Domenica mattina, 21 febbraio 2010



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Domenica mattina, 21 febbraio 2010



4a meditazione: IL PIANTO DI GESU’ SU GERUSALEMME
Maria, m adre di Gesù, ti chiediamo di intercedere presso il tuo figlio, perché conceda a tutti noi, in questo momento, un atteggiamento giusto, cioè quello dell’ascolto, e per me un’esposizione fedele delle cose che il tuo Figlio vuole che noi ascoltiamo.

Ottienici un atteggiamento nel cercare. non soltanto una soluzione ai problemi immediati che vanno lasciati alle istanze dovute, ma l’atteggiamento di disponibilità a ricevere la parola del tuo Figlio.

Intercedi per noi perché con serenità e umiltà, in una preghiera semplice, abbandonata e tranquilla ascoltiamo questa parola e la facciamo nostra come tu l’hai messa in pratica”.
Veniamo alla meditazione e leggiamo il cap. 19,41-44.

Soltanto Luca ha questo brano e lo fa seguire immediatamente all’ingresso trionfale in Gerusalemme, volendo forse in qualche maniera approfondire o correggere una impressione che questo ingresso trionfale avrebbe potuto lasciare: ma Gesù non si è lasciato prendere o entusiasmare troppo dalla risposta plaudente della gente, e vede in profondità le cose. Così, vicino ormai alla discesa dal monte, quando la folla gridava: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli” (quasi l’inno angelico della nascita), “Alcuni farisei tra la folla dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”.

Quindi anche Gesù è dentro l’entusiasmo della folla. Ma poi Luca continua: “Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!. Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte, distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”.

Leggiamo subito anche l’altro brano in Lc 13,34-35. Hanno detto a Gesù: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio dimeni e compio guarigioni oggi e domani e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel mio cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. A questo segue il nostro brano: “Gerusalemme, Gerusalemme tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa donata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.

Probabilmente Luca inserisce qui nel cap. 13, questo passo (che Matteo invece mette nel cap. 23 al fondo dell’invettiva contro i farisei a Gerusalemme con una chiara indicazione escatologica volendo alludere all’ingresso in Gerusalemme, quando Gesù sarebbe venuto per l’ultima volta a scuotere questa città.

Dunque, prima di tutto, riflettiamo un istante: mettiamoci, se volete, presso il “Domus flevit” quella splendida piccola cappella sulla costa del Monte degli Ulivi, da cui si può vedere ancora, attraverso le vetrate, celebrando la Messa, il luogo del tempio e quindi tutta quanta la città. Raccogliamoci in silenzio e sediamoci idealmente su una pietra dimenticando ogni cosa, e riportandoci nella realtà misteriosa della storia, che Gesù stava vivendo in quel momento.

Gesù piange, e non è un gesto consueto di Gesù in Luca. Piange, e piange pubblicamente e sappiamo, che non è facile per un adulto piangere in pubblico. Può accadere che uno pianga in privato, ma un pianto in pubblico richiede un’emozione violenta, incontenibile, e Gesù non è certamente un debole. Basta leggere quelle parole che non ci lasciano senza timore, che troviamo in Lc 13,1-5:

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se voi non vi convertite perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Gesù ci si rivela qui con la personalità forte, dura, quindi, se si lascia andare ad un pianto pubblico come quello descritto da Luca, vuol dire che c’è qualcosa di straordinario che si agita nell’intimo del Signore. E’ un atto pubblico e profetico che ci ricorda alcuni gesti di Geremia e di Ezechiele, anche se Gesù lo vive intimamente, senza teatralità ma con una commozione sconvolgente per il suo animo. Penso che potremo, nella nostra meditazione, a questo punto, avvicinarci al Signore e fargli quella domanda che lui stesso ha fatto alla Maddalena: “Perché piangi? Che cosa ti commuove così profondamente e che cosa c’è in me che partecipa in questo momento alla tua commozione?”.

Gesù piange sulla città alla sua vista: non piange sulla rovina delle singole anime soltanto, ma proprio sulla città come tale, su questo corpo vivente, organizzato, che ha una storia e un destino. Noi possiamo capire queste cose, se proviamo ad entrare nella mentalità degli ebrei di oggi e ci chiediamo che cosa significa Gerusalemme per un Ebreo di oggi: la città santa, la città desiderata da lontano, a cui i profughi giungono dopo tanti sacrifici, la città conquistata a prezzo di sangue e tenuta oggi a prezzo di odio, di un isolamento mondiale spaventoso e che pure non possono abbandonare, anche se abbandonandola guadagnerebbero la vita, la considerazione presso le altre nazioni; è un qualche cosa di drammatico e di terribile che si muove nel cuore di un ebreo di fronte a questa città. Gesù risente tutto ciò, perché, appunto in questa città, è concentrata tutta la storia di Israele, della promessa, della scelta, dell’elezione, della speranza, della missione messianica per il mondo.

Qui potremmo allora fare una domanda più “nostra” a Gesù, una domanda che riflette già una nostra distinzione dal cuore del mondo ebraico, ma che noi non possiamo non fargli: “Signore, sono soprattutto i valori religiosi perduti, cioè le anime di questa città che si perdono, che ti fanno soffrire, oppure sono anche i valori umani, cioè la storia di questa città, la sua missione, il suo essere corpo organizzato, il suo essere popolo?”.

Gli Ebrei distinguono con moda difficoltà queste due cose, e il Signore stesso in qualche maniera non le distingue nel senso che non separa il destino del singolo dal destino del gruppo:Per Lui sono strettamente collegati.

Certo per il Signore la singola persona ha valore, (Dio corre dietro anche a una sola anima), però è altrettanto vero che il Signore ha creato il popolo e non salva se non nel popolo.

Egli quindi ricerca la pecorella perché ritorni al gregge in quanto per il Signore è il gregge, il popolo, la città che sarà salvata, e che diverrà la celeste Gerusalemme. I valori della salvezza comunitaria sono fortemente presenti nell’anima del Signore e con questi valori anche le loro espressioni che oggi si chiamano culturali: il vivere insieme, il parlarsi, la forma del linguaggio, una letteratura, che è la Bibbia, nella quale la parola di Dio si esprime in linguaggio umano; valori che producono una storia, dei costumi, dei modi di pensare, di reagire, di vivere, che danno origine ad una mentalità, ad una filosofia.

Dobbiamo chiedere al Signore che ci faccia entrare nelle profondità delle ragioni della sua commozione, anche se ciò non è certo facile: allora ci accorgeremo di come queste toccano fortemente anche noi, perché noi pure non siamo insensibili al destino della città, al destino del popolo. Perché dunque il Signore piange sulla città? Tre motivi sono portati da questo brano:

a) non hai conosciuto la via della pace;

b) verrà il giorno in cui i nemici ti distruggeranno;

c) non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata.

a) Non ha conosciuto la via della pace. Se questa parola va intesa nel senso vetero-testamentario allora non possiamo non concludere che Gesù ha desiderato la pace della città, cioè la pienezza dei beni, la prosperità anche umana riconquistata sotto Dio, nel rispetto reciproco gli uni degli altri, nella lode, nella gloria di Dio. Le due cose sono estremamente connesse nella mentalità ebraica.

Gesù ha veramente desiderato questa pace della città, che è la gloria di Dio manifestata, e soffre perché questa pace non le è concessa. Possiamo pensare che se Gerusalemme avesse conosciuto il tempo della sua visita, la storia sarebbe andata in modo diverso, cioè veramente essa avrebbe costituito nel mondo un esempio di società organicamente costituita nella fraternità e nella giustizia; ma questo disegno viene frustrato, questa via della pace viene nascosta agli occhi di Gerusalemme; cioè la città si è rifiutata di accogliere la voce di Dio, e perciò si sta sprofondando da sola, cone le sue stesse mani. E questo suppone evidentemente un rapporto tra il riconoscimento della parola di Dio e il destino, anche storico, della città.

b) Verrà il giorno in cui i nemici ti distruggeranno. Per capire il senso pregnante di queste parole possiamo fare nostra la nota della Bibbia di Gerusalemme la quale fa capire che questo oracolo “Verrà il giorno…”) completamente intessuto di reminiscenze bibliche, (e cita Is., Ger., Ez., ecc.) è una brevissima frase che in maniera telescopica riprende tutto il destino tragico di Gerusalemme, dal tempo delle prime minacce fino alla distruzione e all’esilio, in questo preciso momento in cui questa città sta davanti agli occhi del Signore.

E’ tutta la storia tragica del popolo che Gesù ha presente in questo momento e di cui vede il destino ultimo, drammatico e imminente. “Distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra”: ciò che Gesù vede non è soltanto il crollo dei valori religiosi, ma anche quello degli edifici, dei monumenti, della storia, della identità civile.

c) Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata. E’ chiaro che qui la parola è religiosa, e la visita è la visita di Dio che viene a dare il buon annuncio, viene a dare la notizia della salvezza, ma è altrettanto chiaro che c’è un legame tra la visita di Dio e la sorte della città.

Possiamo leggere questo anche più chiaramente in 13,34-35 nella prima parte (“Gerusalemme uccidi i profeti”) si nota l’atteggiamento di Gerusalemme che rifiuta la parola e la calpesta; ma questa parola calpestata non è senza effetto per chi la calpesta: è un giudizio di Dio. Di qui anche il coraggio apostolico che Gesù trasmette ai discepoli: “Voi dite la parola; se non la ricevono scuotete la polvere dai vostri piedi”; altro che timore di non essere ascoltati, si tratta piuttosto di una forza giudicante insita nella parola. Quindi Gerusalemme ha rifiutato i profeti.

Poi: “Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli”. Qui, cosa vuol dire questa frase, forse un po’ misteriosa? Che Gesù sia andato molte volte a Gerusalemme, richiamando la città alla penitenza, lo si può dedurre da Giovanni, dove si parla di diverse visite e di diversi tentativi di Gesù di convincere i farisei e gli scribi proprio nel luogo della loro origine, la città della sapienza e della legge. Forse però l’espressione va intesa in un senso un po’ più vasto; “Quante volte ho voluto raccogliere”: è tutto lo sforzo di Dio nell’Antico Testamento, la sua premura verso il popolo “Come una chioccia i suoi pulcini, e voi non avete voluto!”.

Quindi si parla della cura di Dio per la città come tale, cioè la sua vita umana e religiosa, e della conseguenza del rifiuto: “La vostra casa sta per esservi lasciata deserta”, così come Geremia aveva profetizzato per la Gerusalemme infedele del suo tempo.

Fino al momento della visita ultima”: forse di qui Paolo ha tratto la sua fiducia nella conversione degli Ebrei: ci sarà un momento in cui grideranno di nuovo: “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore”.

Ad ogni modo è chiaro da questo brano che c’è un legame tra la fede e la pace, tra l’accettare la visita e l’essere riuniti come la covata di una gallina sotto le ali del Signore, tra l’essere protetti dal Signore e l’essere collegati insieme, armonicamente, in una città, in un popolo. E naturalmente a questo punto la nostra meditazione diviene interrogazione al Signore riguardo alla nostra situazione presente; possiamo domandargli: “Signore Gesù, questo che tu vedevi e proclamavi, è il destino soltanto del popolo ebraico, è vero soltanto per esso, rigoroso annunciatore della parola, col suo legame tra destino politico e religioso?”.

Qui si aprirebbe un capitolo difficilissimo di teologia del popolo ebraico, quello cioè della missione dell’ebraismo oggi (lodare il nome del Signore? Attendere il Signore e in che maniera?) sul quale ancora attualmente i teologi non riescono che a balbettare. A noi, però, interessa ora in particolare il problema più ristretto del legame tra fede e pace (intesa in senso ebraico di pienezza di doni anche umani, in una vita rivolta alla lode di Jahvé, che qui nel testo, come abbiamo visto, è chiarissimo per il momento storico in cui Gesù parla): questo legame, cioè, è soltanto il destino specifico di quel momento, oppure è una parola per tutte le genti?

A questo punto vorrei aggiungere qualche indicazione, anche se tempo nel farlo per la possibilità di uscire dall’ambito della meditazione e della preghiera; ad ogni modo penso che qualche spunto di riflessione può essere dato.

Approfondiamo la domanda che facciamo al Signore: “Qual è il rapporto tra fede e pace?” o se volete, per rapportarci al nostro tema più generale: “In che maniera nel Vangelo di Luca avviene l’educazione ai valori del mondo e al loro rapporto con la parola evangelica?”. La risposta certo non è facile. E ancora: “Come i valori del mondo sono presenti nell’educazione di Teofilo?”.

Propongo, non tanto brevemente ma sinteticamente, due vie di avvicinamento a questo tema: una via piuttosto generale di riflessione e cioè quale idea si può ricavare da Luca sul significato dei valori del mondo, intendendo per valori del mondo appunto tutti quelli detti genericamente di cultura, di civiltà, di organizzazione della città, con tutto ciò che vi è connesso: economia, ricchezza, produzione, ecc., e quindi una prima risposta e poi qualche riflessione generale, qualche suggerimento, sul punto di partenza messianico che si ricollega direttamente al brano del piento su Gerusalemme e al lamento contro Gerusalemme.

Dunque, prima di tutto, cosa troviamo nell’opera lucana in genere? Troviamo, mi sembra, un atteggiamento piuttosto disincantato rispetto ai valori del mondo del suo tempo, (ci limitiamo a questo tempo perché Luca non vuole dare un breviario per tutti i problemi di tutti i temoi). Luca riconosce tanti valori del suo tempo: gli Atti in particolare mostrano di valutare molto bene il prestigio di Roma, il diritto romano e l’equitas romana, (per cui i Romani non condannavano nessuno senza averlo prima ascoltato, aspetto fondamentale per tutta l’impostazione di un criterio di giudizio), l’organizzazione interna delle città greche e anche il fascino di certe città, quali Efeso, il valore delle strade romane, dei viaggi, ecc.

Chiaramente, dunque, Luca riconosce che il mondo del suo tempo ha valori notevoli (economici, civili, culturali, sociali, ecc.), lo accetta e lo stima. Ma d’altra parte è altrettanto chiaro che egli è abbastanza disincantato, cioè sa benissimo che il mondo del suo tempo non è tutto splendore: conosce la giustizia lenta, incerta, per cui Paolo deve viaggiare, aspettare e infine sarà ucciso; i tumulti delle città greche, che le autorità non riescono a controllare; le autorità romane piene di spavento e di servilismo, come a Filippi; l’organizzazione economica carente, con le carestie. Dunque non c’è nessun atteggiamento che si potrebbe forse chiamare qualunquistico: alcune cose sono buone, altre cose vanno male, e il discepolo si fa la propria strada senza preoccuparsi molto di dare un giudizio o di rapportarsi a queste realtà in maniera chiara. Dunque una prima constatazione: c’è un atteggiamento piuttosto disincantato verso i valori del mondo del suo tempo.

Seconda constatazione: c’è una chiara distanza, nell’opera lucana, da alcuni valori ambigui (o pseudovalori) coltivato al suo tempo e sempre. Valori come la massa, il prestigio, il potere, vengono chiaramente sottoposti a critica.



La massa: “Non temere piccolo gregge” (Lc 12,32): non alla grande massa, ma a voi piccolo gregge è piaciuto al Padre di dare il Regno, e per Lui una pecora perduta vale più di 99, che sono al sicuro (Lc 15,4-7).

Il prestigio: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26): eppure il prestigio nella vita politica romana è uno dei moventi fondamentali.

Il potere: “I re delle nazioni le governano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori…Voi però non fate così” Lc 22,25): è chiara qui la critica al modo di governare.

Insieme con questa presa di distanza da alcuni valori ambigui o pseudo-valori, ci sono alcune marcate preferenze per situazioni apparentemente di poco valore umano: i bambini (“A chi è come loro appartiene il regno di Dio” – Lc 18,16), il piccolo (“chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande” – Lc 9,48). E’ chiaro che tutto questo è in contrasto con lo sfondo della civiltà del tempo, con la costruzione della società. Ancora: al banchetto gli invitati sono i poveri, gli storpi, i ciechi (Lc 14,13; 15-24). Sembra quasi umoristico e viene di domandarsi: “Ma che banchetto è?”; non è evidentemente un banchetto come gli altri, ed appare come un affronto a tutto un modo di gestire la cultura. E poi quel principio distruttivo, almeno apparentemente, di tutta la politica e il diritto: “Benedite il nemico, perdonate” (Lc 6,27 ss.). Come si può costruire la società sul diritto se vige questo principio?

E’ chiaro che qui c’è un modo di entrare nella società del tempo, che è un modo del tutto originale, diverso, che non piega il ginocchio di fronte a nessuna forma costituita del vivere, anche se le rispetta e le usa. (Così Paolo userà del diritto romano e userà dei suoi diritti per non farsi bastonare, per chiedere l’appello a Cesare). Se egli,, quindi, riconosce, nonostante quanto detto appena prima, la validità di queste cose, allora (questa è la prima osservazione che di per sé ci lascia un po’ perplessi), il problema è molto difficile e non possiamo trarre troppo facili conclusioni. Per essere anche più stimolante nella mia critica, potrei dire così: sulla famiglia, la cultura, la vita economico-sociale, la vita politica, la pace tra le nazioni, questo grossi nodi riguardanti la vita, il manuale del discepolo (Luca e Atti) tocca un po’ la famiglia (alcuni elementi), poco la cultura (pur essendo Luca uomo di cultura, come dimostra dal modo di scrivere), la vita economica abbastanza da rovescio (proclama il distacco e con il distacco non si fa molta produzione economica!), pochissimo la politica, e poco o nulla il rapporto tra le nazioni (c’è qui, è vero, questo concetto di pace, ma esso è legato alla parola di Dio).

Quindi questo manuale del discepolo è molto deludente, se chiediamo ad esso di rispondere a quei cinque problemi riguardo ai quali la Chiesa, con la Gaudium et Spes, dice di avere parole da pronunciare per tutti gli uomini. Questo fatto ci pone certamente in uno stato di ansietà cche dobbiamo lasciare penetrare anche nella preghiera, chiedendola Signore, che cosa significhi.

Significa forse due cose: la prima che dobbiamo farci la nostra vita. Il manuale del discepolo è il manuale del discepolo e non dell’uomo d’oggi, e quindi come uomini di oggi dobbiamo trovare la nostra strada; questo manuale del discepolo non ci dà nessuna conclusione già fatta, ma piuttosto la radice di tutte le scelte: ed è qui il punto specifico al quale dobbiamo tendere, anche se questa radice di tutte le scelte non ha corpo, non ha sostanza, se non si concretizza poi in scelte specifiche. (Non si sarebbe contenti con l’esibire la pura disponibilità in astratto: la disponibilità si mostra nella scelta). Questa è una prima riflessione, come vedete piuttosto dispersiva e che forse non aiuta la meditazione, ma che a me pare importante nel contesto della nostra ricerca odierna. Dunque abbiamo fatto questo cammino, abbiamo cercato di leggere questi due brani di Luca per vedere che cosa ci dicono sulla domanda: “In che maniera il manuale del discepolo ci parla dei valori del mondo”, e abbiamo visto risposte un po’ deludenti.

Ora, in una seconda e ultima riflessione di questo tipo più generale, che chiamerei “punto di partenza messianico” cerchiamo una risposta a questa stessa domanda, ma centrandola di più nel cuore del Signore. Rientriamo un momento in noi stessi e cerchiamo di percepire per via di simpatia e di con naturalità, l’ideale che sta, per esempio,dietro Lc 2,38: Anna “parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”, oppure dietro la parola di Simeone: “luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele” (Lc 2,32). Troviamo qui lo stesso atteggiamento di Gesù che piange, cioè un ideale messianico profondamente vissuto in cui l’assoluto desiderabile è Dio, ma vissuto in una situazione umana di giustizia, pace, equità, rispetto per tutti, libertà dagli oppressori, nella lode di Dio. E’ l’ideale del Benedictus: ci ha concesso “liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni” (Lc 1,74 e ss.). E’ questo l’ideale di fondo, l’anima giudaica che riaffiora nel pianto di Gesù su Gerusalemme, nel suo lamento.

Ora, fatto questo primo tentativo di avvicinamento, possiamo chiederci come questo è l’ideale che, in fondo, si muove nel cuore di ogni uomo non rassegnato al peggio, è l’ideale che anima oggi i miliardi di uomini che fanno sforzi sinceri di miglioramento, anche se spesso questo ideale è tragicamente mutilato nella sua apertura a Dio. Un valore fondamentale, cioè la speranza e la tensione verso il meglio, è appunto il messianismo radicale, come potremo chiamarlo, che vive nel cuore di ogni uomo che non si rassegna a che le cose vadano male, anche se la disperazione, la frustrazione, possono portare ad una rassegnazione apparente. Ma di fatto l’uomo è uomo per questo suo desiderio del meglio.

Ora Gesù fa leva su questo sentimento che tutto l’Antico Testamento aveva coltivato, cioè la speranza che esista in qualche posto, in qualche tempo, anche nella stessa vicenda umana, un modo giusto e migliore. E Gesù sceglie i suoi tra la gente non rassegnata o pigra, ma tra gente in cui fanno presa entusiasmo e fiducia; sceglie i suoi tra i discepoli del Battista, cioè tra la gente che aveva ideali altissimi, che aspettava la redenzione di Israele e sperava in un cambiamento delle cose.

E questa attesa tra i discepoli era tanto violenta che la vediamo riapparire, malgrado tutte le chiarificazioni di Gesù, anche in ultimo, nelle forme più terrene e deludenti: “Speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24,21) dicono i discepoli di Emmaus. Dunque Gesù ha vissuto in mezzo a queste speranze violente che sono le nostre e degli uomini di oggi, e ha fatto leva su di esse; ha fatto leva su di esse perché, appunto, vi si è immedesimato e le ha purificate; ha lasciato che i suoi vivessero questa attesa, non l’ha negata ma l’ha educata attraverso prove rigorose e dure per portare quest’aspirazione alla sua verità. I discepoli di Gesù in Luca sono coloro che hanno creduto che Gesù Gesù poteva prendere questo loro entusiasmo e lavorarlo a modo suo, metterlo alla prova e dargli il senso definitivo, non spegnerlo ma portarlo avanti.

Possiamo allora vedere l’esperienza di Gesù inserita e vissuta in questo ambiente di idealismo messianico che non è distinto, ma, al contrario, vicinissimo a quella che è l’aspirazione di ogni uomo, e che muove tutti gli uomini anche oggi.

Noi dobbiamo contemplare il Signore e chiedere che cosa ci dice attraverso questa manifestazione del suo cuore, che Egli ci fa nel pianto su Gerusalemme.

Vorrei però enunciare brevemente tre conclusioni che possiamo tenere presenti per orientare la nostra preghiera.



La prima conclusione è un discorso di fiducia che il Signore ci fa nel vangelo di Luca, la seconda è un discorso di approfondimento, la terza è un discorso di distinzione di piani.

1) Il discorso di fiducia. L’abbiamo già enunciato: la domanda è questa: “Hai fiducia che il Signore sa dove ti porta, che il Signore comprende le profondità dei tuoi desideri, che non li vuole negare, ma riempire? Accetti quindi di rischiare e anche di perdere sulla sua parola?

Questo è il discorso della seconda parte di Luca, rivolto al discepolo di cui educa le attese messianiche, i desideri violenti; è quindi un discorso di fiducia nel Signore fatto soprattutto al discepolo, dall’evangelista. Forse non può essere fatto troppo facilmente alla folla, ma deve essere prima di tutto intuito dal discepolo stesso, cioè da colui che segue Gesù.

2) Il discorso di approfondimento. Credo che la scuola di Gesù presa sul serio, ci porti là dove questa ansia messianica raggiunge l’ultima sua radice, cioè il desiderio di Dio. L’illuminazione che possiamo avere nella preghiera riguarda il rapporto tra il messianico universale di pace, libertà e giustizia, e il desiderio di Dio più radicale ancora, che si muove per grazia di Dio, per attrazione divina di creazione e di salvezza, nel cuore di ogni uomo. Che il Signore mostri a noi la continuità dei due desideri e ci faccia cogliere la radice del messianismo, della speranza di giustizia, nel desiderio dell’assoluto, portandoci così a quella che è la situazione ultima della preghiera, cioè l’essere di fronte a Dio, il desiderarlo: è la preghiera come atteggiamento radicale dell’uomo, in cui tutti gli altri desideri acquistano lucidità, chiarezza, ordine; un desiderio di Dio che è desiderio di vedere il suo volto, espresso molto bene nel Salmo (Mostraci, o Signore, il tuo volto, il tuo volto, Signore, io cerco”), il desiderio di S. Agostino (“Ci hai fatto, Signore, per te”), o quello di padre Lallemant con cui comincia il suo libro sulla vita interiore: (“C’è nel nostro cuore un vuoto che Dio solo può riempire”), oppure anche quello di Maddaleine Debrel (“E’ la passione di Dio che mi muove, essa è la radice di tutto”). Maddaleine Debrel, assistente sociale morta nel 1964, è vissuta alla periferia di Parigi, in un ambiente totalmente dominato dai comunisti, con i quali ha avuto una collaborazione quotidiana, animata da una passione di Dio e da una lucidità evangelica formidabile.

Io personalmente sono molto aiutato da questi scritti di Maddaleine Debrel per vedere il collegamento tra una vita contemplativa molto pura e un’azione sociale molto intensa: questa passione di Dio, a cui lei non avrebbe mai rinunciato, le dava la possibilità di vedere fin dove invece doveva gridare e distinguersi.

Il discorso quindi che Luca ci fa, è un discorso di approfondimento: conoscere come dal desiderio di Dio, dall’abbandono in lui, che comporta radicalità e distacco, deriva la possibilità di far sgorgare in purezza il desiderio delle cose di Dio, cioè della giustizia, della pace, della fraternità della collaborazione, e in definitiva anche dell’organizzazione della città giusta, che è il sogno dell’anima ebraica, quello a cui tende tutta la legge nelle sue disposizioni civili sociali.

1) Il discorso della corretta reazione e distinzione dei piani. Una terza conclusione, che però Luca ci lascia appena intravedere (perché è piuttosto della nostra civiltà), è il discorso della corretta reazione o distinzione dei piani.

Dicevamo che non possiamo chiedere alla Chiesa primitiva (e quindi neanche al Nuovo Testamento che viene in parte dalla Chiesa primitiva) più di quanto essa ha vissuto.

I primi cristiani hanno vissuto l’esperienza di piccolo gregge in una società statica, e quindi piccolo gregge non gravato di responsabilità sociali ampie, non necessitato ad avere una visuale completa dell’uomo. Quindi, anche se ci sono molte indicazioni preziose e intuizioni profonde, il problema non si pone come oggi in una chiesa ancora di maggioranza.

E’ un piccolo gregge, e inoltre posto in una società statica, come dicevamo in cui moltissimi problemi portati dal crescere vorticoso, dall’autocostruirsi della società permesso dall’industrializzazione, dalla moltiplicazione del lavoro umano, non esistevano.

Il rapporto tra uomo e lavoro era semplicissimo: più uomini più lavoro; e quindi una società sempre ricondotta nelle stesse linee per cui, in fondo è stato sufficiente sostituire per parecchi secoli al paganesimo un ideale religioso cristiano per avere una corrispondente e analoga struttura.

Non può, quindi, il Nuovo Testamento aver previsto i problemi degli ultimi due secoli, di una Chiesa con responsabilità pubbliche e sociali in una società in rapido movimento, in cui la religione sembra non poter più essere animata della prassi come in una società statica (pagana o cristiana), e in cui sembra occorrere invece una mediazione ideologica. Sulla questione del problema sociale odierno rispetto all’antico basti questo accenno.

********************

Ritorniamo ora al tema della nostra meditazione dicendo al Signore: “Signore, facci comprendere il perché del tuo pianto, il perché della tua commozione violenta di fronte alla città e di fronte al destino doloroso, che prevedevi per lei. Fa, o Signore, che come hai vissuto in perfetto abbandono al Padre, in perfetta chiarezza di idee e in grande sofferenza umana queste situazioni, così anche noi accettiamo di vivere con grande sofferenza umana, ma, con la tua Grazia, anche con chiarezza di idee, con abbandono al Padre, ciò che tu hai vissuto. E quindi che accettiamo anche di non poter noi imporre o gridare quelle soluzioni che vorremmo, perché è compito di altri, in una distinzione di piani, ma fa che soffriamo di questo, cioè che accettiamo umilmente almeno di essere coinvolti nella sofferenza in ciò che ci è possibile. Quindi ti chiediamo, o Signore, per noi, per la Chiesa, abbondanza di chiarezza, di grazia, di lucidità, che sciolgano tutte le confusioni, le amarezze, i vicoli ciechi nei quali siamo impegolati.



Soltanto la tua grazia, o Dio, ci può liberare. Signore, forse tu piangeresti oggi non più soltanto sulla città, ma anche sulla nostra confusione emotiva e mentale in cui siamo entrati: che la tua potenza la sciolga. Amen.



Esercizi per catechisti-animatori Centri di Ascolto - Villa S.Carlo 2010 D. Gianluigi Pigato





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