Dispense – Autonomia



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Dispense – Autonomia.

Filosofia del diritto, 2017-2018 – Prof. F. Macioce

Introduzione


Da un punto di vista etimologico, il termine AUTONOMIA richiama la possibilità per l’individuo di auto-governarsi, determinando per se stesso la norma della propria azione. Tale rivendicazione, in base alla quale ciascun individuo può o deve poter governare se stesso, comporta, sul piano politico, il rifiuto di ogni norma che non sia e non possa essere riconosciuta come propria, seppure in modo indiretto: ogni potere che pretenda di esercitarsi sulle scelte individuali è pertanto illegittimo ove non sia espressione, almeno indiretta, della volontà soggettiva, ad esempio mediante un mandato rappresentativo. In tal senso, riconosciamo come legittime le norme prodotte dal legislatore, se riconosciamo che questo stesso legislatore ci rappresenta, ovvero agisce in nome e per conto di ciascuno di noi.

Ad un livello molto intuitivo, pertanto, l’autonomia è la capacità di elaborare le regole e i criteri per la nostra azione, di essere legislatori di noi stessi: e questo può avvenire in modo diretto (quando, ad esempio, decido se e cosa mangiare, come vestirmi, cosa studiare, chi sposare, come comportarmi in una certa situazione, e così via), o indiretto (quando accetto di comportarmi come altri mi chiedono di fare, quando acconsento ad agire secondo regole che altri hanno elaborato, ma che io volontariamente decido di seguire, o quando in un gruppo si individua qualcuno che prende decisioni che tutti dovranno rispettare: pensiamo ad esempio ad un gruppo di amici che va in vacanza, e che affida a qualcuno il potere di fare il programma del viaggio, e di decidere cosa il gruppo dovrà fare e quando o come dovrà farlo. Per quanto insignificanti, si tratterà di regole che il gruppo riconoscerà comunque come proprie, perché il potere di elaborarle è stato volontariamente delegato da ciascuno al leader di quel piccolo gruppo di amici).

La questione dell’autonomia, tuttavia, si può porre ad un livello ulteriore, e prioritario. Ci si può chiedere, in modo più radicale, in che termini e fino a che punto le nostre azioni e le nostre scelte siano espressione della nostra autonomia. Quando agiamo, abbiamo qualcosa che ci spinge all’azione, abbiamo cioè dei moventi dell’azione. Tali moventi (desideri, motivazioni, inclinazioni, obiettivi, ecc…) sono ciò che ci spinge ad agire: hanno un carattere autoritativo, ovvero possono rappresentare le cause della nostra azione. Tutto questo, naturalmente, non ci crea alcun problema: agiamo in un certo modo perché siamo spinti da un insieme di fattori che determinano le nostre scelte, che pertanto riconosciamo come pienamente nostre. Se scelgo di sposare Tizia, perché l’amore che provo (cioè, un sentimento, magari del tutto irrazionale e non del tutto controllabile) mi fa desiderare di passare tutta la mia vita con lei, posso ben considerare tale scelta come esercizio della mia autonomia. In fondo, posso dire a me stesso, potevo benissimo non sposarla, o potevo decidere di convivere, o potevo continuare ad amare Tizia ma sposare Caia per ragioni economiche, e così via: avevo altre scelte possibili, e se ho fatto quel che ho fatto, pur se spinto da un sentimento non del tutto razionale e controllabile, le scelte che ho compiuto le posso riconoscere ugualmente come espressione della mia volontà.

Se spostiamo il discorso dal pano personale a quello politico, altri fattori possono complicare il quadro d’insieme, e rendere la questione dell’autonomia meno evidente. Se normalmente posso ritenere le scelte normative del Parlamento (che ho contribuito ad eleggere, e perciò mi rappresenta) come espressione della mia autonomia, e riconoscerle come mie anche ove non le condivida nel merito, può capitare che così non avvenga. La complessità del sistema giuridico, e del sistema sociale, possono in alcuni casi portare alcuni individui o gruppi a non riconoscere le norme, pur ove siano state democraticamente prodotte: se dico che un certo governo “non mi rappresenta”, al di là dell’uso spesso troppo disinvolto di questa espressione, sto effettivamente contestando il legame fra le decisioni di quel governo e la mia autonomia. O ancora, se appartengo ad una minoranza (politica, religiosa, etnica…) che non riesce mai a condizionare la formazione della volontà politica, perché costantemente oscurata dalle scelte della maggioranza, posso effettivamente contestare che tali decisioni siano un’espressione, pur indiretta, della mia autonomia. O infine, posso negare che quelle decisioni, e quel potere, siano effettivamente rappresentativi del gruppo cui appartengo, tanto da rivendicare una propria ulteriore autonomia rispetto ad un potere centrale che, per ragioni sociali, storiche o politiche non riconosco come espressione della mia volontà, pur ove democraticamente eletto (così, ad esempio, si possono spiegare i movimenti per l’indipendenza della Comunitat Catalana).

Tuttavia, persino a livello individuale, l’autonomia è meno scontata di quanto si possa pensare. Un individuo può non avere il potere di governare se stesso, esattamente come un leader politico può, pur essendo legittimamente eletto, non essere in grado di governare (perché, ad esempio, i partiti che lo sostengono sono in conflitto fra loro). In questo senso, io posso essere in grado di elaborare delle volizioni (posso cioè volere, desiderare, avere obiettivi e impulsi) ma non essere in grado di attuare questa volontà; o al contrario, posso concretamente agire, ma in forza di una volontà e di moventi che non riconosco come pienamente miei. Ci sono cioè determinanti della volontà soggettiva che rappresentano una distorsione di tale volontà, e che riducono l’autonomia anziché determinarla. Una patologia psichiatrica, ad esempio, può condizionare pesantemente la mia volontà, e le mie scelte: sono tali scelte ancora autonome? E in che senso? E se al contrario ho la capacità di volere, ma non di attuare la mia volontà (perché sono incapacitato da fattori fisici, come una paralisi o la cecità, o ambientali, come l’assenza dei mezzi e delle strutture necessarie per attuarla), posso ancora considerarmi autonomo? E ancora: che differenza c’è tra una azione determinata dal freddo calcolo (mi sposo perché voglio i beni del/della mio/a partner), dalla passione sfrenata (un colpo di fulmine), da una affezione della volontà radicata in fattori fisiologici (un vizio: il tabagismo, l’alcolismo, la dipendenza da stupefacenti), o un’azione motivata da una patologia psichiatrica (es., la schizofrenia)? Sono tutte azioni non autonome? O solo alcune? In che senso alcuni di questi moventi sono in contrasto con la mia autonomia, perché condizionano la mia volontà, e altri no? Quando, esattamente, siamo in presenza di condizionamenti tali da poter escludere l’autonomia, e per esempio anche la responsabilità (ho fatto qualcosa, ma non sono responsabile perché sono stato costretto da fattori indipendenti dalla mia volontà)?

Ecco, tutte queste domande sono solo alcune delle questioni legate al concetto di autonomia, e dimostrano quanto la sua apparente semplicità sia ben lungi dall’esserlo davvero.




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