovinezza e di speranza.

A voi e a tutte le coppie rivolgo un cordiale saluto, esprimendo la mia gioia. In mezzo al Popolo di Dio voi avete il vostro dono specifico: col sacramento del Matrimonio significate e partecipate il mistero di unità e di fecondo amore che lega Cristo alla Chiesa (cf. Lumen Gentium , 11). Tra voi il Papa conclude la sua giornata, gustando in un certo senso, di essere accolto nella vostra casa per rivedere con voi i momenti più significativi del vostro cammino.

Il ricordo della cerimonia delle recenti nozze è ancora vivissimo nel vostro cuore, con quello delle parole di augurio e di benedizione che il sacerdote vi ha detto in quel giorno dall’altare: nel nome di Dio e della Chiesa, alla presenza dei vostri cari, vi ha esortati con coraggio e fedeltà, alla vostra vocazione. Ora questo incontro ci consente di riannunciare la buona notizia del Matrimonio cristiano.

2. In questa luce vorrei raccomandarvi, anzitutto, di vivere la vostra unione in un clima di fede. L’amore cristiano non è solo frutto del proprio volere o del proprio sentire, ma è anche e soprattutto effetto della vita di grazia che opera nell’esistenza degli sposi. Essi, come cristiani, si amano sì col cuore umano, ma nel contempo, vorrei dire, si amano anche col Cuore di Cristo e nel Cuore di Cristo: è Cristo stesso che ama in loro e per mezzo di loro, se è vero che il cristiano può dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20).

Questo pensiero, cari sposi, è tale da dare un grande conforto nelle responsabilità che vi attendono come primi educatori dei vostri figli; nelle gioie caste e profonde dell’unione a due; e anche nei momenti di prova, quando sembra venir meno la reciproca fiducia, quando sembra tanto difficile accettarsi vicendevolmente, quando le incomprensioni sembrano offuscare o quasi spezzare la sintonia e la comunione.

È Dio stesso che vi ha uniti! È lui che ha voluto e benedetto il vostro amore! È lui che può e vuole amare in voi ed attraverso di voi! L’amore, se abbandonato alla fragilità delle sole forze umane, non resiste alle difficoltà; ma, se radicato in Dio, sa restare fedele e temprarsi nella prova.

Il Matrimonio cristiano, cari sposi, è un’esperienza di fede da fare insieme, in un itinerario serio di formazione e di testimonianza, che culmina il giorno del “sì”, ma che si prolunga per tutta la vita.

3. L’amore tra i coniugi può andare incontro a crisi solo se è egocentrico e individualistico. Gli sposi cristiani sanno che ogni specie di amore, ma in particolar modo quello coniugale, deve trovare nel dono di sé il suo principio e la sua legge, per poter dare la felicità che promette. San Paolo ha offerto di ciò una splendida enunciazione nel capitolo tredicesimo della lettera ai Corinzi: “la carità - egli dice tra l’altro - tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13, 7).

Senza la pratica di questa legge, qualsiasi forma d’amore finisce, a lungo andare, per raffreddarsi e diventare incapace di reggere alle prove. Ciò vale, in particolare, per l’amore coniugale, la cui finalità non si racchiude nell’ambito della sola esperienza terrena, ma si apre ad una prospettiva di vita eterna. È necessario scoprire nella persona amata l’immagine di Dio, in essa impressa, se si vuole che nasca per lei un amore senza fine. L’amore cristiano mette in luce tale immagine e, per questo, è garanzia di fedeltà reciproca. È ancora san Paolo (cf. Ef 5, 22-23) - come ho ricordato nella lettera apostolica “Mulieris Dignitatem ” - ad annunciarci la novità della “sottomissione reciproca nel timore di Cristo . . . Mentre nella relazione Cristo-Chiesa, la sottomissione è solo della Chiesa, nella relazione marito-moglie la sottomissione non è unilaterale, bensì reciproca!” (Mulieris Dignitatem, 24).

4. Col Matrimonio, sposi carissimi, avete iniziato l’attuazione di un grande progetto: fondere le vostre persone fino a diventare “una sola carne” e far nascere, da questa stupenda unione, la vita, la vita dell’uomo. Siete collaboratori del Creatore nella diffusione e nell’educazione della vita umana. L’amore sponsale sfocia per sua natura nell’amore paterno e materno. Il vostro essere-padre ed essere-madre, tuttavia - voi lo sapete - va al di là del semplice fatto fisico, per divenire un generare spirituale. Ecco la vostra opera educativa! Siete chiamati a comunicare al frutto della vostra unione non solo i beni materiali, ma anche quei beni dello spirito e quelle virtù, quegli ideali e quei valori morali, che costituiscono l’eredità più preziosa. Per essa i vostri figli sapranno esservi grati. L’eredità dei beni materiali, per quanto importante, può essere “rubata dal ladro o consumata dalla tignola”; l’eredità di una vita fatta di esempi retti e santi è un tesoro che nessun ladro può rubare e nessuna tignola consumare (cf. Lc 12, 33).

5. Educare i propri figli all’onestà, alla lealtà, alla giustizia: ecco l’aspirazione di ogni buon genitore. Figli che siano l’onore dei genitori, certamente, ma che siano anche l’onore della Chiesa.

La formazione dei giovani alla scoperta della vita come dono e vocazione, alla purezza personale ed alla comprensione della dignità del Matrimonio, alle virtù sociali, umane e cristiane, è e resta sempre, per i genitori, un’arte difficile. Purtroppo, spesso essi lamentano di non essere sostenuti, nella loro opera educativa, dall’ambiente che li circonda e dai mezzi della comunicazione di massa, generalmente ispirati a criteri permissivi.

Nonostante queste difficoltà, sposi carissimi, contate sulla grazia di stato: essa vi abilita a compiere adeguatamente i vostri doveri di genitori e di educatori, aprendovi esaltanti prospettive di bene per i vostri figli. Quanto più sarete attratti dalle grandi mete cristiane, tanto più potrete far fronte con successo alle vostre responsabilità. Del resto, quanti genitori nella storia della Chiesa hanno avuto la grazia e la forza di educare figli buoni e retti, pur nel contesto di situazioni difficili! Quanti grandi santi hanno ricevuto il germe iniziale del loro cammino di perfezione in seno alla famiglia!

Come non ricordare qui una gloria spirituale di Taranto, il beato Egidio, nato non lontano dalla cattedrale, al pendio La Riccia, in una famiglia laboriosa e timorata di Dio?

6. La Chiesa di domani ha bisogno di voi, sposi carissimi. Siate coscienti della vostra alta missione e fate tesoro, abbondantemente, di tutti gli aiuti spirituali e le proposte pastorali che la Chiesa vi offre, a livello parrocchiale e diocesano, per rispondere alla vostra chiamata di sposi e di educatori. Assicurerete così, non solo alla comunità ecclesiale, ma anche alla società, la collaborazione più efficace e lungimirante. Infatti “la promozione di un’autentica e matura comunione di persone nella famiglia diventa prima e insostituibile scuola di socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all’insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo, dell’amore” (Familiaris Consortio , 43).

L’incontro nella Basilica-cattedrale di san Cataldo ricordi a voi e a tutte le famiglie il profondo legame con la Chiesa locale, nel suo cammino storico, e il dovere di crescere nell’unità e nell’amore. Chiamati ad accogliere e a servire il dono ed il mistero della vita, sappiate sempre cercare il modello e la protezione di Maria e di Giuseppe, la madre ed il custode del Redentore.

Di cuore vi benedico, insieme con i vostri cari.

Al termine il Santo Padre ha pronunziato le seguenti parole:

Non possiamo naturalmente esaurire questa tematica così profonda e diversificata come è la tematica della vostra vocazione e della vostra missione, umana e cristiana, ma tocchiamo almeno alcuni punti. Se potessi aggiungere una cosa che mi viene in mente a quanto ho già detto, vorrei incoraggiarvi, anche invitarvi a perseverare nella preghiera. Voi siete stati uniti in sacramento davanti a Dio e siete così uniti sempre, in ogni situazione. Questa unione davanti a Dio è già una preghiera esistenziale. La vostra esistenza, attraverso il sacramento, si è fatta tutta una preghiera.

Come non esprimere questa preghiera esistenziale, questa verità esistenziale del vostro Matrimonio? Come non esprimerla anche nella preghiera, liturgica, orale, meditativa? Come non inginocchiarci davanti a Dio Padre onnipotente che vi ha uniti, che vi ha fatti “una carne”, ma anche uno spirito, nel Cristo? E poi, carissimi, se si vuole trovare un ambiente per l’opera educativa di cui ho precedentemente parlato, se si vuol edificare un ambiente spirituale, educativo nella famiglia, si deve pregare. Non si può insegnare ai figli la verità di Dio se non si prega insieme con loro, perché questa verità di Dio si esprime con la preghiera e si trasmette con la preghiera. Vi invito di cuore a questa preghiera comune, comunitaria, matrimoniale, familiare. E così si possono superare le prove, vincere le prove e soprattutto rendere realtà quanto avete promesso davanti all’altare, davanti a Dio, promesso a voi stessi in questa stupenda alleanza matrimoniale, in questo patto a due in cui avete promesso la fedeltà, l’amore, e la perseveranza nella comunione matrimoniale, fino alla morte. Fatelo attraverso la preghiera. Cercate di realizzare, attuare quotidianamente questo grande progetto della vostra vita, attraverso la preghiera, basandovi sulla preghiera, traendo da essa la forza.

La preghiera non è solamente opera nostra in cui noi ci impegniamo, in cui noi ci portiamo davanti a Dio e verso la sua maestà infinita e la sua bontà. La preghiera è anche sorgente delle energie divine. È un dialogo delle forze. Noi veniamo davanti a lui, al nostro Dio e Padre, alla Santissima Trinità, davanti al Redentore, davanti allo Spirito Santo. Ma lui subito entra in dialogo con noi e vuole offrirci queste energie per cui la nostra vita si fa divina.

È quanto volevo aggiungere senza dilungarmi troppo. È bellissima questa composizione: la più antica cattedrale delle Puglie, dell’XI secolo, e i più giovani sposi della arcidiocesi di Taranto.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LA POPOLAZIONE DI TARANTO

Piazza della Vittoria - Sabato, 28 ottobre 1989

Cari cittadini di Taranto!

1. Finalmente si compie il nostro reciproco desiderio di incontrarci qui, nella vostra bella, antica ed operosa città dei due mari, e ringrazio Dio per il dono che ci fa.

Tutti saluto di gran cuore: fratelli nell’Episcopato, autorità cittadine, provinciali e regionali, sindaci della provincia ionica; e voi presenti in questa piazza della Vittoria, e quanti in diversi modi sono in ascolto.

Ringrazio, in particolar modo, il signor ministro, che ha parlato in rappresentanza del governo, e il sindaco di Taranto, che mi ha rivolto espressioni di benvenuto e di omaggio a nome di tutta la cittadinanza.

Ventun anni fa, Paolo VI voleva celebrare la Messa della notte di Natale tra gli operai del centro siderurgico, in questa terra, “chiamata - egli diceva - al risveglio e allo sviluppo economico, sociale, spirituale” (Insegnamenti di Paolo VI”, VI [1968] 1114 ). Sulle orme del mio predecessore, il Papa della “Popolorum Progressio ”, la mia visita odierna è cominciata dall’area industriale, per sottolineare l’attenzione costante con cui la Chiesa segue questo delicato settore che, da sempre, condiziona nel bene e nel male la crescita, anzi l’immagine stessa della vostra comunità. Riconosciamo insieme, questa sera, la portata profetica delle parole di Paolo VI, allorché concludeva dicendo che, laddove è maggiore il pericolo della disumanizzazione - ed ogni ambiente di lavoro è esposto a tale pericolo - ivi è più urgente “il soffio del Vangelo, come ossigeno di vita degna dell’uomo” (Insegnamenti di Paolo VI, VI [1968] 1114.700).

Dalla vostra storia più che bimillenaria e soprattutto dalla tradizione cristiana attingiamo insieme, in questa felice occasione, motivo di speranza e di incoraggiamento per la città e per ciascuno di voi, come per tutte le amate terre del meridione d’Italia.

2. Taranto: città preromana, popolosa metropoli della “Magna Graecia”, è conosciuta per la feracità del suolo e la vivacità commerciale e industriale, per la pescosità del mare e perfino per la qualità dell’acqua di mar Piccolo. Nel suo passato di cultura e di splendore, come testimoniano i pensatori della “scuola filosofica”, e gli artisti immortalati in diverse finissime creazioni, c’è la genialità di tanti abitanti, che con le loro iniziative hanno reso illustre la città. Storia nobile, dunque, ricca di valori umani e spirituali; storia che, però, non manca di vicende tristi, perché segnata dal passaggio di non pochi dominatori e predatori, con rovinose distruzioni e significative rinascite. Essa, tuttavia, rivela il coraggioso, continuo riemergere di un popolo, che è venuto via via caratterizzandosi per un fecondo intreccio di tradizioni e culture diverse, cementate dal senso cristiano della vita.

Nel secolo scorso, dopo l’unificazione politica d’Italia, la vostra città ha conosciuto un crescente ampliamento urbanistico ed un primo impulso industriale, in senso moderno, con l’arsenale ed i cantieri navali; divenuta capoluogo di provincia, ha registrato, dopo l’amara esperienza della seconda guerra mondiale, una vera accelerazione nella crescita. La nuova industrializzazione, con insediamenti grandi, medi e piccoli, ha cambiato non poco il volto dell’intera zona ionica, sia dal punto di vista economico-sociale che da quello demografico e culturale.

Quando sembrava legittimo guardare con tranquillità al futuro, è intervenuta purtroppo la crisi mondiale dell’acciaio, con il drastico ridimensionamento dell’occupazione, ancora in corso, e con preoccupanti prospettive per la vita delle famiglie, della città e dell’intera regione.

3. Cari fratelli e sorelle, mi rendo ben conto delle gravi difficoltà che tutto questo comporta; ma, lasciatemi dire, le incertezze ed i problemi dell’oggi non devono far cadere la speranza. Cercate e trovate motivi di fiducia nella vostra forza di volontà; cercateli soprattutto nella ricca tradizione cristiana, in quella fede che, vissuta in pienezza, diventa forza capace di smuovere le montagne. Di fronte alla crisi persistente, economica e morale, bisogna rifiutare le tentazioni della passività e dell’individualismo, dell’impazienza superficiale e della spettacolarità effimera, come pure ogni via illecita di speculazione privata e di gruppo, specie se a danno dei più poveri, i nuovi poveri!

Bisogna rifiutare le vie della violenza diretta, ma anche di quella indiretta, che si chiama corruzione o ricatto, uso distorto del denaro e dell’informazione, manipolazione di beni comunitari e, soprattutto, rifiuto pratico della dignità di ogni uomo, anziano o nascituro, libero o carcerato. Ogni passo su questa strada rende più difficile la convivenza in una città che ha avuto sempre in onore il pane guadagnato col proprio sudore e con la propria creatività.

La pace e la sicurezza di questa comunità sono dono di Dio da invocare con la preghiera costante e uno insieme frutto del quotidiano, coraggioso impegno dei cittadini e delle istituzioni, delle associazioni e dei movimenti. Occorre che tutti si impegnino a ricreare il gusto della vita cittadina. Gesù Cristo, da antichissima data diventato per voi tarantini “sapienza e giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30), attende il vostro contributo, anche e soprattutto quello meno appariscente, ma deciso. Guardate a Cristo, sapienza del Padre, in questa ora decisiva della vostra storia, ben sapendo che essa affonda le sue radici più vive e feconde nel suo Vangelo, arrivato qui ben presto per le vie del mare. Già nei primi secoli della nuova era, Taranto aveva una comunità cristiana ben organizzata, a cui il Papa san Gelasio I scrisse una lettera, spinto dalla sollecitudine per la purezza della fede. I vostri antenati hanno dato i nomi dei santi apostoli Pietro e Paolo alle due isole di mar Grande.

4. Vi dia nuova speranza nell’impegno comunitario anche il pensiero che, con san Cataldo, il vostro celebre patrono, l’identità cristiana, sociale e culturale, di questo popolo crebbe in profondità e ampiezza, fino ad esprimersi in un maestoso duomo a lui dedicato, una delle più antiche e famose cattedrali di Puglia. In epoca moderna, dopo il concilio tridentino, Taranto ha avuto il merito di erigere uno dei primi seminari diocesani e di dare due glorie alla Chiesa e due intercessori alla vostra società, san Francesco De Geronimo e il beato Egidio. Sulla cattedra di san Cataldo sono saliti Vescovi zelanti e prudenti nel promuovere la vita religiosa, profondamente mariana, di questo popolo. L’arcidiocesi tarantina è stata sempre fiorente per chiese, clero, vocazioni religiose, associazioni e iniziative di pastorale sociale. Qui si è tenuto, all’inizio di questo secolo, uno dei primi congressi nazionali dei cattolici impegnati in campo sociale. In questa città, negli ultimi anni, avete innalzato la nuova cattedrale, dedicata alla gran Madre di Dio. Questo monumento di arte e di fede vi ricordi il desiderio e il dovere di inserirvi da credenti nel cuore dello sviluppo, non solo urbanistico, della nuova Taranto e di offrire una “vela”, un luogo di sicura fraternità e speranza, a tutti coloro che faticano sul “mare” della vita.

5. Proprio di lì, infatti, ormai alle soglie del duemila, prende il largo un nuovo progetto di città, aperta a tutte le istanze di crescita e di liberazione di questo popolo antico e sempre nuovo. La “vela” è anche segno di una Chiesa che va incontro alla città e, valorizzando il legame storico-spirituale tra san Cataldo e la concattedrale, tra la città vecchia e i nuovi quartieri, si impegna a costruire un ponte ideale verso il futuro, capace di assicurare prospettive di serena e costruttiva convivenza per tutti. La fede cristiana, rinnovata e consapevolmente vissuta, sia per voi ispiratrice, oggi come ieri, di impulsi nuovi, di risposte creative di fronte all’emergenza economica, alle disarmonie dello sviluppo e alle legittime attese di promozione in campo sia meridionale, che nazionale.

6. Questo impegno, che si riassume nell’amore di Dio e del prossimo, come Cristo ha insegnato, è certo formidabile, ma è carico di futuro. Lo consegno a tutti e, in particolare, ai responsabili, specie se cristiani, della vita sociale e politica, culturale ed economica di Taranto e dei suoi vivaci comuni. È un impegno per l’uomo concreto, a partire dal più debole. Un impegno per la dignità dell’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Un impegno per i giovani, che si affacciano oggi alla vita col fervore delle loro fresche energie.

Nell’affidarvi questa consegna vi dico: ponetevi a servizio gli uni degli altri, mossi da autentico spirito di solidarietà umana e cristiana, e Dio vi sarà sempre accanto con l’aiuto della sua grazia.

Con tale augurio, vi benedico tutti di cuore.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON LE MAESTRANZE DELL’ARSENALE MILITARE DI TARANTO

Taranto - Sabato, 28 ottobre 1989

Cari fratelli e sorelle!

1. Nel corso della mia visita pastorale all’arcidiocesi di Taranto, non poteva mancare questo incontro con la realtà, antica e poliedrica, dell’arsenale della marina militare.

Ringrazio le autorità militari, civili e religiose, che mi hanno accolto, e in particolare l’ammiraglio in capo del dipartimento dello Ionio e del canale d’Otranto, che mi ha rivolto il saluto anche a nome del personale civile e militare di terra e di mare. Un grazie cordiale, poi, all’operaio che ha dato voce ai sentimenti e alle attese di quanti lavorano in questo complesso.

2. Cari amici, è un incontro, il nostro, che avviene in un momento particolarmente significativo per la vita e le prospettive del nostro stabilimento e della città, ad esso intimamente collegata. Il primo centenario dell’avvio di questo singolare e fecondo rapporto mi sembra un’occasione preziosa per un bilancio sereno e costruttivo, che impegni tutti voi a prendere in considerazione il prima e il dopo, la situazione precedente della cittadina ottocentesca e il futuro globale del capoluogo ionico, chiamato in questi cento anni a svolgere un ruolo sempre più determinante per lo sviluppo delle relazioni economiche e culturali non solo della regione, ma anche del Paese e della intera area mediterranea.

Alla Taranto delle barche e delle nasse, che aveva la sua culla e, in un certo senso, ha ancora il suo riferimento principale nella città vecchia, si è affiancata una Taranto nuova, industriale e commerciale, tuttora alla ricerca di una fisionomia unitaria. Da circa vent’anni, poi, anche Taranto nuova - il borgo - non sembra più rispondere alle accresciute esigenze della città, sicché nuovi quartieri vanno affiancandosi in direzione nord e verso est. Per questo l’arsenale rientra ormai di fatto - e non solo per motivi cronologici - nella zona storica della città.

3. Carissimi, nel volgere uno sguardo retrospettivo al cammino compiuto dalla vostra amata città, ho accennato al successivo “affiancarsi” di realtà nuove al nucleo iniziale, ben sapendo che voi tutti siete alla ricerca di qualcosa di più profondo: sentite il bisogno di una vera integrazione delle novità di questi anni con le dimensioni peculiari del popolo tarantino, perché si realizzi una convivenza sociale veramente armonica e arricchente.

Questa aspirazione sta a cuore a tutti i tarantini, vorrei dire ai “cataldiani”, le cui radici affondano nell’antico tessuto socio-religioso dell’isola, ma anche a quei cittadini delle recenti generazioni, qui trasferitisi a poco a poco per motivi di lavoro.

Ed è un’aspirazione altrettanto viva nelle varie migliaia di militari, di carriera e di leva, che vivono per periodi più o meno lunghi in questa città, affrontando sì disagi di adattamento, ma spesso anche legandosi stabilmente ad essa.

4. Come è possibile conseguire questo “di più”, a cui tutti aspirate? La domanda è importante ed attende una risposta. Proviamo a riflettere insieme.

Per muoversi verso un simile traguardo sembra innanzitutto necessario imparare a riconoscere, nella vostra storia, il contributo che ogni realtà locale ha dato e ricevuto, senza nascondersi eventuali lacune. Come non ricordare, qui, il grande influsso dell’arsenale nella crescita economica e nella formazione professionale, oltre che civica ed etica, di intere generazioni di Tarantini? E come non ricordare, d’altro canto, la preziosa risorsa umana - oltre che ambientale - che la città e la provincia hanno offerto al Paese, mediante questo arsenale, anche in ore drammatiche del recente passato? Siamo di fronte ad una reciprocità diventata ormai cultura, dato incancellabile.

In secondo luogo, è necessario che tutte le realtà ioniche vogliano progettare insieme il loro futuro, senza esclusivismi autolesivi, ma anche senza confusioni gratuite. Nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis , parlando dello sviluppo dell’uomo e della società, ho mostrato che esso si rivolge contro l’uomo ed il bene comune, quando sia non solo influenzato in modo distorto dalle manipolazioni dirette, ma anche sviato dalle omissioni e dalla mancata attenzione alle responsabilità personali (Sollicitudo Rei Socialis, 36). È per questo che, mentre auspico dalle autorità competenti, nazionali e locali, l’urgente definizione di progetti capaci di diversificare l’economia ionica e di creare nuovi posti di lavoro, a tutti chiedo una coraggiosa diversificazione morale, una svolta capace di difendere da ogni attentato e deformazione la dignità del lavoro umano ed il senso sociale di ogni posto di lavoro. Sappiamo bene che, specialmente nei momenti di crisi, è più amara, oltre che moralmente indegna, ogni forma di corruzione e di clientelismo, a qualsiasi livello ed in qualsiasi istituzione avvenga.

Infine, miei cari, oltre a questi problemi locali, è necessario interrogarsi sul tipo di relazioni che siete storicamente chiamati a tessere in campo nazionale ed internazionale, non dimenticando, ma anzi rendendovi più consapevoli dei valori genuini della vostra tradizione. Le odierne prospettive di pace e di solidarietà, rivolte verso il Medio Oriente, verso l’Africa o verso qualsiasi altra direzione, sollecitano da Taranto una risposta unita, anche se distinta, delle forze militari, patrimonio di tutto il Paese, e di quelle sociali, espressione specifica della crescita della città.

Quell’olivo, che stasera benedirò nella vostra cappella, vi ricordi questa triplice consegna di pace: pace, innanzitutto, all’interno della realtà molteplice dell’arsenale tra civili e militari, tra statali e privati, tra residenti e imbarcati, tra ufficiali, sottufficiali e reclute; pace, poi, tra l’arsenale e la città, per cercare insieme vie nuove e sane di collaborazione, capaci di arginare le devianze e di costruire il bene comune; pace, infine, come vocazione che tutte le realtà del golfo di Taranto hanno nei confronti del Mediterraneo e del mondo intero. Un olivo che metto idealmente tra le cose a me più care, come richiamo della pacifica Puglia e del terribile 1° settembre di cinquant’anni fu. Quell’olivo vi impegna a “ricavare una lezione da quel passato” ed a collaborare perché mai più si rinnovi quel “fascio di cause”, che innescò i tristissimi eventi di allora (cf. “Mi hai gettato nella fossa”, Lettera Apostolica in occasione del 50° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale , 2).

5. Vi affido ancora un’esortazione, carissimi, per la ricerca di quel “di più” personale e sociale, di cui vi parlavo prima.

Il vostro lavoro in arsenale è multiforme: ogni giorno qui si incontrano e si armonizzano competenze diverse, della mano e della mente. Potessi girare con calma nei vostri reparti! Potessi seguirvi da vicino nei vostri viaggi da un paese all’altro! Certamente avrei la possibilità di ammirare sul nascere la varietà e bellezza delle vostre opere! Dall’idea generale al disegno dettagliato e alla realizzazione finale: quale contributo di genialità umana, accresciuto da tecnologie dell’avanguardia!

Cari amici, questa vostra attività, tecnica ed artistica, specifica e collegiale insieme, mi fa pensare ad una significativa pagina della Bibbia sul rapporto tra abilità nel lavoro e sapienza nel vivere. Leggiamo nel libro del Siracide che “sarebbe impossibile costruire una città, abitare e circolare in essa, senza l’opera di quanti sono esperti nel proprio mestiere” ed “hanno fiducia nelle proprie mani”. Ma tutto ciò non basta. È necessaria - aggiunge l’autore sacro - l’opera di chi “indaga la sapienza di tutti gli antichi, viaggia tra genti straniere investigando il bene e il male in mezzo agli uomini e medita la legge dell’Altissimo” (cf. Sir 38, 24-39, 11).

Ecco, miei cari, una via maestra, per tutti i lavoratori, in ogni tipo e ambiente di lavoro: il “di più” personale e sociale è frutto di questa sintesi tra lavoro delle mani e saggezza della mente e del cuore. Essa è insieme frutto della vostra ricerca, e dono dell’Altissimo. Senza di essa la vita è povera ed il contributo dato alla costruzione della città dell’uomo rimane superficiale e caduco.

Questo vi augura il Papa: che tutti sperimentiate la saggezza di questo “di più” che viene dalla fede in Cristo e troviate nella Chiesa quella “casa in festa” nella quale si ritrovino unite tutte le vostre famiglie e tutta la vostra cara città. Questa realtà di comunione una volta sperimentata, ci proietta oltre il tempo, verso la comunione perfetta del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Con questi sentimenti ed auspici imparto a tutti di cuore la mia benedizione.

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

VISITA PASTORALE A TARANTO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL PERSONALE MEDICO E PARAMEDICO E AGLI OSPITI DELLA «CITTADELLA DELLA CARITÀ»

Taranto - Sabato, 28 ottobre 1989

Carissimi fedeli!

1. Incontrandomi con voi in questa Cittadella della Carità, non posso non esclamare: “Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum! - Che cosa buona e lieta che i fratelli si trovino insieme!”. Sì, che cosa buona e lieta essere riuniti qui, in un luogo, il cui solo nome è un messaggio e un programma: Cittadella della Carità! Cioè una città, una casa fondata sulla carità, fortificata dalla carità, propugnatrice della carità.

Con questi sentimenti vi saluto tutti con grande affetto: innanzitutto il venerato fratello Guglielmo Motolese, Arcivescovo emerito di questa diocesi, il quale nel 1983, quasi a suggello dell’anno santo e del suo lungo e fecondo Episcopato tarantino, lanciò un grande appello alla solidarietà verso i più bisognosi e diede l’avvio a questa coraggiosa iniziativa. Saluto con lui l’attuale Arcivescovo, monsignor Salvatore De Giorgi, e tutti i benefattori e collaboratori nella realizzazione di quest’opera.

Saluto, poi, con profonda benevolenza gli ospiti della cittadella, il personale e i volontari, che qui prestano il loro servizio, come pure gli ammalati delle diverse parrocchie e gli accompagnatori dell’UNITALSI, i membri del centro volontari della sofferenza e del movimento apostolico non-vedenti.

Infine, il mio pensiero particolarmente affettuoso va a tutti i ragazzi delle scuole catechistiche parrocchiali, qui convenuti, e ai fedeli di questo quartiere “Paolo VI”, inaugurato dal mio venerato predecessore nella notte di Natale del 1968.

2. La “Cittadella della Carità” è un’opera che fa onore a Taranto; è un atto di coraggio, un monumento alla vostra sensibilità umana e cristiana!

Quando sarà completata, come sono stato informato, essa comprenderà varie strutture per l’assistenza agli anziani soli e bisognosi, alle persone non autosufficienti, ai malati di lunga degenza ed anche ai sacerdoti anziani. La cittadella ha in programma ancora l’accoglienza di persone emarginate e nullatenenti come pure una comunità per il recupero di tossicodipendenti. Sono, inoltre, previsti una scuola di formazione al volontariato e un centro di studi sull’emarginazione.

Tutta questa complessa struttura è coordinata dai vari servizi generali e particolari, che la rendono tecnicamente efficiente ed accogliente.

Di fronte ad una iniziativa così articolata e lungimirante, sgorga spontanea una parola di sincero plauso a chi ne è stato l’ideatore ed ai tanti benefattori, che hanno già reso possibile l’apertura del primo nucleo.

La gara di generosità in cui si stanno impegnando singoli fedeli ed enti pubblici dimostra la validità dell’opera e la bontà dei vostri animi.

Certo, è preferibile che ogni famiglia curi ed assista nel focolare domestico i propri cari, anziani o malati; ma a volte, purtroppo, ciò non è possibile. La “Cittadella della Carità”, allora, viene incontro sicura di poter contare ancora sul “cuore” di Taranto. Una sicurezza fondata sulla Parola di Dio, che dichiara beato l’uomo che si prende cura del debole (cf. Sal 41, 2).

La mia parola di incoraggiamento va in modo speciale ai volontari, che prestano in vari modi il loro servizio, sia in questo luogo sia nelle diverse associazioni, coordinate dalla commissione diocesana per la pastorale sanitaria. Sapendo che “la carità non avrà mai fine” (1 Cor 13, 7), continuate con grande generosità e delicatezza il vostro servizio. Servite l’uomo col cuore di Cristo, servite Cristo nell’uomo che soffre. Alla scuola dei poveri, sull’esempio di Maria, imparate a chiedere e a donare i primi “frutti dello Spirito”, che sono carità e gioia, pace e pazienza (cf. Gal 5, 22).

3. Rivolgendo ora il mio pensiero a voi, cari anziani e malati, vi esprimo la mia viva comprensione per le vostre sofferenze e vi assicuro il costante ricordo nella preghiera. Voglio anche esortarvi ad essere sempre sereni e fiduciosi, ben sapendo che l’intera storia dell’umanità fa parte di un disegno d’amore, eterno e provvidenziale, del Padre. Ogni sofferenza, per quanto dolorosa e difficile da sopportare, trova nella Pasqua di Cristo, la sua funzione salvifica. La malattia è una sapiente maestra per tutti gli uomini! Confidate, quindi, sempre nello Spirito del Signore e in Maria santissima! La recita del rosario vi accompagni e vi consoli! Pregate anche per la Chiesa, per i sacerdoti e per le vocazioni sacerdotali e religiose! Pregate per l’umanità intera!

Colgo l’occasione per estendere la mia esortazione anche a coloro che, nelle strutture sanitarie pubbliche, sono a servizio dei malati e conoscono l’arte di curare e guarire: sappiano essi esercitare anche l’arte di consolare e confortare! Nella società odierna si è un po’ tutti tentati dalla fretta e dall’individualismo; occorre reagire, specialmente, quando davanti a noi c’è un fratello reso debole dall’età o dalla malattia. Grazie alla formazione etica e professionale, l’operatore sanitario deve affinarsi spiritualmente, nella convinzione che “non la scienza, ma la carità trasforma il mondo”, secondo la lezione di quel medico santo del Sud, Giuseppe Moscati, che io stesso ho avuto la gioia di iscrivere nell’albo dei santi due anni fa.

4. In questo nostro incontro lasciate, ora, che mi rivolga anche agli alunni del catechismo ed ai loro insegnanti, ai genitori ed ai parroci. Anzitutto a voi, alunni, va il mio saluto affettuoso e il mio incoraggiamento ad arricchire la scuola di catechismo con l’ardore dello studio, la varietà dei vostri interessi, l’assiduità della vostra presenza. Amate il catechismo come il momento più bello delle vostre giornate! È Gesù che, in esso, vi parla, come già ai piccoli della Palestina: ascoltate la sua parola, seguite i suoi insegnamenti, restategli accanto come all’amico più grande e più vero. Sono poi a conoscenza dell’impegno generoso con cui nelle parrocchie si è svolta l’opera fondamentale dell’istruzione religiosa. Nelle difficoltà dei tempi attuali, risuonano più forti le parole del divin Maestro al Padre: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17, 3). La promozione di tale “conoscenza” impegna tutta la Chiesa diocesana. Bisogna, pertanto, curare con assiduità la formazione dottrinale e morale dei catechisti e delle catechiste, particolarmente con le scuole vicariali, in modo che ogni insegnante sia davvero maestro qualificato e testimone autentico di vita cristiana.

Nell’incoraggiare il lavoro di ogni parrocchia, vi invito a cercare sempre l’unità attraverso utili direttive diocesane circa l’età e la preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, in modo che essi siano veri momenti di approfondimento e di maturazione, tappe di un cammino spirituale, ecclesiale e sociale. Tutto questo lavoro porterà frutti più duraturi se crescerà l’istruzione religiosa nel periodo giovanile e nell’età adulta, con un maggiore e più responsabile coinvolgimento dei genitori nel cammino di fede dei propri figli.

5. Voglio rivolgere, infine, un pensiero particolare agli abitanti del quartiere “Paolo VI”. Il nucleo iniziale delle famiglie di lavoratori dell’area siderurgica è, oggi, di gran lunga cresciuto rispetto al Natale 1968; ormai la zona abitata si è estesa in più direzioni e, con tenacia e fatica, si cerca di provvederla di strutture sociali e di condizioni ambientali indispensabili per una comunità in crescita. Il ritorno del Papa in mezzo a voi dica la concreta attenzione con cui la Chiesa desidera vedervi circondati da tutti, ma anche l’esigente fiducia che il Papa ripone in voi.

I problemi che vi assillano sono tanti, ma non perdetevi d’animo! Ognuno si impegni per rendere sempre più umano e cristiano l’ambiente in cui vive. Molte indubbiamente sono le necessità nel campo sociale, culturale, ricreativo: di gran cuore auspico che si venga incontro ad esse con tempestività e sensibilità. Tuttavia, il fondamento di una vita civile serena e dignitosa sta nell’amore vicendevole e nel dialogo costruttivo, ispirati da quella carità che “non cerca il proprio interesse . . . non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità” (1 Cor 13, 5-6). Essenziale è che ognuno cerchi ogni giorno di essere più buono, e quindi più coerentemente cristiano; essenziale è che cerchi di aiutare, di soccorrere gli altri nelle necessità. Il resto viene di conseguenza, e il Signore benedirà i vostri propositi e i vostri sforzi.

6. Carissimi! Lo stemma della “Cittadella della Carità” riproduce la figura del pellicano, che secondo l’antica iconografia rappresenta l’amore sacrificale di Gesù, il redentore, che dà il suo sangue e la sua carne come nutrimento e riscatto degli uomini.

È un simbolo molto significativo: portatelo spiritualmente impresso nei vostri animi.

Questo incontro sia per tutti voi uno stimolo potente a credere sempre di più nella Parola di Cristo, ad amare e servire sempre meglio nel suo nome!

Con questi voti vi imparto di cuore la mia benedizione.

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VISITA PASTORALE A TARANTO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I LAVORATORI E I DIRIGENTI DELL’ILVA

Taranto - Sabato, 28 ottobre 1989

Cari amici, fratelli e sorelle.

1. A voi il mio saluto deferente e cordiale. È stato mio preciso impegno cominciare qui, tra voi, la mia visita pastorale in terra ionica. Siete infatti voi, lavoratori, abitanti di Taranto e della provincia o provenienti da tutta la Puglia, e perfino da varie regioni italiane e dall’estero, il primo motivo della presenza del Papa nella vostra città. In questo momento e da questo stabilimento il mio pensiero va a tutti i lavoratori che, in questa area del sud d’Italia, così provata e pur così ricca di potenzialità, vivono le speranze e le delusioni del lavoro moderno.

Ringrazio per i cortesi indirizzi di saluto che mi sono stati rivolti dai rappresentanti del governo italiano, della direzione aziendale e di tutti i lavoratori. Ho ascoltato con attenzione gli accenni da essi fatti alle difficoltà della situazione presente e alle ansie che si nutrono per il futuro. Sono qui per dirvi che partecipo intimamente a queste vostre preoccupazioni.

Ho seguito giorno per giorno le vicende delle ultime settimane e, pur senza entrare nel merito delle questioni sindacali che sono state all’origine della recente vertenza, desidero esprimere soddisfazione per la soluzione positiva che essa sembra avere finalmente raggiunto. Purtroppo, i problemi che interessano il settore siderurgico sono oggi particolarmente complessi e giustificano le apprensioni che voi manifestate, pensando alle ripercussioni che ogni riduzione di posti di lavoro ha sulle vostre famiglie e sulle prospettive dei giovani, in attesa di inserirsi attivamente nel ciclo produttivo.

2. La Chiesa non può restare indifferente di fronte a questa situazione, che coinvolge tanti suoi figli, ponendo una pesante ipoteca sul loro presente e sul loro futuro. Nella questione sociale entrano sicuramente fattori di ordine economico, tecnico, politico; essa, però, ha innanzitutto risvolti direttamente umani, che non possono essere posposti agli altri nella ricerca di una soluzione adeguata. Il Papa è qui per ricordarlo a quanti debbono dare il loro contributo all’adozione di opportune misure per fronteggiare la crisi.

Questo stesso intendimento mosse il mio predecessore, Papa Paolo VI, a venire tra voi, vent’anni or sono, quando questo centro siderurgico era in piena espansione. Nel Natale del 1968, fra questi altiforni, egli volle ancora una volta sottolineare con forza la necessità di saldare tra loro il progresso tecnologico e la ricerca della giustizia, nella prospettiva del messaggio di “Gesù, l’operaio profeta, il maestro e l’amico dell’umanità, il Salvatore del mondo” (Insegnamenti di Paolo VI, VI, [1968] 695). Alcuni tra voi, forse, sono stati presenti allora e possono aiutarci a ricordare quell’evento, che fece di Taranto il podio per lanciare, “come uno squillo di tromba risonante nel mondo”, un rinnovato richiamo all’insopprimibile aspetto etico della questione sociale.

3. Cari amici, nella scia del mio grande predecessore, vengo oggi ad incontrarvi, portandovi lo stesso messaggio da parte di Cristo e della Chiesa.

Questo impianto, in cui ci troviamo, e le officine, nelle quali voi lavorate e trascorrete buona parte delle vostre giornate, sono un segno eloquente delle capacità dell’uomo di trasformare la materia prima per adattarla alle proprie necessità. Lo stabilimento, che attualmente impiega circa sedicimila persone, si avvia a celebrare i trent’anni della posa della prima pietra. È un traguardo che, mentre registra innegabili successi, sollecita opportuni, indilazionabili ripensamenti. Non solo dei metodi operativi e delle strategie di mercato - cosa già in corso con la creazione della Società ILVA - ma anche, e soprattutto, della concezione di sviluppo, a cui ci si è, nel passato, ispirati.

Tuttavia, promuovere la capacità produttiva di un complesso industriale non è tutto, e non è neanche quello che più conta. Il valore e la grandiosità di un impianto di produzione, sia pure così impressionante come è questo vostro, non devono misurarsi unicamente con criteri di progresso tecnologico o di sola produttività e redditività economica e finanziaria, ma anche e soprattutto con criteri di servizio all’uomo e di corrispondenza a ciò che la vera dignità del lavoratore, in quanto immagine di Dio, richiama ed esige.

4. Ora, qual è, da questo punto di vista, la realtà attuale dell’ILVA di Taranto?

Vi è, anzitutto, la pesante situazione relativa all’occupazione, aggravata dal ridimensionamento della capacità produttiva dell’impianto, nel quadro di una crisi più generale concernente la produzione dell’acciaio. Vi sono i fenomeni connessi del pre-pensionamento e del ricorso alla cassa integrazione, rimedio, quest’ultimo, parziale e temporaneo in relazione alla mancanza o alla stasi del lavoro. Non mi sfuggono di certo le complesse componenti della crisi siderurgica, che è fenomeno di dimensione internazionale. Non posso però non rilevare le gravi conseguenze di questa situazione per gli operai stessi e per le rispettive famiglie, che dal loro lavoro traggono il necessario sostentamento.

Vorrei far sapere a quanti vivono tale situazione, uomini e donne, ma in modo particolare ai giovani, i quali non riescono ad inserirsi in un’attività adeguata alla loro preparazione, che sono vicino ad ognuno dei disoccupati e dei cassintegrati, e che porto loro la comprensione e la solidarietà di tutta la Chiesa.

Vi è, inoltre, la grave situazione ecologica, con le sue preoccupanti ripercussioni sulla natura, sul patrimonio zoologico ed ittico e sulla vita quotidiana delle persone. Il campanello di allarme è già scattato, anche qui a Taranto. Occorre ora far sì che le decisioni dei responsabili ne tengano conto, cosicché l’ambiente non venga sacrificato ad uno sviluppo industriale dissennato: la vera vittima, nel caso, sarebbe l’uomo; saremmo tutti noi.

5. Quando si tratta di ripensare una situazione come questa, carissimi, due sono i criteri morali di fondo, di cui si deve tener conto.

Il primo è la dignità della persona umana, creata ad immagine di Dio: “L’uomo, infatti, è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” (Gaudium et Spes , 63).

Il secondo è la dignità stessa del lavoro, che è parte della vocazione dell’uomo chiamato da Dio a realizzarsi e perfezionarsi come persona (cf. Laborem Exercens , 4). All’uomo non è dato altro mezzo per sviluppare i talenti e le qualità ricevute, oltre che per guadagnarsi la vita.

Ora, tutto questo significa che il lavoro deve essere considerato non solo come potenziale fonte di beni economici, ma anche come occasione di arricchimento spirituale in un processo di crescita verso la pienezza della propria auto-realizzazione.

Per i lavoratori, ciò implica l’impegno morale di adempiere nel migliore dei modi il proprio compito, nella consapevolezza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri. Per coloro nelle cui mani è il potere di decidere - dirigenti aziendali, operatori economici, politici - ciò significa che il valore del lavoratore e la dignità del suo lavoro debbono prevalere nelle decisioni, anche e soprattutto in momenti di crisi. Sono gli uomini e non i numeri che contano.

6. È vero che le decisioni circa le finalità e le dimensioni dei complessi industriali e dell’indotto devono oggi essere nel contesto di una pianificazione economica che va ben oltre i limiti della singola città e dell’intero paese: effetto, questo, dell’interdipendenza sempre più stretta, in cui ormai si svolgono i rapporti economici, commerciali e finanziari nel mondo ed in particolare in Europa.

Ma tale interdipendenza ha un risvolto morale di grande valore: quello della solidarietà, che nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis , ho definito come “la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, per il bene di tutti e di ciascuno” (Sollicitudo Rei Socialis, 38). Questa, in realtà, è la strada per rimediare agli effetti del ridimensionamento. Ciò che non si può mantenere perché l’equilibrio dell’insieme non lo permette, deve venire adeguatamente compensato in altri modi e, magari, in altri ambiti industriali, per servire al bene di tutti, ed in particolare a quello dei più deboli, come i disoccupati, i cassintegrati e quanti cercano il primo impiego.

Le nuove circostanze richiedono da tutti uno sforzo di rinnovata analisi e di creatività, affinché agli uomini e alle donne di Taranto vengano offerte nuove possibilità di lavoro, possibilmente più confacenti alla realtà ambientale in cui essi vivono: le industrie del cosiddetto terziario, ma anche un’agricoltura rinnovata e tutto ciò che può gravitare intorno alla ricchezza del mare.

7. Cari amici, concludo con un augurio di pace e di giustizia, radicato nella buona volontà e nel dialogo costruttivo, illuminato dall’insegnamento sociale della Chiesa e dalle tradizioni di equilibrio e laboriosità della gente del Sud.

So che ogni anno, soprattutto a Natale e a Pasqua, amate realizzare voi stessi un altare e preparare un ambiente in cui radunarvi con l’Arcivescovo, con i vostri cappellani, e spesso anche con giovani del seminario e delle parrocchie vicine. In quell’occasione vi riconciliate scambiandovi gli auguri e la pace, vi alimentate alla sorgente della giustizia e della solidarietà che è Cristo, vi ricordate di chi più soffre e pregate anche per coloro che ci hanno lasciati, a volte in modo drammatico o prematuro.

Il Papa, che oggi condividerà la vostra mensa aziendale, vuole dirvi la sua gioia per questo evento che gli consente di sentirsi idealmente ospite anche delle vostre famiglie, in mezzo ai vostri figli, ai vostri nipoti e ai vostri anziani, soprattutto ai vostri malati.

Questa mensa sarà inoltre, per me e per voi, simbolo vivo di quell’altra mensa, quella eucaristica, nella quale Cristo, donandosi a noi sotto le specie del pane, fa di tutti noi una cosa sola in lui. Sia egli sempre in mezzo a voi, a sostenere il vostro lavoro, ad alimentare le vostre speranze di una vita migliore, a cementare la vostra solidarietà.

E con lui sia Maria, come a Cana, a dirvi di far sempre ciò che egli vi dirà (cf. Gv 2, 5). E ci sia sempre anche san Giuseppe, patrono dei lavoratori, al quale, proprio qualche giorno fa, ho dedicato un particolare documento, scrivendo tra l’altro: “Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della redenzione” (Redemptoris Custos , 22): egli vi ottenga dal Signore i doni che attendete per voi e per le vostre famiglie.

Su tutti e su ciascuno invoco la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELL’ORDINE DEI SERVI DI MARIA

Venerdì, 27 ottobre 1989

Carissimi fratelli.

Ringrazio vivamente il padre Hubert Moons nuovo priore generale del vostro Ordine dei Servi di Maria, per il cordiale indirizzo che, anche a nome di tutta la famiglia religiosa, ha voluto rivolgermi, e desidero esprimervi la mia gioia per questo nostro incontro, che vuole idealmente collegarsi con quello che i capitolari dell’ordine servitano ebbero nel 1974 col mio venerato predecessore Paolo VI, che ebbe per voi parole piene di paterna confidenza e premura.

Voglio rifarmi anch’io a quel clima di fraterno colloquio cominciando col rallegrarmi per i lavori del capitolo generale, per l’elezione del priore generale e per l’opportunità e l’importanza dei temi che avete affrontato, intesi da una parte a dar nuovo vigore alla vostra spiritualità e dall’altra ad assicurarle un maggior dinamismo apostolico in relazione ai bisogni, alle speranze, alle sofferenze ed ai valori degli uomini del nostro tempo. Mi compiaccio in particolare per la capacità che l’ordine ha avuto di suscitare nuove vocazioni nelle giovani Chiese dell’Africa e dell’Asia. Vedo in questo fatto un segno assai confortante di speranza per il futuro della vostra famiglia religiosa.

2. Nel tracciare le linee programmatiche per il futuro, vi siete giustamente ispirati a quello spirito di servizio - servizio a Dio, alla Chiesa, all’umanità - che ha animato ed anima l’amore che Maria stessa, la serva del Signore, effonde in abbondanza nei vostri cuori. Avete opportunamente studiato, in particolare, quali possano o debbano essere i nuovi tipi di servizio in relazione a quelle nuove forme di povertà che si affacciano, spesso in modo drammatico, sull’orizzonte del mondo contemporaneo. Vi siete così sentiti nello spirito delle vostre costituzioni, “accanto alle infinite croci per recarvi conforto e cooperazione redentrice”. Partecipi dei medesimi sentimenti della Vergine Addolorata, avete voluto essere, come lei, “consolazione degli afflitti” e “causa di letizia”. Ricordatevi, cari fratelli, della grande responsabilità che avete come ispiratori e promotori di tali sentimenti verso tutte quelle persone, che si rifanno alla spiritualità servitana.

3. La particolare attenzione che dedicate al mistero di Maria è e resta l’elemento specifico del vostro carisma religioso e, pertanto, del vostro stile di vita e della vostra missione. Ho percepito chiaramente questo vostro speciale carisma, quando mi è stato dato di visitare alcuni vostri luoghi mariani, come il santuario di Pietralba, quello della Madonna della Ghiara o della santissima Annunziata di Firenze. E faccio mia anche la raccomandazione del vostro priore generale uscente a mantenere viva ed a sviluppare l’operosa tradizione del convento di monte Senario. Infatti il carisma di ogni famiglia religiosa non è semplicemente un principio astratto, ma è un valore che si radica sempre in una storia ed in un luogo privilegiato, al quale pertanto occorre attingere, per rinverdire il messaggio ideale di cui quel luogo è segno e memoria. Esso perciò deve essere sempre considerato come sorgente continua di ispirazione e di luce.

4. Vi raccomando in modo particolare l’attività del vostro centro teologico “Marianum”: esso ha una responsabilità grande e delicata, nel campo della mariologia, per tutta la Chiesa. Fate dunque in modo che si sviluppi in piena fedeltà e comunione con il Magistero della Chiesa; in una sana e fervorosa libertà di ricerca e di iniziative, in maniera da far veramente progredire la conoscenza del dogma mariano.

Non cessate di dare sempre nuovo impulso all’attività missionaria ed evangelizzatrice, con un occhio particolare a tutti quei popoli che maggiormente si mostrano aperti e disponibili alla luce del Vangelo. Si tratta, generalmente, dei poveri e degli oppressi. Sono essi infatti i destinatari dell’appello di Cristo: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28).

Ciascuno di voi, come un “altro Cristo” deve attirare intorno a sé i poveri, offrirsi a loro nel nome di Cristo, offrire loro ciò che Cristo stesso offre: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29).

5. Cari fratelli, permettetemi ancora una raccomandazione: quella della fraternità. So che questa è una peculiare esigenza e virtù della vostra spiritualità, nata in un clima di stretta collaborazione reciproca, di mutua accettazione e comprensione, di amore e di stima reciproci, che tanto distinse il gruppo dei sette santi fondatori. Quale esperienza privilegiata fu per loro! Solitamente i fondatori sono singole persone, perché un’ispirazione così delicata ed originale, com’è quella di una nuova fondazione, è molto personale. Per voi, invece, non è stato così! Avete avuto anche in ciò un carisma speciale di unità ed armonia fraterna. Conservate gelosamente questo tesoro preziosissimo, sull’esempio e con l’intercessione dei vostri fondatori. E diffondetelo nella Chiesa e nell’umanità, tanto bisognosa di armonia, pace e mutua comprensione!

Con tali voti, invoco su di voi l’intercessione della Vergine santissima o - come dite voi semplicemente - di “Santa Maria”. Ella continui a custodirvi sotto il suo manto, secondo quell’antica rappresentazione che vi è cara. Ed io vi benedico tutti di cuore, insieme con tutta la vostra famiglia spirituale.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALLA SETTIMANA DI STUDIO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE

Venerdì, 27 ottobre 1989

Eccellenza, signor presidente, illustri membri dell’accademia.

1. È per me una grande gioia salutare tutti voi che avete partecipato alla settimana di studio organizzata dalla pontificia accademia delle scienze sul tema “Società per lo Sviluppo in un contesto di solidarietà”. L’argomento che avete affrontato è effettivamente complesso e non c’è dubbio che richiederà quel tipo di studio ulteriore che soltanto degli eminenti studiosi quali voi siete possono promuovere. Non di meno, l’argomento è di vitale importanza per la soluzione di uno dei problemi più urgenti che oggi il mondo deve affrontare: quello di uno sviluppo che si realizza entro un contesto di genuina solidarietà fra i popoli e gli Stati.

2. La Chiesa ha sempre nutrito una sollecitudine particolare nei confronti del pieno sviluppo dei popoli, come risulta dall’imponente insieme della sua dottrina sociale. Ciò è particolarmente vero ai nostri giorni, in cui questo problema ha assunto proporzioni così vaste. In effetti, per tutta la sua lunga storia, il genere umano non ha mai conosciuto un’epoca di prosperità lontanamente paragonabile a quella che il mondo sta vivendo in questa seconda metà del XX secolo. Eppure, questa prosperità, ad un’analisi più accurata, si è dimostrata distorta e squilibrata. È una prosperità che avvantaggia solo una piccola porzione dell’umanità, mentre lascia la maggioranza degli abitanti del mondo in uno stato di sottosviluppo.

Lo sviluppo perciò ha fatto sorgere problemi assai seri, che la Chiesa non può fare a meno di affrontare. Questi problemi non sono soltanto di ordine politico ed economico; essi riguardano allo stesso tempo l’ordine morale. In effetti ciò che è in gioco è l’uomo stesso. E il dovere principale della Chiesa è quello di far udire la sua voce ogni qualvolta si presenta un problema che riguarda l’uomo - nella sua dignità di persona umana; nel suo diritto alla libera associazione per una crescita migliore e più umana; nel suo diritto alla libertà.

3. Essenzialmente, la Chiesa ha deciso di intervenire nel problema dello sviluppo per due motivi. Innanzitutto essa vuole proclamare il disegno di Dio per l’umanità, così come lo troviamo nella Rivelazione cristiana, che ha il suo culmine e la sua espressione definitiva nell’insegnamento di Gesù. Ma la Chiesa vuole anche offrire una “lettura” del problema dello sviluppo alla luce del Vangelo e della legge morale naturale, che essa ha il dovere sia di tutelare che di applicare alle mutevoli situazioni storiche. Nel far ciò essa si augura di rendere evidenti le storture e le ingiustizie che affliggono le persone umane, di indicare le loro cause e quei principi e linee di azione necessarie per uno sviluppo giusto ed equilibrato. È proprio questo ciò che Papa Paolo VI ha cercato di fare nel 1967 con la sua grande enciclica Populorum Progressio . Nei vent’anni trascorsi dalla pubblicazione di questo importante documento, molti grandi cambiamenti sono avvenuti nel mondo. In alcune regioni si notano segni che lasciano aperta la speranza di risolvere il problema dello sviluppo. Mentre, in altre regioni, la mancanza di progresso verso lo sviluppo ha assunto proporzioni veramente catastrofiche. Per questa ragione ho ritenuto mio dovere raccogliere l’insegnamento di Papa Paolo VI e svilupparlo ulteriormente nella mia enciclica Sollicitudo Rei Socialis del 30 dicembre 1987. Mi fa molto piacere che questa settimana di studi prenda in esame un tema importante di questa enciclica.

Nell’enciclica ho osservato che le condizioni dei paesi in via di sviluppo “si sono notevolmente aggravate” (Sollicitudo Rei Socialis, 16) a motivo di “una concezione troppo limitata, ossia prevalentemente economica, dello sviluppo” (Sollicitudo Rei Socialis, 15). I paesi industrializzati ne sono responsabili, in quanto “non sempre, almeno non nella debita misura, hanno sentito il dovere di portare aiuto” ai paesi tagliati fuori dalla prosperità mondiale (Sollicitudo Rei Socialis, 16). Ho ritenuto necessario “denunciare l’esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali, i quali, benché manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica, rendendo più rigide le situazioni di ricchezza degli uni e di povertà degli altri” (Sollicitudo Rei Socialis, 16). Partendo da una lettura puramente politica ed economica della situazione - per quanto importante e valida possa essere -, ho proseguito parlando di alcune “strutture di peccato”. Due fattori in particolare hanno contribuito a creare, promuovere e rafforzare queste “strutture”, mettendole così in grado di condizionare ancora di più la condotta umana: il desiderio esclusivo di profitto e la sete di potere che tende ad imporre agli altri la propria volontà. “Ovviamente, a cader vittime di questo duplice atteggiamento di peccato non sono solo gli individui; possono essere anche le nazioni e i blocchi. E ciò favorisce di più l’introduzione delle “strutture di peccato” di cui ho parlato . . . Diagnosticare così il male significa identificare esattamente, a livello della condotta umana, il cammino da seguire per superarlo” (Sollicitudo Rei Socialis, 37).

4. Qual è dunque il cammino da seguire?

È compito della Chiesa risvegliare le coscienze ed invitarle a prendere atto del fatto che oggi, come Lazzaro alla porta dell’uomo ricco, milioni di persone si trovano in una terribile necessità, mentre gran parte delle risorse mondiali vengono impiegate in settori che poco o nulla hanno da offrire per contribuire al miglioramento della vita in questo pianeta. La Chiesa ha affermato con forza che la solidarietà è un grave obbligo morale, sia per le nazioni che per gli individui.

La virtù della solidarietà ha le sue radici più profonde nella fede cristiana, la quale insegna che Dio è nostro Padre e che tutti gli uomini e le donne sono fratelli e sorelle. Da questa convinzione scaturisce l’etica cristiana, un’etica che esclude ogni forma di egoismo e di arroganza e cerca di unire liberamente le persone per raggiungere il bene comune. Dall’etica cristiana deriva la convinzione che è ingiusto sprecare risorse che potrebbero essere necessarie per la vita di altri. Oggi si rende necessaria una maggiore consapevolezza di questo imperativo morale, date le attuali condizioni di parti tanto vaste della razza umana.

La solidarietà inoltre conduce alla collaborazione di tutti i gruppi sociali, che sono quindi chiamati a guardare oltre gli orizzonti del proprio interesse egoistico, per fare della solidarietà una “cultura” da promuovere nella formazione dei giovani e da mettere in evidenza nei nuovi modelli di sviluppo. In effetti, soltanto una diffusa “cultura della solidarietà” consentirà quello scambio di obiettivi ed energie che sembra tanto necessario se si vuole raggiungere un livello di vita veramente umano su questa terra.

5. Parlando in termini pratici, cosa occorre fare perché il principio di solidarietà fra gli individui e i popoli si diffonda sempre di più? La Chiesa, da parte sua, non può offrire soluzioni tecniche al problema del sottosviluppo come tale, poiché non ha né la missione né la capacità di enunciare i modi e i mezzi contingenti, con i quali i problemi dell’ordine politico ed economico possono e devono essere risolti. A questo punto entra in gioco il ruolo della scienza.

È qui che troviamo il significato reale di questa settimana di studio e di altre simili iniziative volte a sviluppare le direttive tracciate dall’enciclica. Il loro obiettivo è quello di analizzare e studiare in modo più approfondito - servendosi di un approccio interdisciplinare e scientificamente provato - le cause culturali, economiche e politiche del sottosviluppo; di identificare con un’analisi precisa e rigorosa i processi che perpetuano il sottosviluppo; e di suggerire modelli di sviluppo che possano essere considerati realizzabili nelle presenti circostanze storiche. Tale analisi cerca di indicare i modi e i tempi opportuni per intervenire, le condizioni, i mezzi e gli strumenti necessari per passare dal sottosviluppo ad uno sviluppo equilibrato, vale a dire, uno “sviluppo in un contesto di solidarietà”.

6. Fra i molti problemi che occorre prendere in considerazione, ve n’è uno in particolare che vorrei portare alla vostra attenzione. È il problema del debito internazionale, un debito che grava pesantemente, talvolta con conseguenze devastanti, su molti paesi in via di sviluppo. Non è un problema che può essere considerato isolato dagli altri; anzi, il debito internazionale è intimamente legato ad un insieme di altri problemi, quali quelli dell’investimento estero, del giusto funzionamento delle maggiori organizzazioni internazionali, del prezzo delle materie prime e così via. Vorrei soltanto osservare che questo problema, negli ultimi anni, è diventato il simbolo di squilibri ed ingiustizie già esistenti, il cui peso viene spesso portato dai settori più poveri della popolazione, e ciò dimostra un’apparente incapacità di ribaltare un processo pernicioso che sembra talvolta vivere di vita propria.

La Santa Sede ha già avuto occasione di parlare di questo problema a livello ufficiale (cf. Pont. Commissionis “Justitia et Pax”: “At the Service of the Human Community: on Ethical Approach to the International Debt Question, die 27 dec. 1986). Eppure la Chiesa continua a udire gli accorati appelli dei suoi Pastori in quei paesi che sono gravati da questo peso enorme, un peso che sembra senza tregua e che compromette gravemente l’autentica possibilità di uno sviluppo libero e positivo.

Ho sottolineato l’importanza di questo problema perché, una volta affrontato con equilibrio, competenza e in uno spirito di autentica solidarietà, esso ha il potenziale per diventare un simbolo e un modello genuino di soluzione creativa ed efficace dinanzi agli altri complessi e pressanti problemi dello sviluppo internazionale.

Le soluzioni a questi problemi non sono né semplici né a portata di mano; eppure, una volta affrontati con saggezza e coraggio, essi promuovono la speranza in un mondo in cui la solidarietà non sia più semplicemente una parola, ma un compito urgente ed una convinzione che dà i suoi frutti nell’azione. La virtù della solidarietà, praticata ad un livello autentico e profondo, esigerà da tutte le parti sia la disponibilità a farsi coinvolgere, che il profondo rispetto per gli altri. Solo in questo modo le grandi risorse potenziali dei paesi in via di sviluppo potranno trasformarsi in una realtà concreta che ha molto da offrire al mondo intero.

Illustri membri dell’accademia ed eminenti professori: ho desiderato soltanto sottolineare alcuni dei problemi e delle idee più pressanti su cui avete discusso durante questa settimana di studio. Nell’esprimere la mia speranza che il vostro impegno sia stato fruttuoso, invoco su tutti voi abbondanti benedizioni divine.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELL’ECUADOR IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 27 ottobre 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Con grande soddisfazione vi do il mio più cordiale benvenuto a questo incontro con cui la divina Provvidenza ha voluto benedire la sua Chiesa per accrescere la comunione fra i suoi Pastori e far sì che risplenda sempre di più l’unione intima del Corpo mistico di Cristo. Paolo e Barnaba andarono a Gerusalemme per ricevere da Pietro gli orientamenti sulla loro missione apostolica, e furono ricevuti con grande gioia quando raccontarono ciò che Dio aveva compiuto con loro (cf. At 15, 4), così anche voi siete venuti a visitare il successore di Pietro, che vi accoglie lieto di poter compiere la missione di “confermare nella fede i propri fratelli” (cf. Lc 22, 32).

Le relazioni quinquennali che avete presentato e i colloqui personali con ciascuno di voi, mi hanno permesso di approfondire e conoscere meglio i problemi pastorali delle circoscrizioni ecclesiastiche affidate al vostro ministero episcopale. D’altra parte questa visita “ad limina” riporta alla mia mente e al mio cuore le indimenticabili giornate vissute con i fedeli dell’Ecuador nel 1985. Ricordo con emozione il fervore e l’entusiasmo con cui venni accolto dal popolo ecuadoriano, in modo particolare a Quito, Latacunga, Cuenca e Guayaquil.

2. Come punto di partenza di questo incontro desidero fare riferimento alla vostra convinzione che nell’Ecuador si rende necessaria una nuova evangelizzazione che porti alla conoscenza e alla fedeltà più profonda a Cristo, salvatore dell’uomo. Lo avete proclamato in un documento collettivo. “Opzioni Pastorali”, come applicazione delle direttive di Puebla alle vostre comunità. Quel grande incontro dell’Episcopato latinoamericano ha messo in rilievo la centralità del Redentore nell’azione evangelizzatrice: “Nel mistero di Cristo, Dio scende fino alle profondità dell’essere umano per restaurare dall’interno la sua dignità. La fede in Cristo ci offre così i criteri fondamentali per ottenere una visione integrale dell’uomo che, a sua volta, illumina e completa l’immagine concepita dalla filosofia con gli apporti delle altre scienze umane, rispetto all’essere dell’uomo e alla sua realizzazione storica” (Puebla, 305).

La vostra comune sollecitudine di servire i fratelli vi porta a scrutare attentamente la realtà della vostra patria e i “segni dei tempi”, per poterli interpretare alla luce della fede. In questo modo potete scoprire i fattori di maggiore importanza collegati con la situazione religiosa e morale dei popoli, il grado di conoscenza della Parola di Dio, la pratica autentica della fede, il senso etico della vita familiare, l’agire delle persone e dei gruppi nel campo sociale, politico e culturale.

In tutti gli ambiti dovete rendere presenti gli insegnamenti del Figlio di Dio per influire così con maggior efficacia sulla condotta dell’uomo e della società. È degno d’encomio il vostro impegno per la diffusione della Parola di Dio, che vi portò a distribuire duecentocinquantamila esemplari della Bibbia, in occasione della mia visita pastorale in Ecuador, mentre ora pensate di metterne a disposizione di gruppi e comunità altri trecentocinquantamila esemplari. Da parte mia vi incoraggio a proseguire nella proposta di una evangelizzazione rinnovata che, avendo come pietra miliare la Rivelazione e seguendo fedelmente il Magistero, sia docile nei confronti delle ispirazioni dello Spirito che continuamente assiste la Chiesa.

3. In un’epoca come la nostra, nella quale a volte si vuole prescindere dal Magistero per dare una interpretazione personale del Vangelo, deve essere preoccupazione dei Pastori legittimi il vigilare affinché la Parola di Dio sia fedelmente trasmessa. D’altra parte non mancano coloro che, per un errato secolarismo, pretendono di ridurre la missione della Chiesa a ciò che è puramente sociale, mal interpretando quindi la sua natura di sacramento di salvezza.

La vostra sollecitudine pastorale vi deve portare a discernere e chiarire quelle posizioni dottrinali che possono mettere in pericolo l’unità del gregge o la fedeltà verso gli insegnamenti della Chiesa. Alla carità e prudenza proprie del Buon Pastore deve seguire la fortezza, che come Paolo (cf. 2 Tm 2, 14-20; Tt 1, 10 ss.), vi deve muovere a incontrarvi con coloro che hanno sbagliato il cammino, invitandoli a una adesione esplicita alla fede e agli orientamenti del Magistero.

Dobbiamo sempre ricordare e prendere coscienza della responsabilità di essere Pastori di un gregge e di quanto si aspetta Dio da ognuno di voi. Il Vescovo, con i suoi consigli, con le sue esortazioni, con la sua fedeltà al piano di Dio e con il suo amore verso la Chiesa, e anche con l’edificante esempio della sua vita (cf. Lumen Gentium , 26), deve assumere il primo posto negli impegni della rinnovata evangelizzazione che stiamo proclamando in occasione del quinto centenario dell’evangelizzazione dell’America. La funzione episcopale di essere guida e maestro per le comunità ecclesiali deve essere portata a termine essendo coscienti del fatto che l’autorità di cui il Vescovo, come Pastore del gregge, è depositario, lo invita a essere servitore di tutti (cf. Lc 22, 26-27) (Lumen Gentium, 26).

Di fronte ai gravi mali della società, che tanto affliggono il nostro cuore di Pastori, urge scoprire le loro cause profonde per cercare così di apportare rimedi e dare consolazione. L’elevazione spirituale e morale dell’uomo, affinché raggiunga lo “stato di uomo perfetto secondo Cristo” (Ef 4, 13), è il cammino che conduce alla liberazione vera e integrale, basata sulla dignità di figli di Dio.

Nella mia enciclica Redemptoris Mater ricordavo che “nel disegno salvifico della Santissima Trinità, il mistero dell’Incarnazione costituisce il compimento sovrabbondante della promessa fatta da Dio agli uomini dopo il peccato originale” (Redemptoris Mater, 11). Qui si trova la ragione della nostra speranza e il fondamento dell’ottimismo cristiano: Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e raggiungano la pienezza della santità.

4. In questa ardua impresa contate sul prezioso aiuto dei sacerdoti, vostri principali collaboratori, per la costruzione del Regno di Dio. Dovete stare, cari fratelli, molto vicini a loro, condividendo le loro gioie e difficoltà, offrendo la vostra sincera amicizia, aiutandoli nelle loro necessità per incrementare così una stabile comunione sacerdotale che sia di esempio per i fedeli e solido fondamento di carità.

In sintonia con quanto detto, e coscienti dell’importanza che ciò ha per il presente e il futuro della Chiesa nell’Ecuador, vi preoccupa il problema delle vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata. Grazie a Dio negli ultimi anni state vivendo nelle vostre comunità una notevole fioritura delle vocazioni. L’antico seminario maggiore di san José, a Quito, consta attualmente di un gran numero di alunni, e inoltre sono stati creati altri seminari maggiori in diverse diocesi. D’altra parte con la facoltà di studi filosofico-teologici della pontificia Università Cattolica dell’Ecuador, si sono riuniti gli sforzi per una migliore formazione dei seminaristi e degli aspiranti alla vita religiosa.

È necessario che nei seminari si dia grande importanza alla formazione spirituale e pastorale degli alunni. Trattandosi di futuri sacerdoti, l’ambiente di questi centri di formazione deve essere di intensa pietà, di studio, di disciplina, di carità e di servizio. Questi sono mezzi insostituibili per una adeguata preparazione sacerdotale e religiosa.

5. Una pastorale vocazionale ben studiata conduce necessariamente a potenziare sempre più l’attività catechetica. La formazione cristiana dei bambini e dei giovani, esige nel vostro Paese uno sforzo particolare, poiché nei centri statali di educazione l’insegnamento religioso non viene impartito. Perciò si rende ancor più necessario - come avete sottolineato nel vostro ultimo documento collettivo sull’educazione - l’incremento della catechesi parrocchiale, come pure una solida formazione cristiana dei bambini e dei giovani che frequentano le scuole e i collegi cattolici.

Potranno contribuire a questo l’istituto nazionale di catechesi e gli altri centri che, a livello diocesano, si dedicano alla conveniente preparazione di catechisti ed educatori alla fede.

Il Concilio Vaticano II ha ricordato ripetutamente che la famiglia è il primo luogo di educazione umana e che i genitori sono i principali educatori. La Chiesa, cosciente della sua responsabilità nei confronti della famiglia, assume in modo deciso la sua missione nell’educazione delle nuove generazioni. È ben noto il contributo a questo riguardo, delle scuole, dei collegi e dei centri superiori cattolici.

In un paese cristiano come l’Ecuador, non c’è niente di più logico e giusto del fatto che siano tutelati i principi e i valori cristiani della sua gente. Perciò tutta la società deve sentirsi solidale nell’opera educativa, che fa la grandezza della Nazione. Ma, come si potranno offrire alle nuove generazioni ideali alti e nobili se non viene elevato il livello spirituale e morale della famiglia ecuadoriana?

6. Conoscete bene, cari fratelli, gli attacchi che oggi subisce l’istituzione familiare, la sua stabilità, il rispetto per la vita, l’autorità paterna, l’innocenza dei bambini. Campagne contro la natalità, concezioni della vita ispirate al secolarismo e all’edonismo sono motivo di viva preoccupazione per voi, particolarmente in certe regioni della costa ecuadoriana. Si rende necessario perciò, intensificare una pastorale familiare che, orientata da parte della Conferenza Episcopale, dia nuova vitalità ai movimenti apostolici a favore della famiglia, sensibilizzando i laici cattolici che operano nella vita pubblica, perché le strutture sociali e le disposizioni legislative favoriscano maggiormente l’unità e la stabilità dell’istituzione familiare. I laici cristiani devono essere convinti che costruendo la famiglia sulle solide basi del Vangelo, collaborano anche alla costruzione della Chiesa (cf. Christifideles Laici , 40).

Nella formazione delle coscienze, come anche nella trasmissione e diffusione del Vangelo, giocano un ruolo importante i mezzi di comunicazione sociale. La Chiesa deve assumere con sempre maggiore determinazione la sua responsabilità nell’indirizzo cristiano di questi mezzi così importanti nell’opera educativa. È motivo di soddisfazione verificare le mete raggiunte dalla Chiesa ecuadoriana nel campo delle emittenti radio. A questo proposito, ricordo con gioia la cerimonia di benedizione della “Radio Cattolica Nazionale dell’Ecuador” durante la mia visita pastorale. Voglia Dio che la attività radiofonica, come anche degli altri mezzi di comunicazione sociale, continui ad ampliare la sua influenza a favore della evangelizzazione e promozione spirituale e umana negli ambienti rurali e urbani.

7. Nella vostra opera evangelizzatrice, un settore che deve essere oggetto di particolare sollecitudine pastorale sono le comunità indigene. So che la popolazione indigena, che raggiunge approssimativamente i tre milioni e mezzo, e si e stabilita soprattutto nella regione interandina e orientale, rappresenta circa il trenta per cento della popolazione totale dell’Ecuador.

Conservo ancora vivo nella mia mente il caro ricordo dell’incontro a Latacunga con le comunità e i gruppi indigeni, che per la prima volta si riunivano in gran numero, convocati dalla Chiesa. Mi rallegra sapere che quella iniziativa ha contribuito decisamente al fatto che le comunità indigene prendessero maggior coscienza della propria identità, dei valori delle loro culture e del posto che devono occupare nell’insieme della popolazione ecuadoriana.

La celebrazione del quinto centenario dell’arrivo della buona Novella nelle terre americane, deve essere l’occasione propizia per rinnovare il vostro impegno nell’evangelizzazione in profondità delle comunità indigene dell’Ecuador. È inoltre necessario dare nuovo impulso e coordinare a livello diocesano le direttive impartite dalla Conferenza Episcopale sulla pastorale degli indigeni della costa e degli afroequatoriani. Il Vangelo deve penetrare ancora di più nelle culture indigene ed esprimersi nella vita comunitaria, nella fede e nella liturgia. Una Chiesa viva e unita intorno ai suoi Pastori sarà la migliore difesa per arrestare l’opera disgregatrice che alcune sètte stanno portando avanti fra i vostri fedeli, seminando fra loro la confusione e privando del suo significato il contenuto del messaggio cristiano.

8. La Chiesa si sente fermamente impegnata nella sua missione di illuminare tutti con la dottrina di Cristo, che è un messaggio di verità, di giustizia e, soprattutto di amore. È esigenza del Vangelo mostrare particolare predilezione verso i più bisognosi. Perciò occorre fomentare una grande attenzione sociale che si ispiri sempre più alla Parola di Dio, in perfetta sintonia con il Magistero della Chiesa e in intima comunione con i Pastori. La missione evangelizzatrice deve abbracciare la totalità della persona; infatti “l’amore che spinge la Chiesa a comunicare a tutti la partecipazione gratuita alla vita divina, le fa anche perseguire, attraverso l’efficace azione dei suoi membri, il vero bene temporale degli uomini, sovvenire alle loro necessità, provvedere alla loro cultura e promuovere una liberazione integrale da tutto ciò che ostacola lo sviluppo delle persone”. (Congr. pro Doctrina Fidei, “Libertatis Conscientia”, 63). A questo riguardo, desidero ripetervi il richiamo che feci durante la mia visita al Guasmo di Guayaquil: “Nessuno si senta tranquillo finché c’è in Ecuador un bambino senza scuola, una famiglia senza abitazione, un operaio senza lavoro, un ammalato o un anziano senza adeguata assistenza” (Allocutio Guayaquilli, ad Christifideles regionis “Guasmo”, 5, die 1 feb. 1985 : Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 1 [1985] 325).

Prima di concludere, cari fratelli, vi prego di trasmettere la mia parola di incoraggiamento ai missionari, che con abnegazione e sacrificio dedicano la loro vita a diffondere il messaggio cristiano di salvezza nelle regioni più lontane dell’Ecuador, soprattutto nella selva amazzonica e sulla costa. Il Papa è sempre vicino a loro con le sue preghiere al Signore, affinché conceda molti frutti alla loro opera apostolica. Il Signore della messe invii numerosi operai a quei territori, fecondati recentemente con il sangue del Vescovo Alejandro Labaca e della religiosa suor Ines Durango.

Portate anche ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli il saluto del Papa, che li raccomanda al Signore con grande affetto e speranza.

A voi e a tutto l’amato popolo ecuadoriano imparto la benedizione apostolica.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE PER I MIGRANTI E GLI ITINERANTI

Giovedì, 26 ottobre 1989

1. Sono lieto di porgere il mio cordiale benvenuto a voi tutti, giunti da più parti del mondo, per partecipare alla plenaria del pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti.

È la prima volta che il vostro dicastero celebra la sua plenaria nella veste di pontificio consiglio, ad esso conferita dalla recente costituzione “Pastor Bonus ”. È una promozione che testimonia il cammino compiuto da codesto dicastero nei suoi oltre diciannove anni di attività e una dimostrazione della crescente attenzione e premura con cui la Chiesa segue il problema delle migrazioni. La medesima costituzione per quanto riguarda i compiti del vostro dicastero così si esprime: “Il Consiglio rivolge la sollecitudine pastorale della Chiesa alle particolari necessità di coloro che sono stati costretti a lasciare la propria Patria o non ne hanno affatto; parimenti procura di seguire con la dovuta attenzione le questioni attinenti a questa materia”. Oggi la mobilità umana è in forte espansione: spesso lo è, purtroppo, per ragioni di necessità. La scelta preferenziale della Chiesa non può non andare a coloro che più acutamente vivono il dramma di un esodo forzato.

2. La plenaria rappresenta sempre un momento privilegiato per l’individuazione dei problemi emergenti e delle risposte appropriate. Ed è certamente di notevole importanza il tema su cui siete stati chiamati a riflettere quest’anno e che concerne il proselitismo religioso tra le migrazioni.

È questo un argomento di vasta portata e di palpitante attualità, che non conosce limiti né geografici né sociali. È un fenomeno in espansione sia nei paesi di diffuso benessere che in quelli in via di sviluppo. Ne vengono coinvolte sia le persone sature di consumismo sia quelle che vivono nel bisogno e negli stenti.

Se da una parte il dilagare di movimenti religiosi alternativi è segno di un’accresciuta sensibilità nel settore religioso, dall’altra è anche un indizio delle difficoltà che l’uomo moderno incontra nel realizzare le proprie esigenze spirituali. L’impulso verso i valori assoluti, se non è sorretto da un’autentica esperienza religiosa e da un serio impegno morale, porta spesso verso chi promette facili sconti nella fatica di ricerca ed assicura rapide scorciatoie nel conseguimento della conoscenza dei misteri divini. La fede perde la sua natura di tesoro misterioso, che ogni giorno occorre riscoprire e riguadagnare, superando sempre nuove prove.

3. Per la Chiesa il moltiplicarsi delle sètte e l’intensificarsi della loro attività costituiscono un problema preoccupante soprattutto perché, essendo difficile circoscriverne l’ampiezza e definirne la natura, diventa problematico ogni approccio e confronto con esse.

E non c’è dubbio che i migranti, a causa della particolare situazione di disagio, di precarietà, di solitudine e spesso anche di paura in cui versano, costituiscono oggi la categoria maggiormente a rischio di fronte all’imperversare del proselitismo religioso. È grande purtroppo il numero di coloro che ogni anno si disperdono e si smarriscono nei numerosi rivoli dei cosiddetti movimenti religiosi alternativi.

4. Ma ancor prima di essere un problema, il dilatarsi di questo fenomeno rappresenta per la Chiesa una sfida, che impone una risposta adeguata sul piano della formazione cristiana. Occorre cioè impegnarsi in una nuova evangelizzazione e in un’aggiornata catechesi, che mirino a rafforzare la fede dei migranti in quei settori in cui appaiono più vulnerabili nei confronti del proselitismo.

È un impegno che chiama in causa principalmente, com’è ovvio, la Chiesa di accoglienza. I migranti cattolici, che confluiscono da ogni dove in una determinata Chiesa particolare, non devono ritrovarsi abbandonati a se stessi. Essi entrano a far parte della Chiesa “impiantata” in quel territorio in cui sono giunti. Devono perciò essere assistiti con una pastorale specifica e adatta per loro. Hanno, infatti, diritto di avere un’assistenza religiosa che sia “proporzionata alle loro necessità e non meno efficace di quella di cui godono i fedeli delle diocesi” (Pii XII, “Exsul Familia”, 102): una pastorale che garantisca loro la libertà di appartenere alla loro comunità etnica ed insieme di inserirsi in quella del territorio in cui risiedono; che esprima rispetto del loro patrimonio spirituale come della loro cultura.

Le migrazioni offrono, in tal modo, alle Chiese particolari l’occasione di verificare la propria “cattolicità”, che consiste non solo nell’accogliere le diverse etnie, ma soprattutto nel fare comunione con esse. L’unità della Chiesa è trascendente come lo è la sua origine. Essa è data non dalla cultura o lingua comune, ma dallo Spirito della Pentecoste che, chiamando genti di lingue e nazioni diverse alla fede nello stesso Signore e alla speranza nella stessa vita, le raccoglie in un solo popolo.

5. Ogni Chiesa particolare, pertanto, dovrà sentirsi impegnata a coltivare la pedagogia dell’accoglienza e ad esercitare la solidarietà verso i migranti. I Vescovi hanno sicuramente presente quanto già il Papa Paolo VI sottolineava nel motu proprio “Pastoralis Migratorum Cura”: “I migranti non solo sono affidati, al pari degli altri fedeli, al loro pastorale ministero, ma per le speciali circostanze in cui vivono richiedono anche una particolare premura, che appunto corrisponda ai loro bisogni”.

Ma la pastorale specifica per i migranti, se vuol evitare il rischio di ridursi a pastorale per emarginati, deve favorire il costituirsi di vere comunità etniche, in cui la fede possa essere vissuta, espressa e trasmessa; è al loro interno, infatti, che essa trova la sua più valida difesa contro l’invadenza del proselitismo religioso. Tali comunità etniche appartengono a pieno titolo al tessuto ecclesiale e contribuiscono, assieme alle altre, alla costruzione del Regno di Dio. Per questa via, il tema della plenaria di quest’anno si riannoda a quello dello scorso anno: “Direttive pastorali emanate dalla Santa Sede per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio religioso e culturale dei Rifugiati e dei Migranti”.

6. Un ruolo importante nella evangelizzazione e formazione dei migranti hanno pure i laici. In un contesto di diaspora geografica ed ambientale, quale è quello delle migrazioni di oggi, l’apporto dei laici è insostituibile. Qui la fede non può essere semplicemente una eredità da proteggere, ma una realtà da approfondire, verificare, sviluppare nell’ambito della Chiesa particolare. I primi ed immediati apostoli dei migranti devono essere gli stessi migranti.

Per costruire delle vere comunità in questo specifico mondo, è importante intraprendere alcune iniziative appropriate: la formazione di gruppi di migranti con forte impronta spirituale e dinamismo cristiano; la creazione di piccole comunità di fede che agiscano sotto la guida dei legittimi Pastori, si tengano a contatto tra di loro e si scambino esperienze; l’istituzione di consigli pastorali composti da persone che vivono con convinzione il messaggio cristiano e godono la fiducia della comunità.

I compiti dei laici, tuttavia, non si esauriscono a livello comunitario; essi debbono trovare un prolungamento in seno alla famiglia, ambito, questo, che tra tutti, voglio esplicitamente sottolineare come luogo di particolare impegno. In una situazione di diaspora e di crescente pericolo per la fede, la famiglia deve riscoprire il proprio ruolo di “chiesa domestica”, dove genitori e figli vivono e alimentano con fervore la propria fede in una concreta esperienza di vita.

Tra i migranti vi sono pure molte persone sradicate dal proprio nucleo familiare. La solitudine le rende particolarmente fragili di fronte alle lusinghe del proselitismo religioso. Esiste il dovere, da parte di tutti i laici, di farsi loro “prossimo” per annunciare la buona Novella con lo stile del Signore: in casa, per le strade, fra gli amici.

7. Carissimi! Questo incontro vi servirà non solo per fare un’analisi, ma per passare poi alle opportune terapie. I metodi e i mezzi hanno certamente la loro importanza, ma determinanti sono soprattutto la solidarietà cristiana, lo zelo apostolico e la carità premurosa di quelli che hanno una responsabilità nei confronti dei migranti. I Pastori e i loro collaboratori devono assumere lo spirito del comune e supremo pastore, Gesù Cristo, che dà la vita per le sue pecore. Sono molte le organizzazioni a cui fanno capo i migranti. Ma questi sapranno riconoscere come voce del Signore quella di chi ama di più.

Che il Signore illumini e fortifichi voi che lavorate in seno al pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti o in collegamento con esso, e sostenga lo zelo di tutti quelli che si prodigano quotidianamente al servizio diretto di coloro che gli eventi o la necessità hanno spinto fuori della Patria, condividendone la difficile condizione.

Con questi voti imparto a tutti la mia benedizione.

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI RAPPRESENTANTI DELLE SOCIETÀ BIBLICHE UNITE

Giovedì, 26 ottobre 1989

Eminenza, cari fratelli in Cristo.

Sono lieto di ricevervi, illustri rappresentanti delle società bibliche unite, in occasione della vostra visita a Roma. Ci incontriamo nella consapevolezza che la vita in Cristo cui partecipiamo è rischiarata e sostenuta in ogni modo dalla Parola di Dio, che è potenza di Dio per la salvezza di coloro che credono (cf. Rm 1, 16). E perciò con gioia e gratitudine prendo atto dello spirito di collaborazione ecumenica che caratterizza il vostro lavoro che cerca di far conoscere e comprendere sempre di più le Sacre Scritture.

Avete concluso il vostro convegno generale a Budapest l’anno scorso con l’impegno di diffondere la Parola di Dio in tutto il mondo in uno spirito di servizio e di preghiera. Ho fiducia che le società bibliche unite e la federazione mondiale cattolica per l’apostolato biblico rafforzeranno la fraterna collaborazione che già guida i vostri sforzi. Un passo in avanti a questo riguardo è costituito dall’osservanza delle “Linee fondamentali per la Cooperazione Interconfessionale nelle Traduzioni della Bibbia”. L’anno prossimo, l’assemblea generale della federazione biblica a Bogotà sul tema: “La Bibbia nella Nuova Evangelizzazione” offrirà un’ulteriore opportunità per il vostro comune servizio alla Parola di Dio.

Secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, “è necessario che la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura” (Dei Verbum , 21). La Sacra Scrittura alimenta la fede, rafforza l’unità ecclesiale ed è un importante elemento del nostro patrimonio spirituale comune con la stirpe di Abramo, i nostri fratelli e sorelle ebrei. Ma la Parola di Dio è anche una parte essenziale dell’eredità culturale di tutta l’umanità. Svolge un ruolo decisivo nella ricerca del Dio vivente, del significato della vita, della riconciliazione, della giustizia e della pace nelle vicende umane. Per questo, i seguaci dell’Islam, quelli che appartengono alle altre grandi religioni e perfino i non credenti ricavano un beneficio dalla conoscenza delle Sacre Scritture. Penetrare nelle Sacre Scritture vuol dire entrare nel mistero di Dio e dell’uomo. Il vostro lavoro perciò è di grande importanza e servizio per la Chiesa e l’intera famiglia umana.

Nell’annunciare il mistero dell’amore di Dio, Cristo “riconcilia a sé il mondo” (2 Cor 5, 19). Cristo crocifisso e risorto da morte, nostra pace, è il centro del messaggio di salvezza che proclamiamo. In occasione del nostro incontro di oggi, manifesto di cuore la speranza che i membri delle società bibliche unite continuino a partecipare, secondo i loro doni particolari, alla proclamazione del Vangelo che invita alla conversione di tutti gli uomini a Cristo nella “Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1, 22-23).

Le divine benedizioni di grazia e di pace siano su ciascuno di voi.

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELL’URUGUAY IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 26 ottobre 1989

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. È per me motivo di letizia potermi incontrare di nuovo con voi. Solo un anno fa ho avuto la gioia di recarmi in Uruguay e conoscere la Chiesa della quale siete Pastori. Quella seconda tappa del viaggio che iniziai nel 1987 - e del quale conservo un carissimo ricordo - mi permise di visitare alcune delle vostre diocesi, per compiere la missione di confermare nella fede i fratelli (cf. Lc 22, 32).

Una delle più grandi soddisfazioni che ho avuto in Uruguay è stata senza dubbio il verificare che nel vostro Paese ci sono molti uomini e molte donne che, come ai tempi di Gesù, aspettano con grande desiderio la Parola di Dio (cf. Lc 5, 1). Sì, in Uruguay, come in altre parti del mondo, ho trovato un’apertura al messaggio redentore di Cristo e l’unione affettiva con il successore di Pietro.

Voi, venerabili fratelli, siete Pastori di una Chiesa che, nel contesto dei paesi latinoamericani, è caratterizzata dalla sua giovinezza. Infatti, solo pochi anni fa abbiamo celebrato il centenario della erezione della sua prima diocesi. La giovane Chiesa che peregrina in quella Nazione si trova in un momento cruciale della sua esistenza, come è quello della crescita, e si aspetta da voi una abnegata sollecitudine pastorale non esente da sacrifici.

Sempre, ma specialmente in questa tappa di crescita, l’unione intima con il Signore è la condizione necessaria per un’opera fruttuosa. Voi sapete che “la Chiesa del nuovo Avvento, la Chiesa che si prepara di continuo alla nuova venuta del Signore, deve essere la Chiesa dell’Eucaristia e della Penitenza. Soltanto sotto questo profilo spirituale della sua vitalità e della sua attività, essa è la Chiesa della missione divina, la Chiesa in “statu missionis”, così come ce ne ha rivelato il volto il Concilio Vaticano II” (Redemptor Hominis , 20).

Mentre fomentiamo l’unione vitale di tutte le membra con Gesù Cristo, capo del suo Corpo mistico, questo periodo di crescita che vive la Chiesa in Uruguay richiede anche il rafforzamento dei legami che la uniscono con la Chiesa universale.

2. Dalle relazioni quinquennali che avete inviato, e attraverso il dialogo con voi, ho potuto rilevare che vi preoccupa molto il problema della mancanza di vocazioni sacerdotali. Condivido e faccio mia la vostra preoccupazione, e vorrei riflettere insieme a voi su alcuni mezzi che possono aiutarvi a superare questa grave necessità.

In primo luogo, sappiamo che la nascita delle vocazioni dipende da Dio, che ispira e dà la grazia, ma, in un certo senso, dipende anche da noi. “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe” (Mt 9, 38), ci dice il Signore. La preghiera è la nostra forza e la nostra principale risorsa. Incoraggiamo, per quanto possibile, le preghiere per questa intenzione: che preghino i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i bambini, gli adulti e gli anziani; che preghino soprattutto i malati, prediletti da Dio, affinché il Signore susciti molte e scelte vocazioni sacerdotali. Siate certi che, se preghiamo intensamente e con perseveranza, la preghiera non potrà non produrre frutti.

Il Concilio Vaticano II ci ricorda che sono le famiglie cristiane quelle che offrono alla Chiesa il maggior aiuto per il fiorire delle vocazioni sacerdotali; in questo senso chiama le famiglie cristiane “il primo seminario” (Optatam Totius , 2). Per questo la Chiesa si rivolge con particolare insistenza ai genitori, perché fomentino nelle loro case l’atmosfera spirituale nella quale possa maturare la fede e siano incoraggiate le vocazioni sacerdotali e religiose.

Come avete sottolineato, la morale familiare nel vostro Paese è indebolita, fra le altre cose, da una legislazione che in pratica favorisce il divorzio e, di conseguenza, non educa ai valori dell’unità e della fedeltà matrimoniali. È vero che questo è un grave problema, a cui si aggiunge il dramma ancor più profondo dell’aborto, ma questa dolorosa situazione, mentre ci spinge a continuare nell’annuncio del disegno di Dio sul matrimonio, la famiglia e il rispetto della vita umana dal primo istante del suo concepimento (cf. Montividenti, allocutio ad episcopos uruquarianos, die 8 maii 1988 : Insegnamenti di Giovanni Paolo I XI, 2 [1988] 1210 ss.), deve servire da stimolo per pregare con maggiore intensità per le vocazioni sacerdotali: quanto bisogno c’è di buoni pastori che predichino il messaggio di salvezza affidato da Cristo alla sua Chiesa!

3. Il fermo desiderio di servire i fedeli e la fiducia nel Signore, vi devono portare a dare un nuovo impulso a una pastorale vocazionale globale, cominciando dall’attenzione rivolta alle famiglie cristiane e alla formazione dei giovani che si preparano al matrimonio, perché sappiano vedere come un gran dono di Dio la vocazione sacerdotale di uno dei loro figli.

Il Concilio Vaticano II vuole che “tutti i sacerdoti considerino il seminario come il cuore della diocesi” (Optatam Totius, 5). Il vostro seminario interdiocesano deve essere inoltre, per tutti i sacerdoti uruguaiani, un riferimento chiave per il loro ministero. Il promuovere le vocazioni per la vita sacerdotale e religiosa non può essere considerato come un “carisma” esclusivo di alcuni sacerdoti; anzi, è una necessità che incombe su tutti, perché sappiamo bene che il futuro della Chiesa dipende in grande misura dai suoi pastori. Tutti sentiamo l’obbligo di corrispondere l’immeritato amore e la predilezione con cui Dio ci ha chiamato ad essere i suoi ministri: il miglior modo di farlo, che Dio premierà con abbondanza, è pregare e lavorare senza posa affinché il nostro sacerdozio si perpetui sulla terra per mezzo di nuove vocazioni.

Secondo gli insegnamenti del Concilio, bisogna dire che l’aumento delle vocazioni sacerdotali e religiose dipende, in gran parte, dall’attenzione con cui si educa, fin dall’adolescenza, nei primi centri vocazionali o nei seminari minori. Come è importante far crescere nei cuori dei bambini e degli adolescenti il desiderio di seguire le orme di santi sacerdoti!

Più tardi, nel seminario maggiore, dovranno essere formati in una “identità”, sacerdotale senza ambiguità né complessi. Il nostro tempo è avido di sincerità ed esige chiarezza di propositi e fedeltà nei confronti degli impegni assunti. Nel sacerdote queste virtù devono brillare in modo particolare e manifestarsi in tutta la loro condotta. Perciò, occorre dare ai candidati al sacerdozio una solida preparazione nella vita spirituale, nella disciplina e nello studio, che li renda capaci di essere veri testimoni di Cristo risuscitato. D’altra parte, “poiché la formazione degli alunni dipende dalla sapienza delle leggi e soprattutto dalla idoneità degli educatori, i superiori e i professori dei seminari devono essere scelti fra gli elementi migliori, e diligentemente preparati con un corredo di soda dottrina, di conveniente esperienza pastorale e di una speciale formazione spirituale e pedagogica” (Optatam Totius, 5). Se coloro che dirigono la vita del seminario sanno trasmettere uno stile di vita fatto di fiducia, serietà, pietà e studio, gli alunni risponderanno mettendoci la loro parte migliore. Così si verrà a creare un ambiente familiare, vibrante e apostolico che sarà anche “motivo di credibilità” per promuovere le nuove vocazioni sacerdotali di cui il vostro Paese ha bisogno.

4. Se il presente della Chiesa in Uruguay ci obbliga ad intensificare la preghiera e l’azione pastorale nei riguardi delle vocazioni sacerdotali, si rende necessario anche raddoppiare l’impegno nella educazione cristiana dei bambini e dei giovani.

Viviamo un momento storico cruciale nel quale si avvertono ansie di religiosità e sete di Dio, ma, allo stesso tempo, correnti di secolarismo ed edonismo cercano di mettere a tacere queste voci rifiutando, in non pochi casi, ogni idea di trascendenza o di legge superiore.

Davanti a questo quadro d