Distinguiamo tra dimostrazione ed argomentazione; la prima ha carattere di certezza e di incontrovertibilità è usata nella ri



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28.11.2017
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Tassonomia di base del discorso probatorio


Distinguiamo tra dimostrazione ed argomentazione; la prima ha carattere di certezza e di incontrovertibilità (è usata nella riflessione filosofica formale e nella dimostrazione scientifica) e può venire condotta utilizzando due schemi probatori opposti; in particolare:


  1. la dimostrazione logico-formale, detta anche apodissi o argomentazione apodittica, parte da premesse considerate indiscutibili ed opera sulla base di procedimenti sillogistici di tipo deduttivo;

  2. la dimostrazione scientifica parte da dati di fatto esperibili e validati da procedimenti sperimentali ripetibili e dimostra una tesi sulla base di procedimenti sillogistici di tipo induttivo (exemplificationes).

L’argomentazione propriamente detta, o argomentazione retorica o dialettica, invece, riguarda questioni di tipo etico, morale, pratico-operativo, si basa su premesse (o regole generali, come le chiameremo poi) che non hanno il carattere della certezza, ma quello dell’opinabilità.

Come la dimostrazione propriamente detta, l’argomentazione può essere condotta utilizzando schemi probatori induttivi o deduttivi; a differenziarla dalla prima, infatti, non è tanto il rigore con cui essi vengono applicati (rigore che può essere paragonabile a quello che caratterizza i procedimenti dimostrativi stricto sensu), quanto il grado di condivisibilità delle premesse, che non sono mai universalmente valide. Le premesse messe in gioco dal discorso argomentativo, infatti, sono valide in un ben determinato contesto socio-culturale e vigono solo per precisi – e limitati – uditori. Per questa ragione, quando si argomenta (a differenza di quando si dimostra), è indispensabile tenere conto delle caratteristiche dell’interlocutore – e cioè della sua estrazione sociale, della sua formazione culturale, dei suoi gusti – al fine di individuare una serie di premesse ed un set di argomenti che gli risultino condivisibili e che possano per questo essere impiegati a sostegno della tesi da sostenere. Mentre la dimostrazione, dunque, può ambire a qualificarsi come valida per un uditorio universale (che include anche quello degli specialisti della materia trattata nel discorso probatorio), l’argomentazione è valida in ambiti più limitati, per uditori specifici (ed, in generale, non specialistici).

Finalità e caratteristiche del discorso probatorio


Il discorso probatorio può avere due fini fondamentali:


  1. quello euristico di vagliare le possibili risposte ad una domanda o di valutare le differenti soluzioni di un problema per verificarne il rispettivo grado di validità; in questo tipo di discorso probatorio – che può avere caratteristiche propriamente dimostrative ma che ha, più spesso, i connotati dell’argomentazione (per la distinzione tra i due tipi probatori si veda il paragrafo seguente) – possono essere implicati due o più interlocutori, ma non è raro il caso di soggetti che argomentano monologicamente, soppesando in una sorta di dialogo interiore, tutti gli argomenti a favore o contro le opzioni in gioco;

  2. quello pragmatico di provocare l’accoglimento di una determinata tesi e/o di indurre una determinata azione; in questo caso, il discorso probatorio – che può essere, come quello euristico, dimostrativo o argomentativo – ha per lo più caratteristiche interattive e vede scendere sul terreno del confronto un soggetto argomentante ed il suo interlocutore, che può essere costituito da una persona reale e ben definita, da un gruppo di individui in qualche modo caratterizzati dal punto di vista sociale e culturale, o da un uditorio indeterminato e generico.

Un discorso probatorio che abbia la funzione pragmatica (perlocutoria) di convincere un uditorio della validità di una certa tesi o di persuaderlo (si ricordi, per la differenza tra convincimento e persuasione, quanto è stato detto nel paragrafo precedente) della bontà di una certa opinione, avrà successo se riuscirà ad indurre nei suoi destinatari il convincimento o la persuasione.

In astratto, si suppone che l’argomentante, operi, per il raggiungimento dei propri fini, in buona fede, e sostenga con argomenti che ritiene validi una tesi o un’opinione nella quale crede: tale supposizione, tuttavia, è di solito valida nel caso delle dimostrazioni ed in quello delle argomentazioni ideali. Nelle argomentazioni reali, invece, non sempre si osservano tali prerequisiti, che potremmo chiamare della sincerità o dell’onestà, che passano in secondo piano se il raggiungimento del successo probatorio ha carattere critico.

Nelle argomentazioni reali, dunque, l’attante può tendere a persuadere il suo uditorio manipolandolo attraverso un’argomentazione scorretta o insincera (ad esempio costruendo un discorso fondato su premesse che non condivide o che sa essere false; o impiegando a sostegno della sua opinione argomenti fallaci; o ancora introducendo nel discorso ambiguità di vario genere).


Gli elementi costitutivi della dimostrazione e dell’argomentazione


Il discorso argomentativo è il risultato di un atto linguistico mirato alla dimostrazione di una tesi sulla base di una serie di argomenti validati, a fini probatori, da una regola generale. Data questa definizione, ne risulta che gli elementi costitutivi di una dimostrazione o di un’argomentazione sono la tesi, l’argomento o gli argomenti addotti a suo sostegno, e la regola generale che garantisce la validità e l’applicabilità degli argomenti al processo probatorio.

Mentre la tesi e l’argomento o gli argomenti sono sempre espliciti sia nella dimostrazione che nell’argomentazione, la regola generale, soprattutto nell’argomentazione, può rimanere implicita. Essa viene sottaciuta soprattutto nei testi argomentativi di tipo persuasivo dotati di intenti manipolatori e, comunque, quando presenti caratteristiche di particolare debolezza o di scarsa condivisibilità.

Ad esempio, nel testo che segue:

Mario deve essere stato in università: oggi aveva un esame



Mario deve essere stato in università costituisce la tesi, il quid demonstrandum;

oggi aveva un esame è l’argomento addotto a sostegno della tesi;

Quando ha gli esami va sempre in università è la regola generale (implicita) che giustifica l’uso dell’argomento addotto ai fini della dimostrazione della tesi.

Un discorso argomentativo, peraltro, ammette – oltre agli elementi fondamentali che si sono appena citati – anche alcuni componenti opzionali1, che hanno la funzione di modificare e di qualificare il decorso probatorio, o di renderne evidente la struttura anche a livello superficiale, di enunciazione linguistica. Essi sono :




  1. gli indicatori di forza illocutiva, elementi linguistici (per lo più congiunzioni coordinative o subordinative, avverbi e locuzioni avverbiali, verbi e sintagmi verbali come dunque, quindi, poiché, dimostrare, essere provato che…) che hanno la funzione di collegare tra di loro gli elementi costitutivi del discorso argomentativo segnalandone la funzione;

  2. i qualificatori, elementi linguistici (di norma avverbi o locuzioni avverbiali come sicuramente, quasi certamente, probabilmente, forse o sintagmi verbali contenenti i verbi modali dovere o potere) che segnalano il grado di probabilità dell’opinione che si supporta o della tesi che si cerca di dimostrare;

  3. le riserve, ossia elementi linguistici (in genere proposizioni subordinate eccettuative, introdotte da congiunzioni e locuzioni congiuntive come sebbene, quantunque, a meno che, per quanto) che indicano condizioni in grado di invalidare o di indebolire la tesi o l’opinione supportata dal soggetto argomentante;

  4. il rinforzo, ossia un elemento linguistico (per lo più una proposizione subordinata concessiva, aperta di norma da una congiunzione o locuzione congiuntiva come a meno che) che, pur introducendo una considerazione o un’informazione che sembrerebbe contraddire la tesi, in realtà la rafforza;

  5. l’alternativa, ossia una contropinione che si rivela essere quella più valida, nonostante venga proposta come contrapposta ad un’altra introdotta per prima. Le ipotesi alternative sono in genere introdotte da congiunzioni come tuttavia o comunque.

Facciamo alcuni esempi:


Mario oggi dovrebbe essere stato in università, poiché aveva un esame; potrebbe anche darsi, tuttavia, che abbia dovuto passare in ufficio da suo padre per un affare urgente e che non sia riuscito a sbrigarsi in tempo.

Mario oggi dovrebbe essere stato in università, perché aveva un esame, nonostante non abbia potuto dedicare molto tempo agli studi in questi ultimi tempi a causa delle necessità della ditta di suo padre.


Mario oggi dovrebbe essere stato in università, perché aveva un esame; tuttavia, dal momento che è un po’ un lazzarone, penso che abbia cercato di scantonare e si sia rifugiato in qualche bar.
In tutti gli esempi, l’indicatore di forza illocutiva è una congiunzione (in viola) che segue immediatamente la tesi (in rosso)2; nel primo e nel terzo, i qualificatori sono un sintagma ed una forma verbale (in verde chiaro) che segue l’argomento (in arancio); nel primo esempio, la riserva (in verde scuro) è la sequela di proposizioni subordinate che accompagna il qualificatore (in verde chiaro) e l’indicatore di forza illocutiva (in viola); nel secondo esempio, il rinforzo (in ciano) è collocato in coda al secondo indicatore di forza illocutiva; nel terzo esempio, l’alternativa (in blu elettrico) è unita al qualificatore.

Importanza degli indicatori di forza


Come si è suggerito nel paragrafo precedente, gli indicatori di forza illocutiva (che sono poi, sostanzialmente, quelli che la linguistica testuale chiama connettivi) rivestono il ruolo – fondamentale – di collegare tra loro gli elementi che compongono il discorso probatorio rendendone al contempo linguisticamente esplicita la funzione.

La loro presenza è normale e frequente nei testi dimostrativi (ossia nelle argomentazioni formali: si veda il paragrafo introduttivo) e comune anche in quelli informali che siano però intonati ad un certo rigore e che mirino alla pienezza ed all’eleganza espressiva. Non sono invece particolarmente diffusi – se non in alcune forme di base – nell’argomentazione colloquiale, che tende a non esplicitare – per ragioni di economia espressiva e di debolezza progettuale – i rapporti logici istituiti dal parlante tra i vari membri del suo discorso.

Nello scritto – soprattutto in quello professionale, che si dovrebbe segnalare per chiarezza, efficienza, solidità strutturale e rigore probatorio – è bene fare un uso ragionato ed adeguatamente ampio di tali elementi linguistici, in modo da rendere il più evidente possibile al lettore l’itinerario argomentativo mediante il quale si ritiene di sostenere la propria tesi. Si tenga presente, in merito al loro uso, la tabella che segue, che non ha peraltro alcuna pretesa di completezza:


Introducono la tesi

Congiunzioni e locuzioni congiuntive conclusive, alcuni avverbi: quindi, dunque, perciò, pertanto, allora, con ciò, , dunque, perciò, per cui, pertanto, sicché, conseguentemente.

Hanno funzione di qualificatore

Avverbi e locuzioni avverbiali come sicuramente, decisamente, senza dubbio, certamente, di certo, di sicuro, senz'altro, quasi certamente, molto probabilmente, evidentemente, probabilmente, presumibilmente, verosimilmente, forse, magari;

Verbi e sintagmi verbali che contengano modali o che esprimano, comunque, necessità, possibilità, probabilità: potere, dovere, essere certo, essere sicuro, essere probabile, parere probabile, sembrare possibile, apparire evidente;

Verbi e sintagmi verbali che esprimano una valutazione del soggetto argomentante in merito alla sua argomentazione: credere che, ritenere che, immaginare che…


Introducono l’argomento

Congiunzioni e locuzioni congiuntive causali e dichiarative, come poiché, perché, dal momento che, visto che, considerato che, dacché, giacché, in quanto, siccome, infatti, difatti…

Introducono il rinforzo

Congiunzioni e locuzioni congiuntive concessive, come sebbene, quantunque, ancorché, benché, per quanto, malgrado che, anche se, nonostante che…

Introducono la riserva

Congiunzioni e locuzioni congiuntive eccettuative, come a meno che, eccetto che, eccetto che, fuorché, salvo che, tranne che, all’infuori che, eccettuato che

Introducono l’alternativa

Congiunzioni e locuzioni congiuntive avversative, come ma, però, comunque, tuttavia, in ogni caso, eppure, pure, nondimeno, ciononostante…


Tipologia strutturale del discorso probatorio


Il discorso probatorio può essere qualificato, a seconda della sua maggiore o minore ampiezza strutturale, come semplice o complesso; in particolare:


  • si dice atto semplice quello costituito dalla sola tesi, la regola generale (esplicita o implicita) ed un solo argomento;

  • si dice atto complesso quello costituito dalla tesi e da una serie di argomenti collegati tra di loro. La maggior parte dei discorsi probatori rientra in questa seconda categoria.

Si noti che gli atti complessi possono essere costruiti coordinativamente o subordinativamente: nel primo caso gli argomenti addotti a supporto della tesi appartengono tutti allo stesso livello strutturale, hanno statuto sovrapponibile; nel secondo caso, invece, uno o più di essi è il risultato di un altro atto argomentativo o dimostrativo, che risulta dunque essere subordinato al primo.

Per esempio, nel testo che segue:

Mario deve essere stato in università: oggi aveva un esame e doveva consegnare un documento alla segreteria del dipartimento

si offrono due ragioni a giustificazione dell’assunto di partenza, il fatto che Mario avesse un esame e che dovesse consegnare un documento; entrambi questi argomenti sono direttamente subordinati alla tesi da dimostrare, ed occupando lo stesso livello entro il discorso probatorio: il primo. Si veda lo schema che segue:



Mario deve essere stato in università


oggi aveva un esame



doveva consegnare un documento alla segreteria

e

Diverso il caso del testo che segue:


Mario deve essere stato in università: oggi aveva un esame e non voleva assolutamente mancare: infatti gli avevo detto che, se non lo avesse superato, non gli avrei dato i soldi per le vacanze e non gli avrei più pagato le rate di iscrizione ai corsi.
In esso la tesi (Mario deve essere stato in università) è supportata da due argomenti (oggi aveva un esame e non voleva assolutamente mancare), ma il secondo è, a sua volta, la tesi di un’argomentazione di secondo livello, supportata a sua volta da due argomenti (se non lo avesse superato, non gli avrei dato i soldi per le vacanze e [se non lo avesse superato] non gli avrei più pagato le rate di iscrizione ai corsi).

Una sua rappresentazione grafica potrebbe essere la seguente:



Mario deve essere stato in università


oggi aveva un esame



non voleva assolutamente mancare

e





se non lo avesse superato, non gli avrei dato i soldi per le vacanze



[se non lo avesse superato] non gli avrei più pagato le rate di iscrizione ai corsi

e


Validità del discorso probatorio


Da quanto si è precisato nel capoverso di chiusura del paragrafo precedente, la validità di un’argomentazione si stabilisce in relazione ai fini che il soggetto argomentante riconosce come prevalenti: se ad assumere valore critico è il successo, l’eventuale scorrettezza del procedimento probatorio non ne procurerà il rigetto qualora essa abbia permesso di conseguire la persuasione dell’uditorio. Tuttavia, dal punto di vista astratto di un giudice esterno alla dinamica degli atti probatori e da quello del destinatario del discorso argomentativo, un giudizio in merito alla bontà dell’argomentazione dovrà basarsi sull’analisi dei seguenti elementi:


  1. la validità delle premesse

  2. l’appropriatezza (la pertinenza) e la veridicità degli argomenti avanzati e dei dati impiegati a supporto della tesi che viene sostenuta;

  3. la validità ed il contesto di accettabilità delle regole generali sottese al processo dimostrativo o argomentativo (e, cioè, l’accuratezza dei procedimenti logici – deduttivi o induttivi – che giustificano l’impiego di determinati argomenti a sostegno della tesi che ne dovrebbe venire confortata);

  4. l’onestà con cui vengono confortate tesi ed avanzati argomenti.



Modalità di supporto alla tesi nel discorso probatorio


In un testo dimostrativo si impiegano, di norma, a sostegno della propria tesi argomenti che la trattatistica definisce estrinseci; essi hanno di solito la forma del dato, ossia dell’informazione attinta al mondo dell’esistente e del reale, e tendono a presentarsi come oggettivi (in una dimostrazione, quindi, si farà riferimento, di solito, alle risultanze di esperienze sperimentali ripetibili, ad inchieste formali, a dichiarazioni ufficiali, a testi dotati di valore riconosciuto…); in un testo argomentativo, invece, si usano, di solito, sia argomenti estrinseci che – più frequentemente – intrinseci, ossia selezionati dall’autore dell’argomentazione all’interno del suo mondo di conoscenze, della sua enciclopedia mentale, entro il suo universo doxastico (al complesso delle sue opinioni), la sua rete deontica (all’insieme degli obblighi percepiti come tali), il suo cosmo di valori.

Mentre gli argomenti estrinseci, dunque, mirano ad ottenere il convincimento razionale e sono collegati alla sfera dell’aristotelico logos, quelli intrinseci sono strumenti che basano la loro forza probatoria, oltre che sulla certezza del razionale, anche – e talora soprattutto – sulla sollecitazione emotiva, sull’esortazione morale; su dimensioni, cioè, che rientrano nella sfera del pathos. Essi, quindi, più che a convincere mirano a persuadere.



In qualche caso, nelle argomentazioni (ma non nelle dimostrazioni), il soggetto argomentante, per raggiungere i suoi fini probatori, fa leva, magari implicitamente, su strumenti pseudo-argomentali, come il riferimento alla propria autorità, al proprio ruolo istituzionale, alla propria affidabilità, onestà, competenza (ethos). L’impiego di tali strumenti, pur essendo spesso efficaci, e potendo contribuire alla felicità, al successo dell’atto perlocutivo, infrangono per lo più le regole dell’onestà argomentativa cui si è già fatto riferimento.

Semplici norme argomentali


Come produrre un testo argomentativo valido ed efficace? I modi sono molti, e la loro codificazione è stata oggetto di numerosi tentativi nell’ambito della riflessione occidentale, a partire dai Greci; non potendo dilungarci troppo sul tema – che richiederebbe un corso apposito – ci limitiamo in questa sede a dare questi consigli:


  1. Quanto agli aspetti generali ed alle premesse dell’argomentazione:




  1. si analizzi preliminarmente a fondo la composizione del pubblico, in modo da comprendere con quale atteggiamento esso si ponga nei confronti della tesi oggetto della dimostrazione: come si è visto, le modalità della dimostrazione variano a seconda del tipo di uditorio che si deve affrontare;

  2. si identifichi con chiarezza e precisione la questione oggetto di controversia, fornendo al destinatario della suasoria tutti gli elementi di tipo informativo indispensabili a comprenderne almeno le linee di fondo;

  3. si scelgano argomenti di qualche peso: le sciocchezze raramente sopportano lunghe e complesse disquisizioni e non attraggono l’interesse degli interlocutori;

  4. si indichi con precisione la posizione che si vuole sostenere: si ricordi che quando si formula la tesi di un testo argomentativo è necessario chiarire non solo quali siano l’argomento generale e quello specifico di cui ci si sta occupando, ma anche quale sia il proprio pensiero in merito ad una questione correlata a tale argomento specifico. Un testo di tipo argomentativo presuppone che si stia affrontando una controversia. Non può essere, dunque, oggetto di un testo argomentativo una tesi che si limiti a riportare un dato di fatto, perché in merito ad esso non si dà alcuna possibilità di dibattito: impossibile porre come tesi di un testo che mira ad una dimostrazione, quindi, una tesi come: «Nell’ultimo semestre l’inflazione è cresciuta»: tutti si diranno d’accordo (lo riconosce persino il Governo) e la discussione sarà conclusa ancora prima di iniziare. Potrà invece legittimamente considerarsi una tesi valida la seguente: «Nell’ultimo semestre l’inflazione è cresciuta: per risolvere il problema tagliamo lo stato sociale». Non molti probabilmente, in questo caso, saranno d’accordo con voi, ma certo ci sarà qualcosa da provare;

  5. si supporti sempre adeguatamente la propria tesi con esempi tratti dall’osservazione o dall’esperienza personale; statistiche, dati numerici, risultati di indagini svolte da altri o condotte appositamente; elementi informativi di altro genere, magari tratti da testi autorevoli;




  1. Quanto alla solidità ed al processo argomentativo




  1. si organizzino gli argomenti in maniera logica, si renda evidente l’organizzazione al lettore/ascoltatore e si usino spesso periodi “di connessione”, che riassumano, cioè, quanto si è dimostrato sino ad un certo punto e che indichino a che cosa si miri in seguito;

  2. si proceda induttivamente – dai fatti alle conclusioni – o deduttivamente – da un assunto alle conseguenze –, oppure prima induttivamente e poi deduttivamente, ma si tengano comunque separate le due linee di ragionamento. Si noti che, nel caso di un’esposizione di tipo induttivo, le prove dovranno essere precise, mirate, sufficienti, rappresentative ed aggiornate: precise significa sufficientemente dettagliate; mirate significa pertinenti alla questione in oggetto; sufficienti significa quantitativamente adeguate alla dimostrazione, rappresentative significa dotate di effettiva validità ai fini probatori (l’evento singolo, atipico o assolutamente occasionale non ha, per esempio, statuto di generalizzabilità) ed aggiornate significa ancora in corso di validità. Nel caso di un’esposizione di tipo deduttivo, si faccia attenzione a che il sillogismo nascosto dietro la dimostrazione razionale sia valido: si dovrà verificare, in prima istanza, che la premessa maggiore sia valida (che non sia frutto, cioè, di una generalizzazione indebita) e che la conclusione non sia affrettata (e, cioè, che sia presente un effettivo legame di dipendenza tra la premessa minore e la conclusione)3;

  3. si organizzi anche il testo in maniera chiara: in particolare, si faccia in modo che esista un paragrafo introduttivo nel quale venga esplicitata la tesi e si forniscano gli elementi informativi indispensabili; che esso sia seguito da un numero sufficiente di paragrafi dimostrativi, ciascuno dedicato ad un solo aspetto della questione, ciascuno arricchito da un adeguato apparato probatorio; che l’argomentazione si concluda con un paragrafo riassuntivo;

  4. si evitino argomenti deboli o fallaci, che includano inconsequenzialità, causalità insussistenti, attacchi personali, riferimenti a documentazione inesistente, analogie fasulle, argomentazioni polari, divagazioni volute. Inconsequenzialità si verificano quando, ad esempio, dato che un evento ne precede un altro in ordine di tempo, si pretende che il secondo dipende dal primo (è come se io dicessi che, dal momento che prima che una vecchietta cadesse per la strada si è sentito un tuono, il tuono è la causa della caduta); si hanno inconsequenzialità anche quando da un determinato dato di fatto si trae una conclusione che con esso non ha nessuna connessione provata (come se si sostenesse che, dal momento che milioni di italiani hanno accesso ad Internet, la posta tradizione è inutile: che direbbero gli altri milioni di italiani che il Web non sanno seppure cosa sia?). Anche gli attacchi personali – per quanto spesso usati per indebolire la posizione di un avversario – vanno evitati, perché non sono onesti e non depongono certo – almeno presso le persone intelligenti – a favore di chi li porta (supponiamo che si stia parlando di aborto: per demolire la tesi antiabortista si potrebbero tirare in ballo le storiacce di amanti e divorzi burrascosi di uno dei sostenitori del fronte, ma non sarebbe onesto, e non avrebbe grande attinenza con il problema ai voti). Oltre a non fare affidamento su elementi probatori incerti o inesistenti – questa è una semplice questione deontologica – è indispensabile non avvalersi delle false analogie che costellano le discussioni di ogni giorno (vi sarà forse capitato di sentire discorsi come questo. “Lo stato proibisce l’uso della marijuana perché nociva, ma allora dovrebbe proibire anche il fumo, che fa male”: l’analogia che sta alla base di questa riflessione è debole, perché dà per scontato che due sostanze che presentano alcune caratteristiche comuni – in questo caso quella della nocività – debbano essere considerate uguali sotto tutti i rispetti. La differenza tra gli effetti cerebrali della cannabis e del tabacco è sufficientemente grande, in effetti, da invalidare la relazione abusivamente estesa). Anche la logica del bianco o nero (argomentazione polare) – per quanto comune e forse attraente – non si rivela proficua nelle argomentazioni serie: non ha molto senso, infatti, dire: «l’immigrazione ha portato molti problemi, a questo punto è meglio chiudere le frontiere, altrimenti nessuno di noi sarà al sicuro»: esagerazioni a parte, potrebbe essere sufficiente una seria regolamentazione degli afflussi. Infine si devono evitare le divagazioni programmate, che sono abbastanza comuni anche nelle liti fra coniugi: se si sta discutendo del tipo di educazione che si dovrebbe dare ad un figlio, non ha molto senso per la moglie bypassare l’argomento tirando in ballo il fatto che il marito di solito è fuori casa e si disinteressa del bambino: questo è – per usare un’espressione corrente – un altro paio di maniche: se ne potrà discutere in una litigata a parte.




  1. Quanto alle modalità dell’argomentazione:




  1. si eviti di antagonizzare il lettore/uditore: un testo eccessivamente aggressivo, acrimonioso o volgare rischia di alienare le simpatie di chi legge o ascolta;

  2. si riconoscano, se possibile, le ragioni altrui, pur dimostrandone – al contempo – la debolezza: un atteggiamento di questo tipo depone in generale a favore dell’oratore, in quanto lo caratterizza come persona ragionevole. In generale può essere una buona idea quella di tentare di ridurre la conflittualità tra persone o schieramenti che supportano visioni opposte: secondo la teoria dello psicologo americano Carl Rogers la situazione di stallo che si viene a creare nel corso di molti dibattiti è generata da un meccanismo prerazionale di attacco/difesa che rende impossibile una qualsiasi conciliazione degli opposti, anche una parziale. Il problema starebbe, secondo lo studioso, nel fatto che molti uomini tendono ad identificarsi talmente con le proprie opinioni da percepire come estremamente minaccioso per la propria identità ogni sfida che venga rivolta ad esse. Tenuto conto di questa tendenza, potrebbe essere a volte utile porsi in un atteggiamento piuttosto conciliatorio che perentoriamente denegatorio: il fatto di dimostrare un reale interesse per le posizioni altrui, una vera comprensione delle loro ragioni; il fatto di enfatizzare più gli elementi comuni che quelli che dividono possono rendere più facile trovare un accordo;

  3. si eviti l’eccessiva perentorietà: anche questo è un atteggiamento che di norma infastidisce gli astanti.




1 Si segue, in questa sezione, l’impostazione di Toulmin 1958 e di Lo Cascio 1991, poi riprese ed elaborate nella manualistica posteriore (per es. in Della Casa 1994, Beltramo 2000 ecc.).

2 Nel terzo esempio un indicatore illocutivo è presente anche in un’altra posizione.

3 Si deve ricordare che il sillogismo è formato da tre parti: la premessa maggiore, in cui si fa un’affermazione generale relativa ad un determinato gruppo di oggetti; la premessa minore, in cui si afferma qualcosa di un elemento facente parte del gruppo più ampio; e la conclusione che estende ciò che si è detto – a proposito del gruppo – nella premessa maggiore, anche all’individuo di cui si è parlato nella premessa minore. Ad esempio: premessa maggiore: “tutti gli uomini sono mortali”; premessa minore: “Mario è un uomo”; conclusione: “Mario è mortale”. Un sillogismo invalido perché parte da una premessa maggiore indebitamente generalizzante potrebbe essere il seguente: “Tutti gli uomini sono cattivi”, “Mario è un uomo”; “Mario è cattivo”; un sillogismo invalido perché scambia il rapporto logico causa-conseguenza potrebbe essere il seguente: “tutti gli uomini sono mortali”; “Mario è mortale”; “Mario è un uomo”. E se Mario fosse il cane di zia Gina?




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