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a cura di Giuseppe Cambiano, Massimo Mori

Arthur Schopenhauer

Il mondo come volontà e rappresentazione


La volontà e le sue manifestazioni

Il mondo come volontà e rappresentazione, libro IV, § 56

Domando prima di tutto al lettore di richiamar bene alla memoria la riflessione presentata sulla fine del secondo libro, quando ci si affacciò il problema del fine della volontà; in luogo di trovare una risposta positiva, constatammo che la volontà, in ogni grado della sua manifestazione, dal più basso al più alto, manca interamente di un fine ultimo; aspira sempre, perché la sua essenza si risolve in un’aspirazione che non può cessare per via di nessun conseguimento, e che quindi è incapace di una soddisfazione finale; la volontà, per sua natura, si slancia nell’infinito, e soltanto degli ostacoli possono metterle un freno1. Tutto ciò venne verificato nel più semplice dei suoi fenomeni naturali, nella gravità; sforzo incessante che tende verso un punto centrale inesteso, a cui non potrebbe giungere senza annientare se stessa e insieme tutta la materia; pure vi tende, e vi tenderebbe quand’anche l’universo fosse concentrato e ridotto al minimo in una massa unica. E venne ugualmente verificato in tutti gli altri fenomeni semplici della natura; ogni corpo solido tende, sia per fusione, sia per soluzione, verso lo stato liquido: il solo, in cui le sue forze chimiche siano interamente libere; laddove il freddo le chiude nella solidità, come in un carcere. La materia liquida tende allo stato gassoso, a cui passa non appena libera dalla pressione. Corpi senza affinità, senza una tendenza, o, come direbbe Jakob Böhme, senza un desiderio, senza una passione, non esistono. L’elettricità propaga fino all’infinito la sua interna scissione, benché l’effetto ne sia neutralizzato dalla massa terrestre. [...]


Già da tempo2 riconoscemmo che questo sforzo, costituente il nocciolo e l’ in sé di ogni cosa, è tutt’uno con ciò che in noi, dove si manifesta con la massima chiarezza nella piena luce della coscienza, si dice volontà. Il suo impedimento per via di un ostacolo che ne impedisca il fine momentaneo, si dice sofferenza; mentre il conseguimento del suo fine si dice soddisfazione, benessere, felicità. Queste denominazioni si possono applicare anche ai fenomeni, più deboli di grado ma identici di natura, del mondo privo di cognizione. Anche questi, allora, ci si presentano affetti da un perpetuo soffrire, senza piacere durevole. Perché ogni tendere nasce da una privazione, da una scontentezza del proprio stato; è dunque, finché non soddisfatto, un soffrire; ma nessuna soddisfazione è durevole; anzi, non è che il punto di partenza di un nuovo tendere. Il tendere si vede sempre impedito, sempre in lotta; è dunque sempre un soffrire; non c’è nessun fine ultimo al tendere: dunque, nessuna misura e nessun fine al soffrire3.
Ma ciò che nella natura incosciente possiamo scoprire soltanto con una riflessione acuta e faticosa, ci appare chiaramente nella natura consapevole, nella vita degli animali, di cui è facile dimostrare il soffrire continuo. Ma senza indugiarci su questo gradino intermedio, veniamo alla vita umana, dove tutto appare con la massima chiarezza, nella luce della conoscenza più distinta. Quanto più perfetto è il fenomeno della volontà, tanto più manifesto è il soffrire4. Nella pianta non c’è ancora sensibilità, quindi non dolore; gli animali inferiori, infusori e raggiati, non hanno di certo che un grado minimo di dolore; la facoltà di sentire e di soffrire è ancora limitata negli’insetti, cresce col perfezionato sistema nervoso dei vertebrati, e sempre più cresce, quanto più si sviluppa l’intelligenza. Dunque: a mano a mano che la conoscenza diviene più distinta, e che la coscienza si eleva, cresce anche il tormento, che raggiunge nell’uomo il grado più alto, e tanto più alto, quanto più l’uomo è intelligente; l’uomo di genio è quello che soffre di più. In questo senso, cioè in ordine alla conoscenza in generale, non al semplice sapere astratto, intendo e cito il detto dell’Ecclesiaste: «Qui auget scientiam, auget et dolorem»5.

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di G. Riconda, Mursia, Milano 1982



Note:

1. La volontà, essendo irrazionale e non proponendosi quindi alcun fine determinato, è infinita: essa non può mai giungere ad alcuna acquisizione definitiva, ma sempre si ripresenta nel suo incessante tendere senza scopo. Ciò è dimostrato sin dalle più basse oggettivazioni della volontà, le forze elementari della natura: la gravità tende all’infinito verso il centro della terra; lo stato fisico dei corpi tende incessantemente a diminuire la propria consistenza, passando dallo stato solido a quello liquido e da quello liquido a quello gassoso; l’elettricità propaga all’infinito la contrapposizione tra polo positivo e polo negativo.


2. Già da tempo: sin dal II libro del Mondo, in cui Schopenhauer introduce il tema della volontà.
3. Il ragionamento attraverso il quale Schopenhauer dimostra che la volontà non è un valore da affermare e perseguire, ma piuttosto un disvalore da negare e annientare, passa attraverso tre livelli. In primo luogo, la volontà, finché non consegue l’oggetto voluto, è sofferenza. In secondo luogo, quando si consegua l’oggetto voluto, la soddisfazione che ne consegue è accompagnata dalla noia. In terzo luogo -– e di conseguenza - la felicità è in ogni caso soltanto felicità negativa. Qui viene sviluppato il primo argomento. La volontà esprime un bisogno, una mancanza: ma mancare di qualcosa significa soffrire. Inoltre, anche quando tale bisogno sia soddisfatto, ne sorge subito un altro, altrettanto imperioso, poiché la volontà, come già sappiamo, è aspirazione infinita. Quindi, volere è soffrire.
4. In altri termini, quanto più elevata è l’oggettivazione della volontà, tanto maggiore è la consapevolezza della sofferenza che essa comporta. Pertanto l’uomo, che è l’essere nel quale la consapevolezza raggiunge il massimo grado, è anche il più infelice.
5. «Chi accresce la scienza, accresce anche il dolore».

Guida alla lettura:

Schopenhauer dedica il quarto libro del Mondo come volontà e rappresentazione a chiarire i processi dell’affermazione e della negazione della volontà: la volontà infinita, una e irrazionale merita di essere affermata anche coscientemente dal singolo individuo o piuttosto non si deve tentare di negarla, riconoscendo in essa un principio di dolore e di sofferenza?




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