Don giacomo vender



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DON GIACOMO VENDER

Testimonianza

all’incontro formativo per i Sacerdoti della Diocesi di Brescia

Ordinati negli ultimi due anni


Centro Pastorale “Paolo VI”, 21 novembre 2006

“Presentazione della Beata Vergine Maria”

Premetto che, già nel preparare questo mio intervento, ho sentito un po’ di disagio nel pensare di dover comunicare questa mia testimonianza a giovani Sacerdoti, molto preparati e senz’altro capaci più di me di esprimere il senso del Ministero Sacerdotale. Ciò nonostante urge dentro di me il desiderio di narrare ancora una volta come abbia inciso nella mia vita questo grande Uomo di Dio quale fu don Giacomo Vender. Quante volte riflettendo su questo, mi viene alla mente la promessa che Gesù fa ai suoi discepoli prima di Ascendere al Cielo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20). Sono certa infatti che Cristo concretizza questa sua promessa, anche tramite coloro che per fede e dono di Grazia, sono divenuti “trasparenza” della presenza di Cristo nel mondo. Questo fu per me don Giacomo.


Altre volte, parlando di don Vender, mi sono soffermata innanzitutto a narrare le cose da lui fatte, e questa narrazione prendeva spunto dalla mia conoscenza diretta della sua vita (ebbi infatti la fortuna di conoscerlo fin da bambina a S. Faustino e, successivamente, essere stata sua Parrocchiana a Santo Spirito fin dal 1961). Riflettendo però in questi ultimi tempi, mi è parso più opportuno non tanto e non solo narrare le esperienze vissute da don Vender, ma soprattutto far emergere “la testimonianza” che il vissuto di don Vender metteva in luce.


  1. Il centro della Sua vita.

In don Vender c’era un centro di attrazione di tutto il suo essere e di tutto il suo agire: il Signore. Incontrandolo si coglieva con evidenza questo. Non si potrebbe comprendere la ricchezza, la varietà e l’incidenza di tutte le sue opere, se alla base non vi fosse stata questa relazione profonda con il Signore Gesù. Dio aveva arricchito la sua persona di molteplici doni: intelligenza, volontà, squisita sensibilità artistica, forza morale e fisica, fantasia esuberante, capacità di ascolto e di dialogo e altro ancora. Gran parte di queste doti furono senz’altro coltivate da quella figura eccezionale che fu sua madre, rimasta vedova giovanissima, la cui singolare personalità e intensità di Fede emerge nel “Testamento spirituale” da lei scritto nel 1944. In calce allo stesso pone una nota, tutta riservata al suo figlio don Giacomo:

“Mi permetto una raccomandazione particolare a te mio caro Don Giacomo. Dal Cielo ti invocherò una sete ardente di anime; ama la vita austera quale deve essere quella del Sacerdote, abbi cura anche delle anime dei tuoi fratelli e dei loro familiari………………..


Ti bacio le mani che mi daranno l’ultima benedizione.

Anch’io ti do l’ultima mia benedizione.

Adele Pifferetti ved. Vender”

L’alimento costante della Fede di don Vender era la preghiera, fatta con la sua Comunità, ma soprattutto nel silenzio contemplativo davanti a Gesù Eucarestia, preghiera che aveva la sua espressione massima nella Celebrazione Eucaristica, dove i presenti lo vedevano concentrato, vibrante, quasi assorto nel Mistero che andava compiendosi.


E’ da questa sua Fede che deriva quanto da lui operato in ambito liturgico per dare la possibilità a sé e a tutto il popolo di penetrare più profondamente nel Mistero.

  • La corale (già a S. Faustino, quando era giovane curato, ma poi, successivamente, in mezzo ai suoi fanti mentre era Cappellano militare, nel quartiere, così chiamato degli “sfrattati”, dove, in obbedienza al Vescovo, si trasferì nel dopoguerra come Cappellano, e infine nella Parrocchia Santo Spirito di cui fu primo Parroco).

  • Soprattutto durante quest’ultima esperienza di Parroco, mette in risalto alcune particolarità:

. La traduzione in italiano di inni, salmi o canti gregoriani, che insegnò a tutti i parrocchiani. (Domani, visitando a Santo Spirito la “Sala don Vender”, potranno vedere il suo “Liber Usualis” dove troveranno scritta di sua mano la traduzione italiana di parecchi testi in latino. Molto curava anche il canto dell’Assemblea, perché non fosse sguaiato, ma fatto con intensità interiore e corale.

. Introdusse nelle liturgie della Parrocchia preghiere assolutamente singolari, proprie solo della comunità di Santo Spirito. La S. Messa veniva sempre introdotta dal Prologo del Vangelo di Giovanni, proclamato coralmente dall’Assemblea. Alla consacrazione del Pane, veniva intonato il Canto “Amen Corpus Cristi” e alla consacrazione del Vino: “Amen Sanguis Cristi – Amen”. Alla fine della Messa veniva cantato: “Dove è Dio, ivi è verità; dove è verità, ivi è libertà; dove è libertà, ivi è carità; dove è carità, ivi Dio è”.

. Quanta cura ed amore prodigò per la realizzazione della Chiesa parrocchiale, della quale all’architetto suggerì le linee guida. Don Giacomo credeva moltissimo al valore dei “segni” e si adoperò perché essi emergessero anche dalla struttura del Tempio. (Anticipo questi elementi che potranno anche servire per la visita che faranno domattina presso la chiesa al titolo del “Santo Spirito”, come don Giacomo amava definirla).

Le linee guida erano queste:

. Dovrà essere fatta a nave, simbolo della barca di Pietro.

. L’apside rivolta a oriente, come lo è nelle basiliche antiche, perché è da oriente

che viene la salvezza.

. Mattoni rossi: simbolo dell’amore, dono dello Spirito.

. Altare al centro, perché attorno potesse radunarsi la Comunità.

. Ambone vicino alla gente per esprimere la vicinanza che Gesù voleva sempre con

i suoi

. Vetrata a oriente: cascata di pietre variopinte, simbolo dei doni dello Spirito Santo.



Questa vetrata, come pure tutta la struttura del presbiterio, compreso altare, tabernacolo, ambone, nonché il Battistero e le acquasantiere, sono opera del grande artista Padre Costantino Ruggeri che don Vender chiamò per assicurare bellezza ed armonia all’insieme.
Interessanti sono anche le scritte che don Vender volle fossero apposte nel pavimento; ( le vedranno domani ):
. Nell’atrio dell’entrata principale posta a sud
“Entro per adorare Iddio

e per uscirne ad amare

il prossimo”

. In chiesa, entrando da sud


“Ricordati, o Signore, di quelli

che recano le loro offerte, che

operano il bene nelle tue sante

Chiese e si ricordano dei poveri.

Concedi loro in ricompensa le tue

abbondanti grazie.

Concedi loro, in cambio dei

beni terreni, i celesti; in cambio dei

beni temporali, gli eterni; in cambio

dei beni corruttibili

gli incorruttibili.

Ricordati, o Signore, dei fedeli

che circondano il tuo altare:

di essi e di noi abbi pietà secondo

la grandezza della tua misericordia.”
. Davanti all’altare
“A noi che ci nutriamo del suo

Corpo e del suo Sangue, dona

la pienezza dello Spirito Santo

perché diventiamo, in Cristo,

un solo Corpo e un solo Spirito. ( Canone III )”
. In chiesa entrando da nord
“…..credo in uno Iddio

solo ed eterno, che tutto ‘l Ciel move

con moto, con amore, e con desio. (Par. XXIV – 130)”

. Predisposta per essere messa sotto il portico dell’entrata a nord, ma poi recentemente murata dietro il Battistero


“Amor di Dio amor del

prossimo:

Voce il primo, il secondo è la

sua eco”




  1. La sua passione: vivere e comunicare il Vangelo, fino al dono della vita.

La sua scelta radicale di Cristo Gesù, non poteva non far nascere questa grande passione: annunciare il Vangelo sempre e ovunque, mettendosi a servizio dei fratelli al fine di far nascere, risvegliare e coltivare la Fede. Innanzitutto viveva nella sua persona il messaggio evangelico, nell’amore gratuito anche a rischio della sua vita. Escogitava nella sua missionarietà un percorso non astratto, ma che partiva dal promuovere la dignità della persona, l’interesse per tutto quanto di bello e di buono il mondo contiene, Si serviva dell’arte, della letteratura, della scienza e quanto avrebbe voluto ancor di più conoscere per riuscire a fare breccia nel cuore dell’uomo! Amava la Storia della Salvezza contenuta nella Bibbia, che cercava di far conoscere ed amare, dai bambini agli anziani.
Don Giacomo sapeva che il compiersi della Missione era solo opera di Dio, azione dello Spirito, e, pur spendendosi con totalità di dono per fare la sua parte, si sentiva “servo inutile”.

Allorquando nel 1961 il Vescovo Mons. Luigi Morstabilini gli chiese di far nascere nella zona attigua a quella degli “sfrattati” la nuova Parrocchia, dandogli anche mandato di impegnarsi per la costruzione della Chiesa, don Vender volle che questa fosse intitolata al Santo Spirito, vero protagonista nell’opera della salvezza. Subito si presentarono grandi difficoltà soprattutto per l’acquisizione di una striscia di area ad ovest di quella che da tempo la Curia Diocesana aveva acquistato pensando alla costruzione di una chiesa. Questa striscia era assolutamente necessaria per la realizzazione del progetto a cui prima abbiamo accennato. La Comunità soffriva della mancanza di un luogo adeguato alle Celebrazioni liturgiche, che dal 1961 al 1969 si svolsero in due luoghi diversi posti uno nell’estremo lato est (la chiesetta dell’ex “Quartiere degli sfrattatI”) e l’altro nel lato ovest della Parrocchia (una vecchia cascina), entrambi però inadeguati alle esigenze della Comunità. Colui che maggiormente sentiva il peso di questa limitazione era il Parroco, don Giacomo, che, nel segreto, offrì a Dio la sua vita.


  • Dopo la morte di don Vender, il curato don Carlo Pillon trovò un importante scritto sull’agenda del 1964 alla data 27 marzo. Era il “Testamento spirituale” di don Vender::

Venerdì Santo - In piena coscienza, in stato di salute superlativamente buono, in questo giorno della Crocifissione di Gesù, circa l’ora della sua morte, offro la mia vita osando, illuminato preceptis salutaribus, di unirla a quella di Gesù sul Calvario, per ottenere la rimozione di tutti gli ostacoli che impediscono la costruzione della Chiesa e perché questa sia il più possibilmente degna dell’Amore Divino e risponda alle necessità spirituali dei fedeli, funzionale allo Spirito del Cenacolo. Da questo momento rimetto il gran dono della vita, sublimato dall’Ordine Sacro, nelle mani di

quel grande, di quel Santo, di quel Buono



perché or qual dono il Suo dono riprenda

perché in cambio – qual cambio! –

ci renda un Cenacolo in cui i miei fedeli

trovino con il Corpo e Sangue di Cristo

i doni del Santo Spirito vivificante. Amen’

……………………………………………………………………………………………………..



Gloria ed amore a Dio. Animo! Sac. Don Giacomo Vender

27 marzo 1964



  • Nella sua vita Sacerdotale non fu questa la prima volta che don Vender offriva la sua vita. Sappiamo infatti, da una testimonianza di Mons. Carlo Manziana, che già molto prima, durante il periodo della “Resistenza”, don Giacomo offrì la sua disponibilità per sostituirsi al condannato a morte Peppino Pelosi. Disponibilità che non venne accolta, ma che ricorda l’atto eroico del Beato Padre Massimiliano Kolbe.




  • E come non leggere la volontà di dare la vita anche nel suo Ministero di Tenente Cappellano al fronte, quando, sprezzante del pericolo, usciva in zone scoperte sotto il tiro del fuoco nemico, per soccorrere i feriti! Opera per la quale gli venne conferita la medaglia al merito.

Rileggendo in questi giorni alcune lettere che don Vender scrisse alle giovani di Azione Cattolica della Parrocchia S. Faustino, nel periodo in cui si trovava in zona di guerra come Cappellano, mi colpisce in particolare quella scritta nel Venerdì Santo del 1941:


Ottime Signorine dell’Associazione e giovanette dell’oratorio.

Quota 1083:

Venerdì Santo 1941 ore 11

Nel lasciare questa quota per il balzo prima in territorio jugoslavo, penso a chi con la preghiera, con la vita evangelicamente vissuta, mi può essere valido ausilio nella missione che inizia oggi il suo collaudo nella tragedia che ‘provvida sventura’! redime le colpe, conferma la virtù della povera umanità.

L’ora dell’attacco è la dodicesima.

L’ora nona, forse per me e per i miei fanti, in questo venerdì santo può essere dell’ultimo palpito, come per il Cristo Gesù 1942 anni fa. L’agonia del Cristo nelle sue membra continua.

Nessuno può dormire! C’è chi impreca, chi bestemmia, non mancherà il buon ladrone, il centurione pio….! …….Che in questo Calvario io prenda senza viltà, né timori, né rimpianti, il mio posto di ‘alter Christus’ che perdona a chi bestemmia la sorte ed impreca al destino, che promette il regno dei cieli al buon ladrone.. che dia una madre a chi l’invoca e muoia fisicamente se questo è il calice riserbato a me da Dio….

Certo che discenda, se Dio vorrà, da questo Calvario sempre più degno e purificato e più buono del giorno in cui l’ho salito. ……………..

A voi la buona Pasqua: il mio augurio è d’uno che forse è al limite del tempo, in faccia alla morte.

E’ l’ora della verità, in cui lo spirito si fa più veggente.

Non trovo di meglio, ed è tutto! Che il leggervi la parola del Cristo: ?Se il chicco di grano cadendo a terra non muore, non produce frutto!’

La mia benedizione a tutte voi a tutte le vostre famiglie, a tutta l’Associazione.

Animo!

Vostro curato

Don Giacomo

Doveri al carissimo Prevosto, a don Pietro, a don Luigi e don Battista.”


  • Anche il suo impegno nella Resistenza lo si può vedere come disponibilità piena al dono della vita. Da un articolo scritto sul “Giornale di Brescia” da Dario Morelli in data 29 giugno 1974 (giorno successivo alla morte di don Vender) si legge:

“……Dopo essere stato cappellano militare in Croazia, all’8 settembre del ’43 aveva cominciato ad aiutare sbandati e perseguitati, ebrei ed ex prigionieri. Poi aveva fatto il Cappellano dei primi gruppi partigiani della Val Trompia ed era andato a raccogliere i morti dopo il rastrellamento tedesco del novembre sul monte Guglielmo. La sua casa, nella canonica di S. Faustino, era luogo di convegni clandestini, ma anche rifugio per chi doveva nascondersi, deposito di materiali e redazione di fogli clandestini. Quest’ultimo, cioè il lavoro per la stampa antifascista, era forse quello cui egli dava il suo entusiasmo maggiore; era più vicino alla sua natura geniale e severa, tenace e poetica. ………………..



Dei remi facemmo ali al folle volo”, il verso dantesco che Mussolini preferiva, gli aveva suggerito la visione della allucinante vita italiana di quei giorni, come una proiezione dell’ottava bolgia. E l’estro limpido e pungente dei suoi momenti di più intensa introspezione gli aveva fatto scrivere un grosso fascicolo (domani nella visita alla “Sala don Vender” potranno vedere copia dell’originale, conservato presso l’Archivio storico della Resistenza) poi diffuso clandestinamente nell’estate del ’44 – in cui mostrava la diabolica malizia usata dal regime a piegare ogni cosa – coscienza e personalità, arte e lavoro, religione e costume – per fare ala al suo folle volo. ……….Subì due arresti ed una condanna a ventiquattro anni di carcere. Fu detenuto nel Forte S. Mattia di Verona e nelle prigioni bresciane di Canton Mombello. Da qui, pochi giorni prima della Liberazione, fu trasferito al carcere di Bergamo dove scampò alla fucilazione, decisa dal nemico per rappresaglia, solo perché all’ultimo minuto i partigiani andarono a liberarlo.

Fu nel carcere bresciano che si realizzò il secondo tempo della sua cospirazione antifascista, il tempo della solidarietà operante. Coraggioso e scaltro, in pochi giorni riuscì ad organizzare un servizio di assistenza e di informazione per tutti i detenuti politici con l’aiuto di una squadra di ragazze: le “Massimille”..
(Apro una parentesi sul perché di questo nome: l’antica liturgia cantava nella festa di S. Andrea che la matrona Massimilla aveva confortato la prigionia di S. Andrea apostolo e ne aveva onorato la salma con la pia sepoltura dopo il martirio).
Fu un’opera (continua l’articolo di Morelli) tanto abile quanto perfetta, che permise di far entrare clandestinamente viveri ed indumenti nella prigione. Durante la notte poi, travestito da inserviente, esso stesso usciva dalla cella per portare ai compagni – anche quelli che stavano nelle celle sottoposte alla sorveglianza più rigorosa dei tedeschi – qualche aiuto insieme ad una parola di speranza, E, prima di ogni altro, a chi aveva appena subito gli interrogatori e soffriva le percosse e le torture dell’ultima giornata. Alle “massimille” invece, affidava in segreto informazioni e suggerimenti utili ai compagni della resistenza. Così si stabilì, a Canton Mombello, la comunità carceraria, ricca solo di spirito, di umanità dolente e sperante, di ideali e di miserie, tenuta viva ed unita da don Giacomo: era il suo modo – in quei giorni – di testimoniare la presenza di Cristo e di portare il Suo segno davanti a persecutori e perseguitati”.
Più volte quindi don Giacomo Vender donò la sua vita. Eppure nel 1957, in occasione della celebrazione del 25° anniversario di Sacerdozio, contestò la scritta posta sulla immaginetta ricordo che il Card. Bevilacqua aveva amorevolmente fatto predisporre in cui veniva citata la frase evangelica: “Io sono il Buon Pastore. Il Buon Pastore dà la vita per le pecore”. Mons. Zambelli, nel discorso pronunciato ai funerali di don Vender ricorda:… “don Giacomo rifiutò con sdegno questa attribuzione.. “Io, buon pastore? Io dare la vita?…Uno solo è il Pastore, Uno solo ha dato la vita”. Rifiutava l’ardita attribuzione come una frode e ne rifuggiva come da una bestemmia”.
Considerando quindi tutte le esperienze di don Vender fugacemente più sopra citate, ci accorgiamo che nel suo servizio di evangelizzazione, sapeva calarsi dentro tutte le pieghe del vivere umano, spendendosi gomito a gomito, con tutti, con totale dedizione per l’annuncio del Vangelo, testimoniando con la sua vita i valori che annunciava, manifestando come la Fede nella persona di Cristo fosse la strada indispensabile per comprendere compiutamente la dignità dell’uomo e quindi i valori della verità, della libertà, della giustizia e dell’amore.

Con la fine della guerra don Vender riprese le sue attività educative in Parrocchia, impegnandosi nella formazione delle coscienze. In un periodo storico che aveva visto nella fine della guerra una svolta determinante, l’euforia diffusa protesa verso il nuovo che si apriva, necessitava di essere illuminata sulle motivazioni che dovevano guidare l’azione verso un cammino di democrazia e di partecipazione. Le tematiche che affrontava, nell’educazione di giovani e di adulti, riguardavano i valori che abbiamo più sopra ricordato, richiamando in particolare alla responsabilità di ciascuno. La sua opera andava oltre i confini parrocchiali, perché la sua notorietà era assai diffusa. Nelle conferenze, sempre molto vivaci ed animate, non si preoccupava tanto di dare risposte, ma soprattutto di provocare domande.



  1. Il suo rapporto con la povertà e con i poveri

Spesso, parlando della beatitudine della povertà, la si definisce come “povertà di spirito”. Sono certa che lui vivesse la povertà di spirito, ma ciò che è rimasto per me impresso nella mente sono due sue scelte che hanno mostrato anche una povertà materiale molto evidente:


  • Mentre era Cappellano fra gli “sfrattati” scelse di abitare in una stanza attigua alla chiesetta, stanza che veniva utilizzata anche come “camera mortuaria” in occasione di decessi avvenuti nel quartiere. In questa circostanza don Giacomo passava la notte in preghiera.




  • Una volta costruita la Chiesa, don Vender avrebbe dovuto trasferirsi nell’appartamento appositamente realizzato per il parroco, il cui ingresso si trova accanto alla facciata sud della chiesa. Preferì lasciare questa struttura al sagrestano che aveva moglie e figli, accontentandosi di alloggiare in un seminterrato.


Questi sono solo due segni, ma tutta la sua vita fu caratterizzata da una austerità ed essenzialità eccezionali. (Ricordiamo il testamento della mamma: “Cerca la vita austera”). Mezzi di trasporto da lui usati: la bicicletta, la lambretta. Il rapporto con il denaro lo vide così staccato, tanto da trattenere per sé solo ciò che bastava per vivere in forma precaria e poi tutto il resto veniva trasferito nella cassa della Parrocchia. Don Giacomo nel suo testamento scriverà: “Non posseggo nulla, perciò quanto è sotto il mio nome appartiene alla Parrocchia.”
Molto ci sarebbe da dire circa il suo rapporto con i poveri, esperienza che emerge in particolare durante i lunghi anni da lui trascorsi come Cappellano del “Quartiere degli sfrattati”. Se nel primo anno di questa sua esperienza accettò l’aiuto che la ‘S. Vincenzo’ della città si era subito attivata ad organizzare, decise poi di rinunciarvi, convinto com’era che i suoi poveri non avessero bisogno tanto di elemosina, ma di essere aiutati a trovare dentro di sé la forza per uscire da una situazione di degrado e di emarginazione, innanzitutto attraverso un lavoro e una casa. Contattò tantissimi amici imprenditori ed artigiani per trovare possibilità concrete di inserimento lavorativo. Si recò nelle più importanti fabbriche bresciane per perorare la causa di questi suoi poveri, ma quando si rese conto che le opportunità erano molto limitate, decise di promuovere una Cooperativa che diede sì lavoro a tanti uomini e donne del Quartiere, ma che nel tempo gli procurò anche molte sofferenze. Altra strada per promuovere la dignità delle persone fu quella della musica. La Scuola di Canto che subito promosse era soprattutto finalizzata a rendere più partecipate e solenni le liturgie, ma aveva anche lo scopo ‘culturale’ di far gustare la bellezza del canto. Convincerli che anche loro potevano risalire la china della emarginazione, vivere anche la gioia di essere chiamati a eseguire concerti nelle altre Parrocchie della città, in quelle della Diocesi e oltre, finché giunsero un giorno ad eseguire un concerto nel Teatro Grande cittadino.


  1. La sua esperienza di Primo Parroco della Parrocchia al Titolo del “Santo Spirito”

Accettò con un po’ di trepidazione l’invito del Vescovo a costituire la nuova Parrocchia, ma poi si buttò con grande entusiasmo ed amore sapendo di poter contare sul vero Protagonista.

Seppe creare da subito fra gli abitanti della zona un forte interesse. Chiamò chi fosse disponibile a collaborare per studiare ed attuare tutte le iniziative volte a tessere quella trama che permise la nascita di una Comunità. Fu allora che conobbi più da vicino don Giacomo, perché nelle lunghe riunioni emergeva la sua determinazione, la sua forte personalità, il suo vibrante temperamento. Si manifestava “l’uomo di Fede”, ma anche l’uomo intelligente e volitivo, capace dei discorsi più seri, ma anche uomo gioviale, esperto nel comunicare allegria e gioia. Al nascere della Parrocchia Santo Spirito don Vender subito diede vita alla Corale alla quale ho sempre partecipato. Si godeva della sua grande capacità di farci gustare la musica, ma ogni parola del canto diveniva per Lui anche occasione di catechesi. Anche qui si notava come in lui non vi era separazione fra il momento della preghiera, della predicazione e quello della vita, perché ogni situazione, incontro, attività erano occasione per dire il suo amore al Signore e la sua relazione con Lui. Quindi la scuola di canto diveniva apprendimento di un’arte, ma anche cammino di Fede.


Quale cura aveva per il catechismo dei bambini e dei ragazzi! Per i catechisti preparava personalmente ogni settimana un foglio dattiloscritto, che spiegava ampiamente nel settimanale incontro di magistero e che poi ogni catechista mediava adattandolo all’età dei propri ragazzi. Il libro “… per di qua, a Gesù ” stampato dopo la sua morte, comprende gran parte di questa catechesi. (Anche questo lo potranno vedere nella “Sala don Vender”).
Conclusioni
Ogni capitolo da me accennato avrebbe necessitato di un approfondimento ulteriore. In questi 32 anni che sono trascorsi dopo la morte di don Vender molto si è scritto e si è detto. (A don Andrea Ferrari ho fatto avere nel settembre scorso due audiocassette che portano registrata in primis la voce di don Vender nell’Omelia della sera di Natale 1972, ma anche tanti altri discorsi commemorativi). Potremmo, se Loro sono d’accordo, riservare al dialogo che seguirà nella seconda parte di questo incontro, la possibilità di ulteriore conoscenza e approfondimenti sulla sua “Testimonianza”. Sappiamo che oggi il prete vive in un contesto difficile. Ma se proviamo a riflettere, anche i tempi vissuti da don Vender non furono facili. Probabilmente oggi il mondo richiede nuove modalità di impegno, ma lo spirito propulsore vissuto da don Vender nel suo essere e nel suo agire, credo indichi a noi tutti la strada unica nella quale ciascun cristiano è chiamato a vivere la radicalità evangelica.
Lisa Rietti





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