Dispensa di italiano classe I a



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DISPENSA DI ITALIANO CLASSE I A

Che cos’è un testo narrativo
Un testo narrativo è un testo che racconta una storia .La storia non è altro che un insieme di avvenimenti collegati tra loro che si svolgono in un determinato tempo, in un determinato luogo e in cui agiscono personaggi ciascuno dei quali ricopre un determinato ruolo, più o meno importante . Solitamente una storia ha un inizio,uno svolgimento e una fine .La storia è raccontata da una voce narrante, cioè da una voce che non dice mai “io”e che quindi non compare come personaggio.

Gli elementi di una storia sono:

-i personaggi;

-le azioni compiute dai personaggi;

-lo spazio,cioè il luogo in cui si svolgono le vicende;

-il tempo,durante il quale le azioni si svolgono.

Analisi di un testo narrativo

Il lavoro di analisi è basato su una scomposizione del testo nei suoi elementi fondamentali .Di conseguenza è importante:



  1. INDIVIDUARE LE SEQUENZE;

  2. DISTINGUERE LA FABULA DALL’INTRECCIO;

  3. ANALIZZARE I PERSONAGGI E LE LORO AZIONI;

  4. ANALIZZARE IL TEMPO E LO SPAZIO;

  5. ANALIZZARE LO STILE DELL’AUTORE.

LE SEQUENZE

Tutti i testi possono essere suddivisi in parti più brevi chiamate sequenze,autonome dal punto di vista del contenuto. I testi narrativi possono essere scomposti in sequenze molto ampie dette “macrosequenze” e in sequenze ristrette dette “micro sequenze”.



TIPI DI SEQUENZE

In base al loro contenuto predominante,possiamo individuare quattro tipi di sequenze:

-sequenze narrative in cui predomina la narrazione degli avvenimenti, dei fatti;

-sequenze descrittive in cui vi è la descrizione di un paesaggio, di un personaggio,di un oggetto;

-sequenze dialogiche in cui prevalgono i dialoghi tra i personaggi;

-sequenze riflessive in cui l’autore ci spiega qualcosa,o analizza la psicologia del personaggio,o espone la sua idea su un determinato problema.

Non esiste una regola universale per riconoscere una sequenza .Vi sono però alcuni elementi che indicano il passaggio da una sequenza all’altra:

-cambiamento di luogo ovvero la vicenda si sposta da un luogo all’altro;



-variazione di tempo;

-entrata o uscita di un personaggio;

-l ’autore affronta un nuovo argomento.

LE PARTI DEL DISCORSO

Le parole della lingua italiana sono divise in nove categorie grammaticali, chiamate parti del discorso.

Esse sono nove e si dividono in:variabili e invariabili.
VARIABILI:VERBO,NOME, AGGETTIVO, ARTICOLO,PRONOME.

INVARIABILI:AVVERBIO,PREPOSIZIONE,CONGIUNZIONE,INTERIEZIONE.
Le cinque parti variabili,accordandosi grammaticalmente con altre parole ad esse collegate nel discorso, possono cambiare la loro forma.

Le quattro invariabili hanno invece un’ unica forma.



IL VERBO

Il verbo è la parte variabile del discorso che fornisce informazioni sul soggetto della frase, cioè sulle azioni compiute o subite dal soggetto ,sugli eventi che lo riguardano, sullo stato in cui si trova o sul modo di essere. Esso costituisce il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri elementi di una frase. Ogni frase ha un verbo che dice qualcosa riguardo al soggetto. In italiano , il verbo concorda sempre con il soggetto:esso è singolare se il soggetto è singolare,ed è plurale se il soggetto è plurale .

Il verbo ci dice anche quando si verifica quel fatto,cioè lo colloca nel tempo,che può essere il presente(Marco ascolta la radio), il passato(Marco ha ascoltato la radio) o il futuro ( Marco ascolterà la radio), e precisa le modalità in cui avviene,indicando se è un fatto certo(Marco ascolta ogni giorno la radio) o solo possibile(Marco ascolterebbe la radio, se avesse tempo).

IL VERBO E LE SUE FORME

Ogni verbo è formato da due parti: una radice(che coincide con la parte iniziale del verbo)e una desinenza (che coincide con la parte finale del verbo).La radice, per lo più invariabile, esprime il significato di base del verbo. La desinenza , invece, variando di volta in volta, ci trasmette informazioni su:

-la persona (prima, seconda o terza) che compie o subisce l’azione;

-il numero( singolare o plurale) delle persone in questione;



-il modo (certo, incerto, possibile ecc.) in cui viene presentato l’avvenimento o la situazione;

-il tempo (presente, passato o futuro) in cui si verifica ciò che è indicato dalla radice del verbo.

L’ insieme ordinato delle varie forme che ogni verbo può assumere cambiando la desinenza per dare tutte queste informazioni si chiama coniugazione.

In italiano esistono tre coniugazioni che si distinguono in base alla desinenza dell’infinito presente:

1 i verbi che terminano in –are, come amare, appartengono alla l coniugazione;

2 i verbi che terminano in –ere, come temere, appartengono alla ll coniugazione;

3 i verbi che terminano in –ire,come partire, appartengono alla lll coniugazione.

RICORDA: i verbi essere e avere hanno una coniugazione propria.


LA PERSONA E IL NUMERO: SINGOLARE E PLURALE

Una prima informazione che ci offre il verbo,attraverso le desinenze,riguarda la persona(essere vivente o cosa) che compie o subisce l’azione o che si trova in una certa situazione .La persona costituisce il soggetto,espresso o sottinteso del verbo. L e persone del verbo sono sei, e sei sono le desinenze che le esprimono , tre per il singolare e tre per il plurale.



NUMERO PERSONA RADICE DESINENZA

l (io) cant- - o



singolare ll (tu) cant- - i

lll(egli) cant- - a


l (noi) cant- - iamo

plurale ll (voi) cant- - ate

lll(essi) cant- - ano


IL MODO E IL TEMPO

Un’ altra informazione che il verbo offre attraverso le desinenze riguarda il modo in cui viene presentato l’evento che esprime. Infatti , un evento può essere presentato da chi parla o scrive:

-come qualcosa di certo e sicuro, con il modo indicativo”:non dormo da ore”

-come qualcosa di solo ipotizzato, o augurabile, perciò incerto, con il modo congiuntivo”:ah, se tu studiassi di più!”(il modo congiuntivo è il modo della possibilità,dell’ incertezza e del desiderio).



-come qualcosa di possibile solo a determinate condizioni, con il modo condizionale:”dormirei di più se fossi meno nervoso”

-nella forma di un comando, con il modo imperativo:”studia di più!”.

In italiano i modi del verbo sono sette e si dividono in:

1)MODI FINITI:indicativo,congiuntivo, condizionale, imperativo;

2) MODI INDEFINITI:infinito, participio, gerundio.

I modi finiti indicano sempre in modo esplicito le varie persone cui si riferiscono.

I modi indefiniti, invece, sono detti così perché non precisano la persona cui si riferiscono.

Ogni modo verbale (indicativo, congiuntivo, condizionale,imperativo,participio e gerundio) si articola in un determinato numero di tempi.


IL TEMPO

Il verbo , attraverso la variazione delle desinenze la variazione , indica anche il tempo -presente , passato e futuro – in cui si verifica l’ evento(l’azione o la situazione) che esprime.

In italiano i tempi del verbo sono tre:

Il presente indica la contemporaneità rispetto al momento in cui si parla o scrive.

Il passato indica l’anteriorità rispetto al momento in cui si parla o scrive.

Il futuro indica la posteriorità rispetto al momento in cui si parla o scrive.

I tempi verbali si distinguono in :semplici e composti.

I tempi semplici sono costituiti da una sola parola(canto).

I tempi composti sono costituiti da due parole: una voce degli ausiliari essere o avere più il participio(hanno cantato,sarei tornato).
RICORDA:

-il modo indicativo ha otto tempi (presente, passato prossimo,imperfetto, trapassato prossimo , passato remoto, trapassato remoto, futuro semplice e futuro anteriore);



-il modo congiuntivo ha quattro tempi(presente , passato, imperfetto e trapassato);

-il modo condizionale ha due tempi(presente e passato);

-il modo imperativo ha un solo tempo(presente)perché non si possono dare ordini per il passato e ha forme proprie solo per la seconda persona singolare e plurale, per le altre si usano le corrispondenti forme del congiuntivo presente;

- il modo infinito ha due tempi(presente e passato);

-il modo participio ha due tempi(presente e passato);

- il modo gerundio ha due tempi( presente e passato).




VERBI TRANSITIVI E INTRANSITIVI

I verbi si dividono in due grandi generi:i verbi transitivi e i verbi intransitivi.



-I verbi transitivi sono i verbi che(come scrivere,leggere, guardare, mangiare) indicano un’ azione che dal soggetto “passa”( transita)su qualcosa o qualcuno che completa il significato del verbo stesso e che si chiama complemento oggetto.

Esempio:Paolo mangia un panino.

Il verbo mangiare è transitivo perché l’azione compiuta dal soggetto(Paolo), transita direttamente su un oggetto(un panino) che completa il significato del verbo.

I verbi transitivi hanno tre forme:

-attiva:il soggetto compie l’azione(Sandro lava la frutta);

-passiva:il soggetto subisce l’azione( La frutta è lavata da Sandro);

-riflessiva:l’azione compiuta dal soggetto si riflette, ricade, sul soggetto che la compie(Sandro si lava).

-I verbi intransitivi sono i verbi, come dormire e stare , che indicano uno stato, o i verbi come ridere e partire, che esprimono azioni che non” passano” su niente e nessuno, ma si esauriscono nel soggetto chela compie senza bisogno di alcun complemento oggetto.



ESEMPIO:Anna ride.

Il verbo ridere è intransitivo perché l’azione non passa su nessun elemento ma riguarda solo il soggetto e il significato del verbo è di per sé completo .

In generale:

-sono per lo più transitivi i verbi che indicano azione:mangiare,bere, leggere, scrivere……

-sono per lo più intransitivi i verbi che indicano movimento: correre, partire, andare, venire, tornare…..

-sono per lo più intransitivi i verbi che indicano una condizione esistenziale:stare, vivere, morire, dormire, nascere, crescere…..



RICORDA: Molti verbi transitivi, come ad esempio bere , possono essere usati anche senza il complemento oggetto(Carlo beve).In questo caso l’esistenza dell’ oggetto è presupposta, perché Carlo deve comunque bere qualcosa. In questo caso l’oggetto esiste anche se non è espresso. Il verbo è detto in questo caso transitivo assoluto .

Nella nostra lingua ci sono alcuni verbi che possono essere transitivi o intransitivi a seconda del significato che assumono nel contesto della frase:

-L’idraulico ha aspirato l’acqua dal tubo del lavandino(transitivo);

-Marco e Lucia aspiravano entrambi allo stesso incarico(intransitivo) ;

-Luigi ha cambiato la macchina(transitivo);

- Carlo non cambierà mai(intransitivo).

Così pure possiamo trovare verbi che sono intransitivi ma che diventano transitivi quando sono usati in senso figurato:

- Sandro, per paura,corse via a gambe levate(intransitivo)

-I ragazzi corsero un grosso rischio( transitivo)


La forma del verbo: attiva, passiva e riflessiva

I verbi, a seconda del modo in cui coinvolgono il soggetto nell’ azione ,possono avere tre forme diverse: attiva, passiva, riflessiva.



La forma attiva

Il verbo è attivo quando il soggetto compie l’azione indicata dal verbo(Il gatto insegue il topo) .



La forma passiva

Il verbo è passivo quando il soggetto subisce da parte di qualcuno o di qualcosa l’ azione indicata dal verbo(Il topo è inseguito dal gatto).



Come si costruisce la forma passiva del verbo

La forma passiva del verbo si costruisce in generale premettendo l’ ausiliare essere al participio passato del verbo:amare = essere amato; ama = è amato; amò = fu amato.

Il passivo si può formare anche:

-con le voci del verbo venire + il participio passato del verbo:”I vincitori verranno premiati(= saranno premiati) dal Presidente;

- con le voci dei verbi andare, stare , restare rimanere, finire + il participio passato dei verbi:”Il bosco andò distrutto(= fu distrutto) in un incendio”;

-limitatamente alla terza persona singolare e plurale, con la particella si ( si passivante) premessa al verbo di forma attiva:”Nel buio si udì (= fu udita) una voce”. “Si vendono(= sono venduti) mobili usati”.

La trasformazione attivo-passivo

Tutti i verbi, transitivi e intransitivi, hanno la forma attiva:”Il leone ha raggiunto (= verbo transitivo) la gazzella;”Il leone ha ruggito”( = verbo intransitivo).

Solo i verbi transitivi, però,possono avere la forma passiva :”La gazzella è stata raggiunta dal leone “.

Il passaggio dalla forma attiva alla forma passiva si può fare , però, solo quando il complemento oggetto è espresso:



- Luca (= soggetto) lava(= verbo in forma attiva) la macchina(= complemento oggetto) ;

-La macchina(= soggetto) è lavata(= verbo in forma passiva) da Luca(= complemento d’ agente) .

Nella trasformazione:

il soggetto della frase attiva, Luca,diventa complemento d’agente della forma passiva: da Luca ;



il complemento oggetto, la macchina, diventa il soggetto della forma passiva;

il verbo, mantenendo lo stesso tempo, si trasforma da attivo a passivo: lava = è lavato.
La forma riflessiva

Il verbo è riflessivo quando l’azione compiuta dal soggetto “si riflette”, cioè ricade sul soggetto che la compie.

ESEMPIO:Marta si(oggetto) veste(verbo transitivo) = Marta veste se stessa = Marta veste Marta.

La forma riflessiva si ottiene con le particelle pronominali mi, ti, ci, vi ,si che hanno sempre e soltanto la funzione di complemento oggetto .

Nei tempi composti, i verbi riflessivi vogliono sempre l’ausiliare essere:Isabella e Carolina si sono vestite.

La forma riflessiva si distingue in:

-forma riflessiva propria:l’azione compiuta dal soggetto si riflette direttamente sul soggetto stesso:le particelle pronominali svolgono la funzione di complemento oggetto.

Esempio: Io mi lavo(= io lavo me stesso).

-forma riflessiva apparente: l’ azione compiuta dal soggetto non ricade sul soggetto stesso ma su un vero complemento oggetto e le particelle pronominali non svolgono la funzione di complemento oggetto ma quella di complemento di termine .

Esempio:Io mi lavo le mani(= io lavo le mani a me) .

-forma riflessiva reciproca: l’ azione è compiuta e subita reciprocamente da due o più soggetti. In questo caso le particelle pronominali stanno a significare “reciprocamente”, “l’un l’altro”,quindi non danno valore riflessivo al verbo.

ESEMPIO:Maria e Antonio si abbracciano.



La forma pronominale

I verbi come annoiarsi , pentirsi,vergognarsi non sono verbi riflessivi: le particelle pronominali mi, ti, ci, vi, si ,infatti,non danno alcun valore riflessivo, ma fanno parte integrante del verbo e del suo significato. Questi verbi ,come anche i verbi ammalarsi, ribellarsi e arrendersi sono detti verbi pronominali.


I VERBI IMPERSONALI

I verbi hanno normalmente un soggetto, espresso o sottinteso. Esistono però anche verbi, come piovere,grandinare che non hanno un soggetto determinato, sono cioè impersonali(= Piove senza tregua da una settimana. Grandinava con violenza).

I verbi impersonali sono verbi che esprimono un’ azione o una condizione che non può essere attribuita a cose o a persone.

Sono impersonali tutti i verbi che indicano fenomeni atmosferici, come diluviare, piovere, grandinare, nevicare tuonare.

Nella categoria dei verbi impersonali rientrano anche alcuni verbi e alcune locuzioni che, oltre ad essere usati normalmente in forma personale, sono spesso usati solo alla terza persona singolare. Si tratta di verbi come accadere, bisognare,importare, occorrere, parere e sembrare e di locuzioni verbali formate dai verbi essere,stare, andare accompagnati da un aggettivo o un avverbio, come è necessario,è bello, è chiaro, è bene, va bene, non sta bene:

forma personale forma impersonale

ACCADONO FENOMENI INSPIEGABILI . ACCADE SPESSO DI ESSERE FRAINTESI.

QUESTO ACCORDO CONVIENE A TUTTI . CONVIENE RIENTRARE IMMEDIATAMENTE.

E’ OPPORTUNA LA TUA PRESENZA. E’ OPPORTUNO CHE TU VENGA AL PIU’ PRESTO.

Infine tutti i verbi possono essere usati in modo impersonale: basta premettere alla terza persona singolare del verbo la particella si:”Qui si dorme bene”;”Oggi non si parte”.

I verbi impersonali si usano:

-nella terza persona singolare bei modi finiti (= Tuonò tutta la notte);

-nei modi indefiniti(= Smise di piovere. Sta piovendo)



I VERBI AUSILIARI:ESSERE E AVERE

I verbi essere e avere”aiutano”gli altri verbi a formare i tempi composti e il passivo: per questa loro particolare funzione, essi sono detti verbi ausiliari .

L’ausiliare essere si usa per formare:

-i propri tempi composti:”Io sono “=”Io sono stato”;

-il passivo di tutti i verbi:”Io amo”=”Io sono amato”;

-i tempi composti dei verbi riflessivi:”Io mi lavo”= “Io mi sono lavato”;

-i tempi composti dei verbi impersonali:”Piove”=”Ieri è piovuto”;

- i tempi composti della maggior parte dei verbi intransitivi:”Io arrivo”=”Io sono arrivato”.

L’ausiliare avere, invece, si usa per formare:

-i propri tempi composti:”Io ho”=”Io ho avuto”;

-i tempi composti di tutti i verbi transitivi:”Io mangio”=Io ho mangiato”;

-i tempi composti di alcuni verbi intransitivi:”Io corro”=”Io ho corso”;

-in alternativa a essere per i verbi impersonali che indicano fenomeni meteorologici:”Grandina”=”Ieri ha grandinato tutta la mattina.”

RICORDA:I verbi essere e avere ,oltre a svolgere la funzione di ausiliare, hanno anche un loro significato autonomo e possono quindi essere usati da soli. Come predicati hanno un preciso significato:

-essere= stare, esistere, trovarsi (Lisa è in classe)

-avere=possedere , ottenere(Alessio aveva un bel cane)




VERBI SERVILI

Come i verbi essere e avere,anche i verbi volere, dovere e potere possono avere

funzione sia predicativa sia di sostegno:

-sono usati come predicati verbali quando hanno un loro significato autonomo =”Voglio un caffè.”

“Ti devo molto”.”Dio può tutto”.

-hanno funzione di sostegno, e sono detti verbi servili, quando accompagnano un altro verbo che è posto all’ infinito:”Non voleva correre rischi”. “Mi puoi prestare quel libro?”Luigi doveva partire”.

Nei tempi composti conservano l’ausiliare richiesto dal verbo che”servono”.

Quindi i verbi servili reggono l’infinito di un altro verbo e si uniscono ad esso senza preposizione, formando un unico predicato verbale, qualificando l’azione come voluta, necessaria o possibile. Sebbene volere, dovere, potere siano di gran lunga i verbi servili più frequenti, anche altri verbi possono avere funzione servile. E’il caso di preferire, osare, sapere(= essere in grado di) :”Preferisco restare”.” Sa fare il suo mestiere”.




VERBI FRASEOLOGICI

Altri verbi si usano in unione con un verbo di modo indefinito per arricchirne il significato o per precisarlo, formando con esso un unico predicato verbale. Si tratta di stare per, andare a, cominciare a, continuare a, accingersi a , essere sul punto di:”Cominciò a incamminarsi verso casa.” “Continuarono a parlare fino a notte fonda”.Sono detti verbi fraseologici.

Distinguiamo due categorie di verbi fraseologici: i verbi causativi e i verbi aspettuali.

I verbi causativi sono verbi come fare e lasciare, che si accompagnano a un verbo all’ infinito,per esprimere un’ azione causata, cioè fatta o lasciata eseguire, dal soggetto: “”Il giudice ha fatto sgomberare l’aula”.”Lasciami dormire”.

I verbi aspettuali sono verbi che accompagnano un verbo all’ infinito introdotto da una preposizione o al gerundio e precisano l’ aspetto dell’ azione ( indicano ad esempio se un’ azione comincia o finisce):”Ha cessato di nevicare”. “Ha iniziato a disturbare i compagni”.

In particolare i verbi aspettuali possono esprimere:

- l’ imminenza di un’ azione:” Stiamo per partire”.” E’ sul punto di esplodere”.

- l’ inizio di un’azione:”Cominciò a piangere”.”Si mise a dipingere”.

-lo svolgimento di un’ azione(stare + gerundio, andare + gerundio, venire + gerundio)” Sta ridendo da mezz’ora”.” Va straparlando da giorni.”

- la durata di un ‘azione : “Continua a parlare”.” Seguita a non capire”

-la conclusione di un ‘azione:” Ha smesso di amarlo”

- il tentativo di compiere un’ azione:” Si è sforzato di accettarlo”




VOCALI E CONSONANTI

L’alfabeto italiano si compone di 21 lettere, di cui 5 vocali e 16 consonanti.

Le lettere dell’alfabeto possono essere scritte in forma maiuscola o minuscola. La successione delle lettere dell’ alfabeto determina il cosiddetto ordine alfabetico.

LE VOCALI

Nella nostra lingua le vocali sono rappresentate da 5 grafemi(simboli che si usano per rappresentarli graficamente, ovvero le lettere):a, e, i, o, u.

A questi corrispondono 7 fonemi(i suoni di una lingua): a,è,é , i ,ò, o,u.

Infatti, quando le vocali e ed o sono toniche( vi si posa cioè la voce), possono essere pronunciate con due timbri diversi:



-aperto o largo, che si indica con l’ accento grave (finèstra, nòtte);

-chiuso o stretto, che si indica con l’ accento acuto (péra).

Il grado di apertura della e e della o distingue nella pronuncia alcune parole che si scrivono nello stesso modo, ma hanno significato diverso:queste parole sono dette omografi:

ESEMPIO:Laura ha còlto(= raccolto) un fiore(accento grave, suono aperto),

Marco è colto(= istruito) (accento acuto, suono chiuso).

LE CONSONANTI

Anche tra le consonanti ve ne sono alcune a cui corrispondono più fonemi. Le consonanti c e g possono infatti avere suono:

-duro o gutturale, davanti alle vocali a, o, u (carriola, gara, curioso);

- dolce o palatale, davanti alle vocali e, i (cena, gelato, cinese).

Le consonanti e s e z possono invece avere suono:


  • Sordo(sera,assonnato, calza);

  • Sonoro(naso, sbadato, zircone).

La consonante h è solo un segno grafico e non si pronuncia. La sua funzione più importante è quella di indicare che le consonanti c e g hanno suono duro anche se seguite da e e i (= il cherosene, un chilo, la chiesa,la ghianda).

Tutte le consonanti italiane possono essere semplici o doppie. La doppia consonante ha valore distintivo, in quanto permette di distinguere parole che hanno tutti gli altri suoni uguali:pala/palla; sete/sette;capello/cappello.
DITTONGHI , TRITTONGHI E IATO

Un gruppo di due vocali che si pronuncia con una sola emissione di voce si chiama dittongo(biada) ,un gruppo di tre vocali prende nome di trittongo(buoi). Due vocali, accostate che si pronunciano separatamente formano invece uno iato(poeta).

Il dittongo deriva dall’ incontro :

-di una vocale debole(i, u)con una vocale forte per lo più accentata(a, e , o)= ià, iè,iò(bianco,pieno, fiore);uà,uè,uò(guasto,guerra,buono);ài-àu(dirai,infausto), èi-èu(sei,Europa),òi(noi);

-di due vocali deboli(i,u)=iu(fiume), ui(fluidi).

Il trittongo deriva dall’ incontro:

-di due i non accentate con un’ altra vocale: iài,ièi(odiai,miei);

- di i e u non accentate con un ‘ altra vocale:uòi,iuò(suoi,aiuola).

Lo iato si verifica :

-quando vi è l’incontro tra le vocali a, e ,o(maestro,idea,poeta, teatro);

-quando le vocali u e i accentate si incontrano con altre vocali(follìa,ble);

-nelle parole derivate con i prefissi ri, bi, tri (rievocare, biennale, triangolare).




LA SILLABA

Un suono o un gruppo di suoni che si pronunciano con una sola emissione di voce è detto sillaba.

In base al numero di sillabe da cui sono formate, le parole si distinguono in:

-monosillabe=una sillaba(tra);

-bisillabe=due sillabe(tor-ta);

-trisillabe= tre sillabe(po-e-ta);

-polisillabe=più di tre sillabe(di-ma-gri-re).

COME SI VA A CAPO

La divisione in sillabe avviene in base a regole ben precise, che occorre conoscere per andare a capo correttamente.

1)Si può andare a capo solo alla fine di una sillaba.

2)Una vocale iniziale che precede una consonante forma sillaba a sé(ape=a-pe).

3)Le vocaliche formano uno iato , che si pronunciano cioè separatamente,si dividono in due sillabe(poeta=po-e-ta).

4) I dittonghi e i trittonghi non si dividono mai (causa=cau-sa, buoi=buoi).

5)Una consonante semplice costituisce sillaba con la vocale seguente(cane= ca- ne) .

6)Le consonanti doppie si possono dividere (troppo=trop-po).

7)Il gruppo cq è considerato come qq e quindi si può dividere(acqua=ac-qua,acquazzone=ac-quaz-zo-ne).

8)Igruppi di consonanti formati da b, c, d, f, g, p, t, v + l o r non si dividono mai (bicicletta = bi-ci- clet – ta, litro=li-tro).

9)La s impura,seguita cioè da una o più consonanti, forma sillaba con la consonante successiva(costo=co- sto, incastro= in- ca- stro ).

10)Nei gruppi costituiti da tre o più consonanti si divide fra la prima e la seconda(sempre= sem- pre), a meno che non ci sia s impura(astro= a- stro).

11)L,m, r, n seguite da consonante appartengono alla sillaba precedente(molto= mol-to , campo= cam- po, conto = con- to).

12)Digrammi e trigrammi ,cioè gruppi di lettere che rappresentano un solo suono, non si dividono mai (ragno= ra- gno ,ghiro =ghi- ro, ascia= a- scia).


IL NOME E LA SUA FUNZIONE

Il nome è la parte variabile del discorso che serve per indicare persone, animali, oggetti, luoghi,fatti, qualità, sentimenti. La desinenza del nome cambia secondo il genere, maschile o femminile, e il numero, singolare o plurale. Tutto ciò che ci circonda ha un nome. Attraverso il nome noi cataloghiamo una cosa e la distinguiamo dalle altre. Ci sono vari tipi di nomi,che possono essere classificati in base al significato, alla forma o alla struttura.

In base al significato il nome può essere:

-comune o proprio, concreto o astratto,individuale o collettivo.

In base alla forma il nome può essere:

- maschile o femminile, singolare o plurale,mobile, promiscuo, invariabile, difettivo, sovrabbondante.

In base alla struttura il nome può essere:

-primitivo o derivato,alterato,composto.

Analizziamo come varia il nome in base al suo significato.

NOMI COMUNI

I nomi comuni servono ad indicare caratteristiche generiche, comuni a tutti i membri di una stessa categoria. Il nome comune viene detto di persona, di animale, di cosa. I nomi comuni si scrivono con la minuscola.



ESEMPIO:Le grandi città sono caotiche; il cane abbaiava;l’avvocato ha perso la causa.

NOMI PROPRI

I nomi propri servono a designare in modo esclusivo un certo individuo, un certo animale o una determinata cosa in modo da distinguerli da tutti gli altri. I nomi propri si scrivono con la maiuscola.



ESEMPIO:Roma ebbe un grande impero;il cane Siska vinse la gara; Irene è una bella bambina.

I NOMI COMUNI

I nomi comuni possono essere distinti in concreti e astratti.

-Il nome concreto indica esseri o cose che possiamo percepire con i nostri sensi(vista, udito, olfatto,gusto tatto).

Occhiali,matita,automobile, fiori, pesci sono nomi che indicano cose composte di materia, che possiamo vedere e toccare:sono nomi concreti.

-Il nome astratto indica cose che non hanno esistenza concreta in sé, ma solo nel nostro pensiero, che non sono percepibili con i sensi, che non si possono toccare, vedere, sentire.

Idea, minuto,dolcezza,pazienza, amore,gioia,virtù,dolore sono nomi che esprimono idee o sentimenti che esistono solo nella nostra mente:sono nomi astratti.



N.B. Molti nomi possono inoltre essere astratti o concreti a seconda del contesto .La parola amore, ad esempio, indica un sentimento che non è percepibile, ma se diciamo “Il mio amore”, indichiamo concretamente una persona alla quale vogliamo bene.

I nomi comuni concreti possono essere distinti in individuali e collettivi:



-nomi individuali,indicano una sola persona,animale o cosa:un giocatore, una pecora, una nave.

-nomi collettivi sono nomi che, pur essendo al singolare, indicano un insieme di persone,di animali o di cose della stessa specie: una squadra(= un insieme di giocatori), un gregge(= un insieme di pecore), una flotta(= un insieme di navi).


RICORDA: poiché i nomi collettivi grammaticalmente sono nomi singolari, anche il verbo si presenta al singolare:”La mandria pascola nel prato”.

NOMI MASCHILI E NOMI FEMMINILI

Il nome è una parte variabile del discorso. Ciò che varia è la terminazione, o desinenza, mentre rimane fissa la radice.

La radice trasmette il significato di base del nome; la desinenza ne determina la forma.

La forma del nome si esprime con il genere e il numero: il genere può essere maschile o femminile, il numero singolare o plurale.

Esempio:bambin- o=genere maschile, numero singolare

bambin- a =genere femminile, numero singolare

bambin- i =genere maschile, numero plurale

bambin- e = genere femminile, numero plurale

RICORDA: bambin- (=radice) o,a,i,e(= desinenza)

Tutti i nomi della nostra lingua hanno un genere grammaticale, maschile o femminile .

-Per gli esseri viventi(persone o animali) il genere corrisponde quasi sempre al genere naturale, concorda cioè con il sesso:

soldato, fornaio, maestro, gatto….= Maschile; soldatessa, fornaia, maestra,gatta….= Femminile.

-Per gli esseri inanimati(cose) il genere è frutto di una convenzione e non esiste corrispondenza tra genere e cosa indicata:

il bastone, la torta, la strada, il cartello.

Per gli esseri inanimati sia la desinenza che l ‘appartenenza ad una determinata classe di parole(nomi di frutti, nomi di alberi, ecc..) possono comunque aiutare a determinare il genere. Ricorda che in italiano, di solito, i nomi degli alberi sono di genere maschile(il susino, il melo, il castagno ecc) e i nomi dei loro frutti sono di genere femminile(la susina, la mela, la castagna ecc).Sono rare le eccezioni:


  • la vite(pianta , genere femminile), l’ uva(il suo frutto, sempre di genere femminile);

  • il limone(pianta, genere maschile ), il limone(il suo frutto, sempre di genere maschile);

  • il fico (pianta, genere maschile), il fico ( il suo frutto, sempre di genere maschile).

In linea di massima, in italiano:

-sono generalmente maschile i nomi che terminano in –o ( lo zucchero,il telefono,il motorino),

-sono generalmente femminili i nomi che terminano in –a(la torta, la penna, la gonna, la benda, la scarpa);

- possono essere sia maschili sia femminili i nomi che terminano in –e,-i, -u :il miele(M) ,la bile(F), il brindisi(M),la crisi(F),lo gnu(M), la gru(F);

-sono generalmente maschili i nomi che terminano per consonante: il gol, il bar, lo sport….. .


LA FORMAZIONE DEL FEMMINILE

Nella nostra lingua, i nomi di esseri animati possono essere di genere maschile o femminile. In base alle modalità usate per formare il corrispondente femminile, possiamo distinguere diversi gruppi di nomi.



I nomi mobili

Si dicono nomi mobili quei nomi che hanno diversa desinenza per il maschile e il femminile.

Il femminile si forma variando:

-la desinenza o in a………….lupo/lupa….

-la desinenza e in a………..salumiere/salumiera….

-la desinenza e nel suffisso essa……barone/baronessa……

-il suffisso tore in trice…..autore/autrice…..

RICORDA:esistono però alcuni nomi mobili che, per la formazione del femminile, seguono regole proprie che talvolta prevedono una parziale alterazione della radice……re/ regina, dio /dea, cane / cagna, eroe /eroina,zar / zarina.



I nomi indipendenti

Si dicono nomi indipendenti quei nomi che hanno forme completamente diverse per il maschile e il femminile.

Nella formazione del femminile cambia del tutto la radice……marito/ moglie,padre/ madre ,fratello/ sorella, genero /nuora, fuco /ape, montone/ pecora, toro/ mucca.

I nomi di genere comune

Si dicono nomi di genere comune quei nomi di persona che hanno un’ unica forma per il maschile e il femminile.

E’ l’ articolo, oppure l’ aggettivo che li accompagna, che permette di individuare il genere……il cantante/ la cantante, il bravo violinista / la brava violinista, il nipote più piccolo / la nipote più piccola.

I nomi di genere promiscuo

Si dicono nomi di genere promiscuo quei nomi di animali che hanno un’ unica forma per il maschile e il femminile.

N.B. Promiscuo, dal latino promiscuus=mescolato, indistinto.

La maggior parte dei nomi di animali sono di questo tipo; se si vuole precisare il genere è necessario aggiungere gli aggettivi maschio o femmina……..l’ aquila maschio / l’aquila femmina,la foca maschio / la foca femmina, il falco maschio/ il falco femmina.



I falsi cambiamenti di genere

Alcuni nomi presentano una forma per il maschile e una forma per il femminile con significati diversi. In questi casi parliamo di falsi cambiamenti di genere…….cero/ cera, palmo/ palma, collo/ colla, busto/ busta… Alcuni di questi nomi hanno esattamente la stessa forma ma sono diversi per genere e sono quindi distinguibili solo attraverso l’ articolo……il capitale/ la capitale, il fronte/ la fronte…



IL NUMERO DEL NOME: IL SINGOLARE E IL PLURALE

In italiano i nomi possono essere di numero singolare o plurale.

In pratica:

-i nomi che indicano un solo essere o una sola cosa sono di numero singolare: il motorino, la chiave, una torta;

-i nomi che indicano più esseri o più cose sono di numero plurale:i motorini, le chiavi, delle torte.

DAL SINGOLARE AL PLURALE: I NOMI VARIABILI

I nomi variabili formano il plurale cambiando la desinenza, cioè la parte finale. Questi nomi si comportano in modo diverso a seconda della desinenza del singolare. In particolare:

-i nomi che terminano in a : formano il plurale in i se sono maschili (poeta/poeti), in e se sono femminili(mamma/mamme)

-i nomi , quasi tutti maschili, che terminano in o: formano il plurale in i(il libro / i libri)

Fanno eccezione i nomi :

SINGOLARE PLURALE

Il riso le risa

Il paio le paia

L’ uovo le uova

Il centinaio le centinaia

Il migliaio le migliaia

Il dito le dita



  • i nomi sia maschili sia femminili, che terminano in e: formano il plurale in i( il mali/i mali, la pensione / le pensioni)

Esistono però molte variazioni nella formazione del plurale , alcune delle quali implicano parziali modifiche della radice.

In italiano alcuni nomi hanno la stessa forma al singolare e al plurale. Questi nomi vengono detti invariabili e comprendono:

-tutti i nomi terminanti con vocale accentata…………..l’ età /le età, il caffè / i caffè

-tutti i nomi monosillabici terminanti in vocale………la gru/ le gru, lo sci / gli sci

-alcuni nomi maschili terminanti in a…………… il cobra / i cobra, il cinema / i cinema

-alcuni nomi terminanti in o……………….la moto/ le moto, la foto / le foto

- alcuni nomi femminili singolari terminanti in ie……..la serie / le serie

-alcuni nomi di origine straniera terminanti in consonante…..lo sport/ gli sport


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FABULA E INTRECCIO
Uno degli elementi fondamentali per l’ analisi di un testo narrativo è l’ ordine in cui vengono narrati i fatti. In alcuni testi , i fatti sono narrati in successione logico- cronologico, cioè seguendo l’ ordine in cui sono accaduti,dall’ inizio alla fine. In altri, l’ autore non rispetta l’ ordine logico- temporale, ma racconta i fatti come preferisce, anticipando alcuni avvenimenti futuri(anticipazioni) o ricostruendo avvenimenti del passato(flash-back o retrospezione).

RICORDA: la tecnica dell’anticipazione è meno frequente rispetto al flash back, perché rischia di togliere interesse alla storia, rivelandone la conclusione .Il flash back è quanto avviene,per esempio, quando si presenta un nuovo personaggio e la narrazione s’ interrompe per spiegare chi è, che cosa ha fatto, come è arrivato lì. Il caso più tipico è quello del romanzo giallo: alla fine della storia, il detective spiega chi è l’autore del delitto commesso all’ inizio.
L’ insieme degli avvenimenti disposti secondo l’ ordine logico e cronologico si chiama fabula; l’insieme degli avvenimenti nell’ ordine in cui ci vengono presentati dall’ autore nel corso della narrazione si chiama,invece, intreccio. Quando leggiamo un testo narrativo noi leggiamo sempre l’ intreccio. La fabula deve essere ricostruita dal lettore, e può essere ricostruita con sicurezza solo alla fine della lettura,quando il lettore è in possesso di tutti gli elementi.

LA STRUTTURA DELLA FABULA

Alcuni elementi della fabula sono ricorrenti e si possono facilmente schematizzare:



ANTEFATTO O PROLOGO: è ciò che è accaduto prima dell’ inizio della storia che spesso resta sottinteso o vi si allude indirettamente nel corso del racconto;

SITUAZIONE INIZIALE: è la situazione esistente nel momento in cui ha inizio la storia; di solito si tratta di una situazione di quiete che viene interrotta dall’ avvenimento che dà inizio alla vicenda;

CRISI:è l’avvenimento che rompe l’ equilibrio iniziale e dà avvio alla storia, è detta anche rottura dell’equilibrio;

PERIPEZIE:sono le avventure, le vicissitudini che costituiscono l’ argomento della storia;

CLIMAX O MOMENTO CULMINANTE: è il momento in cui la vicenda raggiunge il massimo di complessità e di tensione;

SCIOGLIMENTO:è il m omento in cui la vicenda si avvia alla conclusione, in cui cioè accade qualcosa che permette di tornare a una nuova situazione di equilibrio;

EPILOGO:è ciò che avviene dopo la conclusione della vicenda vera e propria, il nuovo equilibrio che si viene a creare. L’ epilogo , come l’antefatto può essere sottinteso o appena accennato.

Lo schema non può essere applicato a tutte le storie. Uno schema applicabile a tutte non esiste .Possiamo però indicare almeno i tre elementi che dovrebbero essere possibile riconoscere sempre:



-la rottura dell’ equilibrio iniziale;

-le peripezie

-lo scioglimento o conclusione.

L’AMBIENTAZIONE :TEMPI E SPAZI

Gli avvenimenti della storia raccontata si svolgono in determinati tempi e luoghi .Può trattarsi di tempi e luoghi reali o fantastici, ma nel testo vi sono sempre indicazioni che permettono al lettore di ricostruire, almeno sommariamente, quando e dove si svolge la vicenda narrata.



Il tempo della storia è quello in cui si verificano gli eventi narrati;esso in genere è ben determinato, a volte datato. Tuttavia esistono anche vicende più astratte, in cui si prescindeva collocazioni temporali precise. Gli eventi , inoltre, hanno nella narrazione una loro durata che non corrisponde quasi mai alla durata che essi avrebbero nella realtà.

Lo spazio consente al lettore di determinare l’ambiente in cui si svolge la vicenda .L’ambiente può essere vario:all’aperto o , in uno spazio ristretto o ampio; può trattarsi di un luogo reale,cioè descritto dall’ autore in modo verosimile, oppure fantastico, immaginario. Il luogo è importante per creare l’ atmosfera o può anche servire all’ autore per sottolineare alcuni tratti psicologici e comportamentali dei personaggi. Nell’analizzare un racconto, dunque, è fondamentale valutare perché l’autore ha scelto di ambientare la storia in un luogo piuttosto che in un altro.

I PERSONAGGI

I personaggi sono l’elemento più importante della storia, in quanto con le loro azioni determinano gli eventi. I rapporti che i personaggi stabiliscono tra loro, con gli oggetti e con gli ambienti, rappresentano la trama,cioè tutto l’intreccio che costituisce l’argomento di una narrazione. In ogni testo narrativo, i personaggi sono divisi secondo l’importanza, il ruolo e la funzione. Per importanza possiamo distinguere tra: -personaggi principali, che sono al centro della vicenda e che il narratore descrive in modo completo;

-personaggi secondari, che affiancano i primi nelle loro azioni e contribuiscono a modificare, in qualche modo,lo svolgimento della vicenda;

- comparse, che non hanno alcuna influenza sugli avvenimenti.

In base al ruolo e alla funzione che svolgono possiamo distinguere:

-il protagonista (o eroe), cioè il personaggio intorno a cui ruota tutta la storia;

- l’antagonista, cioè” il cattivo “che con le sue azioni ostacola il protagonista.

- l’ aiutante che favorisce il protagonista;

-l’oppositore,che, al servizio dell’antagonista, contrasta il protagonista.

LA NOVELLA

La novella è una breve narrazione in prosa incentrata su una vicenda piuttosto semplice che viene colta nei suoi momenti essenziali e ha per protagonisti personaggi quotidiani che si pongono sullo stesso piano dello uomo comune, così il lettore può identificarsi con essi .La novella differisce dalla fiaba perché ha un impianto realistico ed è priva di componenti magiche. Anche i luoghi, che nella fiaba vengono indicati in modo generico (il bosco, il castello, la casa paterna), sono descritti nella novella con esattezza e concretezza di riferimenti. Mentre i personaggi delle fiabe sono tipi generici, tratteggiati schematicamente, i personaggi delle novelle sono colti nella loro individualità e si rivelano più complessi e problematici .Essi non incarnano rigidamente il bene o il male , ma presentano virtù e vizi, aspetti positivi e negativi; sono insomma simili a uomini veri. Pertanto, laddove nelle fiabe l’ immancabile lieto fine costituisce la regola, la novella , che anche per questo aspetto rivela il suo realismo, presenta spesso una conclusione amara o malinconica .La novella è un genere letterario molto diffuso. Secondo una teoria orientalista sarebbe nata in India da dove , a partire dal XII secolo, si sarebbe diffusa in Occidente in virtù di molteplici scambi culturali, religiosi e commerciali tra l’ Europa e l’ Oriente. Altri invece la fanno derivare dall’ epica i cui elementi costitutivi- il nucleo descrittivo e il nucleo fantastico- avrebbero dato origine ai due grandi filoni della novellistica universale: da un lato la tradizione realistica da Boccaccio a Maupassant,, dall’ altro quella favolosa e avventurosa dai racconti medievali ai moderni racconti fantastici e d’ azione .E’ nel Medioevo che questo tipo di narrazione si afferma, dapprima con le le novelle in versi a carattere satirico e popolaresco fiorite in Francia alla fine del XII secolo, e successivamente con il racconto a carattere didascalico .Esso presenta una vicenda che deve servire da modello e da ammonimento per tutti ed è espressione di valori considerati assoluti , immobili e quindi eternamente validi. Al contrario, la novella che appare nella letteratura italiana intorno al XIII secolo e raggiunge la forma più perfetta con il Decamerone di Boccaccio, non si prefigge scopi morali ma vuole divertire e distrarre il lettore .Dopo un periodo di decadenza durante il Seicento e il Settecento, la novella raggiunse la massima diffusione a partire dalla seconda metà dell’ Ottocento quando, messo da parte il gusto per la beffa e per l’ intreccio che avevano caratterizzato la produzione dal Trecento al Cinquecento, divenne una narrazione di tipo meditativo e descrittivo tendente ad analizzare in chiave sociale e psicologica la realtà esterna e interna dell’ uomo. Nella novella possiamo individuare tre filoni principali:

-novelle d’ azione, nelle quali i fatti prevalgono sui personaggi;

-novelle d’ ambiente e di carattere, nelle quali la vicenda ha la funzione di far emergere la fisionomia di un personaggio che riflette un particolare ambiente storico- sociale;

-novelle di analisi nelle quali, venuta meno quasi completamente l’ azione, l’ attenzione si rivolge esclusivamente a ciò che accade nell’ animo del personaggio.

INTRODUZIONE

Quando gli uomini primitivi si accorsero di avere la facoltà di parlare, capirono che era conveniente, per tutti quelli che vivevano nello stesso gruppo, nella stessa "società", di accordarsi sui "suoni vocali" con cui distinguere le varie cose, i vari animali, le varie azioni, le varie qualità, ecc. Diedero così vita al linguaggio umano, diverso da gruppo a gruppo, che poi si evolse nelle varie lingue antiche. Il progresso di queste divenne più rapido da quando si inventò la scrittura. Dall'evoluzione incessante delle lingue antiche son sorte le lingue moderne, diversificatesi nel tempo dalle loro "matrici": per esempio dal latino sono derivate le lingue neolatine, oltre alla lingua italiana, quelle portoghese, spagnola, catalana, francese, provenzale, ladina, rumena, per citare solo le più importanti. Il naturale progresso dell'umanità ha fatto poi sì che ciascuna lingua perfezionasse sempre di più la propria struttura, adeguandosi, secolo dopo secolo, alle crescenti necessità della sua funzione. Ecco perché oggi risulta più difficile che nel passato impadronirsi del "meccanismo" che regola l'uso di una lingua. Perciò se vogliamo tentare di apprendere bene la nostra lingua, è anzitutto indispensabile conoscere i singoli elementi che compongono il suo meccanismo, cioè le




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